dal settimanale diocesano ” Bologna 7 “del 4/08/02

E’ una curiosa, ma assai diffusa sindrome, quella che porta chi compie un errore o un atto di violenza, a «rovesciare la frittata» fino al punto di attribuire il suo errore o la sua violenza a chi invece li ha subiti.

Ne abbiamo avuto una prova nei giorni scorsi. I fatti. Due note parlamentari, una di Rifondazione Comunista e una dei Ds, hanno partecipato martedì scorso a un «presidio» di donne femministe che, per I’ennesima volta, ha disturbato con grida e slogan la preghiera per la vita che facevano i militanti dell’associazione «Comunità Papa Giovanni XXIII», guidati dal loro fondatore don Oreste Benzi, davanti alIa Clinica ostetrico-ginecologica dell’Ospedale S. Orsola (quella dove le donne si recano per abortire).

Già nelle settimane scorse abbiamo riferito che questo gruppo di femministe ha più volte, nell’ultimo anno, insultato e aggredito le persone in preghiera (che fanno da oltre tre anni), strappando anche i loro cartelli pacificamente esposti per offrire alle donne che si recavano in clinica una possibilità di ripensarci, un sostegno per portare a termine la gravidanza.
Ebbene, nel pomeriggio dello stesso giorno le due suddette parlamentari hanno diffuso un comunicato nel quale sostengono che «il senso della presenza di don Benzi e della sua comunità davanti al S. Orsola è ispirato alla violenza e all’integralismo, e bene fanno quelle donne che, nella laica Bologna, a tutto questo non si rassegnano» (sicl).

Una tesi antica e poco originale, che già Fedro duemila anni fa illustrava impareggiabilmente nella favola del lupo e dell’agnello: chi aggredisce e fa violenza, riversa su chi subisce le aggressioni I’accusa di ispirarsi alIa violenza!
Tutto questo, spiegano ancora le due «super femministe», perché don Benzi, che aveva cercato di instaurare un dialogo con loro, avrebbe pronunciato frasi «offensive, avventate e di assoluta gravità».

Peccato che queste frasi, seppure certamente un po’ «colorite», esprimano una pura verità: e cioè la constatazione che le parlamentari e chi le accompagnava, sostenevano le donne che «decidono di sopprimere i loro bambini e ridurli in poltiglia». Questa, care signore, è l’amara, ma autentica realtà dell’aborto. E se conosceste e voleste davvero applicare la legge 194, sapreste che essa prevede (sciaguratamente) I’aborto, ma solo come «extrema ratio», non come pratica abituale, per il controllo delle nascite, come poi è avvenuto ed avviene. E soprattutto essa afferma (parole testuali) che “Lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio” e che quindi i servizi pubblici, cioé i consultori, devono «contribuire a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza, anche avvalendosi «della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la matemità difficile dopo la nascita».

Proprio quello che chiedono, e che offrono, i militanti dell’associazione di don Benzi. Delle due I’una: o le parlamentari non conoscono una legge, che pure dicono di avere voluto e difendono a spada tratta, oppure, il che è peggio, non intendono farla applicare davvero, e per questo accusano gli altri di quella «violenza e integralismo» che invece sono solo loro pratica. Noi, con dispiacere, propendiamo per quest’ultima ipotesi.
(Articolo integrale dal settimanale diocesano: Bologna 7, domenica 4 agosto 2002)