Anno: 1984
Regia: Marcello De Stefano
Soggetto: Marcello De Stefano
Sceneggiatura: Marcello De Stefano, Eliana Stefanutti, Liviana Osquino
Scenografia: Ermis e Leila Caselli
Fotografia: Claudio Toson
Suono: Leonardo Venturini
Musiche: Bruno Rossi
Collaborazione al testo: Duilio Corgnali, Maria Martinuzzi,Gianni Nazzi, Liviana Osquino, Riedo Puppo, Eliana Stefanutti
Speaker: Gianfranco Scialino e Graziella Ricci Polini
Montaggio: Salvatore Mereu e Marcello De Stefano
Editing: Cinecittà
Produzione: Mades Film, Udine; 1981-1984
Durata: 71’

Martedì
3 aprile 1984 viene celebrato il primo centenario della morte di padre
Luigi Scrosoppi, beatificato da papa Giovanni Paolo II il 4 ottobre del
1981. La vita del santo, fondatore della «Casa delle Derelitte» si
presenta come incarnazione esemplare di valori cristiani (e si potrebbe
dire universali), quali quelli della carità e dello spirito di
sacrificio.

Per l’occasione sono state organizzate ad Udine una serie
di iniziative, come l’apertura, in via Scrosoppi, di una casa di
accoglienza «La sorgente» destinata ad ospitare, per brevi periodi, otto
giovani donne tra i 18 e i 25 anni, bisognose d’aiuto per poter uscire
da situazioni difficili.

Qui le ragazze hanno la possibilità di essere
seguite dalle cure amorose di alcune suore e di riuscire, in
questo modo, a riprendere fiducia in se stesse, arrivando ad acquisire
la coscienza del fatto che anche loro possono instaurare, con il resto
della società, un rapporto di dare e avere reciproco.

La struttura non
vuole essere troppo protettiva nei confronti delle ragazze (perché in
questo modo non verrebbe favorito il raggiungimento di un rapporto
equilibrato e consapevole con la realtà esterna), perciò l’ospitalità è
temporanea e dura fintanto che ciascuna di loro arriva a conseguire una
certa autonomia e capacità di autogestione.

Il progetto de «La sorgente»
ha cominciato a precisarsi già nel 1981, quando le suore della
Provvidenza hanno deciso di cedere al seminario diocesano “tre casette”
di loro proprietà, offrendo il loro contributo per la realizzazione di
una istituzione che rinnovasse l’esperienza di padre Scrosoppi. La
concretizzazione della proposta ha visto l’apporto dell’impegno
dell’Arcivescovo tramite la Caritas diocesana e del finanziamento del
Cif.

Ma veniamo al cinema, che in questa sede è il tema trattato. Dai
brevi cenni sopra riportati a proposito di padre Scrosoppi, si può
facilmente intuire come la figura del santo potesse interessare
fortemente Marcello De Stefano, tanto da suggerirgli l’idea della
realizzazione di un film, dato che il tema rientra nella problematica
del Friuli e dei suoi valori affrontata dal regista nel corso della sua
lunga attività cinematografica, valori che “non sono da considerarsi in
termini folkloristici ma nella loro interazione con quelli della grande
cultura” (119). De Stefano, inoltre, ha puntualizzato, come la propria
opera sulla vita di padre Scrosoppi, intitolata Grafiz’tun orizont, “sia
nata, da una sua idea e soggetto, in friulano, e che per la prima volta
lo vede impegnato sulla tematica della santità” (120).

Ne nasce un film
che “vuole volgere all’attualità i valori che ressero tutta l’azione
del fondatore della «Casa delle Derelitte», esaltandone l’universale
e la modernità” (121), riuscendo a sottrarsi al facile rischio di cadere
nell’agiografia allo stato puro, poiché l’opera del regista friulano
risulta tutt’altro che commemorativa.

Come in tutti i lavori
cinematografici di De Stefano, il racconto si struttura su più piani: e
anche qui troviamo il piano narrativo, quello propositivo e quello che
potremmo chiamare assolutizzante, che “si sviluppa attraverso il
recupero del momento metafisico (emblematica, a questo proposito, è
l’agonia di Padre Scrosoppi con le apparizioni dei Santi che gli
annunciano l’imminente beatitudine eterna), momento che sintetizza
narrazione e proposta con conseguente atteggiamento culturale che
potremmo senz’altro definire «controcorrente»” (122).

Il film racconta i
momenti essenziali della vita del santo, momenti che sono realizzati
visivamente attraverso i disegni scenografici di Ermis, disegni
dinamici, espressivi, plastici, tanto è vero che, quando la telecamera
effettua dei movimenti di macchina su di essi, gli statici personaggi
ivi raffigurati sembrano animarsi.

E Mario Quargnolo precisa che “nei
confronti della ricostruzione grafica dei film di De Stefano non si
tratta di cinema d’animazione: questo infatti o è dinamico e quella non
lo è, o è statico ma con fedele richiamo ad una costante
caratterizzazione visiva (ad esempio, identità di volti), ciò che pure
quella non è” (123).

Il regista decide di ricorrere al disegno proprio
perché esso “risponde a quei criteri di friulana essenzialità che sono
implicitati nel () gesto di collocazione dell’obbiettivo cinematografico
sulla cosa” (124).

Oltre ai disegni suddetti, al lavoro di
collage, che dà vita alla composizione della pellicola, contribuiscono
anche i quadri di Emma Galli e l’impostazione grafica di Leila Caselli.
Ed
anche una scelta come questa, e cioè di realizzare un film biografico
tramite l’interazione sullo schermo di disegni, documenti, fotografie
d’epoca, dipinti ed oggetti, ci può suggerire molto sull’originalità del
linguaggio di quest’opera ed, in generale, della creatività artistica
del regista friulano.

Come nella stragrande maggioranza dei
film-saggio di De Stefano, anche in Grafiz ’tun orizont vi è la presenza
di un leitmotiv (ovvero di una situazione visivo-auditiva di breve
durata e ricorrente di solito tre volte all’interno del film): in questo
caso si tratta di immagini riguardanti Madre Teresa di Calcutta, premio
Nobel per la pace, figura “emblematica, universalmente, della moderna
carità” in quanto “sottolinea la presenza di Dio nei poveri e motiva in
ciò le radici della sua vocazione ad un nuovo modo di essere suora” (125).

E
questo ci fa capire quanto e in che modo Grafiz ’tun orizont sia anche
un film sulla donna come centro propulsore di messaggi positivi per la
società contemporanea. Il fatto poi che padre Scrosoppi, che ha dedicato
l’intera esistenza alla difesa dei diritti delle donne – ed in
particolare delle bambine, e quindi delle creature che possono subire al
massimo grado i disagi dell’emarginazione -, possa considerarsi “un
antesignano della autentica liberazione della donna” (126), non fa che
sottolineare la suddetta affermazione.

Ed a proposito
dell’emarginazione, qui De Stefano tratta di essa non solo a livello
privato e locale, ma allarga la sua preoccupazione ai problemi che
affliggono tutto il mondo: droga, violenza, terzo mondo, aborto ed ogni
altra forma di disagio e discriminazione. Si dimostra così, una
volta di più, come il cinema di De Stefano, trattando temi legati alla
sua terra, sappia poi ampliare tali tematiche all’intera società
mondiale; si tratta di quel passaggio dal particolare all’universale cui
abbiamo più volte accennato, quel volere comunque rivolgersi a tutti
gli uomini, di tutte nazionalità, etnie, religioni, e non solamente alla
gens friulana.

Importantissimo, infine, è il fatto che la lingua
usata in questo film sia il friulano, che, nonostante il fatto di essere
stato bloccato circa la sua arricchente evoluzione linguistica, si
dimostra all’altezza delle altre lingue nazionali, idoneo a trattare
qualsiasi argomento essendo adoperato con convincenti risultati per un
film-saggio, facendosi addirittura struttura portante di esso.

Il
friulano in Grafiz ’tun orizont sembra a volte essere generato dalle
immagini, esse stesse fortemente friulane nel taglio e nella
compostezza, e con il suo caratteristico timbro, “dolce” e “greve” (127)
allo stesso tempo, il commento si dimostra sempre all’altezza del piano
narrativo e dei contenuti.

Si può concludere, quindi, che in questo
film-saggio De Stefano sia riuscito a condensare tutte le tematiche a
lui care, quelle che l’hanno anche spinto, in definitiva, all’approdo ad
un certo tipo di cinema ed alla riflessione, portata avanti con il
mezzo cinematografico in campo locale, su valori di portata universale.

Infatti,
si può facilmente notare come in questo lungometraggio sia presente sia
la tematica religiosa (già toccata in Eucaristia e segno, In verità, in
verità vi dico, In un linguaggio il futuro), sia la tematica
dell’emarginazione (che si può rinvenire soprattutto in Incontro con
un’infanzia rifiutata, ma che si può trovare un po’ in tutti i suoi
film), sia la tematica legata al Friuli, quale esempio di valori
universali, ed al friulano, quale lingua che si fa portatrice dei detti
valori e simbolo-denuncia di tutte le discriminazioni (e queste
argomentazioni si ritrovano nella maggior parte dei lavori di De
Stefano, soprattutto nella trilogia di Controlettura).

Sempre a
proposito di Friuli, per De Stefano poi esso “dovrebbe ritrovarsi nella
vita e nelle opere di Padre Scrosoppi” (128), che diventa quindi quasi
simbolo ed emblema di tutti i valori prettamente friulani, perché “la
pace nel mondo non avrà luogo al di fuori del trionfo dell’amore, non si
instaurerà se non con i contenuti dell’assurdo del Cristo divino – che
per la tematica generale del regista friulano è ecumenicamente inteso -,
per il quale l’utopia del gesto umano può avere un grande significato
perfino nell’individuale silenzio dello spirito, che da solo può operare
grossi mutamenti e conseguire insperati risultati nella storia
umana” (129).

Quanto ai collaboratori, il cui apporto è stato come al
solito prezioso ed essenziale alla realizzazione dell’opera, ritroviamo
parecchi nomi già riscontrati nelle pellicole precedenti: Salvatore
Mereu, che ha prestato la sua abilità in funzione della riuscita del
montaggio (insieme allo stesso regista); Graziella Ricci Polini e
Gianfranco Scialino hanno dato vita al commento sempre puntuale ed
incisivo alle immagini del film; Claudio Toson, quale direttore della
fotografia, si è dimostrato ancora una volta capace di seguire al
dettaglio la volontà del regista; e, infine, Bruno Rossi è riuscito a
realizzare una colonna sonora appropriata e funzionale al soggetto
trattato.

Per quanto riguarda i collaboratori alla scenografia, che
sono Ermis130 e Leila Caselli, abbiamo accennato più sopra, mentre il
tecnico del suono è Leonardo Venturini, già da tempo collaboratore ai
film-saggio del regista friulano. Ma questa volta De Stefano non è
“solo” neanche nella stesura della
sceneggiatura, perché firmata pure da Eliana Stefanutti e Liviana
Osquino.

Inoltre da segnalare è anche la collaborazione al testo di
Duilio Corgnali, Maria Martinuzzi, Gianni Nazzi, Riedo Puppo e delle
stesse Stefanutti e Osquino.

Il film viene presentato in Sala
Brosadola di via Treppo a Udine nel giorno del centenario della morte
che, come ricordato all’inizio della trattazione di Grafiz ’tun orizont,
era martedì 3 aprile 1984, alle ore 17. Contemporaneamente vengono
proiettate in diversi paesi del mondo, come l’Africa, l’India, America
Latina e il Brasile (dove si trovano varie missioni), le copie della
pellicola in lingua francese, inglese, ispano sud-americano e
portoghese.

Il 10 maggio l’edizione in lingua italiana Graffiti in un
orizzonte viene portata a Roma, per essere presentata all’Istituto S.
Agnese e nella Casa Generalizia.

In ambito regionale, nel corso degli
anni ‘84-‘85-’86, si susseguono proiezioni a Cormons, Gorizia, Orzano,
ancora Udine, Lignano Pineta e Lignano Sabbiadoro (nell’edizione
italiana), Zovello ed infine a Vittorio Veneto, appunto in Veneto
(nell’edizione originale, friulana e non italiana, contestando De
Stefano il luogo comune delle cosiddette “Tre Venezie”, che per lui
sono, invece, “Due Venezie e il Friuli”).

Seguono poi, negli anni
seguenti, altre presentazioni nell’ambito di ufficiali ricorrenze, per
iniziativa di varie istituzioni religiose, in Friuli, in Italia e
all’estero.

2.11. “Cuintrileture part prime, seconde, tiarce” (1986)
Per
quanto riguarda i dati tecnici, agli stessi nominativi dei tre
film-saggio in lingua italiana (Controlettura, La prima pietra e Uomo,
macchina, uomo) sono stati aggiunti i nomi della Provincia di Udine, che
si è prestata come finanziatrice per il doppiaggio delle tre pellicole
in lingua friulana, di Isabella Gregoratto e di Laura Nicoloso Pitzalis,
quali ulteriori voci-speaker in friulano, ed infine Gianfranco
Scialino, che oltre che con la sua voce si presta all’opera anche come
traduttore dall’italiano in lingua friulana.

Siamo nel 1986, anno in
cui ricorre il decimo anniversario della terribile catastrofe che aveva
colpito il Friuli nel 1976, il terremoto. Marcello De Stefano, in quello
stesso anno, decide di rieditare le tre opere Controlettura, La prima
pietra e Uomo, macchina, uomo (che insieme già davano vita al trittico
Controlettura) in lingua friulana.

Come bene sottolinea Roberto
Iacovissi, al punto al quale era arrivato De Stefano nella sua attività
di regista “avrebbe potuto realizzare un nuovo film in lingua italiana,
sennonché , cosa rara – ed ammirevole! – per un regista, ha voluto
fermarsi per guardare indietro: ha ripreso i tre films di cui parlavamo
per rieditarli () in lingua friulana” (131), cosa che forse andava anche
contro il suo interesse.

Facendo ciò “ha inteso portare a compimento,
nel modo più esplicito e completo possibile, e cioè anche attraverso il
«segno-simbolo» unificante della lingua, la friulanità che «alita»
nelle sue opere e che ora, sotto il detto segno «unificante»
costituiscono la trilogia filmica Cuintrileture part prime, part
seconde, part tiarce oltre che, per la loro compiutezza tematica, una sorta di manifesto socio-antropologico della identità del popolo friulano” (132).

Ne
nasce così un’opera unitaria di due ore e quaranta, nella quale però le
singole parti mantengono sempre una loro autonomia. Ma l’edizione
friulana della trilogia non è solo un’operazione di semplice doppiaggio
dall’italiano: infatti vengono messe in atto in essa modifiche ed
integrazioni che meritano di essere effettuate.

Nella terza parte,
ovvero in Omp, machine, omp (titolo di Uomo, macchina, uomo nella
versione friulana) non si rinviene più la presenza di Trieste, perché
per coerenza stilistica si sarebbe dovuto rieditare le scene relative al
capoluogo giuliano in dialetto triestino, e questo sarebbe andato ad
urtare con il resto del testo, che scritto interamente in lingua
friulana, tende alla valorizzazione massima della realtà friulana, senza
la benché minima sfumatura di natura polemica.

Inoltre all’inizio di
ognuna delle tre parti è stata aggiunta una sezione introduttiva nella
quale Remigia Grion, Marinella Petracco e Micaela Soranzo, le tre
protagoniste di Controlettura parte prima, vengono inquadrate sopra un
palcoscenico, con alle loro spalle un sipario chiuso, dal quale
enunciano “i concetti di fondo di ogni singola Cuintrileture, la sua
idea contenutistica” (133).

Quindi il sipario si apre e appare uno schermo
con il titolo del film ed il cast, e qui “il teatro si trasforma in
film” (134).

In Cuintrileture part prime viene affrontato il problema
dell’identità di un popolo, nel particolare quella del popolo friulano,
ma viene ribadito il concetto che tale questione dovrebbe riguardare da
vicino qualsiasi uomo che voglia difendersi dai pericoli cui ci pone
davanti la civiltà industriale, quali l’alienazione, lo sradicamento,
l’emarginazione e la massificazione.

Per
De Stefano tutti gli uomini devrebbero porsi la domanda: «Ma io chi
sono?», e di conseguenza arriverebbero a “ridefinire il perimetro
psicofisico della propria personalità ed umanità e a riscoprire il
proprio significato e la propria dignità di persona” (135).

Nell’introduzione
a Cuintrileture part seconde (La prime piere) si sottolinea come sia
necessaria una distinzione tra vero progresso, quello realmente a favore
dell’uomo perché ne rispetta l’identità e la creatività, e falso
progresso, che si pone nei confronti dell’uomo come un nemico da cui ci
si deve difendere per evitare così tragiche conseguenze.

Nella terza
ed ultima parte, Cuintrileture part tiarce – Omp, machine, omp, si
indica nel “piccolo” dell’artigianato (settore in cui il Friuli è pilota
in Italia) il modello per una liberazione dell’uomo dal dominio
disumanizzante della macchina, e di conseguenza la piccola e media
industria quali strutture produttive da privilegiare.

Per il resto le
tre opere restano invariate nei contenuti, già descritti nei paragrafi
riguardanti i singoli film, e nel loro valore, “espressivo ed
inventivo”, dal punto di vista specificatamene cinematografico. Ma anche
a parere di Mario Quargnolo “la lingua friulana ha aggiunto ai tre film
un ulteriore grado di bellezza” poiché “il cinema di De Stefano è un
cinema scritto in friulano nello stesso fotogramma, nella stessa
concezione di struttura e di riprese” quindi, conclude il critico “il
friulano come sonoro non è un accessorio, ma un elemento conseguente
alla particolare «maniera» cinematografica concretizzata da De
Stefano” (136).

L’anteprima del film avviene al Cinema Ferroviario di
Udine la sera del 19 maggio 1986, dopo che se ne era anche parlato alla
tavola rotonda, indetta a Palazzo Belgrado il 15 maggio 1986, dal titolo
«Friuli come?
lettura-contro
i luoghi comuni, concezioni e sensi statificati»; in entrambe le
occasioni il regista presente in sala ha ribadito l’importanza della
pellicola – a giudizio del critico Mario Quargnolo – quale manifesto
sociologico ed antropologico della minoranza etnico-linguistica
(definizione che ho già riportato all’inizio della trattazione di questo
film).

Durante la serata De Stefano ha modo di rifarsi a George
Gadamer, filosofo studioso di ermeneutica, che aveva dimostrato simpatia
per i concetti di regionalismo, visto come un bene perché permette di
conservare le proprie tradizioni, e di una povertà che non sia però
miseria, una “povertà” cioè “vista come modestia, come «forma mentis»
fortemente favorita da un’accettata cultura di «minoranza»” (137).

Nel
corso del suo discorso il regista friulano si riallaccia poi al pensiero
di Teilhard de Chardin, il quale aveva un concetto di evoluzione
“diverso da quello codificato nell’accezione ben nota: per Teilhard è
stato il pensiero a guidare la mano e non il contrario.

La
riconsiderazione dei valori della cultura cosiddetta minoritaria
corrisponde ad una resistenza ad uno sradicamento disumanizzante che, a
questo punto, fa parte proprio di una evoluzione partita dalla mano e
non più dalla mente dell’uomo.
E la vera evoluzione è crescita sul
philum, sul consolidato positivo per l’uomo, su un passato (distinguendo
però tra il buono ed il cattivo del passato: la miseria ed il sopruso
degli abbienti fanno parte di quest’ultimo) che deve essere di nuovo
considerato come parte del divenire autentico: e di questo, parte
importante possono avere gli apporti socio-antropologici ed economici
delle culture minoritarie: ricchezza da non perdere ma da immettere nel
flusso dell’evoluzione generalizzata. Contenuti che fanno da supporto di
pensiero a Cuintrileture part prime, seconde, tiarce (138).

Dopo
la presentazione ufficiale il trittico, nella versione a 35 mm., viene
portato in diverse scuole del Friuli per essere proiettato alla presenza
degli studenti per coscientizzarli sul valore della loro terra, e
questo anche attraverso discussioni con l’autore dell’opera al termine
delle proiezioni, autore che ha tenuto a precisare davanti ai giovani, i
quali rappresentano il futuro della società, che “la sopravvivenza di
una lingua equivale alla sopravvivenza di un popolo, come pure il suo
perfettamente contrario in caso di scomparsa” (139).

Vorrei riportare
alla fine della trattazione di questi film riediti una illuminante frase
di Marcello De Stefano, ripetuta con sentita partecipazione all’inizio
di ogni proiezione, che ci fa anche intendere le motivazioni che l’hanno
spinto alla riedizione in friulano dell’opera proprio nel decimo
anniversario del terremoto.

Il suo obbiettivo primario era che
attraverso il proprio lavoro cinematografico il popolo friulano non
dimenticasse, ma anzi ricordasse che “ricostruire dal terremoto vuol
dire senz’altro riedificare case ed edifici, ma anche rafforzare e,
quindi, far continuare a vivere i valori morali intrinseci di una
comunità, nel caso specifico di quella friulana” arrivando così a
dimostrare come “il cinema, quello vero, aiuta l’uomo ad evolvere nella
sua parte migliore, a crescere” (140).

NOTE

119 Grazia Fuccaro, Grafiz ’tun orizont, un film par furlan su «La Vita Cattolica», 31 marzo 1984.

120 Ibidem.

121 Roberto Iacovissi, op. cit., pag. 68.

122 Ibidem, pag.69.

123
Mario Quargnolo, Marcello De Stefano: il cinema scritto in friulano in
“Il cinema friulano di Marcello De Stefano”, A. S. Macor Editori, 1993.
pag. 40.

124 Ibidem.

125 Roberto Iacovissi, op. cit., pag. 70.

126 Ibidem.

127 Op. cit., pag.72.

128 Ibidem, pag. 71.

129 Ibidem.

130 Ermis è lo “pseudonimo” che talvolta sostituisce il vero nome dell’autore, Ermes Gazziero.

131 Roberto Iacovissi, Trilogia friulana di De Stefano su «La Vita Cattolica», 31 maggio 1986.

132 ibidem. In questo senso vedi anche Mario Quargnolo in «Fogolâr furlan di Roma», luglio-dicembre 1985, n. 2.

133 Mario Quargnolo in “Sot la Nape”, Societat Filologiche Furlane, Udin, jugn 1986 n.2. pag. 82.

134 art. cit., pag. 83.

135 art. cit., pag. 82.

136 Ibidem.

137 Roberto Iacovissi, “Dalla liberazione dell’uomo alla liberazione dei popoli”, cit. pag. 75.

138 op. cit., pag. 76.

139 Mario Quargnolo in “Sot la Nape”, pag. 83.

140 Roberto Iacovissi, op. cit., pagg. 77-78.