dal Messaggero Veneto del 24/02/03
di Giogio Lago

LA MIA DOMENICA

TIFOSI? SOLTANTO CANAGLIE
di GIORGIO LAGO


E quel manipolo torinista che avete ammirato in tv sarebbe formato da “tifosi”? Quelli sono canaglie comuni, “casseurs” alla francese, saccheggiatori mascherati, black block che usano stadi, treni, stazioni, autogrill, ogni luogo di massa. Hanno scelto l’intervallo della partita per dire che il campo era soltanto un pretesto.
Prima dell’avvento degli stadi, soltanto i medici parlavano di “tifosi”.

Erano gli ammalati di tifo, colpiti da febbri violente, diarrea e mal di testa da far perdere i pensieri. Nel ’900 il tifo entrò per la prima volta in campo e mutò i sintomi della malattia: la febbre evolveva in passione da curva, la malattia in amore, i fumi dello sport in rabbie di massa.
A metà degli anni Venti la federazione fu costretta a far giocare una delle finali di campionato a porte chiuse e alle 7 e un quarto del mattino! Le finali precedenti avevano registrato feroci scontri fra tifosi, con lanci di pietre e almeno venti colpi di pistola sparati da un treno all’altro.

Ma era ancora poesia; una violenza occasionale. Oggi costa allo stato diecimila uomini in servizio, 28 poliziotti feriti e 60 miliardi di vecchie lire: di media domenicale, naturalmente.
Una volta il tifo fungeva anche da folclore. Era il 1972 quando proprio i tremendisti del Torino (innamorata definizione dello scrittore Giovanni Arpino) inventarono una macchinetta che durante il derby con la Juve sbraitava ossessivamente “goeba”, “gobba” fortunata.

Romanticismo puro. Per Gianni Brera il tifo era il riempitivo di gente che non pratica sport. Non consumando energie in proprio, questi sedentari “pluscalorici” non smaltiscono le tossine e cercano sfoghi alternativi. Sicché, concludeva il grande Giuàn , anche il disordine violento assume carattere edonistico. Il completamento della partita con altri mezzi.

Altri tempi. Ricordo, giusto trent’anni fa a Roma, un incontro di tutti i capitani delle squadre di A e B. La parola d’ordine era, pensa te, «umanizzare l’ambiente». Si parlò di tutto tranne che di violenza: semplicemente perché non faceva notizia né tanto meno rappresentava un’emergenza da Nord a Sud.
Era ancora Arcadia, non sono possibili paragoni. Oggi il tifo è in fondo la sola organizzazione che funzioni nel calcio dei bilanci in rosso, delle ambizioni drogate e degli impianti da Far West. È tifo organizzato. Può presentare coreografie strepitose, come incendiare una gradinata; può inventarsi cori da Aida ed esibire battute da commedia dell’arte («Se non fosse per la mona, sempre Hellas Verona») come perseguitare un campione di pelle scura o esporre scritte da trogloditi.

È un fenomeno che vediamo molto e che conosciamo poco, perché non lo studiamo affatto. Per paradosso, in Italia il più esperto in materia è lo scrittore Tim Parks, un inglese di Manchester trapiantato a Verona e iscritto alle leggendarie Brigate gialloblù, che ha vissuto dal di dentro il mondo degli hooligan alla veronese, quelli che «sono orgogliosi di non essere buonisti».

Le mappe degli ultrà si fanno sempre più politiche. Oltre che per squadra, si identificano per schieramento. Triestina, Udinese, Vicenza e soprattutto Verona risultano di destra; Venezia di sinistra, Chievo neutrale. Inter e Juve di destra, il Milan più trasversale.
Ciò che influisce meno sulla violenza di gruppo è la partita in sé. Spesso ci si mena prima e dopo, non durante. Metà scontri avvengono fra ultrà e poliziotti, non fra ultrà e ultrà. Secondo me è violenza autogena in un paese ad ampia illegalità.
Dicono che è colpa dell’informazione facinorosa. Lo dicono sia i sociologi che gli ultrà. L’hooligan di uno stupendo romanzo di John King (“Fuori casa”) definisce così i media: «Manica di seghe. Stronzi senza capoccia che non riescono a capire la nostra mentalità».

Segnalo che, proprio perché sociale e non mediatica, la violenza è diffusa fino ai minimi livelli. In queste ore sono state vietate in Campania, per pestaggi sistematici e aggressioni urbane, 200 partite dei ragazzini dilettanti.
La nuova legge anti-violenza copia finalmente l’Inghilterra, ma ahimè non siamo inglesi. Non distingueremo i sani ultrà del tifo dai suoi black block . E, soprattutto, non andremo mai fino in fondo: accetto scommesse.
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