dal Messagero Veneto del 12/12/02

«Dio disgustato dall’umanità»
Papa Wojtyla si scaglia contro le guerre e la povertà


È il cantico di Geremia, Lamento del popolo in tempo di fame e di guerra, oggetto, ieri, della riflessione che ogni mercoledì il Papa fa per i partecipanti all’udienza generale.
Passo biblico famoso, nel quale Geremia entra in scena «col volto rigato di lacrime: il suo è un pianto ininterrotto per la figlia del suo popolo, cioè per Gerusalemme». Con queste parole e con le conseguenze del «silenzio di Dio», secondo la Radio vaticana, Giovanni Paolo II è sembrato riferirsi indirettamente «alla tragica situazione della Terra Santa» dei giorni nostri.
Il discorso del Papa ha esaminato due aspetti del «silenzio di Dio», quello che risponde al rifiuto, all’allontanarsi dell’uomo e quello chiamato in causa quando ci sono vittime innocenti, ad esempio a proposito della Shoah si è parlato della «assenza di Dio».

Nella prima parte del discorso, il Papa ha rilevato che il Cantico, cominciato con il lamento individuale per la situazione di sofferenza provocata dalla vista di tanti morti a causa della guerra o della carestia, nella seconda parte diviene «una supplica collettiva rivolta a Dio». «Oltre alla spada e alla fame, c’è, infatti, una tragedia maggiore, quella del silenzio di Dio, che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dell’agire dell’umanità».
Di fronte a tale situazione, «ci si sente soli e abbandonati, privi di pace, di salvezza, di speranza. Il popolo, lasciato a se stesso, si trova come sperduto e invaso dal terrore. Non è forse questa solitudine esistenziale – ha chiesto il Papa – la sorgente profonda di tanta insoddisfazione, che cogliamo anche ai giorni nostri?».

Ma, per il Papa, «tanta insicurezza e tante reazioni sconsiderate» non sono effetto di un agire divino, ma «hanno la loro origine nell’aver abbandonato Dio, roccia di salvezza», perché il silenzio di Dio è provocato dal rifiuto dell’uomo.
Nel Cantico, infatti, al momento del lamento segue «la svolta: il popolo ritorna a Dio e gli rivolge un’intensa preghiera. Riconosce innanzitutto il proprio peccato con una breve ma sentita confessione della colpa: «Riconosciamo, Signore, la nostra iniquità…» abbiamo peccato contro di te.

Il silenzio di Dio era, dunque, provocato dal rifiuto dell’uomo. Se il popolo si converte e ritorna al Signore, anche Dio si mostrerà disponibile ad andargli incontro per abbracciarlo».
Alla fine del Lamento, «Dio è invitato a ricordarsi che egli si è legato al suo popolo attraverso un’alleanza di fedeltà e di amore. Proprio per questa alleanza il popolo può confidare che il Signore interverrà a liberarlo e a salvarlo» ed egli tornerà «dopo il giudizio per il peccato e il silenzio, ad essere di nuovo vicino al suo popolo per ridargli vita, pace e gioia.
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CITTA’ DEL VATICANO. Più che «la spada e la fame», ossia guerra e carestia, «purtroppo tragicamente attuali in tante regioni del nostro pianeta», ciò che colpisce l’uomo ferito da tali drammi è il «silenzio di Dio», che non fa più udire la sua voce, «quasi disgustato dell’agire dell’umanità», che è però la vera responsabile di quel «silenzio», perché si è allontanata da Dio.
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