III
DI AVVENTO – Anno “A”

Is 35, 1-10 – Rom 11,25-36 – Mt 11, 2-15

 

“Fiorisca la steppa, come fiore di
narciso fiorisca”
Isaia ci convoca
alla speranza e all’attesa: Attendere voce
del verbo amare! Giovanni dal carcere
ci interroga sul realizzarsi dell’attesa: sei
tu colui che deve venire? Guidati dalla parola dei due Profeti, domandiamo
al Signore il perdono e l’aiuto per ascoltare, capire, sperare.

 

Dite
agli smarriti di cuore: “Coraggio, Dio viene!”
Per quando manchiamo di coraggio, e non ti sentiamo
venire nel cuore e nella città, Kyrie eleison

Giovanni
non era una canna sbattuta dal vento.
Per noi, invece, succubi di ogni vento, di ogni diceria e giudizio, per
noi pronti a giocare qualsiasi ruolo, Kyrie eleison

Cosa
siete andati a vedere? Un uomo avvolto in abiti di lusso?
Per il nostro culto dell’apparire, per l’idolatria
dell’esteriorità,  Kyrie
eleison

 

Omelia

Sei tu colui che deve venire? Deve: perché altrimenti la storia si smarrisce; deve venire, o non c’è stella polare
sulla nostra navigazione.

Sei tu o dobbiamo cercare altri salvatori? Perché
molti vengono con la promessa di salvare; hanno ricette per miracoli più grandi
dei tuoi, miracoli economici o sociali, promettono prodigi perfino nel campo
delle relazioni e delle emozioni.

Sei tu o dobbiamo aspettare ancora? Gesù risponde
chiamando a raccolta ciechi, storpi, sordi, lebbrosi, morti, poveri: sei nomi,
e il settimo nome perché l’elenco sia completo, è il mio. Un Dio che si prende
cura, venuto per guarire la vita.

Già Isaia aveva convocato deserti e fiori, e poi il
salto dei cervi, il grido di gioia. Un Dio che viene per guarire il creato.

Ma è facile rispondere a Cristo che i suoi miracoli
non hanno cambiato il mondo, che per un cieco guarito legioni di ciechi sono
rimasti nella notte, che nel mondo il dolore è immenso, che nessun deserto si è
coperto di gigli; che anzi, il deserto con i suoi veleni si espande e corrode le
terre più belle  del paese.

Io ho dentro di me un uomo che crede e un uomo che non
crede. Certo, i profeti riaccendono la speranza, gente come il Battista, e ne
conosco tanta, mi aiuta a credere.

Poi però il non credente che è in me mi contesta, dati
alla mano, storia davanti agli occhi, e dice che è tutta una illusione. Ma non
è la storia che può ratificare o contestare la profezia. È vero il contrario: è
la profezia che contesta la storia.

Tuttavia perfino il Battista in prigione è preso dal
dubbio e domanda: “Sei tu” o sarà
forse un altro? Anche il più grande dei profeti ha dei dubbi. Il più grande tra
i nati da donna dice: aiutami a capire.
Io sono in prigione, io sarò ucciso, perché ho avuto l’ardire di denunciare
l’adulterio di Erode, e tu perdoni perfino gli adulteri colti in flagrante!

Ma quale è la differenza fra il racconto di Isaia, il
suo meraviglioso viaggio nelle terre del sogno, e un mito ? Quale differenza
fra una profezia e una favola? La differenza fra favola e profezia è la Croce
di Cristo!

La Croce è storia e non mito. La storia dura di un
uomo capace di andare fino in fondo, e mai per il proprio interesse. La storia
di un Dio che gioca il tutto per tutto, che si mette in gioco fino in fondo!
Per guarire me. Lo guardi e vedi che nella morte di croce non c’è inganno, non
c’è imbroglio, nessun fine nascosto. Ed è tutto così semplice, se capisci che
accade perché ti ama.

La croce è il sigillo di una vita passata a prendersi
cura della vita, e il cieco che si mette a vedere; gli affamati ricevono pane; nella
prostituta si risveglia la donna; la bambina morta passa dalla morte al sonno e
fa tacere i flauti del pianto; i poveri diventano i principi del Regno.

Con Lui tutto è diventato possibile, perfino che
Giovanni dal carcere non pensi alla propria situazione, ma solo a far entrare,
a fare strada a Cristo. E da lui sente che ora è possibile, anzi è già
iniziata, come seme però, un’altra umanità, un’altra qualità della vita, un
tutt’altro modo di essere uomini.

Tutto questo non è evidente, ma chi vuole camminare
con l’evidenza si mette dalla parte del deserto, perché lui sì è evidente.

Gesù non ha mai promesso, non ha mai preteso di
risolvere i nostri problemi con l’evidenza apparente dei miracoli. Ha promesso
qualcosa di più forte, il miracolo del seme, del seme nascosto, del seme
invisibile, del seme crocifisso. E a Pasqua ci farà capire che l’illusione non
è nel piccolo seme, ma proprio nell’evidenza della morte.

La morte è evidente, certo, eppure illusoria, perché sarà
attraversata dalla  guarigione, e
dalla risurrezione, per una vita senza tramonto.

Per tre volte oggi Gesù domanda: Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal
vento? o invece un uomo che non è una banderuola in balìa dei venti
dell’emotività o del pensiero dominante. Uno che guida i suoi giorni e non uno
che li subisce; un uomo senza opportunismo e compromessi, che non è entrato mai
in nessun palazzo se non da prigioniero.

Il profeta è colui che non si mimetizza, che dice a
noi cristiani omologati: Che cosa siete
andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti?, un uomo preoccupato delle comodità,
dell’apparire, dell’abito firmato? O non invece un uomo vestito come Elia, degli
avanzi del deserto, cortigiano mai di nessun potere, un marginale lontano dalle
corti, ma vicino al mondo nuovo.

 Che cosa siete andati a vedere? Gesù
insiste su questo verbo concreto. Non domanda: cosa avete udito, ascoltato,
imparato; ma “che cosa avete visto”. Perché Dio non si dimostra, Dio si mostra.

Che cosa vedono i giudei in Giovanni? Vedono un
discorso, una profezia incarnata in comportamenti concreti. Il fascino di
Giovanni viene dal fatto che le sue parole sono diventate corpo, un corpo
inciso, stampato, marchiato dalla Parola. Gesti e parole sono un tutt’uno. Lui
è credibile.

Invece. C’è un abisso tra la fede che io dichiaro e la
fede che io vivo. Il dramma della religione oggi qui sta nel fatto che il Dio
della religione e il Dio della vita si sono separati. Il Dio del culto, della
lode, della messa e il Dio della vita, dei giorni concreti, dei gesti, i gesti
di cura, il Dio che riscalda gli abbracci, si sono separati in me e non si ritrovano
più.

Ma gli uomini vogliono seguire il Dio della vita. E se
noi mostriamo che con Lui la vita è più umana, più bella, più felice, più
grande, allora ascolteranno. Se, come Gesù, mostriamo che è guaritrice per ciechi,
storpi, sordi, lebbrosi, morti, poveri, allora sì… Solo la fede che è
diventata carne e sangue è fede vera. Siamo fede senza corpo.

 Sei tu o devo attendere un altro? Il dubbio fa male, ma il profeta proclama una  attesa più forte del dubbio: se non sei tu, io non mi arrendo, io
cercherò, io continuerò ad attendere, io non mi fermo qui. La speranza
attraversa la storia e la contesta. Il sogno di Isaia è pi&uugrave; vero e più forte
dei fatti, più vero di ciò che riusciamo ad attuare. Un sogno che forse non
realizzeremo mai, ma è qualcosa di cui di cui non ci è concesso stancarci.

 

 

Preghiera

Signore, sei tu colui che deve venire?

Sento
i tuoi passi inseguirmi,

Rispettosi
e mai stanchi.

Sei tu, Signore?

Donaci la fede inquieta e coraggiosa

di
Giovanni che non smette di cercare sorgenti.

Oppure dobbiamo attendere un altro?

Come
Giovanni ti dico: Sappi, Signore,

che
se anche sarò deluso, io continuerò a cercare;

che
se non rispondi io non mi arrendo, continuerò a domandare.

Che
se non vieni ancora, io continuerò ad attendere.

Ma
tu vieni, vieni come un seme,

seme di guarigione, seme di un mondo nuovo,

piccolo e fortissimo seme,

unico miracolo di cui abbiamo bisogno.

Tu vieni come un sogno di deserti fioriti.

Un sogno che non si è ancora avverato

Ma di cui non mi stancherò mai.

È la mia fede d’Avvento. Amen

p .Ermes Ronchi