1 Novembre 2006

Rinaldo Bon

RINALDO BON: “Beati i miti, perchè erediteranno la terra”

Rinaldo, mio suocero, è stato uno degli uomini più miti che io abbia conosciuto. Ha avuto una giovinezza travagliata.
Fu reclutato giovanissimo dall’esercito italiano e mandato subito al fronte durante la Seconda Guerra Mondiale.

Fu prigioniero degli inglesi in Grecia dove fu costretto ad un duro lavoro: lastricare gli areoporti.
Poi fu mandato in Russia: con gli occhi lucidi ricordava le
battaglie(…), i morti , i dispersi. Raccontava di essere riuscito a
salvarsi grazie alla sua volontà di sopravvivenza usando ogni strategia
e facendosi anche ospitare, durante la ritirata, nelle Izba…

Aveva riportato vivo un suo commilitone (Giovanni Tomada) che stava
morendo assiderato dal freddo polare. Lo aveva riconosciuto anche se
sfigurato dal freddo, e lo caricò su un camion.

 

 

Rinaldo Bon nacque a Campoformido il 26 luglio 1915 da Luigi e Maria Tomada, ultimogenito di 8 figli. Suo padre faceva il postino e sua madre era casalinga, ma andava anche a lavorare i campi.
Anche Rinaldo si dedicò al lavoro nei campi perché non aveva alternative, vista la miseria diffusa nella campagna friulana di quel periodo.

Lo chiamarono a svolgere il servizio di leva dal giugno del 1935 al novembre del 1937.
Partì per tre volte durante la 2° Guerra Mondiale affrontando la campagna di Grecia, Albania, Yugoslavia e Russia.

Nel novembre del 1940 partì da Lecce per Valona..
Durante la Campagna di Grecia, ferito ad una gamba da una scheggia, fu fatto prigioniero per circa 5 mesi e fu costretto a lavorare per gli inglesi.
Si doveva costruire un aeroporto e così Rinaldo fu costretto a sollevare massi di pietra dalle sei del mattino fino alle sei di sera. Vita molto dura resa più dura dal fatto che riceveva scarse razioni di cibo. Gli inglesi gettavano il cibo nel mare, mentre lui guardava la scena pieno di fame.


Questo traspare anche da alcune lettere indirizzate ai suoi famigliari che riportiamo in seguito, nelle quali si evince che doveva nascondere alcune situazioni più drammatiche…

Rimpatriato, fu ricoverato all’Ospedale di Desio per alcuni giorni: gli fu concessa una licenza di 20 giorni.
L’8 agosto 1941 fu inviato al Battaglione Cividale.
Nel febbraio del 1942 fu richiamato per la Campagna di Yugoslavia,
Partì da Bari sbarcò a Spalato.

Nel mese di maggio cessa di essere mobilitato perché il suo battaglione (16°) si sciolse.
Il mese di giugno venne richiamato.
II 9 agosto 1942 partì da San Giovanni al Natisone per Tarvisio- Monaco-Varsavia-Russia Bianca.
Arrivo a Minsk-Gommel.

 

Riportiamo alcuni stralci del suo piccolo diario scritto durante la ritirata:

– Il giorno del famoso combattimento a Nikolayewka, vicino alla ferrovia, era impossibile entrare nel paese. Un capitano, rivolgendosi alle truppe esclamò: “Coraggio, siamo tutti fratelli, quelli che hanno le armi si facciano avanti per il bene di tutti!”

– Fu un massacro tra morti e feriti, anche perché nello stesso momento gli aerei ci bombardavano. Vidi tanto sangue sulla neve. I morti erano ammassati accanto a me.

– Quando riuscivo a dormire qualche ora al risveglio qualcuno accanto a me non poteva più alzarsi.

– Una mattina dovetti levare le scarpe per poterle sgelare, avevo i piedi come due pezzi di ghiaccio e li dovetti fasciare con due stracci. Dovetti procedere così perché non entravano più nelle scarpe.

– Tra i disagi più tremendi fu il freddo. Un giorno notai -47 gradi.

– Il giorno 3 febbraio mi trovavo fuori della sacca.
Camminavo giorno e notte, il mio pensiero fisso era quello di potermi salvare.

– In questi venti giorni è successo di tutto: potrei scrivere un libro.

– Oggi 8 marzo ho passato una brutta giornata. Vedo accanto a me tre ungheresi congelati.

– Camminando lungo la strada ho subìto ogni forma di disagio, ma il mio cuore diceva: Avanti, avanti!

– Il morso della fame è terribile, non abbiamo sembianze umane. C’è disperazione, imprecazione, pazzia, suicidi. C’è la paura di non resistere…

– I pidocchi mi tormentano perché resistono anche a queste temperature. Ho caricato tantissimi congelati sulle slitte.
Il mio sguardo si era soffermato su uno di loro che attendeva con occhi imploranti di salire sulla slitta perché congelato. Gli ho chiesto:
– Ma tu..sei Giovanni Tomada?
– Sì, sono io – rispondeva. Non ci eravamo riconosciuti perché malridotti. Mi era venuto da piangere ad incontrare uno del mio paese ridotto in quello stato…

– Mi aggrappo alla speranza del Buon Dio… penso alla famiglia… alla bella Italia…

 

 

LETTERE DI RINALDO BON AI SUOI FAMIGLIARI

Corinto 12.01.1941
Carissima famiglia, vi faccio sapere che mi trovo prigioniero e sono in ottima salute, così spero di voi tutti. Se potete mandatemi un pacco con qualcosa da mangiare.
*(si intuisce che Rinaldo prigioniero non poteva descrivere come era la sua reale situazione: ferito ed affamato)

 

 

Corinto 24.01.1941
Cara famiglia. Questa è la seconda volta che vi scrivo dopo che mi trovo prigioniero in Grecia dal 27.12.1940 con una piccola ferita alla coscia sinistra, ma ora grazie a Dio che mi ha sempre aiutato mi trovo in ottima salute. Spero che stiate bene. Ho ricevuto posta pochi giorni prima della prigionia, ma ora è da molto tempo che non ho vostre novità…
Fatemi il piacere, se potete, di spedirmi un pacco con qualche cosa da mangiare (pane, formaggio, marmellata) e due fazzoletti di filo. Qui stiamo bene (…) e dì alla mamma che ogni sera diciamo il Santo Rosario. Vi dico la verità: ho passato delle giornate….qualcuno ha pregato per me.
Infiniti saluti al cognato Luigi, alla sorella Ada, ad Ivo ed Orestino, alle sorelle Ines ed Evelina, a Pietro Nobile e ad Emanuele. Di Antonio (mio cognato) non so niente. Mi sogno diverse volte: spero che non ci sia niente di male e che le cose finiscano presto per potersi rivedere sani e salvi.
Ora termino salutando caramente la mamma, Irma, Gino, Alvise. Baci a Velia.
Salutatemi Anita Bades, zii e cugini del cortile, Vittoria ed Ernesto.
Di nuovo saluti
Rinaldo Bon

 

 

Corinto 5.05.1941
Carissima famiglia,
vi faccio sapere della mia ottima salute, come spero di voi tutti. E’ da diversi giorni che siamo stati liberati: potete immaginare la contentezza che sto provando.
Ora siamo al porto di Corinto dove aspettiamo l’imbarco verso la bella Italia.
Tempo fa ricevetti la cartolina del cognato Luigi, contento di leggere quelle due righe.
Speriamo di rivederci fra poco e di continuare la nostra strada. Saluti al cognato Luigi, Ada e bambini, Evelina, Ines ed Ugo, Pio, Elsa ed Eros.
Infiniti saluti alla mamma, ad Irma, a Gino e ad Alvise. Baci a Velia. Salutate tutti quelli del cortile.
Fratello Rinaldo

 

Corinto, 24.05.1941
Carissimo fratello, appena fui liberato ai primi di maggio, vi avevo scritto una cartolina, ora vi scrivo di nuovo due righe. Ora siamo assieme agli italiani, in questa famosa Grecia. Speriamo bene e di poterci rimpatriare.
Alcune voci dicono che forse ci imbarcheremo verso i primi di giugno. Non posso mandarvi l’indirizzo esatto perché siamo un po’ qua e un po’ là.
Chissà, Gino, se ti trovi ancora a casa? Ed Alvise così giovane? Con quel mondo tutto in movimento a causa della guerra!
Per ora sto bene, così spero di te e l’intera famiglia.
Finita la guerra provai della malinconia perché non avevo alcuna novità del cognato Antonio, se era vivo o morto. Finalmente trovai uno della sua compagnia e mi disse che era andato in Italia. Mi rallegrai. Questa guerra disastrosa… vi racconterò!

 

 

Cara Irma, nella lontananza si pensa alla stagione che sta cambiando…chissà se i fratelli sono a casa! Lavora pure, ma pensa anche alla salute e vedi della mamma. Sarà quel che Dio vuole. Finora mi ha sempre aiutato. Siamo nati solo per lavorare e sacrificare quei quattro giorni che viviamo…
Cara mamma, pure tu, in età già avanzata, fatti coraggio e prega la Madonna che ci aiuti per poterci rivedere presto.
Salutate la sorella Evelina e i figli. Dille che saluti tanto Antonio.
Saluti agli zii Nobile ed a Pietro, alla famiglia dello zio Antonio e Gildo.
Saluti a tutti quelli del cortile. Infiniti saluti alla mamma.
Baci a Velia.
Vi saluto infinitamente con un arrivederci presto.
Rinaldo Bon

 

In seguito, rientrato in Patria, cambiò alcuni mestieri. Poi formò la sua famigliola con Diletta, mia suocera. Nacquero Laura, che divenne mia moglie, e Giorgio.
Per lunghi anni andava a lavorare a Udine per la Montecatini. Si recava da Campoformido in via Gervasutta in bicicletta. Nulla lo
fermava:pioggia, vento, freddo… Compiva il suo dovere quotidiano con eroismo.
Quando andò in pensione si riteneva l’uomo più fortunato del paese.

Chiunque gli chiedesse qualcosa riguardante la sua vita, usava rispondere in friulano, facendosi il segno della croce: “No ai flat par
ringrasià il Signor”  – Non ho fiato per ringraziare il Signore.

Rinaldo è uno degli uomini più miti che io abbia conosciuto.
A 89 anni è spirato in casa, assistito amorevolmente dai suoi familiari.

 

CONSIDERAZIONI DEL GENERO PIER ANGELO PIAI

Rinaldo, mio suocero, è stato uno degli uomini più miti che io abbia conosciuto. Ha avuto una giovinezza travagliata.
Fu reclutato giovanissimo dall’esercito italiano e mandato subito al fronte durante la Seconda Guerra Mondiale.
Fu prigioniero degli inglesi in Grecia dove fu costretto ad un duro lavoro: lastricare gli areoporti.
Poi fu mandato in Russia: con gli occhi lucidi ricordava le battaglie(…), i morti , i dispersi. Raccontava di essere riuscito a salvarsi grazie alla sua volontà di sopravvivenza usando ogni strategia e facendosi anche ospitare, durante la ritirata, nelle Izba…
Aiutò un suo commilitone (Giovanni Tomada) che stava morendo assiderato dal freddo polare. Lo aveva riconosciuto anche se sfigurato dal freddo, e lo caricò su un camion.
In seguito trovò lavoro a Udine. Poi formò la sua famigliola con Diletta, mia suocera. Nacquero Laura, che divenne mia moglie, e Giorgio.
Per lunghi anni andava a lavorare a Udine per la Montecatini. Si recava da Campoformido in via Gervasutta in bicicletta. Nulla lo fermava:pioggia, vento, freddo… Compiva il suo dovere quotidiano con eroismo.
Quando andò in pensione si riteneva l’uomo più fortunato del paese.
Chiunque gli chiedesse qualcosa riguardante la sua vita, usava rispondere in friulano, facendosi il segno della croce: “No ai flat par ringrasià il Signor” – Non ho fiato per ringraziare il Signore. Rinaldo è uno degli uomini più miti che io abbia conosciuto.
A 89 anni è spirato in casa, assistito amorevolmente dai suoi familiari.

 

 

 

 

 

Alle esequie gli ho dedicato questa preghiera:

Signore, grazie per averci donato una persona come Rinaldo, mio suocero.
Tu, Signore, hai detto “Beati i miti, perchè erediteranno la terra”. Rinaldo esprimeva questa mitezza nel suo modo di pensare e di agire tutto particolare, nel lasciarsi condurre quasi come un bimbo, specialmente nell’ultimo periodo della sua vita.
Padre, Tu ci hai messo accanto una persona la cui docilità ed ingenuità catturavano la tenerezza e anche la simpatia di coloro che lo ascoltavano: a tutti raccontava spesso dei suoi drammatici periodi passati in Grecia, in Albania, in Russia; periodi particolarmente fissati nella sua memoria a lungo termine.
Era fiero della sua appartenenza al valoroso corpo degli alpini, consapevole del fatto di essere rimasto uno dei pochi superstiti della Julia ritornati sani e salvi dalla Russia.
 Signore, nei tuoi misteriosi disegni d’amore gli hai concesso ancora tanti anni di vita anche perchè aveva una missione da compiere: formare una famiglia fondata su valori cristiani, la quale è sempre stata unita e si è prodigata con amore per assisterlo sino al suo ultimo momento terreno.
Grazie, o Signore, per averci messo accanto una persona così semplice, mite, gioviale, che non portava alcun rancore verso nessuno, che non ha mai criticato alcuno, che ti era sempre grato per i tuoi doni: aspetti della sua personalità, questi, che facevano passare in secondo piano le sue piccole fragilità umane.
Ancora grazie, Signore, per la testimonianza di quest’uomo umile di cuore, per il fatto che non si è mai lamentato per i disagi sofferti durante la malattia e che aveva ancora la forza di scherzare sino all’ultimo.