La bugia é il linguaggio contrario al proprio pensiero con la volontà di ingannare

Per avere la bugia devono sussistere tre elementi:

a) la falsità materiale, che é l’opposizione tra la parola e il pensiero e non semplicemente tra la parola e la verità. Perciò se uno dichiara il falso, reputandolo vero, commette un errore, e dice una falsità, ma non una bugia.

b) la falsità formale, che é la volontà di dire il contrario di quello che che si pensa, anche se, per accidens, la cosa manifestata sia vera: in altre parole per evere la bugia si deve tenere conto dell’elemento soggettivo, potendosi avere la menzogna, anche dicendo la verità senza saperlo.

c) la volontà di ingannare. Infatti é proprio la volontà di ingannare che fa condannare il linguaggio contrario al proprio pensiero; nelle rappresentazioni teatrali, invece, dove l’attore recita la parte di un personaggio, dicendo cose inventate, egli non mentisce, perché la parola in quel preciso contesto non intende essere veicolo del proprio pensiero con l’intenzione di trarre in inganno il pubblico, il quale sa bene che si tratta di una rappresentazione scenica. Altrettanto si dica delle parole scherzose, le quali ovviamente, non essendo pronunciate sul serio, non hanno alcuna volontà di ingannare il prossimo.
La volontà di ingannare non appartiene all’essenza, ma alla perfezone della bugia.

Un’altra definizione della bugia:
“Essa é il rifiuto della verità dovuta”. Pertanto, se nella situazione concreta in cui una persona si trova, l’interlocutore non ha alcun diritto di conoscere la verità, si può dire una cosa per un’altra senza incorrere nel mendacio. Al contrario sarebbe bugiardo l’individuo che nega la verità a chi ha il diritto di sapere.

La ragione formale della bugia è, secondo questa teoria, nella lesione del diritto altrui a conoscere la verità, mentre, quando non c’é tale lesione, si ha il falsiloquio. Tutte le volte che il prossimo non ha il diritto di sapere la verità, noi abbiamo la facoltà, e talvolta il dovere, di nasconderla, e, qualunque sia la nostra risposta, o il silenzio o una frase evasiva o anche la negazione esplicita del vero da noi conosciuto, non avremmo una bugia; o meglio saremmo in presenza di una menzogna materiale o psicologica, ma non di una menzogna morale e formale.

Specie di bugia:

a) secondo l’intenzione del mentitore.
La bugia può essere scherzosa, se si propone il divertimento; officiosa, se detta per scopo professionale, per rendere servizio al prossimo o per cavarsi d’impaccio; dannosa, se tende a pregiudicare il prossimo.

b) secondo il grado di colpevolezza.
Gli antichi enumerano in scala ascendente otto gradi di colpevolezza nel mentitore.
Il primo, e il più grave, é quello in campo religioso, per cui, ad esempio, un cattolico finge di essere eretico per salvare la vita; viene poi la bugia che danneggia il prossimo senza che questo male sia compensato da un bene proporzionato;
viene in terzo luogo la bugia dannosa e utile insieme.
Poi la bugia che si pronuncia senza altra intenzione che di ingannare.
Viene poi la bugia fatta per recare piacere e interesse;
e infine vengono le bugie dette a fin di bene, o per evitare al prossimo un danno materiale(sesto grado), o per salvargli la vita(settimo grado), o infine per preservarlo dal peccato(ottavo grado).

Vi é, come si vede, una scala discendente, che senza togliere mai la malizia intrinseca della bugia, va dal grado più grave, che é la bugia contro Dio e la religione, al grado infimo che é la bugia utile alla virtù.
La bugia é intrinsecamente cattiva. Sulla scia della tradizione, i teologi cattolici hanno sempre insegnato che la bugia é intrinsecamente illecita.

Ma perché? Data la fondamentale tendenza dell’uomo alla verità, che nella vita sociale si comunica con la parola, vi deve essere naturale corrispondenza tra essa e il pensiero. Vivendo insieme con altri in comunione di vita, l’uomo deve manifestare la verità agli altri uomini, sotto pena di dare un colpo mortale al vivere sociale. L’umana società infatti si regge sullo scambio reciproco dei beni e dei servizi.

Ora la parola, ha appunto questa finalità essenziale, di essere il veicolo del pensiero, per cui la menzogna va direttamente contro il fine intrinseco della parola, costringedola ad operare contro la la sua stessa natura. Si tratta di una lesione della virtù morale della veracità, necessaria la vivere sociale, e parte potenziale della virtù della giustizia. La bugia si oppone direttamente e formalmente alla virtù della verità.

Ora la verità é uno dei fondamenti essenziali della società umana; essa mantiene innaturale armonia l’uomo interiore ed esteriore, realizzando la corrispondenza tra i pensieri, gli affetti, le parole e le opere, ed eliminando la doppiezza e la finzione, vero cancro della vita sociale. Poiché l’uomo é un animale sociale deve per natura al suo simile quello, senza del quale la società non può essere conservata: la verità é una virtù dovuta al vivere sociale.(S.Tommaso)

Entità del peccato di bugia : Il peccato può essere mortale o veniale, a seconda dei casi.
E’ mortale, secondo la specie, per l’oggetto o per l’intenzione. Per l’oggetto, quando tende ad indurre in errore il prossimo su Dio, la religione o la morale;
per l’intenzione, se il mentitore si prefigge di nuocere gravemente al prossimo, nella sua persona, nei suoi beni o nella sua reputazone.

Fuori di questi casi, la menzogna è peccato veniale, specialmente la bugia ufficiosa e scherzosa, a meno che non ne derivi un grave scandalo;
si tratta infatti non del disprezzo formale della verità, ma di negazione di verità solo limitate e contingenti, e non essenziali.

La menzogna, quindi é intrinsecamente cattiva, sicché neppure i più nobili e santi scopi si possono ottenere con essa: la buona fede potrà scusare chi ha pronunciato la bugia, ma mai arrivare a giustificarla.

Ciò vale non solo, come é ovvio, per la bugia dannosa, ma anche per quella ufficiosa; e come non é lecito rubare per fare elemosine, così non é permesso dire una bugia per liberare dal pericolo il prossimo; anzi, neppure la bugia scherzosa può essere giustificata, perché ha nel suo stesso operare un’intrinseca malizia.
Tuttavia spesso la bugia giocosa non mira che a divertire: in tal caso, se da tutto il discorso traspare nitidamente la verità, non si potrebbe neanche parlare di bugia; un discorso va preso così com’é nel suo contesto, senza mutilazioni arbitrarie.


Il dovere di occultare la verità.


Non abbiamo solo il dovere di evitare la menzogna, ma spesso abbiamo il diritto e talvolta l’obbligo di non manifestare la verità:dobbiamo dire la verità, ma non sempre si puo’ dire tutta la verita. La casistica della vita umana abbonda di esempi al riguardo, per cui il senso comune non ritiene colpevole di bugia chi fa dire a un importuno di non essere in casa, chi nega di conoscere una cosa per non tradire il segreto professionale o sacramentale, chi usa un’espressione evasiva per evitare la minacciadi pericoli imminenti; così pure non mentisce il coniuge che, per salvare il suo matrimonio, nega di avere commesso un adulterio o chi, venendo interrogato illegittimamente in giudizio, dichiara di non sapere nulla.

Afferma opportunamente s.Agostino: “Se qualcuno venisse interrogato sopra un suo grave delitto sessuale, che potrebbe restare occulto con la negazione, chi oserà affermare che anche in quella situazione si è tenuti a dire il vero? “.
Qual è la ragione di una simile prassi che la coscienza umana e cristiana ritiene lecita? Si tratta, come si vede di conciliare due grandi principii: a) la menzogna è essenzialmente cattiva ; b) in determinate circostanze la verità non si può dire.
Fuori dell’ambito cattolico, nel tentativo di conciliare queste due realtà etiche, si sono formate due correnti estremiste: l’una risale a Kant, il quale in un piccolo scritto “Intorno a un preteso diritto di mentire da parte dell’umanità “, afferma il dovere assoluto di dire la verità, in tutti i casi, anche a danno della vita sociale; l’altra trova il suo apice nella dottrina degli utilitaristi, che cercano di giustificare la menzogna, purché sia utile alla società. In campo cattolico si è sempre tenuta una via di mezzo: fermi nel condannare, come intrinsecamente viziosa, la bugia, i pensatori cristiani, memori del detto di Agostino:”Altro è mentire, altro è occultare il proprio pensiero “, non hanno esitato a dichiarare lecite certe espressioni necessarie per non tradire l’obbligo di nascondere la verità.

Naturalmente tutti avvertono la necessità di dire sempre e in ogni caso la verità:

a) quando si tratta di confessare la propria fede, dal momento che nessuno può essere autorizzato a rinnegare la religione;

b) quando siamo obbligati, per dovere di carità, o di ufficio, a non indurre il prossimo in errore nella fede o nella morale;

c) quando siamo interrogati legittimamente da persone autorizzate.
Tutti sono concordi nel ritenere lecite e talvolta doverose le espressioni volte a nascondere la verità, quando questa non si possa o non si debba manifestare, ma divergono nelle teorie esplicative che tentano una soluzione e una giustificazione teorica del problema.

SOLUZIONI PROPOSTE- Ecco le principali soluzioni proposte dai moralisti cattolici:

a) La restrizione mentale : E’ la teoria del linguaggio velato, che sottintende un doppio significato, di cui uno è quello inteso da chi risponde, e l’altro è quello di fatto percepito dall’interlocutore. E’ detta anche la risposta con sottinteso, perché la risposta, per il significato delle parole, per il contesto in cui è pronunciata, ha di fatto due o più significati, di cui uno concorda con il pensiero di chi parla: infatti anche il linguaggio velato deve essere vero. Così, chi viene interrogato su segreto d’ufficio, può rispondere: >; qui la riserva mentale è ovvia: >.
Per essere lecita, la restrizione mentale deve avere sempre un motivo di leggerezza, o di vantaggi materiali. Siamo nel caso che i moralisti chiamano del duplice effetto, il quale esige la rigorosa applicazione di tutte le condizioni previste per essere lecito: fine onesto, motivo proporzionatamente grave, azione in sé buona o indifferente. E’quanto si verifica nella restrizione mentale: l’espressione, che in se stessa ha un significato vero, tende principalmente a celare un segreto, o ad altro scopo onesto, e solo secondariamente induce in errore l’interlocutore: effetto quest’ultimo non voluto, anche se previsto. La restrizione mentale non partecipa quindi dell’intrinseca illiceità della bugia, non essendovi contrasto tra il pensiero di chi parla e l’espressione che lo manifesta. Dobbiamo tuttavia riconoscere che in pratica il linguaggio velato non è sempre possibile specialmente tra persone meno dotte e incapaci di attuare o di percepire certe sfumature, che molte volte richiedono vere acrobazie dialettiche e hanno meritato, non sempre ingiustamente, l’accusa di ipocrisia e di fariseismo specialmente per gli abusi che se ne fecero. Anche la chiesa è dovuta intervenire per condannare certe espressioni di restrizione mentale, che erano veri e propri abusi.

b) Il diritto alla verità : Questa soluzione si appoggia interamente sulla seconda definizione di bugia che noi abbiamo dato sopra: in tutti i casi, in cui l’interlocurtore non ha diritto di sapere la verità, non si ha menzogna. Questa resta sempre intrinsecamente cattiva, ma si verifica solo nel caso il prossimo abbia diritto alla verità, come è, per esempio, il testimone chiamato a deporre in tribunale.