SANTA FAMIGLIA DI GESU’, MARIA
E GIUSEPPE

Anno C –  Sir 44,23-45,1.2-5 ;
Ef  5,33-6,4 ; Mt 2, 19-23

 

La santa famiglia di Nazaret non è il modello
irraggiungibile proposto alla fragilità delle nostre famiglie: essa vive,
proprio come le nostre, la gioia e la paura, i sorrisi e le lacrime condivisi,
i perché senza risposta, l’impegno a tessere sempre di nuovo i legami, a
custodirsi l’un l’altro nel tempo della fatica del cuore. E la fede difficile,
come noi, che al Signore chiediamo ora la grazia che perdona e trasforma.

Signore, per tutto ciò che rovina fiducia e impoverisce speranza nella nostra
casa, Kyrie eleison

Signore,
per le emozioni fragili, per le reazioni istintive, per aver solo vantato
diritti, Kyrie eleison

Signore,
Tu che hai detto: “A chi molto ama, molto è perdonato”, ti preghiamo, per
l’affetto dato e ricevuto, tu molto perdonaci. Kyrie eleison

 

OMELIA

La famiglia di Nazaret, quella famiglia santa e piena
di problemi, ha qualcosa da dire alla fatica e ai problemi delle nostre
famiglie ?

La famiglia oggi sta male,
eppure tutti hanno ancora dei sogni riposti nel cassetto, tutti custodiscono
attese grandi sugli altri.

E questo perché la vocazione
alla famiglia è santa come quella al sacerdozio, santa come quella di una
monaca di clausura, forse perfino di più! Perché uomo e donna che si amano sono
un tutt’uno con il mistero dell’amore di Dio. Lo assicura Paolo (Ef 5,21),
quando unisce insieme Cristo e la Chiesa, l’uomo e la donna, dicendo: “Questo
amore è  mistero grande!”

L’amore
dell’uomo per la donna, della donna per l’uomo, della madre per il figlio, del
figlio per i genitori, è un tutt’uno con il mistero dell’amore di Dio. E non
sono due amori, ma un unico, grande
mistero, che muove il sole e l’altre stelle (Dante), muove Adamo verso
Eva, spinge me fuori di me, muove Dio stesso nel suo esodo infinito verso di
noi.

Mistero
grande è l’amore vivo e potente, incarnato e quotidiano, visibile e segreto
della famiglia. Che sta in una carezza, in un cibo preparato con cura, in un
soprannome affettuoso, nella parola scherzosa che scioglie le tensioni, nella
pazienza di ascoltare, nel desiderio di abbracciarsi.

Il Vangelo oggi racconta il
ritorno a casa di una famiglia che va, guidata da un sogno. Oggi, a distanza, vediamo che il personaggio
determinante di quella storia non è Erode il Grande, non è suo figlio Archelao,
ma un uomo silenzioso e coraggioso, concreto e sognatore: Giuseppe.

E che cosa fa Giuseppe, modello di ogni buon vivere?

Sogna, si mette in
cammino, stringe a sé la sua famiglia.

Compie tre azioni: ascoltare,
andare e custodire.
Tre gesti decisivi per ogni famiglia, per ogni
individuo e, lasciatemelo dire, per le sorti stesse del mondo.

Sognare è il primo verbo. Un granello di sogno, caduto dentro gli ingranaggi
duri della storia, è sufficiente a modificarne il corso. Giuseppe nel suo sogno
non vede immagini, ascolta parole, è un sogno di parole.

E’ quello che è concesso
a ciascuno di noi
, noi tutti abbiamo
la Parola di Dio, il Vangelo che cammina accanto alle nostre paure; cammina con
tutti i milioni di rifugiati, come speranza e fiducia; cammina con chi dà loro
soccorso, come coraggio e carità, e lo fa attraverso un sogno di Vangelo, un
sogno di parole che è sempre disponibile per tutti noi.

Andare, è la seconda
azione.
E’ il verbo di chi non si
accontenta del mondo così com’è. E sa che, oltre, c’è dell’altro. I sogni di
Giuseppe sono pieni di cose concrete da fare “alzati, prendi, va”. Ciò
che Dio indica, però, è davvero poco, indica la direzione verso cui partire,
solo la direzione, poi devono subentrare libertà e intelligenza, creatività e
tenacia di Giuseppe, che quando sa di Archelao nuovo re, cambia direzione: l’intelligenza fa da angelo, da sogno-guida.

Tocca a noi studiare scelte,
strategie, itinerari, riposi, misurare la fatica. Il Signore non offre mai un
prontuario di regole per la vita familiare o individuale, non ha stilato un
elenco di norme da seguire, ma propone grandi obbiettivi.

Il Signore accende obbiettivi
e cuore, poi ti affida alla tua libertà e alla tua intelligenza.

Il terzo verbo è
custodire,
prendere con sé, stringere
a sé, proteggere. Il vangelo racconta un padre, una madre e un figlio: le sorti
del progetto di Dio, le sorti del mondo si decidono dentro una famiglia. E’
successo allora e succede sempre.

Dentro gli affetti, dentro
lo stringersi amoroso delle vite, nell’umile coraggio di una, di tante, di
infinite creature innamorate e silenziose fioriscono creature che faranno
fiorire la storia.

Giuseppe, il giusto, rappresenta tutti gli uomini e le donne che prendono su di sé la vita di un altro,
che vivono l’amore, le relazioni familiari, senza contare fatiche e senza accumulare
rimpianti.

Giuseppe rappresenta tutti
quelli che senza proclami e senza ricompense, in silenzio, fanno ciò che devono
fare, semplicemente e lealmente.

Tutti coloro che hanno capito
che compito supremo nel mondo è ‘custodire delle vite con la propria vita’
(Elias Canetti) E così fanno, concreti e sognatori, disarmati eppure più forti
di ogni Erode .

Nel Vangelo di Matteo Giuseppe
sogna quattro volte, e ogni volta si tratta di un annunzio parziale e limitato,
ogni volta di una profezia troppo breve, eppure per partire e ripartire, per
cambiare strada egli non pretende di avere tutto chiaro davanti a sé ma solo:

tanta luce quanto basta
al primo passo, tanto coraggio quanto ne serve alla prima notte, tanta forza
quanta serve per alzarsi
, sapendo che
poi la forza si rinnoverà ad ogni passo, la luce ad ogni notte. E’ la grande
speranza della famiglia: anche l’affetto e l’amore possono rinnovarsi, ad ogni
passo, ad ogni notte.

A Giuseppe non serve una
mappa completa, gli basta sapere che Dio intreccia il suo respiro e i suoi
sogni con quelli dei tre fuggiaschi per essere certo che il viaggio va verso
casa, anche se devia per deserti e paesi ostili. Dio non protegge dalla fatica,
ma nella fatica.

E così accade a noi
quando le preghiere volano via e nessuna torna indietro a portare una risposta.
Allora, come a Giuseppe, ci basti sapere che Dio è coinvolto, che si china su
di noi, intreccia il suo sogno con i nostri sogni, che la nostra vita è un filo
rosso il cui capo è saldo nelle mani di Dio.

Come Abramo che si
mette in cammino al lume delle stelle e non sa il punto di arrivo; come i Magi
che si mettono in viaggio con gli occhi fissi nel cielo e sbaglieranno strada e
città, e perderanno la stella, ma arriveranno.

Così per noi: il
punto di arrivo è certo, è uno solo, in terra e in cielo, e si chiama amore.

Quando vedo un uomo e una
donna che prendono su di sé la vita dei loro cari vedo Vangelo. Un uomo e una
donna che camminano insieme dietro a un sogno sono Vangelo di Dio.

E la tavola della loro casa è
un altare, il primo di tutti: ha raccolto lacrime, progetti, sorrisi, abbracci,
pane, parola, perdono; primo altare dove è celebrato il sacramento del vivere,
dove la vita celebra la sua festa. Ed è da questo altare che deriva poi quello
della Chiesa.

 Perché
al tempio Dio preferisce la casa. Bussa alla porta della mia vita con il volto
delle persone che vivono con me, attorno alla mia tavola, attorno al mio
altare.

Ed è Vangelo colui che cammina con me, colei che mi
sta a fianco; la  grazia di Dio comincia
sempre dal volto di chi mi ama.

 

 LA
BENEDIZIONE  DELLA CASA

 

Benedici,
Signore, la nostra casa,

benedici chi la rende bella e accogliente;

chi la profuma di pane e
di fatica

benedici coloro per i
quali trepido e temo.

 

Benedici
ogni casa.

Il sacrificio fedele
dell’amore,

la poesia dei gesti
quotidiani,

la risurrezione di ogni
alba,

i risvegli accanto a chi
amo,

l’amore racchiuso dentro una
carezza.

 

Benedici ogni casa,

quando la sera accoglie
in sé le vite in tumulto,

 quando al mattino si offre alla luce,

  quando accoglie ospiti e pellegrini, figli e
amici

 attorno alla sua tavola che è tuo
altare.

 

Benedici ogni casa, che
sia nido e vela.

Benedici
ogni casa, i suoi miracoli, i suoi misteri,

l’amore
sotto ogni silenzio,

 la speranza sotto ogni paura.

 

Benedici la mia casa,
Signore,

anche nei giorni in cui

allo slancio subentra la
stanchezza

 e la fatica sembra scolorire la gioia.

 

Benedici
gli occhi semplici sulle cose,

il cuore che respira
l’infinito,

 l’istante che brilla nell’eterno

 e l’eterno che si insinua nell’istante.

 

Benedici
me, Signore,

con
la presenza  di chi mi ama.

E
possa tu  benedire quanti amo

 con la mia presenza.

 Amen