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È necessario lodare Dio perché ha voluto l’esistenza di ciascuno di noi e la sta sorreggendo.
Siamo destinati ad essere suoi figli per tutta l’eternità. Egli si è fatto uomo in Gesù Cristo, ha patito ed è morto per tutti gli uomini , affinché si convertano e si rendano conto di quanto siano da Lui amati.
Dio chiede ad ognuno di noi la riconoscenza, come i genitori la chiedono ai figli e ciascuno di noi a chi beneficiamo.
Questo non perché Lui abbia bisogno assoluto delle nostre lodi, ma perché ci ama nella Verità: é Lui che ci ha donato la vita e la sta sostenendo.
Se gli siamo grati per questo e mettiamo in pratica i Comandamenti dell’Amore, camminiamo nella verità e diveniamo simili a Lui, come Egli desidera… Dio ama chi dona con gioia e coloro che lo cercano con cuore sincero…
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(testo tratto dal mio libro “Come ci vedono dall’aldilà”  p.185)

 

“La santità non è un semplice privilegio di pochi: tutti dobbiamo diventare santi”, affermava madre Teresa di Calcutta.

“Santo” significa appartenere al Signore sotto tutti i punti di vista. Invidio benevolmente coloro che sanno essere “puri” per vedere Dio. I santi si sono purificati nella sofferenza e nella lotta contro il proprio egoismo ed orgoglio.

Ora possono godere della loro beatitudine perchè hanno uno sguardo talmente puro, immerso nell’amore di Dio, che nulla li può turbare. Nulla. Nemmeno la grandezza e lo splendore superiori che scorgono negli altri. Essi non sono contagiati dal vuoto e superficiale clamore umano.

Hanno la capacità di ammirare e di stupirsi delle virtù degli altri perchè sanno bene che è lo stesso Dio che opera in forme diverse in tutti. Tutto in tutti, perchè Egli si è donato a tutti, quasi “scomparendo” dalla scena attraverso l’Incarnazione, la morte e la Risurrezione.

Lasciamoci plasmare dallo Spirito docilmente, come i Santi che hanno sempre agito in stretta unione con il Figlio nel Padre.

Vieni o Santo Spirito, trasformaci, rendici puri, miti, misericordiosi, operatori di pace, gioiosi, forti nelle tribolazioni, attivi nella carità, ferventi nella preghiera.

 

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“Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che ho io”.Quante volte la mia povera fede si riduce a credere che Cristo sia soloun fantasma! Un fantasma disincarnato e nulla di più.
Invece Egli si presenta anche da risorto in carne ed ossa. In CARNE edOSSA!!
La risurrezione di Cristo dovrà essere anche la nostra. Una risurrezione in carne ed ossa.Risorgerò dunque anche nella corporeità fisica. Ma la risurrezione nellavita non assimilerà il corpo corruttibile e mutante che possiedo ora. Saràun corpo glorioso e spirituale perchè è lo spirito il vero dominatore. Non è lo Spirito Santo la vita?
Il mio corpo avrà la vera vita nello Spirito che è il Signore di tutto e di tutti. Devo crederlo, altrimenti vana è la mia speranza! Signore aumenta la mia fede…sono sempre cosi pieno di paure!
“Chi ha paura muore più volte, chi non ha paura muore una volta sola”.
Sotto un certo aspetto è vero: la paura inibisce l’azione più efficace ecreatrice. Quando sono bloccato non vivo autenticamente perchè viene inme represso ogni slancio vitale che mi conduce nell’orbita dell ‘amore.
In questo senso è come se fossi morto. Se credo realmente che Cristo è presente nella mia vita, è amico e fratello confidente, desidera ardentemente farmi partecipare della sua vitadivina perchè mi ama di un amore infinito e unico; se credo realmente inquesto, allora Egli non è più un fantasma intoccabile, irraggiungibile.
No…io posso “toccarlo” quando c’è in me l’abbandono fiducioso nel suocuore e la convinzione che Egli è presente tra noi “in carne ed ossa”. Alloralo vedrò e lo toccherò nel prossimo da ascoltare, da soccorrere, da stimare, da amare…
(testo dal mio libro “Come ci vedono dall’aldilà p.103)
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Tommaso crede dopo aver toccato il corpo risorto di Gesù: la sua fede si consolida nella corporeità pur avendo visto e ascoltato il maestro nella sua vita terrena.Anche in noi c’è spesso questo tipo di coscienza: vogliamo toccare per credere…
Ma cosa significa toccare? Perchè voler credere solo dopo aver toccato?
Toccare è percepire con i sensi carnali. La materia di cui è formata il nostro corpo tocca un altro elemento materiale, ne percepisce l’intensità, la temperatura e alcune qualità. La nostra mente, poi, afferma con sicurezza: “sì, ciò che ho toccato esiste in quanto percepito dai miei sensi e constatato dalla mia mente”.
Ma se riflettiamo più a lungo e in profondità, la percezione sensoriale comincia a diventare meno probante di quello che credevamo. Ogni elemento materiale non ci rivela assolutamente la sua essenza più intrinseca quando lo percepiamo. Tutt’al più constateremo qualche sua qualità che la nostra mente non fa altro che organizzare continuamente secondo alcune leggi innate.
Sappiamo che di ogni ente i sensi colgono solo l’apparenza ma il “noumeno” rimane sempre sconosciuto perchè impenetrabile.Cosa vede Tommaso nel Cristo risorto? Tocca un corpo materiale che conserva ancora le stimmate, segno della sua sofferenza terrena. Egli ha veduto e crede….La sua fede ha bisogno di materialità.Ma Tommaso ha solo iniziato a credere: il suo cammino è ancora molto lungo. I sensi materiali sono soddisfatti, ma rimangono quelli spirituali che sono assai superiori.Gesù non disdegna di agire sui sensi materiali perchè sa di che è”plasmato l’uomo”.
Accontenta Tommaso ma poi esclama: “beati quelli che pur non avendo visto crederanno”.Il cammino della fede non deve arrestarsi. L’uomo spirituale domina quello materiale come Gesù domina nello Spirito il suo corpo. Gesù entra a porte chiuse e appare in più posti perchè non è più vincolato dai determinismi materiali. Lo Spirito agisce nel Regno della libertà che solo i sensi spirituali possono cogliere.
La fede è un anticipo dei sensi spirituali. È soprattutto con essi che l’uomo spirituale si muove. Ed è con essi che effettua la vera visione della realtà che non si ferma a ciò che è solo terreno, passeggero, transeunte, mutabile, corruttibile.
In Cristo la morte è stata ingoiata dalla vittoria della risurrezione, e così sarà dell’uomo spirituale.Aiutaci, o Signore, a raffinare in noi i sensi che captano la dimensione divina e saremo a contemplarti per l’eternità.
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Adoriamo e benediciamo il nostro Redentore che patì, morì per noi e fu sepolto, per risorgere a vita immortale.

Cristo Salvatore, che hai voluto vicino alla tua croce e al tuo sepolcro la tua Madre addolorata, fa’ che in mezzo alle sofferenze e alle lotte della vita comunichiamo alla tua passione.

Cristo Signore, che come il chicco di frumento fosti sepolto nella terra per una sovrabbondante messe di vita eterna, fa’ che, morti definitivamente al peccato, viviamo con te per il Padre.

Maestro divino, che nei giorni della sepoltura ti sei nascosto agli occhi di tutti gli uomini, insegnaci ad amare la vita nascosta con te nel mistero del Padre.

Nuovo Adamo, che sei disceso nel regno dei morti per liberare le anime dei giusti prigionieri fin dall’origine del mondo, fa’ che tutti coloro che sono prigionieri del male ascoltino la tua voce e risorgano insieme con te.

Cristo, Figlio di Dio, che mediante il battesimo ci hai uniti misticamente a te nella morte e nella sepoltura, fa’ che, configurati alla tua risurrezione, viviamo una vita nuova.

(dalla liturgia delle lodi)

 

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Se sei iscritto, qualora lo desiderassi, fai parte della “CONFRATERNITA della COMUNIONE DEI SANTI” beneficiando delle preghiere di tutti i membri.

 

 

 

 

I mistici sostengono che una Santa Messa ha un valore infinito agli occhi degli abitanti del Cielo.
L’Eucaristia è il cuore e il culmine della vita della Chiesa, poiché in essa Cristo associa la sua Chiesa e tutti i suoi membri al proprio sacrificio di lode e di rendimento di grazie offerto al Padre una volta per tutte sulla croce; mediante questo sacrificio egli effonde le grazie della salvezza sul suo corpo, che è la Chiesa.
Essa contiene, quindi, la parola di Dio, le preghiere della Chiesa, il memoriale della Passione, morte e Risurrezione del Signore Gesù Cristo.
Mediante la consacrazione si opera la transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo. Sotto le specie consacrate del pane e del vino, Cristo stesso, vivente e glorioso, è presente in maniera vera, reale e sostanziale, il suo Corpo e Sangue con la sua anima e divinità.
Dove c’é Gesù è presente Maria Santissima insieme ai suoi Angeli ed ai suoi Santi e contemplano questo straordinario mistero con infinito stupore.
Tutto il Cielo è contento anche per le persone che partecipano con devozione facendo la Santa Comunione, dove ricevono Gesù Cristo in corpo, sangue, anima e divinità.

 

 

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Dal Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

53. Perché è stato creato il mondo?
Il mondo è stato creato per la gloria di Dio, che ha voluto manifestare e comunicare la sua bontà, verità e bellezza. Il fine ultimo della creazione è che Dio, in Cristo, possa essere «tutto in tutti» (1 Cor 15,28), per la sua gloria e per la nostra felicità.
«La gloria di Dio è l’uomo vivente e la vita dell’uomo è la visione di Dio» (sant’Ireneo)

54. Come Dio ha creato l’universo?

295-301 317-320

Dio ha creato l’universo liberamente con sapienza e amore- II mondo non è il prodotto di una necessità, di un destino cieco o del caso. Dio ha creato «dal nulla» (ex nihilo: 2Mac 7,28) un mondo ordinato e buono, che egli trascende in modo infinito. Dio conserva nell’essere la sua creazione e la sorregge, dandole la capacità di agire e conducendo la al suo compimento, per mezzo del suo Figlio e dello Spirito Santo.

55. In che cosa consiste la Provvidenza divina? 302-306 321

Essa consiste nelle disposizioni, con cui Dio conduce le sue creature verso la perfezione ultima, alla quale Egli le ha chiamate. Dio è l’autore sovrano del suo disegno. Ma per la sua realizzazione si serve anche della cooperazione delle sue creature. Allo stesso tempo, dona alle creature la dignità di agire esse stesse, di essere causa le une delle altre.

56. Come l’uomo collabora con la Provvidenza divina? 307-308 323

All’uomo Dio dona e chiede, rispettando la sua libertà, di collaborare con le sue azioni, le sue preghiere, ma anche con le sue sofferenze, suscitando in lui «il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni» (Fil 2,13).

57. Se Dio è onnipotente e provvidente, perché allora esiste il male? 309-310 324,400

A questo interrogativo, tanto doloroso quanto misterioso, può dare risposta soltanto l’insieme della fede cristiana. Dio non è in alcun modo, né direttamente né indirettamente, la causa del male. Egli illumina il mistero del male nel suo Figlio, Gesù Cristo, che è morto e risorto per vincere quel grande male morale, che è il peccato degli uomini e che è la radice degli altri mali.

58. Perché Dio permette il male? 311-314 324

La fede ci dà la certezza che Dio non permetterebbe il male, se dallo stesso male non traesse il bene. Dio questo l’ha già mirabilmente realizzato in occasione della morte e risurrezione di Cristo: infatti dal più grande male morale, l’uccisione del suo Figlio, egli ha tratto i più grandi beni, la glorificazione di Cristo e la nostra redenzione.

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SIAMO STIRPE DI DIO (At 17,15.22 – 18,1)

“Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa.

Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra.
Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”.

Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano.

Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».

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Tutta la Sacra Scrittura è ispirata da Dio e contiene delle verità di fondo che sono ancora da scoprire, nonostante il testo sia stato scritto alcune migliaia di anni fa.

Adamo è il “CULMINE” della Creazione ed era destinato alla beatitudine eterna.
Ma Dio, essendo fonte di ogni libertà, non gli ha tolto il libero arbitrio perché Adamo è stato creato “a sua immagine e somiglianza”.

Adamo ed Eva, anche se tentati dal serpente maligno, hanno liberamente trasgredito il comando divino di non mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, perché, per orgoglio, volevano essere come Dio.
In questo modo si sono macchiati del peccato originale trasmettendolo a tutte le generazioni, fuorché a Gesù Cristo, nuovo Adamo, e a Maria nuova Eva (quindi Nuova Umanità).

Nel piano amoroso di Dio, però, la disobbedienza di Adamo ed Eva ha consentito l’Incarnazione, per cui Dio si è fatto uomo in Gesù Cristo per riscattarci e restituire la dignità umana a tutti coloro che credono nella sua Risurrezione

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Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

XXXII Dom.T. O. – Anno C – 2019

Vita eterna, non durata ma intensità senza fine

Vangelo – (Luca 20,27-38)

[…] Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. […]

I sadducei si cimentano in un apologo paradossale, quello di una donna sette volte vedova e mai madre, per mettere alla berlina la fede nella risurrezione. Lo sappiamo, non è facile credere nella vita eterna. Forse perché la immaginiamo come durata anziché come intensità. Tutti conosciamo la meraviglia della prima volta: la prima volta che abbiamo scoperto, gustato, visto, amato… poi ci si abitua.

L’eternità è non abituarsi, è il miracolo della prima volta che si ripete sempre. La piccola eternità in cui i sadducei credono è la sopravvivenza del patrimonio genetico della famiglia, così importante da giustificare il passaggio di quella donna di mano in mano, come un oggetto: «si prenda la vedova… Allora la prese il secondo, e poi il terzo, e così tutti e sette».

In una ripetitività che ha qualcosa di macabro. Neppure sfiorati da un brivido di amore, riducono la carne dolorante e luminosa, che è icona di Dio, a una cosa da adoperare per i propri fini.

«Gesù rivela che non una modesta eternità biologica è inscritta nell’uomo ma l’eternità stessa di Dio» (M. Marcolini). Che cosa significa infatti la «vita eterna» se non la stessa «vita dell’Eterno»? Ed ecco: «poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio», vivono cioè la sua vita.

Alla domanda banale dei sadducei (di quale dei sette fratelli sarà moglie quella donna?) Gesù contrappone un intero mondo nuovo: quelli che risorgono non prendono né moglie né marito.

Gesù non dice che finiranno gli affetti e il lavoro gioioso del cuore. Anzi, l’unica cosa che rimane per sempre, ciò che rimane quando non rimane più nulla, è l’amore (1 Cor 13,8).

I risorti non prendono moglie o marito, e tuttavia vivono la gioia, umanissima e immortale, di dare e ricevere amore: su questo si fonda la felicità di questa e di ogni vita. Perché amare è la pienezza dell’uomo e di Dio.

I risorti saranno come angeli. Come le creature evanescenti, incorporee e asessuate del nostro immaginario? O non piuttosto, biblicamente, annuncio di Dio (Gabriele), forza di Dio (Michele), medicina di Dio (Raffaele)? Occhi che vedono Dio faccia a faccia (Mt 18,10)?

Il Signore è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Dio non è Dio di morti, ma di vivi. In questa preposizione « di », ripetuta cinque volte, in questa sillaba breve come un respiro, è inscritto il nodo indissolubile tra noi e Dio.

Così totale è il legame reciproco che Gesù non può pronunciare il nome di Dio senza pronunciare anche quello di coloro che Egli ama.

Il Dio che inonda di vita anche le vie della morte ha così bisogno dei suoi figli da ritenerli parte fondamentale del suo nome, di se stesso:

« sei un Dio che vivi di noi » (Turoldo).

(Letture: 2 Maccabei 7,1-2.9-14; Salmo 16; 2 Tessalonicesi 2,16-3,5; Luca 20,27-38)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/vita-eterna-non-durata-ma-intensita-senza-fine?fbclid=IwAR3YfUUvZUbFvxeGc3_Ru4Fi1sBq_lYIhIvz8kzFLVNXrfZN5kHc418Jwa0

«I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.

Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».

(Lc.20, 34-38)

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Dopo la morte corporale ci attende la Vita Eterna in Gesù Cristo Risorto, se noi gli crediamo, pentendoci dei nostri peccati e credendo nella loro remissione grazie alla passione e morte del Figlio di Dio.

Sarà una vita vissuta in pienezza, dove saremo sempre felici di adorare la SS. Trinità e condividere con tutti i redenti questa immensa gioia che non finirà mai, perché la morte, la corruzione ed il dolore saranno totalmente sconfitti.

 

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PERCHE’ HO SCRITTO IL LIBRO SULL’ALDILÀ

 

 

Il libro sull’aldilá che ho appena fatto pubblicare, nasce da una serie di riflessioni scaturite da molte fonti e dall’intuito personale (Sacra Scrittura, Tradizione, Magistero, Rivelazioni private, ecc.)

Sono convinto che meditare sull’aldilá ci aiuti a vivere meglio l’aldiqua terreno, perché in questo modo abbiamo l’opportunitá di relativizzare i nostri problemi quotidiani, pur tenendo i piedi ben saldi a terra.

Lo stesso San Paolo ci esorta a pensare alle cose di lassù perché se abbandoniamo il peccato siamo risorti con Cristo e viviamo più serenamente…

Nel libro ci sono alcune domande a cui cerco di rispondere in base alle mie conoscenze:

 

LA NOSTRA VITA TERRENA È DAVVERO UN’ATTESA DINAMICA PER L’ALDILÀ?

CI SONO MOTIVI DI CREDIBILITÀ SULL’ESISTENZA DELL’ALDILÀ?

I MESSAGGI DI MEDJUGORJE PARLANO DELL’ALDILÀ?

QUALI SONO I BENEFICI NEL VISITARE UN CIMITERO PREGANDO?

QUALI SONO LE FRASI DI GESÙ PIÙ SIGNIFICATIVE SUL PARADISO?

COS’È LA VITA ETERNA?

COM’È IL PARADISO DEI CATTOLICI?

COM’È L’ALDILÀ PER I CORPI RISORTI SECONDO SANT’AGOSTINO?

SAN PADRE PIO COSA PENSAVA DELL’ETERNITÀ?

IN PARADISO SAREMO UGUALI AGLI ANGELI?

NELL’ ALDILÀ VEDREMO DIO “FACCIA A FACCIA”?

DALL’ ALDILÀ I NOSTRI CARI DEFUNTI CI ASPETTANO CON GIOIA?

DALL’ ALDILÀ I NOSTRI CARI DEFUNTI CI VEDONO?

NELL’ ALDILÀ GLI SPOSI SARANNO ANCORA MARITO E MOGLIE ?

È VERO CHE IN CIELO COLORO CHE FECERO BENE LA COMUNIONE, BRILLERANNO COME BEI DIAMANTI?(Il Curato d’Ars)

NELL’ ALDILÀ OGNI SALVATO AVRÀ UN POSTO SPECIFICO?

LE MAMME DEFUNTE SALVATE, DAL PARADISO POTREBBERO SEGUIRE I LORO FIGLI?

I NOSTRI CARI DEFUNTI SI INTERESSANO DI NOI?

COME SARANNO I NOSTRI CORPI DOPO LA RISURREZIONE DELLA CARNE?

È VERO CHE SOLO NELLA PIENEZZA DELL’ ALDILÀ TROVEREMO LA NOSTRA VERA E COMPLETA IDENTITÀ ESISTENZIALE?

NELL’ ALDILÀ SERVE IL NOSTRO GRADO DI CULTURA?

NELL’ ALDILÀ I DEFUNTI SALVATI VIVONO IN PIENA CONSAPEVOLEZZA?

I DEFUNTI SALVATI VIVONO NELLA LUCE : COSA SIGNIFICA?

NELL’ ALDILÀ COME ESERCITEREMO I NOSTRI SENSI?

NELL’ ALDILÀ SAREMO PIÙ INTELLIGENTI?

NELL’ ALDILÀ I DEFUNTI REDENTI ESAURISCONO LA LORO CONOSCENZA DI DIO?

LE ANIME DEL PURGATORIO SONO CONSOLATE DA SAN MICHELE ARCANGELO?

LE ANIME PURGANTI DEI NOSTRI CARI DEFUNTI ANDRANNO SICURAMENTE IN PARADISO?

PERCHÈ ESISTE IL PURGATORIO?

I NOSTRI CARI DEFUNTI CI SONO ACCANTO DURANTE LA VITA TERRENA?

PERCHÉ LE ANIME DEL PURGATORIO HANNO BISOGNO DI PREGHIERE?

NELL’ ALDILÀ COME RIVEDREMO I NOSTRI CARI DEFUNTI?

COME POSSIAMO INTUIRE CHE ESISTE L’ALDILÀ?

NELL’ ALDILÀ C’È IL TEMPO CRONOLOGICO?

NELL’ ALDILÀ, IN PARADISO, POTRÀ ESSERCI ANCORA ODIO E RANCORE?

NELL’ALDILÀ COMPRENDEREMO QUANTO GRANDE È STATA LA MISERICORDIA DIVINA NELLA NOSTRA VITA TERRENA?

NELL’ALDILÀ, IN PARADISO, TUTTO SARÀ INCORRUTTIBILE?

NELL’ALDILÀ DEI REDENTI APPARENZA ED ESSENZA COINCIDERANNO?

DALL’ ALDILÀ LE ANIME DEI DEFUNTI POSSONO VEDERE IL NOSTRO COMPORTAMENTO?

NELL’ALDILÀ AVREMO UN CORPO INCORRUTTIBILE ED IMMORTALE?

NELL’ ALDILÀ DEI REDENTI POTRANNO ESSERCI NOIA E DEPRESSIONE?

NELL’ ALDILÀ I REDENTI CONTEMPLANO DIO CON QUALE SGUARDO?

NELL’ ALDILÀ CHI REALMENTE SAREMO?

NELL’ALDILÀ I REDENTI RICORDERANNO I LORO PECCATI?

L’ALDILÀ CRISTIANO ESISTE INDIPENDENTEMENTE DA QUELLO CHE SOSTIENE LA SCIENZA?

IL CORPO DEI REDENTI NELL’ ALDILÀ SARÀ ARMONIOSO?

NELL’ ALDILÀ I REDENTI SARANNO ETERNAMENTE GIOVANI?

LA PENA PEGGIORE PER I DANNATI È LA PERDITA DI DIO?

PER I REDENTI DELL’ALDILÀ LA LUCE È COME QUELLA CHE VEDIAMO SULLA TERRA?

È VERO CHE PER OGNI NOSTRO PENTIMENTO NELL’ ALDILÀ I DEFUNTI REDENTI E GLI ANGELI GIOISCONO?

NELL’ ALDILÀ DEI REDENTI RIVEDREMO LE BELLEZZE DELLA NATURA?

NELL’ALDILÀ DEI REDENTI CHE VALORE AVRANNO LE NOSTRE QUALITÀ TERRENE?

NELL’ ALDILÀ I DANNATI POSSONO CONVERTIRSI?

NELL’ ALDILÀ RITROVEREMO ANCHE GLI ANIMALI?

NELL’ALDILÀ DEI REDENTI RITROVEREMO ANCORA LE NOSTRE FORME DI SVAGO PREFERITE?

NELL’ ALDILÀ AMEREMO ANCHE I NOSTRI EX-NEMICI REDENTI?

LE ANIME DEL PURGATORIO POSSONO AIUTARSI RECIPROCAMENTE?

LE ANIME DEL PURGATORIO LODANO DIO?

PERCHÈ I DANNATI NON POSSONO VEDERE LA LUCE DIVINA?

QUALE È UNA DELLE COSE PIÙ IMPORTANTI PER PREPARARCI AD ENTRARE NELL’ALDILÀ?

 

ECCO IN UN VIDEO di 55 MINUTI  UN PICCOLO COMPENDIO:

Considerazioni sull’aldilà dei redenti, dove godono nella gioia eterna la pienezza della loro umanità in Gesù Cristo. Il riferimento principale sono le Sacre Scritture, la Tradizione, il Catechismo della Chiesa Cattolica, il Magistero, alcuni teologi cattolici importanti, le rivelazioni dei mistici e quelle relative alle apparizioni mariane.

 

PER ORDINAZIONI:

 

https://www.edizionisegno.it/libro.asp?id=1955

 

 

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Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi – pubblicato su Avvenire

XXII Dom. T. O. – Anno C – 2019

Mettersi all’«ultimo posto»: quello di Dio

Vangelo (Luca 14,1.7-14)

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”». (….) Disse poi a colui che l’aveva invitato: (….) «Quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Il banchetto è un vero protagonista del Vangelo di Luca. Gesù era un rabbi che amava i banchetti, che li prendeva a immagine felice e collaudo del Regno: a tavola, con farisei o peccatori, amici o pubblicani, ha vissuto e trasmesso alcuni tra i suoi insegnamenti più belli. Gesù, uomo armonioso e realizzato, non separava mai vita reale e vita spirituale, le leggi fondamentali sono sempre le stesse. A noi invece, quello che facciamo in chiesa alla domenica o in una cena con gli amici sembrano mondi che non comunicano, parallele che non si incontrano.
Torniamo allora alla sorgente: per i profeti il culto autentico non è al tempio ma nella vita; per Gesù tutto è sillaba della Parola di Dio: il pane e il fiore del campo, il passero e il bambino, un banchetto festoso e una preghiera nella notte. Sedendo a tavola, con Levi, Zaccheo, Simone il fariseo, i cinquemila sulla riva del lago, i dodici nell’ultima sera, faceva del pane condiviso lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico.
Per questo invitare Gesù a pranzo era correre un bel rischio, come hanno imparato a loro spese i farisei. Ogni volta che l’hanno fatto, Gesù gli ha messo sottosopra la cena, mandandoli in crisi, insieme con i loro ospiti. Lo fa anche in questo Vangelo, creando un paradosso e una vertigine. Il paradosso: vai a metterti all’ultimo posto, ma non per umiltà o modestia, non per spirito di sacrificio, ma perché è il posto di Dio, che «comincia sempre dagli ultimi della fila» (don Orione) e non dai cacciatori di poltrone. Il paradosso dell’ultimo posto, quello del Dio “capovolto”, venuto non per essere servito, ma per servire. Il linguaggio dei gesti lo capiscono tutti, bambini e adulti, teologi e illetterati, perché parlano al cuore. E gesti così generano un capovolgimento della nostra scala di valori, del modo di abitare la terra. Creano una vertigine: Quando offri una cena invita poveri, storpi, zoppi, ciechi. Riempiti la casa di quelli che nessuno accoglie, dona generosamente a quelli che non ti possono restituire niente. La vertigine di una tavolata piena di ospiti male in arnese mi parla di un Dio che ama in perdita, ama senza condizioni, senza nulla calcolare, se non una offerta di sole in quelle vite al buio, una fessura che si apre su di un modo più umano di abitare la terra insieme.
E sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Che strano: poveri storpi ciechi zoppi sembrano quattro categorie di persone infelici, che possono solo contagiare tristezza; invece sarai beato, troverai la gioia, la trovi nel volto degli altri, la trovi ogni volta che fai le cose non per interesse, ma per generosità. Sarai beato: perché Dio regala gioia a chi produce amore.

(Letture: Siracide 3,19-21.30.31; Salmo 67; Lettera agli Ebrei 12,18-19.22-24a; Luca 14,1.7-14)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/mettersiall-ultimoposto-quello-di-dio

 

 

 

Al giorno oggi una certa scienza ufficiale si sta spingendo a teorizzare l’esistenza di un super-mondo pluri-dimensionale. È giusto che la ricerca scientifica proceda, ma è anche chiaro che probabilmente l’intenzione di qualcuno è quella di dimostrare che non esiste l’aldilà cristiano perché ci sono troppe realtà che lo oscurerebbero.

L’Aldilà cristiano non è collocabile nelle dimensioni che molti pensano con le proprie categorie mentali terrene. Esso è sempre trascendente perché Dio stesso è Trascendenza e la nostra mente non riesce ad immaginarlo, perché troppo limitata.

Ricordiamo che l’esistenza dell’aldilà, comunque, è stata dimostrata da Gesù Cristo stesso con la Risurrezione dai morti e con le successive apparizioni prima dell’Ascensione al Cielo.

La stessa Regina della Pace, apparendo, conferma l’esistenza dell’aldilà cristiano e la ribadisce in molti suoi messaggi.

 

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Succede spesso che alcuni adulti ed anziani desidererebbero ritornare giovani, e fanno fatica ad accettarsi così come sono. Ma se hanno fede e fiducia in Gesù Risorto questo loro desiderio sarà esaudito infinitamente di più… nel senso che nell’aldilà i redenti vivranno l’eterna giovinezza.

Alla Risurrezione dei morti il loro corpo sarà trasformato e diverrà immortale.

Per ora non possiamo comprendere appieno come saremo nell’aldilà se non ci è rivelato dallo Spirito Santo, sicché per intuire qualcosa relativamente all’altra dimensione, dobbiamo mettere a parte le nostre categorie mentali terrestri, perché noi valutiamo in modo molto limitato anche l’aspetto delle cose e delle persone.

In Dio, quindi, nessun corpo redento è corruttibile, ecco perché la degenerazione che subiamo nel tempo terrestre non ci potrà toccare minimamente in Paradiso: nel seno Trinitario tutto è rigenerato in una continua novità, in una dimensione sublime dove c’è stupore e gioia incommensurabile nell’eterna contemplazione delle meraviglie di Dio, tra le quali la Divina Misericordia che sarà la più ammirata e lodata da ogni creatura.

 

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Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Ascensione del Signore – Anno C – 2019

Una «forza di gravità» che spinge verso l’alto

Vangelo – (Luca 24,46-53)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto». Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo (…)

.

Ascensione è la navigazione del cuore, che ti conduce dalla chiusura in te all’amore che abbraccia l’universo (Benedetto XVI). A questa navigazione del cuore Gesù chiama gli undici, un gruppetto di uomini impauriti e confusi, un nucleo di donne coraggiose e fedeli. Li spinge a pensare in grande, a guardare lontano, ad essere il racconto di Dio “a tutti i popoli”.

Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Nel momento dell’addio Gesù allarga le braccia sui discepoli, li raccoglie e li stringe a sé, prima di inviarli.

Ascensione è un atto di enorme fiducia di Gesù in quegli uomini e in quelle donne che lo hanno seguito per tre anni, che non hanno capito molto, ma che lo hanno molto amato: affida alla loro fragilità il mondo e il vangelo e li benedice.

È il suo gesto definitivo, l’ultima immagine che ci resta di Gesù, una benedizione senza parole che da Betania raggiunge ogni discepolo, a vegliare sul mondo, sospesa per sempre tra cielo e terra.

Mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su, in cielo.

Gesù non è andato lontano o in alto, in qualche angolo remoto del cosmo. È asceso nel profondo delle cose, nell’intimo del creato e delle creature, e da dentro preme come benedizione, forza ascensionale verso più luminosa vita. Non esiste nel mondo solo la forza di gravità verso il basso, ma anche una forza di gravità verso l’alto, che ci fa eretti, che fa verticali gli alberi, i fiori, la fiamma, che solleva l’acqua delle maree e la lava dei vulcani. Come una nostalgia di cielo.

Con l’ascensione Gesù è asceso nel profondo delle creature, inizia una navigazione nel cuore dell’universo, il mondo ne è battezzato, cioè immerso in Dio. Se solo fossi capace di avvertire questo e di goderlo, scoprirei la sua presenza dovunque, camminerei sulla terra come dentro un unico tabernacolo, in un battesimo infinito.

Luca conclude, a sorpresa, il suo vangelo dicendo: i discepoli tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Dovevano essere tristi piuttosto, finiva una presenza, se ne andava il loro amore, il loro amico, il loro maestro. Ma da quel momento si sentono dentro un amore che abbraccia l’universo, capaci di dare e ricevere amore, e ne sono felici (ho amato ogni cosa con l’addio (Marina Cvetaeva).

Essi vedono in Gesù che l’uomo non finisce con il suo corpo, che la nostra vita è più forte delle sue ferite. Vedono che un altro mondo è possibile, che la realtà non è solo questo che si vede, ma si apre su di un “oltre”; che in ogni patire Dio ha immesso scintille di risurrezione, squarci di luce nel buio, crepe nei muri delle prigioni. Che resta con me “il mio Dio, esperto di evasioni.” (M. Marcolini).

(Letture: Atti 1,1-11; Salmo 46; Ebrei 9,24-28;10.19-23; Luca 24,46-53)

Commenti domenica 2 giugno (VII di Pasqua) – p.Ermes – Ascensione nostalgia del cielo

 

 

 

 

 

 

C’é stato un uomo che ha avuto il coraggio di smascherare gli ipocriti, politici del suo tempo, ma non aveva alcun potere politico.

Ha guarito moltissima gente senza essere un medico.

Ha proclamato la Veritá senza possedere alcun master accademico od essere riconosciuto filosofo.

Ha fondato una comunitá religiosa che poi si é diffusa in tutto il mondo inviando discepoli senza ricchezze, cultura e potere.

Ha insegnato nelle sinagoghe senza essere un rabbino autorizzato dai vertici religiosi del suo tempo.

Quest’Uomo non ha lasciato alcuno scritto perché é Lui stesso la Scrittura.

Non ha affrontato speculazioni filosofiche perché é Lui la Sapienza incarnata.

Non ha organizzato potenti eserciti, perché immerso nell’onnipotente bontá paterna.

Non ha liberato i connazionali dai dominatori romani perché é Lui la Libertá.

Non ha voluto che lo facessero re perché il suo regno non é di questo mondo.

Non si é rifiutato di affrontare il dolore e la morte perché é Lui la vera Vita che ha sconfitto la morte con la Risurrezione.

Quando ha rivelato di essere il Figlio di Dio lo hanno poi crocifisso. Dopo la morte, però, é risorto sconfiggendo la morte stessa per prepararci la via della salvezza eterna.

Pur salito al Cielo ha garantito agli uomini la sua continua presenza sulla terra, anche attraverso l’Eucaristia.
Il suo nome era Gesú…

 

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Nell’Aldilà la nostra identità di redenti sarà più autentica perché vivremo completamente immersi nell’Amore di Dio. Saremo quindi “divinizzati” perché Figli di Dio in Cristo, ma senza perdere la nostra identità, anzi sarà molto più percepibile di quanto pensiamo.

Il nostro “centro autocosciente” coinciderà con quello divino.

Nella vita terrena il corpo in qualche modo poteva nascondere la nostra interiorità ed indurre gli altri a giudicarci superficialmente. In Paradiso tutto sarà molto più trasparente: l’anima prevarrà sul corpo personale che riassumeremo con la Risurrezione finale.

Vivendo immersi in Dio, avremo uno sguardo d’amore anche verso gli ex-nemici, simile a quello divino perché vedremo chiaramente le lotte ed i travagli che hanno subìto nella vita terrena per superare se stessi con l’aiuto di Dio..

Ecco perché ritroveremo anche coloro che ci hanno fatto del male e che poi si sono pentiti. Li ameremo glorificando la Misericordia di Dio e non proveremo alcun astio od odio verso gli altri perché nella Comunione dei Santi circola l’amore divino ed ognuno risplenderà con una luce particolare.

 

 

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«Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale» (1 Cor 15,42ss).

 

Gesù risorto appare con il suo corpo glorioso, ma spesso non veniva riconosciuto subito: solo in seguito a qualche suo segno particolare capivano che era Lui. Il suo corpo glorioso attraversava le pareti. Ciò significa che nella risurrezione della carne non saremo condizionati dalla dimensione spazio-temporale.

Ricordiamo che Adamo ed Eva erano stati creati immortali, ma il peccato li ha corrotti ed è per questo che sono diventati fragili in un mondo fragile e spesso ostile.

Con la nuova Creazione, se saremo salvati in Cristo, riprenderemo il nostro corpo glorioso sostenuto dalla potenza divina e non sarà condizionato dalle leggi spazio-temporali attuali, ma l’anima stessa gli darà i suoi caratteri, per questo San Paolo parla di “corpo spirituale”.

I corpi gloriosi, dunque, saranno in stretta unione con Dio, vivranno della sua stessa vita e nessuna mediazione materiale ostacolerà la loro esistenza perché saranno permeati continuamente dalla luce divina.

 

 

 

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Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Domenica di PASQUA – anno C – 2019

«Non cercate tra i morti Colui che è vivo»

Vangelo – Luca 24,1-12

Il primo giorno della settimana, al mattino presto [le donne] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e (…) ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”». (…).

Commento di Padre Ermes

«Nel primo giorno della settimana, al mattino presto, le donne si recarono al sepolcro». Il loro amico e maestro, l’uomo amato che sapeva di cielo, che aveva spalancato per loro orizzonti infiniti, è chiuso in un buco nella roccia. Hanno visto la pietra rotolare. Tutto finito. Ma loro, Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo e “le altre che erano con loro” (Lc 24,10), lo amano anche da morto, per loro il tempo dell’amore è più lungo del tempo della vita. Vanno, piccolo gregge spaurito e coraggioso, a prendersi cura del corpo di Gesù, con ciò che hanno, come solo le donne sanno: hanno preparato, nel grande sabato, cerniera temporale tra la vita e la morte, gli aromi per la sepoltura.

Ma il sepolcro è aperto, come un guscio di seme; vuoto e risplendente nell’alba, e fuori è primavera. Non capiscono. Ed ecco due angeli a rimettere in moto il racconto: “perché cercate tra i morti Colui che è vivo? Non è qui. È risorto”.

Che bello questo ‘non è qui’! Lui è, ma non qui; lui è, ma va cercato fuori, altrove; è in giro per le strade, è in mezzo ai viventi, è “colui che vive”, un Dio da sorprendere nella vita. È dovunque, eccetto che fra le cose morte.

Si è svegliato, si è alzato, è vivo: è dentro i sogni di bellezza, in ogni scelta per un più grande amore, è nei gesti di pace, nel pane spezzato, negli abbracci degli amanti, nella fame di giustizia, nel grido vittorioso del bambino che nasce, nell’ultimo respiro del morente. E chi vive una vita come la sua avrà in dono la sua stessa vita indistruttibile. Ma non bastano angeli. Il segno che le farà credere è un altro: “Ricordatevi come parlò quando era in Galilea”. Ed esse, con lui dalla prima ora (Luca 8,1-2), “si ricordarono delle sue parole” (v.8). E tutto esplode: le donne credono, perché ricordano. Credono per la parola di Gesù, non per quella degli angeli. Credono prima di vedere, come ogni discepolo.

Hanno custodito le sue parole, perché le amano: in noi vive solo ciò che ci sta a cuore, vive a lungo ciò che è molto amato, vive per sempre ciò che vale più della vita. La fede delle donne diventa immediatamente ‘annuncio’ (v.9) e ‘racconto’ (v. 10) agli undici e a tutti gli altri. Straordinaria doppia missione delle discepole “annunciarono tutto questo”: è la buona notizia, vangelo del vangelo, ‘kerigma’ cristiano agli apostoli increduli; e poi “raccontavano” queste cose ed è la trasmissione, la narrazione prolungata delle testimoni oculari dalle quali Luca ha attinto il suo vangelo (Lc 1,2) e ce l’ha trasmesso. Come per le donne nell’alba di Pasqua così anche per noi la memoria amorosa del Vangelo, amare molto la sua Parola, è il principio per ogni incontro con il Risorto.

(Letture obbligatorie della Veglia Pasquale: Esodo 14,15-15,1; Romani 6,3-11: Salmo 117; Luca 24, 1-12).

Commento al Vangelo domenica di Pasqua – 21 aprile 2019 – p.Ermes

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/non-cercatetra-i-morticoluiche-e-vivo

 

Nell’aldilà, nella dimensione dei risorti in Cristo, i nostri sensi saranno molto più evoluti perché nella Risurrezione assumeremo il nostro corpo trasfigurato. Cosa significa?

San Paolo ci viene incontro affermando: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio.

Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato.

Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito.

L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno.

Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo. (1Cor.2,9-15)

 

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Sfolgora il sole di Pasqua,
risuona il cielo di canti,
esulta di gioia la terra.

Dagli abissi della morte
Cristo ascende vittorioso
insieme agli antichi padri.

Accanto al sepolcro vuoto
invano veglia il custode:
il Signore è risorto.

O Gesù, re immortale,
unisci alla tua vittoria
i rinati nel battesimo.

Irradia sulla tua Chiesa,
pegno d’amore e di pace
la luce della tua Pasqua.

Sia gloria e onore a Cristo,
al Padre e al Santo Spirito
ora e nei secoli eterni. Amen.

 

 

Cristo, autore della vita, fu risuscitato dal Padre e farà risorgere anche noi con la potenza del suo Spirito.

 

    BUONA PASQUA!

 

 

Maria ha dimostrato di avere, grazie al Signore, una fede incrollabile nei confronti di suo Figlio:

Ha creduto all’angelo Gabriele che sarebbe rimasta incinta per opera dello Spirito Santo.

Ha creduto che il bimbo che teneva in grembo era Dio incarnato in Gesù Cristo.

Ha creduto nonostante abbia partorito in una situazione di emergenza e di povertà.

Ha creduto quando insieme a Giuseppe ed al bambino ha dovuto fuggire in Egitto.

Ha creduto nonostante suo figlio dodicenne avesse lasciato perdere le sue tracce per parlare con i dottori del tempio.

Ha creduto alle nozze di Cana.

Ha creduto durante la passione di suo Figlio e sotto la croce, quando quasi tutti i discepoli erano fuggiti.

Ha creduto nonostante la morte di suo Figlio e la sepoltura.

Ha creduto per tutta la vita nella Risurrezione di suo Figlio.

 

 

ALCUNI LIBRI DI PIER ANGELO PIAI

 

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Signore Gesù Cristo, nel vederti accusato ingiustamente, mi sento anch’io tra gli ingiusti accusatori: donami la tua giustizia.

Gesù, nel vederti flagellato, mi sento anch’io tra i flagellatori: donami la vera purezza del cuore.

Gesù, nel vederti deriso e coronato di spine, mi sento anch’io uno schernitore superficiale e superbo: donami l’umiltà.

Gesù, nel vederti inchiodato sul duro legno della croce, mi sento anch’io tra coloro che ti crocifiggono: donami la libertà interiore.

Gesù, nel vederti morire in quel modo, mi sento molto egoista: donami il tuo amore affinché possa risorgere con te l’ultimo giorno!

 

 

 

ALCUNI LIBRI DI PIER ANGELO PIAI

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CONCETTA BERTOLI – La donna che vide la terza guerra mondiale
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MARCELLO TOMADINI  il pittore fotografo dei lager
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Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi
La morte di una bambina e le uniche parole che salvano

XIII Domenica – Tempo ordinario – Anno B
1° Luglio 2018

La morte è evidente, ma l’evidenza della morte è una illusione, perché Dio inonda di vita anche le strade della morte: ciò che vince la morte non è la vita, è l’amore.
Marco 5,21-43
In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo […].

Commento di P.Ermes

La casa di Giairo è una nave squassata dalla tempesta: la figlia, solo una bambina, dodici anni appena, è morta. E c’era gente che piangeva e gridava. Di fronte alla morte Gesù è coinvolto e si commuove, ma poi gioca al rialzo, rilancia, e dice a Giairo: tu continua ad aver fede. E alla gente: la bambina non è morta, ma dorme. E lo deridevano. Allora Gesù cacciò tutti fuori di casa. Costoro resteranno fuori, con i loro flauti inutili, fuori dal miracolo, con tutto il loro realismo. La morte è evidente, ma l’evidenza della morte è una illusione, perché Dio inonda di vita anche le strade della morte.

Prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui. Gesù non ordina le cose da fare, prende con sé; crea comunità e vicinanza. Prende il padre e la madre, i due che amano di più, ricompone il cerchio degli affetti attorno alla bambina, perché ciò che vince la morte non è la vita, è l’amore.

E mentre si avvia a un corpo a corpo con la morte, è come se dicesse: entriamo insieme nel mistero, in silenzio, cuore a cuore: prende con sé i tre discepoli preferiti, li porta a lezione di vita, alla scuola dei drammi dell’esistenza, vuole che si addossino, anche per un’ora soltanto, il dolore di una famiglia, perché così acquisteranno quella sapienza del vivere che viene dalla ferite vere, la sapienza sulla vita e sulla morte, sull’amore e sul dolore che non avrebbero mai potuto apprendere dai libri: c’è molta più “Presenza”, molto più “cielo” presso un corpo o un’anima nel dolore che presso tutte le teorie dei teologi

Ed entrò dove era la bambina. Una stanzetta interna, un lettino, una sedia, un lume, sette persone in tutto, e il dolore che prende alla gola. Il luogo dove Gesù entra non è solo la stanza interna della casa di Giairo, è la stanza più intima del mondo, la più oscura, quella senza luce: l’esperienza della morte, attraverso la quale devono passare tutti i figli di Dio. Gesù entrerà nella morte perché là va ogni suo amato. Lo farà per essere con noi e come noi, perché noi possiamo essere con lui e come lui. Non spiega il male, entra in esso, lo invade con la sua presenza, dice: Io ci sono.

Talità kum. Bambina alzati. E ci alzerà tutti, tenendoci per mano, trascinandoci in alto, ripetendo i due verbi con cui i Vangeli raccontano la risurrezione di Gesù: alzarsi e svegliarsi. I verbi di ogni nostro mattino, della nostra piccola risurrezione quotidiana. E subito la bambina si alzò e camminava, restituita all’abbraccio dei suoi, a una vita verticale e incamminata.

Su ogni creatura, su ogni fiore, su ogni bambino, ad ogni caduta, scende ancora la benedizione di quelle antiche parole: Talità kum, giovane vita, dico a te, alzati, rivivi, risorgi, riprendi il cammino, torna a dare e a ricevere amore.

(Letture: Sapienza 1,13-15; 2,23-24; Salmo 29; 2 Corinzi 8,7.9.13-15; Marco 5,21-43)

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Testimoni del Risorto con lo stupore dei bambini

III Domenica di Pasqua – Anno B

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro (…).

Non sappiamo dove sia Emmaus, quel nome è un simbolo di tutte le nostre strade, quando qualcosa sembra finire, e si torna a casa, con le
macerie dei sogni. Due discepoli, una coppia, forse un uomo e una donna, marito e moglie, una famigliola, due come noi: «Lo riconobbero allo spezzare del pane», allo spezzare qualcosa di proprio per gli altri, perché questo è il cuore del Vangelo. Spezzare il pane o il tempo o un vaso di profumo, come a Betania, e poi condividere cammino e speranza.

È cambiato il cuore dei due e cambia la strada: «Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme». L’esilio triste diventa corsa gioiosa, non c’è più notte né stanchezza né città nemica, il cuore è acceso, gli occhi vedono, la vita è fiamma. Non patiscono più la strada: la respirano, respirando Cristo. Diventano profeti.

Stanno ancora parlando e Gesù di persona apparve in mezzo a loro, e disse: Pace a voi. Lo incontri e subito sei chiamato alla serenità: è un Signore che bussa alla mia vita, entra nella mia casa, e il suo saluto è un dono buono, porta pace, pace con me stesso, pace con chi è vicino e chi è lontano. Gesù appare come un amico sorridente, a braccia aperte, che ti accoglie con questo regalo: c’è pace per te.

Mi colpisce il lamento di Gesù «Non sono un fantasma» umanissimo lamento, c’è dentro il suo desiderio di essere accolto come un amico che torna da lontano, da stringere con slancio, da abbracciare con gioia. Non puoi amare un fantasma. E pronuncia, per sciogliere dubbi e paure, i verbi più semplici e più familiari: «Guardate, toccate, mangiamo insieme!» gli apostoli si arrendono ad una porzione di pesce arrostito, al più familiare dei segni, al più umano dei bisogni.

Lo conoscevano bene, Gesù, dopo tre anni di strade, di olivi, di pesci, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure non lo riconoscono. E mi consola la fatica dei discepoli a credere. È la garanzia che la Risurrezione di Gesù non è un’ipotesi consolatoria inventata da loro, ma qualcosa che li ha spiazzati.

Il ruolo dei discepoli è aprirsi, non vergognarsi della loro fede lenta, ma aprirsi con tutti i sensi ad un gesto potente, una presenza amica, uno stupore improvviso.
E conclude oggi il Vangelo: di me voi siete testimoni. Non predicatori, ma testimoni, è un’altra cosa. Con la semplicità di bambini che hanno una bella notizia da dare, e non ce la fanno a tacere, e gli fiorisce dagli occhi. La bella notizia: Gesù non è un fantasma, è potenza di vita; mi avvolge di pace, di perdono, di risurrezione. Vive in me, piange le mie lacrime e sorride come nessuno. Talvolta vive “al posto mio” e cose più grandi di me mi accadono, e tutto si fa più umano e più vivo.

(Letture: Atti 3, 13-15. 17-19; Salmo 4; 1 Giovanni 2, 1-5; Luca 24, 35-48)

https://buff.ly/2HAifaw #15aprile

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/testimoni-del-risorto-con-lo-stupore-dei-bambini

 

di p. Ermes Ronchi

PASQUA NOTTE 2018

Marco 16,1-8

 

Parole d’angelo, forti e tenere: voi, non abbiate paura. Non temete la vita, voi donne, madri della vita! È guerra tra Dio e la paura.

E continua con parole struggenti: so che cercate Gesù Nazareno, il crocifisso! come l’amata del cantico lo cercate: cerco l’amore dell’anima mia, lo cerco e non lo trovo, uscirò per la città, e oltre le mura: avete visto l’amore dell’anima mia?…

L’angelo, lui sì ha visto l’amore, e sa la risposta: Non è qui.

Che bella questa parola, queste tre parole: ‘non è qui’.

L’ho ripetuta dentro di me inginocchiato al santo Sepolcro a Gerusalemme, sintesi di Pasqua.

Lui è, ma non qui.

Lui è, ma va cercato fuori, altrove, è in giro per le strade; è il vivente, è un Dio da sorprendere nella vita.

È dovunque, eccetto che fra le cose morte.

Matura come un germoglio di luce nella notte,

come un seme di fuoco nella storia.

È dentro i sogni di bellezza, in ogni scelta per un più grande amore, è dentro l’atto di generare degli uomini, nei gesti di pace, negli abbracci degli amanti, nel grido vittorioso del bambino che nasce, nell’ultimo respiro del morente, nei martiri per fede.

tutti convocati dall’angelo, perché la risurrezione di Gesù Cristo non riguarda lui solo, coinvolge me, e cattura dentro il suo risorgere tutto l’universo; queste pasque non solo umane, come canta p. Turoldo

Pasqua è una energia che si dirama per tutte le vene del mondo,

una forza che ha imbevuto di sé tutta la trama del creato.

 

Non è qui. Bisogna cercare più a fondo, cercare in altro modo, con occhi attenti, non c’è luogo che lo contenga, non chiesa, non parole, non riti. Lui è oltre, sempre oltre è il suo infinito cammino.

Vi precede in Galilea (Mt 28,7): là dove tutto è cominciato. Ripartite da quel lago, ritornate alle prime parole con cui vi ha rubato il cuore.

Il Risorto cammina davanti, ad aprire la nostra immensa migrazione verso la vita. Davanti, a ricevere in faccia il vento, l’ingiuria, la morte, il sole, senza arretrare di un passo mai. Vorrei entrare nella sua corrente ed essere trascinato in avanti e in alto.

Là lo vedrete. Noi lo vedremo. Noi, se ritorniamo alla Galilea degli inizi del vangelo, vedere Lui vuol dire vedere con occhi nuovi tutto ciò che ha fatto e detto, guarito e predicato, sanato e messo in cammino attorno a sé…

E coloro che, come lui, non accettano che il mondo si perpetui così com’è, coloro che lavorano per cieli nuovi e nuova terra, sanno che chi vive una vita come la sua, ha in dono già la sua stessa vita indistruttibile.

È risorto, dice l’angelo; lo dice con il verbo dei nostri mattini, si è svegliato, si è alzato. E continua ad alzarsi nel cuore, lui il risveglio del mondo; l’ha detto: io sono la risurrezione e la vita.

Si è alzato da dove era sceso, dalle catacombe della storia, dalle catacombe dei fuggiaschi, dai buchi dei dannati della terra, dai barconi che affondano.

È disceso nelle mie zone di durezza e di sterilità, nelle profondità della materia e della storia, nella vittima e anche nel carnefice,

ed è qui, ora, presente in me come risurrezione,

come forza di gravità celeste,

come forza di attrazione verso l’alto,

annuncio che i carnefici non avranno ragione delle loro vittime in eterno.

Eppure la morte sembra vincere. Il male del mondo mi fa dubitare, è troppo, è feroce, è pazzo: vedo Gaza e i suoi morti e dubito, la Siria mi fa dubitare; il martirio crescente dei cristiani, dubitare dell’esistenza stessa di un Padre buono;

milioni che non hanno cibo, acqua, casa, amore; il cancro, la corruzione, il cinismo, il nocciolo durissimo dell’indifferenza, mi fanno dubitare; la terra avvelenata, l’acqua avvelenata, la terra dei fuochi dove per soldi hanno avvelenato i propri figli, mi fanno dubitare.

Non è qui, dice l’angelo.

Allora guardo meglio e vedo immense energie di bene nel mondo,

vedo giovani che travasano forza in chi è debole,

donne generose fino alla follia

anziani sapienti, che amano giustizia e bellezza,

vedo gente onesta perfino nelle piccole cose,

vedo occhi pieni di luce

e sorrisi più belli di quanto la vita non lo consenta.

Il mondo è una immensa collina di croci. È vero. E tuttavia è altrettanto certo che nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare qualcosa di nuovo.

Dove la terra è stata spianata vedo spuntare un filo d’erba testardo, e poi un fiore che si impunta, ostinato, e poi un prato irremovibile.

Vedo mucchi di macerie, eppure sulle macerie torna ad apparire un germoglio di vita, ostinata e invincibile.

Vedo che la bellezza rinasce ogni giorno nel mondo.

E questo perché?

Perché il Risorto è all’opera, in alto silenzio e con piccole cose.

è la linfa profonda che scorre nelle arterie del mondo,

Il mondo combatte per fiorire. Sono fioriti i pruni e i biancospini in questi giorni:

“è Dio che in essi fiorisce,

si espande, dilaga, e poi torna a fiorire” (Turoldo).

Il Risorto combatte per far fiorire il mondo (papa Francesco),

ad ogni mattino combatte per svegliarci dal sonno del cuore.

E potranno tagliare tutti i germogli, potranno recidere tutti i fiori,

ma non potranno impedire alla primavera di ritornare. Io lo credo.

La Pasqua non si lascia sgomentare. Io lo credo.

La Risurrezione del Signore non si ritira,

ha già penetrato la trama nascosta di questa storia. Io lo credo

Tu, semente che si disfa, entra nel profondo del cuore umano. e noi … staremo ad ascoltare la crescita del grano” (mons. Tonino Bello)

 

Inizia dalla Risurrezione

Dal sepolcro vuoto

Da Nostra Signora della Gioia

Allora perfino la croce allieterà…

Non fate di me una piagnucolona

Dice Nostra Signora

Una volta era così

Ora è diverso

Inizia dal sepolcro vuoto

Dal sole

Il vangelo si legge come le lettere ebraiche

Dalla fine.

 

 

 

 

 

 

In genere riteniamo “normale” abitare in un corpo che si evolve continuamente ed è sottoposto anche a fatica, dolore, malattie, incidenti e limiti di ogni genere fino alla morte.

Chi, però, comincia a prendere consapevolezza della misera situazione umana, durante alcuni sprazzi di illuminazione interiore intuisce che non è ancora la realtà definitiva quella che stiamo vivendo in questa dimensione, la quale, se fosse privata della possibilità di saltare qualitativamente in quella trascendente, appare mostruosamente assurda.

Che senso avrebbero i miliardi di miliardi di atomi uniti per formare le numerosissime cellule dei tessuti ed organi del nostro corpo? Che senso avrebbero tutti i dolori e le fragilità in cui siamo immersi in questa “valle di lacrime”?

Si continua a vivere perché in noi c’è un’inconscia speranza di arrivare un giorno all’immersione totale del nostro essere nella luce dell’Eternità. E chi potrebbe aiutarci se non Colui che ci ha già preceduti aprendoci la strada verso la Trascendenza?

Gesù Cristo è l’Uomo-Dio che attraverso l’Incarnazione, la passione, la morte e la Risurrezione ci ha dimostrato che il nostro pellegrinaggio terreno ha come meta la nostra progressiva divinizzazione, perché noi proveniamo dal Padre e ritorneremo nel suo seno per partecipare del glorioso dinamismo trinitario.

 

ALCUNI LIBRI DI PIER ANGELO PIAI

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L’ANIMA ESISTE ED È IMMORTALE ed. Segno http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

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GESÙ CHIEDE TOTALE FIDUCIA IN LUI (nel “Colloquio interiore” di suor Maria della Trinità) https://www.edizionisegno.it/libro.as…

 

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Signore, il tuo corpo senza vita giace a terra, mentre tua madre lo accarezza in un pianto composto e dignitoso. Siamo stati noi, con i nostri peccati, a ridurti in quel modo.

Ti abbiamo tradito come Giuda e rinnegato come Pietro.

Ti abbiamo accusato come la folla davanti a Pilato.

Ti abbiamo disprezzato come i soldati e come loro ti abbiamo messo la corona di spine.

Ti abbiamo flagellato con i nostri peccati dei sensi.

Ti abbiamo inchiodato alla croce per non lasciarti agire in noi.

Ti abbiamo lasciato morire a causa del nostro egoismo.

O madre misericordiosa, noi siamo tuoi figli e non tieni conto del male che abbiamo fatto a Gesù, nostro fratello, vero uomo e vero Dio. Tu piangi da innocente e noi piangiamo da colpevoli. Ma siamo sicuri del vostro perdono!

Quanto è grande il mistero della Redenzione!

 

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Se Gesù Cristo non fosse anche Dio:

1) Non avrebbe senso l’Incarnazione: Maria e Giuseppe lo avrebbero adorato inutilmente e così anche i pastori ed i Re Magi… Non si può adorare un solo uomo.

2) Gesù non avrebbe detto la Verità perché nei Vangeli per molte volte si è dichiarato Figlio di Dio ed ha detto: “Chi vede me vede il Padre” “Prima che Abramo fosse io sono” “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue avrà la vita eterna”

3) La Trasfigurazione sarebbe stata un inganno, una semplice allucinazione collettiva.

4) La Risurrezione risulterebbe un’impostura, per cui non avrebbero alcun senso la Chiesa con la sua gerarchia ed i Sacramenti. Ridurre Gesù ad un semplice uomo è privare all’umanità la possibilità della salvezza eterna, ottenuta grazie alla sua passione, morte e risurrezione.

Gesù era vero uomo ma anche vero Dio e grazie a Lui noi possiamo essere divinizzati per ascendere al Padre.

 

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Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1Ts 4,13-18)

 

Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza.

Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.

Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti.

Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo.

E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore.

Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

 

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II di pasqua Giovanni 20,19-31

 

         La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi nelle mani e nei piedi del crocifisso, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Leonard Cohen cantava: c’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce. Le mani ferite del Risorto sono le feritoie, le crepe da cui entra la luce.

 

Omelia di p. Ermes Ronchi

I discepoli erano chiusi in casa per paura. È un momento di disorientamento totale: l’amico più caro, il maestro che era sempre con loro, con cui avevano condiviso tre anni di vita, quello che camminava davanti al gruppo, per cui avevano abbandonato tutto, non c’è più. L’uomo che sapeva di cielo, che aveva spalancato per loro orizzonti infiniti, è ora chiuso in un buco nella roccia. Ogni speranza finita, tutto calpestato (M. Marcolini). E in più la paura di essere riconosciuti e di fare la sua stessa fine.

Ma quegli uomini e quelle donne fanno la cosa giusta: ed è quella di stare insieme, di non separarsi, fare comunità. Forse sarebbero stati più sicuri a disperdersi fra la folla e le carovane dei pellegrini. Invece no, non si sbandano e fanno argine comune allo sgomento comune. Sappiamo due cose sole di loro: la paura e il bisogno di stare insieme.

In questo stringersi l’uno all’altro, per paura e per memoria di Lui, germoglia la prima comunità cristiana.

Quella casa è la madre di tutte le chiese. La sera di Pasqua il Signore entra nella stanza chiusa, dove manca l’aria e si respira paura: Pace a voi. Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi. Li manda, così come sono, poca cosa davvero, un gruppetto alla sbando.

Come il Padre me, così io voi. Ma ora c’è in loro “un di più”: Soffiò e disse loro: ricevete lo Spirito Santo. Su quel pugno di creature, chiuse e impaurite, inaffidabili, scende il vento delle origini, il vento che soffiava sugli abissi, che scuote le porte chiuse del cenacolo. Il respiro di Dio. E che cosa produce? A sorpresa, il perdono.

A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati.

Sì, perdonare è un bisogno di Dio, è il suo respiro di Padre; ha più bisogno lui di perdonare che noi di essere perdonati: per essere Padre lui ha la necessità di abbracciare ogni figlio prodigo che torna, ha necessità di parlare con ogni figlio maggiore che non capisce, di partire in cerca di ogni pecora che si perde.

Prima opera che consegna a coloro che hanno Pace e Spirito: voi perdonerete i peccati… e non è detto ai preti, ma a tutti i discepoli e a tutte le discepole che hanno ricevuto lo Spirito e la Pace. Perdonare è possibile a tutti:

perdonare è de-strutturare il male,

de-creare il male in sé e attorno a sé.

Ma che cos’è un peccato? Risposta del vecchio catechismo: Offesa fatta a Dio disubbidendo alla sua legge. Ma non è Dio che offende questo continuo peccare, è noi che offende e umilia (Turoldo). Immaginiamo così Dio? Uno che pur offeso da me, è bravo e non mi fa pesare l’offesa? Che idea meschina di Dio abbiamo coltivato, l’abbiamo ridotto a poca cosa, costretto in miseria, a rovistare nella spazzatura delle vite.

Non riesco più a sentir parlare di peccato come fosse un’offesa a una legge. Il peccato è uno soltanto: è il disamore. Incapacità di amare, volontà di non amare.

Il disamore ferisce il mondo, offende l’uomo, disamore è l’anti-creazione.

L’unico comando che Gesù ci lascia, quello davvero suo è: amatevi. Amatevi altrimenti vi distruggerete tutti, e la ragione sarà sempre del più forte, del più violento, del più armato, del più crudele.

E Dio come perdona il disamore? Come uno smemorato? Fa come se non fosse successo niente? Ma questo a cosa servirebbe? A pareggiare i conti? A ritornare alla casella di partenza? Un estenuante gioco dell’oca?

Dio perdona come un creatore, non come uno smemorato. Non un colpo di spugna sulla lavagna della vita, ma un colpo di vento nelle vele della mia nave. Perdona risuscitando amore. Perdona, togliendo pietre che chiudono, creando aperture.

Cos’è Gesù Cristo? È una struttura di apertura, di aperture continue. Perdona aprendo cose nuove, non cancellando cose vecchie.

Voglio dirvi tutto il mio disagio per tanto linguaggio liturgico lamentoso, teso a chiedere pietà, il perdono delle colpe, mia colpa, mia grandissima colpa, e poi la richiesta di salvare l’anima dalla perdizione. Ma soprattutto, per l’immagine di Dio che questa inflazione di peccato e di richieste di perdono propone: puntiglioso, pericoloso, un ragioniere attento alle piccole cose. Anziché il Dio innamorato, seminatore di bellezza, primavera del cosmo e del cuore.

Gesù nel Vangelo ci ha detto di chiamare Dio Padre, “Abba”, papà, come figli, come amici, tralci della vite, acqua di quella sorgente. Lo chiamo papà, e continuamente gli chiedo pietà. Che amore, che fiducia è quella che ha continuamente bisogno di chiedere pietà al proprio padre? Quale figlio quando torna alla casa dei genitori per prima cosa chiede “perdono, pietà, scusami”, come facciamo noi in chiesa?. No, chiede un abbraccio.

Il perdono di Dio è questo, il dilagare del suo sole sopra le mie ombre; di aperture dentro i miei limiti. Brecce di luce, fessure di cielo, correnti nuove dentro l’immobile stagno dove sono insabbiato. Che aprono la strada a più amore, a più libertà, a più coscienza.

Otto giorni dopo Gesù è ancora lì: l’abbandonato ritorna da quelli che sanno solo abbandonare.

Li aveva inviati per le strade, e li ritrova ancora chiusi in quella stanza. Ma Gesù accompagna con delicatezza infinita la fede piccola dei suoi, con umanità suprema gestisce l’imperfezione delle vite di tutti.

Non ci chiede di essere perfetti, ma di essere autentici;

non di essere immacolati, ma di essere incamminati.

E si rivolge a Tommaso – povero caro Tommaso diventato proverbiale per la sua incredulità – Gesù l’aveva educato alla libertà interiore, a dissentire, lo aveva fatto rigoroso e coraggioso, il solo che entra e esce da quella casa.

Invece di imporsi, si propone alle sue mani: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco.

Gesù rispetta la sua fatica e i suoi dubbi; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. Lui non si scandalizza, si ripropone, non rimprovera si espone con le sue ferite aperte.

Toccami! Il vangelo non dice che Tommaso l’abbia fatto, che abbia toccato. Che bisogno c’era?

Non le ha toccate, le ha baciate quelle ferite diventate le feritoie della più grande bellezza del mondo. C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce (Cohen)

Tommaso, beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Siamo noi, una beatitudine per me e per te. Grande educatore, Gesù, forma alla libertà, a essere liberi dai segni esteriori, dalle visioni, alla serietà delle scelte.

Che bello se nella Chiesa, come nel cenacolo, riprendessimo a essere educati più all’approfondimento che all’ubbidienza; più alla ricerca che alla docilità! Che energie e quanta maturità!

Ecco una beatitudine che sento finalmente mia, le altre le ho sempre sentite troppo difficili, cose per pochi coraggiosi.

Questa è invece una beatitudine per noi, per chi fa fatica, per chi cerca a tentoni, per chi non vede, per chi ricomincia.

Beati voi che credete… Voglio dire grazie a tutti quelli che credono senza necessità di segni, e la loro fede rafforza la mia;

grazie a tutti quelli che si sono messi in piedi, anche se è notte. Anche se hanno mille dubbi, come Tommaso;

grazie a tutti quelli che non si accontentano del sentito dire, ma vogliono una fede che si incida nelle mani di ogni giorno!

Beati! C’è una beatitudine nel credere, una promessa di gioia nella fede: che non significa una vita più facile ma più piena e appassionata, ferita e luminosa, piagata e guaritrice.

Credere fa bene, credetemi (credete a Tommaso, a Giovanni, a Maddalena, a quanti l’hanno incontrato). Credete all’ultima riga del vangelo: tutto questo è stato scritto, perché crediate e, credendo, abbiate in voi la vita (Gv 20,31).

Credere ti fa bene, ti fa più vivo e più felice. Credere è il rischio di essere felici, di avere in noi la vita.

Queste cose sono state scritte perché crediate in Gesù, e perché, credendo, abbiate la vita.  
Credere ti fa bene, è il modo essere più vivi e più felici, per avere più vita: io credo, e carezzo la vita, perché profuma di Te! (Rumi). L’augurio che lascio a ciascuno: non possiamo toccare Cristo e le sue ferite, ma possiamo toccare la vita. Accarezziamola, sentiremo che profuma di Dio.

 

 

Alla Comunione

 

Quando sulla mia vita scende la sera,

torna, o Signore, a farti vicino

ad augurare pace.

Vieni, Signore dalle mani e dal cuore feriti.

Ti dico le parole di Tommaso:

Mio Signore e mio Dio.

Mio come lo è il cuore,

e, senza, non sarei;

mio come lo è il respiro,

e, senza, non vivrei.

Tu sei energia che sale, dice e ridice e non tace mai.

Si dilata dentro, mette gemme di luce,

mi offre due mani piagate

dove poter riposare e riprendere il fiato del coraggio.

Signore mio e Dio mio,

mio non di possesso ma di appartenenza,

io appartengo a te,

il mio Amato è mio

e io sono per lui.

Amen.

 

p. Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

III di Pasqua. Emmaus (Luca 24,13-35)

di p. Ermes Ronchi

Tutto comincia con la liturgia della strada. Non sappiamo dove sia Emmaus, quel nome è un simbolo di tutte le nostre strade, soprattutto di quando qualcosa sembra finire, e si torna a casa, con le macerie dei sogni. Due discepoli, una coppia, forse un uomo e una donna, marito e moglie, una famigliola (così li ha immaginati il pittore Piero Dani, qui fuori nell’atrio del santuario). Due come noi. Che camminano e parlano.

Ed ecco Gesù si avvicinò e camminava con loro. Dio che si avvicina nei luoghi della vita, lungo la strada, non in sinagoga o in chiesa, ma nei volti, nei piccoli gesti quotidiani. La strada è un luogo laico ed è di tutti.

Si avvicina e cammina: Cristo non comanda nessun passo, prende il mio. Nulla di obbligato. Ogni camminare gli va. Purché uno cammini. Gli basta il passo del momento, il tuo passo quotidiano. E rallenta il suo passo sulla misura del nostro, incerto e breve. Si fa viandante, pellegrino, fuggitivo, proprio come i due.

Cammina con loro Uno che non è presenza invadente di risposte già pronte, ma uno che pone domande, e offre due cose: disponibilità all’ascolto e il tempo della compagnia lungo la stessa strada.

Si comporta come chi è pronto a ricevere, come un povero accetterà la loro ospitalità.

Tutta da scrutare questa pedagogia di Gesù, il quale anzitutto inizia con l’ascolto, senza voler prendere lui la parola, chiarire subito, precisare tutto, spiegare tutto. Raccontatemi, dice: il cuore risorto è quello che non giudica, ma valorizza ogni frammento, e dice che la tua storia è interessante, che è degna di ascolto ogni storia, ogni amarezza, ogni delusione.

Il racconto di Emmaus è lento, senza fretta. Invece tutto è rapido oggi: tutto ad alta velocità: i treni, la TAV, i computers sempre più veloci, la maturazione delle persone… Un quadro non è ancora abbozzato, e vogliamo pronto il capolavoro; l’azione è ancora pensiero, e ne vogliamo gli effetti; non ci siamo ancora messi in strada e vogliamo essere arrivati. Anche in famiglia c’è sempre da correre, manca il tempo, siamo in apnea…

Invece il vangelo oggi propone la liturgia della strada: fatta di ascolto innanzitutto.

Poi cominciò a spiegare loro che il Cristo doveva patire. I due camminatori scoprono una verità che capovolge tutto. C’è la mano di Dio posata proprio là dove sembrava impossibile, proprio là dove sembrava assurdo: sulla croce.

Così nascosta da sembrare assente, mentre invece sta tessendo il filo d’oro della tela del mondo. Non dimentichiamolo: più la mano di Dio è nascosta più è potente.

 

E il primo miracolo è così dolce da non accorgersene subito, è così necessario da entrare in loro senza imporsi: non ci bruciava forse il cuore mentre per via ci spiegava il senso delle Scritture e della vita?

Un dono favoloso quello del cuore acceso, almeno di tanto in tanto, lo sappiamo tutti che è un dono che va e viene, “non sempre si può conservare l’incandescenza del cuore, ma una cosa sì: la memoria dell’incandescenza del cuore” (Card Martini)…

E dal cuore acceso dei due pellegrini escono parole che sono rimaste tra le più belle che sappiamo: resta con noi, Signore, perché si fa sera. Resta con noi quando la sera scende nel cuore, resta con noi alla fine della giornata, alla fine della vita. Resta con noi, e con quanti amiamo, nel tempo e nell’eternità.

Avevano seguito Gesù e lui li aveva amati! Né loro né lui sono cambiati. Non si lasceranno. I due rifiutano di vedere concludersi così di colpo questa amicizia nascente.

Un uscio stava per aprirsi, una casa li avrebbe accolti, un po’ di fuoco, un po’ di pane, volti amici. Lo invitano quindi a restare, offrendogli l’ospitalità, in una maniera così delicata che par quasi che essi la ricevano da Lui. Certi discorsi di Gesù erano improvvisamente riaffiorati, e la sua pietà si ristampava nel loro animo come nel Samaritano della strada che va da Gerusalemme a Gerico. «Avevo fame e m’avete dato da mangiare… ero Pellegrino e forestiero e mi avete ospitato…» (Mt 25,35-40). Invitando il Forestiero a rimanere, i Due sentivano di rendere un omaggio alla memoria del Maestro: era la maniera più giusta di commemorarlo, di averlo vicino ancora, di stargli ancora insieme. Il cuore ritornava ospitale. Nel calore del discorso s’erano dimenticati di chiedergli chi fosse e dove andasse: ma lui che era straniero ora si è fatto prossimo. Resta con noi: che non sia anche questo gesto, l’essere ospitali nella vita, una modalità che avvicina al riconoscimento di Gesù nel pane spezzato?

Forse questo è il segno più antico di cui dispone l’umanità: sedersi insieme e dividere il cibo. Probabilmente è così che siamo diventati esseri umani, dividendoci la preda cacciata per essere uniti, sono esperienze remotissime di solidarietà e perfino di giustizia.

Dio entra, furtivamente nel mondo attraverso i gesti del fare strada, dell’ascolto, dell’ospitalità, del convivio. Questo è il livello in cui Dio entra. Noi lo vorremmo da altre parti… Ma la via di Dio verso l’uomo rimane la fraternità nel senso ricco, profondo, il costruire un mondo fraterno già annunciato e inaugurato. Il nostro impegno nel mondo è questo: annunciare che non è vero che Pilato e Caifa possono fare in eterno il loro gioco. Non è vero!

È possibile che venga un mondo diverso, un mondo migliore: questa la speranza è santa, è benedetta, Dio è lì. Dio non è nel rumore, nel chiasso, nel comizio, ma si consegna in quei semplici rapporti in cui l’uomo scopre se stesso con l’altro, nell’altro, quando ci si scambia tempo e cuore. In questa reciprocità, tessuto altissimo dell’umano in cui si celebra l’amore, entra, con passi silenziosi, il mistero di Dio.

Lo riconobbero allo spezzare del pane”. Il segno di riconoscimento di Gesù, il suo stile unico, è il suo Corpo spezzato, vita consegnata per nutrire la vita. La vita di Gesù è stata un continuo appassionato consegnarsi. Fino alla croce. Che cosa poteva dare di più?

«Lo riconobbero allo spezzare del pane», allo spezzare qualcosa di proprio per gli altri, perché questo è il cuore del vangelo. Spezzare il pane o il tempo o un vaso di profumo, come a Betania, e poi condividere cammino e speranza e solitudine.

È cambiato il cuore dei due, i loro occhi, cambia la strada: “Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”. La fuga triste diventa corsa gioiosa per i due discepoli, non c’è più notte né stanchezza, il cuore è acceso, gli occhi vedono, la vita è fiamma. Non patiscono più la strada: la respirano, respirando Cristo. Diventano profeti: Manda ancora profeti Signore/ uomini certi di Dio, /donne dal cuore in fiamme/ e tu a parlare dai loro roveti (Turoldo).

E che ascoltarli sia rimanere accesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Vangelo – Ermes Ronchi
23 aprile 2017

Le ferite del Signore, quel segno eterno dell’amore

II Domenica di Pasqua – Anno A

Il Vangelo – Giovanni 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». […]

I discepoli erano chiusi in casa per paura. È un momento di disorientamento totale: l’amico più caro, il maestro che era sempre con loro, con cui avevano condiviso tre anni di vita, quello che camminava davanti, per cui avevano abbandonato tutto, non c’è più. L’uomo che sapeva di cielo, che aveva spalancato per loro orizzonti infiniti, è ora chiuso in un buco nella roccia. Ogni speranza finita, tutto calpestato (M. Marcolini). E in più la paura di essere riconosciuti e di fare la stessa fine del maestro.

Ma quegli uomini e quelle donne fanno una scelta sapiente, forte, buona: stanno insieme, non si separano, fanno comunità. Forse sarebbero stati più sicuri a disperdersi fra la folla e le carovane dei pellegrini. Invece, appoggiando l’una all’altra le loro fragilità, non si sbandano e fanno argine allo sgomento. Sappiamo due cose del gruppo: la paura e il desiderio di stare insieme.

Ed ecco che in quella casa succederà qualcosa che li rovescerà come un guanto: il vento e il fuoco dello Spirito. Germoglia la prima comunità cristiana in questo stringersi l’uno all’altro, per paura e per memoria di Lui, e per lo Spirito che riporta al cuore tutte le sue parole. Quella casa è la madre di tutte le chiese.

Otto giorni dopo, erano ancora lì tutti insieme. Gesù ritorna, nel più profondo rispetto: invece di imporsi, si propone; invece di rimproverarli, si espone alle loro mani: Metti, guarda; tendi la mano, tocca.

La Risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il vertice dell’amore, e resteranno aperte per sempre.

Il Vangelo non dice che Tommaso abbia toccato. Gli è bastato quel Gesù che si ripropone, ancora una volta, un’ennesima volta; quel Gesù che non molla i suoi, neppure se l’hanno abbandonato tutti. È il suo stile, è Lui, non ti puoi sbagliare. Allora la risposta: Mio Signore e mio Dio. Mio, come lo è il respiro e, senza, non vivrei. Mio come il cuore e, senza, non sarei.

Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Grande educatore, Gesù. Forma alla libertà, a essere liberi dai segni esteriori, e alla serietà delle scelte, come ha fatto Tommaso.

Che bello se anche nella Chiesa, come nella prima comunità, fossimo educati più alla consapevolezza che all’ubbidienza; più all’approfondimento che alla docilità.

Queste cose sono state scritte perché crediate in Gesù, e perché, credendo, abbiate la vita. Credere è l’opportunità di essere più vivi e più felici, di avere più vita: «Ecco io credo: e carezzo la vita, perché profuma di Te!» (Rumi).

(Letture: Atti 2,42-47; Salmo 117; 1 Pietro 1,3-9; Giovanni 20,19-31)

Fonte – http://buff.ly/2oYFIcd

 

DOMENICA DI PASQUA 2017

p. Ermes Ronchi

Gv 20,11-18

 

Buona Pasqua, fratelli sorelle amici, sconosciuti compagni di fede, a voi e a tutti quelli che portate nel cuore. Noi che celebriamo la Pasqua, siamo presi oggi dentro la potenza della risurrezione di Cristo Gesù, sospinti da lui, trascinati in alto da lui, forza ascensionale del cosmo, nella grande migrazione verso la vita.

Pasqua è questo: di fronte a chi decide di “amare e donare”, non c’è morte che tenga, non c’è tomba che chiuda, non c’è macigno che non rotoli via.

 

Signore, nostra vita, donaci speranza,

Signore, nostra risurrezione, donaci cuore

Signore, nostra Pasqua, donaci vita

 

La Pasqua è tornata, Pasqua è qui, testarda e lieve come il battito del cuore, in un vangelo dove tutto si colora di urgenza e di passione.

Urgenza del seme che si apre, del masso che rotola via, e il sepolcro vuoto e risplendente nel fresco dell’alba è come un grembo che ha partorito, come il guscio di un seme aperto.

Passione fino alle lacrime. Donna perché piangi?

Prima parola del Risorto, e non per dirle: spiegami, oppure non piangere più, smettila con il pianto. Ma per piegarsi su di lei, per abbracciarla, per stringersi a lei, e condividere e coinvolgersi.

“Diglielo perché piangi, Maria. Per un motivo grande, per il più grande dei motivi: Tu piangi per amore. Piange chi ama. Piange molto chi ama molto”. Maria, la chiama Gesù. Pronunciando il suo nome come nessuno sapeva fare. E lei si volta e il vangelo riporta questa parola: Rabbunì. Ma io credo che a Maria nel giardino è uscito dal cuore: amore, sei qui.

Perché tutte quelle lacrime non sono per un maestro che viene a mancare. Si piange così perché manca una parte della propria vita.

Le lacrime di Maddalena sono il tesoro del Risorto, Lui le raccoglie ad una ad una nel suo cuore, nei suoi archivi eterni, sono dichiarazioni d’amore.

Donna, perché piangi? Umanità, perché?

Eccolo il Dio che prova dolore per il dolore dell’uomo, del mondo che è un immenso pianto, che è tutto una collina di croci.

Ma ora Cristo si è innestato nel mondo, attraverso la croce e le ferite, ogni innesto avviene per ferita, lo sa bene la sapienza contadina. Innestato sul calvario, e la sua e nostra vita ormai una vita sola.

Donna perché? E’ lo stile inconfondibile di Gesù. Il Risorto riprende a fare ciò che ha sempre fatto, l’ha fatto nell’ultima ora del venerdì, occupandosi della paura e della speranza di un ladro giustiziato accanto a lui (oggi sarai con me…) lo fa nella prima ora di Pasqua, quando si occupa delle lacrime di Maria. E trema insieme al tremante cuore della sua amica. Ma poi innesta vita.

Gesù risorge dopo essere disceso agli inferi, diciamo nel Credo. E se risorge oggi è perché oggi è sceso negli inferi della storia, nella catacombe dei fuggiaschi, nei buchi dei dannati della terra, nei barconi che affondano.

È disceso nelle profondità della materia e della persona, nella vittima e anche nel carnefice, ed è qui, adesso come forza di risurrezione, come forza di gravità celeste, come forza di attrazione verso l’alto, verso la bontà, annuncio che i carnefici non avranno ragione delle loro vittime in eterno.

Eppure la morte sembra vincere. Il male del mondo mi fa dubitare, è troppo, è feroce, è pazzo: sembra contestare l’esistenza stessa di un Padre buono e provvidente;

terrorismo, armi sempre più potenti, milioni privati di cibo, acqua, casa, amore; il cancro, la corruzione, il nocciolo duro del cinismo e dell’indifferenza, milioni di Pilati che si lavano le mani, mi fanno dubitare; la terra avvelenata per denaro e che avvelena i figli, mi fanno dubitare. La mia vita accidentata, alle volte mi fa dubitare.

Tutto questo è certo. E tuttavia è altrettanto certo che nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare qualcosa di nuovo.

Dove la terra è stata spianata, osservo e vedo spuntare un filo d’erba testardo, e poi un fiore che si impunta a fiorire, ostinato, e poi un prato dal verde inestirpabile.

Vedo mucchi di macerie, eppure sulle macerie torna ad apparire un germoglio di vita, ostinata e invincibile. E anche in me.

Vedo che la bellezza rinasce ogni giorno nel mondo.

E questo perché?

Perché il Risorto è all’opera, in alto silenzio e con piccole cose.

Per la risurrezione di Cristo, io credo che

“non va perduta nessuna delle opere svolte con amore.

Non va perduta nessuna delle sincere preoccupazioni per gli altri. Non va perduto nessun atto d’amore,

non va perduta nessuna generosa fatica,

non va perduta nessuna dolorosa pazienza.

Tutto ciò circola attraverso il mondo,

circola come una forza di vita”(Ev Ga 278).

Una vita di una qualità indistruttibile. Questa è la linfa profonda che scorre nelle arterie del mondo, Dio si è innestato per ferita, nella ferita, e ci sospinge in avanti in una corrente di atti buoni, di parole buone, di gesti puliti, che hanno principio e futuro da Lui.

Il mondo ha molti tesori nascosti nei suoi vasi di creta (2 Cor 4,7).

Il mondo combatte per fiorire. Sono fioriti i prati, i glicini, le prime rose in questi giorni:

“è Dio che in essi fiorisce / si espande, dilaga / e poi torna a fiorire” (Turoldo).

Il Risorto combatte per far fiorire il mondo;

ad ogni mattino combatte per svegliarmi dal sonno del cuore.

E potranno tagliare tutti i germogli, potranno recidere tutti i fiori ma non potranno impedire alla primavera di ritornare. Io lo credo.

La Pasqua non si lascia sgomentare. Io lo credo.

La Risurrezione non si arrende, ha già penetrato la trama nascosta di questa storia. Io lo credo

Lo credo e sento che io sono nato davvero il mattino di Pasqua,

con lui che è innestato nel mio cuore, irrevocabile innesto

Pasqua è il tema più arduo e più bello di tutta la Bibbia.

Balbettiamo, come gli evangelisti, che per tentare di raccontarla, si fecero piccoli, non inventarono parole, ma presero in prestito i verbi delle nostre mattine: svegliarsi e alzarsi: si svegliò e si alzò il Signore.

Ed è così bello pensare che Pasqua, l’inaudito, è raccontata con i verbi semplici del mattino, di ognuno dei nostri mattini, quando anche noi ci svegliamo e ci alziamo. Nella nostra piccola risurrezione quotidiana.

Quel giorno, raccontato con i verbi di ogni giorno.

Pasqua è qui, adesso. Ogni giorno è quel giorno.

Perché la forza della Risurrezione non riposerà finché non abbia raggiunto l’ultimo ramo della creazione, rovesciato la pietra dell’ultima tomba(Luzi).

Allora questo è l’annuncio di Pasqua:

Rimane, continua, è più forte la potenza dell’amore.

Anche se non ho niente, mani inchiodate dal dolore,

rimane la potenza dell’amore.

In un luogo che non conosco, sorgente delle mie sorgenti,

cielo del mio cielo, terra profonda delle mie radici,

rimane la potenza dell’amore!”

Rimane Cristo, vivo, e questo mi fa dolce e fortissima compagnia:

io appartengo a un Dio vivo.

 

Sia con noi il Signore, sia in noi la forza della risurrezione,

la compagnia del risorto sulla strada di Emmaus,

la dolcezza amica del giardiniere con la Maddalena,

sia con noi l’ansia di Pietro e di Giovanni che corrono al sepolcro.

 

 

di p. Ermes Ronchi

V DI QUARESIMA – Lazzaro- 2017

Gv 11,1-53

 

Il racconto della risurrezione di Lazzaro è la pagina evangelica dove Gesù appare più umano. Lo vediamo fremere, piangere, commuoversi, gridare. Un Dio umano.

Prendiamoci un momento di silenzio per metterlo al centro della nostra umanità, come lievito, sale e luce, seme e strada.

 

Omelia

Chi vince la morte non è la vita, è l’amore.

Di Lazzaro sappiamo poche cose, ma sono quelle che contano: la sua casa è ospitale, è fratello amato di Marta e Maria, amico speciale di Gesù: ospite, amico e fratello. Ma il suo nome più vero è quello coniato dalle sorelle: colui-che-Tu-ami è malato, il nome di ognuno di noi.

Se Tu fossi stato qui, non sarebbe morto. Le sorelle esprimono un rimprovero, per la loro preghiera non esaudita. E quante volte, anche le nostre… Ma forse Dio non risponde perché prepara dell’altro, come a Betania.

“Vostro fratello risorgerà”. Marta la sente come una frase consolatoria, parole formali che tutti sanno dire, e risponde come delusa: “so bene che risorgerà nell’ultimo giorno. Ma quel giorno è così lontano da questo dolore”.

Mentre lei parla con verbi al futuro, Gesù parla al presente: “Io sono”, e seguono parole tra le più importanti del vangelo: “Io sono la risurrezione e la vita”. Lo sono adesso.

Notiamo la disposizione delle parole. Prima viene la Risurrezione e non, come si saremmo aspettati, la vita.

Per Gesù prima viene la liberazione e poi la vita autentica.

Vivere è il risultato di molte risurrezioni, di molte liberazioni: dalla paura, dalla disperazione, dalla violenza, dalla solitudine, dall’indifferenza. Risorgere è faccenda di adesso, di questo momento: risorgere dalle vite spente, dalle vite senza sogno e senza fuoco.

Io sono la risurrezione: una linfa potente e fresca che si dirama per tutto il cosmo e che non riposerà finché non abbia raggiunto e fatto fiorire l’ultimo ramo della creazione, l’ultimo angolo del cuore.

Riascoltiamo le tre parole finali di Gesù disposte come tre gradini di questa risurrezione: togliete la pietra! Rotolate via quei macigni, quelle macerie sotto cui vi siete seppelliti con le vostre stesse mani;

via i sensi di colpa, rovesciate l’incapacità di perdonare a voi stessi e agli altri;

togliete via la memoria amara del male ricevuto, che vi inchioda ai nostri ergastoli interiori, e crea legami mortificanti.

Togliete la durezza del cuore. E fate entrare la combattiva tenerezza del vangelo.

La seconda parola: Lazzaro, vieni fuori!

Fuori nel sole, fuori è primavera. E lo dice a me: Ermes, vieni fuori. Fuori dalla grotta nera dei rimpianti e delle delusioni, dal guardare solo a te stesso, dal sentirti al centro del mondo, della famiglia, del tuo ambiente. Vieni fuori, ripete alla farfalla che è in me, chiusa dentro il bruco che credo di essere.

Non è il tuo angolino o la tua tana, il luogo dove sei al sicuro: non stare al chiuso, da solo, allo stretto: vieni fuori, incontro al mondo. Incontro agli altri. Fuori c’è forza e sole.

Chiesa in uscita, tante volte invocata da papa Francesco.

Davanti al grande mare aperto capisco che posso avere paura con la mia piccola barca. Le navi sono al sicuro quando restano ormeggiate nel porto, ma non è per questo che sono state costruite. Non siamo nati per restarcene spiaggiati sulla riva, per finire arenati nei bassifondi della vita.

Vieni fuori. Non è vero ciò che scrive Bertold Brecth: “le madri tutte del mondo partoriscono a cavallo di una tomba”. Come se la vita fosse risucchiata subito dalla morte o camminasse sempre sul ciglio del sepolcro, sull’orlo dell’assurdo.

Le madri partoriscono a cavallo di una speranza, di una grande bellezza, di uno spazio aperto, di molti abbracci. A cavallo di un sogno!

Ad ogni nascituro, Cristo e il mondo gridano, a una voce: vieni! Esci, e portaci più coscienza, più libertà, più amore!

Ed ecco la terza parola: Liberatelo e lasciatelo andare! Lazzaro esce avvolto in bende come un neonato. Morirà una seconda volta, ma ormai gli si apre davanti un mondo abitato da una altissima speranza: Qualcuno gli vuole bene, e questo Qualcuno è più forte della morte. La vita non finisce per sempre.

Liberatelo e lasciatelo andare. Lo ripete per ciascuno di noi: liberati come si liberano le vele al vento, come si sciolgono le catene, i nodi della paura, i grovigli del cuore. Liberati da maschere e paure.

E poi: lasciatelo andare l’uomo è un inventore di strade; dategli una stella polare per il suo viaggio, la lacrima di qualche amico, la certezza di un approdo, e sarà creativo.

Dove sta il perché ultimo della risurrezione di Lazzaro? Sta nelle lacrime di Gesù, che sono una dichiarazione d’amore fino al pianto.

Noi tutti risorgiamo per le lacrime di Dio, risorgiamo perché amati.

Dio è padre e non ha figli da buttare. La risurrezione è prima di tutto un bisogno di Dio: Dio non è padre se non ha dei figli vivi!

L’eloquenza delle lacrime, che è la più potente lente d’ingrandimento della vita: guardi attraverso una lacrima e capisci cose che non potresti mai imparare sui libri.

Io invidio Lazzaro, non perché ritorna in vita una seconda volta, ma perché è circondato da gente che gli vuole bene, pieno di amici quel suo mondo. Che sono il presagio di vita vera.

Gesù ripete anche a noi le tre parole di ogni ricominciamento: togliete le pietre, uscite fuori, e poi andate!

Che senso di futuro e di libertà emana da questo Rabbi che sa amare, piangere e gridare, e liberare senza legare a sé.

Lui è il Dio coinvolto, che ride e piange con i suoi figli.

Quante volte sono morto, quante volte mi sono addormentato, era finito l’olio nella lampada, era finita la voglia di impegnarmi e di amare, forse era finita anche la voglia di vivere. L’anima era nella tomba, mentre una voce, che era mia e non era mia, diceva: non mi interessa niente, non mi interessa nessuno, basta, è finita.

E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so da dove, non so perché. Una pietra si è smossa, è entrato un raggio di sole.

Qualcuno è venuto, un grido di amico ha spezzato il silenzio.

Delle lacrime hanno bagnato le mie bende.

E questo accade perché Dio continua ad essere amico, e per questo continua ad essere risurrezione e vita.

Dio in noi come un tarlo che rode le bende, ruggine che spezza le catene, forza che abbatte la grotta che ci rinchiude.

Dio in noi. È Lui che apre il passaggio, Lui che sta nel riflesso più profondo delle nostre lacrime, e si fa argine alla paura, argine alla morte; e toglie la dura pietra.

Lui è la Risurrezione, energia che non riposerà

finché non abbia raggiunto l’ultimo ramo della creazione,

finché non sia spezzata la pietra dell’ultima tomba

 

PREGHIERA ALLA COMUNIONRE

 

Signore, colui che ami è malato.

Sono io il tuo amico, malato e amato,

sono Lazzaro, sono Marta e Maria.

Non restare lontano, amico,

vieni vicino, così vicino

che possa contare a una a una le tue lacrime.

Per le tue lacrime io risorgerò,

per il tuo amore appassionato, io vivrò per sempre.

 

Sono io il tuo amico malato, io sono Lazzaro.

Santo solo di amicizia, santo solo perché amato.

Io sono Marta e Maria sorelle a infiniti morti,

derubato di amici, o di padre, o di figlio, o di marito,

ma io credo. I miei sono morti, ma non per sempre,

perché il tuo amore non accetta di finire.

Io morirò, ma non per sempre,

perché tu sei risurrezione che non riposerà

finché non sia spezzata la tomba dell’ultima anima

finché le tue forze non siano pervenute

sull’ultimo ramo della creazione.

Amen

 

 

 

Il Vangelo – Ermes Ronchi – 2 aprile 2017

Non è la vita che vince la morte, è l’amore

V Domenica di Quaresima – Anno A

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». (…)Giovanni 11,1-45

Di Lazzaro sappiamo poche cose, ma sono quelle che contano: la sua casa è ospitale, è fratello amato di Marta e Maria, amico speciale di Gesù. Il suo nome è: ospite, amico e fratello, insieme a quello coniato dalle sorelle: colui-che-Tu-ami, il nome di ognuno.
A causa di Lazzaro sono giunte a noi due tra le parole più importanti del Vangelo: io sono la risurrezione e la vita. Non già: io sarò, in un lontano ultimo giorno, in un’altra vita, ma qui, adesso, io sono.
Notiamo la disposizione delle parole: prima viene la risurrezione e poi la vita. Secondo logica dovrebbe essere il contrario. Invece no: io sono risurrezione delle vite spente, sono il risvegliarsi dell’umano, il rialzarsi della vita che si è arresa.

Vivere è l’infinita pazienza di risorgere, di uscire fuori dalle nostre grotte buie, lasciare che siano sciolte le chiusure e le serrature che ci bloccano, tolte le bende dagli occhi e da vecchie ferite, e partire di nuovo nel sole: scioglietelo e lasciatelo andare. Verso cose che meritano di non morire, verso la Galilea del primo incontro.

Io invidio Lazzaro, e non perché ritorna in vita, ma perché è circondato di gente che gli vuol bene fino alle lacrime. Perché la sua risurrezione? Per le lacrime di Gesù, per il suo amore fino al pianto.
Anch’io risorgerò perché il mio nome è lo stesso: amato per sempre; perché il Signore non accetta di essere derubato dei suoi amati. Non la vita vince la morte, ma l’amore. Se Dio è amore, dire Dio e dire risurrezione sono la stessa cosa.

Lazzaro, vieni fuori! Esce, avvolto in bende come un neonato, come chi viene di nuovo alla luce. Morirà una seconda volta, è vero, ma ormai gli si apre davanti un’altissima speranza: ora sa che i battenti della morte si spalancano sulla vita.

Liberatelo e lasciatelo andare! Sciogliete i morti dalla loro morte. E liberatevi dall’idea della morte come fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele, si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso.
E poi: lasciatelo andare, dategli una strada, amici, qualche lacrima e una stella polare.

Tre imperativi raccontano la risurrezione: esci, liberati e vai! Quante volte sono morto, mi ero arreso, era finito l’olio nella lampada, finita la voglia di amare e di vivere. In qualche grotta dell’anima una voce diceva: non mi interessa più niente, né Dio, né amori, né vita.

E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so perché; una pietra si è smossa, è entrato un raggio di sole, un amico ha spezzato il silenzio, lacrime hanno bagnato le mie bende, e ciò è accaduto per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d’amore: un Dio innamorato dei suoi amici, che non lascerà in mano alla morte.

(Letture: Ezechiele 37,12-14; Salmo 129; Romani 8,8-11; Giovanni 11,1-45)

http://buff.ly/2ohoLw1

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/non-e-la-vita-che-vince-la-morte-e-l-amore

1 Giugno 2016

SITI CON RIFLESSIONI E LITURGIA

http://www.riflessioni.it

Liturgia delle ore:
http://www.liturgiadelleore.it/

PENSIERO DEL GIORNO:

“Ogni progresso spirituale deve essere inteso come espressione di grado superiore di amore e non semplicemente come progresso del nostro comportamento morale, il quale può avere origine da un motivo gratificante e condizionarsi e terminare in esso ” (p.Albino, Diario, p.218)

1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

PELLEGRINAGGI A MEDJUGORJE DA CIVIDALE

commenti personali di alcuni messaggi:

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verso etern.DOC

I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

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segretimedjugorje.MP3

VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

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6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron

1 Giugno 2016

Alida Puppo

Chi è Alida Puppo

1 Giugno 2016

Enrico Marras

Chi è Enrico Marras

1 Giugno 2016

MULTIMEDIALITÀ del curatore del portale:

VIDEO PER LA RIFLESSIONE
Video personali su alcune località del Friuli
CIVIDALE DEL FRIULI – Patrimonio dell’UNESCO
SLIDES UTILI PER LA FORMAZIONE
Esistere con stupore
ULTIMI AGGIORNAMENTI

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

28 Agosto 2009

Beppino Lodolo – una voce amica per gli italiani nel mondo

BEPPINO LODOLO

10 Marzo 2008

SOLIDARIETA’ per chi soffre della malattia del BURULI

http://www.amicipl.it/WebBuruli.htm
http://it.youtube.com/watch?v=tDdRLKJYd3w
Chi volesse aiutare queste persone scriva:
e-mail:roberto@amicipl.it

EMERGENZA MALI
Aiutiamo una bimba cinese senza arti inferiori:

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chinagirl.pps

 

 

20 Ottobre 2006

Preghiere con testi e mp3

Preghiere con testi e mp3

IL CASO DI UNA STIMMATIZZATA DI UDINE, RAFFAELLA LIONETTI, UMILE MISTICA
Raffaella Lionetti, la Gemma Galgani di Udine

6 Agosto 2006

Riflessioni audio in mp3. Video personali

Riflessioni audio mp3 Video personali

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron

21 Novembre 2001

Artisti Friulani

continua