dal Messaggero Veneto del 02/03/03
di Licio Damiani

L’arte di Luciano Ceschia: uno scultore-sciamano
tra arcaismo e tecnologia


di LICIO DAMIANI

UDINE. Lo scheletro dell’Edipo in accaio inox ossidato dagli scarti di fonderia introduce, all’esterno del Teatro Giovanni da Udine, la mostra di Luciano Ceschia, la prima allestita nel capoluogo friulano dopo la scomparsa dell’artista quasi dodici anni fa.

L’esposizione fa irrompere nella luminosa e ampia razionalità spaziale del foyer visioni arcane, voci potenti portate da un vento di terre e di selve remote a sovvertire gli schemi ordinati della quotidianità, meteoriti sferici di pietra plasmati da un’idea di perfezione che racconta il proprio generarsi, il roveto ardente dei bronzetti, inquietanti apparizioni di personaggi usciti dalle caverne del mito, cavalli alati trasformati in irti grovigli legnosi, scheggioni greificati di sconvolgimenti millenari, esperienze emotive, pulsioni di una rimossa memoria collettiva.

La messa in scena delle opere, curata da Sandro Conti con sensibilità e intelligenza registica, restituisce idealmente la teatralità di cui si sostanzia tutta la scultura di Ceschia, intesa quale rappresentazione dell’incontro-scontro tra magmi stratificati del passato e sofferta percezione del presente; e il visitatore ne è coinvolto.

Quasi al centro del salone si erge il labirinto di filiformi elementi verticali a fasce policrome di ferro, ottone, rame, acciaio, legno, alluminio, intorno al Pegaso abbattuto dirozzato con l’ascia, enorme melagrana sgranata offerta in rito sacrificale o antichissima macchina agricola; l’installazione evoca tra favola e tecnologia, sull’onda dei monoliti di una ritrovata Stonehenge, una preistorica e futuribile Odissea nello spazio.

Sulla parete adiacente all’ingresso si dispiega il grande arazzo intessuto di lane che attualizzano motivi e colori di remote civiltà pastorali, mentre i Gong, gli Scudi, i Dischi compongono una corrucciata ed epica sequenza archeologica, come di armi ritrovate nelle necropoli, soli pietrificati, trofei riemersi dalla reggia di Ulisse in un’Itaca perduta e cercata, segnali cabalistici o frammenti ossidati di una un’unità infranta; pregnante tormento di metalli da toccare per entrare in essi più a fondo, superfici lisce di legni variegati come da linfe alabastrine da accarezzare carnalmente.

Il fruitore innesta così un corpo a corpo con l’opera, corrispondente al corpo al corpo con la materia affrontato dall’inesausta vena fabulatoria deall’artista-sciamano, del narratore barbaro e raffinato, prensile traduttore del genius loci attraverso il ricorso, con robustezza spavalda, ai suggerimenti delle più aggiornate ricerche figurative del Novecento acquisite nei viaggi compiuti in Europa e in America, riplasmate con tellurico fervore nel crogiolo di un’incandescente fantasia e di una manualità artigiana ereditata da tradizioni ancestrali.

Un processo creativo onnivoro e nello stesso tempo esplorativo, un furor che coniuga primitive vitalità animistiche all’ansietas della condizione moderna.
La rassegna di scultura prende l’avvio dagli anni Sessanta, quando il racconto diretto si dissolve nella poetica ambiguità dell’allusione. Nel lastrone in ceramica La caduta di Icaro l’eroe mitico si trasforma in concrezione geologica incrostata come da alghe rapprese. Le Porte di Hiroshima, coagulando asperità pietrose e frammenti di usci mineralizzati da infernali fusioni o da stregonesche alchimie, dicono la minaccia di guerre e di catastrofi sempre incombenti, riportata all’attualità dai giorni drammatici che stiamo vivendo.


La sezione grafica, invece, comprende disegni degli anni Cinquanta frementi e tumultuosi, impastati di arcaismo e di personalissime riletture neocubiste assemblate da un dialetto-lingua quasi alla Ruzante. Di seguito, in parallelo agli sviluppi plastici, i gong, i dischi, i totem. Infine gli assemblaggi di forme che sembrano delineare prospettive urbane esemplate, ma con straniante angoscia, sui progetti di città meccaniche dei futuristi Antonio Sant’Elia e Virgilio Marchi.
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