Ci sono diversi stadi di coscienza relativi alla capacità umana di assimilare conoscenza.
La nostra mente è sempre dinamica e la capacità di apprendimento varia in base a molti fattori. Uno dei più importanti è quello genetico relativo al DNA trasmesso dai nostri genitori, per cui ci troviamo a gestire uno specifico tipo di temperamento che si ripercuote sulla sfera delle proprie emozioni.

Un altro importante fattore è l’insieme degli stimoli esterni che riceviamo dall’ambiente che subiamo o frequentiamo e che spesso orienta i nostri interessi personali.

Il primo stadio di coscienza, comunque, parte dalla “consapevolezza”, la quale è constatazione attiva della nuova conoscenza.
Nel momento in cui apprendiamo si genera in noi anche la consapevolezza più o meno conscia di quel che abbiamo appreso,  in base alle caratteristiche della nostra mente ed alla capacità di introspezione. La consapevolezza è dinamica ed accompagna, anche inconsciamente, ogni forma di apprendimento.

Ciò potrebbe essere denominato “processo di auto-coscienza”.
Tutta la conoscenza acquisita deve far riferimento ad un centro auto-cosciente che si forma dinamicamente nell’ambito della propria “soggettività”.

Ma cosa significa prendere coscienza di essere “soggetto”?
Ciò richiede una continua dialettica interiore di affermazioni e negazioni.
Sono un soggetto percepiente ma posso esserne cosciente solo attraverso un processo di “soggettivazione trascendentale”.

Percepisco i dati oggettivi, ma per elaborarli coscientemente devo staccarmi dall’oggettività. Non è sufficiente percepire l’albero: la percezione è un processo di acquisizione e commistione di stimoli che sono provocati sia dall’oggetto percepito che dal soggetto percepiente. L’io cosciente riconosce l’albero constatando in sè l’oggettività dell’albero stesso, cioè si pone continuamente in una attività di negazione: l’albero non è “me”.

Ma il processo di negazione continua interiormente anche a livello di idee, indipendentemente dalle percezioni. L’idea di albero non è “me” perché io mi pongo altro dall’idea, se la osservo come tale. Anche il mio “osservare l’idea” non è ancora “me” perché sono consapevole di osservare.

La coscientizzazione, quindi, focalizza continuamente il centro di osservazione oltre tutto ciò che riteniamo “oggettivo”, anche il nostro stesso “ritenere oggettivo qualsiasi concetto”.

Per questo ogni forma di soggettivazione è trascendentale, perché si pone sempre oltre la datità oggettiva, anche se solo a livello gnoseologico.

La capacità di analisi e sintesi e ogni forma di giudizio sono proprio relative a questo tipo di coscientizzazione che ci permette una visione dei fenomeni percettivi e delle attività mentali sempre più completa ed integrale.

Pier Angelo Piai