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Fb 13 settembre 2020

p. Ermes Ronchi

 

Matteo 18,21-35

Il peso d’oro nel dolore del re

C’è un modo regale di stare nel mondo, un modo divino che risiede nella larghezza del cuore: sa perdonare chi è più grande e più forte.

Gesù lo spiega con la parabola dei due debitori.

Il primo doveva una cifra iperbolica al suo signore, qualcosa come un bilancio di stato, un debito insolvibile. E il re ne sentì compassione. Un re che non è un campione del diritto, ma modello di pietà: sente come suo il dolore del servo.

Dolore che pesa più dell’oro.

In opposizione a quello regale ecco il cuore servile: appena uscito, quel servo (del denaro) trovò un altro uomo.

Appena uscito, appena visto quanto sia grande un cuore di re, con la fretta del tutto e subito, preso il suo compagno per il collo lo strangolava… Ridammi i miei dieci euro! Lui, perdonato di milioni.

Il servo non è ingiusto, è senza pietà. È onesto e al tempo stesso malvagio. Quanto è facile essere giusti e insensibili, onesti e spietati. Perché non basta essere giusti per essere uomini, giustizia e diritto da soli non faranno nuovo il mondo. Anzi, l’estrema giustizia, ridammi tutti i miei dieci euro, è la massima offesa all’uomo: lo strangolava…

Così anche per noi. Bravissimi a calare sul piatto i nostri diritti, abilissimi prestigiatori nel far scomparire i nostri doveri.

Gesù propone l’illogica pietà: non dovevi anche tu avere pietà di lui, come io ne ho avuta di te?

Perché avere pietà e in aggiunta perdonare?

Per immettere il suo divino disordine nell’equilibrio apparente del mondo. Perché niente vale quanto una vita, compresa la nostra. E allora occorre una dismisura, occorre imparare un eccesso di pietà.

Mentre l’uomo pensa per equivalenza, Dio pensa per eccedenza, e sull’eterna illusione dell’equilibrio tra dare e avere, fa prevalere l’umile grazia che nasce dalla compassione.

Questo è il mistero del perdonare: fare ciò che Dio fa, a sua immagine.

E’ il perdono di cuore. Difficilissimo. Comporta un atto di fede, non d’intelligenza. Verso l’uomo, e verso me stesso. Un atto di speranza e non di spontaneità, che guarda al domani e non a ieri.

Come fa Dio con me: mi perdona come colui che non ha tempo per il passato, lui deve sospingere avanti. Un liberatore che sprona, che lancia, che fa salpare ancora e di nuovo verso albe intatte. Lui è vento nelle vele, un supplemento d’energia, e perdona sospingendo verso il pieno fiorire, verso il futuro che non sai.

Perdonare significa – secondo l’etimologia del greco aphíemi – lasciare andare, liberare, troncare tentacoli e corde che annodano malignamente in una reciprocità di debiti, in un labirinto di legami.

Bellissimo questo stupore dell’illogico perdono, fino a settanta volte sette. Dio che mi assolve, che libera il futuro, non come uno smemorato che dimentica il male, ma con la casta follia della croce che si prende gioco della logica umana e anche delle mie morti quotidiane. Perché lui è l’Innamorato che vede già primavere dentro i miei inverni.

 

AVVENIRE

Matteo 18,21-35

«Non fino a sette, ma fino a settanta volte sette», sempre: l’unica misura del perdono è perdonare senza misura. Gesù non alza l’asticella della morale, porta la bella notizia che l’amore di Dio non ha misura.

E lo racconta con la parabola dei due debitori. Il primo doveva una cifra iperbolica al suo signore «allora, gettatosi a terra, lo supplicava…»

Il debito, ai tempi di Gesù, era una cosa durissima, chi non riusciva a pagare diventava schiavo per sempre.

Quando noi preghiamo: rimetti i nostri debiti, stiamo chiedendo: donaci la libertà, lasciaci per oggi e per domani tutta la libertà di volare, di amare, di generare.

Ma il servo perdonato «appena uscito»: non una settimana, non il giorno dopo, non un’ora dopo, ma «appena uscito», ancora stordito di gioia, appena liberato «preso per il collo il suo collega, lo strangolava gridando: “Dammi i miei centesimi”», lui condonato di milioni!

Nitida viene l’alternativa evangelica: non dovevi anche tu aver pietà ? Siamo posti davanti alla regola morale assoluta: anche tu come me, io come Dio… non orgoglio, ma massima responsabilità. Perché perdonare? Semplice: perché così fa Dio.

Il perdono è scandaloso perché chiede la conversione non a chi ha commesso il male, ma a chi l’ha subito. Quando, di fronte a un’offesa, penso di riscuotere il mio debito con una contro offesa, non faccio altro che alzare il livello del dolore e della violenza. Anziché liberare dal debito, aggiungo una sbarra alla prigione. Penso di curare una ferita ferendo a mia volta. Come se il male potesse essere riparato, cicatrizzato mediante un altro male. Ma allora saranno non più una, ma due ferite a sanguinare. Il vangelo ci ricorda che noi siamo più grandi della storia che ci ha partorito e ferito, che possiamo avere un cuore di re, che siamo grandi quanto “il perdono che strappa dai circoli viziosi, spezza le coazioni a ripetere su altri il male subìto, rompe la catena della colpa e della vendetta, spezza le simmetrie dell’odio” (Hanna Arendt).

Il tempo del perdono è il coraggio dell’anticipo: fallo senza aspettare che tutto si verifichi e sia a posto; è il coraggio degli inizi e delle ripartenze, perché il perdono non libera il passato, libera il futuro.

Poi l’esigenza finale: perdonare di cuore… San Francesco scrive a un guardiano che si lagnava dei suoi frati: farai vedere negli occhi il perdono. Non il perdono a stento, non quello a muso duro, ma quello che esce dagli occhi, dallo sguardo nuovo e buono, che ti cambia il modo di vedere la persona. E diventano occhi che ti custodiscono, dentro i quali ti senti a casa. Il perdonante ha gli occhi di Dio, colui che sa vedere primavere in boccio dentro i miei inverni.

 

 

Fb 6 settembre 2020

LEGARE SCIOGLIENDO, SCIOGLIERE LEGANDO

Mai senza l’altro.

Voce di Ezechiele: ti ho fatto sentinella, custode, eco per i tuoi fratelli. Voce di Paolo: avete un solo debito, quello dell’amore reciproco.

In una società competitiva, il cristiano è un custode, un riconoscente intercessore di altri. Non è un pretendente, ma è debitamente grato al suo prossimo.
In una società dove l’uomo è solo un essere sociale, al credente questo non basta, per lui Dio è seminato nei solchi stessi dell’umanità.

Quando due o tre si guardano con verità, lì c’è Dio. Quando gli amanti si dichiarano: tu sei la mia vita, sei ossa delle mie ossa, lì c’è Dio, nodo dell’amore, legame saldo e incandescente. Quando l’amico paga all’amico il debito dell’affetto, lì c’è Cristo, l’uomo perfetto, fine ultimo della storia, energia per ripartire verso il fratello, che se commette una colpa, tu vai, esci, prendi il sentiero e bussi alla sua porta. Forte della tua pienezza.

Il perdono non consiste in un dovere, ma in una decisione. Non nasce come evento improvviso, ma come percorso, e il suo scandalo, che va contro i nostri istinti, sta nel fatto che è la vittima a dover convertirsi, non colui che ha offeso.

Tu non lasciare che l’offesa subita occupi la scena, non abbassarti di fronte al male, che diventerebbe più forte, ma fai il primo passo, riapri tu per primo il dialogo. È il modo giusto per esserne liberati.

E puoi fare di più: intervenire nella vita dell’altro toccandolo nell’intimo, non grazie ad un ruolo o una presunta verità, ma perché dentro te si è incarnata la parola fratello, come afferma Gesù.

Solo se porti peso e gioia dell’altro, sei autorizzato ad ammonire. Se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello, perché solo la fraternità, legittima il dialogo. Non quella politica, in cui si misurano le forze, ma quella evangelica, in cui si misurano le sincerità.

Dio è l’autostrada che ci porta gli uni verso gli altri. Accetterò la tua verità purché si sposi con la tenerezza (E. Pound).

Il Vangelo sempre ci chiama a pensare in termini di “noi”. Non nell’illusione dei grandi numeri, ma lontano dal palco, iniziando dalla più piccola comunità: io-tu. Nel cuore della vita.

Ciò che scioglierete avrà libertà per sempre, ciò che legherete avrà comunione per sempre. E’ un crescendo fino al culmine: dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.

Non nell’io, non nel tu, il Signore onniabbracciante tra me e te, nel legame.

Dio è lì.

Ma a cosa serve la presenza di Cristo? Che cosa genera?

E’ la forza che convoglia Dio nell’umano torrente.

Infatti: scioglierete, come lui ha sciolto Lazzaro dalle bende mortali, e sarà libertà infinita; legherete, come lui ha legato a sé uomini e donne, e sarà comunione infinita.

Sapienza pura e pulita dell’amore. Maestro saggio, che sa quando trattenere e quando lasciare andare.

 

Avvenire 23 A Matteo 18, 15-20

Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.

In mezzo a loro, come collante delle vite. Essere riuniti nel suo nome è parola che scavalca la liturgia, sconfina nella vita, Quando due o tre si guardano con verità, lì c’è Dio. Quando gli amanti si dichiarano: tu sei la mia vita, osso delle mie ossa, lì c’è Dio, nodo dell’amore, legame saldo e incandescente. Quando l’amico paga all’amico il debito dell’affetto, lì c’è Cristo, uomo perfetto, fine ultimo della storia, energia per ripartire verso il fratello, che se commette una colpa, tu vai, esci, prendi il sentiero e bussi alla sua porta. Forte della tua pienezza.

Ciò che legherete sulla terra, ciò che scioglierete…Legare non è il potere giuridico di imprigionare con giudizi o sentenze; sciogliere non significa assolvere da qualche colpa o rimorso. Indica molto di più: il potere di creare comunione e di liberare. Come mostra Gesù, alle volte mano forte che afferra Pietro quando affonda e lo stringe a sé; alle volte gesto tenero che scioglie la lingua al muto, disfa i nodi che tenevano curva una donna da diciotto anni (Luca 13,11) e la restituisce a una vita verticale.

Ogni volta che fai germogliare comunione o liberi qualcuno da qualche patibolo interiore, lì sta lo Spirito di Gesù. In mezzo: non semplicemente nell’io, non soltanto nel tu, ma nel legame, nel “tra-i-due”. Non in un luogo statico, ma nel cammino da percorrere per l’incontro.

Dio è un vento di libertà e di alleanza. E noi, fatti a sua immagine.

Appena prima di queste dinamiche, Matteo ha messo in fila una serie di verbi di dialogo e di incontro. Se il tuo fratello sbaglia con te, va’ e ammoniscilo: fai tu il primo passo, non chiuderti in un silenzio rancoroso, allaccia il dialogo.

E ammoniscilo. Cosa significa ammonire? Alzare la voce e puntare il dito? Era venuto Giovanni, profeta drammatico, che brandiva parole come lame (la scure è posta alla radice…). Poi è venuto Gesù ed ha capovolto il dito puntato, in carezza. Lui ammonisce i peccatori (in casa di Zaccheo, in casa di Levi) mangiando con loro; non con prediche dall’alto del pulpito, ma stando ad altezza di occhi, a millimetro di sguardi. Ammonisce senza averne l’aria, con la sorpresa dell’amicizia, che ricompatta quelle vite in frantumi. Chi ci ama ci sa rimproverare, chi non ci ama sa solo ferire o adulare.

Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello.

Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo, ogni persona un talento per la chiesa e per la storia. Investire in questo modo, investire in legami di fraternità e libertà, di cura e di custodia, è l’unica economia che produrrà vera crescita del bene comune.

Fb 16 agosto XX

LA CONVERSIONE DI DIO

 

Pochi personaggi nel Vangelo sono simpatici come lei: non prega per sé, ha fantasia, non si arrende ai silenzi e al rifiuto, e intuisce sotto il no di Gesù tutta l’impazienza del sì.

La straniera delle briciole. Colei che sa con quale strumento si cambia la vita: l’incontro.

Lei spera che a Dio interessi la felicità dei suoi figli, e non la loro fedeltà. Che una ragazzina fenicia abbia la priorità sul culto e sulle leggi dei leviti, e su tutte le formule di fede. Spera che il diritto supremo davanti a Dio sia dato dal grido, e non dalla razza o dalla religione. Diritto che sia dei giudei come dei fenici, dei credenti e dei pagani, sotto il cielo di Tiro come quello di Nazaret.

Crede che gloria di Dio è l’uomo vivente.

Grandezza di una fede che supera. Che vola, fiera e dritta, ad altezza d’occhi.

Anche i discepoli intervengono: rispondile, così ci lascia in pace. Ma Gesù è netto, è brusco: sono stato mandato solo per quelli della mia terra!

La donna non molla. Aiutami! Gesù replica in modo ancora più ruvido: non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani; i pagani, dai giudei, erano chiamati “cani”.

Ed ecco il genio femminile che lo asseconda mentre lo cambia: è vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole cadute dalla tavola dei padroni.

Questa madre sembra dire, provocatoria: non puoi fare briciole di miracolo, briciole di segni, per questi “cani pagani”?

È la svolta del dialogo, è la frase che cambia tutto. Questa immagine illumina un attonito Gesù che cresce nella fede, che cambia e perfeziona la sua missione: nel regno di Dio, non ci sono figli e non, uomini e cani, ma solo fame da saziare, compresa quella di tutti i cuccioli del mondo.

Gesù impara Dio e l’uomo dall’intelligenza di una madre che non conosce Jahvè, che adora Baal e Astarte, che non ha il bagaglio di fede dei teologi, ma solo quello sacro del dolore.

Spiazzato, la dichiara donna di grande fede.

Oggi nel nostro presente di fame e festa, di vacanze e miseria, un fiume di donne cananee implora ancora aiuto per i propri cuccioli sfiniti.

Tante sulla terra le madri che, proprio adesso, a Tiro e Sidone, non sanno il credo ma sanno il cuore di Dio. Lo sanno da dentro. E chiedono briciole.

Immensa è allora la fede sul mondo, dentro e fuori la Chiesa.

E se il dolore impedirà di pregare, se sarà solo muta paura, Dio si farà vicino, pane per i figli, briciole per i cuccioli. Senza merito o demerito conterà le lacrime stanche di ognuno. Una ad una.

Da questo incontro fra stranieri di frontiera, brusco e rasserenante, emerge un sogno: il mondo come grande casa di pane, dove non ci sono noi e gli altri. Dove ognuno, come Gesù, impara da ognuno. E una corona di figli che di sotto la tavola saranno alzati sul candelabro, perché anch’essi siano luce della mensa comune.

Perchè tutti, tutti, sono noi.

 

Avvenire 20 domenica A Matteo  15,21-28

La donna delle briciole, la cananea pagana, sorprende e converte Gesù: lo fa passare da maestro d’Israele a pastore di tutto il dolore del mondo.

La prima delle sue tre parole è una preghiera, la più evangelica, un grido: Kyrie eleyson, pietà, Signore, di me e della mia bambina.

E Gesù non le rivolge neppure una parola. Ma la madre non si arrende, si accoda al gruppo, dice e ridice il suo dolore. Fino a che provoca una risposta, ma scostante e brusca: sono venuto per quelli di Israele, e non per voi.

Fragile ma indomita, lei non molla; come ogni vera madre pensa alla sua bambina, e rilancia. Si butta a terra, sbarra il passo a Gesù, e dal cuore le erompe la seconda preghiera: aiutami! E Gesù, ruvido: Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani.

Ed ecco l’intelligenza delle madri, la fantasia del loro amore: è vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Fai una briciola di miracolo, per noi, i cagnolini del mondo!

È la svolta del racconto. Dolcemente, la donna confessa di essere là a cercare solo briciole, solo avanzi, pane perduto. Potentemente, la madre crede con tutta se stessa, che per il Dio di Gesù non ci sono figli e no, uomini e cagnolini. Ma solo fame e creature da saziare; che il Dio di Gesù è più attento al dolore dei figli che al loro credo, che preferisce la loro felicità alla fedeltà.

Gesù ne è come folgorato, si commuove: Donna, grande è la tua fede! Lei che non va al tempio, che non legge le scritture, che prega gli idoli cananei, èmproclamata donna di grande fede. Non conosce il catechismo, eppure mostra di conoscere Dio dal di dentro, lo sente pulsare nel profondo delle ferite del suo cuore di madre. Lei sa che “fa piaga nel cuore di Dio la somma del dolore del mondo” (G. Ungaretti). Il dolore è sacro, c’è dell’oro nelle lacrime, c’è tutta la compassione di Dio. Può sembrare una briciola, può sembrare poca cosa la tenerezza di Dio, ma le briciole di Dio sono grandi come Dio stesso.

“Grande è la tua fede!” E ancora oggi è così, c’è molta fede sulla terra, dentro e fuori le chiese, sotto il cielo del Libano come sotto il cielo di Nazaret, perché grande è il numero delle madri del mondo che non sanno il Credo ma sanno che Dio ha un cuore di madre, e che misteriosamente loro ne hanno catturato e custodito un frammento. Sanno che per Lui la persona viene prima della sua fede.

Avvenga per te come desideri. Gesù ribalta la domanda della madre, gliela restituisce: sei tu e il tuo desiderio che comandate. La tua fede e il tuo desiderio di madre, una scheggia di Dio, infuocata (cfr Cantico 8,6), sono davvero un grembo che partorisce miracoli.

 

p.Ermes Ronchi

Fb 9 agosto XIX

PAURA SCIOLTA NELL’ABBRACCIO

Vangelo di paure, vangelo di grida: umanissimo vangelo. Gesù dapprima assente, poi come un fantasma, infine come una mano salda che afferra. Un crescendo di fede.

Gesù fatica a lasciare la gente, non se ne va finché non li ha salutati tutti. Era stato un giorno speciale, quello, il laboratorio di un mondo nuovo: un fervore, un moltiplicarsi di mani e di cure per dare pane a tutti.

La fame dei poveri saziata, il suo sogno realizzato.

Ora, desidera l’abbraccio del Padre. Congedata la folla salì sul monte, in disparte, a condividere con lui la gioia: sì, Padre, si può! Portare il tuo regno sulla terra si può! Un colloquio festoso, un abbraccio che dura fino all’alba, quando risente il desiderio dei suoi.

Di abbraccio in abbraccio: così si muoveva Gesù.

Pietro, coraggioso e insieme scriteriato, domanda due cose, una giusta e una sbagliata: che io venga da te! Richiesta bella e perfetta, andare verso Dio. Ma poi sbaglia chiedendo di andarci camminando sulle acque.

A cosa serve uno sfoggio di potenza fine a se stesso, un intervento divino il cui scopo non è il bene comune? A che serve l’opposto di ciò che si era verificato la sera prima, con i pani e i pesci per tutti? E’ infatti un miracolo che fallisce in fretta, e Simone affonda.

Pietro si rivela uomo di poca fede non quando ha paura delle onde nella notte, ma prima, quando chiede questo genere di segni per il suo cammino di fede. E tutto vacilla.

Dubbio, fede, grido. Mi piace questo rude pescatore, uomo d’acqua e di roccia, oscillante tra fede grande, che sfida la tempesta, e fede piccola, impaurita. Ma è proprio lì che Gesù ci raggiunge, al centro del nostro vuoto, per salvarci dalla paura.

Pietro vive sulla sua pelle come il camminare sul mare non serva affatto a rafforzare la fede. Cammina e già dubita. E io lo ringrazio per questo suo grido estremo: Signore, salvami!

Ora so che ogni dubbio può essere sciolto anche da un solo mio grido nella notte, come il suo. Se guardo con occhi bassi le mie difficoltà e i miei fallimenti, scendo nel buio.

Pietro tu andrai verso il Signore, ma non nel brillare illusorio di acque prodigiose, lo farai scendendo nella polvere della strada da Gerusalemme a Gerico.

Forse a Pietro serviva davvero questa paura d’affogare nell’acqua della disperazione, per trovare il coraggio di affidarsi, gridando a Gesù.

Un giorno lo seguirà non più attratto dai segni, ma dal suo calvario; andrà da chi sa far tacere non tanto il vento e il mare, ma tutto ciò che non è amore.

Pietro, emblema dei credenti, imparerà ad affidarsi non contando su imprevedibili miracoli, ma sull’amore quotidiano che resiste, sulla bellezza di una fede nuda.

E noi, con Pietro, a fissare Gesù che ci viene incontro nel buio della bufera, a sentire le sue consolanti parole: Vieni! Tutto è ancora possibile, con me. Vieni!

 

 

Avvenire 19 A

Matteo 14,22-33.

“Subito dopo”, dopo i pani che traboccavano dalle mani e dalle ceste, “costrinse i discepoli”, che vorrebbero star lì a godersi il successo, “a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva”. Li deve costringere, non vogliono andarci sull’altra riva, è terra pagana, c’è il rischio di essere rifiutati, è già successo.  Infatti: la barca era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario. Un vento che non soffia da fuori, ma da dentro i Dodici, come resistenza a quel viaggio verso gli stranieri.

“Sul finire della notte egli andò verso di loro, camminando sul mare”. Non ha fretta Gesù: tre giorni ha atteso per Lazzaro, attende quasi una notte intera di tempesta, tre giorni aspetterà per risorgere. Ha sempre fretta invece quando in vista c’è una esaltazione, una ovazione. Fretta di andarsene e di portar via i discepoli. Perché il posto vero dei credenti non è nei successi e nei risultati trionfali, ma in una barca in mare, mare aperto, dove prima o poi, durante la navigazione della vita, verranno acque agitate e vento contrario. Ma non saranno lasciati soli.

«Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». All’invito di Gesù, Pietro, coraggioso fino all’incoscienza, abbandona ogni riparo e cammina nel vento e sulle onde. Sì, ma verso dove? Pietro non vuole tanto andare da Gesù, quanto metterne alla prova la potenza. Andrà davvero verso Gesù, quando lo seguirà, non sedotto dal suo camminare sul mare, bensì dal suo camminare verso lo scandalo e la follia della croce. Andrà dietro a lui, non perché sa far tacere il vento, ma perché fa tacere tutto ciò che in noi non è amore. Andrà verso il Samaritano buono, nella polvere dei sentieri del tempo e non sul luccichio di acque miracolose. Andrà verso il servo, non verso il taumaturgo.

E venne da Gesù” dice il Vangelo. Pietro, fino a che ha occhi solo per quel volto visibile anche nella notte, cammina sulle acque. Quando volge lo sguardo al vento, alle onde, al buio, inizia ad affondare. Guardo al Signore, lo ascolto, e vado dovunque, faccio miracoli. Guardo a me, a tutte le difficoltà, e sprofondo.

Se guardo a perché sono qui, a chi mi ha mandato su questa terra, non mi ferma nessuno. Se guardo alla mia storia accidentata, il dubbio mi blocca.

Pietro, in pieno miracolo, dubita: “Signore affondo”; in pieno dubitare, crede: “Signore, salvami!”. Dio salva, qui è tutta la fede: Egli non è un dito puntato, ma una mano che ti afferra.

Un grido nel vento. Che se ne fa Pietro del catechismo mentre affonda? Basta un grido per varcare l’abisso tra cielo e terra. Fino a che, in fondo a ogni nostra notte, il grido di paura diventerà abbraccio tra l’uomo e il suo Dio.

Ci sono grandi onde, molto vento… ma c’erano anche prima, all’inizio del miracolo, per tutta la notte. Da dove viene il dubbio?

Dalle tempeste della vita, dalla fatica del cuore, da Dio assente. Da Gesù come un fantasma, e non come una voce e una mano.

Ma è proprio là che il Signore ci raggiunge, al centro della nostra debole fede. Non attende, non pretende che abbiamo una fede grande. Ci raggiunge e non punta il dito per accusarci ma stende la mano per afferrarci.

Dubbio e fede. Indivisibili. A contendersi in vicenda perenne il cuore. Non viene a risolvere i miei problemi, sono io che devo essere risolto.

 

 

di p. Ermes Ronchi

Vorrei essere uno dei cinquemila, quella sera, sul lago. Li invidio non per il miracolo dei pani, ma per la seduzione che hanno, più forte di ogni paura. Con Gesù, che ascoltano e bevono. Ascoltano e brucia loro il cuore, ascoltano e risplende la vita.

Stare con lui, quando scendono sera e notte su noi. E il lago, e il deserto, profumano di pane.

Stare con lui, e sentire che più vivo di così non sarò mai.

In quella infinita sera sul lago, due verbi opposti: comprare o dare. Comprare, dicono gli apostoli. Mentalità che è nostra: se vuoi qualcosa, lo devi pagare. Niente di scandaloso, ma diventa banale questa logica d’eterna illusione, in bilico tra dare e avere. In questo sistema chiuso, Gesù rilancia: date!

Date voi stessi da mangiare. Non già “vendete, scambiate, prestate”; ma radicalmente “date”. E sulla notte della necessità ecco spuntare l’alba della gratuità, dell’amore squilibrato e senza calcoli, del dare a fondo perduto senza aspettarsi nulla. Solo la gioia, forse.

Quante volte nel Vangelo lo si vede intento a condividere, felice, il pasto con altri, da Cana all’ultima cena, fino a Emmaus. Gesù amava così tanto mangiare insieme, che il tenerli vicini a sé è diventato il simbolo della sua vita: “quando me ne andrò, e non potrò più riunirvi e darvi il pane, e condividerlo, voi potrete unirvi e mangiare me”.

Dio ferma la fame del mondo solo quando le nostre mani imparano a donare. L’aveva detto: “Voi farete cose più grandi di me”.

E a noi, che sempre preghiamo dacci oggi il nostro pane, il Signore risponde: date voi il vostro pane.

Ecco che i cinque pani passano dalle mani di uno a quelle di tutti i cinquemila. Misteriosa e multipla regola del Regno: poco pane condiviso è sufficiente, perché solo così diventa pane di Dio. Cinque pani allora basteranno per una folla, e i pezzi rimasti riempiranno le ceste. Nulla andrà perduto. Cinque pani e due pesci: è poco, è solo una goccia nel mare, ma è quella goccia che può dare senso a tutta la vita (Madre Teresa). La fame inizia quando io tengo il mio pane per me, quando l’Occidente sazio tiene il proprio pane per sé. Fame che, allora, non finirà.

Sfamare la terra invece è un miracolo possibile se la condivisione si fa realtà. C’è pane sufficiente per tutti nel mondo, ma è diventato insufficiente per l’avidità di pochi.

Il profeta ripete: chi ha fame venga e mangi, senza denaro né spesa. Ma quale fame morde dentro di noi? Solo di pane? O fame di giustizia per noi e per tutti? Fame di avere o anche fame di dare?
Il Signore sia il nostro affamatore, e sapremo dare pane a chi ha fame e accendere fame di cose grandi in chi è sazio di solo pane. E la nostra sarà fame di un mondo nuovo, con mani di pane che conoscono il miracolo del dono.

 

Avvenire XVIII Matteo 14,13-21

Vangelo del pane che trabocca dalle mani, dalle ceste. Segno da custodire con particolare cura, raccontato per ben sei volte dai vangeli, carico di promesse e profezia.

Gesù vide la grande folla, sentì compassione di loro e curò i loro malati. Tre verbi rivelatori (vide, sentì, curò) che aprono finestre sui sentimenti di Gesù, sul suo mondo interiore.  Vide una grande folla, il suo sguardo non scivola via sopra le persone, ma si posa sui singoli, li vede ad uno ad uno. Per lui guardare e amare sono la stessa cosa. E la prima cosa che vede alzarsi da tutta quella gente e che lo raggiunge al cuore è la loro sofferenza: e sentì compassione per loro. Gesù prova dolore per il dolore dell’uomo, è ferito dalle ferite di chi ha davanti, ed è questo che fa gli cambiare i programmi: voleva andarsene in un luogo deserto, ma ora chi detta l’agenda è il dolore dell’uomo, e Gesù si immerge nel tumulto della folla, risucchiato dal vortice della vita dolente.

Primo viene il dolore. Il più importante è chi patisce: nella carne, nello spirito, nel cuore. E dalla compassione fioriscono miracoli: guarì i loro malati. Il nostro tesoro più grande è un Dio appassionato che patisce per noi.

Il luogo è deserto, è ormai tardi, questa gente deve mangiare…i discepoli alla scuola di Gesù sono diventati sensibili e attenti, si prendono a cuore le persone. Gesù però fa di più: mostra l’immagine materna di Dio che raccoglie, nutre e alimenta ogni vita, e incalza i suoi: Voi stessi date loro… Le emozioni devono diventare comportamenti, i sentimenti maturare in gesti. Date da mangiare:   “la religione non esiste solo per preparare le anime per il cielo: sappiamo che Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra”  (Ev Ga 182). Dacci il pane noi invochiamo, donate ribatte Lui. Una religione che non si occupi anche della fame è sterile come la polvere.

Il miracolo del pane è raccontato come una questione di mani. Un moltiplicarsi di mani, più che di pane. Che passa di mano in mano: dai discepoli a Gesù, da lui ai discepoli, dai discepoli alla folla. Allora apri le tue mani. Qualunque sia il pane che tu puoi donare, non trattenerlo, apri il pugno chiuso. Imita il germoglio che si schiude, il seme che si spacca, la nuvola che sparge il suo contenuto.

Che diritto hanno i cinquemila di ricevere pane e pesce? L’unico loro titolo è la fame. E il pane di Dio, quello delle nostre eucaristie, non impoveriamolo mai all’alternativa meschina tra pane meritato o pane proibito: esso è il pane donato, con lo slancio della divina compassione. Pane gioioso e immeritato, per i cinquemila quella sera sulla riva del lago, per tutti noi sulla riva di ogni nostra notte.

Del mare e della terra faremo pane,


coltiveremo a grano la terra e i pianeti,


il pane di ogni bocca,

di ogni uomo,
ogni giorno
arriverà

perché andammo a seminarlo
e a produrlo

non per un uomo
ma per tutti,


il pane,

il pane
per tutti i popoli


e con esso

ciò che ha
forma e sapore di pane


divideremo:


la terra,
la bellezza,
l’amore,

tutto questo ha sapore di pane

( Pablo Neruda)

fb 5 luglio 2020

INCANTO

 

Padre, ti rendo lode! Il Battista è in carcere, in Galilea crescono rifiuto e ostilità, i miracoli a Cafarnao e Betsaida non servono, eppure Gesù benedice il Padre.

Attorno, il vuoto. Via i sapienti, gli scribi, i sacerdoti, e al loro posto ecco malati, vedove, bambini, piccoli. I preferiti di Dio: l’uomo senza qualità accolto nelle qualità di Dio.

Gesù è il primo dei piccoli. Viene come figlio di povera gente, in una stalla. Senza potere, la sua rivoluzione è su una croce.

Grazie perché loro ti hanno capito! Gesù coglie la logica di Dio che parte dagli ultimi della fila, dai bastonati dalla vita, dalle mani che sanno accarezzare.

Non è difficile Dio. Sta al loro fianco in ogni epoca, su tutta la terra. Dio è vicino a ciò che è piccolo e spezzato. Quando noi diciamo perduto, lui dice trovato; se diciamo condannato, lui dice salvato; quando diciamo abbietto, Dio esclama beato! (Bonhoeffer).

Gesù che si stupisce di Dio. Mi incanta la meraviglia che felicemente lo invade mentre le sue parole passano dal lamento alla danza.

Ma non basta: venite, e vi darò ristoro. E’ il conforto del vivere, non una morale migliore. Se le nostre messe, prediche, incontri, non diventano racconti d’amore che consolano fatiche, si riducono a tomba della domanda dell’uomo, a tomba della risposta di Dio.

Gesù parla di “cose rivelate”, che non si possono recintare in una dottrina, che non sono un sistema di pensiero: le cose rivelate sono il segreto del vivere, preceduto dal silenzio, seguito dall’incanto.

E incalza chi gli è vicino: imparate da me mite e umile, così ci sarà riposo per le vostre anime. Casa della vita è l’amore anche piccolo, quello che fa un passo indietro, dove il cuore abita nella pace di chi si fida.

E ancora: prendete il mio giogo dolce, il carico leggero di Dio. Come può il giogo essere per noi, che nell’ultimo secolo abbiamo lottato proprio per eliminarli tutti? Nella Bibbia il giogo è la legge di Mosè, che Gesù riassumerà nel nuovo invito: amatevi, l’antica novità.

L’amore è ossigeno del mondo. Un re leggero, un tiranno amabile che mai ferisce e mai smette di generare, partorire, curare, dare gioia pura. Prendetevi cura di voi stessi e del creato iniziando dai piccoli, le colonne segrete nella storia, le colonne nascoste nel mondo.

Gesù, il senza potere, libero come il vento, leggero come la luce. Uomo regale dallo stupore improvviso, figlio mite che nessuno ha mai comprato, fratello umile di libere vite.

La pace si impara. La mitezza si impara. Da lui. La vita si impara dal cuore stupito di Gesù, puro silenzio incantato.

 

XIV domenica Matteo 11, 25-30

Quello che mi incanta è Gesù che si stupisce del Padre. Una cosa bellissima: il Maestro di Nazaret che è sorpreso da un Dio sempre più fantasioso e inventivo nelle sue trovate, che spiazza tutti, perfino suo Figlio. Cosa è accaduto?

Il vangelo ha appena riferito un periodo di insuccessi, tira una brutta aria: Giovanni è arrestato, Gesù è contestato duramente dai rappresentanti del tempio, i villaggi attorno al lago, dopo la prima ondata di entusiasmo e di miracoli, si sono allontanati.

Ed ecco che, in quell’aria di sconfitta, si apre davanti a Gesù uno squarcio inatteso, un capovolgimento improvviso che lo riempie di gioia: Padre, ti benedico, ti rendo lode, ti ringrazio, perché ti sei rivelato ai piccoli.

Il posto vuoto dei grandi lo riempiono i piccoli: pescatori, poveri, malati, vedove, bambini, pubblicani, i preferiti da Dio. Gesù non se l’aspettava e si stupisce della novità; la meraviglia lo invade e lo senti felice. Scopre l’agire di Dio, come prima sapeva scoprire, nel fondo di ogni persona, angosce e speranze, e per loro sapeva inventare come risposta parole e gesti di vita, quelli che l’amore ci fa chiamare «miracoli».

Hai rivelato queste cose ai piccoli… di quali cose si tratta?

Un piccolo, un bambino capisce subito l’essenziale: se gli vuoi bene o no. In fondo è questo il segreto semplice della vita. Non ce n’è un altro, più profondo.

I piccoli, i peccatori, gli ultimi della fila, le periferie del mondo hanno capito che Gesù è venuto a portare la rivoluzione della tenerezza: voi valete più di molti passeri, ha detto l’altra domenica, voi avete il nido nelle sue mani.

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.

Non è difficile Dio: sta al fianco di chi non ce la fa, porta quel pane d’amore di cui ha bisogno ogni cuore umano stanco… E ogni cuore è stanco.

Venite, vi darò ristoro. E non già vi presenterò un nuovo catechismo, regole superiori, ma il conforto del vivere. Due mani su cui appoggiare la vita stanca e riprendere il fiato del coraggio.

Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero: parole che sono musica, buona notizia.

Gesù è venuto a cancellare la vecchia immagine di Dio. Non più un dito accusatore puntato contro di noi, ma due braccia aperte. È venuto a rendere leggera e fresca la religione, a toglierci di dosso pesi e a darci le ali di una fede che libera. Gesù è un liberatore di energie creative e perciò è amato dai piccoli e dagli oppressi della terra.

Imparate da me che sono mite e umile di cuore, cioè imparate dal mio cuore, dal mio modo di amare delicato e indomito. Da lui apprendiamo l’alfabeto della vita; alla scuola del cuore, la sapienza del vivere.

 

Vorrei imparare a benedire di nuovo, ogni giorno.

Ad ogni mattino benedire i piccoli e i bambini,

mettermi alla loro scuola,

imparare dal loro cuore vero.

 

Vorrei imparare a dire grazie,

a dire bene di te e del mondo,

a stupirmi della vita, che mi ha dato tanto:

e che il lamento non prevalga mai sullo stupore.

 

Grazie per le sconfitte che non mi hanno buttato giù,

per i successi che non mi hanno dato alla testa.

 

Grazie per le persone che hai messo accanto a me,

nelle loro mani, nello sguardo, nel sorriso

ho visto il racconto della tua tenerezza.

 

Vorrei imparare dal tuo cuore, Signore,

ad amare nel solo modo possibile,

dolce e forte, umile e fiero:

instancabile nel curare,

nutrire, confortare, dare ristoro,

rimettere in cammino la vita.

 

E ti benedico, Padre, per il tuo figlio Gesù,

pienezza d’umano, stupore di te,

ristoro alla vita e cuore di luce.

Amen.

Un contadino e un mercante trovano tesori. Lo trova uno che, occhi fissi al suo lavoro, per caso, tra rovi e sassi, su un campo non suo, si imbatte nell’inaudito!

Lo trova l’altro, intenditore esperto che sa bene dove cercare, navigante per il quale la ricerca stessa è pura gioia: andare e ancora andare, occhi che guardano oltre. E il suo fiuto gli dà ragione.

Un bellissimo Dio che non sopporta le statistiche: a tutti è dato incontrarlo, o esserne incontrati.

Come un tesoro nascosto in un campo. Parola magica, da innamorati, da favole, da storie grandi.

I protagonisti della parabola non sono i due fortunati, ma il tesoro, che da sempre convoca mercanti e discepoli del Vangelo da ogni angolo della terra. Un tesoro ci attende, a dire che l’esito della storia sarà felice, comunque e nonostante tutto, perché sono in gioco forze più grandi, e il grande segreto è ben oltre noi.

Tesoro e perla sono nomi di Dio. E sono per me, contadino e mercante, e mi chiedono: ma Dio è un tesoro o un dovere? È una perla o un obbligo?

Cristo è tesoro e perla per me, e seguirlo è stata l’azione migliore della mia vita. Mi sento contadino fortunato, mercante immeritatamente ricco! E ringrazio Lui che mi ha fatto inciampare in uno e in molti tesori, lungo molti giorni e strade della mia vita, facendola diventare una finestra di gioia nel cielo.

I discepoli stessi non hanno soluzioni, ma cercano! Con gioia! Come quel trepidante uomo, che in fretta va! Vende! Compra! E tutti trovano perle seminate nel mare della vita, perché credere ci sprona a cercare, proiettarci, lavorare il campo, scovare dal tesoro cose nuove e cose antiche.
Noi avanziamo solo cercando tesori (là dov’è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore) con fame di bellezza, come ostinati mercanti che cercano le perle più belle.

Chiedi al Signore la gioia e Lui ti risponderà dandoti vita.

Gioia non facile: c’è un campo da lavorare, rovi e sudore, tesori da trovare e nascondere, un tutto da vendere e investire. Ma il cristianesimo non è rinuncia, è tesoro. Se uno stupore, un “che bello!”, non precede le rinunce, esse saranno solo tristezza, disamore, consumazione del cuore, freddo.

La vita non è etica ma estetica, e avanza dritta per attrazione, sedotta dalla bellezza di Cristo e del mondo come lui lo sogna.

Allora lascerò tutto, per avere tutto. Venderò tutto, per guadagnare tutto.

Ma come diventerò cercatore di perle?

L’uomo compra il campo ma non il tesoro, che sa attendere. Chiederò il dono di Salomone: dammi Tu un cuore che ascolta.

Tesoro immenso per ascoltare Dio e il grido di Abele, e cielo e terra, e angeli e parabole; per ascoltare la cattedra dei piccoli della terra. Solo allora vedremo tesori nascosti.

L’uomo che vive davvero è un cercatore d’oro che avanza verso ciò che di buono ama. E questo lo rende eterno.

 

Avvenire XVII anno A Mt 13,44ss

Gesù, con due parabole simili, brevi e lampeggianti, dipinge come su un fondo d’oro il dittico lucente della fede.

Evoca tesori e perle, termini bellissimi e inusuali nel nostro rapporto con Dio. Lo diresti un linguaggio da romanzi, da pirati e da avventure, da favole o da innamorati, non certo da teologi o da liturgie, che però racconta la fede come una forza vitale che trasforma la vita, che la fa incamminare, correre e perfino volare. Annuncia che credere fa bene! Perché la realtà non è solo questo che si vede: c’è un “di più” raccontato come tesoro, ed è accrescimento, incremento, intensità, eternità, addizione e non sottrazione . “La religione in fondo equivale a dilatazione” (G. Vannucci). Siamo da forze buone misteriosamente avvolti: Qualcuno interra tesori per noi, semina perle nel mare dell’esistenza, “il Cielo prepara oasi ai nomadi d’amore” (G. Ungaretti). .

“Trovato il tesoro, l’uomo va, pieno di gioia, vende tutto e compra quel campo”. Si mette in moto la vita, ma sotto una spinta che più bella non c’è per l’uomo, la gioia. Che muove, mette fretta, fa decidere, è la chiave di volta.

La visione di un cristianesimo triste, che si innesca nei momenti di crisi, che ha per nervatura un senso di dovere e di colpa, che prosciuga vita invece di aggiungerne, quella religiosità immatura e grigia è lontanissima dalla fede solare di Gesù.

Dio ha scelto di parlarci con il linguaggio della gioia, per questo seduce ancora.

Viene con doni di luce avvolti in bende di luce (Rab’ia). Vale per il povero bracciante e per l’esperto mercante, intenditore appassionato e ostinato che gira il mondo dietro il suo sogno. Ma nessun viaggio è lungo per chi ama. Noi avanziamo nella vita non a colpi di volontà, ma per una passione, per scoperta di tesori (dov’è il tuo tesoro, là corre felice il tuo cuore, cfr Mt 6,21)); avanziamo per innamoramenti e per la gioia che accendono.

I cercatori di Dio, contadini o mercanti, non hanno le soluzioni in tasca, le cercano. Aver fede è un verbo dinamico: bisogna sempre alzarsi, muoversi, cercare, proiettarsi, guardare oltre; lavorare il campo, viaggiare, scoprire sempre, interrogare sempre.

In queste due parabole, tesoro, perla, valore, stupore, gioia sono nomi di Dio. Con la loro carica di affetto, con la travolgente energia, con il futuro che dischiudono.

Si rivolgono alla mia fede e mi domandano:

ma Dio per te è un tesoro o soltanto un dovere?

E’ una perla o un obbligo?

Mi sento contadino fortunato, mercante dalla buona sorte. E sono grato a Colui che mi ha fatto inciampare in un tesoro, in molte perle, lungo molte strade, in molti giorni: davvero incontrare Cristo è stato l’affare migliore della mia vita!

Fb 19 luglio

 

di Ermes Ronchi

La prospettiva di Dio

Questa parabola mi ha cambiato il volto di Dio, mi ha folgorato e lo amo infinitamente.

C’è un campo nel cuore dove sono avvinghiati il bene e il male: nessuno è solo zizzania, nessuno puro grano. Eppure dove i servi vedono solo erbacce, il Signore vede grano buono.

Vuoi che andiamo a togliere la zizzania? La risposta del signore del campo è perentoria: No! Rischiate di strappare via il grano.

Noi abbiamo sempre una violenta fretta di moralizzare e mettere a posto. L’uomo infantile in noi grida: strappa via da te, e soprattutto intorno a te, ciò che è puerile, fragile, difettoso. Ma il Signore dice: abbi pazienza, non avere fretta, perché tu non sei le tue debolezze, ma le tue maturazioni; non coincidi con i tuoi peccati, ma con le tue speciali potenzialità di bene.

Quanti difetti sono riuscito a sradicare in tutti questi anni? Neppure uno. Quindi la via è un’altra: agire come agisce Dio. Per vincere il buio della notte egli accende ogni giorno il suo mattino, e mi invita a saper distinguere, nel mio campo di buon grano assediato da erbacce, a vedere con coscienza chiara e sincera, ciò che di vitale e bello lui ha seminato in me.

Ciascuno di noi deve adottare su di sé questo sguardo positivo, solare, vitale. Perché il nostro spirito è capace di cose grandi solo se ha grandi passioni, grandi desideri. Addirittura la spiga futura, il bene possibile domani è più importante del peccato di ieri! Il male di una vita non revoca il bene compiuto, al contrario è il bene che revoca il male.

Preoccupiamoci quindi di avere un amore grande, un ideale forte, una dedizione profonda per ogni bontà, misericordia, accoglienza, libertà che Dio ci ha dato. Facciamo che esse erompano in tutta la loro bellezza e potenza, e vedremo le tenebre ritirarsi e la zizzania perdere terreno.

Dobbiamo davvero amare molto la nostra parte luminosa: viene da Dio!

Il nostro lavoro religioso è solo questo: far maturare il grano di cui nessuno è privo, perché la mano di Dio è viva. E liberiamoci da falsi esami di coscienza negativi! Vera introspezione è leggere la vita con sguardo divino che cerca non l’assenza di difetti, illusione inutile e spesso mortifera, ma la fecondità come ragione di vita.

Anche il giudizio finale avrà come argomento non il lato oscuro dell’esistenza, ma la parte migliore di noi, con il suo peso specifico di bene, che è superiore, che vale di più.

Ama i tuoi semi di vita, coltiva con infinita pazienza ogni tuo germoglio buono. Sii indulgente con tutte le creature, e anche con te stesso. Non nutrire il tuo peccato di ieri, lascialo andare, perché se non vedi luce dentro te, non la vedrai in nessuno.

Non siamo creati a immagine del Nemico e della sua notte, ma a immagine del Creatore e del suo giorno.

E’ questa la serena prospettiva di Dio. Che possa germogliare anche come nostra.

 

AVVENIRE XVI Matteo 13,24-30

Il bene e il male, buon seme ed erbe cattive si sono radicati nella mia zolla di terra: il mite padrone della vita e il nemico dell’uomo si disputano, in una contesa infinita, il mio cuore. E allora il Signore Gesù inventa una delle sue parabole più belle per guidarmi nel cammino interiore, con lo stile di Dio.

La mia prima reazione di fronte alle male erbe è sempre: vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania? L’istinto mi suggerisce di agire così: strappa via, sradica subito ciò che in te è puerile, sbagliato, immaturo. Strappa e starai bene e produrrai frutto.

Ma in me c’è anche uno sguardo consapevole e adulto, più sereno, seminato dal Dio dalla pazienza contadina: non strappare le erbacce, rischi di sradicare anche il buon grano. La tua maturità non dipende da grandi reazioni immediate, ma da grandi pensieri positivi, da grandi valori buoni.

Che cosa cerca in me il Signore? La presenza di quella profezia di pane che sono le spighe, e non l’assenza, irraggiungibile, di difetti o di problemi.

Ancora una volta il mite Signore delle coltivazioni abbraccia l’imperfezione del suo campo. Nel suo sguardo traspare la prospettiva serena di un Dio seminatore, che guarda non alla fragilità presente ma al buon grano futuro, anche solo possibile. Lo sguardo liberante di un Dio che ci fa coincidere non con i peccati, ma con bontà e grazia, pur se in frammenti, con generosità e bellezza, almeno in germogli. Io non sono i miei difetti, ma le mie maturazioni; non sono creato ad immagine del Nemico e della sua notte, ma a somiglianza del Padre e del suo pane buono.

Tutto il vangelo propone, come nostra atmosfera vitale, il respiro della fecondità, della fruttificazione generosa e paziente, di grappoli che maturano lentamente nel sole, di spighe che dolcemente si gonfiano di vita, e non un illusorio sistema di vita perfetta. Non siamo al mondo per essere immacolati, ma incamminati; non per essere perfetti, ma fecondi. Il bene è più importante del male, la luce conta più del buio, una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo.

Questa la positività del vangelo. Che ci invita a liberarci dai falsi esami di coscienza negativi, dal quantificare ombre e fragilità. La nostra coscienza chiara, illuminata, sincera deve scoprire prima di tutto ciò che di vitale, bello, buono, promettente, la mano viva di Dio continua a seminare in noi, e poi curarlo e custodirlo come nostro Eden. Veneriamo le forze di bontà, di generosità, di tenerezza di accoglienza che Dio ci consegna. Facciamo che queste erompano in tutta la loro forza, in tutta la loro potenza e bellezza, e vedremo la zizzania scomparire, perché non troverà più terreno.

 

 

di p. Ermes Ronchi

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare”, e, salito sulla barca, raccontò di un seminatore uscito a seminare.

Frase già colma di promesse di mietiture, presagio di pane e di fame saziata. Il seminatore uscì e il mondo è già gravido.

Con le sue parabole Gesù fa parlare la vita, dove Dio è di casa.

La storia non racconta di un contadino maldestro, ma della fiducia del Seminatore per eccellenza, colui che altro non sa fare che dare vita. È uno che spera anche nei sassi, un prodigo inguaribile, imprudente e fiducioso. Un sognatore che vede vita e futuro ovunque.

Mentre seminava, una parte cadde sulla strada, e gli uccelli la mangiarono.

Succede quando sono strada, e non mi fermo mai. La parola di Dio chiede sosta, chiede passione: chi corre sempre perde il senso e la fame di infinito che costituiscono la nostra dignità.

Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove la terra era poca. È il mio cuore poco profondo quando non custodisce, non medita. Così fa l’adolescente che è in me, accontentandosi di sensazioni superficiali.

Un’altra parte cadde sui rovi, che crebbero e la soffocarono.

Ecco l’ansia della sicurezza; e poi la spina del quotidiano, la fatica di resistere allo sconforto, la paura della solitudine.

Ma il centro della parabola non sta negli errori, il protagonista è un Dio generoso che non priva nessuno dei suoi doni.

Dio esce a seminare, per me. Per me che sono strada e campo di sassi, groviglio di spine e cuore calpestato, coltivatore di rovi e sterpaglie, di passi perduti come barche disperse.

Ma proprio in virtù di questo (e non nonostante) noi siamo chiamati ad essere contadini della Parola, che non tornerà a Dio senza aver portato frutto (Is 55,11).

Oggi, questa mattina, adesso, egli ancora esce. Ed è grande questo contadino che mi aspetta anche davanti alla porta chiusa, dalla maniglia arrugginita.

Ma lui sa che se vado con lui, domani sarò più vivo. Lui sa che se non vado, spesso è solo perché è ancora buio.

E anch’io so che se per tre volte, come dice la parabola, e per infinite volte, come dice la mia esperienza, non rispondo, fermo il corso del miracolo. Poi accade che una volta vado, con il trenta, il sessanta, il cento per uno.

Se io predicassi del Vangelo ciò che riesco a vivere, non dovrei nemmeno aprire bocca. Ma io non predico questo, tento di dire la potenza della Parola che rovescia le zolle sassose, si cura dei germogli nuovi e si ribella a tutte le sterilità.

Non ho bisogno di raccolti, ma di grandi campi da seminare con lui, e di un cuore non derubato; ho bisogno del Dio seminatore, che le mie aridità non stancano mai. E le strade del mondo potranno ancora fiorire di vita, con una pioggia di semi felici che non andranno perduti.

E allora Dio aspettami! Sto uscendo con te.

 

Avvenire XV A Mt 13,1-9

Egli parlò loro di molte cose con parabole. Le parabole sono uscite così dalla viva voce del Maestro. Ascoltarle è come ascoltare il mormorio della sorgente, il momento iniziale, fresco, sorgivo del Vangelo. Le parabole non sono un ripiego o un’eccezione, ma la punta più alta e geniale, la più rifinita del linguaggio di Gesù. Egli amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri, i passeri in volo, il fico. Osservava la vita e nascevano parabole. Prendeva storie di vita e ne faceva storie di Dio, svelava che “in ogni cosa è seminata una sillaba della Parola di Dio” (Laudato si’).

Il seminatore uscì a seminare. Gesù immagina la storia, il creato, il regno come una grande semina: è tutto un seminare, un volare di grano nel vento, nella terra, nel cuore. È tutto un germinare, un accestire, un maturare. Ogni vita è raccontata come un albeggiare continuo, una primavera tenace. Il seminatore uscì, ed il mondo è già gravido.

Ed ecco che il seminatore, che può sembrare sprovveduto perché parte del seme cade su sassi e rovi e strada, è invece colui che abbraccia l’imperfezione del campo del mondo, e nessuno è discriminato, nessuno escluso dalla semina divina. Siamo tutti duri, spinosi, feriti, opachi, eppure la nostra umanità imperfetta è anche una zolla di terra buona, sempre adatta a dare vita ai semi di Dio.

Ci sono nel campo del mondo, e in quello del mio cuore, forze che contrastano la vita e le nascite. La parabola non spiega perché questo accada. E non spiega neppure come strappare infestanti, togliere sassi, cacciare uccelli. Ma ci racconta di un seminatore fiducioso, la cui fiducia alla fine non viene tradita: nel mondo e nel mio cuore sta crescendo grano, sta maturando una profezia di pane e di fame saziata. Lo spiega il verbo più importante della parabola: e diede frutto. Fino al cento per uno. E non è una pia esagerazione. Vai in un campo di frumento e vedi che talvolta da un chicco solo possono accestire diversi steli, ognuno con la sua spiga.

L’etica evangelica non cerca campi perfetti, ma fecondi. Lo sguardo del Signore non si posa sui miei difetti, su sassi o rovi, ma sulla potenza della Parola che rovescia le zolle sassose, si cura dei germogli nuovi e si ribella a tutte le sterilità.

E farà di me terra buona, terra madre, culla accogliente di germi divini.

Gesù racconta la bellezza di un Dio che non viene come mietitore delle nostre poche messi, ma come il seminatore infaticabile delle nostre lande e sterpaglie.

E imparerò da lui a non aver bisogno di raccolti, ma di grandi campi da seminare insieme, e di un cuore non derubato; ho bisogno del Dio seminatore, che le mie aridità non stancano mai.

 

 

fb 5 luglio 2020

p.Ermes Ronchi

INCANTO

Padre, ti rendo lode! Il Battista è in carcere, in Galilea crescono rifiuto e ostilità, i miracoli a Cafarnao e Betsaida non servono, eppure Gesù benedice il Padre.

Attorno, il vuoto. Via i sapienti, gli scribi, i sacerdoti, e al loro posto ecco malati, vedove, bambini, piccoli. I preferiti di Dio: l’uomo senza qualità accolto nelle qualità di Dio.

Gesù è il primo dei piccoli. Viene come figlio di povera gente, in una stalla. Senza potere, la sua rivoluzione è su una croce.

Grazie perché loro ti hanno capito! Gesù coglie la logica di Dio che parte dagli ultimi della fila, dai bastonati dalla vita, dalle mani che sanno accarezzare.

Non è difficile Dio. Sta al loro fianco in ogni epoca, su tutta la terra. Dio è vicino a ciò che è piccolo e spezzato. Quando noi diciamo perduto, lui dice trovato; se diciamo condannato, lui dice salvato; quando diciamo abbietto, Dio esclama beato! (Bonhoeffer).

Gesù che si stupisce di Dio. Mi incanta la meraviglia che felicemente lo invade mentre le sue parole passano dal lamento alla danza.

Ma non basta: venite, e vi darò ristoro. E’ il conforto del vivere, non una morale migliore. Se le nostre messe, prediche, incontri, non diventano racconti d’amore che consolano fatiche, si riducono a tomba della domanda dell’uomo, a tomba della risposta di Dio.

Gesù parla di “cose rivelate”, che non si possono recintare in una dottrina, che non sono un sistema di pensiero: le cose rivelate sono il segreto del vivere, preceduto dal silenzio, seguito dall’incanto.

E incalza chi gli è vicino: imparate da me mite e umile, così ci sarà riposo per le vostre anime. Casa della vita è l’amore anche piccolo, quello che fa un passo indietro, dove il cuore abita nella pace di chi si fida.

E ancora: prendete il mio giogo dolce, il carico leggero di Dio. Come può il giogo essere per noi, che nell’ultimo secolo abbiamo lottato proprio per eliminarli tutti? Nella Bibbia il giogo è la legge di Mosè, che Gesù riassumerà nel nuovo invito: amatevi, l’antica novità.

L’amore è ossigeno del mondo. Un re leggero, un tiranno amabile che mai ferisce e mai smette di generare, partorire, curare, dare gioia pura. Prendetevi cura di voi stessi e del creato iniziando dai piccoli, le colonne segrete nella storia, le colonne nascoste nel mondo.

Gesù, il senza potere, libero come il vento, leggero come la luce. Uomo regale dallo stupore improvviso, figlio mite che nessuno ha mai comprato, fratello umile di libere vite.

La pace si impara. La mitezza si impara. Da lui. La vita si impara dal cuore stupito di Gesù, puro silenzio incantato.

 

 

XIV domenica Matteo 11, 25-30

Quello che mi incanta è Gesù che si stupisce del Padre. Una cosa bellissima: il Maestro di Nazaret che è sorpreso da un Dio sempre più fantasioso e inventivo nelle sue trovate, che spiazza tutti, perfino suo Figlio. Cosa è accaduto?

Il vangelo ha appena riferito un periodo di insuccessi, tira una brutta aria: Giovanni è arrestato, Gesù è contestato duramente dai rappresentanti del tempio, i villaggi attorno al lago, dopo la prima ondata di entusiasmo e di miracoli, si sono allontanati.

Ed ecco che, in quell’aria di sconfitta, si apre davanti a Gesù uno squarcio inatteso, un capovolgimento improvviso che lo riempie di gioia: Padre, ti benedico, ti rendo lode, ti ringrazio, perché ti sei rivelato ai piccoli.

Il posto vuoto dei grandi lo riempiono i piccoli: pescatori, poveri, malati, vedove, bambini, pubblicani, i preferiti da Dio. Gesù non se l’aspettava e si stupisce della novità; la meraviglia lo invade e lo senti felice. Scopre l’agire di Dio, come prima sapeva scoprire, nel fondo di ogni persona, angosce e speranze, e per loro sapeva inventare come risposta parole e gesti di vita, quelli che l’amore ci fa chiamare «miracoli».

Hai rivelato queste cose ai piccoli… di quali cose si tratta?

Un piccolo, un bambino capisce subito l’essenziale: se gli vuoi bene o no. In fondo è questo il segreto semplice della vita. Non ce n’è un altro, più profondo.

I piccoli, i peccatori, gli ultimi della fila, le periferie del mondo hanno capito che Gesù è venuto a portare la rivoluzione della tenerezza: voi valete più di molti passeri, ha detto l’altra domenica, voi avete il nido nelle sue mani.

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.

Non è difficile Dio: sta al fianco di chi non ce la fa, porta quel pane d’amore di cui ha bisogno ogni cuore umano stanco… E ogni cuore è stanco.

Venite, vi darò ristoro. E non già vi presenterò un nuovo catechismo, regole superiori, ma il conforto del vivere. Due mani su cui appoggiare la vita stanca e riprendere il fiato del coraggio.

Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero: parole che sono musica, buona notizia.

Gesù è venuto a cancellare la vecchia immagine di Dio. Non più un dito accusatore puntato contro di noi, ma due braccia aperte. È venuto a rendere leggera e fresca la religione, a toglierci di dosso pesi e a darci le ali di una fede che libera. Gesù è un liberatore di energie creative e perciò è amato dai piccoli e dagli oppressi della terra.

Imparate da me che sono mite e umile di cuore, cioè imparate dal mio cuore, dal mio modo di amare delicato e indomito. Da lui apprendiamo l’alfabeto della vita; alla scuola del cuore, la sapienza del vivere.

Vorrei imparare a benedire di nuovo, ogni giorno.

Ad ogni mattino benedire i piccoli e i bambini,

mettermi alla loro scuola,

imparare dal loro cuore vero.

Vorrei imparare a dire grazie,

a dire bene di te e del mondo,

a stupirmi della vita, che mi ha dato tanto:

e che il lamento non prevalga mai sullo stupore.

Grazie per le sconfitte che non mi hanno buttato giù,

per i successi che non mi hanno dato alla testa.

Grazie per le persone che hai messo accanto a me,

nelle loro mani, nello sguardo, nel sorriso

ho visto il racconto della tua tenerezza.

Vorrei imparare dal tuo cuore, Signore,

ad amare nel solo modo possibile,

dolce e forte, umile e fiero:

instancabile nel curare,

nutrire, confortare, dare ristoro,

rimettere in cammino la vita.

E ti benedico, Padre, per il tuo figlio Gesù,

pienezza d’umano, stupore di te,

ristoro alla vita e cuore di luce.

Amen.

 

Ermes Ronchi

Fb 28 giugno 2020

L’acqua migliore che ho

Chi ama la propria famiglia più di me, non è degno di me. Ma allora chi è degno di te, Signore? Con la tua altissima pretesa, che cosa vuoi da me?

Nessuno amerà mai come te, perché il tuo è il vero amore incondizionato, che anticipa, senza clausola alcuna. Padre madre fratello figlia… sono le persone a me più care, indispensabili per vivere davvero. Sono loro che ogni giorno mi spingono ad essere vero, autentico, senza ruoli. Ma la tua non è una competizione di cuori o una gara di emozioni, da cui sai che non usciresti vincitore se non presso pochi eroi, o santi o profeti dal cuore in fiamme.

E tuttavia, l’uomo non coincide con il cerchio della famiglia. Anche già per unirsi a colei che ama, l’uomo lascerà il padre e la madre!  Né la buona novella, né la croce, non la vita eterna e neppure una storia di giustizia, pace o solidarietà, si spiegano interessandosi solo alla famiglia. Bisogna saper accogliere altri nel cerchio del proprio sangue, generare diversamente vita e futuro, staccarsi, perdere, spezzare l’eterna ripetizione di ciò che è già stato. Chi avrà perduto, troverà.

Perdere la vita, non significa farsi uccidere: una vita si perde solo come si perde un tesoro, donandola.

Noi possediamo, veramente, solo ciò che abbiamo donato ad altri. Come la donna di Sunem della prima lettura, che d’impulso dona al profeta Eliseo piccole porzioni di vita, piccole cose: un letto, un tavolo, una sedia, una lampada, e riceverà in cambio una vita intera, un figlio vero! Insieme alla capacità di amare molto di più.

Risento l’eco delle parole di Gesù: Chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà.

Gesù parla di una causa per cui vivere, che vale più della stessa vita. E Lui, che l’ha perduta per la causa dell’uomo, l’ha ritrovata.

Infatti il vero dramma per la persona, e tanti non ne sono consapevoli, è non avere niente e nessuno per cui valga la pena mettere in gioco e spendere la propria vita.

E a noi, spaventati dall’impegno di dare vita e di avere una causa che valga più di noi stessi, Gesù aggiunge una frase dolcissima: chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca non perderà il premio. Croce e acqua, il dare tutto e il dare quasi niente. I due estremi di uno stesso movimento, un gesto vivo, significato da quell’aggettivo così evangelico: fresca! L’acqua, fresca dev’essere! Vale a dire procurata con cura, l’acqua migliore che hai, acqua affettuosa, bella, con dentro l’eco del cuore.

La vita nell’acqua: stupenda pedagogia di Cristo, secondo cui non c’è nulla di troppo piccolo per chi vuol bene. Dove amare non equivale ad emozionarsi e a tremare per una creatura, ma si traduce con l’altro verbo che è sempre di corsa, molto semplice e concreto. Un verbo fattivo, urgente, di mani limpide e allegre come acqua fresca: il verbo dare.

 

 

Avvenire Mt 10,37-42  XIII A

p.Ermes Ronchi

Chi ama padre o madre, figlio o figlia più di me, non è degno di me.

Una pretesa che sembra disumana, a cozzare con la bellezza e la forza degli affetti, che sono la prima felicità di questa vita, la cosa più vicina all’assoluto, quaggiù tra noi.

Gesù non illude mai, vuole risposte meditate, mature e libere. Non insegna né il disamore, né una nuova gerarchia di emozioni. Non sottrae amori al cuore affamato dell’uomo, aggiunge invece un ‘di più’, non limitazione ma potenziamento. Ci nutre di sconfinamenti. Come se dicesse: Tu sai quanto è bello dare e ricevere amore, quanto contano gli affetti dei tuoi cari per poter star bene, ebbene io posso offrirti qualcosa di ancora più bello.

Ci ricorda che per creare la nuova architettura del mondo occorre una passione forte almeno quanto quella della famiglia. È in gioco l’umanità nuova. E così è stato fin dal principio: per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna (Gen 2,24). Abbandono, per la fecondità. Padre e madre ‘amati di meno’, lasciati per un’altra esistenza, è la legge della vita che cresce, si moltiplica e nulla arresta.

Seconda esigenza: chi non prende la propria croce e non mi segue. Prima di tutto non identifichiamo, non confondiamo croce con sofferenza. Gesù non vuole che passiamo la vita a soffrire, non desidera crocifissi al suo seguito: uomini, donne, bambini, anziani, tutti inchiodati alle proprie croci. Vuole che seguiamo le sue orme, andando come lui di casa in casa, di volto in volto, di accoglienza in accoglienza, toccando piaghe e spezzando pane. Gente che sappia voler bene, senza mezze misure, senza contare, fino in fondo.

Chi perde la propria vita, la trova. Gioco verbale tra perdere e trovare, un paradosso vitale che è per sei volte sulla bocca di Gesù. Capiamo: perdere non significa lasciarsi sfuggire la vita o smarrirsi, bensì dare via, attivamente. Come si fa con un dono, con un tesoro speso goccia a goccia.

Alla fine, la nostra vita è ricca solo di ciò che abbiamo donato a qualcuno. Per quanto piccolo: chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca, non perderà la ricompensa. Quale? Dio non ricompensa con cose. Dio non può dare nulla di meno di se stesso. Ricompensa è Lui.

Un bicchiere d’acqua, un niente che anche il più povero può offrire. Ma c’è un colpo d’ala, proprio di Gesù: acqua fresca deve essere, buona per la grande calura, l’acqua migliore che hai, quasi un’acqua affettuosa, con dentro l’eco del cuore.

Dare la vita, dare un bicchiere d’acqua fresca, riassume la straordinaria pedagogia di Cristo. Il Vangelo è nella Croce, ma tutto il vangelo è anche in un bicchiere d’acqua fresca. Con dentro il cuore.

Nulla è troppo piccolo per il Vangelo, perché ogni gesto compiuto con tutto il cuore ci avvicina all’assoluto di Dio.

Con lui i tuoi amori saranno custoditi più vivi e più luminosi, perché lui possiede  l’arte di andare fino in fondo al voler bene. Ed è questo il significato della seconda condizione,.

Amare nel linguaggio di tutta la bibbia non indica un insieme di emozioni o di sentimenti, non riguarda la sfera affettiva, ma come sempre nella Bibbia, la sfera della fede. Gesù assimila il discepolato alla prima alleanza, al popolo che si impegna con Dio, indica l’atteggiamento della fedeltà a Dio. Amare Dio di meno significava seguire altri dei, idolatria.

Altre leggi a dettare la strada. E l’abbiamo visto dalle cronache, molte volte. Segui come dominanti le leggi della famiglia o del clan, e si arriva a ciò che i sociologi chiamano: familismo amorale. Per amore o necessità della famiglia si accetta tutto: immoralità, corruzione, violenza…

La seconda condizione: Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Prendere la croce e prendere un destino da messia: esistere per Dio per guarire la vita.

Terza condizione: Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo . Rinuncia è liberazione da tutto ciò che impedisce il volo.

Davanti alla pretesa ‘irragionevole’ di Cristo di essere amato più di padre, madre e figli, di essere il primo nel cuore, la mia reazione è quella di pensare: ‘perché mi vuole strappare dal cerchio caldo e vitale degli affetti? Ma non è l’intenzione di Gesù, Lui riempie e poi ci nutre di sconfinamenti.

Destino ordinario è incontrare un amore, una seduzione

ma destino straordinario dell’essere umano

è incontrare seduttori non umani,

è incontrare la seduzione di Dio.

Chi avrà dato la propria vita per causa mia la troverà”. Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della mia sola vita, e chi ama davvero sperimenta che l’amato vale di più della sua vita.

vale a dire non vivere in funzione dei tuoi o del tuo passato. Ebbene, questo stesso movimento è chiesto da Gesù affinché non restiamo piccoli, perché non si arresti la ruota della vita.

Ma poi sono contento di questo, poi sono fiero che la fede resti scandalosa, che rimanga qualcosa che sovverte, che va contro corrente, che non sa omologarsi. Altrimenti non ci sarà più futuro nuovo nelle nostre vite, solo ripetizione, altrimenti non si aprono frecce di luce.

Allora cerco nella Scrittura una spiegazione e il Libro del Deuteronomio me la offre. Dice: “Se la moglie che riposa sul tuo petto o l’amico che ami come te stesso ti dice in segreto: vieni, serviamo altri dei. Tu non ascoltarlo”. Per compiacere tua moglie o tuo figlio o il tuo amico, non abbandonare, non tradire il tuo Dio. Amalo di più!

Risalgo più indietro, e una spiegazione è già nel Primo Libro della Scrittura dove abbandonare il padre e la madre per unirsi a un’altra carne è già la Legge della vita. E’ la scelta necessaria per ogni uomo e per ogni donna, perché ci sia futuro, perché la vita possa crescere, moltiplicarsi, perché ci sia fecondità:

Noi tutti sappiamo bene che il mondo non coincide con il cerchio della famiglia e inserendo in questo cerchio, dolce ma insufficiente, lo spazio di Dio e della Croce, Gesù mi dice: “Prendi su di te una vita ulteriore, altre responsabilità, prendi su di te un destino che assomiglia al mio”.

Ecco, allora, il conflitto: da un lato l’umano e le sue cose, dall’altro un Nazareno e la sua Croce. Prendi la Croce, un comando che qualche volta mi angoscia, ma guardo alla Croce e vedo che essa è il luogo dove l’amore ha scritto il suo racconto più vero.

Prendi la Croce equivale a dire: accetta di amare fino in fondo. Scrive Origene: “Caritas est passio”, l’amore è passione nel doppio luminoso senso di patimento e di appassionarsi. L’amore è Croce e passione.

C’è un destino ordinario nella famiglia e questo ti fa figlio degno della vita, ma c’è un destino ulteriore che ti fa degno di Cristo.

Da un lato la mia vita, la mia gente, le mie cose e il desiderio di ricondurre tutto al frammento, all’attimo, alla dignità di esseri umani, soltanto umani e basta, con tutta la bellezza ma anche la caducità che questo comporta.

E dall’altro lato le cose che non si vedono: eternità, Dio, il dolore del mondo, amore più grande.

E’ un bellissimo conflitto tra il canto del sangue che già basta a illuminare la vita e la voce della trascendenza che abita il cuore inquieto finché non riposa in altri spazi.

Il segreto della nostra vita è oltre noi

ed è quello che Gesù dodicenne dice ai genitori: “Non sapevate che io devo interessarmi delle cose del Padre mio?”

Amare Dio, secondo il Vangelo non è una emozione in gara con altre sensazioni, non è un affetto fra gli altri.

perché sa che da questa gara emotiva non uscirebbe vincitore se non presso pochi eroi o santi, gente dal cuore in fiamme.

E poi attenzione a un egoismo “familiare”. Un amore totalizzante per la tua casa, per i tuoi, per cui nulla esiste al di fuori di essa, può farti smarrire, la bellezza, la ricchezza, la varietà, la polifonia, il gemito e la poesia della vita, tutte le altre dimensioni del cuore, della mente, dell’anima, del dolore del mondo.

Non smarrire la polifonia dell’esistenza, altrimenti sei una casa bella dentro ma con le porte e le finestre sbarrate e davanti al tuo cancello chiuso sfila la vita, passano poveri e profeti e non li vedi.

Passano angeli e bambini, passano le stagioni e le invenzioni e non li vedi.

Passa la vita e nessuno che si affacci a dare o ad accogliere.

Il verbo più usato oggi da Gesù è accogliere, l’accoglienza fa fiorire la vita. Anche accogliere la causa di Cristo moltiplica la vita:

Chi avrà perduto la propria vita per causa mia la troverà!”

Perdere la vita non significa qui il martirio del sangue. Una vita si perde come si spende un tesoro: donandola goccia a goccia.

Noi possediamo veramente solo ciò che abbiamo donato ad altri, come la donna di Sunem, di cui parla la Prima Lettura, che dona al profeta Eliseo piccole porzioni di vita, piccole cose: un letto, un tavolo, una sedia, una lampada e riceverà in cambio una vita intera, un figlio. E la capacità di amare di più.

Lo può dire ogni madre, lo dice Dio stesso che ha amato il mondo fino a dare suo Figlio.

E imparo che anche per l’uomo il vero dramma non è la Croce o il martirio, il vero dramma è non avere niente, non avere nessuno per cui valga la pena dare la vita.

Amare nel Vangelo non equivale ad emozionarsi, a sentire, a tremare o trepidare per una creatura, ma si traduce sempre con un altro verbo molto semplice, molto concreto, un verbo fattivo, di mani, il verbo “dare”. “Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Non c’è amore più grande che dare la vita!”

Preghiera alla comunione

“Se uno ama il padre o la madre,

il figlio, la figlia più di me non è degno di me”.

Sei un Dio esigente, Signore, chi può dirsi degno di te?

Sei un Dio esigente, Dio della Croce,

segnale sommo lanciato al mondo,

punto ultimo in cui tutto si incrocia:

le vie del cielo, le vie del cuore, le vie della terra.

Ma so anche che sei il Dio del granello di senape,

del lucignolo fumigante,

che ha cura di due passeri,

che ci consola oggi con un bicchiere di acqua fresca,

il Dio che guarda il cuore.

Donaci, allora, Signore, di amare padre e madre,

moglie e marito e figli e amici per quello che sono:

benedizione e dono che viene da te,

salvezza che tu mi hai posto al fianco,

frammento del tuo volto.

E poi donaci di perdere la vita

come perde un tesoro: donandolo.

Amen

Chi è degno del Signore? Per tre volte oggi rimbalzerà questa domanda esigente del Vangelo, e tutti confesseremo prima della Comunione: “Signore non sono degno, nessuno lo è ma basterà una tua parola”.

E siamo qui per questo: il Signore non si merita, si accoglie

Una delle pagine più dure ed esigenti del Vangelo, una pagina illogica e quasi contro natura. Esagerato.

Gesù, sempre spiazzante, vedendo che una folla numerosa lo seguiva, anziché sentirsi gratificato per il numero dei seguaci, si volta e li mette in  guardia, chiarendo bene che cosa comporti andare dietro a lui.

Gesù non illude mai, non strumentalizza entusiasmi o debolezze, vuole invece risposte meditate, mature  e libere. Perché alla quantità di discepoli preferisce la qualità. E indica tre condizioni per seguirlo. Radicali.

La prima: Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Gesù non instaura una competizione di sentimenti nel cuore perché sa che da questa gara emotiva non uscirebbe vincitore se non presso pochi eroi o santi, gente dal cuore in fiamme.

Ma ci ricorda che per creare un mondo nuovo quale lui sogna ci vuole una passione così forte almeno quanto quella degli amori familiari.

È in gioco un nuovo modo di concepire le relazioni umane.

Gesù scommette, punta tutto sull’amore. Ma con parole che sembrano eccessive, sembrano cozzare contro la bellezza e la forza dei nostri affetti che sono la prima felicità di questa vita.

Ma facciamo attenzione al verbo centrale su cui poggia l’architettura della frase: amare di più, e Luca: se uno non mi ama di più di suo padre, e capiamo che non di una sottrazione si tratta, ma di una addizione:

Gesù non sottrae amori, aggiunge un ‘di più’. Il discepolo è colui che sulla luce dei suoi amori stende una luce più grande. E il risultato che ottiene non è una limitazione ma un potenziamento:

Dice Gesù: Tu sai quanto è bello dare e ricevere amore, quanto contano gli affetti della famiglia, io posso offrirti qualcosa di ancora più bello.

Mettere Gesù al primo posto vuol dire prenderlo come garanzia che

se stai con Lui, se lo tieni con te,

i tuoi amori saranno custoditi più vivi e più luminosi,

perché Lui possiede la chiave dell’arte di amare,

di andare fino in fondo al voler bene.

La seconda condizione che Gesù pone: Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Che cosa intende per ‘la propria croce’?

Non banalizziamo la croce, non immiseriamola a semplice immagine delle inevitabili difficoltà di ogni giorno, dei problemi della famiglia, della fatica o malattia da sopportare con pace.

Nel vangelo la parola ‘croce’ contiene il vertice e il riassunto della vicenda di Gesù. Croce è: amore senza misura e senza rimpianti, disarmato amore, coraggioso amore, che non si arrende, che non inganna e non tradisce. Che va fino alla fine.

Allora le due prime condizioni che Gesù pone a chi vuole seguirlo, Amare di più e portare la croce si illuminano a vicenda; portare la croce significa portare l’amore fino in fondo. Fino alla Pasqua, la vittoria.

Con le tre condizioni Gesù convoca tutta la nostra vita: raccoglie affetti, gioia e fatica, e le cose. E non per impossessarsi dell’uomo, ma per liberarlo, per regalare un’ala che lo sollevi verso più amore, più libertà, più consapevolezza. Allora nominare Cristo, parlare di vangelo equivale a confortare la vita.

Voglio ringraziarti Signore per il dono della vita,

ho letto da qualche parte

che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto:

possono volare solo rimanendo abbracciati.

A volte nei momenti di confidenza

oso pensare che anche tu , Signore,

hai un’ala soltanto,

l’altra la tieni nascosta

forse per farmi capire

che tu non vuoi volare senza di me

Per questo mi hai dato la vita:

Perché io fossi tuo compagno di volo (Tonino Bello)

Il verbo più usato oggi da Gesù è accogliere, l’accoglienza fa fiorire la vita. Anche accogliere la causa di Cristo moltiplica la vita: “Chi avrà perduto la propria vita per causa mia la troverà!”

Perdere la vita non significa qui il martirio del sangue. Una vita si perde come si spende un tesoro: donandola goccia a goccia.

Noi possediamo veramente solo ciò che abbiamo donato ad altri,

Chi avrà dato la propria vita per causa mia la troverà”. Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della mia sola vita, e chi ama davvero sperimenta che l’amato vale di più della sua vita.

il vero dramma non è morire, il vero dramma è non avere niente, non avere nessuno per cui valga la pena dare la vita.

Amare nel Vangelo non equivale ad emozionarsi, a sentire, a tremare o trepidare per una creatura, ma si traduce sempre con un altro verbo molto semplice, molto concreto, un verbo fattivo, di mani, il verbo “dare”. “Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Non c’è amore più grande che dare la vita!”

A noi, forse spaventati dalle esigenze di Cristo, dall’impegno di dare la vita, di avere una causa che valga più di noi stessi, Gesù aggiunge una frase dolcissima: “Chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca, non perderà il premio”.

La Croce e il bicchiere: il dare tutta la vita e il dare quasi niente, sono i due estremi dello stesso movimento, dare qualcosa, un po’, tutto,. Dare, perché nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con il verbo dare.

Un bicchiere d’acqua, dice Gesù, un gesto così piccolo che anche l’ultimo di noi, anche il più povero può compiere. E tuttavia un gesto non banale, un gesto vivo, significato da quell’aggettivo che Gesù aggiunge, così evangelico: acqua fresca.

Acqua fresca deve essere e vale a dire l’acqua buona per la grande calura, l’acqua attenta alla sete dell’altro, procurata con cura, l’acqua migliore che hai, quasi un’acqua affettuosa con dentro l’eco del cuore.

“Dare la vita, dare un bicchiere d’acqua fresca” ecco la stupenda pedagogia di Cristo. Un bicchiere d’acqua fresca se dato con tutto il cuore ha dentro la Croce. Tutto il Vangelo è nella Croce, tutto il vangelo in un bicchiere d’acqua.

Nulla è troppo piccolo per il Vangelo, perché ogni gesto compiuto con tutto il cuore ci avvicina all’assoluto di Dio.

Preghiera alla comunione

“Se uno ama il padre o la madre,

il figlio, la figlia più di me non è degno di me”.

Sei un Dio esigente, Signore, chi può dirsi degno di te?

Sei un Dio esigente, Dio della Croce,

segnale sommo lanciato al mondo,

punto ultimo in cui tutto si incrocia:

le vie del cielo, le vie del cuore, le vie della terra.

Ma so anche che sei il Dio del granello di senape,

del lucignolo fumigante,

che ha cura di due passeri,

che ci consola oggi con un bicchiere di acqua fresca,

il Dio che guarda il cuore.

Donaci, allora, Signore, di amare padre e madre,

(moglie e marito e figli) e amici per quello che sono:

benedizione e dono che viene da te,

salvezza che tu mi hai posto al fianco,

frammento del tuo volto.

E poi donaci di perdere la vita

Come si perde un tesoro: donandolo.

Amen

21 giugno 2020

Piume e capelli

Non abbiate paura, voi valete di più!  La sua tenerezza, che si prende cura dei passeri come dei miei capelli, è l’impensato di Dio, che fa per me ciò che nessuno ha mai fatto, ciò che nessuno mai farà: mi prepara il nido con le mani, e con le mani conta i miei capelli.

Eppure ho paura, perché i passeri continuano a cadere a terra, come i bambini. Bambini che cadono a migliaia, in guerra. Venduti per poco più di un soldo o gettati via appena spiccato il loro breve volo.

E lui lo sa. Ma ripete per tre volte: Non temete, non abbiate paura. Il Vangelo assicura che nulla cadrà a terra senza che Dio ne sia coinvolto, nessuno cadrà fuori dal nido delle sue mani. Dio sarà lì, con le dita aperte.

Ma allora è Lui che spezza il volo? No. La parola evangelica (in greco: aneu) è tradotta male, e non evoca il volere di Dio, ma ”la presenza di Dio; nulla senza che lui ne sia coinvolto”. E allora il dramma non è solo nostro, “esso è anche di Dio” (Turoldo), Dio che non si colloca tra salute e malattia, ma tra sconforto e fiducia. Suo paese sono le fibre della paura, dove si annida quella che i salmi chiamano “la bestia del canneto”. Dio sta nel riflesso ultimo delle lacrime, per moltiplicare il coraggio, a raccontarci che qualcosa vale più del corpo, perché la vita non è lì.

Tu non sei il tuo corpo, eppure lo ritroverai: neanche un tuo capello andrà perduto.

Io che desidero essere salvato, lo sarò, perché tutto l’umano che c’è in me trova eco nel cuore di Dio.

Verranno notti e reti di cacciatori, verrà anche la morte, ma: nulla ci potrà separare dall’Amore, né spada, né morte, né angeli, né demoni (Rom 8,39).

Sì, è vero i passeri e i capelli contati hanno da attraversare la morte. Ma Gesù mi insegna il diritto a rivendicare fino all’ultima fibra di quel mio corpo che ha testimoniato la vita.

“Temete piuttosto chi ha potere sull’anima”. L’anima può morire! Mortali sono l’indifferenza e l’ipocrisia, il togliere coraggio e innocenza, deridere gli ideali e gli innamorati. “Di un peccatore si può fare un santo, ma di coloro che non sono né cristiani, né pagani, né appassionati né freddi, né santi né peccatori, di loro, le anime morte, che cosa ne faremo? (Charles Peguy)”.

L’immagine di passeri e capelli contati mi riporta ai più fragili tra noi, depressi, anziani, ammalati. Ai poveri di beni e relazioni, ai tanti che non hanno più un lavoro e si sentono inutili.

Signore, ho combinato poco nella vita e ora non riesco più a fare niente. E lui risponde: tu vali di più, non perché produci, lavori o hai successo, ma perché esisti, gratuitamente come i passeri, debolmente come i tuoi capelli, nelle mani mie.

Su te è la sua cura, in te il suo respiro. Dove finisci tu, perché non ce la fai, comincia lui, con le sue mani.

 

Avvenire XII A Matteo 10,26-33

Non temete, non abbiate paura, non abbiate timore”. Per tre volte Gesù si oppone alla paura, in questo tempo di paura che mangia la vita, “che non passa per decreto-legge” (Card. Martini), che come suo contrario non ha il coraggio ma la fede. Lo assicura il Maestro, una notte di tempesta: perché avete paura, non avete ancora fede? (Mc 4,40).

Noi non siamo eroi, noi siamo credenti e ciò che opponiamo alla paura è la fede. E Gesù che oggi inanella per noi bellissime immagini di fede: “Neppure un passero cadrà a terra senza il volere del  Padre”.

Ma allora i passeri cadono per volontà di Dio? È lui che spezza il volo delle creature, di mia madre o di mio figlio? Il vangelo non dice questo, in verità è scritto altro: neppure un uccellino cadrà “senza il Padre”, al di fuori della sua presenza, e non come superficialmente abbiamo letto “senza che Dio lo voglia”. Nessuno muore fuori dalle mani di Dio, senza che il Padre non sia coinvolto. Al punto che nel fratello crocifisso è Cristo ad essere ancora inchiodato alla stessa croce. Al punto che lo Spirito, alito divino, intreccia il suo respiro con il nostro; e quando un uomo non può respirare perché un altro uomo gli preme il ginocchio sul collo, è lo Spirito, il respiro di Dio, che non può respirare.

Dio non spezza ali, le guarisce, le rafforza, le allunga. E noi vorremmo non cadere mai, e voli lunghissimi e sicuri. Ma ci soccorre una buona notizia, come un grido da rilanciare dai tetti: “Non abbiate paura: voi valete più di molti passeri Voi avete il nido nelle mani di Dio”. Voi valete: che bello questo verbo! Per Dio, io valgo. Valgo di più di molti passeri, di più di tutti i fiori del campo, di più di quanto osavo sperare. Finita la paura di non contare, di dover sempre dimostrare qualcosa. “Non temere” tu vali di più.

E poi segue la tenerezza di immagini delicate come carezze, che raccontano l’impensato di Dio che fa per me ciò che nessuno ha mai fatto, ciò che nessuno farà mai: “ti conta tutti i capelli in capo”. Il niente dei capelli: Qualcuno mi vuole bene frammento su frammento, fibra su fibra, cellula per cellula. Per chi ama niente dell’amato è insignificante, nessun dettaglio è senza emozione.

Anche se la tua vita fosse leggera come quella di un passero, fragile come un capello, tu vali. Perché vivi, sorridi, ami, crei. Non perché produci o hai successo, ma perché esisti, amato nella gratuità come i passeri, amato nella fragilità come i capelli.

Non abbiate paura. Dalle mani di Dio ogni giorno spicchiamo il volo, nelle sue mani il nostro volo terminerà ogni volta; perché niente accade fuori di Lui, perché là dove tu credevi di finire, proprio là inizia il Signore.

 

 

p. Ermes Ronchi

Avvenire Corpus Domini Gv 6,51-58

Nella sinagoga di Cafarnao, il discorso più dirompente di Gesù: mangiate la mia carne e bevete il mio sangue. Un invito che sconcerta amici e avversari, che Gesù ostinatamente ribadisce per otto volte, incidendone la motivazione sempre più chiara: per vivere, semplicemente vivere, per vivere davvero.

E’ l’incalzante convinzione di Gesù di possedere qualcosa che cambia la direzione della vita. Mentre la nostra esperienza attesta che la vita scivola inesorabile verso la morte, Gesù capovolge questo piano inclinato mostrando che la nostra vita scivola verso Dio. Anzi, che è la vita di Dio a scorrere, a entrare, a perdersi dentro la nostra. Qui è racchiusa la genialità del cristianesimo: Dio viene dentro le sue creature, come lievito dentro il pane, come pane dentro il corpo, come corpo dentro l’abbraccio. Dentro l’amore.

Il nostro pensiero corre all’eucaristia. È lì la risposta? Ma a Cafarnao Gesù non sta indicando un rito liturgico; lui non è venuto nel mondo per inventare liturgie, ma fratelli liberi e amanti.

Gesù sta parlando della grande liturgia dell’esistenza, di persona, realtà e storia. Le parole ‘carne, sangue, pane di cielo’ indicano l’intera sua esistenza, la sua vicenda umana e divina, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, le sue lacrime, le sue passioni, la polvere delle strade, i piedi intrisi di nardo, e la casa che si riempie di profumo e di amicizia. E Dio in ogni fibra. E poi come accoglieva, come liberava, come piangeva, come abbracciava. Libero come nessuno mai, capace di amare come nessuno prima.

Allora il suo invito incalzante significa: mangia e bevi ogni goccia e ogni fibra di me. Prendi la mia vita come misura alta del vivere, come lievito del tuo pane, seme della tua spiga, sangue delle tue vene, allora conoscerai cos’è vivere davvero.

Cristo vuole che nelle nostre vene scorra il flusso caldo della sua vita, che nel cuore metta radici il suo coraggio, perché ci incamminiamo a vivere l’esistenza come l’ha vissuta lui. Dio si è fatto uomo perché ogni uomo si faccia come Dio.

E allora vivi due vite, la tua e quella di Cristo, è lui che ti fa capace di cose che non pensavi, cose che meritano di non morire, gesti capaci di attraversare il tempo, la morte e l’eternità: una vita che non va perduta mai e che non finisce mai.

Mangiate di me! Parole che mi sorprendono ogni volta, come una dichiarazione d’amore: ‘voglio stare nelle tue mani come dono, nella tua bocca come pane, nell’intimo tuo come sangue; farmi cellula, respiro, pensiero di te. Tua vita’. Qui è il miracolo, il batticuore, lo stupore: Dio in me, il mio cuore lo assorbe,

lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola.

 

Vangelo racchiuso in sole due parole: pane e vita, mangiare e vivere.
Oggi celebriamo Corpo e Sangue del Signore? No. Cristo che si dona? Non è esatto. La festa di oggi è ancora un passo avanti.
E’ la festa del dono preso, del pane mangiato. Unica e spiazzante dichiarazione d’amore!
Un cammino che però non è il nostro. Prima che io dica “ho fame”, Lui dice “Prendi e mangia!” Mi ha cercato, mi ha atteso. Si dona.
Gesù non proclama “Mangiate la mia innocenza, la mia santità”. Dice corpo, dice sangue: “Bevete la debolezza, la precarietà, il dolore, l’intensità della mia vita”. Quasi un Dio minore.
Che hai a che fare con me, o carne e sangue di Cristo?
La risposta è una pretesa eccessiva: io faccio vivere!
Ma che cosa ci fa vivere? Siamo affamati di vita, e non rassegnati!
Siamo l’uomo che non vive di solo pane, perché ne morirebbe!
Io vivo di persone. Vivo delle mie sorgenti, come ogni fiume, come albero avvinghiato alle radici.
Vivo della bocca di uno dalla Parola di luce acqua terra vento.
La prima lettura mi sussurra: ricordati del tuo cammino. Ricordati! Perché l’oblio è la radice di ogni male. Ricorda la sorgente e la salita, il vento delle piste, la bellezza dell’anima affaticata dal richiamo di cose lontane.
Ricordati che essere uomo-con-Dio non è lo smarrirsi fra le dune. E poi della manna scesa all’improvviso, quando non l’aspettavi più.
Ricordati del tuo deserto tra scorpioni e serpenti, ma soprattutto dell’acqua giunta sotto forma di una forza inattesa, un amore bello, un amico entusiasta, una musica sublime.

 

 

 

 

Io che sono lento a credere, che mi ci vorrà forse tutta la vita non per capire, ma solo per assaporare un poco della fede, come potrò cogliere qualcosa della Trinità? La strada non è quella delle formule. Voler capire la Trinità attraverso i concetti, è come tentare di capire una parola analizzando l’inchiostro con cui è scritta.

Dio non è una definizione, è un’esperienza.

I termini di Gesù per raccontare la Trinità, sono nomi di famiglia, odori di casa, suoni e silenzi di affetti. Padre, figlio, nomi che si abbracciano. Lo Spirito dice che ogni vita respira e si dilata solo quando si sa accolta, presa in carico. Abbracciata. E su tutto regna sovrana la relazione; sul trono di famiglia, il legame.

Dio l’abbracciante. Se non c’è amore, non vale nessun magistero; senza il suo respiro, nessuna cattedra sa dire Dio.

E’ l’abbraccio il senso pieno della Trinità, e l’uomo ha il suo volto.

Quando Dio dice: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”, l’immagine non è quella del Creatore, non quella dello Spirito, né quella del Verbo eterno, ma le tre realtà fuse insieme.

Ecco perché la solitudine mi pesa tanto e mi fa paura, perché è contro la mia natura. Ecco perché quando amo e trovo amicizia sto così bene, perché è secondo la mia, la nostra vocazione.

La relazione come cuore reciproco dell’essenza di Dio nell’uomo.

Ci ha amati così tanto da mandare suo Figlio. E mondo e uomo sono storia della Trinità. Mosè, il grande amico di Dio, prega così: “Che il Signore cammini in mezzo a noi, venga in mezzo alla sua gente. Non resti sul monte, guida alta e lontana, ma scenda e si perda in mezzo al calpestio del popolo”.

Tutta la Scrittura ci assicura che nel calpestio del popolo, nella polvere dei sentieri, lo Spirito accende profeti e orizzonti; il Padre rallenta il suo passo paziente sul ritmo del nostro, e il Figlio è salvezza che ci cammina, sicura, a fianco.

Tutto questo ci sarebbe bastato! Invece l’Ascensione ci porta in pieno nel seno della Trinità: noi siamo quell’uomo pensato e creato non ad immagine del Dio solitario, ma della sua Trinità, dove si è felici solo l’uno nell’altro.

Questo Dio folle che ha amato non solo noi, ma tutto il creato. E che anch’io amo, perché è opera delle sue dita. Coi suoi spazi, le sue nuvole, i suoi figli, la sua dolce e aspra bellezza.

Terra amata e paziente. Grande giardino di Dio, con noi suoi piccoli “giardinieri planetari”.

La Trinità è lo specchio del mio senso ultimo, e dell’universo stesso.

Incamminato verso un Padre che mi dà vita, verso un Figlio che mi innamora, verso uno Spirito che accende di comunione le mie solitudini, io mi sento piccolo ma abbracciato dal mistero, come un bambino col naso all’insù.

Resto saldo nel loro vento in cui naviga l’intero creato che mi attende. Mi attende, perché il suo nome è comunione.

p.Ermes Ronchi

 

Avvenire

SS. TRINITA 2020

I nomi di Dio sul monte sono uno più bello dell’altro: il misericordioso e pietoso, il lento all’ira, il ricco di grazia e di fedeltà (Es 34,6). Mosè è salito con fatica, due tavole di pietra in mano, e Dio sconcerta lui e tutti i moralisti, scrivendo su quella rigida pietra parole di tenerezza e di bontà.

Che giungono fino a Nicodemo, a quella sera di rinascite.

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Siamo al versetto centrale del vangelo di Giovanni, a uno stupore che rinasce ogni volta davanti a parole buone come il miele, tonificanti come una camminata in riva al mare, fra spruzzi d’onde e aria buona respirata a pieni polmoni: Dio ha tanto amato il mondo… e la notte di Nicodemo, e le nostre, s’illuminano.

Gesù sta dicendo al fariseo pauroso: il nome di Dio non è amore, è “tanto amore”, lui è “il molto-amante”. Dio altro non fa che, in eterno, considerare il mondo, ogni carne, più importanti di se stesso. Per acquistare me, ha perduto se stesso. Follia della croce. Pazzia di venerdì santo. Ma per noi rinascita: ogni essere nasce e rinasce dal cuore di chi lo ama.

Proviamo a gustare la bellezza di questi verbi al passato: Dio ha amato, il Figlio è dato. Dicono non una speranza (Dio ti amerà, se tu…), ma un fatto sicuro e acquisito: Dio è già qui, ha intriso di sé il mondo, e il mondo ne è imbevuto. Lasciamo che i pensieri assorbano questa verità bellissima: Dio è già venuto, è nel mondo, qui, adesso, con molto amore. E ripeterci queste parole ad ogni risveglio, ad ogni difficoltà, ogni volta che siamo sfiduciati e si fa buio.

Il Figlio non è stato mandato per giudicare. “Io non giudico!”(Gv 8.15) Che parola dirompente, da ripetere alla nostra fede paurosa settanta volte sette! Io non giudico, né per sentenze di condanna e neppure per verdetti di assoluzione. Posso pesare i monti con la stadera e il mare con il cavo della mano (Is 40,12), ma l’uomo non lo peso e non lo misuro, non preparo né bilance, né tribunali. Io non giudico, io salvo. Salvezza, parola enorme. Salvare vuol dire nutrire di pienezza e poi conservare. Dio conserva: questo mondo e me, ogni pensiero buono, ogni generosa fatica, ogni dolorosa pazienza; neppure un capello del vostro capo andrà perduto (Lc 21,18), neanche un filo d’erba, neanche un filo di bellezza scomparirà nel nulla. Il mondo è salvo perché amato. I cristiani non sono quelli che amano Dio, sono quelli che credono che Dio li ama, che ha pronunciato il suo ‘sì’ al mondo, prima che il mondo dica ‘sì’ a lui.

Festa della Trinità: annuncio che Dio non è in se stesso solitudine, ma comunione, legame, abbraccio. Che ci ha raggiunto, e libera e fa alzare in volo una pulsione d’amore.

 

 

 

di Ermes Ronchi

Pentecoste anno A 2020

La Pentecoste non si lascia recintare dalle nostre parole. La liturgia stessa moltiplica le lingue per dirla: nella prima Lettura lo Spirito arma e disarma gli Apostoli, li presenta come “ubriachi”, inebriati da qualcosa che li ha storditi di gioia, come un fuoco, una divina follia che non possono contenere.

E questo, dopo il racconto della casa di fiamma, di un vento di coraggio che spalanca le porte e le parole. E la prima chiesa, arroccata sulla difensiva, viene lanciata fuori e in avanti.

La nostra chiesa tentata, oggi come allora, di arroccarsi e chiudersi, perché in crisi di numeri, perché aumentano coloro che si dichiarano indifferenti o risentiti, su questa mia chiesa, amata e infedele, viene la sua passione mai arresa, la sua energia imprudente e bellissima.

Il salmo responsoriale guarda lontano: del tuo Spirito, Signore, è piena la terra (Sal 103). Una delle affermazioni più belle e rivoluzionarie di tutta la Bibbia: tutta la terra è gravida, ogni creatura è come incinta di Spirito, anche se non è evidente, anche se la terra ci appare gravida di ingiustizia, di sangue, di follia, di paura.

Ogni piccola creatura è riempita dal Vento di Dio, che semina santità nel cosmo: santità della luce e del filo d’erba, santità del bambino che nasce, del giovane che ama, dell’anziano che pensa. L’umile santità del bosco e della pietra. Una divina liturgia santifica l’universo.

La terza via della Pentecoste è data dalla seconda lettura (1Cor 12). Lo Spirito viene consacrando la diversità dei carismi: bellezza, genialità, unicità proprie per ogni vita. Lo Spirito vuole discepoli geniali, non banali ripetitori. La chiesa come Pasqua domanda unità attorno alla croce; ma la chiesa come Pentecoste vuole diversità creativa.

Il Vangelo infine colloca la pentecoste già la sera di Pasqua: “soffiò su di loro e disse: ricevete lo Spirito santo”. Lo Spirito di Cristo, ciò che lo fa vivere, viene a farci vivere, leggero e quieto come un respiro, umile e testardo come il battito del cuore. Il poeta Ovidio scrive un verso folgorante: est Deus in nobis. C’è un Dio in noi. Questa è tutta la ricchezza del mistero: Cristo in voi! (Col 1,27). La pienezza del mistero è di una semplicità abbagliante: Cristo in voi, Cristo in me. Quello Spirito che ha incarnato il Verbo nel grembo di santa Maria fluisce, inesauribile e illimitato, a continuare la stessa opera: fare della Parola carne e sangue, in me e in te, farci tutti gravidi di Dio e di genialità interiore. Perché Cristo diventi mia lingua, mia passione, mia vita, e io, come i folli e gli ebbri di Dio, mi metta in cammino dietro a lui “il solo pastore che pei cieli ci fa camminare” (Turoldo).

 

Fb 31 maggio 2020

Fedeltà al proprio dono

Ancora e sempre Pentecoste: quando ti senti perdonato e amato, e forse ancora di più dopo il tuo errore, è lui, lo Spirito. Quando davanti alla prova senti nascere l’umile rete di forza e pace, è ancora lui, lo Spirito.

Mentre erano chiuse le porte per paura dei Giudei… ecco qualcosa che ribalta gli apostoli, che rovescia come un guanto quel gruppetto bloccato dietro porte sprangate. Qualcosa ha trasformato uomini barcollanti in persone danzanti di gioia, “ubriache” di coraggio: è lo Spirito, fiamma, vento, terremoto su realtà pericolanti e sbagliate, che lascia in piedi solo ciò che è davvero solido.

È accaduta la Pentecoste e si è sbloccata la vita! Quando segui le tue paure, la vita si chiude sempre. Paralizzata.

I discepoli hanno paura anche di se stessi e di come lo hanno rinnegato.

Eppure Gesù viene.

In quel luogo manca l’aria, si respira dolore e una comunità si sta ammalando.

Eppure Gesù viene.

Papa Francesco continua a ripetere che una chiesa chiusa, ripiegata, paurosa, è una chiesa malata.

Eppure Gesù viene.

Perché il respiro di Dio non sopporta gli schemi e la loro logica matematica. La casa fu piena di un vento che accese il cuore, sposò una libertà, consacrò una diversità.

E’ proprio dello Spirito dare ad ogni creatura una genialità propria, una santità unica, fatta solo per me. Io non devo essere l’opposto di me stesso, per essere santo: mi è stata data una manifestazione specifica dello Spirito. Egli fa della mia diversità una vera ricchezza.

Com’è possibile? Questo accade perché egli scende singolarmente su ognuno, e ciascuno deve essere fedele al proprio dono!

E se tu fallisci, se non realizzi ciò che puoi essere, ne verrà una disarmonia nel mondo intero, un rallentamento di tutto il cosmo verso la vita. Siamo perennemente immersi, e in viaggio, verso Dio.

A noi cosa compete? Accogliere quel respiro che ci trasforma, perché il mio piccolo io deve dilatarsi nell’infinito io divino.

E poi la missione: coloro a cui perdonerete saranno perdonati, coloro a cui non perdonerete non saranno perdonati.

Il perdono è l’impegno dei benedetti dallo Spirito, donne e uomini, grandi e bambini.

Perdonate, che vuol dire: piantate piccole oasi di pace nei deserti di violenza; create strade di avvicinamenti, aprite porte e sentieri, e le paure spariranno. “Perdonare significa de-creare il male” (Raimon Panikkar).

E infine gioca al rialzo, offre un di più: alitò su di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo.

In quella stanza chiusa e dall’aria stagnante, entra il grande, ampio e profondo ossigeno del cielo.

Ancora e sempre il respiro di Dio che non sopporta gli schemi.

E come un tempo il Creatore respirava su Adamo, così ora Gesù soffia vita regalandoci il suo modo unico, originale, di amare e spalancare orizzonti, diversi e speciali, per ognuno di noi.

 

di Ermes Ronchi

Ascensione A Matteo 28,16-20

I discepoli sono tornati in Galilea, su quel monte che conoscevano bene. Quando lo videro, si prostrarono. Gesù lascia la terra con un bilancio deficitario: gli sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne coraggiose e fedeli. Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno amato molto. E ci sono tutti all’appuntamento sull’ultima montagna.

Questa è la sola garanzia di cui Gesù ha bisogno. Ora può tornare al Padre, rassicurato di essere amato, anche se non del tutto capito. Adesso sa che nessuno di quegli uomini e di quelle donne lo dimenticherà.

Essi però dubitarono…Gesù compie un atto di enorme, illogica fiducia in persone che dubitano ancora. Non rimane ancora un po’, per spiegare meglio, per chiarire i punti oscuri. Ma affida il suo messaggio a gente che dubita ancora.

Non esiste fede vera senza dubbi. I dubbi sono come i poveri, li avremo sempre con noi. Ma se li interroghi con coraggio, da apparenti nemici diverranno dei difensori della fede, la proteggeranno dall’assalto delle risposte superficiali e delle frasi fatte.

Gesù affida il mondo sognato alla fragilità degli Undici, e non all’intelligenza di primi della classe; affida la verità ai dubitanti, chiama i claudicanti ad andare fino agli estremi della terra, ha fede in noi che non abbiamo fede salda in lui.

A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra… Andate dunque.

Quel dunque è bellissimo: dunque il mio potere è vostro; dunque ogni cosa mia e anche vostra: dunque sono io quello che vive in voi e vi incalza.

Dunque, andate. Fate discepoli tutti i popoli… Con quale scopo? Arruolare devoti, rinforzare le fila? No, ma per un contagio, un’epidemia di vita e di nascite.

E poi le ultime parole, il testamento: Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo: con voi, sempre, mai soli.

Cosa sia l’Ascensione lo capiamo da queste parole. Gesù non è andato lontano o in alto, in qualche angolo remoto del cosmo, ma si è fatto più vicino di prima. Se prima era insieme con i discepoli, ora sarà dentro di loro.

Non è andato al di là delle nubi, ma al di là delle forme. È asceso nel profondo delle cose, nell’intimo del creato e delle creature, e da dentro preme verso l’alto come forza ascensionale verso più luminosa vita: “il Risorto avvolge misteriosamente le creature e le orienta a un destino di pienezza. Gli stessi fiori del campo e gli uccelli che egli contemplò ammirato con i suoi occhi umani, ora sono pieni della sua presenza luminosa” (Laudato Si’ 100).

Chi sa sentire e godere questo mistero, cammina sulla terra come dentro un tabernacolo, dentro un battesimo infinito.

 

Fb 24 maggio 2020

Acqua come culla

Ascensione festa difficile: come si può far festa per uno che se ne va?

È finito il tempo del pane e del pesce condivisi attorno al fuoco sulla riva del lago, finito il tempo degli incontri e dei nomi uno per uno, che sulle sue labbra parevano bruciare.

L’ascensione è la festa della sua presenza altrimenti: in tutte le cose e in tutti i giorni. Gesù non è andato lontano. E’ avanti e nel profondo, non oltre le nubi ma oltre le forme. Se prima era con i discepoli, ora sarà dentro di loro.

L’ultimo suo appuntamento è su un monte in Galilea, dove tutto ha avuto inizio. I monti sono come indici puntati verso l’infinito, la terra che si addentra nel cielo, sgabello per i piedi di Dio. Sui monti si posa timido il primo sole, e vi indugia, saggio, l’ultimo.

Andate! Dio si è appena fatto trovare e già t’invita ad andare oltre, per “battezzare”, immergere il mondo nel mare suo.

Gesù lascia quasi niente, qui: un gruppetto di uomini confusi che dubitano ancora. E proprio a noi perplessi affida il mondo: crede che noi, che io, riuscirò ad essere lievito e addirittura fuoco, per contagiare di Vangelo chi mi è affidato. Mi spinge a pensare in grande, guardando lontano: il mondo è mio.

Andate! Per arruolare devoti, far crescere nuovi adepti? No, per un contagio, un’epidemia divina da spargere sulla terra. Andate, profumate di cielo le vite che incontrate, insegnate il mestiere del vivere buono, così come l’avete visto da me.

E poi il suo testamento: io sono con voi tutti i giorni, sempre, fino alla fine di ogni tempo.

Cosa sia l’ascensione lo capiamo da queste parole. E’ dentro, nell’intimo del creato e delle creature, e da lì preme come forza verso più luminosa vita.

“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” È inutile inseguire quel volto, impossibile toccare quel corpo, che ancora non si stanca di avvicinarsi. Gesù si impegna, come danzando, in questo reciproco cercarsi di Dio e dell’uomo: battezzate! Immergete ogni vita nell’oceano di Dio, che sia sommersa e sollevata dalla sua onda mite e possente.

Padre, Figlio, Respiro santo: Dio non è solitudine, l’oceano della sua essenza vibra di un eterno amore in movimento, dove alla sorgente di tutto è la relazione, in principio a tutto, il legame. Io sono più uomo quanto più sono simile all’amore unito, perché la vera missione è trasmettere vita, valori, energia, strade di pienezza.

Tutto ciò che vi comando è: amatevi. Tutto ciò che ho detto del Padre è l’amore, nel dono di vita agli uccelli, ai gigli del campo, ai figli dell’uomo; e voi lo insegnerete.

Insegnate ad essere felici, direbbe Mosè. Insegnate a donare, cioè ad essere vivi, direbbe Paolo.

Che cosa ha detto Cristo, se non insegnate ad amare?

E prima ancora: lasciatevi amare, rimanete nel mio amore, non andatevene via. Solo dopo lo doneremo, affinché possa correre.

Qui è tutto il Vangelo, qui tutto l’uomo.

 

p.Ermes Ronchi

Fb 17 maggio 2020 VI di Pasqua

La molla dell’amore

Se mi amate. In questo passo di Giovanni, Gesù chiede esplicitamente di essere amato. Il comando finora diceva: amerai Dio e il prossimo tuo, vi amerete gli uni gli altri. Ora aggiunge se stesso agli obiettivi dell’amore. Non detta regole, si fa mendicante, rispettoso e generativo. Non rivendica l’amore, lo spera. Ma amarlo è pericoloso.

Con questo verbo, circondato di pudore e di attese, Gesù entra silenzioso e a piedi nudi nei nostri bisogni più intimi, chiedendoli per sé. Lo fa con estrema delicatezza, e ci riconduce alla prima parola: “se”. Un punto di partenza umile, fragile, fiducioso, paziente. Nessuna minaccia, nessuna costrizione. Puoi accogliere o no, in piena libertà. Osserverete i comandamenti miei. E miei non tanto perché dettati da me, ma perché da me vissuti, perché mia vita.

Non si tratta di osservare la legge, ma la sua vita! Chi ama osserverà lui, gli diverrà così naturale come guardarsi allo specchio, osservando quei gesti che vedendoli non ti puoi sbagliare: è lui per davvero! Lui che si perde dietro a pecore perdute e a pubblicani, prostitute e vedove sole; lui che fa dei bambini i principi del regno, lui che ama per primo e sempre in perdita.

Lo sappiamo per esperienza. Se ami si accende un sole, e le azioni si caricano di forza, intensità, gioia e di una vibrazione profonda; fiorisce la vita come un fiore spontaneo. La vera molla che fa compiere bene un’opera è l’amore: se ami non potrai ferire, tradire, derubare, violare, deridere, né restare indifferente.

Nella sua passione urgente di unirsi all’uomo, Dio è diventato il respiro stesso di Adamo; per millenni ha cercato un popolo, profeti di fuoco e re, mendicanti e cantori, e infine per entrare totalmente nell’umanità, in comunione assoluta con lei, ha trovato una ragazza a Nazaret.

Se io penso al Signore non penso a chi ho incontrato in un libro, anche fosse il Vangelo, ma ad una storia reale che prosegue ancora: la storia della sua comunione con una persona viva, ‘in’ me.

Le parole decisive del brano di Giovanni sono: Voi in me e io in voi. Assaporo e gusto l’idea d’essere immerso “in” Dio, tralcio nella vite madre, raggio nel sole, respiro nell’aria vitale; perché la fede si fonda su un pieno, non su un vuoto; sul presente, non sul passato; sull’amore per un vivo, non sulla nostalgia.

Nessuna etica vive senza una mistica.

“Non vi lascerò orfani, perché io vivo e voi vivrete”. “Orfano” è parola di morte e separazione, ma Gesù è enfasi di nascita e comunione. Altri partiranno da altri presupposti, io riparto da Cristo e dal suo modo di liberare, generare, porre luce e cuore su ciò che nasce, mai su ciò che muore.

Chi ama vive. “Forte come la morte è l’amore, le grandi acque non possono spegnerlo né i fiumi travolgerlo”.

Vivrete in quanto io vivo! Far vivere è la grande vocazione di Dio, il Dio diventato madre e padre.

 

Un Vangelo da mistici, di fronte al quale si può solo balbettare, o tacere portando la mano alla bocca. La mistica però non è esperienza di pochi privilegiati, è per tutti, “il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà” (Karl Rahner).

Il brano si snoda su sette versetti nei quali per sette volte Gesù ripropone il suo messaggio: in principio a tutto, fine di tutto, un legame d’amore.

E sono parole che grondano unione, vicinanza, intimità, a tu per tu, corpo a corpo con Dio, in una divina monotonia: il Padre vi darà lo Spirito che rimanga con voi, per sempre; che sia presso di voi, che sarà in voi; io stesso verrò da voi; voi sarete in me, io in voi; mai orfani. Essere in, rimanere in: ognuno è tralcio che rimane nella vite, stessa pianta, stessa linfa, stessa vita. Ognuno goccia della sorgente, fiamma del roveto, respiro nel suo vento.

Se mi amate. Un punto di partenza così libero, così umile. Non dice: “dovete amarmi, è vostro preciso dovere; oppure: guai a voi se non mi amate”. Nessuna ricatto, nessuna costrizione, puoi aderire o puoi rifiutarti, in totale libertà. Se mi amate, osserverete… Amarlo è pericoloso, però, ti cambia la vita. “Impossibile amarti impunemente” (Turoldo), senza pagarne il prezzo in moneta di vita nuova: “se mi amate”, sarete trasformati in un’altra persona, diventerete prolungamento delle mie azioni, riflesso del mio sguardo.

Se mi amate, osserverete i comandamenti miei”, non per obbligo, ma per forza interna; avrete l’energia per agire come me, per acquisire un sapore di cielo e di storia buona, di nemici perdonati, di tavole imbandite, e poi di piccoli abbracciati. Non per dovere, ma come espansione verso l’esterno di una energia che già preme dentro – ed è l’amore di Dio – come la linfa della vite a primavera, quando preme sulla corteccia secca dei tralci e li apre e ne esce in forma di gemme, di foglie, di grappoli, di fiori. Il cristiano è così: un amato che diventa amante. Nell’amore l’uomo assume un volto divino, Dio assume un volto umano.

“I comandamenti” di cui parla Gesù non sono quelli di Mosè ma i suoi, vissuti da lui. Sono la concretezza, la cronaca dell’amore, i gesti che riassumono la sua vita, che vedendoli non ti puoi sbagliare: è davvero Lui. Lui che si perde dietro alla pecora perduta, dietro a pubblicani e prostitute e vedove povere, che fa dei bambini i conquistatori del suo regno, che ama per primo e fino a perdere il cuore.

Non vi lascerò orfani. Io vivo e voi vivrete. Noi viviamo di vita ricevuta e poi di vita trasmessa. La nostra vita biologica va continuamente alimentata; ma la nostra vita spirituale vive quando alimenta la vita di qualcuno. Io vivo di vita donata.

Giovanni 13,16-20 in parallelo Matteo 10,40-42

Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me. chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato

Il verbo d’oro è “accogliere”.

L’accoglienza fa nascere angeli sulla terra. Scrive la Lettera agli Ebrei: quanti accogliendo uno sconosciuto hanno accolto angeli.

Penso al fondamento del mondo: la mamma che accoglie nel suo grembo una vita nuova. Penso al fondamento di ogni alleanza umana, il matrimonio, quando l’amato dice all’amata, guardandola negli occhi, tenendola per mano: “io accolgo te!”. E non più “io prendo te”, ma “io ti accolgo come si accoglie un dono, come si accoglie un regalo”, e proclama: “tu sei la cosa più bella che mi sia capitata, tu sei una benedizione di Dio giunta in dono, a fare luce su questo cuore, a fare salda questa vita. Io ti accolgo perché tu sei per me Grazia di Dio”.

Grande verbo che fa della nostra esistenza una liturgia.

Dio non si merita, si accoglie. Chi accoglie voi accoglie me.

Il volto di Dio inizia dal volto dell’altro.

Se hai un cuore che accoglie, anche il niente è sufficiente, un bicchiere d’acqua, due spiccioli. Perché tutto ciò che fai con tutto il cuore ti avvicina all’assoluto di Dio. Perché l’uomo guarda le apparenze, ma Dio guarda il cuore. E un uomo vale quanto vale il suo cuore.

Vale a dire che non conta essere docente universitario o casalinga, vedova o profeta, prete o laico, non conta ciò che fai, conta come lo fai. Puoi offrire banchetti come Zaccheo o profumare i piedi di Gesù come una peccatrice; è l’energia, la passione, la convinzione che metti in ciò che fai che mette grazia d’infinito nei tuoi gesti.

Un cuore che accoglie, altrimenti sei come una casa bella dentro, ma con porte e finestre sprangate: passano poveri e profeti, e non li vedi; passano angeli e bambini, passano stagioni e invenzioni e non vedi niente; passa la vita, ti sfiora, e se ne va.

 

Non abbiate paura!

Gesù ci mostra il suo antidoto: abbiate fede, nel Padre e in me. Sappiate che il contrario della paura non è il coraggio, è la fiducia nel Dio che è amore, e non ci molla.

Vi porterò con me, perché siate dove sono io. Lì abita Qualcuno che ha desiderio e nostalgia di noi. Da questo luogo parte l’onda che smuove la storia, una passione che attraversa l’eternità. È Dio stesso che dice ad ogni suo figlio e a me: il mio cuore è a casa solo accanto al tuo.

“Signore, come ci si arriva?” “Io sono la via”.

Io sono: verità disarmante è il suo muoversi libero, regale e amorevole tra le creature. Mai arrogante. Dritto e sicuro.

La strada verso Dio è la vita di Cristo, da ripercorrere con la mia: preferire coloro che lui preferiva, rinnovare le sue scelte, muoversi solo nella sua direzione altrimenti non arrivi. È la strada del “vi do’ un comandamento nuovo, amatevi!” , quella della comunità di Gerusalemme che inventa il gruppo dei diaconi perché non siano trascurate le vedove (Atti 6,1). Quella riassunta da Maritain così: non cercatemi in un luogo, ma là dove amo e sono amato.

La verità è coraggiosa e amabile. Quando invece è arrogante e senza tenerezza, è una malattia che ci fa tutti malati di violenza. La verità dura, dispotica, gridata da parole di pietra “è così e basta”, o imposta per legge, non è la voce di Dio.

Dio è verità amabile di occhi e mani accesi!

Io sono la vita. Parole che nessuno spiegazione può esaurire. Che hai a che fare con me, Gesù di Nazareth? La risposta è una pretesa eccessiva e sconcertante: io faccio vivere.

Io sono la vita. Cioè più Vangelo c’è in me e più vivo di vita eterna, che si oppone alla pulsione di morte, alle paure, alla sterilità di una vita inutile. Vita è tutto ciò che possiamo mettere sotto questa nome: futuro, amore, casa, festa, riposo, desiderio, pasqua. Per questo fede e vita, sacro e realtà, hanno l’identica sorgente, e coincidono.

E interviene Filippo: “Mostraci il Padre!” Belli questi apostoli che vogliano capire e chiedono, come noi. Ma quanta tristezza nelle parole di Gesù, sento tutta la sua delusione: Da tanto tempo sono con voi… da così tanti anni sei cristiano e ancora non mi conosci?

Non lo conosco, e neppure conosco la fame, la nostalgia che fa dire a Filippo: mi basta vederti!

Filippo: chi ha visto me ha visto il Padre. Guardi Gesù, come vive, come ama, come accoglie, come muore, e capisci Dio e la vita.

Il mistero di Dio non è lontano da te, è nella tua vita: vive nel tuo nascere, amare, dubitare, credere, perdere, illuderti, osare, dare la vita… e in ogni tuo amore è Lui che ama.

I gesti e le parole di Gesù: energia che sa scheggiare corazze dure e fa fiorire la corteccia malata della storia, se permettiamo che la sua tenerezza passi attraverso le nostre mani.

 

Avvenire V di Pasqua Gv 14,1-12

Io sono la via, la verità e la vita. Parole immense, che evadono da tutte le parti. Io sono la via, sono la strada, che è molto di più di una stella polare che indica, pallida e lontana, la direzione. È qualcosa di vicino, solido e affidabile dove posare i piedi; il terreno, battuto dalle orme di chi è passato ed è andato oltre, e che ti assicura che non sei solo. La strada è libertà, nata dal coraggio di uscire e partire, camminando al ritmo umile e tenace del cuore.

Gesù non ha detto di essere la meta e il punto di arrivo, ma la strada, il punto di movimento, il viaggio che fa alzare le vite, perché non restino a terra, non si arrendano e vedano che un primo passo è sempre possibile, in qualsiasi situazione si trovino.

Alla base della civiltà occidentale la storia e il mito hanno posto due viaggi ispiratori: quello di Ulisse e del suo avventuroso ritorno a Itaca, il cui simbolo è un cerchio; il viaggio di Abramo, che parte per non più ritornare, il cui simbolo è una freccia.

Gesù è via che si pone dalla parte della freccia, a significare non il semplice ritorno a casa, ma un viaggio in-finito, verso cieli nuovi e terra nuova, verso un futuro da creare.

Io sono la verità: non dice io ‘conosco’ la verità e la insegno; ma ‘io sono’ la verità. Verità è un termine che ha la stessa radice latina di primavera (ver-veris). E vuole indicare la primavera della creatura, vita che germoglia e che mette gemme; una stagione che riempie di fiori e di verde il gelo dei nostri inverni. La verità è ciò che fa fiorire le vite, secondo la prima di tutte le benedizioni: crescete e moltiplicatevi.

La verità è Gesù, autore e custode, coltivatore e perfezionatore della vita. La verità sei tu quando, come lui in te, ti prendi cura e custodisci, asciughi una lacrima, ti fermi accanto all’uomo bastonato dai briganti, metti sentori di primavera dentro una esistenza.

Io sono la vita. Che è la richiesta più diffusa della bibbia (Signore, fammi vivere!), è la supplica più gridata da Israele, che è andato a cercare lontano, molto lontano il grido di tutti i disperati della terra e l’ha raccolto nei salmi.

La risposta al grido è Gesù: Io sono la vita, che si oppone alla pulsione di morte, alla violenza, all’auto distruttività che nutriamo dentro di noi.

Vita è tutto ciò che possiamo mettere sotto questa nome: futuro, amore, casa, festa, riposo, desiderio, pasqua, generazione, abbracci. Il mistero di Dio non è lontano, ma è la strada sottesa ai nostri passi. Se Dio è la vita, allora “c’è della santità nella vita, viviamo la santità del vivere” (Abraham Hescel). Per questo fede e vita, sacro e realtà non si oppongono, ma si incontrano e si baciano, come nei Salmi.

 

(p.Ermes Ronchi)

 

Gv 10,1-10 IV di Pasqua

 

A sera, i pastori erano soliti condurre il loro gregge in un recinto per la notte, un solo recinto serviva per diversi greggi. Al mattino, ciascun pastore gridava il suo richiamo e le sue pecore, riconoscendone la voce, lo seguivano (B. Maggioni).

Su questo sfondo familiare Gesù inserisce l’eccedenza della sua visione, dettagli che sembrano eccessivi e sono invece rivelatori: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome. Quale pastore conosce per nome le centinaia di pecore del suo gregge e le chiama a sé a una a una? Per Gesù le pecore hanno ciascuna un nome, ognuna è unica, irripetibile; vuole te, così come sei, per quello che sei.

E le conduce fuori. Anzi: “le spinge fuori”. Non un Dio dei recinti ma uno che apre spazi più grandi, pastore di libertà e non di paure. Che spinge a un coraggioso viaggio fuori dagli ovili e dai rifugi, alla scoperta di orizzonti nuovi nella fede, nel pensiero, nella vita. Pecore che non possono tornare sui pascoli di ieri, pena la fame, ma “gregge in uscita”, incamminato, che ha fiducia nel pastore e anche nella storia, nera di ladri e di deserti, ma bianca di sentieri e di sorgenti.

Il pastore cammina davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini. Non un pastore alle spalle, che grida o agita il bastone, ma uno che precede e convince, con il suo andare tranquillo che la strada è sicura.

Le pecore ascoltano la sua voce. E lo seguono. Basta la voce, non servono ordini, perché si fidano e si affidano. Perché lo seguono? Semplice, per vivere, per non morire. Quello che cammina davanti, che pronuncia il nome profondo di ciascuno, non è un ladro di felicità o di libertà: ognuno entrerà, uscirà e troverà pascolo. Troverà futuro.

Io sono la porta: non un muro, o un vecchio recinto, dove tutto gira e rigira e torna sui suoi giri. Cristo è porta aperta, buco nella rete, passaggio, transito, per cui va e viene la vita di Dio. “Amo le porte aperte che fanno entrare notti e tempeste, polline e spighe. Libere porte che rischiano l’errore e l’amore. Amo le porte aperte di chi invita a varcare la soglia. Strade per tutti noi. Amo le porte aperte di Dio” (Monastero di San Magno).

Sono venuto perché abbiano la vita, in abbondanza. Questa è il vangelo che mi seduce e mi rigenera ogni volta che l’ascolto: lui è qui per la mia vita piena, abbondante, potente, vita ‘cento volte tanto’ come dirà a Pietro.

La prova ultima della bontà della fede cristiana sta nella sua capacità di comunicare vita, umanità piena, futuro; e di creare in noi il desiderio di una vita più grande, vita eterna, di una qualità indistruttibile, dove vivi cose che meritano di non morire mai.

 

p. Ermes Ronchi

 

Fb Gv 10,10

Io sono la tua porta

 

Per me, una delle fra­si più solari del Vangelo, dove poggia la mia fede, che mi rigenera ogni volta che l’ascolto: sono venuto per la vita piena, abbondante, gioiosa. Non quel minimo senza il quale non è vita, ma quella esuberante, eccessiva, che rompe gli argini e tracima, scialo di libertà e coraggio.

La parola “vita” lega tutta la Scrittura; è supplica nei Salmi: fa’ che io viva! Fammi camminare sui campi della vita! Giona si adira con Dio perché, invece di distruggere Ninive, è pastore per i centoventimila della città che non distinguono la destra dalla sinistra. Il primo dei comandamenti è: scegli la vita. Tutta la legge di Mosè introduce a questo: “Hai davanti a te la vita e la morte. Scegli!” E supplica, ti prega: scegli la vita! Vita è tutto ciò che pensiamo per riempire questo suono, è cambiare desiderio e mete, è gioia nelle terre di Dio.

Ancora, la piccola parola “vita” rende inconciliabili il pastore e il ladro. Unica condizione: ascoltare quella voce che chiama le pecore per nome, quel Gesù per cui non c‘è il gregge, ma ciascuno ha un volto.

Il pastore della vita entra nel recinto delle pecore. Lì egli pronuncia il mio nome e la mia verità: maestro capace di accogliere tutti i miei sentimenti. Sulla sua bocca il mio nome dice intimità, e lui mi chiama senza evocare nessun ruolo, autorità, funzione, attributo, riconoscendo il mio solo, puro e autentico io. Senza aggettivi.
Io sono la porta. Non muri o steccati a dividere; Cristo è passaggio, apertura, pasqua, breccia di luce, vita che entra ed esce. Lui è una porta sulla soglia dell’amore leale e sicuro, (chi entra attraverso di me si troverà in salvo); più forte di ogni prigione (potrà entrare e uscire), dove placare la fame e la sete della storia (troverà pascolo).

E le conduce fuori: il Dio degli spazi aperti!

Il pastore bello cammina davanti alle pecore. Non grida, non minaccia per farsi seguire, ma precede sicuro davanti a tutti a prendersi in faccia il sole e il vento! Lui, pieno di futuro, mi rassicura: tu non sei nel vecchio recinto dove si deve solo obbedire, sei nella vita definitiva, eterna, dove Qualcuno provvede manna per quarant’anni di deserto, pane per cinquemila, anfore colme fino all’orlo, acqua che diventa il miglior vino, pelle di primavera per il lebbroso, pietra rotolata per Lazzaro, vaso di nardo profumato a riempire la casa.

Dio non risponde ai miei bisogni essenziali, questo lo faranno altri, lui vuole per me la fioritura di tutto ciò che posso essere.

L’asse attorno alla quale danza il Vangelo è vita piena da parte di Dio, che un verso bellissimo di Giuseppe Centore canta così: “Tu sei per me ciò ch’è la primavera per i fiori!”. Senza te non esisto.

 

p. Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 Emmaus III di Pasqua

 

Gesù si avvicinò e camminava con loro. Dio si avvicina sempre, viandante dei secoli e dei giorni, e muove tutta la storia.

Cammina con noi, non per correggere il nostro passo o dettare il ritmo. Non comanda nessun passo, prende il nostro. Nulla di obbligato. Ogni camminare gli va. Purché uno cammini. Gli basta il passo del momento.

Gesù raggiunge i due viandanti, li guarda li vede tristi, rallenta: Che cosa sono questi discorsi?

Ed essi gli raccontano la sua storia: una illusione naufragata nel sangue sulla collina. Lo hanno seguito, lo hanno amato: noi speravamo fosse lui… Unica volta che nei vangeli ricorre il termine speranza, ma solo come rimpianto e nostalgia, mentre essa è “il presente del futuro” (s. Tommaso); come rammarico per le attese di potere tramontate. Per questo “non possono riconoscere” quel Gesù che aveva capovolto al sole e all’aria le radici stesse del potere.

Ed è, come agli inizi in Galilea, tutto un parlare, confrontarsi, insegnare, imparare, discutere, lungo ore di strada.

Giunti a Emmaus Gesù mostra di voler “andare più lontano”. Come un senza fissa dimora, un Dio migratore per spazi liberi e aperti che appartengono a tutti.

Allora nascono parole che sono diventate canto, una delle nostre preghiere più belle: resta con noi, perché si fa sera. Hanno fame di parola, di compagnia, di casa. Lo invitano a restare, in una maniera così delicata che par quasi siano loro a chiedere ospitalità.
Poi la casa, non è detto niente di essa, perché possa essere la casa di tutti. Dio non sta dappertutto, sta nella casa dove lo si lascia entrare.

Resta. E il viandante si ferma, era a suo agio sulla strada, dove tutti sono più liberi; è a suo agio nella casa, dove tutti sono più veri.

Il racconto ora si raccoglie attorno al profumo del pane e alla tavola, fatta per radunare tanti attorno a sé, per essere circondata da ogni lato di commensali, per collegarli tra loro: gli sguardi si cercano, si incrociano, si fondono, ci si nutre gli uni degli altri.

Lo riconobbero allo spezzare il pane. Lo riconobbero non perché fosse un gesto esclusivo e inconfondibile di Gesù – ogni padre spezzava il pane ai propri figli – chissà quante volte l’avevano fatto anche loro, magari in quella stessa stanza, ogni volta che la sera scendeva su Emmaus. Ma tre giorni prima, il giovedì sera, Gesù aveva fatto una cosa inaudita, si era dato un corpo di pane: prendete e mangiate, questo è il mio corpo.

Lo riconobbero perché spezzare, rompere e consegnarsi contiene il segreto del vangelo: Dio è pane che si consegna alla fame dell’uomo. Si dona, nutre e scompare: prendete, è per voi! Il miracolo grande: non siamo noi ad esistere per Dio, è Dio che vive per noi.

 

Pasqua 2020 A Matteo 28,1-10

 

La Pasqua è arrivata a noi attraverso gli occhi e la fede delle donne che avevano seguito Gesù, in un alba ricca di sorprese, di corse, di paure.

Maria di Magdala e Maria di Giacomo escono di casa nell’ora tra il buio e la luce, appena possibile, con l’urgenza di chi ama. “E andarono a visitare la tomba”. A mani vuote, semplicemente a visitare, vedere, guardare, soffermarsi, toccare la pietra.

Ed ecco ci fu un gran terremoto e un angelo scese: concorso di terra e di cielo, e la pietra rotola via, non perché Gesù esca, ne è già uscito, ma per mostrarlo alle donne: “venite, guardate il posto dove giaceva”. Non è un sepolcro vuoto che rende plausibile la risurrezione, ma incontrare Lui vivente, e l’angelo prosegue: “So che cercate Gesù, non è qui!” Che bello questo: non è qui! C’è, esiste, vive, ma non qui. Va cercato fuori, altrove, diversamente, è in giro per le strade, è il vivente, un Dio da cogliere nella vita. Dovunque, eccetto che fra le cose morte. È dentro i sogni di bellezza, in ogni scelta per un più grande amore, dentro l’atto di generare, nei gesti di pace, negli abbracci degli amanti, nel grido vittorioso del bambino che nasce, nell’ultimo respiro del morente, nella tenerezza con cui si cura un malato. Alle volte ho un sogno: che al Santo Sepolcro, ci sia un diacono annunciatore a ripetere, ai cercatori, le parole dell’angelo: non è qui, vi precede. È fuori, è davanti. Cercate meglio, cercate con occhi nuovi.

Vi precede in Galilea (Mt 28,7), là dove tutto è cominciato, dove può ancora ricominciare. L’angelo incalza: ripartite, Lui si fida di voi, vi aspetta e insieme vivrete solo inizi.

Vi precede: la risurrezione di Gesù è una assoluta novità rispetto ai miracoli di risurrezione di cui parla il Vangelo. Per Lazzaro si era trattato di un ritorno alla vita di prima, quasi un cammino all’indietro. Quella di Gesù invece è un cammino in avanti, entra in una dimensione nuova, capofila della lunga migrazione dell’umanità verso la vita di Dio.

La risurrezione non è un’invenzione delle donne. Mille volte più facile, più convincente, sarebbe stato fondare il cristianesimo sulla vita di Gesù, tutta dedita al prossimo, alla guarigione, all’incoraggiamento, a togliere barriere e pregiudizi. Una vita buona, bella e felice, da imitare. Molto più facile fondarlo sulla Passione, su quel suo modo coraggioso di porsi davanti al potere religioso e politico, di morire perdonando e affidandosi.
La Risurrezione, fondamento su cui sta o cade la Chiesa (stantis vel cadentis ecclesiae) non è una scelta degli apostoli, è un fatto che si è imposto su di loro. Il più arduo e il più bello di tutta la Bibbia. E ne ha rovesciato la vita.

 

 

 

 

 

 

Avvenire Domenica delle palme 2020

p.Ermes Ronchi

Entriamo in un tempo che ci fa pensosi. “Tutti gli uomini vanno a Dio nella loro sofferenza, piangono per aiuto, chiedono felicità e pane, salvezza dalla malattia, dalla morte. Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani… Uomini vanno a Dio nella sua sofferenza, lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane, consunto… I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza” (D. Bonhoeffer). Quella sofferenza che allora bruciò nella passione di Gesù e oggi brucia nelle croci innumerevoli dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli.

Questa è la settimana della suprema vicinanza, vi entriamo come cercatori d’oro. Anche isolati nelle loro case, “i cristiani stanno vicino”, sono in empatia “vicini alla sofferenza” di quanti chiedono vita, salute, pane, conforto; vicini come rabdomanti di dolore e di amore. E dove respirano meglio è la croce.

Guardo il Calvario, e vedo un uomo nudo, inchiodato e morente. Un uomo con le braccia spalancate in un abbraccio che non rinnegherà mai. Un uomo che non chiede niente per sé, non grida da lì in cima: ricordatemi, cercate di capire, difendetemi… Si dimentica, e si preoccupa di chi gli muore a fianco: oggi, con me, sarai nel paradiso.

Fondamento della fede cristiana è la cosa più bella del mondo: un atto di amore totale. La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo come un verme nel vento, per morire d’amore.

La croce è l’innesto del cielo dentro la terra, il punto dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa. E scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico che non inganna.

Da qui la commozione, lo stupore, l’innamoramento. Dopo duemila anni sentiamo anche noi come le donne, il centurione, il ladro, che nella Croce sta la suprema attrazione di Dio.

So anche di non capire. Ma alla fine mi convince non un ragionamento sottile, ma l’eloquenza del cuore:

Perché la croce / il sorriso / la pena inumana ?/

Credimi / è così semplice / quando si ama. (Jan Twardowski)

«Tu che hai salvato gli altri, salva te stesso, se sei il Cristo». Lo dicono tutti, capi, soldati, il ladro: «fa’ un miracolo, conquistaci, imponiti, scendi dalla croce, e ti crederemo». Qualsiasi uomo, qualsiasi re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Lui, no. Solo un Dio non scende dal legno (Turoldo), il nostro Dio. Perché i suoi figli non ne possono scendere.

Io cercatore trovo qui la vicinanza assoluta: di Dio a me, di me a Dio; sulla croce trema quella passione di comunione che ha la forza di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro e di farvi entrare il respiro del mattino.

 

 

V DI QUARESIMA Gv 11,1-53

 p.Ermes Ronchi

Il racconto della risurrezione di Lazzaro è la pagina dove Gesù appare più umano. Lo vediamo fremere, piangere, commuoversi, gridare. Quando ama, l’uomo compie gesti divini; quando ama, Dio lo fa con gesti molto umani.

Una forza scorre sotto tutte le parole del racconto: non è la vita che vince la morte. La morte, nella realtà, vince e ingoia la vita. Invece ciò che vince la morte è l’amore. Tutti i presenti quel giorno a Betania se ne rendono conto: guardate come lo amava, dicono ammirati. E le sorelle coniano un nome bellissimo per Lazzaro: Colui-che-tu-ami.

Il motivo della risurrezione di Lazzaro è l’amore di Gesù, un amore fino al pianto, fino al grido arrogante: vieni fuori! Le lacrime di chi ama sono la più potente lente d’ingrandimento della vita: guardi attraverso una lacrima e capisci cose che non avresti mai potuto imparare sui libri.

La ribellione di Gesù contro la morte passa per tre gradini:

  1. Togliete la pietra. Rotolate via i macigni dall’imboccatura del cuore, le macerie sotto le quali vi siete seppelliti con le vostre stesse mani; via i sensi di colpa, l’incapacità di perdonare a se stessi e agli altri; via la memoria amara del male ricevuto, che vi inchioda ai vostri ergastoli interiori.
  2. Lazzaro, vieni fuori! Fuori nel sole, fuori nella primavera. E lo dice a me: vieni fuori dalla grotta nera dei rimpianti e delle delusioni, dal guardare solo a te stesso, dal sentirti il centro delle cose. Vieni fuori, ripete alla farfalla che è in me, chiusa dentro il bruco che credo di essere. Non è vero che “le madri tutte del mondo partoriscono a cavallo di una tomba” (B. Brecht), come se la vita fosse risucchiata subito dentro la morte, o camminasse sempre sul ciglio di un abisso. Le madri partoriscono a cavallo di una speranza, di una grande bellezza, di un mare vasto, di molti abbracci. A cavallo di un sogno! E dell’eternità. Ad ogni figlio che nasce, Cristo e il mondo gridano, a una voce: vieni, e portaci più coscienza, più libertà, più amore!
  3. Liberatelo e lasciatelo andare! Sciogliete i morti dalla loro morte: liberatevi tutti dall’idea che la morte sia la fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele al vento, come si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso, i nodi della paura, i grovigli del cuore. Liberatelo da maschere e paure.

E poi: lasciatelo andare, dategli una strada, e amici con cui camminare, qualche lacrima, e una stella polare. Che senso di futuro e di libertà emana da questo Rabbi che sa amare, piangere e gridare; che libera e mette sentieri nel cuore.

E capisco che Lazzaro sono io. Io sono Colui-che-tu-ami, e che non accetterai mai di veder finire nel nulla della morte.

Gesù ripete oggi per noi le tre parole di ogni ricominciamento: togliete le pietre, uscite fuori, e poi andate!

Io invidio Lazzaro non perché ritorna di nuovo alla vita, ma perché è circondato da un mucchio di gente che gli vuol bene fino alle lacrime.

Vivere è il risultato di molte risurrezioni, di molte liberazioni: dalla paura, dalla disperazione, dalla violenza, dalla solitudine, dall’indifferenza. Risorgere è faccenda di adesso, di questo momento: risorgere dalle vite spente, dalle vite senza sogno e senza fuoco.

La seconda parola:

Non è il tuo angolino o la tua tana, il luogo dove sei al sicuro: non stare al chiuso, da solo, allo stretto: vieni fuori, incontro al mondo. Incontro agli altri. Fuori c’è forza e sole.

Dio in noi. È Lui che apre il passaggio, Lui che sta nel riflesso più profondo delle nostre lacrime, e si fa argine alla paura, argine alla morte; e toglie la dura pietra.

Prendiamoci un momento di silenzio per metterlo al centro della nostra umanità, come lievito, sale e luce, seme e strada.

Avvenire V di quaresima

 

Di Lazzaro sappiamo poche cose, ma sono quelle che contano: la sua casa è ospitale, è fratello amato di Marta e Maria, amico speciale di Gesù. Il suo nome è: ospite, amico e fratello, insieme a quello coniato dalle sorelle: colui-che-Tu-ami, il nome di ognuno.

A causa di Lazzaro sono giunte a noi due tra le parole più importanti del vangelo: io sono la risurrezione e la vita. Non già: io sarò, in un lontano ultimo giorno, in un’altra vita, ma qui, adesso, io sono.

Notiamo la disposizione delle parole: prima viene la Risurrezione e poi la Vita. Secondo logica dovrebbe essere il contrario. Invece no: io sono risurrezione delle vite spente, sono il risvegliarsi dell’umano, il rialzarsi della vita che si è arresa.

Vivere è l’infinita pazienza di risorgere, di uscire fuori dalle nostre grotte buie, lasciare che siano sciolte le chiusure e le serrature che ci bloccano, tolte le bende dagli occhi e da vecchie ferite, e partire di nuovo nel sole: “ scioglietelo e lasciatelo andare”. Verso cose che meritano di non morire, verso la Galilea del primo incontro.

Anch’io risorgerò perché il mio nome è lo stesso: “amato per sempre”; perché il Signore non accetta di essere derubato dei suoi amati. Non la vita vince la morte, ma l’amore. Se Dio è amore, dire Dio e dire Risurrezione sono la stessa cosa.

Lazzaro, vieni fuori! Esce, avvolto in bende come un neonato, come chi viene di nuovo alla luce. Morirà una seconda volta, è vero, ma ormai gli si apre davanti un’altissima speranza: ora sa che i battenti della morte si spalancano sulla vita.

Tre imperativi raccontano la risurrezione: esci, liberati e vai! Quante volte sono morto, mi ero arreso, era finito l’olio nella lampada, finita la voglia di amare e di vivere. In qualche grotta dell’anima una voce diceva: non mi interessa più niente, né Dio, né amori, né vita.

E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so perché; una pietra si è smossa, è entrato un raggio di sole, un amico ha spezzato il silenzio, lacrime hanno bagnato le mie bende, e ciò è accaduto per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d’amore: un Dio innamorato dei suoi amici, che non lascerà in mano alla morte.

Omelia

Di Lazzaro sappiamo poche cose, ma sono quelle che contano: la sua casa è ospitale, è fratello amato di Marta e Maria, amico speciale di Gesù: ospite, amico e fratello. Ma il suo nome più vero è quello coniato dalle sorelle: colui-che-Tu-ami è malato, il nome di ognuno di noi.

Se Tu fossi stato qui, non sarebbe morto. Le sorelle esprimono un rimprovero, per la loro preghiera non esaudita. E quante volte, anche le nostre… Ma forse Dio non risponde perché prepara dell’altro, come a Betania.

“Vostro fratello risorgerà”. Marta la sente come una frase consolatoria, parole formali che tutti sanno dire, e risponde come delusa: “so bene che risorgerà nell’ultimo giorno. Ma quel giorno è così lontano da questo dolore”.

Mentre lei parla con verbi al futuro, Gesù parla al presente: “Io sono”, e seguono parole tra le più importanti del vangelo: “Io sono la risurrezione e la vita”. Lo sono adesso.

Notiamo la disposizione delle parole. Prima viene la Risurrezione e non, come si saremmo aspettati, la vita.

Per Gesù prima viene la liberazione e poi la vita autentica.

Io sono la risurrezione: una linfa potente e fresca che si dirama per tutto il cosmo e che non riposerà finché non abbia raggiunto e fatto fiorire l’ultimo ramo della creazione, l’ultimo angolo del cuore.

Riascoltiamo le tre parole finali di Gesù disposte come tre gradini di questa risurrezione: togliete la pietra!

Chiesa in uscita, tante volte invocata da papa Francesco.

Davanti al grande mare aperto capisco che posso avere paura con la mia piccola barca. Le navi sono al sicuro quando restano ormeggiate nel porto, ma non è per questo che sono state costruite. Non siamo nati per restarcene spiaggiati sulla riva, per finire arenati nei bassifondi della vita.

Ed ecco la terza parola: Liberatelo e lasciatelo andare! Lazzaro esce avvolto in bende come un neonato. Morirà una seconda volta, ma ormai gli si apre davanti un mondo abitato da una altissima speranza: Qualcuno gli vuole bene, e questo Qualcuno è più forte della morte. La vita non finisce per sempre.

Liberatelo e lasciatelo andare. Lo ripete per ciascuno di noi: liberati come si liberano le vele al vento,

E poi: lasciatelo andare l’uomo è un inventore di strade; dategli una stella polare per il suo viaggio, la lacrima di qualche amico, la certezza di un approdo, e sarà creativo.

Dove sta il perché ultimo della risurrezione di Lazzaro? Sta nelle lacrime di Gesù, che sono una dichiarazione d’amore fino al pianto.

Noi tutti risorgiamo per le lacrime di Dio, risorgiamo perché amati.

Dio è padre e non ha figli da buttare. La risurrezione è prima di tutto un bisogno di Dio: Dio non è padre se non ha dei figli vivi!

 

Io invidio Lazzaro, non perché ritorna in vita una seconda volta, ma perché è circondato da gente che gli vuole bene, pieno di amici quel suo mondo. Che sono il presagio di vita vera.

 

Quante volte sono morto, quante volte mi sono addormentato, era finito l’olio nella lampada, era finita la voglia di impegnarmi e di amare, forse era finita anche la voglia di vivere. L’anima era nella tomba, mentre una voce, che era mia e non era mia, diceva: non mi interessa niente, non mi interessa nessuno, basta, è finita.

E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so da dove, non so perché. Una pietra si è smossa, è entrato un raggio di sole.

Qualcuno è venuto, un grido di amico ha spezzato il silenzio.

Delle lacrime hanno bagnato le mie bende.

E questo accade perché Dio continua ad essere amico, e per questo continua ad essere risurrezione e vita.

Dio in noi come un tarlo che rode le bende, ruggine che spezza le catene, forza che abbatte la grotta che ci rinchiude.

Lui è la Risurrezione, energia che non riposerà

finché non abbia raggiunto l’ultimo ramo della creazione,

finché non sia spezzata la pietra dell’ultima tomba

 

Fb 29 marzo 2020

Non mi lasci morire

 

Gesù piange. Le lacrime sono la sua ribellione, stupenda “arroganza” dell’amico che si rifiuta di accettare la morte dell’amico.

Amore arrogante fino al grido: vieni fuori!

Di Lazzaro non sappiamo nulla se non che era suo amico. Sappiamo anche di tutte le lacrime versate per la sua morte: di Marta e Maria, dei giudei, di Gesù stesso.

Io invidio Lazzaro non per la vita ridata, ma per essere circondato da amici, segno di una vita riuscita con la santità che è propria dell’amicizia, il sacramento che conforta la vita.

La morte mette in gioco la credibilità di Dio. Se è per sempre, allora Lui è Dio di morte!

Ma un forte filo rosso attraversa tutta la Bibbia: Lui è il Dio dei vivi, non dei morti. Come alla samaritana è ancora a una donna che Gesù regala parole di speranza: Io ci sono e sono colui che adesso, qui, fa rinascere e ripartire da tutte le cadute, gli inverni, gli abbandoni.

Eppure a me che cosa importa di Lazzaro, cosa me ne faccio della sua resurrezione? Lazzaro non è mio amico, non è mio padre o mia madre, non è uno dei miei morti.

A me non importa Lazzaro, mi importano le lacrime di Gesù per l’amico! È questa la salvezza: il pianto di Dio. Sono io l’amico che Egli non accetta di veder finire nel nulla della morte. E quante volte sono morto! Quante volte mi sono addormentato! Era finito l’olio della lampada e.. punto. Finito tutto. Buio immenso di silenzio.

Finita la voglia di amare, e con lei quella di vivere. E mi dicevo in qualche grotta oscura dell’anima: Dio non mi interessa più. Non mi importa se mi ama.

Nel giorno delle lacrime Dio sembra essere lontano. Il suo ritardo pesa.

Poi un seme ha cominciato a spingere, non so dove.. perché. Una pietra si è mossa e si è infilato un raggio di sole, un sussurro d’amico ha percosso il silenzio, delle lacrime hanno bagnato le bende.

Il risvegliarsi dell’umano.

Io sono la risurrezione, io il rialzarsi della vita che si è arresa!

Bella la sequenza delle parole: prima viene la risurrezione e poi la vita, non il contrario.

Siamo chiamati come vivi alla fatica del risorgere per una vita salda, amorevole, generosa, sorridente, creativa. Eterna. Una vita che rotola armoniosa nelle mani di Dio.

E il perché sta in questo amore fino al pianto. Risorgiamo ora, e dopo la morte, perché il suo vero nemico non è la vita, è l’amore. Forte come la morte, dice il Cantico.

Se il nome di Dio è amore, allora lo è anche Risurrezione.

Lazzaro, vieni fuori! Liberatelo e lasciatelo andare!

Tre ordini per risorgere: esci, liberati e vai. Con passo leggero, su sentieri aperti al sole, in un mondo che sa, sicuro, che qualcuno va ben oltre la morte.

Il vero risorto non è Lazzaro, tornato alla sua vita mortale, ma le sorelle di Betania e tutti i giudei che quel giorno hanno creduto all’amore.

Come chiunque riempia la propria vita di Dio.

 

 

 

 

 

Fb 8 marzo 2020

(p.Ermes Ronchi)

 

Per capire la Trasfigurazione, bisogna leggere ciò che è successo prima.

Gesù ormai ha capito di avere davanti la Passione e comincia a parlarne apertamente ai dodici. Il risultato è disastroso. Gesù tratta Pietro da Satana (avversario) e si ritrova da solo.

Solo e incompreso.

Lo stato d’animo di Pietro e compagni non è meglio. L’aria si carica di silenzi e musi lunghi. Chissà quante ne avranno pensate sul maestro in questi “sei” giorni riportati da Matteo: segno che se li ricorda bene.

Succede anche a noi di litigare perché non si capiscono le intenzioni dell’altro. Figuriamoci se la persona sulla quale mi appoggio mi dice che se ne deve andare, o sacrificarsi per una giusta causa!

C’è un parallelo con la storia di Abramo. Sarà stato difficile per lui seguire la voce che lo invitava a partire; ma non meno difficile per il suo clan accettare l’idea di prendere una strada sconosciuta, lasciando le abituali fertili pianure. Chissà quali discussioni!

Anche per noi è cosi, ogni volta che le vie del Signore vengono a contrastare le nostre.

Per provare a porre rimedio a questa situazione di disagio, Gesù invita Pietro e compagni ad andare a pregare sul monte. Perché “su un alto monte”? Forse perché sul monte si posa il primo raggio di sole e vi indugia l’ultimo, e là il giorno è più lungo e la notte più corta.

Il monte come luogo della luce.

I suoi ancora non capiscono il discorso della Passione, ma si fidano e si rimettono in cammino.

Gesù oggi invita noi a fermarci e pregare, affinché possa aiutarci a contemplare e accogliere il dono di Dio.

E’ così che la Quaresima, più ancora che a penitenza, ci chiama a conversione: a girarci verso la luce, così come l’inverno in questi giorni si gira verso la primavera. Allora smettiamola di sottolineare l’errore negli altri! Staniamo, snidiamo in noi e in ognuno la bellezza della luce, invece di fustigare le ombre!

Qui siamo di casa, altrove siamo sempre fuori posto; e come Pietro, stordito e sedotto da ciò che vede, balbettiamo: altrove non è bello, ci possiamo solo camminare, ma non stare! Qui è la nostra identità, qui la fine del viaggio dell’esule che ritorna a casa. Trovare Cristo è trovare senso e bellezza del vivere.

Ma come tutte le cose belle la visione non fu che la freccia di un attimo: una nube li coprì e venne una voce: ascoltate lui.

Il Padre prende la parola, ma per scomparire dietro quella di suo Figlio. La fede biblica è fede d’ascolto, non di visione: Shemà, ascolta Israel.

Sali sul monte per vedere, e sei rimandato all’ascolto.

Scendi dal monte, e ti rimane nella memoria l’eco dell’ultima parola: ascoltatelo.

Beati coloro che hanno il coraggio di essere ingenuamente luminosi nello sguardo, nel giudizio, nel sorriso. Davvero è bello per noi stare qui, accanto a loro.

2° Riflessione

La quaresima ci sorprende: la subiamo come un tempo penitenziale, mortificante, e invece ci spiazza con questo vangelo vivificante, pieno di sole e di luce. Dal deserto di pietre (prima domenica) al monte della luce (seconda domenica); da polvere e cenere, ai volti vestiti di sole. Per dire a tutti noi: coraggio, il deserto non vincerà, ce la faremo, troveremo il bandolo della matassa.

Gesù prese con sé tre discepoli e salì su di un alto monte. I monti sono come indici puntati verso il mistero e le profondità del cosmo, raccontano che la vita è ascensione, con dentro una fame di verticalità, come se fosse incalzata o aspirata da una forza di gravità celeste: e là si trasfigurò davanti a loro, il suo volto brillò come il sole e le vesti come la luce.

Tutto si illumina: le vesti di Gesù, le mani, il volto sono la trascrizione del cuore di Dio. I tre guardano, si emozionano, sono storditi: davanti a loro si è aperta la rivelazione stupenda di un Dio luminoso, bello, solare. Un Dio da godere, finalmente, un Dio da stupirsene. E che in ogni figlio ha seminato la sua grande bellezza.

Che bello qui, non andiamo via… lo stupore di Pietro nasce dalla sorpresa di chi ha potuto sbirciare per un attimo dentro il Regno e non lo dimenticherà più.

Vorrei per me la fede di ripetere queste parole: è bello stare qui, su questa terra, su questo pianeta minuscolo e bellissimo; è bello starci in questo nostro tempo, che è unico e pieno di potenzialità. È bello essere creature: non è la tristezza, non è la delusione la nostra verità.

San Paolo nella seconda lettura consegna a Timoteo una frase straordinaria: Cristo è venuto ed ha fatto risplendere la vita. E’ venuto nella vita, la mia e del mondo, e non se n’è più andato. È venuto come luce nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta (Gv1,5). In lui abitava la vita e la vita era la luce degli uomini (Gv1,4), la vita era la prima Parola di Dio, bibbia scritta prima della bibbia scritta.

Allora perdonate “se non sono del tutto e sempre / innamorata del mondo, della vita / sedotta e vinta dalla rivelazione / d’esserci d’ogni cosa (….)/ Questo più d’ogni altra cosa perdonate / la mia disattenzione” (Mariangela Gualtieri). A tutte le meraviglie quotidiane.

La condizione definitiva non è monte, c’è un cammino da percorrere, talvolta un deserto, certamente una pianura alla quale ritornare. Dalla nube viene una voce che traccia la strada: “questi è il figlio mio, l’amato. Ascoltatelo”. I tre sono saliti per vedere e sono rimandati all’ascolto. La voce del Padre si spegne e diventa volto, il volto di Gesù, “che brillò come il sole”. Ma una goccia della sua luce è nascosta nel cuore vivo di tutte le cose.

 

Non solo il viso e le vesti, non solo i discepoli o i nostri sogni, ma la vita, qui, adesso, quella di tutti.

Ha riacceso la fiamma delle cose. Ha messo nelle vene del mondo frantumi di stelle. Ha dato splendore e bellezza all’esistenza. Ha dato sogni e canzoni bellissimi al nostro pellegrinare di uomini e donne. Basterebbe ripetere senza stancarci: ha fatto risplendere la vita, per ritrovare la verità e la gioia di credere in questo Dio, fonte inesausta di canto e di luce. Forza mite e possente che preme sulla nostra vita per aprirvi finestre di cielo.

Noi, che siamo una goccia di luce custodita in un guscio d’argilla, cosa possiamo fare per dare strada alla luce? La risposta è offerta dalla voce: Questi è il mio figlio, ascoltatelo. Il primo passo per essere contagiati dalla bellezza di Dio è l’ascolto, dare tempo e cuore al suo vangelo.

L’entusiasmo di Pietro ci fa inoltre capire che la fede per essere forte e viva deve discendere da uno stupore, da un innamoramento, da un ‘che bello!’ gridato a pieno cuore. Perché io credo? Perché Dio è la cosa più bella che ho incontrato, Perché credere è acquisire bellezza del vivere. Che è bello amare, avere amici, esplorare, creare, seminare, perché la vita ha senso, va verso un esito buono, che comincia qui e scorre nell’eternità.

Quella visione sul monte dovrà restare viva e pronta nel cuore degli apostoli. Gesù con il volto di sole è una immagine da conservare e custodire nel viaggio verso Gerusalemme, viaggio durissimo e inquietante, come segno di speranza e di fiducia.

Devono custodirla per il giorno più buio, quando il suo volto sarà colpito, sfigurato, oltraggiato. Nel colmo della prova, un filo terrà legati i due volti di Gesù. Il Volto che sul monte gronda di luce, nell’ultima notte, sul monte degli ulivi, stillerà sangue. Ma anche allora, ricordiamo: ultima, verrà la luce: ‘sulla croce già respira nuda la risurrezione’ (A. Casati).

 

 

 

 

 

 

Avvenire I quaresima A

 

p.Ermes Ronchi

È bella la quaresima. Non si impone come la stagione penitenziale, ma si propone come quella dei ricominciamenti: della primavera che riparte, della vita che punta diritta verso la luce di Pasqua. Un tempo di novità, di nuovi, semplici, solidali, concreti stili di vita, a cura della “Casa comune” e di tutti i suoi abitanti.

Dì che queste pietre diventino pane! Il pane è un bene, un valore indubitabile, santo perché conserva la cosa più santa, la vita. Cosa c’è di male nel pane? Ma Gesù non ha mai cercato il pane a suo vantaggio, si è fatto pane a vantaggio di tutti. Non ha mai usato il suo potere per sé, ma per moltiplicare il pane per la fame di tutti.

Gesù risponde alla prima sfida giocando al rialzo, offrendo più vita: “Non di solo pane vivrà l’uomo”. Il pane dà vita, ma più vita viene dalla bocca di Dio. Dalla sua bocca è venuta la luce, il cosmo, la creazione. È venuto il soffio che ci fa vivi, sei venuto tu fratello, amico, amore mio, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me e che mi fa vivere.

Seconda tentazione: Buttati giù dal pinnacolo del tempio, e Dio manderà un volo d’angeli. La risposta di Gesù suona severa: non tentare Dio, non farlo attraverso ciò che sembra il massimo della fiducia in lui, e invece ne è la caricatura, esclusiva ricerca del proprio vantaggio.

Il “più astuto degli spiriti” non si presenta a Gesù come un avversario, ma come un amico che vuole aiutarlo a fare meglio il messia. E in più la tentazione è fatta con la bibbia in mano: fai un bel miracolo, segno che Dio è con te, la gente ama i miracoli, e ti verranno dietro. E invece Gesù rimanderà a casa loro i guariti dalla sua mano con una raccomandazione sorprendente: bada di non dire niente a nessuno. Lui non cerca il successo, è contento di uomini ritornati completi, liberi e felici.

Nella terza tentazione il diavolo alza la posta: adorami e ti darò tutto il potere del mondo. Adora me, segui la mia logica, la mia politica. Prendi il potere, occupa i posti chiave, imponiti. Così risolverai i problemi, e non con la croce. La storia si piega con la forza, non con la tenerezza. Vuoi avere gli uomini dalla tua parte, Gesù? Assicuragli tre cose: pane, spettacoli e un leader, e li avrai in pugno.

Ma per Gesù ogni potere è idolatria. Lui non cerca uomini da dominare, vuole figli che diventino liberi e amanti.

Allora angeli si avvicinarono e lo servivano. Il Signore manda angeli ancora, in ogni casa, a chiunque non voglia accumulare e dominare: sono quelli che sanno inventare una nuova carezza, hanno occhi di luce, e non scappano. Sono quelli che mi sorreggeranno con le loro mani, instancabili e leggere, tutte le volte che inciamperò.

 

 

 

 

FB 1 marzo I DI QUARESIMA Matteo 4,1-11

p.Ermes Ronchi

Gesù deve scegliere che tipo di Messia diventare, è la scelta decisiva di tutta la sua vita. La prima sfida riguarda il corpo e le cose: sazia la fame, di’ che queste pietre diventino pane. Pietre o pane, piccola alternativa, che Gesù spalanca. E dice: vuoi diventare più uomo, vivere meglio? Non inaridire la vita a ricerca di beni, di roba. Sogna, ma non ridurre mai i tuoi sogni a cose e denaro. “Non di solo pane vivrà l’uomo”. C’è dentro di noi un di più, una eccedenza, una breccia, per dove entrano mondi, creature, affetti, un pezzetto di Dio.

L’uomo vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. E accende in me una fame di cielo che noi tentiamo di colmare con larghe sorsate di terra. Invece il pane è buono ma più buona è la parola di Dio; il pane è vita ma più vita viene dalla bocca di Dio.

Dalla bocca di Dio, dalla sua parola è venuta la luce, il cosmo con sua bellezza e le creature. Dalla bocca di Dio è venuto il soffio che ci fa vivi, sei venuto tu. Se l’uomo vive di ciò che viene da Dio, io vivo di te: fratello, amico, amore, di te. Parola pronunciata dalla bocca di Dio per me.

La seconda sfida tocca la relazione con Dio. Buttati giù, provoca un miracolo! fallo attraverso ciò che sembra il massimo della fede in Dio e invece ne è la caricatura, la ricerca di un Dio magico a proprio servizio. Buttati, così potremo vedere uno stuolo di angeli in volo… Mostra un miracolo, la gente ama i miracoli, e ti verranno dietro. Il diavolo è seduttivo, si presenta come un amico che vuole aiutare Gesù a fare meglio il lavoro di messia.

Gesù risponde: non metterai alla prova Dio. Ed è la mia fede: io credo che Dio è con me, ogni giorno, mia forza e mio canto. Ma io non avanzerò nella vita a forza di miracoli, bensì per il miracolo di un amore che non si arrende, di una speranza che non ammaina le sue bandiere.

La terza posta in gioco è il potere sugli altri: prostrati davanti a me e avrai il mondo ai tuoi piedi. Il diavolo fa un mercato, al contrario di Dio, che non fa mai mercato dei suoi doni. E quanti lo hanno ascoltato! Hanno fatto mercato di se stessi, in cambio di carriera, una poltrona, denaro facile.

Il Satana dice: vuoi cambiare il mondo con l’amore? Sei un illuso! Assicura agli uomini pane, miracoli e un leader, e li avrai in mano. Ma Gesù non cerca uomini da dominare, vuole figli liberi e amanti. Per Gesù ogni potere è idolatria.

Il diavolo allora si allontana e angeli si avvicinano e lo servono. Avvicinarsi e servire, le azioni da cui si riconoscono gli angeli. Se in questa quaresima ognuno si avvicina ad una persona che ha bisogno, ascoltando, accarezzando, servendo, allora vedremmo la nostra terra assomigliare ad un nido di angeli.

 

Omelia VII DOMENICA Matteo 5,38-48

 

p.Ermes Ronchi

Da tre domeniche camminiamo sui crinali da vertigine del discorso della montagna. Vangeli davanti ai quali non sappiamo bene come metterci: o cerchiamo di edulcorarlo, di ammorbidirlo, oppure siamo tentati di relegarlo nel repertorio delle follie. Magari divine, ma follie.

Vi confesso la fatica, le parole che si sottraggono, ogni volta che ritento di balbettare qualcosa, il batticuore che mi prende in quei pochi passi tra l’altare e l’ambone, prima di cominciare una povera predica.

Allora cerco una parola cui aggrapparmi, un punto d’appoggio. E lo trovo in questo elenco di situazioni molto concrete che Gesù mette in fila: schiaffo, tunica, miglio, denaro in prestito. E nelle soluzioni che propone in perfetta sintonia: l’altra guancia, il mantello, due miglia. È molto semplice, diresti. “Gesù parla della vita con le parole proprie della vita” (Christian Bobin). Niente che un bambino non possa capire, nessuna teoria astratta e complicata, solo gesti quotidiani, la santità di ogni giorno, che sa di abiti, di strade, di gesti, di polvere.

Ma che poi ti stordisce, che poi apre feritoie da vertigine: amate i vostri nemici; che propone il paradosso dei paradossi: “siate perfetti come è perfetto il Padre”. Impossibile, lo sappiamo.

Fu detto occhio per occhio. Ma io vi dico: Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra. Ma come si fa?

Per capire andiamo alla vita di Gesù. Sono i suoi gesti che interpretano e incarnano le sue parole. L’unica volta che riceve uno schiaffo, Gesù non porge l’altra guancia, ma reagisce, chiedendo ragione alla guardia: se ho parlato male dimostramelo. Non è passivo né remissivo, lo vediamo indignarsi, e quante volte, per un’ingiustizia, per un bambino scacciato, per il tempio fatto mercato, per le maschere e il cuore di pietra dei pii e dei devoti. E collocarsi così dentro la tradizione profetica dell’ira sacra.

Quello che Gesù propone non è la sottomissione degli schiavi, ma una presa di posizione coraggiosa: “tu porgi”, fai tu il primo passo, tu cerca spiegazioni, tu disarma la vendetta, tu ricomincia la relazione, rammendando tenacemente il tessuto continuamente lacerato dalla violenza.

Il vangelo non è la religione dei perdenti, dei battuti, dei sottomessi. Non ci chiede di essere lo zerbino della storia, ma di disinnescare la miccia della violenza, di disinnescare la spirale della vendetta, di inventarsi qualcosa – un gesto, una parola – che possa disarmare e disarmarci. Come nel testamento dei monaci martiri di Thibirine quando pregano: Signore, disarmali, e disarmaci!

Proviamo a cambiare prospettiva, a metterci dall’altra parte, dalla parte di colui che do là schiaffo, di chi ha colpito l’occhio di un altro. E a quel punto domandiamoci: con chi vorresti vivere? Chi vuoi vicino a te? Uno da “occhio per occhio”, o uno che perdoni, vada oltre la violenza, vada più lontano dello sbaglio? E disarmarci insieme?

Tutti desiderano accanto a sè uno che li ami così, uno che ti accompagni nella notte per molte miglia, che sappia darti tutto ciò che ha.

Il vangelo coincide con quello che il nostro cuore desidera.

Allora non è così lontano il sogno di un mondo nuovo, di un uomo nuovo, ce l’abbiamo dentro, fa parte del desiderio del cuore.

 

E poi arriva quella frase che è come un macigno: amate i vostri nemici. Impossibile amare i nemici, sosteneva Freud.

Ma quello che Gesù vuole non sono moine o sorrisini nei confronti di chi ti vuole male, lui intende eliminare il concetto stesso di nemico. ‘Amatevi, altrimenti vi distruggerete. E’ tutto qui il vangelo’ (Turoldo). Altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più armato, del più crudele, del più ricco.

Violenza produce violenza, in una catena infinita. Io scelgo, liberamente, o Cristo degli uomini liberi!, di spezzarla. Di non replicare su altri ciò che ho subito, di non far proliferare il male. Ed è così che inizio a liberare me stesso dentro questa storia di legami spesso ostili.

 

Ma di nuovo, come faccio a essere così bravo, forte, tenace?

Io non ci riesco. Ma nessuno ce la fa, noi amiamo fino ad un certo punto, accogliamo fino ad un certo punto…

Ma queste parole non parlano di ciò che gli uomini realizzano, supportati dalla loro buona volontà. È ciò che Dio fa. L’amore al nemico è proprio di Cristo, e lo mostrerà sulla croce.

“Siate figli del Padre che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni”.

Fare ciò che Dio fa, essere come il Padre, qui è tutta l’etica biblica. E che cosa fa il Padre? Fa sorgere il sole. Mi piace questo Dio solare, luminoso, splendente di vita, il Dio che presiede alla nascita di ogni nostro mattino.

Essere come lui? Ma io non farò mai sorgere o tramontare il sole, non sarò mai figlio del Padre. Eppure un grammo di luce, un minimo sole, illuminare il passo di qualcuno, una scintilla di bontà posso metterli in circuito in queste nostre albe così ricche di tenebra.

Fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. Addirittura Gesù inizia dai cattivi, forse perché i loro occhi sono più in debito di luce, più in ansia.

Ma di nuovo proviamo a cambiare prospettiva: i cattivi illuminati non sono gli altri, siamo noi.

 

Qui c’è da contemplare. Contemplare questo Dio, la sua tenerezza. Perché Vedete noi ci muoviamo sulla terra, ci misuriamo con la visione di Dio che abbiamo in cuore. Se hai l’immagine di un Dio estraneo, freddo, lontano così sarai anche tu.

Se hai la visione di un padre buono, che ama senza clausole e senza perché, ama perché ama, allora puoi fare la tua corsa nel mondo misurandoti sulla bellezza e sulla tenerezza di Dio.

Matteo conclude il brano di oggi spiegando la ragione di tutto questo: perché io devo correre il rischio di essere calpestato? Perché devo prestare il mio denaro in perdita? Perché…?

La ragione è molto semplice: altrimenti cosa fai di straordinario? se dai a chi ti da, se fai quello che fanno tutti, se saluti chi ti saluta, che cosa fai di straordinario? Che cosa aggiungi alla vita? Che cosa cambia?

Tutto come prima. Tutto come sempre.

Cosa fate di straordinario? Prestiamo attenzione. Gesù sta dicendo che a tutti è possibile fare qualcosa di più dell’ordinario, di più del semplice dovere.

Anzi, a ben guardare, le case, le famiglie, le persone sono piene di cose straordinarie, di gesti meravigliosi. Mi incantano certe madri e certi padri con i loro figli, ed è comprensibile, ma anche con i figli degli altri. Mi incanto davanti all’amore di certe badanti per la persona fragile che hanno in cura… davvero fanno sorgere il sole su di lei… e la storia tutta fa un piccolo passo avanti. La santità è “compiere le cose ordinarie con un amore straordinario” (papa Francesco).

 

Allora siate perfetti come il Padre

non ‘quanto il Padre’, una misura impossibile che ci schiaccerebbe;

ma ‘come’ il Padre, con il suo stile fatto di tenerezza, ma combattiva. Possibile a tutti.

Allora lo straordinario penetra dentro l’ordinario.

E capisci che l’infinito è nella vita

e che la vita è infinita.

 

 

 

Lui parla solo della vita

Con parole a lei proprie:

coglie dei pezzi di terra

li raduna nella sua parola e il cielo appare,

un cielo con alberi che volano

il sole che sorge

agnelli che danzano e pesci che ardono

un cielo impraticabile

popolato di prostitute, di folli di festaioli

di bambini che scoppiano in risate

e di donne che non tornano più a casa:

tutto un mondo dimenticato dal mondo

e festeggiato là, subito, adesso,

sulla terra come in cielo

 

Christian Bobin, L’uomo che cammina, p.15

 

Domenica VI A Mt. 5, 17-37

p. Ermes Ronchi

 

Un vangelo lunghissimo, impossibile commentarlo tutto.

Vediamo solo i versetti principali.

La chiave per capire tutto è nel primo versetto, importantissimo:

non sono venuto ad abbattere, a demolire, a distruggere,

ma sono venuto a realizzare in pienezza, a dare pieno compimento.

A che cosa? Al codice di Mosè? No, ma alle promesse di Dio. Al sogno che Dio ha sognato sul mondo.

Contesto: Gesù ha appena annunciato le beatitudini. La delusione degli ascoltatori è totale. L’attesa era che Israele doveva conquistare tutte le terre intorno e accumulare le ricchezze dei popoli e Gesù dice: Beati i poveri, tutto il contrario.

Gesù porta avanti la storia dell’uomo su due linee di fondo: la prima è quella del cuore, la seconda è quella della persona! Il compimento pieno avviene nel cuore dell’uomo. Dove si vive il profondo delle cose. Non nelle regoline.

Non possiamo passare la vita semplicemente a fare le cose secondo le regole. Se tu, genitore, ami tuo figlio o lo cresci rispettando regole, protocolli, doveri, obblighi, il bambino crescerà, ma solo, si sentirà poco amato, poco felice… se tu padre non gli dai tenerezza e creatività e sorrisi e giocare con lui a perdifiato.

Se un uomo ama una donna secondo tutte le regole e gli obblighi, ma che felicità le può dare? Cosa godono della vita? L’amore è sempre fuorilegge, perché va oltre le regole.

La nostra vita è di più della norma. E non c’è codice che tenga. Questo è il territorio di Gesù.

E poi Dio stesso è sulla linea del cuore: Se stai facendo la tua offerta all’altare e ti accorgi che tuo fratello ha qualcosa contro di te…prima viene l’amore e dopo il culto! è la linea della persona, che viene prima anche del culto a Dio, prima di tutto.

La vita adulta è passare dalla legge esterna al cuore. Dove ogni atto inferiore all’amore necrotizza la relazione. Amerai con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutto, con tutto, con tutto.

Fu detto: non ucciderai; ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, chi nutre rancore è potenzialmente un omicida. Gesù va diritto al movente delle azioni, al laboratorio dove si assemblano i gesti. L’apostolo Giovanni affermerà una cosa enorme: “Chi non ama suo fratello è omicida”(1 Gv 3,15). Chi non ama, uccide. Il disamore non è solo il mio lento morire, è l’incubatore di omicidi.

Ma io vi dico: Chiunque si adira con il fratello, o gli dice pazzo, o stupido, è sulla linea di Caino… Gesù mostra i primi tre passi della morte: la rabbia, l’insulto, il disprezzo, tre forme di omicidio.

L’uccisione esteriore viene dalla eliminazione interiore dell’altro.

Chi gli dice pazzo sarà destinato al fuoco della Geenna.” Geenna non è l’inferno, ma quel vallone alla periferia di Gerusalemme, dove si bruciavano le immondizie della città, da cui saliva perennemente un fumo acre e cattivo. Gesù dice: se tu disprezzi e insulti il fratello tu fai spazzatura della tua vita, la butti nell’immondizia; è ben più di un castigo, è la tua umanità che marcisce e va in fumo.

Bellissime le antitesi di Gesù: fu detto ma io vi dico.

A chi fu detto? Agli antichi, non dice con rispetto ai padri venerabili, ai patriarchi, ma agli antichi, è roba del passato; il credente è nuovo e le cose di prima sono passate. Ma io vi dico. Gesù entra nel progetto di Dio non per rifare un codice, ma per rifare il coraggio del cuore, il sogno di Dio. Agendo su tre leve decisive: la violenza, il desiderio, la sincerità nella relazione.

E quando dice: chi non osserverà questi precetti…chi trasgredirà una sola virgola, non fa improvvisamente un passo indietro; non si riferisce alle antiche regole di Mosè, ma a quello che ha appena detto lui, alle beatitudini. Chi non vive le beatitudini sarà un uomo piccolo, un uomo minuscolo nel regno. Qui si parla del Regno, e nel Regno non si entra con le vecchie norme mosaiche, ma con le nuove parole di vita di Gesù, con le beatitudini, con il suo “ma io vi dico!”..

Avete inteso che fu detto: non commettere adulterio. Ma io vi dico: se guardi una donna per desiderarla sei già adultero. Non dice semplicemente: se un uomo desidera una donna, o viceversa, e come si fa?

Ma: se guardi per desiderare, cioè per conquistare e violare, per sedurre e possedere, se la riduci a un oggetto da prendere o collezionare, tu commetti un reato, un delitto contro la nobiltà di quella persona.

Non si tratta del desiderio di un uomo verso una donna, che fa parte dell’ordinamento della natura, ma il desiderio predatorio di impossessarsi di lei come di una cosa, un oggetto per te.

E così per il giuramento che si deve alla mancanza di fiducia. Dal divieto del giuramento, Gesù va fino in fondo, arriva al divieto della menzogna. Di’ sempre la verità, sarai credibile e non servirà più giurare.

Allora ha portato più scrupoli, più ansia, più problemi?

No, il passaggio è dalla legge al cuore.

Dall’obbligo alla tenerezza.

Dalla ritualità alla figliolanza.

C’è da guarire il cuore,

per poi guarire la vita.

 

 

 

Fb 23 febbraio 2020

 

p.Ermes Ronchi

La legge “occhio per occhio” era già un progresso enorme rispetto al grido selvaggio di Lamec, figlio di Caino: ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido (Gen 4,23).

Con un altro salto Gesù invita al coraggio del vangelo: tu porgi l’altra guancia.

Tu prendi l’iniziativa, riallaccia tu la relazione, fai il primo passo e perdona, rattoppa coraggiosamente il tessuto della vita, sempre strappato. Ma da disarmato! Mostra che non hai nulla da difendere, e l’altro capirà l’assurdo di esserti nemico.

Ed è così che ti liberi.

Il cristianesimo non è la religione degli umiliati che non reagiscono; non è “la morale dei deboli che nega la gioia di vivere” (Nietzsche). E’ quella di uomini totalmente liberi, padroni delle proprie scelte anche davanti al male, capaci di disinnescare la spirale della vendetta con un gesto che fa saltare i piani, che scombina le regole, ma che rende felici.

Santità, perfezione, sono parole che paiono lontane, per gente che fa un’altra vita, dedita alla preghiera e alla contemplazione. E invece quale concretezza nella Bibbia! Niente di astratto e separato, ma il quotidiano, santità terrestre che profuma di casa. Di cuore.

Mi piace tanto il Dio di Gesù: luminoso, positivo e paterno, che conduce il sole su chi è buono e su chi invece non ce la fa ancora.

Così agirò anch’io, aiuterò a trovare speranza in chi vede buio, testimone che la giustizia è possibile, che si può credere al sole anche quando non splende, all’amore anche quando è nascosto.

C’è un augurio che rivolgo ad ogni bimbo che battezzo, quando il papà accende la candela al cero pasquale: che tu possa incontrare sempre chi sappia risvegliare in te l’aurora. E quante volte l’ho visto accadere!

Così sento che amando realizzo me stesso, che dare agli altri non toglie a me, che nel dono c’è un grande profitto che mi rende la vita piena, ricca, bella, felice. Donare non è in contrasto col mio desiderio di felicità, amore mio e tuo non stanno su due binari diversi, ma coincidono, perché Dio regala gioia a chi produce amore.

Cosa sono allora gli imperativi: amate, pregate, porgete, prestate?

E’ un’eredità di comportamenti, di affetti, di valori, di forza. Porte spalancate su nuove possibilità, solarità di Dio tramandata all’uomo. Energia di chi impara dal Padre che ama per primo, in perdita, senza aspettarsi contraccambio alcuno. Padre. Punto.

Infatti il centro da cui scaturisce tutto sta nelle parole: perché siate figli del Padre vostro, colui che fa sorgere il sole su buoni e cattivi.

Verrà il giorno in cui il nostro cuore, che ha fatto tanta fatica a imparare l’amore, sarà il cuore stesso di Dio, e allora saremo capaci dell’amore perfetto, che rimane in eterno.

VII DOMENICA Matteo 5,38-48

 

p.Ermes Ronchi

 

Una serie di situazioni molto concrete: schiaffo, tunica, miglio. E soluzioni in sintonia: l’altra guancia, il mantello, due miglia. La semplicità del vangelo! “Gesù parla della vita con le parole proprie della vita” (Christian Bobin). Niente che un bambino non possa capire, nessuna teoria astratta e complicata, ma la proposta di gesti quotidiani, la santità di ogni giorno, che sa di abiti, di strade, di gesti, di polvere. E di rischio.

E poi apre feritoie sull’infinito: “siate perfetti come il Padre”, “siate figli del Padre che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni.

Fare ciò che Dio fa, essere come il Padre, qui è tutta l’etica biblica. E che cosa fa il Padre? Fa sorgere il sole. Mi piace questo Dio solare, luminoso, splendente di vita, il Dio che presiede alla nascita di ogni nostro mattino. Il sole, come Dio, non si merita, si accoglie. E Dio, come il sole, si trasforma in un mistero gaudioso, da godere prima che da capire.

Fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. Addirittura Gesù inizia dai cattivi, forse perché i loro occhi sono più in debito di luce, più in ansia.

Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra. Cristo degli uomini liberi, padroni delle proprie scelte anche davanti al male, capaci di disinnescare la spirale della vendetta e di inventarsi qualcosa, un gesto, una parola, che faccia saltare i piani e che disarmi. Così semplice il suo modo di amare e così rischioso.

E tuttavia il cristianesimo non è una religione di battuti e sottomessi, di umiliati che non reagiscono. Come non lo era Gesù che, colpito, reagisce chiedendo ragione dello schiaffo (Gv 18,22). E lo vediamo indignarsi, e quante volte, per un’ingiustizia, per un bambino scacciato, per il tempio fatto mercato, per il cuore di pietra dei pii e dei devoti. E collocarsi dentro la tradizione profetica dell’ira sacra.

Non passività, non sottomissione debole, quello che Gesù propone è una presa di posizione coraggiosa: “tu porgi”, fai tu il primo passo, cercando spiegazioni, disarmando la vendetta, ricominciando, rammendando tenacemente il tessuto continuamente lacerato dalla violenza.

Credendo all’incredibile: amate i vostri nemici. Gesù intende eliminare il concetto stesso di nemico. ‘Amatevi, altrimenti vi distruggerete. E’ tutto qui il vangelo’ (Turoldo). Violenza produce violenza, in una catena infinita. Io scelgo di spezzarla. Di non replicare su altri ciò che ho subito, di non far proliferare il male. Ed è così che inizio a liberare me nella storia.

Allora siate perfetti come il Padre…non ‘quanto’, una misura impossibile che ci schiaccerebbe; ma ‘come’ il Padre, con il suo stile fatto di tenerezza, di combattiva tenerezza.

Paradosso che spiazza, che dà da pensare, e forse è disarmante. Per prima cosa non rispondere con altri schiaffi, esci dalla spirale della violenza.

Lo vediamo dal comportamento di Gesù che è l’unica interpretazione esatta delle sue parole. Quando fu colpito reagì chiedendo ragione dello schiaffo: perché mi colpisci?

Ma io vi dico: amate i vostri nemici.

Siate perfetti come il Padre… ultima parola del vangelo oggi.

Ma nessuno potrà mai esserlo, è come se Gesù ci domandasse l’impossibile. Ma leggiamo bene. Gesù non dice “perfetti quanto Dio” che ci schiaccerebbe, bensì “come il Padre”, con quel suo stile, che Gesù è venuto a raccontare, la combattiva tenerezza.

Porgi l’altra guancia, che vuol dire: sii disarmato, non incutere paura, mostra che non hai nulla da difendere, e l’altro capirà l’assurdo di esserti nemico.

 Siate perfetti come il Padre (Mt 5,48), siate santi perché io, il Signore, sono santo (Lev19,2). Santità, perfezione, parole che ci paiono lontane, per gente che fa un’altra vita, dedita alla preghiera e alla contemplazione. E invece quale concretezza nella Bibbia: non coverai nel tuo cuore odio verso tuo fratello, non serberai rancore, amerai il prossimo tuo come te stesso (Lev 19,17-18).

La concretezza della santità: niente di astratto, lontano, separato, ma il quotidiano, santità terrestre che profuma di casa, di pane, di gesti. E di cuore.

Siate perfetti come il Padre. Ma nessuno potrà mai esserlo, è come se Gesù ci domandasse l’impossibile. Ma non dice “quanto Dio” bensì “come Dio”, con quel suo stile unico, che Gesù traduce in queste parole: siate come Lui che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi.

Mi piace tanto questo Dio solare, luminoso, positivo, questo suo far sorgere il sole su buoni e cattivi. Così farò anch’io, farò sorgere un po’ di sole, un po’ di speranza, un po’ di luce, a chi ha solo il buio davanti a sé; trametterò il calore della tenerezza, l’energia della solidarietà. Testimone che la giustizia è possibile, che si può credere nel sole anche quando non splende, nell’amore anche quando non si sente.

C’è un augurio che rivolgo ad ogni bambino che battezzo, quando il papà accende la candela al cero pasquale: che tu possa sempre incontrare, nei giorni spenti, chi sappia in te risvegliare l’aurora. Quante volte ho visto sorgere il sole dentro gli occhi di una persona: bastava un ascolto fatto col cuore, un aiuto concreto, un abbraccio vero!

Amate i vostri nemici. Fate sorgere il sole nel loro cielo; che non sorgano freddezza, condanna, rifiuto, paura. Potete farlo anche se sembra impossibile. Voi potete non voi dovete. Perché non si ama per decreto. Io ve ne darò la capacità se lo desiderate, se lo chiedete.

Allora capisco e provo entusiasmo. Io posso (potrò) amare come Dio! E sento che amando realizzo me stesso, che dare agli altri non toglie a me, che nel dono c’è un grande profitto, che rende la mia vita piena, ricca, bella, felice. Dare agli altri non è in contrasto col mio desiderio di felicità, amore del prossimo e amore di sé non stanno su due binari che non si incontrano mai, ma coincidono. Dio regala gioia a chi produce amore.

Cosa significano allora gli imperativi: amate, pregate, porgete, prestate. Sono porte spalancate verso delle possibilità, sono la trasmissione da Dio all’uomo di una forza divina, quella che guida il sole e la pioggia sui campi di tutti, di chi è buono e di chi no, la forza solare di chi fa come fa il Padre, che ama per primo, ama in perdita, ama senza aspettarsi contraccambio alcuno.

 

 

 

 

 

 

 

Lui parla solo della vita

Con parole a lei proprie:

coglie dei pezzi di terra

li raduna nella sua parola e il cielo appare,

un cielo con alberi che volano

il sole che sorge

agnelli che danzano e pesci che ardono

un cielo impraticabile

popolato di prostitute, di folli di festaioli

di bambini che scoppiano in risate

e di donne che non tornano più a casa:

tutto un mondo dimenticato dal mondo

e festeggiato là, subito, adesso,

sulla terra come in cielo

 

Christian Bobin, L’uomo che cammina, p.15

 

«Avete inteso che fu detto: “Occhio

Un altro dei vangeli impossibili.

Padre Turoldo diceva: è un Vangelo da Dio, e non da uomini. Porta la logica del Padre per trasformare la logica del mondo.

Avete inteso che fu detto…ma io vi dico. Per quattro volte Gesù ripete questa espressione, come un prendere chiaramente le distanze dalla legge.

E anziché dire, come sarebbe stato normale, ai padri, dice agli antichi, per Gesù è qualcosa di vecchio, obsoleto, sorpassato.

Avete inteso che fu detto: occhio per occhio (ed era già un progresso enorme rispetto al grido selvaggio di Lamec, figlio di Caino: ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido”. Gen 4,23…)

 

È scritto: Amerai il prossimo e odierai il nemico… Tutto il vangelo è qui: amatevi altrimenti vi distruggerete. Altrimenti la vittoria sarà sempre del più violento, del più armato, del più crudele. L’amore, oppure la guerra.

Amore che nel vangelo non è un sentimento o un’emozione, ma è fare. Gesù lo dice sotto l’immagine del sole e della pioggia. Dai un po’ di sole, un po’ d’acqua, come il Padre…

 

 

Gesù usa tutta una serie di imperativi che vanno capiti bene. Perché non si può amare per decreto, per imposizione. Devo sentire che amando realizzo me stesso, che dare agli altri non è in contrasto col mio desiderio di felicità, che amore del prossimo e amore di sé, non stanno su due binari che non si incontreranno mai, ma coincidono sulla via indicata da Gesù per un benessere condiviso.

 

La frase centrale del vangelo oggi, quella da cui scaturisce? Eccola: perché siate

Il maestro ci accompagna oltre gli steccati dell’etica, ci fa abbandonare passa dalla dottrina del merito, per accogliere quella del dono: Dio non si merita, si accoglie. Lui non ama le sue creature per i loro meriti, ma per i loro bisogni.

 

mostrare, e che qui traduce in un modo così diretto che lo capiscono anche i bambini: siate come il Padre che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni.

Io sono figlio di Dio, assomiglio a Dio, sono perfetto, cioè completo, compiuto, realizzo la mia vita quando accendo anche solo una piccola lampada, porto un raggio di fiducia, la speranza per un primo passo, il coraggio per la prima notte. Assomiglio a Dio quando sono Testimone della luce; della bellezza e della tenerezza che ci salveranno, loro sole.

Testimone che la giustizia è possibile, che la fiducia è meglio dell’infedeltà e del sospetto; che io credo nel sole anche quando non splende.

Quante volte ho visto sorgere il sole dentro gli occhi di una persona: bastava un ascolto fatto col cuore, un aiuto concreto, un abbraccio vero!

E se non posso essere il sole, sarò almeno una piccola stella, piccola ma che guarda le cose dall’orizzonte di Dio.

Allora capisco e allora mi entusiasmo. Io posso (io potrò) amare come Dio! Ci sarà dato un giorno il cuore stesso di Dio.

Tutta la Bibbia ripete la sua canzone, dall’inizio alla fine: Dio ci ama, Dio è amore, Dio ha un cuore.

Questo cuore di Dio è il cuore al quale dobbiamo cercare di conformarci, ed è il cuore che avremo un giorno.

Perché ogni volta che noi chiediamo al Signore: “Donaci un cuore nuovo” fa di me un uomo nuovo, noi stiamo invocando di poter avere un giorno il cuore di Dio, e gli stessi sentimenti del cuore di Dio.

E’ straordinario, verrà il giorno in cui il nostro cuore

che ha fatto tanta fatica a imparare ad amare,

sarà il cuore di Dio

e allora saremo capaci di un amore che rimane in eterno,

che sarà la nostra anima, per sempre,

e che sarà l’anima del mondo.

 

 

Preghiera alla comunione

 

Tu parli solo della vita

Con parole a lei proprie:

cogli dei pezzi di terra

li raduni nella tua parola e il cielo appare,

 

Torna tu, Signore, a dire parole di pace,

ritorna a parlare alto e solenne:

amatevi, altrimenti vi distruggerete.

 

Ritorna a parlare mite e delicato

Fa scendere la tua parola che sa di pane e sale,

che sorga come sole, che scende come pioggia feconda sul grano.

 

Quella parola ancora capace di rubarmi il cuore

così che io possa sperimentare

Il rischio vasto di prenderti in parola

e veder sorgere il sole

dentro gli occhi di qualcuno.

 

 

 

 

 

 

 

VI dom A Mt. 5, 17-37

p. EMES RONCHI

 

Ma io vi dico. Gesù entra nel progetto di Dio non per rifare un codice, ma per rifare il coraggio del cuore, il coraggio del sogno. Agendo su tre leve decisive: la violenza, il desiderio, la sincerità.

Fu detto: non ucciderai; ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, chi nutre rancore è potenzialmente un omicida. Gesù va diritto al movente delle azioni, al laboratorio dove si assemblano i gesti. L’apostolo Giovanni affermerà una cosa enorme: “Chi non ama suo fratello è omicida”(1 Gv 3,15). Chi non ama, uccide. Il disamore non è solo il mio lento morire, ma è un incubatore di violenza e omicidi.

Ma io vi dico: Chiunque si adira con il fratello, o gli dice pazzo, o stupido, è sulla linea di Caino… Gesù mostra i primi tre passi verso la morte: l’ira, l’insulto, il disprezzo, tre forme di omicidio. L’uccisione esteriore viene dalla eliminazione interiore dell’altro. “Chi gli dice pazzo sarà destinato al fuoco della Geenna.” Geenna non è l’inferno, ma quel vallone alla periferia di Gerusalemme, dove si bruciavano le immondizie della città, da cui saliva perennemente un fumo acre e cattivo. Gesù dice: se tu disprezzi e insulti il fratello tu fai spazzatura della tua vita, la butti nell’immondizia; è ben più di un castigo, è la tua umanità che marcisce e va in fumo.

Ascolti queste pagine che sono tra le più radicali del vangelo e capisci per contrasto che diventano le più umane, perché Gesù parla solo della vita, con le parole proprie della vita: custodisci le mie parole ed esse ti custodiranno (Prov 4,4), e non finirai nell’immondezzaio della storia.

Avete inteso che fu detto: non commettere adulterio. Ma io vi dico: se guardi una donna per desiderarla sei già adultero. Non dice semplicemente: se tu desideri una donna; ma: se guardi per desiderare, con atteggiamento predatorio, per conquistare e violare, per sedurre e possedere, se la riduci a un oggetto da prendere o collezionare, tu commetti un reato contro la grandezza di quella persona.

“Adulterio” viene dal verbo a(du)lterare che significa: tu alteri, cambi, falsifichi, manipoli la persona. Le rubi il sogno di Dio. Adulterio non è tanto un reato contro la morale, ma un delitto contro la persona, deturpi il volto alto e puro dell’uomo.

Terza leva: «Ma io vi dico: Non giurate affatto; il vostro dire sia sì, sì; no, no» Dal divieto del giuramento, Gesù va fino in fondo, arriva al divieto della menzogna. Di’ sempre la verità e non servirà più giurare. Non abbiamo bisogno di mostraci diversi da ciò che siamo nell’intimo.

Dobbiamo solo curare il nostro cuore, per poi prenderci cura della vita attorno a noi; c’è da guarire il cuore per poi guarire la vita.

Gesù non demolisce ma porta a compimento, sulla linea della sincerità cuore, il progetto di Dio: curare il cuore per guarire la vita.

 Queste, che sono tra le pagine più esigenti del Vangelo, sono anche tra le più umane e consolanti. La legge dolce e potente, non esterna ma interna a te: ritorna al tuo cuore. Proverbi 4,23 : Con ogni cura vigila sul cuore
perché da esso sgorga la vita. Custodisci il tuo cuore perché è la sorgente della vita. Bevi alla sorgente del cuore. L’uomo ha il cuore buono. Il male è accovacciato fuori, ma dentro c’è il dna divino, c’è il cromosoma di DIO.

Allora il vangelo diventa facile, umanissimo, anche quando dice parole che danno le vertigini. Perché non aggiunge fatica, non convoca eroi, ma soltanto uomini e donne che siano veri.

Custodisci i comandamenti ed essi ti custodiranno.

Allora il vangelo diventa facile, umanissimo, anche quando dice parole che danno le vertigini. Perché non aggiunge fatica, non convoca eroi, ma soltanto uomini e donne che siano veri.

stai attento a tre cose, e per tre volte lancia la sua provocazione: vi fu detto ma io vi dico: stai attento alla violenza, al rapporto con l’altro sesso, alla tua autenticità.

Vi fu detto non spergiurate, ma io vi dico il vostro parlare sia sì si, no no. Stai attento a te stesso, ad essere autentico. Dal divieto del giuramento, arriva al divieto della menzogna. Di’ la verità sempre, e non servirà giurare. Impariamo ad essere autentici, senza maschere e senza paure, anche se ci vorrà tutta una vita.

Ci succede come al cieco di Betsaida, cui Gesù pone le mani sugli occhi e poi gli chiede: «Che cosa vedi?». Il cieco risponde: «Vedo uomini come alberi che camminano», vedo uomini come cose. Allora Gesù interviene di nuovo, ancora le mani sugli occhi, e poi il cieco dice: «Ora sì, ora vedo persone, immagini di Dio» (cfr. Mc 8,22-26).

Perché questa è una persona: un’icona di Dio che cammina.

E se tu guardi per desiderare, cioè per possedere, tu vedi poco, hai miopia nel cuore e stai adulterando la grandezza della persona, icona di Dio.

È un unico salto di qualità quello che Gesù propone: passare dalla religione del fare alla religione dell’essere.

 

2000 anni fa, quando la donna non aveva un ruolo, era poco più di un oggetto, Gesù lancia la sua provocazione, una visione innovativa: considera la persona che ti piace nella sua totalità, non è un oggetto, non è merce.

Veglia sul tuo cuore perché la fedeltà a una storia parte dal cuore.

Gesù ci fa sognare in grande, mi piace tanto che dica che nel progetto di Dio è possibile essere fedeli, fedeli a un sogno, è possibile crescere insieme, è possibile collaborare uomo/donna a che ciascuno diventi il meglio di ciò che può diventare.

 

Il terzo punto di attenzione che Gesù evoca è la violenza. Si può uccidere in molti modi, con la parola, con le scelte, attraverso i social, leggiamo di giovani vite distrutte dal cyberbullismo dal gioco superficiale dei media, si può uccidere stando alla finestra, ad osservare e a non far niente.

Il peccato di omissione, forse il più devastatore di tutti:

vuol dire non fare tutto il bene che potresti fare, non dare l’aiuto che potresti dare, non contribuire al bene comune, non dare alla vita, solo prendere, una esistenza posta sotto l’avverbio “non”, un elenco di “senza”

 

Amatevi, dice Gesù, altrimenti vi distruggerete.

Se uno non la pensa come me, il primo istinto è considerarlo uno stupido: non la pensa come me quindi è poco intelligente.

Se ho un avversario, l’istinto è vedere in lui un uomo cattivo e pericoloso, dire ad es. gli extra comunitari sono tutti spacciatori fannulloni. L’altro lo demonizzo, e così eliminarlo diventa un ‘bene’.

I tuoi figli sono fragili, Signore, ma non sono cattivi. Cadono facilmente ma non sono malvagi. Sono buoni e “tirano fuori dal buon tesoro del loro cuore il bene”(Lc 6,45). Custodisci tu questo fragile contorto e splendido dono che ci hai dato, un cuore di carne, un cuore di cielo.

 

Fb 16 febbraio 2020

 

Un altro Vangelo impossibile: se chi dà del matto a un fratello in un impeto d’ira fosse trascinato in tribunale, non ci sarebbe più nessuno a piede libero sulla terra e, nei cieli, Dio tutto solo a intristire nel suo paradiso vuoto!

Il Vangelo non è un manuale di facili istruzioni, anzi! Ci chiede di pensare con la nostra testa convocando la coscienza, che non si delega a nessun legislatore.

Gesù stesso sembra contraddirsi: afferma l’inviolabilità della legge e ne trasgredisce il precetto più grande, il riposo del sabato. Ma ogni sua parola converge verso un unico obiettivo: andare dentro al cuore della norma, verso il suo senso più profondo.

Non è né lassista né rigorista, Gesù; non è più rigido o più accondiscendente degli scribi; fa un’altra cosa, prende la norma e la porta avanti, le fa fare un salto di qualità, la fa schiudere come un fiore in due direzioni decisive: la linea del cuore e la linea della persona.

– La linea del cuore. Fu detto: non ucciderai; ma io vi dico: chiunque si adira col fratello, cioè alimenta rabbie e rancori, è omicida dentro. Non amare qualcuno è togliergli vita; non amare è un lento morire.

Gesù va dritto al laboratorio dove si forma ciò che uscirà fuori come parola e gesto, e indica: ritorna al tuo cuore, alla sorgente, alla radice che genera vita o morte, e guarisci lì. Solo dopo potrai curare la tua vita. E non giurare affatto!

Dal divieto del giuramento, Gesù punta al divieto della menzogna: dì la verità sempre, e non ti servirà giurare.

– La linea della persona: Se guardi una donna per desiderarla sei già adultero… Non dice: se tu desideri una donna o se tu desideri un uomo. Non è il desiderio ad essere condannato, poiché egli è un servitore necessario alla vita. Ma quel viscido ‘per’, vale a dire quando ti adoperi con gesti o parole per manipolare l’altro, quando trami per ridurlo ai tuoi scopi, tu compi un reato contro la sua profondità e dignità, perché alteri, falsifichi, manipoli la sua bellezza. Sappi che rubi a Dio la sua icona! Gli rubi il suo sogno!

Le persone non sono per questo, esse sono abisso e cielo, profondità e vertigine, pezzetti di divinità lungo la strada, angeli di sconvolgimento e pace.

Il reato allora non è contro la morale, ma un delitto contro la persona e la sua dignità.

Cos’è la legge morale? Ascolti Gesù e capisci che per lui la norma è a servizio e a salvaguardia della vita, custodia di ciò che fa crescere o diminuire in umanità, coltivazione e fioritura dell’umano.

Allora il Vangelo non è impossibile, è facile! Facile e felice anche quando dice parole da vertigini. E non aggiunge fatica, non cerca eroi, ma uomini e donne veri che passino dalla legge alla persona, e dalla religione dell’apparire a quella dell’essere.

 

 

 

 

 

 

di p. Ermes Ronchi

Avvenire V domenica A

 

Voi siete sale, voi siete luce. Sale che conserva le cose, minima eternità disciolta nel cibo. Luce che accarezza di gioia le cose, ne risveglia colori e bellezza.

Tu sei luce. Gesù lo annuncia alla mia anima bambina, a quella parte di me che sa ancora incantarsi, ancora accendersi. Te sei sale, non per te stesso ma per la terra. La faccenda è seria, perché essere sale e luce del mondo vuol dire che dalla buona riuscita della mia avventura, umana e spirituale, dipende la qualità del resto del mondo.

Come fare per vivere questa responsabilità seria, che è di tutti? Meno parole e più gesti. Che il profeta Isaia elenca, nella prima lettura di domenica: «spezza il tuo pane», verbo asciutto, concreto, fattivo. «Spezza il tuo pane», e poi è tutto un incalzare di altri gesti: «Introduci in casa, vesti il nudo, non distogliere gli occhi. Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà in fretta».

E senti l’impazienza di Dio, l’impazienza di Adamo, e dell’aurora che sorge e della fame che grida; l’urgenza del corpo dell’uomo che ha dolore e ferite, ha fretta di pane e di salute.

La luce viene attraverso il ‘mio’ pane quando diventa ‘nostro’ pane, condiviso e non possesso geloso. Il gesto del pane viene prima di tutto: perché sulla terra ci sono creature che hanno così tanta fame che per loro Dio non può che avere la forma di un pane.

Guarisci altri e guarirà la tua ferita, Prenditi cura di qualcuno e Dio si prenderà cura di te; produci amore e Lui ti fascerà il cuore, quando è ferito.

Illumina altri e ti illuminerai. Perché chi guarda solo a se stesso non s’illumina mai. Chi non cerca, anche a tentoni, quel volto che dal buio chiede aiuto, non si accenderà mai. È dalla notte condivisa che sorge il sole di tutti.

“Se mi chiudo nel mio io, pur adorno di tutte le virtù, ricco di sale e di luce, e non partecipo all’esistenza degli altri, se non mi dischiudo agli altri, posso essere privo di peccati, e tuttavia vivo in una situazione di peccato” (G. Vannucci).

Ma se il sale perde sapore con che cosa lo si potrà rendere salato?

Conosciamo bene il rischio di affondare in una vita insipida e spenta. E accade quando non comunico amore a chi mi incontra, non sono generoso di me, non so voler bene: “non siamo chiamati a fare del bene, ma a voler bene” (Sorella Maria di Campello). Primo impegno vitale.

Io sono luce spenta quando non evidenzio bellezza e bontà negli altri, ma mi inebrio dei loro difetti: allora sto spegnendo la fiamma delle cose, sono un cembalo che tintinna (parola di Paolo), un trombone di latta.

Quando amo tre verbi oscuri: prendere, salire, comandare; anziché seguire i tre del sale e della luce: dare, scendere, servire.

Gesù ha a che fare con il sapore, con la luce, con la felicità e il senso della mia vita, saporita e accesa.

E chi distoglie gli occhi dalla gente che è sua, sempre, perché tutti sono dei nostri, non diventerà mai un uomo radioso, una donna luminosa.

Tornate alla fiamma: io sono fuoco portato

il sapore della vita e con l’orien . Lo siete già, è una vita che ha sapore e

Se siamo accesi, se siamo insaporiti

Gesù ha a che fare con la mia felicità. La felicità ha a che fare con il fatto di amare.

detto ai suoi discepoli in che cosa consista la felicità.

Così noi, se perdiamo il vangelo, se smussiamo la Parola e la riduciamo a uno zuccherino, se non diventa carne gesto azione storia opera, se abbiamo occhi senza luce e parole senza bruciore di sale, allora corriamo il rischio mortale dell’insignificanza, di non significare più nulla per nessuno.

Un po’ brutalmente lo ha tradotto così don Fabio Rosini “se continuiamo così, tra un po’ di noi non gliene frega più niente a nessuno”

 

 

 

 

 

Maria e Giuseppe portano Gesù al tempio. Una giovanissima coppia col suo bambino arriva portando l’offerta più povera, due tortore, e l’offerta più preziosa del mondo: un bambino. Non fanno in tempo a entrare che le braccia di un uomo e di una donna subito se lo contendono: Gesù non appartiene al tempio, appartiene all’uomo. È nostro.

Sulla soglia incontrano due anziani in attesa.

Orientati a Dio come girasoli alla luce, essi vedono dove altri non possono: straordinari, carichi d’anni, vivi dentro e luminosi fuori, profeti di futuro. Simeone guarda oltre, Anna parla agli altri: simboli di una vecchiaia sapiente e viva, che sa aspettare.

Braccia umane sollevano il figlio di Dio, il primogenito del mondo. Simeone sapeva che non sarebbe morto senza aver visto il Messia, parole scritte anche per me: anch’io non morirò prima di aver visto il mio Signore. Lo vedrò, se sarò come Maria e Giuseppe che, osservanti della legge, si aprono alla profezia: rassicurati dal rito e insieme stupiti dal profeta.

Simeone aspettava la consolazione di Israele, come il cristiano crede tenacemente in qualcosa che può accadere. Occhi che si fanno attenti, che vedono Dio alternarsi tra luce ed ombra, annunci e dubbi, miracolo e quotidiano. Profezia di gioia e di spada, ma sempre e solo Lui.

Simeone rivela tre parole eterne a Maria, per spiegarle suo Figlio: egli è qui per rovina e risurrezione. E’ qui ora, è contraddizione!

“Sii per me rovina e risurrezione, Signore. Non lasciarmi nella falsa pace. Contraddici i miei pensieri con i tuoi, contraddici la mia mediocrità e l’immagine falsa che ho di te. Sii risurrezione quando non ce la faccio, quando ho il vuoto dentro e il buio davanti. Dopo il fallimento, la fedeltà mancata, l’umiliazione bruciante risorgi con le cose che amavo e credevo finite”. (Turoldo).

Nel tempio il figlio è loro… ma non è loro. E’ dato, è offerto ad un altro sogno, perché i figli non sono nostri ma della storia, dell’umanità, della loro vocazione, che noi non conosciamo. Realizzeranno non i nostri, ma il grande desiderio di Dio.

E anche per te, Maria, verrà una spada. Non sei esente. Il dolore ti legherà a tutti i trafitti da spada, perché, lo sai, il dolore non vuole spiegazioni, vuole condivisione!  E la fede non è una garanzia, la santità non è l’assicurazione contro la sofferenza. Ma se la spada sembrerà contraddizione e rovina, verrà sempre la terza parola di Simeone: egli è risurrezione!

In quel Bambino che nel tempio passa di braccio in braccio ora è Israele che consola il suo Signore! E Simeone, bellissimo, canta: ho visto la luce da te preparata per tutti..

La mia salvezza è diventare Simeone, come lui prendere Gesù in braccio e vedere la luce che si travasa di mano in mano. Allora anch’io potrò consolare il mio Signore! E con lui la mia porzione di mondo.

 

 

 

 

 

III domenica A

 

III domenica dell’anno, d’ora in poi: Domenica della Parola.

La comunità ha deciso di celebrarla mettendo le bibbie a disposizione di tutti, sui banchi.

La Parola di Dio ci è posta fra le mani. Perché familiarizziamo con questo libro, che è la nostra sorgente. Più si ritorna alle fonti, più si è nuovi, creativi, liberi, perfino rivoluzionari.

Mi viene in mente lo scrittore biblico Neemia, quando racconta del ritorno dall’esilio, terribile momento, senza casa, senza il campo da coltivare per sfamarsi, senza il tempio per essere popolo ancora…da dove ripartire?

Tutto il popolo è radunato, come fosse un sol uomo, in piazza, un giorno di intero di preghiera e di ascolto della Parola ritrovata, fino a scoppiare in lacrime di commozione. Ecco il punto di partenza. Mettersi n ascolto.

Vorrei dirlo con una battuta, riprendendo il titolo di una trasmissione TV: C’è posta per te. Apri quel libro, sfoglia, leggi: dentro c’è posta per te.

Qualcuno si rivolge proprio a te.

Oggi nelle letture è perfetto il passaggio tra A.T. e N.T. , a indicare quasi visivamente l’unità dei 73 libri della bibbia, un arcobaleno storico, un arco voltaico che congiunge la profezia di Isaia e Gesù, compimento del sogno di Dio.

 

Omelia

Giovanni è stato arrestato, tace la grande voce del Giordano, si alza una voce libera sul lago di Galilea.

Esce allo scoperto, senza paura, un imprudente giovane rabbi, solo, e va ad affrontare confini, nella meticcia Galilea, crogiolo delle genti, quasi Siria, quasi Libano, quasi pagana.

A Cafarnao, sulla via del mare, era uno dei passaggi più importanti per uomini e merci, tra Libano e Siria, tra Egitto e le terre dei Parti.

Una zona di contagio, di contaminazioni culturali e religiose, e Gesù la sceglie; invece che nella Gerusalemme dei puri va a Cafarnao, che invece accoglie tutti. Comincia da un luogo dove c’è tanta gente, e movimento e anche confusione, ed è questa che Gesù sceglie. C’è confusione sulla Via Maris, e insieme ombra, dice il profeta. Come la nostra esistenza che è nella confusione, e il cuore ha spesso un’ombra…

Ma il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce,

per quelli che abitavano l’ombra una luce è sorta.

 

Gesù cominciò a predicare e a dire: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino.

Siamo davanti al messaggio generativo del vangelo, le parole sorgive.

La bella notizia non è “convertitevi”, cioè “cambiate direzione”; la parola nuova e potente sta in quel piccolo vocabolo “è vicino”: il regno è vicino, e non lontano; il cielo è vicino e non perduto in lontananze siderali; Dio è vicino e non smarrito nell’alto dei suoi cieli.

La traduzione esatta sarebbe: il regno è venuto vicino, è quel sogno che viene incontro, che adesso cammina sulla via del mare che pullula di vita. C’è polline divino nel mondo, là dove c’è umanità, tanta umanità, come a Cafarnao.

Dio viene, forza di vicinanza dei cuori, “forza di coesione degli atomi, forza di attrazione delle costellazioni” (Turoldo). Cos’è questa passione di vicinanza che corre nel mondo? Che brucia lontananze? Amore, in tutta la potenza e varietà del suo fuoco.

“L’amore è passione di unirsi all’amato” (Tommaso d’Aquino), passione di comunione, di Dio con l’umanità lungo la Via del Mare, di Adamo con Eva sulla via dei corpi dove è detto il cuore , della madre con il figlio, dell’amico con l’amico, delle stelle con le altre stelle.

La notizia che apre il vangelo di Gesù è questa: Dio è venuto, è all’opera, qui tra le colline e il lago, per le strade di Cafarnao e di Betsaida, a guarire la tristezza e il disamore del mondo, a creare legami. E ogni strada del mondo è Galilea. Perché la nostra infinita tristezza si cura soltanto con un infinito amore (Evangelii Gaudium).

Che cos’è il Regno che cammina e viene?

Questo mondo porta un altro mondo nel grembo, ha una luce dentro, una forza che penetra la trama segreta della storia, che circola nelle cose, che non sta ferma, che sospinge verso l’alto, come il lievito, come il seme. La vita che riparte. E Dio dentro.

E allora quell’invito che apre tutto “Convertitevi” significa: svegliatevi, accorgetevi, giratevi verso la luce, perché la luce è già qui.

 

Ma tutto questo può restare un discorso astratto, e allora il vangelo racconta una storia concreta, la chiamata dei primi discepoli.

Dove si racconta di qualcuno che fa un salto fuori dall’ombra, esce da una vita in ombra: da una vita che è lavorare, mangiare, dormire, e poi ancora lavorare mangiare, dormire… e un giorno morire. Tutto qua? Tutto questo il futuro?

Riascoltiamo il vangelo: mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli che gettavano le reti in mare. Gesù li vede mentre iniziano il loro lavoro, li chiama, e gli cambia la prospettiva, li chiama ad osare, ad essere un po’ folli, come lui.

Sapete che facciamo, che non c’è più da pescare pesci, c’è da toccare il cuore della gente. C’è da salvare e illuminare vite. Volete farlo con me?

E loro lo fanno subito. Notate: subito!

Perché lo fanno? Perché sono degli eroi, affamati e un po’ pazzi? Uomini pieni di coraggio e insieme di incoscienza? Io allora non ce la farò mai, non ha questi slanci eroici.

Domandiamoci: che cosa si fa subito?

Immaginate: state facendo un lavoro, chiedete l’aiuto di un figliolo che sta nella sua stanza, di un marito davanti alla tv, e gli dite: dai, vieni c’è questo e quest’altro da fare. E in risposta sentite: E aspetta, dai, ancora un momento

Se invece gli dici: c’è qui un tuo amico, è già lì.

Che cosa si fa subito? Ciò che piace, ciò che è bello, ciò che attrae, ciò che prende.

Gesù sta proponendo una cosa bella. Non una rinuncia, ma una fioritura di vita, una addizione di vita.

Lasciano subito le reti, non le riprendono nemmeno, le lasciano in acqua; come gli altri due che lasciano la piccola azienda, il padre, i garzoni, le barche, una vita sicura. Perché lo seguono?

Perché Cristo ha cose belle da dire.

La Parola ci mette in movimento perché ci dice qualcosa di bello, non perché ci fustiga, non perché ci da i voti come una maestra, ma perché ci tira fuori dalle nostre piccole prospettive, fuori dal laghetto, dal cortile di casa, per portarci a un’opera bella, grande, luminosa, che abbraccia il mondo.

Non possiamo pensare di consegnare agli uomini una parola che è un richiamo morale. Per pescare gli uomini dobbiamo consegnare non una Parola che suona come un richiamo morale, ma la bellezza che conosciamo, la libertà che conosciamo, la luce bella che conosciamo, il regno…

Il vangelo non è una morale ma una sconvolgente liberazione.

Celebriamo il bello che ci muove, che ci muove dal di dentro.

Ci conceda il Signore di godere oggi e di celebrare la sua Parola,

che illumina, libera, sorride,

che mette tanta voglia di vivere e tanta voglia di bellezza.

Questo è ciò che ci vuole dare il Regno:

voglia di vivere, voglia di bellezza.

Passa per tutta la Galilea uno che è il guaritore dell’uomo.

Passa uno che sa reincantare la vita.

E dietro gli vanno uomini e donne senza doti particolari,

e dietro oggi gli andiamo anche noi,

affascinati da qualcosa che lui solo ha

e nessun altro sa dare.

 

 

Pescatore di uomini, di Helder Camara.

 

Per amore di Dio rispondetemi:

Dove sono i bambini

per raccontarmi i loro giochi,

i poeti

per raccontarmi i loro sogni

i pazzi

per raccontarmi i loro deliri,

i malati

per raccontarmi le loro sofferenze,

e i felici e gli infelici

i santi e peccatori

i bambini e i vecchi

i morti e i vivi

i credenti e gli increduli

gli uomini e gli angeli

gli animali e le piante

le creature tutte

di tutti i mondi?

Povero me

se salissi da solo

all’altare di Dio!…

 

Dom Helder Camara, da “Mille ragioni per vivere”

 

Abbiamo un debito di memoria e di gratitudine verso fra Germano,

lo ricordiamo, oggi, insieme a voi, a sette giorni dalla morte.

 

A te, Germano,

ultimo di quella splendida razza evangelica

Dei cercatori, dei mendicanti per amore

Dalle tue mani ho ricevuto pane.

Grazie.

Dai tuoi occhi ho ricevuto luce.

Grazie.

Noi preghiamo per te Germano, fratello caro,

cuore libero e occhi di luce,

ma tu prega per noi, perché conquistiamo

il tuo cuore bambino e grande

il tuo sguardo gioioso sulla vita,

la tua carità instancabile.

Perché le cose che per te furono vere e grandi

Siano vere e grandi anche per noi,

che continuiamo più poveri e più soli il nostro cammino.

Arrivederci, fradi, sulle vie del cielo.

Mandi.

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Il Signore è qui, ma riusciamo a distrarci

III Dom. T. O. – Anno A – 2020

Vangelo – (Matteo 4,12-23)

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. (…)
Giovanni è stato arrestato, tace la grande voce del Giordano, ma si alza una voce libera sul lago di Galilea. Esce allo scoperto, senza paura, un imprudente giovane rabbi, solo, e va ad affrontare confini, nella meticcia Galilea, crogiolo delle genti, quasi Siria, quasi Libano, regione quasi perduta per la fede.
Cominciò a predicare e a dire: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino. Siamo davanti al messaggio generativo del Vangelo. La bella notizia non è «convertitevi», la parola nuova e potente sta in quel piccolo termine «è vicino»: il regno è vicino, e non lontano; il cielo è vicino e non perduto; Dio è vicino, è qui, e non al di là delle stelle. C’è polline divino nel mondo. Ci sei immerso.

Dio è venuto, forza di vicinanza dei cuori, «forza di coesione degli atomi, forza di attrazione delle costellazioni» (Turoldo). Cos’è questa passione di vicinanza nuova e antica che corre nel mondo? Altro non è che l’amore, che si esprime in tutta la potenza e varietà del suo fuoco. «L’amore è passione di unirsi all’amato» (Tommaso d’Aquino) passione di vicinanza, passione di comunione immensa: di Dio con l’umanità, di Adamo con Eva, della madre verso il figlio, dell’amico verso l’amico, delle stelle con le altre stelle.
Convertitevi allora significa: accorgetevi! Giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. La notizia bellissima è questa: Dio è all’opera, qui tra le colline e il lago, per le strade di Cafarnao e di Betsaida, per guarire la tristezza e il disamore del mondo. E ogni strada del mondo è Galilea.
Noi invece camminiamo distratti e calpestiamo tesori, passiamo accanto a gioielli e non ce ne accorgiamo.
Il Vangelo di Matteo parla di «regno dei cieli», che è come dire «regno di Dio»: ed è la terra come Dio lo sogna; il progetto di una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani; una storia finalmente libera da inganno e da violenza; una luce dentro, una forza che penetra la trama segreta della storia, che circola nelle cose, che non sta ferma, che sospinge verso l’alto, come il lievito, come il seme. La vita che riparte. E Dio dentro.

Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli che gettavano le reti in mare. Gesù cammina, ma non vuole farlo da solo, ha bisogno di uomini e anche di donne che gli siano vicini (Luca 8,1-3), che mostrino il volto bello, fiero e luminoso del regno e della sua forza di comunione. E li chiama ad osare, ad essere un po’ folli, come lui.
Passa per tutta la Galilea uno che è il guaritore dell’uomo. Passa uno che sa reincantare la vita. E dietro gli vanno uomini e donne senza doti particolari, e dietro gli andiamo anche noi, annunciatori piccoli affinché grande sia solo l’annuncio. Terra nuova, lungo il mare di Galilea.
E qui sopra di noi, un cielo nuovo. Quel rabbi mi mette a disposizione un tesoro, di vita e di amore, un tesoro che non inganna, che non delude. Lo ascolto e sento che la felicità non è una chimera, è possibile, anzi è vicina.

(Letture: Is 8,23-9,3; Salmo 26; 1 Corinzi 1,10-13.17; Matteo 4,12-23)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-signoree-qui-ma-riusciamoa-distrarci?fbclid=IwAR3dlF-YOLBz9NJmfcikMivCGf1WphPR3v1XaEFVBqboQU2iTb6aGRJ4ytU

Gesù cominciò a predicare e a dire:
convertitevi
perché il regno dei cieli è vicino.

Siamo davanti
al messaggio generativo del Vangelo.
La bella notizia non è «convertitevi»,
la parola nuova e potente sta
in quel piccolo termine «è vicino»:
il regno è vicino, e non lontano;
il cielo è vicino e non perduto;
Dio è vicino, è qui, e non al di là delle stelle.
C’è polline divino nel mondo.
Ci sei immerso.

(Ermes Ronchi)

Gesù cammina lungo il mare e guarda.
E in Simone vede la Roccia.
Guarda, e in Giovanni
indovina il discepolo dalle più belle parole d’amore.

“Signore, io sono l’ultimo dei coraggiosi
eppure pronto a dire:
eccomi, vengo, io ci sto;
sono il primo dei paurosi
ma mi fido della tua parola:
eccomi, io ci sono.
D’ora in avanti qualcosa sarò, Signore,
se la tua grazia fa del mio nulla
qualcosa che serva a qualcuno”.

(Ermes Ronchi)

a DICEMBRE p.Ermes incontra

 

 

Gv 1,29-34

Giovanni vedendo Gesù venire… Poter avere, come lui, occhi di profeta e so che non è impossibile perchè “vi è un pizzico di profeta nei recessi di ogni esistenza umana” (A. J. Heschel); vedere Gesù mentre viene, eternamente incamminato lungo il fiume dei giorni, carico di tutta la lontananza; mentre viene negli occhi dei fratelli uccisi come agnelli; mentre viene lungo il confine tra bene e male dove si gioca il tuo e, in te, il destino del mondo.

Vederlo venire (come ci è stato concesso a Natale) pellegrino dell’eternità, nella polvere dei nostri sentieri, sparpagliato per tutta la terra, rabdomante d’amore dentro l’accampamento umano, da dove non se ne andrà mai più.

Ecco l’agnello, il piccolo del gregge, l’ultimo nato che ha ancora bisogno della madre e si affida al pastore, che vuole crescere con noi e in mezzo a noi. Non è il “leone di Giuda”, che viene a sistemare i malvagi e i prepotenti, ma un piccolo Dio che non può e non vuole far paura a nessuno; che non si impone, ma si propone e domanda solo di essere accolto. Accolto come il racconto della tenerezza di Dio.

Viene e porta la rivoluzione della tenerezza, porta un altro modo possibile di abitare la terra, vivendo una vita libera da inganno e da violenza. “Amatevi, dirà, altrimenti vi distruggerete”, è tutto qui il vangelo.

Ecco l’agnello, inerme e più forte di tutti gli Erodi della terra. Una sfida a viso aperto alla violenza, alla sua logica, al disamore che è la radice di ogni peccato.

Viene l’Agnello di Dio, e porta molto di più del perdono, porta se stesso: Dio nella carne, il cromosoma divino nel nostro DNA, il suo cuore dentro il nostro cuore, respiro dentro il respiro, per sempre.

E toglie il peccato del mondo. Il verbo è al declinato al presente: ecco Colui che instancabilmente, infallibilmente, giorno per giorno, continua a togliere, a raschiare via, adesso ancora, il male dell’uomo.

E in che modo toglie il male? Con la minaccia e il castigo? No, ma con lo stesso metodo vitale, positivo con cui opera nella creazione. Per vincere il buio della notte Dio incomincia a soffiare sulla luce del giorno; per vincere il gelo accende il suo sole; per vincere la steppa semina milioni di semi; per vincere la zizzania del campo si prende cura del buon grano; per demolire la menzogna Lui passa libero, disarmato, amorevole fra le creature.

Il peccato è tolto: nel Vangelo il peccato è presente e tuttavia è assente. Gesù ne parla solo per dirci: è tolto, è perdonabile sempre! E come Lui, il discepolo non condanna, ma annuncia un Dio che dimentica se stesso dietro una pecora smarrita, un bambino, un’adultera. Che muore per loro e tutti li catturerà dentro la sua risurrezione.

: viene a guarire la radice della sua debolezza che chiede all’uomo di sognare insieme cieli nuovi e terra nuova.

L’agnello è un ‘no!’ di fronte al nostro ‘non c’è niente da fare’; un ‘no!’ in faccia al nostro ‘ così va il mondo‘.

Ma per che cosa sarà sacrificato l’Agnello di Dio?

Per pagare a Dio con una morte orrenda un debito dell’uomo? È la vecchia religione dei sacerdoti e del sistema dei sacrifici, che pensavano la salvezza dell’umanità come il pagamento di un debito: sarebbe questa la giustizia di Dio? La giustizia di Dio è misericordia, è rimettere i debiti, abbracciare il figlio prodigo, caricarsi sulle spalle la pecora perduta.

Il mondo non riesce, la terra non ce la fa a fiorire secondo il sogno di Dio; gli uomini non ce la fanno a vivere la vita buona, bella e beata. Allora Gesù viene come agnello, come il piccolo, a portare se stesso, la sua vita dentro la vita dell’uomo, il cuore dentro il cuore, fiato dentro il fiato, per sempre.

Un pareggiare i conti in sospeso tra l’uomo e Dio?

È la nostra piccola idea di giustizia, equilibrio tra dare e avere

a sarà vittima Gesù? Della giustizia di Dio che esige che il peccato sia espiato fino in fondo? E lo fa pagare al figlio?

Tristissima idea di Dio. l’uomo ha un debito con il Padre, è insolvente, e allora lo paga al Padre, al posto nostro, il Figlio. Ma questo farebbe mercato della misericordia di Dio.

Viene e la bella notizia, il suo vangelo è questo: è possibile vivere meglio, per tutti. E chi ne possiede il segreto, le chiavi, è Lui.

 

p. Ermes Ronchi

 

 

 

Commento di p. Ermes Ronchi

 

Vedo, con gli occhi di Giovanni, il venire infaticato di Dio. Viene verso di me “uno che era prima di me”, eternamente incamminato lungo il fiume dei giorni, carico di tutta la lontananza; viene negli occhi dei fratelli uccisi come agnelli, viene lungo il confine tra bene e male dove si gioca il tuo e, in te, il destino del mondo.

L’agnello che toglie il peccato del mondo! Parole liturgiche che quasi non percepiamo più. Un verbo al presente, dove un agnello inerme rappresenta il Dio mite e umile (se ti fa paura non è Lui). Che toglie ‘il’ peccato; non le mille azioni mala­te con cui laceriamo il tessuto del mondo sfilacciandone la bellezza, ma la radice del peccato profondo che inquina tutto. Colui che instancabilmente raschia via il mio peccato di ora e di sempre. Che guarisce! Con il castigo? No, con il bene. Con quella che Francesco chiama “la rivoluzione della tenerezza”; che per vincere la notte soffia sulla luce del giorno, per disarmare la vendetta porge l’altra guancia, per vincere la zizzania del campo si prende cura del buon grano.

E sarà così per tutto il Vangelo: ecco un agnello invece di un leone; una chioccia invece di un’aquila; un bambino come modello del Regno; una piccola gemma di fico, un pizzico di lievito, i due spiccioli della vedova. Ecco l’agnello che ha ancora bisogno della madre; ecco il Dio che non si impone, che non può, non vuole far paura a nessuno.

Ma di che cosa è vittima Gesù?

Dell’ira di Dio che per i nostri peccati esige la morte dell’unico innocente? No, Dio aveva già detto per bocca di Isaia: sono stanco dei tuoi infiniti sacrifici! Io non bevo il sangue dei tuoi a­gnelli, io non mangio la loro carne! (Is. 1, 11).

Dio non vuole la vita del peccatore, dà invece la sua a coloro che gliela tolgono! Gesù è l’ultima vittima della violenza, la quale non sopportava l’uomo che ne era totalmente libero, e quindi ha ucciso l’agnello, il mite, l’uomo della tenerezza.

Giovanni diceva parole folgoranti: “E’ la morte di Dio perché non ci sia più morte”, e la nostra mente può solo affacciarsi ai bordi di questo abisso.

Nel Vangelo il peccato è presente e tuttavia è assente; Gesù ne parla solo per dirci: è tolto, è perdonabile sempre! E come Lui, il cristiano non condanna, ma annuncia il Dio che si dimentica di sé dietro una pecora smarrita, un bambino, un’adultera. Che muore per loro e per loro risorge!

Il peccato è non accettare l’umiltà di Dio, quest’ombra sul Suo volto che Gesù è venuto a togliere perché il velo ne celava e oscurava la bellezza.

L’ agnello! L’ultimo nato del gregge; non il giudice supremo, ma il piccolo animale dei sacrifici.

Ecco vi mando come agnelli… vi mando a togliere, con mitezza, il male.

Un Dio inerme, eppure più grande di ogni Erode.

La strada dell’agnello, maestra di felicità.

 

 

II dopo Natale Gv 1,1-18 (p. Ermes Ronchi)

Giovanni, unico tra gli evangelisti, comincia il Vangelo non con un racconto, ma con un canto che ci chiama a volare alto, un volo d’aquila che proietta Gesù di Nazaret verso i confini del cosmo e del tempo.
In principio era il Verbo e il Verbo era Dio. In principio, bereshit, prima parola della Bibbia. Un inizio grandioso, che ci può apparire un mito. Ma poi il volo dell’aquila plana fra le tende dell’accampamento umano: e venne ad abitare, letteralmente piantò la sua tenda in mezzo a noi (14).
Poi Giovanni apre di nuovo le ali e si lancia verso l’origine delle cose che esistono: tutto è stato fatto per mezzo di Lui (3). Nulla di nulla senza di lui. ‘In principio’, ‘tutto’, ‘nulla’, ‘Dio’, parole assolute, che ci mettono in rapporto con la totalità e con l’eternità, con Dio e con tutte le creature del cosmo, interconnessione.
Senza di di lui nulla di ciò che esiste è stato fatto. Non solo gli esseri umani, ma il filo d’erba e la pietra e il pappagallo verde, tutto è stato plasmato dalle sue mani. “ Nel cuore della pietra Dio sogna il suo sogno e di vita la pietra si riveste” (Vannucci).
Ogni cosa creata è una carezza di Dio, un messaggio di Dio per noi.
E nessuno potrà più dire: qui finisce la terra, qui comincia il cielo, perché ormai terra e cielo si sono abbracciati. E nessuno potrà dire: qui finisce l’uomo, qui comincia Dio, perché creatore e creatura si sono abbracciati e, almeno in quel bambino, uomo e Dio sono una cosa sola. Almeno a Betlemme.
“Gesù è il racconto della tenerezza del Padre” (Evangelii Gaudium), per questo penso che la traduzione, libera ma vera, dei primi versetti del Vangelo di Giovanni, dovrebbe suonare pressappoco così, cambiando Verbo, logos, parola così:
“In principio era la tenerezza,
e la tenerezza era presso Dio, e la tenerezza era Dio…
e tutto è stato fatto per mezzo della tenerezza,
e senza tenerezza nulla è stato fatto di ciò che esiste…
e la tenerezza carne si è fatta
ed ha messo la sua tenda in mezzo a noi”.
E ci assicura che un’onda affettuosa viene a battere sulle rive della nostra esistenza, che siamo da forze buone miracolosamente avvolti, che siamo raggiunti da una sorgente buona che ci alimenta, che non verrà mai meno, a cui possiamo sempre attingere, che in gioco nella nostra vita c’è una vita più grande di noi. Gesù entra nel mondo e porta la vita stessa di Dio in noi. Ecco la vertigine: la vita stessa di Dio in noi. Questa è la profondità ultima del Natale.

In Lui era la vita, nella tenerezza era la vita… Cristo non è venuto a portarci una nuova teoria religiosa, non ci ha lasciato nessun sistema di pensiero. Ci ha comunicato vita. Sono venuto perché abbiate la vita in abbondanza (Gv 10,10). Ha detto amatevi, altrimenti vi distruggerete.
Gesù non ha mai compiuto un miracolo per punire, per intimidire, per castigare qualcuno. I suoi sono sempre segni che guariscono la vita, la accrescono, la sfamano, la fanno fiorire in tutte le sue forme.

E la vita era la luce degli uomini. Una cosa enorme: La vita stessa è luce.
La vita è come una grande parabola che racconta di Dio. Il vangelo ci insegna a sorprendere parabole nella vita, a sorprendere perfino nelle pozzanghere della vita il riflesso del cielo. Ci dà la coscienza che noi stessi siamo parabole, icone di Dio. Che chi ha la sapienza del vivere, ha la sapienza di Dio. Chi ha passato anche un’ora soltanto ad ascoltare e ad addossarsi il pianto di una vita è più vicino al mistero di Dio di chi ha letto tutti i libri e sa tutte le parole.
Amare la vita perché è come una spugna imbevuta, riempita di Dio.
Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo.
Ogni uomo, ogni uomo, ogni uomo è illuminato, tutti, nessuno escluso, nessuno privo di quella luce, che è come una lampada che non si spegne, un sole nella notte.
La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno vinta! Le tenebre non hanno vinto la luce. Non la vincono mai. Le tenebre non sconfiggono la luce. Ripetiamolo a noi e agli altri, in questo mondo duro: le tenebre non vincono.

Venne fra i suoi ma i suoi non l’hanno accolto.
Dio non si merita, si accoglie.
Facendogli spazio in te, come una donna fa spazio al figlio che accoglie in grembo. Dandogli cuore e tempo.
Accogliere: parola bella che sa di porte che si aprono, di mani che accettano doni, di cuori che fanno spazio alla vita, si accoglie solo ciò che da gioia.
Nel matrimonio gli sposi si dicono l’uno all’altro questa parola evangelica: io accolgo te, ti accolgo come il regalo più bello della mia vita, tu sei il dono della gioia per i miei giorni…
A quanti l’hanno accolto ha dato il potere… Figli sono quelli che devono crescere, quelli che hanno un padre accanto
Io non sono ancora e mai il Cristo
ma io sono questa infinita possibilità.
Dopo il suo Natale è ora il tempo del mio Natale: Cristo nasce perché io nasca. Nasca nuovo e diverso. La sua nascita vuole la mia nascita. Gesù Cristo può essere nato 2020 volte a Betlemme, ma se non nasce in me, è nato invano.
Sta a noi come i Magi domani camminare cercare dietro una stella. E forse ringraziare oggi chi ci ha aiutato a viaggiare verso Dio, chi è stato per noi come una stella: un libro, un prete, un amico, una mamma.
Cerchi luce? Ama la vita, prenditene cura affinché Lui venga ancora ad abitare in mezzo a noi! Amala, con i suoi turbini e le sue tempeste ma anche con il suo sole e i suoi fiori appena nati, in tutte le Betlemme del mondo. Amala! E’ la tenda del Verbo. La tenda che sta in mezzo a noi.

Mio Dio, mio Dio Bambino / povero come l’amore / piccolo come un piccolo d’uomo / umile come la paglia dove sei nato. / Mio piccolo Dio / ruvido di terra e fremente di luce / che impari a vivere questa nostra stessa vita / che domandi attenzione e protezione / mio Dio incapace di difenderti / e di aggredire e di fare del male / mio Dio che vivi soltanto se sei amato / che altro non sai fare che amare / e domandare amore, / insegnami che non c’è altro senso / altro destino che diventare come Te.

 

 

EPIFANIA DEL SIGNORE 2020
Mt 2, 1-12

A Natale è Dio che cerca l’uomo, all’Epifania è l’uomo che cerca Dio.
I re Magi sono l’anima eterna dell’uomo che cerca, il cammino dei discepoli imperfetti e mai arresi.

Domandiamo oggi al Signore, come i Magi il dono di una stella: illumina le nostre vite Signore
– il dono di saper alzare gli occhi, come dice il profeta, per guardare lontano;
– il coraggio di ripartire ogni volta che ci siamo persi o fermati, come i Magi;
– la creatività di tentare strade nuove, custodendo una stella in fondo al cuore

Omelia
Epifania. Festa dei cercatori di Dio. Perché Dio è sempre da scoprire. Se c’è una cosa che può offendere Dio, è quella di pensare, da parte nostra, di conoscerlo, e di rinchiuderlo dentro le nostre parole.
E dove trovano Dio i Magi? non nei re o nei sommi sacerdoti, ma nell’ultimo di tutti gli uomini, l’ultimo: trovarono un bambino in braccio a sua madre e lo adorarono. E dopo aver fatto il giro di tutto l’Oriente, dopo aver indagato gli universi, si fermano davanti a un bambino. La scoperta è lì. Una cosa enorme.
Il primo gesto di noi cercatori lo indica Isaia: “Alza il capo e guarda”. Due verbi bellissimi: alzare il capo, guardare in alto e attorno, sollevare gli occhi dal piccolo, aprire le finestre di casa al grande respiro del mondo. Resta con i piedi per terra, ma con occhi nel cielo; segui non le paure, ma la speranza
Alza il capo e guarda, cerca un angolo di cielo e poi da lassù interpreta la vita, ma guardandola dall’alto, da obiettivi alti e chiari. Da una stella.
Il secondo gesto della ricerca: partire, non restare fermi, immobili, il peggio che ci possa capitare; Dio è una forza che fa partire, i Magi attraversano deserti e città, e non vanno di teoria in teoria, di libro in libro, camminano e parlano con persone: siamo noi le sillabe della parola di Dio, siamo la sua Epifania, in ognuno Dio ha seminato un frammento di stella cometa.
Partire, non come gli scribi di Gerusalemme, che sapevano tutto, “a Betlemme deve nascere”, sapevano ma non credevano. Bene nel loro ruolo di studiosi, di teologi, male con il compito di chi ha fede e gli brucia il cuore. Si può fare teologia senza fede, senza passione per Dio.
Il terzo passo è il ritmo della carovana. La tradizione parla di tre re magi, ma il vangelo dice ‘alcuni magi’: una piccola comunità, un gruppo: camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l’uno all’altro. Fissando il cielo e fissando gli occhi di chi cammina a fianco, capaci di rallentare il passo sulla misura dell’altro, di porgere il braccio a chi fa più fatica. Ecco, il terzo passo. Mai da soli, mai senza l’altro.
Il quarto passo è il più sorprendente. Il cammino dei magi è pieno di errori: vanno a Gerusalemme anziché a Betlemme; chiedono del bambino a un assassino di bambini; cercano una reggia e trovano una povera casa. Perdono la stella ma non si arrendono. Hanno l’infinita pazienza di ricominciare. Il dramma dell’uomo non è sbagliare o cadere, è arrendersi. Si può cadere sette volte, ma rialzarsi otto volte.
E poi l’atto finale: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono i loro doni.
Il dono più prezioso che i Magi portano non è l’oro, è il loro stesso viaggio. Il dono senza prezzo sono i mesi e mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un desiderio più forte di deserti e fatiche.
Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui.
Ecco il dono da offrirgli.
Dio ha sete della nostra sete.
Ecco dove sta il nostro regalo più grande.
P. Turoldo canta: Magi, voi siete i santi più nostri!
Nostri perché lontani, come lo sono io da Dio, ma incamminati;
nostri perché mostrano che si può arrivare a Lui per mille strade, non ce n’è una sola;
mostrano che ognuno ha la sua strada, ce l’ha anche chi, come loro, non conosce e non legge la bibbia.
Nostri i Magi perché la ricerca finisce in una casa, una delle nostre case. Dove nasce il cristianesimo? In una casa.
La stella si posa sulla nostra vita semplice, sul nostro quotidiano. Una stella c’è su ognuna delle nostre case, su ogni famiglia c’è la grazia:
ed entrati videro il Bambino e sua Madre e lo adorarono.
E adorano un bambino. C’è qui una lezione misteriosa:
non adorano l’Uomo della Croce, non il Risorto glorioso,
non un uomo saggio dalle parole di luce,
non un giovane nel pieno del suo vigore,
semplicemente un bambino in braccio a sua madre.
È sulla terra la cosa più vicina a Dio:
non solo Dio è come noi,
non solo è il Dio-con-noi,
ma è un Dio piccolo fra noi.
E di lui non puoi avere paura,
e da un bambino che ami non ce la fai ad allontanarti.
Un bambino non si impone, si propone, chiede aiuto: ti aiuterò Signore…
Infine vorrei rovesciare le parole di Erode ai Magi: Informatevi con cura del Bambino e quando lo avrete trovato fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo!
Erode è l’uccisore di sogni. Erode è dentro di noi, è quel cinismo, quel disprezzo, quelle paure, la superficialità che in noi distruggono progetti e speranze.
Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a ciascuno di voi. qui: tu, hai trovato il Bambino?
Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, cerca nel Vangelo, nella stella e nella parola, cerca nelle persone e in fondo alla speranza;
cerca ancora con cura, e poi fammelo sapere, perché venga anch’io ad adorarlo.
fammelo sentire vivo e vero questo Dio piccolo fra noi,
fammelo sentire vicino, Dio, così che anche io lo possa percepire
Aiutiamoci a trovarlo e andiamo ciascuno con i suoi piccoli doni,
andiamo con un po’ d’amore, umile e testardo come il battito del cuore,

Il tesoro che ti dono è la mia vita, Signore,
e che sia semplice e dritta come un flauto
perché tu la possa riempire, riempire con la tua musica.
La mia vita, Signore, ti dono
e sia argilla tenera fra le tue mani
perché tu possa darle forma, la forma che vorrai.
La mia vita ti dono, Signore,
come un seme libero nel vento
perché tu possa seminarlo dove vorrai,
e possa fiorire per i fratelli e per te. Amen

Preghiera
Oro incenso e mirra portano i Magi,
non fiori, giocattoli o dolciumi,
l’oro della nostra obbedienza,
l’incenso della nostra adorazione,
la mirra delle angosce, delle delusioni.
Il prezioso, il sublime e l’austero,
il nobile, il divino e il tragico,
in quel Bambino c’è tutto questo.
E io Signore, io che vengo da lontano,
io che ho percorso strade difficili e talvolta sbagliate
quale dono posso offrirti?
Il tesoro che ti dono è la mia vita, Signore,
e che sia semplice e dritta come un flauto
perché tu la possa riempire, riempire con la tua musica.
La mia vita, Signore, ti dono
e sia argilla tenera fra le tue mani
perché tu possa darle forma, la forma che vorrai.
La mia vita ti dono, Signore,
come un seme libero nel vento
perché tu possa seminarlo dove vorrai,
e possa fiorire per i fratelli e per te. Amen

Andiamo in pace e speranza, custodendo una stella in fondo al cuore.
Per tracciare lunghi e diritti i solchi della vita, legare il timone dell’aratro ad una stella.

Per me l’Epifania è una festa di speranza. Speranza: è la testarda fedeltà all’idea che, nonostante tutte le smentite, la storia sia un cammino di salvezza; che Erode può tentare di opporsi alla storia di Dio, ma può solo rallentarne la corsa per un momento, tutti i suoi soldati non riusciranno a bloccare la storia dell’amore inerme.

Strade nuove di fra Davide Montagna
Cercatore verace di Dio
è solo chi inciampa
su di una stella,
scambia incenso ed oro
con un ridente cuore
di bimbo
e, tentando strade nuove,
si smarrisce nel pulviscolo
magico del deserto…

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

II Domenica dopo Natale – Anno A – 2020

Icone di Dio: c’è santità e luce in ogni vita

Vangelo – (Giovanni 1,1-18)

In principio era il Verbo,

e il Verbo era presso Dio

e il Verbo era Dio.

Egli era, in principio, presso Dio:

tutto è stato fatto per mezzo di lui

e senza di lui nulla è stato fatto

di ciò che esiste. […]

Vangelo immenso, un volo d’aquila che ci impedisce piccoli pensieri, che opera come uno sfondamento verso l’eterno: verso «l’in principio» (in principio era il Verbo) e il «per sempre». E ci assicura che un’onda immensa viene a battere sui promontori della nostra esistenza (e il Verbo si fece carne), che siamo raggiunti da un flusso che ci alimenta, che non verrà mai meno, a cui possiamo sempre attingere, che in gioco nella nostra vita c’è una forza più grande di noi. Che un frammento di Logos, di Verbo, ha messo la sua tenda in ogni carne, qualcosa di Dio è in ogni uomo.

C’è santità e luce in ogni vita. E nessuno potrà più dire: qui finisce la terra, qui comincia il cielo, perché ormai terra e cielo si sono abbracciati. E nessuno potrà dire: qui finisce l’uomo, qui comincia Dio, perché creatore e creatura si sono abbracciati e, almeno in quel neonato, uomo e Dio sono una cosa sola. Almeno a Betlemme. «Gesù è il racconto della tenerezza del Padre» (Evangelii gaudium), per questo penso che la traduzione, libera ma vera, dei primi versetti del Vangelo di Giovanni, possa suonare pressappoco così: «In principio era la tenerezza, e la tenerezza era presso Dio, e la tenerezza era Dio… e la tenerezza carne si è fatta e ha messo la sua tenda in mezzo a noi».

Il grande miracolo è che Dio non plasma più l’uomo con polvere del suolo, dall’esterno, come fu in principio, ma si fa lui stesso, teneramente, polvere plasmata, bambino di Betlemme e carne universale.

A quanti l’hanno accolto ha dato il potere… Notiamo la parola: il potere, non solo la possibilità o l’opportunità di diventare figli, ma un potere, una energia, una vitalità, una potenza di umanità capace di sconfinare. «Dio non considera i nostri pensieri, ma prende le nostre speranze e attese, e le porta avanti» (Giovanni Vannucci).

Nella tenerezza era la vita, e la vita era la luce degli uomini. Una cosa enorme: la vita stessa è luce. La vita vista come una grande parabola che racconta Dio; un Vangelo che ci insegna a sorprendere parabole nella vita, a sorprendere perfino nelle pozzanghere della terra il riflesso del cielo. Ci dà la coscienza che noi stessi siamo parabole, icone di Dio. Che chi ha la sapienza del vivere, ha la sapienza di Dio. Chi ha passato anche un’ora soltanto ad ascoltare e ad addossarsi il pianto di una vita è più vicino al mistero di Dio di chi ha letto tutti i libri e sa tutte le parole.

Da Natale, da dove l’infinitamente grande si fa infinitamente piccolo, i cristiani cominciano a contare gli anni, a raccontare la storia. Questo è il nodo vivo del tempo, che segna un prima e un dopo. Attorno ad esso danzano i secoli e tutta la mia vita.

(Letture: Siracide 24,1-4.12-16; Salmo 147; Efesini 1,3-6.15-18; Giovanni 1,1-18)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/icone-di-dio-c-e-santitae-luce-in-ogni-vita

Il grande miracolo@SrIvanaR

Il grande miracolo è che Dio
non plasma più l’uomo
con polvere del suolo,
dall’esterno,
come fu in principio,
ma si fa lui stesso,
teneramente,
polvere plasmata,
bambino di Betlemme
e carne universale.

(Ermes Ronchi)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/icone-di-dio-c-e-santitae-luce-in-ogni-vita

 

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Epifania del Signore – anno A –
Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio – Ermes Ronchi

E adorarono un Bambino@SrIvanaR

“E adorano un bambino”
C’è qui una lezione misteriosa:
non adorano l’Uomo della Croce,
non il Risorto glorioso,
non un uomo saggio dalle parole di luce,
non un giovane nel pieno del suo vigore,
semplicemente un bambino
in braccio a sua madre.
È sulla terra la cosa più vicina a Dio:
non solo Dio è come noi,
non solo è il Dio-con-noi,
ma è un Dio piccolo fra noi.
E di lui non puoi avere paura,
e da lui non ce la fai ad allontanarti,
lui che fa leva solo sulla tua bontà.

(Ermes Ronchi)
https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-dono-piu-prezioso-dei-magi-il-loro-stesso-viaggio

angeli 2020

Ermes Ronchi – Natale 2019 – Preghiera
Mio Dio, mio Dio bambin@SrIvanaR
Mio Dio, mio Dio bambino,
povero come l’amore,
piccolo come un piccolo d’uomo,
umile come la paglia dove sei nato,
mio piccolo Dio che impari a vivere
questa nostra stessa vita,
che domandi affetto e protezione.
Mio Dio incapace di aggredire e di fare del male,
che vivi soltanto se sei amato,
insegnami che non c’è altro senso per noi,
non c’è altro destino che diventare come Te,
carne intrisa di cielo, sillaba di Dio,
come te che cingi per sempre in un abbraccio
ogni tua creatura malata di solitudine. Amen

( Ermes Ronchi – Natale 2019 )
Dal Commento – S. Messa del giorno

Il  Vangelo  a cura di Ermes Ronchi

Santa Famiglia – Anno A – 2019

Giuseppe, un padre concreto e sognatore

 Vangelo – (Matteo 2,13-15.19-23)

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». […]

Il Vangelo racconta di una famiglia guidata da un sogno. Oggi noi, a distanza, vediamo che il personaggio importante di quelle notti non è Erode il Grande, non è suo figlio Archelao, ma un uomo silenzioso e coraggioso, concreto e sognatore: Giuseppe, il disarmato che è più forte di ogni Erode. E che cosa fa Giuseppe? Sogna, stringe a sé la sua famiglia, e si mette in cammino.

Tre azioni: seguire un sogno, andare e custodire. Tre verbi decisivi per ogni famiglia e per ogni individuo; di più, per le sorti del mondo. Sognare è il primo verbo. È il verbo di chi non si accontenta del mondo così com’è. Un granello di sogno, caduto dentro gli ingranaggi duri della storia, è sufficiente a modificarne il corso. Giuseppe nel suo sogno non vede immagini, ascolta parole, è un sogno di parole. È quello che è concesso a ciascuno di noi, noi tutti abbiamo il Vangelo che ci abita con il suo sogno di cieli nuovi e terra nuova.

Nel Vangelo Giuseppe sogna quattro volte (l’uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio) ma ogni volta l’angelo porta un annunzio parziale, ogni volta una profezia breve, troppo breve; eppure per partire e ripartire, Giuseppe non pretende di avere tutto l’orizzonte chiaro davanti a sé, ma solo tanta luce quanta ne basta al primo passo, tanto coraggio quanto serve alla prima notte, tanta forza quanta basta per cominciare.

Andare, è la seconda azione. Ciò che Dio indica, però, è davvero poco, indica la direzione verso cui fuggire, solo la direzione; poi devono subentrare la libertà e l’intelligenza dell’uomo, la creatività e la tenacia di Giuseppe. Tocca a noi studiare scelte, strategie, itinerari, riposi, misurare la fatica. Il Signore non offre mai un prontuario di regole per la vita sociale o individuale, lui accende obbiettivi e il cuore, poi ti affida alla tua libertà e alla tua intelligenza.

Il terzo verbo è custodire, prendere con sé, stringere a sé, proteggere. Abbiamo il racconto di un padre, una madre e un figlio: le sorti del mondo si decidono dentro una famiglia. È successo allora e succede sempre. Dentro gli affetti, dentro lo stringersi amoroso delle vite, nell’umile coraggio di una, di tante, di infinite creature innamorate e silenziose. «Compito supremo di ogni vita è custodire delle vite con la propria vita» (Elias Canetti), senza contare fatiche e senza accumulare rimpianti.

Allora vedo Vangelo di Dio quando vedo un uomo e una donna che prendono su di sé la vita dei loro piccoli; è Vangelo di Dio ogni uomo e ogni donna che camminano insieme, dietro a un sogno. Ed è Parola di Dio colui che oggi mi affianca nel cammino, è grazia di Dio che comincia e ricomincia sempre dal volto di chi mi ama.

(Letture: Siracide 3, 3-7.14-17; Salmo 127; Colossesi 3,12-21; Matteo 2,13-15.19-23)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/giuseppe-un-padre-concretoe-sognatore

“Egli si alzò, nella notte,

prese il bambino e sua madre

e si rifugiò in Egitto”  

(Matteo 2,13-15.19-23)

… vedo Vangelo di Dio quando

vedo un uomo e una donna

che prendono su di sé la vita dei loro piccoli;

è Vangelo di Dio ogni uomo e ogni donna

che camminano insieme, dietro a un sogno.

Ed è Parola di Dio colui

che oggi mi affianca nel cammino,

è grazia di Dio che

comincia e ricomincia sempre

dal volto di chi mi ama.

(Ermes Ronchi)

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Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

IV Dom. di Avvento – anno A – 2019

San Giuseppe uomo giusto con gli stessi sogni di Dio

Vangelo – (Matteo 1, 18-24)

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». (…)

Tra i custodi dell’attesa è il momento di Giuseppe, uomo dei sogni e delle mani callose, l’ultimo patriarca dell’antico Israele, sigillo di una storia gravida di contraddizioni e di promesse: la sua casa e i suoi sogni narrano una storia d’amore, i suoi dubbi e il cuore ferito raccontano un’umanissima storia di attese e di crisi.

Prima che andassero a vivere insieme, Maria si trovò incinta… Allora Giuseppe pensò di ripudiarla in segreto. Di nascosto. È l’unico modo che ha trovato per salvare Maria dal rischio della lapidazione, perché la ama, lei gli ha occupato la vita, il cuore, perfino i sogni.

Da chi ha imparato Gesù ad opporsi alla legge antica, a mettere la persona prima delle regole, se non sentendo raccontare da Giuseppe la storia di quell’amore che lo ha fatto nascere (l’amore è sempre un po’ fuorilegge…), la storia di un escamotage pensato per sottrarre la madre alla lapidazione? Come ha imparato Gesù a scegliere il termine di casa “abbà”, quella sua parola da bambini, così identitaria ed esclusiva, se non davanti a quell’uomo dagli occhi e dal cuore profondi? Chiamando Giuseppe “abbà”, papà, ha imparato che cosa evochi quel nome dolce e fortissimo, come sia rivelazione del volto d’amore di Dio.

Giuseppe che non parla mai, di cui il vangelo non ricorda neppure una parola, uomo silenzioso e coraggioso, concreto e libero, sognatore: le sorti del mondo sono affidate ai suoi sogni. Perché l’uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio. Ci vuole coraggio per sognare, non solo fantasia. Significa non accontentarsi del mondo così com’è. La materia di cui sono fatti i sogni è la speranza (Shakespeare).

Il Vangelo riporta ben quattro sogni di Giuseppe, sogni di parole. E ogni volta si tratta di un annunzio parziale, incompleto (prendi il bambino e sua madre e fuggi…) ogni volta una profezia breve, troppo breve, senza un orizzonte chiaro, senza la data del ritorno. Eppure sufficiente per stringere a sé la madre e il bambino, per mettersi in viaggio verso l’Egitto e poi per riprendere la strada di casa. È la via imperfetta dei giusti e perfino dei profeti, anzi di ogni credente:

Guidami Tu, Luce gentile,
attraverso il buio che mi circonda,
sii Tu a condurmi!
La notte è oscura
e sono lontano da casa,
sii Tu a condurmi!
Sostieni i miei piedi vacillanti:
io non chiedo di vedere
ciò che mi attende all’orizzonte,
un passo solo mi sarà sufficiente
(cardinale John Henry Newman).

Anche noi avremo tanta luce quanta ne basta a un solo passo, e poi la luce si rinnoverà, come i sogni di Giuseppe. Avremo tanto coraggio quanto ne serve ad affrontare la prima notte. Poi il coraggio si rinnoverà, come gli angeli del giusto Giuseppe.

(Letture: Isaia 7,10-14; Salmo 23; Romani 1, 1-7; Matteo 1, 18-24)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/san-giusppeuomo-giustocon-gli-stessisogni-di-dio

 

Tra i custodi dell’attesa è il momento di Giuseppe,

uomo dei sogni e delle mani callose,

l’ultimo patriarca dell’antico Israele,

sigillo di una storia gravida di contraddizioni e di promesse:

la sua casa e i suoi sogni narrano una storia d’amore,

i suoi dubbi e il cuore ferito raccontano

un’umanissima storia di attese e di crisi.

“Prima che andassero a vivere insieme, Maria si trovò incinta…”

(Ermes Ronchi)

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Il mondo ha bisogno di credenti credibili

III Domenica di Avvento – Anno A – 2019

 Vangelo – (Matteo 11,2-11)

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». […]

Sei tu, o ci siamo sbagliati? Giovanni, il profeta granitico, il più grande, non capisce. Troppo diverso quel cugino di Nazaret da ciò che la gente, e lui per primo, si aspettano dal Messia. Dov’è la scure tagliente? E il fuoco per bruciare i corrotti? Il dubbio però non toglie nulla alla grandezza di Giovanni e alla stima che Gesù ha per lui. Perché non esiste una fede che non allevi dei dubbi: io credo e dubito al tempo stesso, e Dio gode che io mi ponga e gli ponga domande. Io credo e non credo, e lui si fida. Sei tu? Ma se anche dovessi aspettare ancora, sappi che io non mi arrendo, continuerò ad attendere.

La risposta di Gesù non è una affermazione assertiva, non pronuncia un “sì” o un “no”, prendere o lasciare. Lui non ha mai indottrinato nessuno. La sua pedagogia consiste nel far nascere in ciascuno risposte libere e coinvolgenti. Infatti dice: guardate, osservate, aprite lo sguardo; ascoltate, fate attenzione, tendete l’orecchio.

Rimane la vecchia realtà, eppure nasce qualcosa di nuovo; si fa strada, dentro i vecchi discorsi, una parola ancora inaudita. Dio crea storia partendo non da una legge, fosse pure la migliore, non da pratiche religiose, ma dall’ascolto del dolore della gente: ciechi, storpi, sordi, lebbrosi guariscono, ritornano uomini pieni, totali. Dio comincia dagli ultimi.

È vero, è una questione di germogli. Per qualche cieco guarito, legioni d’altri sono rimasti nella notte. È una questione di lievito, un pizzico nella pasta; eppure quei piccoli segni possono bastare a farci credere che il mondo non è un malato inguaribile.

Gesù non ha mai promesso di risolvere i problemi della terra con un pacchetto di miracoli. L’ha fatto con l’Incarnazione, perdendo se stesso in mezzo al dolore dell’uomo, intrecciando il suo respiro con il nostro. E poi ha detto: voi farete miracoli più grandi dei miei. Se vi impastate con i dolenti della terra.

Io ho visto uomini e donne compiere miracoli. Molte volte e in molti modi. Li ho visti, e qualche volta ho anche pianto di gioia.

La fede è fatta di due cose: di occhi che sanno vedere il sogno di Dio, e di mani operose come quelle del contadino che «aspetta il prezioso frutto della terra» (Giacomo 5,7). È fatta di uno stupore, come un innamoramento per un mondo nuovo possibile, e poi di mani callose che si prendono cura di volti e nomi; lo fanno con fatica, ma «fino a che c’è fatica c’è speranza» (Lorenzo Milani).

Cosa siete andati a vedere nel deserto? Un bravo oratore? Un trascinatore di folle? No, Giovanni è uno che dice ciò che è, ed è ciò che dice; in lui messaggio e messaggero coincidono. Questo è il solo miracolo di cui la terra ha bisogno, di credenti credibili.

(Letture: Isaia 35,1-6.8.10; Salmo 145; Giacomo 5,7-10; Matteo 11,2-11)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-mondoha-bisognodi-credenti-credibili

II Avvento e Immacolata 2019

 

Domenica degli inizi, delle cose nuove, di un Dio che non desiste e non ci molla.

Domenica che è come una scossa, un bagliore di speranza dentro il giro lento dei giorni.

Il Vangelo ci mette davanti al più grande atto di fede di Dio nell’uomo.

Adamo ed Eva non si erano fidati di Dio, pensavano che li stesse imbrogliando, negando loro il meglio, cioè diventare come Dio, dominare l’universo: si era lacerata l’alleanza. Lui ha provato a ricucire, molte volte. E “Un giorno, Dio sempre così originale e spiazzante nelle sue trovate, rovescerà in questo modo la questione: l’uomo e la donna non si sono fidati di Dio? Ebbene Dio si fiderà di loro, inventandosi l’Incarnazione.

Si fiderà a tal punto da consegnarsi nelle loro mani inerme, vulnerabile, bisognoso e incapace di tutto, un bimbetto che piange. Si fida, e Miriam, la ragazzina, dice sì e impara a fare la madre” (M. Marcolini).

E Giuseppe, l’uomo innamorato e ferito da dubbi si fida e si mette a servizio di quei due, con le sue mani callose e con i suoi sogni.

Il filo che rammenda lo strappo nella trama d’amore tra Dio e l’uomo si chiama fiducia.

Noi eravamo persi. Non riuscivamo a trovare Dio, ci abbiamo provato con patriarchi, re, profeti, matriarche, ma ci siamo persi, non si trovava la strada giusta.

Succede come quando il navigatore ti molla, in auto, in mezzo al nulla, o a un labirinto di orme e di stradine, vado a destra o a sinistra?… Sono inutili le spiegazioni che chiedi al telefono, a uno lontano, magari a quello che stai andando a trovare. Non vi capite. L’unica soluzione è che venga lui a recuperarti.

Così con noi, è stato Dio a prendere in mano la situazione, è come se dicesse: ho capito che non ce la fate, fermi, restate lì dove siete, vengo io, vi raggiungo io. Ed è l’Incarnazione! Una storia piena di inizi, di novità.

E sceglie una ragazzina, in un paese di grotte, e gli manda l’angelo migliore che ha, Gabriele.

Che vola via dal tempio, sbatte le ali sulla non-fede di Zaccaria, che senza prove non crede che avrà un figlio, alla età sua e della moglie.

L’angelo vola via dalle spianata immensa del tempio e atterra in un monolocale, una mezza grotta con un muretto a secco davanti, in un paese sconosciuto alla bibbia.

Straordinario e sorprendente viaggio: dal sacerdote ad una laica,

dall’anziano a una adolescente,

dalla Città santa a un villaggetto polveroso, nella meticcia Galilea,

dai candelabri d’oro del tempio a una cucina fra pentole e telai,

dal sacro al quotidiano.

Il cristianesimo non inizia al tempio, ma in una casa.

L’angelo Gabriele entrò da lei.

È la prima volta che Dio si rivolge ad una donna nella bibbia.

La prima volta che un angelo saluta una donna, non si faceva, non si salutavano le donne. E che saluto: Rallegrati, gioisci, sii felice. Non le dice: fai questo o quello, inginocchiati, prega, vai o resta. Semplicemente apriti alla gioia come una porta che si spalanca al sole.

Dio è con te. Una espressione forte, che avrebbe dovuto mettere in guardia la ragazza, perché quando Dio dice queste parole, io sono con te, accade che sta affidando a quella persona un compito bellissimo ma arduo (R Virgili), bello ma difficile, come a Mosè a Gedeone.

Maria, avrai un figlio, tuo e di Dio, di terra e di cielo.

Gli darai nome Gesù. E’ la prima volta: nella bibbia mai madre aveva il diritto di dare il nome al figlio, solo il padre.

Ma la ragazza, pronta, intelligente e matura, non si nasconde, dialoga, obbietta, argomenta: spiegami, dimmi come avverrà questo.

E l’angelo: ma è l’infinito che si fa una goccia di sangue, l’immenso che si comprime nel tuo utero, che cosa importa il come! È la luce generante che entra e si aggrappa al tuo grembo buio. Che importa come avverrà?

E tuttavia Gabriele riprende a spiegare l’inspiegabile, a rassicurala, parla di Spirito Santo come all’origine dell’universo, di una nuvola sulla tenda come nel deserto, la invita a pensare in grande, più in grande che può. Fidati, sarà Dio a trovare il come. L’ha trovato anche per Elisabetta. Gabriele fa risuonare anche la voce calda del libro della vita e degli affetti.

L’angelo ha dato l’annuncio, e ora aspetta. Il quel momento tutto l’universo si è fermato, scrive san Bernardo, il fiume ha smesso di scorrere, gli agnelli hanno alzato la testa dal prato, gli uccelli si sono fermati in mezzo al cielo, l’aria si è fatta immobile, in attesa della risposta di Maria.

Noi, io, cosa avremmo risposto? Lasciami pensare, ci dormo sopra stanotte; ne parlo con il mio direttore spirituale, o con il mio psicoterapeuta o almeno con mio marito. Un giorno soltanto.

Invece la ragazzina, forse quattordici anni, in piena incoscienza, dice:

sì, io ci sono, io ci sto, io non scappo.

E se noi siamo qui oggi, se io vi sto parlando, se abbiamo qualche volta ritrovato speranza, se abbiamo avviato cammini interiori, è per quel sì di una adolescente (P. Curtaz).

Per quel sì siamo qui noi, oggi, tutti debitori a lei.

Se possiamo dirci cristiani è per la fede e il coraggio, per la libertà e lo slancio, di quella ragazzina galilea, appena donna, appena sposa.

Ha detto: sì, sono la serva del Signore. Nella bibbia la serva non è “la domestica, la donna di servizio”. Serva del re è la regina, la seconda dopo il re, la prima collaboratrice: Tu sei il Dio dell’alleanza, e io tua alleata, il tuo progetto sarà il mio, la tua storia la mia storia.

Sono la serva, sono l’alleata del Signore delle alleanze.

Invece del vittimismo vecchio di Adamo, invece del dare sempre la colpa agli altri, invece di guardare a tutto ciò che si è rovinato nella nostra vita, a tutte le cose mancate o interrotte, proviamo a dire “sì”, ad allearci con il Dio che fa alleanza con tutto ciò che vive, a fare della nostra vita un “sì”, uno sgorgare, uno sprigionarsi di alleanze, a benedizione del mondo.

Come quello di Maria, anche il nostro “sì” al progetto di Dio può cambiare la storia; anche noi possiamo segnare nascite sul libro della vita, tracciare alleanze sul calendario della storia.

Non temere, nulla è impossibile a Dio.

E’ possibile che una Vergine generi;

che la Parola torni dall’esilio

e si faccia vagito di neonato;

che dentro il buio di un grembo venga la luce vera.

E’ possibile che la donna peccatrice non venga lapidata ma perdonata; che Lazzaro esca dopo tre giorni dalla tomba e le sue bende siano intrise delle lacrime di Dio; è possibile che il Figlio prodigo sia accolto con una festa. E’ possibile l’impossibile: porgere l’alta guancia, perdonare settanta volte sette, amare i nemici, morire d’amore e risorgere. E’ possibile in questo mondo di disgrazia trovare grazia. Perché Dio è venuto ed è qui.

Gli angeli tornano ancora; ogni giorno se guardi bene vedrai un volo d’angeli attorno alla tua casa; tornano a dirci questo: fidati, l’impossibile è diventato possibile!

 

 

Santa Maria: con quel nome sulla chiglia

i padri salpavano

verso mari dai flutti giganti.

Anch’io lo scrivo a prua

della fragile barca che è

la mia vita

e ti chiamo

ti chiamo, santa Maria.

E fioriranno sempre

coraggio e meraviglia.

Giovanni Angelo Abbo (Donna di terra e di cielo, p. 12).

 

 

Il vangelo comincia così ed è questo: l’uscita di Dio dal sacro e il suo incarnarsi nel quotidiano.

Il tempio è sterile, è il deserto di Dio, la morte di Dio.

 

Luca fa ruotare, in una rivoluzione copernicana, la religione giudaica fino a che non diventi cristiana:

– il centro del futuro non è più il tempio ma la casa.

– Dal sacerdozio maschile alla laicità delle donne.

– Dal clericalismo, all’uguaglianza dei ruoli

– Dal nazionalismo giudaico alla Galilea delle genti, che è l’incubatrice del nuovo. Il centro conserva, la periferia innova.

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

I Dom. di Avvento – A – 2019

L’Avvento è attesa: questo mondo ne porta un altro nel suo grembo

Vangelo – Matteo 24,37-44

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Al tempo di Noè gli uomini mangiavano e bevevano… e non si accorsero di nulla. Non si accorsero che quel mondo era finito. I giorni di Noè sono i giorni della superficialità: «il vizio supremo della nostra epoca» (R. Panikkar). L’Avvento che inizia è invece un tempo per accorgerci. Per vivere con attenzione, rendendo profondo ogni momento.

L’immagine conduttrice è Miriam di Nazaret nell’attesa del parto, incinta di Dio, gravida di luce. Attendere, infinito del verbo amare. Le donne, le madri, sanno nel loro corpo che cosa è l’attesa, la conoscono dall’interno. Avvento è vita che nasce, dice che questo mondo porta un altro mondo nel grembo; tempo per accorgerci, come madri in attesa, che germogli di vita crescono e si arrampicano in noi. Tempo per guardare in alto e più lontano.

Anch’io vivo giorni come quelli di Noè, quando neppure mi accorgo di chi mi sfiora in casa e magari ha gli occhi gonfi, di chi mi rivolge la parola; di cento naufraghi a Lampedusa, di questo pianeta depredato, di un altro kamikaze a Bagdad. È possibile vivere senza accorgersi dei volti. Ed è questo il diluvio!

Vivere senza volti: volti di popoli in guerra; di bambini vittime di violenza, di fame, di abusi, di abbandono; volti di donne violate, comprate, vendute; volti di esiliati, di profughi, di migranti in cerca di sopravvivenza e dignità; volti di carcerati nelle infinite carceri del mondo, di ammalati, di lavoratori precari, senza garanzia e speranza, derubati del loro futuro; è possibile, come allora, mangiare e bere e non accorgersi di nulla.

I giorni di Noè sono i miei, quando dimentico che il segreto della mia vita è oltre me, placo la fame di cielo con larghe sorsate di terra, e non so più sognare. Se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro… Mi ha sempre inquietato l’immagine del Signore descritto come un ladro di notte. Cerco di capire meglio: perché so che Dio non è ladro di vita. Solo pensarlo mi sembra una bestemmia. Dio viene, ma non è la morte il suo momento. Verrà, già viene, nell’ora che non immagini, cioè adesso, e ti sorprende là dove non lo aspetti, nell’abbraccio di un amico, in un bimbo che nasce, in una illuminazione improvvisa, in un brivido di gioia che ti coglie e non sai perché.

È un ladro ben strano: è incremento d’umano, accrescimento di umanità, intensificazione di vita, Natale.

Tenetevi pronti perché nell’ora che non immaginate viene il Figlio dell’Uomo. Tenersi pronti non per evitare, ma per non mancare l’incontro, per non sbagliare l’appuntamento con un Dio che viene non come rapina ma come dono, come Incarnazione, «tenerezza di Dio caduta sulla terra come un bacio» (Benedetto Calati).

(Letture: Isaia 2,1-5; Salmo 121; Romani 13,11-14; Matteo 24,37-44)

 

“Tenetevi pronti perché nell’ora che non immaginate

viene il Figlio dell’Uomo.”

L’immagine conduttrice è Miriam di Nazaret

nell’attesa del parto, incinta di Dio, gravida di luce.

Attendere, infinito del verbo amare.

Le donne, le madri, sanno nel loro corpo

che cosa è l’attesa,

la conoscono dall’interno.

Avvento è vita che nasce,

dice che questo mondo

porta un altro mondo nel grembo;

tempo per accorgerci,

come madri in attesa,

che germogli di vita

crescono e si arrampicano in noi.

Tempo per guardare in alto

e più lontano.

(Ermes Ronchi)

 

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/l-avvento-e-attesa-questo-mondo-ne-porta-un-altro-nel-suo-grembo

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi    Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo – Anno C – 2019

Le porte del cielo spalancate per noi

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 23,35-43

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».

Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».

E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Commento di Padre Ermes Ronchi

Sta morendo, posto in alto, nudo nel vento, e lo deridono tutti: guardatelo, il re! I più scandalizzati sono i devoti osservanti: ma quale Dio è il tuo, un Dio sconfitto che ti lascia finire così? Si scandalizzano i soldati, gli uomini forti: se sei il re, usa la forza! E per bocca di uno dei crocifissi, con una prepotenza aggressiva, ritorna anche la sfida del diavolo nel deserto: se tu sei il figlio di Dio… (Lc 4,3). La tentazione che il malfattore introduce è ancora più potente: se sei il Cristo, salva te stesso e noi. È la sfida, alta e definitiva, su quale Messia essere; ancora più insidiosa, ora che si aggiungono sconfitta, vergogna, strazio.

Fino all’ultimo Gesù deve scegliere quale volto di Dio incarnare: quello di un messia di potere secondo le attese di Israele, o quello di un re che sta in mezzo ai suoi come colui che serve (Lc 22,26); se il messia dei miracoli e della onnipotenza, o quello della tenerezza mite e indomita.

C’è un secondo crocifisso però, un assassino “misericordioso”, che prova un moto compassione per il compagno di pena, e vorrebbe difenderlo in quella bolgia, pur nella sua impotenza di inchiodato alla morte, e vorrebbe proteggerlo: non vedi che anche lui è nella stessa nostra pena? Una grande definizione di Dio: Dio è dentro il nostro patire, Dio è crocifisso in tutti gli infiniti crocifissi della storia, Dio che naviga in questo fiume di lacrime. Che entra nella morte perché là entra ogni suo figlio. Che mostra come il primo dovere di chi ama è di essere insieme con l’amato. Lui non ha fatto nulla di male. Che bella definizione di Gesù, nitida semplice perfetta: niente di male, per nessuno, mai, solo bene, esclusivamente bene.

E Gesù lo conferma fino alla fine, perdona i crocifissori, si preoccupa non di sé ma di chi gli muore accanto e che prima si era preoccupato di lui, instaurando tra i patiboli, sull’orlo della morte, un momento sublime di comunione.

E il ladro misericordioso capisce e si aggrappa alla misericordia: ricordati di me quando sarai nel tuo regno. Gesù non solo si ricorderà, ma lo porterà via con sé, se lo caricherà sulle spalle, come fa il pastore con la pecora perduta e ritrovata, perché sia più leggero l’ultimo tratto di strada verso casa. Oggi sarai con me in paradiso: la salvezza è un regalo, non un merito.

E se il primo che entra in paradiso è quest’uomo dalla vita sbagliata, che però sa aggrapparsi al crocifisso amore, allora le porte del cielo resteranno spalancate per sempre per tutti quelli che riconoscono Gesù come loro compagno d’amore e di pena, qualunque sia il loro passato: è questa la Buona Notizia di Gesù Cristo.

(Letture: 2 Samuele 5,1-3; Salmo 121, Colossesi 1,12-20; Luca 23,35-43)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/le-portedel-cielo-spalancateper-noi

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

XXXII Dom.T. O. – Anno C – 2019

Vita eterna, non durata ma intensità senza fine

Vangelo – (Luca 20,27-38)

[…] Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. […]

I sadducei si cimentano in un apologo paradossale, quello di una donna sette volte vedova e mai madre, per mettere alla berlina la fede nella risurrezione. Lo sappiamo, non è facile credere nella vita eterna. Forse perché la immaginiamo come durata anziché come intensità. Tutti conosciamo la meraviglia della prima volta: la prima volta che abbiamo scoperto, gustato, visto, amato… poi ci si abitua.

L’eternità è non abituarsi, è il miracolo della prima volta che si ripete sempre. La piccola eternità in cui i sadducei credono è la sopravvivenza del patrimonio genetico della famiglia, così importante da giustificare il passaggio di quella donna di mano in mano, come un oggetto: «si prenda la vedova… Allora la prese il secondo, e poi il terzo, e così tutti e sette».

In una ripetitività che ha qualcosa di macabro. Neppure sfiorati da un brivido di amore, riducono la carne dolorante e luminosa, che è icona di Dio, a una cosa da adoperare per i propri fini.

«Gesù rivela che non una modesta eternità biologica è inscritta nell’uomo ma l’eternità stessa di Dio» (M. Marcolini). Che cosa significa infatti la «vita eterna» se non la stessa «vita dell’Eterno»? Ed ecco: «poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio», vivono cioè la sua vita.

Alla domanda banale dei sadducei (di quale dei sette fratelli sarà moglie quella donna?) Gesù contrappone un intero mondo nuovo: quelli che risorgono non prendono né moglie né marito.

Gesù non dice che finiranno gli affetti e il lavoro gioioso del cuore. Anzi, l’unica cosa che rimane per sempre, ciò che rimane quando non rimane più nulla, è l’amore (1 Cor 13,8).

I risorti non prendono moglie o marito, e tuttavia vivono la gioia, umanissima e immortale, di dare e ricevere amore: su questo si fonda la felicità di questa e di ogni vita. Perché amare è la pienezza dell’uomo e di Dio.

I risorti saranno come angeli. Come le creature evanescenti, incorporee e asessuate del nostro immaginario? O non piuttosto, biblicamente, annuncio di Dio (Gabriele), forza di Dio (Michele), medicina di Dio (Raffaele)? Occhi che vedono Dio faccia a faccia (Mt 18,10)?

Il Signore è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Dio non è Dio di morti, ma di vivi. In questa preposizione « di », ripetuta cinque volte, in questa sillaba breve come un respiro, è inscritto il nodo indissolubile tra noi e Dio.

Così totale è il legame reciproco che Gesù non può pronunciare il nome di Dio senza pronunciare anche quello di coloro che Egli ama.

Il Dio che inonda di vita anche le vie della morte ha così bisogno dei suoi figli da ritenerli parte fondamentale del suo nome, di se stesso:

« sei un Dio che vivi di noi » (Turoldo).

(Letture: 2 Maccabei 7,1-2.9-14; Salmo 16; 2 Tessalonicesi 2,16-3,5; Luca 20,27-38)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/vita-eterna-non-durata-ma-intensita-senza-fine?fbclid=IwAR3YfUUvZUbFvxeGc3_Ru4Fi1sBq_lYIhIvz8kzFLVNXrfZN5kHc418Jwa0

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Zaccheo e la scoperta d’essere amati senza meriti

XXXI Domenica – T. O. – Anno C – 2019

Vangelo – Luca 19,1-10

In quel tempo (…) un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro (…). Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (…)

Il Vangelo ci trasmette, nella storia di Zaccheo, l’arte dell’incontro, la sorpresa e la potenza creativa del Gesù degli incontri. Prima scena: personaggi in ricerca. C’è un rabbi che riempie le strade di gente e un piccolo uomo curioso, ladro come ammette lui stesso, impuro e capo degli impuri di Gerico, un esattore delle tasse, per di più ricco. Il che voleva dire: soldi, bustarelle, favori, furti… Si direbbe un caso disperato. Ma non ci sono casi disperati per il Vangelo. Ed ecco che il suo limite fisico, la bassa statura, diventa la sua fortuna, «una ferita che diventa feritoia» (L. Verdi). Zaccheo non si piange addosso, non si arrende, cerca la soluzione e la trova, l’albero: «Corse avanti e salì su un sicomoro». Tre pennellate precise: non cammina, corre; in avanti, non all’indietro; sale sull’albero, cambia prospettiva.

Seconda scena: l’incontro e il dialogo. Gesù passa, alza lo sguardo, ed è tenerezza che chiama per nome: Zaccheo, scendi. Non giudica, non condanna, non umilia; tra l’albero e la strada uno scambio di sguardi che va diritto al cuore di Zaccheo e ne raggiunge la parte migliore (il nome), frammento d’oro fino che niente può cancellare. Poi, la sorpresa delle parole: devo fermarmi a casa tua. Devo, dice Gesù. Dio viene perché deve, per un bisogno che gli urge in cuore; perché lo spinge un desiderio, un’ansia: a Dio manca qualcosa, manca Zaccheo, manca l’ultima pecora, manco io.

Devo fermarmi, non semplicemente passare oltre, ma stare con te. L’incontro da intervallo diventa traguardo; la casa da tappa diventa meta. Perché il Vangelo non è cominciato al tempio ma in una casa, a Nazaret; e ricomincia in un’altra casa a Gerico, e oggi ancora inizia di nuovo nelle case, là dove siamo noi stessi, autentici, dove accadono le cose più importanti: la nascita, la morte, l’amore.

Terza scena: il cambiamento. «Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia». Zaccheo non deve prima cambiare vita, dare la metà dei beni ai poveri, e dopo il Signore entrerà da lui. No. Gesù entra nella casa, ed entrando la trasforma. L’amicizia anticipa la conversione. Perché incontrare un uomo come Gesù fa credere nell’uomo; incontrare un amore senza condizioni fa amare; incontrare un Dio che non fa prediche ma si fa amico, fa rinascere. Gesù non ha indicato sbagli, non ha puntato il dito o alzato la voce. Ha sbalordito Zaccheo offrendogli se stesso in amicizia, gli ha dato credito, un credito immeritato. E il peccatore si scopre amato. Amato senza meriti, senza un perché. Semplicemente amato. Il cristianesimo tutto è preceduto da un “sei amato” e seguito da un “amerai”. Chiunque esce da questo fondamento amerà il contrario della vita.

(Letture: Sapienza 11, 22-12,2; Salmo 144; 2 Tessalonicesi 1,11-2,2; Luca 19,1-10)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/zaccheoe-la-scopertad-essere-amatisenza-meriti

Il Vangelo – Ermes Ronchi

XXX^ Dom. T.O. – Anno C – ottobre 2019

Quando mettiamo «io» al posto di «Dio»

O Dio, tu non fai preferenze di persone
e ci dai la certezza che la preghiera dell’umile penetra le nubi;
guarda anche a noi come al pubblicano pentito,
e fa’ che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia
per essere giustificati nel tuo nome.
(II Colletta)

Vangelo – (Luca 18,9-14)
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Una parabola “di battaglia”, in cui Gesù ha l’audacia di denunciare che pregare può essere pericoloso, può perfino separarci da Dio, renderci “atei”, adoratori di un idolo. Il fariseo prega, ma come rivolto a se stesso, dice letteralmente il testo; conosce le regole, inizia con le parole giuste «o Dio ti ringrazio», ma poi sbaglia tutto, non benedice Dio per le sue opere, ma si vanta delle proprie: io prego, io digiuno, io pago, io sono un giusto. Per l’anima bella del fariseo, Dio in fondo non fa niente se non un lavoro da burocrate, da notaio: registra, prende nota e approva. Un muto specchio su cui far rimbalzare la propria arroganza spirituale. Io non sono come gli altri, tutti ladri, corrotti, adulteri, e neppure come questo pubblicano, io sono molto meglio. Offende il mondo nel mentre stesso che crede di pregare. Non si può pregare e disprezzare, benedire il Padre e maledire, dire male dei suoi figli, lodare Dio e accusare i fratelli. Quella preghiera ci farebbe tornare a casa con un peccato in più, anzi confermati e legittimati nel nostro cuore e occhio malati.

Invece il pubblicano, grumo di umanità curva in fondo al tempio, fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Una piccola parola cambia tutto e rende vera la preghiera del pubblicano: «tu», «Signore, tu abbi pietà». La parabola ci mostra la grammatica della preghiera. Le regole sono semplici e valgono per tutti. Sono le regole della vita. La prima: se metti al centro l’io, nessuna relazione funziona. Non nella coppia, non con i figli o con gli amici, tantomeno con Dio. Il nostro vivere e il nostro pregare avanzano sulla stessa strada profonda: la ricerca mai arresa di qualcuno (un amore, un sogno o un Dio) così importante che il tu viene prima dell’io.

La seconda regola: si prega non per ricevere ma per essere trasformati. Il fariseo non vuole cambiare, non ne ha bisogno, lui è tutto a posto, sono gli altri sbagliati, e forse un po’ anche Dio. Il pubblicano invece non è contento della sua vita, e spera e vorrebbe riuscire a cambiarla, magari domani, magari solo un pochino alla volta. E diventa supplica con tutto se stesso, mettendo in campo corpo cuore mani e voce: batte le mani sul cuore e ne fa uscire parole di supplica verso il Dio del cielo (R. Virgili).

Il pubblicano tornò a casa perdonato, non perché più onesto o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà) ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – a Dio che entra in lui, con la sua misericordia, questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua unica onnipotenza.
(Letture: Siracide 35,15-17.20-22; Salmo 33; 2 Timoteo 4,6-8.16-18; Luca 18,9-14)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/quando-mettiamo-io-al-postodi-dio

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi
XXVII Dom. T.O. anno C – 2019
Servi “inutili” cioè senza secondi fini, che si donano
Vangelo (Luca 17, 5-10)

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Per capire la domanda degli apostoli: “accresci in noi la fede”, dobbiamo riandare alla vertiginosa proposta di Gesù un versetto prima: se tuo fratello commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte al giorno ritornerà a te dicendo: “sono pentito”, tu gli perdonerai. Sembra una missione impossibile, ma notiamo le parole esatte. Se tuo fratello torna e dice: sono pentito, non semplicemente: “scusa, mi dispiace” (troppo comodo!) ma: “mi converto, cambio modo di fare”, allora tu gli darai fiducia, gli darai credito, un credito immeritato come fa Dio con te; tu crederai nel suo futuro. Questo è il perdono, che non guarda a ieri ma al domani; che non libera il passato, libera il futuro della persona.

Gli apostoli tentennano, temono di non farcela, e allora: “Signore, aumenta la nostra fede”. Accresci, aggiungi fede. È così poca! Preghiera che Gesù non esaudisce, perché la fede non è un “dono” che arriva da fuori, è la mia risposta ai doni di Dio, al suo corteggiamento mite e disarmato.

«Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “sradicati e vai a piantarti nel mare” ed esso vi obbedirebbe». L’arte di Gesù, il perfetto comunicatore, la potenza e la bellezza della sua immaginazione: alberi che obbediscono, il più piccolo tra i semi accostato alla visione grandiosa di gelsi che volano sul mare!
Ne basta poca di fede, anzi pochissima, meno di un granello di senape. Efficace il poeta Jan Twardowski: «anche il più gran santo/ è trasportato come un fuscello/ dalla formica della fede».
Tutti abbiamo visto alberi volare e gelsi ubbidire, e questo non per miracoli spettacolari – neanche Gesù ha mai sradicato piante o fatto danzare i colli di Galilea – ma per il prodigio di persone capaci di un amore che non si arrende. Ed erano genitori feriti, missionari coraggiosi, giovani volontari felici e inermi.

La seconda parte del vangelo immagina una scena tra padrone e servi, chiusa da tre parole spiazzanti: quando avete fatto tutto dite “siamo servi inutili”.
Guardo nel vocabolario e vedo che inutile significa che non serve a niente, che non produce, inefficace. Ma non è questo il senso nella lingua di Gesù: non sono né incapaci né improduttivi quei servi che arano, pascolano, preparano da mangiare. E mai è dichiarato inutile il servizio. Significa: siamo servi senza pretese, senza rivendicazioni, senza secondi fini. E ci chiama ad osare la vita, a scegliere:

in un mondo che parla il linguaggio del profitto, di parlare la lingua del dono;

in un mondo che percorre la strada della guerra, di prendere la mulattiera della pace.

Dove il servizio non è inutile, ma è ben più vero dei suoi risultati: è il nostro modo di sradicare alberi e farli volare.

(Letture: Abacuc 1,2-3;2,2-4; Salmo 94; 2 Timòteo 1,6-8.13-14; Luca 17, 5-10).

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/servi-inutili-cioe-senzasecondi-fini-che-si-donano

XXVI – Anno C

Lc 16, 19-31

 

Basilio Magno rivolto ai cristiani di Cappadocia:

Il pane che si spreca sulla tua tavola, è pane sottratto all’affamato;

a chi è scalzo spettano le scarpe allineate nei tuoi armadi;

a chi è nudo spettano i vestiti che le tarme mangiano nei tuoi bauli;

è del povero il denaro che si svaluta nella cassaforte delle banche.

Dalla nostra indifferenza, liberaci Signore

Dal non saper più piangere, Liberaci Signore

Dal non saper condividere, liberaci Signore

 

OMELIA

Una parabola dura e dolce, con la morte a fare da spartiacque tra due scene.

Prima scena: C’era una volta un uomo ricco… e uno povero. In questo avvio, con il sapore di una favola, c’è già il messaggio: il mondo è spaccato, ci sono due mondi e in mezzo una voragine. È così che la vogliamo questa terra? Con uno avvolto di porpora, uno vestito di piaghe; uno che si rimpinza ogni giorno e spreca; uno con occhi tristi e affamati, a gara con i cani, a vedere se è caduta a terra qualche briciola. Ricordo una struggente canzone di Branduardi con due versi che dicono:

e si mangiava come due fratelli, una briciola l’uomo ed una il cane.

Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto nell’inferno. Una domanda si impone con forza a questo punto: perché il ricco è condannato nell’abisso di fuoco? Per il lusso, gli abiti firmati, gli eccessi della gola? No. Il suo peccato è l’indifferenza totale verso il povero: non uno sguardo, non una briciola, non una parola.

Lazzaro è così vicino, sulla soglia di casa, che inciampa in quel fagotto e il ricco neppure lo vede; magari va e torna dal tempio tutti i sabati, canticchia i salmi e non lo vede, legge Mosè e i profeti, e non lo vede.

Manca però l’essenziale. Mancano tre verbi: vedere, fermarsi, toccare. Tre verbi umanissimi, i primi tre gesti del Buon Samaritano. Mancano, e allora tra le persone si scavano baratri, si innalzano muri.

Questo è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio: chi non ama è omicida.

La parabola racconta un modo iniquo di abitare la terra, un modo profondamente ateo. Un mondo così, dove uno vive da dio e uno da rifiuto, è quello sognato da Dio? E’ umano che una creatura sia ridotta in condizioni disumane per sopravvivere, come un cane, come una bestiolina?

Lo sguardo di Gesù non si posa sui comandamenti e le regole, ma sulla evidenza della realtà, che è malata, da cui sale un disagio, uno stridore, un conflitto, un orrore che avvolge tutta la scena. E che ci fa provare vergogna.

La realtà viene prima della legge, la legge è piccola cosa davanti al cuore di Dio.

Di quale peccato si è macchiato il ricco? Che male ha fatto al povero Lazzaro?

Chiaro: non lo ha fatto esistere. L’ha ridotto a un rifiuto, a un nulla, una carta per terra. Nel suo cuore l’ha ucciso. Nessuno ha il diritto di ridurre a nulla l’uomo, un’ombra fra i cani,

Quanti invisibili delle nostre città, e anche dei paesi! Attenzione agli invisibili, vi si rifugia l’eterno.

Il male è questo: “Se mi chiudo nel mio io, anche adorno di tutte le virtù, ma non partecipo all’esistenza degli altri, se non sono sensibile e non mi dischiudo agli altri, posso essere privo di peccati eppure vivo in una situazione di peccato” (Giovanni Vannucci).

È tempo di smetterla con i nostri esami di coscienza negativi a sfogliare la margheritina delle regolette, e domandarci invece nella lingua del vangelo: non che male ho fatto? Ma che bene ho fatto? Chi ho aiutato, ieri, oggi, adesso?

Prendersi cura delle creature è la sola misura dell’eternità.

 

Seconda scena. Morì il povero e fu portato in alto. Morì anche il ricco e fu sepolto nell’inferno. Lazzaro è portato sulle mani degli angeli, accolto nel grembo di un Abramo più materno che paterno,

Questa parola materna: grembo, seno, è usata per proclamare il diritto di tutti i poveri ad essere trattati come figli. Ma “figlio” è chiamato anche il ricco, anche lui con la dignità di figlio per sempre, nonostante l’inferno, figlio di un Abramo dalla dolcezza di madre.

Tra noi e voi è posto un grande abisso, dice Abramo, rimane la grande separazione già creata in vita.

Perché l’eternità inizia qui, l’inferno è già qui, nutrito dalle nostre scelte senza cuore:

L’inferno è il prolungamento delle voragini che abbiamo scavato in vita.

 

Padre, una goccia d’acqua sopra l’abisso!

Che cosa risolve una goccia d’acqua sulla punta del dito? Non spegne i fuochi, non estingue l’arsura della sete, ma… attraversa l’abisso. Forse ora il ricco comincia a capire: il senso della vita è avvicinare, sconfinare, passare porte, abbattere distanze tra le persone.

Una parola sola per i miei cinque fratelli! E invece no, perché non è un morto che converte, ma la vita. Non è la morte o la punizione che ammaestra, ma la vita reale, ascoltino quella.

Hanno Mosè e i profeti, hanno il grido dei poveri, che sono la voce e la carne di un Dio, che sono i principi del Regno. Prendete il loro punto di vista come faceva Gesù, con quel suo sguardo amoroso e forte davanti al quale ogni legge diventa piccina, e piccina è perfino quella di Mosè (R. Virgili).

Che ti costa, padre Abramo, un piccolo miracolo! Ma non sono i miracoli a cambiare la nostra storia, non sono le apparizioni a cambiare la vita, la terra è già piena di miracoli, la terra è già piena di profeti: hanno i Profeti, ascoltino quelli, hanno il Vangelo, ascoltino! Di più ancora: la terra è piena di poveri Lazzari, li ascoltino, li guardino, li tocchino. Non c’è miracolo che valga il grido dei poveri.

Il primo miracolo è accorgerci che l’altro esiste (S. Weil).

nelle loro piaghe è Dio che è piagato,

ogni volta che avete fame sono io che ne sento i morsi e l’ululato nel ventre;

ogni volta che vi trattano con dolcezza sono io che ne sento la carezza; ogni volta che avete fatto del bene a uno dei miei fratelli più piccoli è a me che l’avete fatto.

Se l’altro ha sete, e tu gli dai da bere aceto o disprezzo, invece è il Golgota, il Calvario del mondo, con te protagonista del male.

Due giorni fa leggevamo una lettera di San Vincenzo de Paoli che dice: “Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, corri da lui. Il Dio che lasci è meno sicuro del Dio che trovi” (San Vincenzo de Paoli). Il Dio che laasci in chiesa è meno sicuro del Dio che trovi nel povero Lazzaro.

 

 

 

 

PREGHIERA ALLA COMUNIONE

 

Vuoi dare onore al corpo di Cristo?

Dopo averlo onorato in chiesa,

non disprezzarlo quando è coperto di stracci

fuori della porta della chiesa.

 

Colui che ha detto: «Questo è il mio corpo»

ha detto anche: «Questa è la mia fame».

 

Che importa che la mensa del Signore

scintilli di calici d’oro mentre lui muore di fame?

Che senso ha offrirgli porpora e oro

e rifiutargli un bicchiere d’acqua?

 

Rendi bella la casa del Signore

ma non disprezzare il mendicante,

perché il tempio di carne di tuo fratello

è più prezioso del tempio di pietre!

 

(Giovanni Crisostomo)

 

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi (da Avvenire)
XXVI Dom. T.O. anno C – 2019

Il peccato del ricco? Non vedere i bisognosi
Vengelo (Luca 16, 19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui (…).

Una parabola dura e dolce, con la morte a fare da spartiacque tra due scene: nella prima il ricco e il povero sono contrapposti in un confronto impietoso; nella seconda, si intreccia, sopra il grande abisso, un dialogo mirabile tra il ricco e il padre Abramo. Prima scena: un personaggio avvolto di porpora, uno vestito di piaghe; il ricco banchetta a sazietà e spreca, Lazzaro guarda con occhi tristi e affamati, a gara con i cani, se sotto la tavola è caduta una briciola. Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto nell’inferno. Una domanda si impone con forza a questo punto: perché il ricco è condannato nell’abisso di fuoco? Di quale peccato si è macchiato?

Gesù non denuncia una mancanza specifica o qualche trasgressione di comandamenti o precetti. Mette in evidenza il nodo di fondo: un modo iniquo di abitare la terra, un modo profondamente ateo, anche se non trasgredisce nessuna legge. Un mondo così, dove uno vive da dio e uno da rifiuto, è quello sognato da Dio? È normale che una creatura sia ridotta in condizioni disumane per sopravvivere? Prima ancora che sui comandamenti, lo sguardo di Gesù si posa su di una realtà profondamente malata, da dove sale uno stridore, un conflitto, un orrore che avvolge tutta la scena. E che ci fa provare vergogna. Di quale peccato si tratta? «Se mi chiudo nel mio io, anche adorno di tutte le virtù, ma non partecipo all’esistenza degli altri, se non sono sensibile e non mi dischiudo agli altri, posso essere privo di peccati eppure vivo in una situazione di peccato» (Giovanni Vannucci).

Doveva scavalcarlo sulla soglia ogni volta che entrava o usciva dalla sua villa, e, impassibile, neppure lo vedeva! Non gli ha fatto del male, no. Semplicemente Lazzaro non c’era, non esisteva, lo ha ridotto a un rifiuto, a nulla. Ora Lazzaro è portato in alto, accolto nel grembo di un Abramo più materno che paterno, che proclama il diritto di tutti i poveri ad essere trattati come figli. Ma “figlio” è chiamato anche il ricco, nonostante l’inferno, anche lui figlio per sempre di un Abramo dalla dolcezza di madre. Padre, una goccia d’acqua sopra l’abisso! Una parola sola per i miei cinque fratelli! E invece no, perché non è la morte che converte, ma la vita.

Hanno Mosè e i profeti, hanno il grido dei poveri, che sono la voce e la carne di un Dio che si identifica con loro (ciò che avete fatto a uno di questi piccoli, è a me che l’avete fatto). Si tratta allora di prendere, come Gesù, il punto di vista dei poveri, di «scegliere sempre l’umano contro il disumano» (David Turoldo), con quel suo sguardo amoroso e forte davanti al quale ogni legge diventa piccina, perfino quella di Mosè (R. Virgili).

(Letture: Amos 6, 11-16; Salmo 145; 1 Timoteo 6,11-16; Luca 16, 19-31)

 

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-peccatodel-ricco-non-vederei-bisognosi

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

XXV Dom. T.O. anno C – 19

Quanta vita avremo lasciato dietro di noi?

Il Vangelo – (Luca 16,1-13)
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. […]».

La sorpresa: il padrone loda chi l’ha derubato. Il resto è storia di tutti i giorni e di tutti i luoghi, di furbi disonesti è pieno il mondo. Quanto devi al mio padrone? Cento? Prendi la ricevuta e scrivi cinquanta. La truffa continua, eppure sta accadendo qualcosa che cambia il colore del denaro, ne rovescia il significato: l’amministratore trasforma i beni materiali in strumento di amicizia, regala pane, olio – vita – ai debitori. Il benessere di solito chiude le case, tira su muri, inserisce allarmi, sbarra porte; ora invece il dono le apre: mi accoglieranno in casa loro. E il padrone lo loda. Non per la disonestà, ma per il capovolgimento: il denaro messo a servizio dell’amicizia. Ci sono famiglie che riceveranno cinquanta inattesi barili d’olio, venti insperate misure di farina… e il padrone vede la loro gioia, vede porte che si spalancano, e ne è contento. È bello questo padrone, non un ricco ma un signore, per il quale le persone contano più dell’olio e del grano. Gesù condensa la parabola in un detto finale: «Fatevi degli amici con la ricchezza», la più umana delle soluzioni, la più consolante. Fatevi degli amici donando ciò che potete e più di ciò che potete, ciò che è giusto e perfino ciò che non lo è! Non c’è comandamento più umano. Affinché questi amici vi accolgano nella casa del cielo. Essi apriranno le braccia, non Dio. Come se il cielo fosse casa loro, come se fossero loro a detenere le chiavi del paradiso. Come se ogni cosa fatta sulla terra degli uomini avesse la sua prosecuzione nel cielo di Dio. Perché io, amministratore poco onesto, che ho sprecato così tanti doni di Dio, dovrei essere accolto nella casa del cielo? Perché lo sguardo di Dio cerca in me non la zizzania ma la spiga di buon grano. Perché non guarderà a me, ma attorno a me: ai poveri aiutati, ai debitori perdonati, agli amici custoditi. Perché la domanda decisiva dell’ultimo giorno non sarà: vediamo quanto pulite sono le tue mani, o se la tua vita è stata senza macchie; ma sarà dettata da un altro cuore: hai lasciato dietro di te più vita di prima? Mi piace tanto questo Signore al quale la felicità dei figli importa più della loro fedeltà; che accoglierà me, fedele solo nel poco e solo di tanto in tanto, proprio con le braccia degli amici, di coloro cui avrò dato un po’ di pane, un sorriso, una rosa. Siate fedeli nel poco. Questa fedeltà nelle piccole cose è possibile a tutti, è l’insurrezione degli onesti, a partire da se stessi, dal mio lavoro, dai miei acquisti… Chi vince davvero, qui nel gioco della vita e poi nel gioco dell’eternità? Chi ha creato relazioni buone e non ricchezze, chi ha fatto di tutto ciò che possedeva un sacramento di comunione.
(Letture: Amos 8,4-7; Salmo 112; 1 Timoteo 2,1-8; Luca 16,1-13)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/quanta-vita-avremo-lasciato-dietro-di-noi

 

 

 

 

 

 

Il commento di p. Ermes Ronchi al Vangelo della domenica pubblicato su Avvenire

XXIV Dom. T.O. anno C – 19

Dio, Padre che perdona. A noi spetta il primo passo

Vangelo Luca 15,1-32

(…) Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno (…).

Nessuna pagina al mondo raggiunge come questa l’essenziale del nostro vivere con Dio, con noi stessi, con gli altri. Un padre aveva due figli. Se ne va, un giorno, il giovane, in cerca di se stesso, in cerca di felicità, la cerca nelle cose che il denaro procura, ma le cose tutte hanno un fondo e il fondo delle cose è vuoto. Il libero principe diventa servo, a disputarsi l’amaro delle ghiande con i porci. Allora ritorna in sé, dice il racconto, chiamato da un sogno di pane (la casa di mio padre profuma di pane…) e si mette in cammino.
Non torna per amore, torna per fame. Non torna per pentimento, ma per paura della morte. Ma a Dio non importa il motivo per cui ci mettiamo in viaggio. È sufficiente che compiamo un primo passo. L’uomo cammina, Dio corre. L’uomo si avvia, Dio è già arrivato.
Infatti: il padre, vistolo di lontano, gli corse incontro…
E lo perdona prima ancora che apra bocca. Il tempo della misericordia è l’anticipo. Si era preparato delle scuse, il ragazzo, ma il Padre perdona non con un decreto, ma con un abbraccio; non sono più tuo figlio, dice il ragazzo, e il padre lo interrompe perché vuole salvarlo proprio dal suo cuore di servo e restituirgli un cuore di figlio. Il padre è stanco di avere per casa dei servi invece che figli veri.
Il peccato dell’uomo è uno: sentirsi schiavo anziché figlio di Dio.
Il padre non domanda: dove sei stato, cosa hai fatto, da dove vieni? Chiede invece: dove sei diretto? Vuoi che ci andiamo insieme? Il territorio di Dio è il futuro.
I gesti che il padre compie sono insieme materni, paterni e regali (R. Virgili): materno è il suo perdersi a guardare la strada; paterno è il suo correre incontro da lontano; regali sono l’anello e la tunica e la grande festa.
Ciò che vuole è riconquistarsi i figli, anche nell’ultima scena, quando esce a pregare il figlio maggiore, che torna dai campi, vede la festa e non vi entra, sente la musica e non sorride. Un uomo nel cui cuore non c’era mai festa, perché si concepiva come un dipendente: «Io ho sempre ubbidito, io ho sempre detto di sì e a me neanche un capretto !» ; ubbidiente e infelice perché il cuore è assente, non ama ciò che fa, alle prese con l’infelicità che deriva da un cuore di servo e non di figlio, quando invece «il segreto di una vita riuscita è amare ciò che fai, e fare ciò che ami» (Dostoevskij).
Il padre della parabola invece è immagine di un Dio scandalosamente buono, che preferisce la felicità dei suoi figli alla loro fedeltà, che non è giusto, è di più, esclusivamente amore.
Allora Dio è così? Così eccessivo, così tanto, così esagerato? Sì, il Dio in cui crediamo è così. Immensa rivelazione per cui Gesù darà la sua vita.

(Letture: Esodo 32,7-11.13-14; Salmo 50; 1 Lettera a Timoteo 1,12-17; Luca 15,1-32)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/dio-padreche-perdonaa-noi-spetta-il-primo-passo

XXIII domenica C

di p. Ermes Ronchi

C’è tanta gente che va dietro a Gesù, per tanti motivi: perché guarisce, perché è una bella persona, perché è il racconto della tenerezza di Dio, perché “chissà, se è davvero lui il messia, qualcosa guadagneremo anche noi, una volta preso il potere”. Tanta gente. Gesù si volta per metterli in guardia, chiarendo bene che cosa comporti seguirlo. Non illude mai, Gesù. Non strumentalizza entusiasmi o debolezze, vuole invece adesioni meditate, mature e libere. E indica le condizioni per seguirlo. Radicali. Anzi, destabilizzanti.

 

Secondo una recente indagine, ancora oggi circa il il 60% delle persone in Italia si riconosce, a vario titolo, nel cristianesimo. È tanta gente, davvero! E Gesù chiarisce chi non può essere mio discepolo, nel senso che non può, non ce la fa, non ci riuscirà. Non perché sia buono o cattivo, generoso o avido, semplicemente non ha i mezzi per portare a termine il lavoro. Ed ecco le condizioni:

  1. Chi è così legato ai suoi rapporti familiari da non essere libero. Non è solo un fatto sentimentale o affettivo, ma chi sceglie il suo futuro in funzione dei suoi ruoli parentali, chi non vuole deludere la famiglia, costui fa dei grandi danni, a se stesso prima di tutto.

Se non accetto di deludere i miei ruoli infantili, i ruoli del passato, se rimango a perpetuare ciò che ho ricevuto, quello che mi hanno insegnato o le attese che mi hanno trasmesso, mi faccio del male.

Anzi: chi ama la sua vita più di me. Se la logica della famiglia, se la mia mentalità è più forte della mentalità del Vangelo, se mi basta la vita che ho e non cerco niente di più, non posso essere discepolo di Gesù. Perché Gesù non è una ciliegina sopra la torta, lui mi cambia la vita, la trasforma. Se fai Dio a tua misura anziché fare te a misura di Dio, questa non è fede, è solo comoda religione decorativa.

 

  1. se uno non solleva la propria croce. Quale croce? Dio non manda le croci, perché dovrebbe mandarle? Non manda disgrazie per metterci alla prova o per renderci più forti. Non c’è nessuna pedagogia del dolore.

Perché lo farebbe, forse per rafforzare la fede? Di solito, davanti al dolore, la gente la perde la fede. Sarebbe sciocco un Dio che manda prove che non riusciamo a superare.

Dio non riceve gloria dalla sofferenza di nessuno. Anche Gesù avrebbe fatto a meno volentieri della croce.

E quando è inchiodato lassù non dice: ecco questo il mio posto, sto bene qui, ci sto per sempre; no, poi è risorto.

Dio non ama la sofferenza, Dio è per la vita.

 

  1. Se non rinuncia a tutti i suoi beni… Le altre condizioni posso anche accettarle, ma non parlarmi di soldi, di beni, non toccare le tasche, quello non mi va bene.

Siamo lì a ripetere: io ho, possiedo, conto e riconto, godo dei miei soldi che aumentano, dunque esisto.

Ma un uomo vale quanto vale il suo cuore, non il suo conto in banca.

Le parole di Gesù sono tutte parole che comunicano vita…la tua vita non dipende dai tuoi beni, tu possiedi solo ciò che hai dato via, invece ciò che trattieni con ansia ti possiede.

Gesù chiede sì una rinuncia, ma a ciò che impedisce il volo. Chi lo fa, scopre che “rinunciare per Te è uguale a fiorire” (M. Marcolini).

 

Quelle condizioni che Gesù propone, con il verbo amare di più, non sono una sottrazione ma un potenziamento, non una esclusione ma una aggiunta: Tu sai quanto è bello dare e ricevere amore, quanto contano gli affetti della famiglia, ebbene io posso offrirti qualcosa di ancora più bello e vitale. Gesù è la garanzia che i tuoi amori saranno più vivi e più luminosi, perché Lui possiede la chiave dell’arte di amare.

Il cristianesimo di molti è una torre ridicola, una cosa inguardabile, e lo diventa quando la tua mentalità vale più di quella del vangelo.

Fatti due conti in tasca: sei capace di disarmarti e di disarmare i giudizi le parole, di difendere sempre i poveri gli ultimi, di fare scelte impopolari anche di accettare il disprezzo della società (ad es. quando abbiamo dormito per solidarietà con i naufraghi sul sagrato della chiesa, hanno detto cose tristi…)

Vuoi sapere se hai fede o no? La risposta è: Se il vangelo cambia qualcosa dei tuoi rapporti con le persone oppure no.

O ti cambia la vita o non ti serve a niente.

La nostra fede è molto dottrinaria,

è fatta di tradizioni tramandate dai paesi, da papà e mamma

È spesso un insieme di parole e di pensieri

Va cambiato il luogo: dalla testa alla vita

la fede è se vedi uno mezzo morto e vai via,

se tiri dritto oppure se smetti di camminare

Che me ne faccio di un credente con tutte le sue verità in mano

e che non si ferma?

Preferisco, dice il papa, un ateo a un cristiano ipocrita

E allora va cambiato il luogo: la fede deve scendere dalla testa alla vita,

la fede non ha niente di strumentazione che ti possa salvare o accomodare

fede vera è chiudere gli occhi e procedere al buio (S Giovanni della croce)

galleggiando nella tempesta,

quando il venerdì santo tutto crolla e le donne continuano ad amarlo

fede vera è di questi genitori che hanno perso il figli

e continuano a sperare di rivederli pur non vedendo nulla

non vedono nulla con gli occhi

c’è sempre questa assenza ma loro chiudono gli occhi e si fidano,

si fidano che la vita non può finire così

si fidano che l’amore è più forte della morte

e allora la fede è quel minimo ma concreto che ti rimane.

La fede è un incontro

e dire mio Signore e mio Dio

in quella semplicità assoluta scopre Dio

Ciò che è semplice è naturale racchiude Dio

Più una cosa e semplice e naturale, più c’è Dio;

più è gonfiata meno Dio c’è

Dobbiamo arrivare al cuore. Non si tratta di essere bravi, ma di arrivare al cuore.

 

Se uno non rinuncia a tutto…Parole pericolose se capite male, ma a capirle a fondo sono bellissime: non lasciarti risucchiare dalle cose. Lascia giù la zavorra e prendi su di te la qualità dei sentimenti; impara non ad avere di più, ma ad amare bene.

Questo Gesù non lo ami se non lo conosci,

ma se arrivi a conoscerlo non lo lasci più.

 

 

 

 

 

 

Hemingway nel vecchio e il mare racconta di un vecchio marinaio che parte per l’ultimo suo viaggio con una barca nuova con tutta l’attrezzatura poi arriva la tempesta e deve buttare via pezzo per pezzo tutto

se vuole sopravvivere deve buttare via tutto quello che rendeva questa barca potente e bella e gli rimane solo una tavola una piccola tavola che galleggia e quando penso alla fede non trovo una immagine più bella di questa,

 

 

 

 

 

Commento al Vangelo – pubblicato su Avvenire – A cura di Padre Ermes Ronchi

XXIII Dom. T.O. anno C – 2019

Rinunciare a ciò che ci impedisce di volare

Vangelo – Luca 14,25-33
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. […]»

Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, sua madre… e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Gesù non instaura una competizione di sentimenti per le sue creature, perché sa che da questa ipotetica gara di emozioni non uscirebbe vincitore, se non presso pochi eroi o santi, dalla fede di fiamma. Ci ricorda invece che per creare un mondo nuovo, quello che è il sogno del Padre, ci vuole una passione forte almeno quanto quella degli amori familiari. È in gioco un nuovo modo di vivere le relazioni umane: mentre noi puntiamo a cambiare l’economia, Gesù vuole cambiare l’uomo. Lo fa puntando tutto sull’amore, e con parole che sembrano eccessive, sembrano cozzare contro la bellezza e la forza degli affetti, perché la felicità di questa vita non sappiamo dove pesarla se non sul dare e sul ricevere amore.
Ma il verbo centrale su cui poggia la frase è: se uno non «ama di più». Allora non di una sottrazione si tratta, ma di una addizione. Gesù non sottrae amori, aggiunge un «di più». Il discepolo è colui che sulla bellezza dei suoi amori stende una più grande bellezza. E il risultato non è una sottrazione ma un potenziamento, non una esclusione ma una aggiunta: Tu sai quanto è bello dare e ricevere amore, quanto contano gli affetti della famiglia, ebbene io posso offrirti qualcosa di ancora più bello e vitale. Gesù è la garanzia che i tuoi amori saranno più vivi e più luminosi, perché Lui possiede la chiave dell’arte di amare.

Seconda condizione: Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me… La croce: e noi la pensiamo metafora delle inevitabili difficoltà di ogni giorno, dei problemi della famiglia, di una malattia da sopportare, o addirittura del perdere la vita. In realtà la vita si perde come si spende un tesoro: donandola goccia a goccia. Per cui il vero dramma non è morire, ma non avere niente, non avere nessuno per cui valga la pena spendere la vita.

Nel Vangelo la croce è la sintesi dell’intera storia di Gesù: amore senza misura, disarmato amore, coraggioso amore, che non si arrende, non inganna e non tradisce. Prendi su di te una porzione grande di amore, altrimenti non vivi; prendi la porzione di dolore che ogni amore comporta, altrimenti non ami.

Terza condizione: chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Perché la tua vita non dipende dai tuoi beni, «un uomo non vale mai per quanto possiede, o per il colore della sua pelle, ma per la qualità dei suoi sentimenti. Un uomo vale quanto vale il suo cuore» (Gandhi). Gesù chiede sì una rinuncia, ma a ciò che impedisce il volo. Chi lo fa, scopre che «rinunciare per Te è uguale a fiorire» (M. Marcolini).

(Letture: Sapienza 9,13-18; Salmo 89; Filemone 1,9-10.12-17; Luca 14,25-33)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/rinunciarea-cio-checi-impediscedi-volare

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi – pubblicato su Avvenire

XXII Dom. T. O. – Anno C – 2019

Mettersi all’«ultimo posto»: quello di Dio

Vangelo (Luca 14,1.7-14)

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”». (….) Disse poi a colui che l’aveva invitato: (….) «Quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Il banchetto è un vero protagonista del Vangelo di Luca. Gesù era un rabbi che amava i banchetti, che li prendeva a immagine felice e collaudo del Regno: a tavola, con farisei o peccatori, amici o pubblicani, ha vissuto e trasmesso alcuni tra i suoi insegnamenti più belli. Gesù, uomo armonioso e realizzato, non separava mai vita reale e vita spirituale, le leggi fondamentali sono sempre le stesse. A noi invece, quello che facciamo in chiesa alla domenica o in una cena con gli amici sembrano mondi che non comunicano, parallele che non si incontrano.
Torniamo allora alla sorgente: per i profeti il culto autentico non è al tempio ma nella vita; per Gesù tutto è sillaba della Parola di Dio: il pane e il fiore del campo, il passero e il bambino, un banchetto festoso e una preghiera nella notte. Sedendo a tavola, con Levi, Zaccheo, Simone il fariseo, i cinquemila sulla riva del lago, i dodici nell’ultima sera, faceva del pane condiviso lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico.
Per questo invitare Gesù a pranzo era correre un bel rischio, come hanno imparato a loro spese i farisei. Ogni volta che l’hanno fatto, Gesù gli ha messo sottosopra la cena, mandandoli in crisi, insieme con i loro ospiti. Lo fa anche in questo Vangelo, creando un paradosso e una vertigine. Il paradosso: vai a metterti all’ultimo posto, ma non per umiltà o modestia, non per spirito di sacrificio, ma perché è il posto di Dio, che «comincia sempre dagli ultimi della fila» (don Orione) e non dai cacciatori di poltrone. Il paradosso dell’ultimo posto, quello del Dio “capovolto”, venuto non per essere servito, ma per servire. Il linguaggio dei gesti lo capiscono tutti, bambini e adulti, teologi e illetterati, perché parlano al cuore. E gesti così generano un capovolgimento della nostra scala di valori, del modo di abitare la terra. Creano una vertigine: Quando offri una cena invita poveri, storpi, zoppi, ciechi. Riempiti la casa di quelli che nessuno accoglie, dona generosamente a quelli che non ti possono restituire niente. La vertigine di una tavolata piena di ospiti male in arnese mi parla di un Dio che ama in perdita, ama senza condizioni, senza nulla calcolare, se non una offerta di sole in quelle vite al buio, una fessura che si apre su di un modo più umano di abitare la terra insieme.
E sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Che strano: poveri storpi ciechi zoppi sembrano quattro categorie di persone infelici, che possono solo contagiare tristezza; invece sarai beato, troverai la gioia, la trovi nel volto degli altri, la trovi ogni volta che fai le cose non per interesse, ma per generosità. Sarai beato: perché Dio regala gioia a chi produce amore.

(Letture: Siracide 3,19-21.30.31; Salmo 67; Lettera agli Ebrei 12,18-19.22-24a; Luca 14,1.7-14)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/mettersiall-ultimoposto-quello-di-dio

 

 

 

 

 

 

 

XXI DOMENICA TEMPO ORDINARIO – “Anno C”

Is 66, 18-21 – Eb 12, 5-7. 11-13 – Lc 13,22-30

 

Benediciamo la vita e tutto ciò che in essa c’è: il sole, l’aria, la foresta e tutte le creature.

Benediciamo chi dà la vita e chi la custodisce.

Benediciamo quindi l’Amazzonia, polmone di tutti, che brucia per l’avidità di pochi.

 

Omelia

Tutto parte da una domanda sbagliata: Sono pochi quelli che si salvano? Gesù non entra in questi discorsi fatti sulla pelle degli altri, sulla salvezza degli altri. E non risponde sul numero, su quanti, ma su chi si salva.

E nasce un primo enigma. Cosa vuol dire “salvezza”? Nessuno parla di salvezza, oggi. Non fa parte dei nostri discorsi: non se ne parla né al bar né in chiesa. Chi ne sente davvero il bisogno? E’ parola usata da chi sta affogando; bisogna stare per annegare, per affondare, per capire e dire: sono salvato.

Per capire salvezza, dobbiamo essere prima mendicanti, questuanti, cercatori, aver fame e sete. Senza contare che in realtà noi anneghiamo così volentieri nei nostri laghetti personali.

Bisogno di salvezza, no, forse di un salvatore, di uno che risolva i problemi al posto nostro, un politico, un papa, un medico… Salvatori sì, salvezza no.

Una volta salvezza voleva dire salvarsi l’anima, andare in paradiso, dopo questa vita.

Non è così semplice, non così limitato: vuol dire entrare in una vita indistruttibile, vivere una vita di una qualità tale che sarà eterna e non sarà distrutta, vivere cose che meritano di non morire.

Il seguito del vangelo di oggi dirà quali sono.

Sforzatevi di entrare per la porta stretta.

Ed ecco un secondo enigma da risolvere: che cos’è la porta stretta, in che senso è stretta?

Nel senso che ti devi graffiare contro gli stipiti perché non passi? Che provoca un restringimento per la salvezza, un blocco?

No: è stretta nel senso che è controcorrente, come lo era la vita di Gesù, contromano come lo sono le beatitudini.

E Gesù qui fa chiarezza, è molto chiaro su chi passa la porta, una chiarezza trascurata lungo i secoli. Infatti a chi dirà: non vi conosco? Non so di dove siete? A quelli che si vanteranno: abbiamo mangiato e bevuto con te, ti abbiamo ascoltato nelle nostre piazze.

Ma come? Abbiamo frequentato la chiesa, partecipato alla messa, organizzato catechismi e mega raduni…

Non serve, non basta, la misura è nella vita.

Non basta mangiare Gesù che è il pane, occorre farsi pane.

Quelli che bussano alla por­ta chiusa hanno compiuto sì azioni per Dio, ma nes­suna azione per i fratelli. A loro è detto:

Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia: non vi conosco. Allora la porta è la giustizia!

Il riconoscimento sta nella giustizia.

Dio non ti riconosce per formule, riti o simboli religiosi, o per citazioni “io e la mia madonnina”, ma per­ché hai mani e gesti di giustizia.

Voi non entrate, voi avete false credenziali.

Non c’è salvezza neanche con tante confessioni e messe, non garantiscono niente.

Infatti quelli alla porta si vantano di cose di poco conto: ab­biamo mangiato con te, eravamo in piazza ad ascoltarti… ma questo può essere solo un alibi furbo, non si­gnifica che stanno vivendo il suoi Vangelo.

In realtà noi sappiamo di Gesù solo ciò che viviamo di Gesù. Ciò che ho fatto mio. “È da come uno mi parla delle cose della terra e non di quelle del cielo che io capisco se uno ha soggiornato in Dio (S. Weil).

Ch Bobin: la verità è ciò che arde. La mia verità di cristiano è ciò che arde. La verità sono persone, mani e gesti che ardono! Arde qualcosa di Cristo in me? Arde un po’ di vangelo?

 

Il vangelo inizia con due immagini potenti: una porta stretta e una folla che si accalca e preme per entrare.

Poi, con un improvviso cambio di prospettiva, siamo oltre quella soglia stretta, in un’atmosfera di festa, in una calca multicolore e multietnica: verranno da oriente e da occidente, da nord e da sud e siederanno a mensa.

Quella porta è il passaggio, chiaro, netto, nitido verso la vita buona, bella e felice, come lo era quella di Gesù. La porta è Cristo, il punto di passaggio, soglia che si apre su un mondo altro. Allora cercherò di essere anch’io come lui piccola porta per cui passa gente e vita. Anch’io piccola porta aperta e non chiusa. Amo le porte aperte.

 

E infatti, la storia dell’umanità, e forse anche la mia storia personale, è piena di altre porte, di archi trionfali o presunti tali, di percorsi larghi, che però hanno prodotto illusioni e sangue, che hanno creato molto dolore sulla faccia della terra.

E la storia è bianca delle ossa dei popoli che hanno attraversato altre porte, adottato altre logiche e non quella del Vangelo come codice di futuro.

E la voce di Dio mi dirà: “ti conosco” soltanto se nella mia vita ho vissuto qualcosa della vita di Gesù, magari solo un bicchiere d’acqua fresca; mi dirà “ti conosco” soltanto se Gesù scopre qualcosa di se stesso in me:

– il Dio della giustizia cercherà in me gesti di giustizia;

– il Dio della accoglienza cercherà in me semi e tracce di accoglienza;

– il Dio di comunione cercherà dentro di me comunione, almeno per frammenti, e non chiusure.

E trovandoli mi riconoscerà e spalancherà la porta.

Lo dico con san Giovanni della Croce: Alla fine del giorno saremo interrogati sull’amore. E’ questa la porta stretta

La porta è stretta, ma è bella.

Infatti riverbera rumori di festa, una sala colma, una mensa imbandita e un turbinare di arrivi, un colorato confondersi di punti cardinali, un mondo finalmente altro dove gli uomini sono diventati fratelli.

La porta è stretta ma sufficiente.

Infatti la grande sala è piena, vengono i lontani e sono folla, entrano, forse non sono migliori di noi che siamo i vicini, ma hanno operato giustizia, magari senza saperlo. Sono i sorpresi: come quelli del giudizio universale: quando mai Signore ti abbiamo visto povero, malato, affamato, forestiero e ti abbiamo aiutato? La rivelazione: ogni volta che avete fatto questo a un piccolo l’avete fatto a me. Vi ho conosciuto allora.

Il sogno di Dio è far sorgere figli da ogni dove, per una offerta di felicità, per una vita in pienezza. Lui li raccoglie da tutti gli angoli del mondo, variopinti clandestini del regno, arrivati ultimi e per lui considerati primi.

Per la porta larga vuole passare chi crede di avere addosso l’odo­re di Dio, preso tra incensi, riti e preghiere, e di questo si vanta. Per la porta stretta entra “chi ha addosso l’o­dore delle pecore” (papa Francesco), l’operaio di Dio, con le mani segnate dal lavoro e il cuore buono.

Preghiera

 

Amo le porte aperte

che fanno entrare notti e tempeste

polline e spighe,

Libere porte che rischiano l’errore e l’amore.

Amo le porte aperte

di chi ci invita a varcare la soglia

e fa entrare pellegrini e vagabondi

naufraghi e marinai.

Amo le porte aperte di uomini e donne

capaci di povertà e di coraggio davanti a luci spente.

Amo le porte aperte:

Buchi nella rete, brecce nei muri,

lucciole nella notte

profezia di una umanità

rivolta per diritto di tenerezza e di giustizia.

Amo le porte aperte

dei pericolosi visionari

dei testardi amanti

Di chi ha fatto voto di vastità:

Braccia aperte per tutti noi!

Amo le porte aperte di Dio.

 

 

Commento al Vangelo – di Ermes Ronchi – pubblicato su Avvenire
Quella porta «stretta» per aprirci all’essenziale

XXI Dom. T. O. – Anno C – agosto 2019

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. […]» (Luca 13,22-30)

Gesù è in cammino verso la città dove muoiono i profeti. Lungo la strada, un tale gli pone una domanda circa la salvezza: di Gerusalemme e di tutti. Tremore e ansia nella voce di chi chiede. E Gesù risponde con altrettanta cura: salvezza sarà, ma non sarà facile. E ricorre all’immagine della porta stretta. Un aggettivo che ci inquieta, perché «stretta» evoca per noi fatiche e difficoltà. Ma tutto il Vangelo è portatore non di dolenti, ma di belle notizie: la porta è stretta, cioè piccola, come lo sono i piccoli e i bambini e i poveri che saranno i principi del Regno di Dio; è stretta ma a misura d’uomo, di un uomo nudo ed essenziale, che ha lasciato giù tutto ciò di cui si gonfia: ruoli, portafogli gonfi, l’elenco dei meriti, i bagagli inutili, il superfluo; la porta è stretta, ma è aperta.

L’insegnamento è chiaro: fatti piccolo, e la porta si farà grande. Quando il padrone di casa chiuderà la porta, voi busserete: Signore aprici. E lui: non so di dove siete, non vi conosco. Avete false credenziali. Quelli che si accalcano per entrare si vantano di cose che contano poco: abbiamo mangiato e bevuto con te, eravamo in piazza ad ascoltarti. Ma questo può essere solo un alibi di comodo. «Quando è vera fede e quando è solo religione? Fede vera è quando fai te sulla misura di Dio; semplice religione è quando fai Dio a tua misura» (Turoldo).

Abbiamo mangiato in tua presenza… Non basta mangiare il pane che è Gesù, spezzato per noi, bisogna farsi pane, spezzato per la fame d’altri. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia. Non vi conosco. Il riconoscimento sta nella giustizia fattiva. Dio non ti riconosce per formule, riti o simboli religiosi, ma perché hai mani di giustizia. Ti riconosce non perché fai delle cose per lui, ma perché con lui e come lui fai delle cose per i piccoli e i poveri.

Non so di dove siete: il vostro modo di vedere è lontanissimo dal mio, voi venite da un mondo diverso rispetto al mio, da un altro pianeta. Infatti, quelli che bussano alla porta chiusa hanno compiuto sì azioni per Dio, ma nessun gesto di giustizia per i fratelli.

La conclusione della piccola parabola è piena di sorprese: la sala è piena, oltre quella porta Gesù immagina una festa multicolore: verranno da oriente e occidente, dal nord e dal sud del mondo e siederanno a mensa. Viene sfatata l’idea della porta stretta come porta per pochi, solo per i più bravi. Tutti possono passare, per la misericordia di Dio. Il suo sogno è far sorgere figli da ogni dove, per una offerta di felicità, per una vita in pienezza. Lui li raccoglie da tutti gli angoli del mondo, variopinti clandestini del regno, arrivati ultimi e per lui considerati primi.
(Letture: Isaia 66,18-21; Salmo 116; Ebrei 12,5-7.11-13; Luca 13,22-30)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/quella-porta-stretta-per-aprirciall-essenziale

XIX domenica anno C. 11 agosto 2019

di p. Ermes Rochi

Benvenuti. Siamo arrivati qui ciascuno con le nostre anfore vuote, per metterle sotto la fontana che è il Signore, che siano riempite di luce, di coraggio, di cuore.

 

 

Omelia

L’idea-forza, l’idea ispiratrice del mondo nuovo come Gesù lo vuole è nel verbo servire, è nel coraggio di prendersi cura. Non possiamo neppure cominciare a parlare di etica senza un sentimento di cura.

Il nome nuovo della civiltà è servizio, espresso oggi nelle parabole sui servi.

Nella notte aspettano il padrone. Restare svegli fino all’alba, con le vesti già strette ai fianchi, con le lampade sempre accese, è “un di più” che ha il potere di incantare il padrone al suo arrivo.

Non lo fanno per paura, non per dovere, la loro è come l’attesa nella notte di quei genitori insonni finché i loro ragazzi sono fuori il sabato notte, a una festa, in ansia fino a che non li sentono rientrare in casa.

Come l’attesa dell’amata nel Cantico dei Cantici: io dormo, ma il mio cuore veglia (5,2).

Se alla fine della notte lo troverà sveglioSe lo troverà…, se. La fedeltà del servo non è ovvia, un fatto dovuto. Il padrone non sa, non se l’aspetta e trovare all’alba chi lo accoglie è per Dio una sorpresa e una gioia, uno stupore. Dove mi sembra che risuoni la voce di un Signore felice: questi miei figli, capaci ancora di stupirmi! Con un di più, un eccesso, una veglia fino all’alba, un vaso di profumo, un perdono di tutto cuore, due spiccioli nel tesoro del tempio, l’abbraccio al più piccolo.

E allora scatta in lui una risposta gioiosa, eccessiva, liberante: li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E’ il capovolgimento dell’idea di padrone: il punto commovente, sublime di questo racconto, il momento straordinario, quando accade l’impensabile: il signore si mette a fare il servo! Dio viene e si pone a servizio del benessere dei suoi, e i servi sono signori. E il Signore è servo.

Gesù ribadisce, perché si imprima bene, l’atteggiamento sorprendente del padrone: si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. È l’immagine clamorosa, che solo Gesù ha osato, di Dio nostro servitore; quel Dio capovolto, che lui ha rivelato e incarnato nell’ultima sera, cingendo un asciugamano, prendendo fra le sue mani i piedi dei discepoli, facendo suo il ruolo proprio dello schiavo o della donna.

Non il padrone dei padroni, non il re dei re o il signore dei signori, non il dio degli dei, Lui è il servitore di ogni vita, di tutta la vita.

 

Le tre piccole parabole di oggi sono ambientate nella notte, immagine della fatica, della nostra cronaca aggrovigliata, di tutte le paure che escono dal buio dell’anima; simbolo dell’attesa della luce.

È nella notte che spesso capiamo che cosa è essenziale. È nel lungo silenzio che sentiamo crescere e arrampicarsi in noi le cose importanti della vita. Nella notte diventiamo credenti. Nella notte, quando le forze mancano e la fatica è troppa. Quando ci sembra di non farcela più e la disperazione fa pressione alle porte del cuore, quando Dio è lontano, allora mantenere accese le lucerne. Accese nonostante. Accese comunque.

Vale molto di più accendere una lampada nella notte che imprecare contro il buio.

Hai molte lampade, accendile tutte (S. Ambrogio). Le molte lampade non sono le idee degli opinionisti famosi, non le trovo negli articoli del mio giornale preferito, o sul TG della sera.

Lampada ai miei passi e la sua parola, sono i richiami del Signore sparpagliati nella bibbia, nell’intimo della coscienza, negli eventi della storia, nelle creature, nel gemito e nel giubilo del creato.

Gemito del mondo. La più grave malattia di oggi è la cardiosclerosi, l’indurimento del cuore, l’indifferenza. Il cuore duro è quella malattia che aveva il potere di rendere triste Gesù, di farlo perfino arrabbiare: e girando lo sguardo attorno, adirato per la durezza del loro cuore disse all’uomo: stendi la mano, guarisci!

 

Per tre volte Gesù ribadisce una beatitudine: beati, benedetti quei servi. La fortuna del servo, la sua benedizione non deriva dalla forza di volontà per restare sveglio, non è frutto della sua bravura.

La nostra fortuna, di noi servi inaffidabili, consiste nel fatto di avere un padrone come questo, pieno di fiducia in noi, che non nutre sospetti, cuore luminoso, che ti affida la casa, le chiavi, le persone. Nessuno ha un Dio come il nostro!

Il miracolo è un Dio che ha fede, fiducia nell’uomo.

La fiducia del mio Signore mi conquista, mi commuove, ad essa rispondo. Io crederò in lui, perché lui crede in me.

Sarà il Signore che io servirò perché è l’unico che si è fatto mio servitore.

 

Dov’è il tuo tesoro, lì c’è intero il tuo cuore. Parole consolanti. E qual è il mio tesoro se non il cumulo delle mie speranze, e le persone per cui trepido e gioisco e soffro? Vero tesoro sono sempre le persone e mai le cose. Un tesoro di persone e di speranze è il motore della vita.

Il nostro cuore vive soltanto se gli offriamo tesori da sperare, da cercare. Altrimenti non vive.

La nostra vita è viva e sveglia se abbiamo coltivato tesori di passione per il bene possibile, per un sorriso possibile, per l’amore possibile, per un mondo migliore possibile.

La nostra vita è viva quando sappiamo prenderci cura di qualcuno, dei piccoli e dei loro sogni, di me e del mondo.

Della vita, di tutta la vita, contro la morte, ogni tipo di morte.

Tu ti incarichi della gioia di altri e Dio si incarica della tua gioia.

 

Preghiera alla comunione

Donaci un cuore attento che sa cogliere la tua fiducia in noi.

E alla fine della notte, vieni, Signore,

pastore delle costellazioni e pastore del cuore,

vieni con lo splendore dell’incontro vero.

Vieni con quella forza d’amore che ti fa essere servo.

Vieni, come esultanza di ogni figlio.

E sarai Tu il tesoro dove è posto il nostro cuore,

tesoro che nulla consuma,

oro che brilla anche nel luogo più oscuro,

come una colonna di fuoco, come una lucerna accesa,

come un cuore amante. Amen.

 

 

Camminiamo verso Colui che ha nome Amore, pastore di costellazioni e pastore dei cuori, che ci metterà a tavola e passerà a servirci, con tutta la gioia di un Padre sorpreso dall’amore di questi suoi figli, questo piccolo gregge, coraggioso e mai arreso piccolo gregge, che veglia sui tesori di Dio, che veglia fino alle porte della luce.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XX domenica c Luca 12,49-59

 

Inizio

Che ognuno continui (o cominci) a guardarsi attorno con occhi vivi e a profondi e a stupirsi, con infinita gratitudine, di quanto esiste.

E a fare memoria, con tenerezza, di volti e terre: epifanie sui nostri sentieri dell’invisibile, che non smette di sedurci sommessamente.

 

Omelia

Sono venuto a gettare fuoco sulla terra.

Vangelo estremamente impegnativo, e bellissimo.

Quale fuoco? Guardiamoci attorno, guardiamo i nostri giorni: io non mi capacito di questa escalation di violenza verbale e aggressività; non mi rassegno a questa rabbiosità di tutti contro tutti, al montare della volgarità contro avversari o semplici disgraziati. Fuoco questo? È forse questo ciò che Gesù ha portato?

No, il fuoco è un battesimo, la morte delle cose morte e la loro rinascita nella luce; è il nascere di nuovo, quando la vita di prima si consuma; è la vita nuova, quella secondo Dio, quella che scalda e illumina.

Ci sentiamo scaldati e illuminati da come va il mondo oggi? Io, no.

E Gesù: ecco vi metto in guerra con questa logica, con questo sistema. Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma la divisione. La pace non è neutralità né mediocrità né equilibrio tra bene e male.

Togliamoci dalla testa di poter entrare nella vita nuova senza entrare in rotta di collisione con tutto ciò che è contrario a questa vita. Come Geremia, come Gesù e i profeti di sempre. “Credere è porsi in conflitto” (Turoldo).

La scelta di chi salva vite, di chi perdona, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare ma servire, di chi non vuole vendicarsi, di chi apre le braccia, diventa precisamente divisione, guerra, urto inevitabile con chi pensa a vendicarsi, salire, dominare, con chi pensa che è vita solo quella di colui che vince. Leonardo Sciascia si augurava: “Io mi aspetto che i cristiani qualche volta accarezzino il mondo in contropelo”. Ritti, controcorrente, senza accodarsi ai potenti di turno o al pensiero dominante. Che riscoprano e vivano la “beatitudine degli oppositori”, di chi si oppone a tutto ciò che fa male alla storia e ai figli di Dio.

 

Fuoco e divisione ha portato. Testi scritti sotto il fuoco della prima violentissima persecuzione contro i cristiani, quando i discepoli di Gesù si trovano di colpo scomunicati dall’istituzione giudaica. Un colpo terribile per le prime comunità di Palestina, dove erano tutti ebrei, dove le famiglie si spaccavano su questo (rompere non con la famiglia, ma con gli infantilismi nostri…)

 

Ma sono testi già anticipati dalla sorte di Geremia. Sorte dei profeti. Il profeta è un mistico in azione. Un mistico con fuoco.

Applichiamo all’oggi la storia di Geremia affondato nella cisterna. Dice il re: “Prendi con te degli uomini (dei volontari su una nave…), tiralo su dalla cisterna (recuperateli dal mar Mediterraneo e tirateli su), perché non muoia (non lasciateli morire in mare…)

Non ci sono oggi re come quello. Romano Guardini suggeriva: la tua obbedienza vada alla verità e non alla istituzione! La tua libertà è la verità, non l’omologazione alla logica delle istituzioni.

 

Vangelo duro e pensoso.

Noi cristiani non siamo dei pelouche, dei soprammobili da salotto, ma segni di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori, rovina e risurrezione di molte cose.

 

Ricordo Turoldo, in uno dei suoi versi che trovo sovversivo e generatore, magico: Cristo mia dolce rovina, impossibile amarti impunemente.

Cristo che rovini ogni mediocrità.

Impossibile amarti senza pagarne il prezzo in moneta di vita, di impegno, di contrasti. Gesù per primo è stato con tutta la sua vita segno di contraddizione.

Il suo Vangelo è venuto come una sconvolgente liberazione: per le donne, schiacciate dal maschilismo; per i bambini, proprietà dei genitori; per gli schiavi in balia dei padroni; per i lebbrosi, i ciechi, i poveri.

Si è messo dalla loro parte, fa di un bambino il modello di tutti e dei poveri i principi del suo regno, scegliendo sempre l’umano contro il disumano. La sua predicazione non metteva in pace la coscienza, ma la risvegliava dalle false paci! Paci apparenti, rotte da un modo più vero di intendere la vita. Non siamo chiamati a venerare la cenere, ma a custodire il fuoco.

 

È stato detto che la religione era l’oppio dei popoli, ottundimento e illusione. Nell’intenzione di Gesù il vangelo porta invece “il morso del più” (L. Ciotti), più visione, più coraggio, più creatività, più fuoco.

Porta divisione. Nel senso che Dio non è neutrale e neppure la sua pace: vittime o carnefici non sono la stessa cosa davanti a lui, tra ricchi e poveri ha delle preferenze e si schiera. Il Dio biblico non porta la falsa pace della neutralità o dell’inerzia, ma “ascolta il gemito” e prende posizione in favore dei piccoli e contro i faraoni di sempre.

La divisione che il Maestro porta evoca il coraggio di esporsi e lottare contro il male. “Perché si uccide anche stando alla finestra” (L. Ciotti), muti davanti al grido dei poveri e di madre terra, mentre soffiano i veleni degli odi, si chiudono approdi, si alzano muri, avanza la corruzione.

Noi non siamo abbastanza cattivi da uccidere qualcuno con le nostre mani, ma siamo abbastanza cattivi da lasciar morire molti con l’indifferenza.

Non si può restarsene inerti a contemplare lo spettacolo della vita che ci scorre a fianco, senza alzarsi a lottare contro la morte, ogni forma di morte. Altrimenti il male si fa sempre più arrogante e legittimato.

Pensiamo che il fuoco, la vita nuova, entrino in noi come una iniezione indolore, come fossero scatti di anzianità automatici? No, perché in me il peccato, il male non muore di morte naturale, ma di morte violenta, faticosa, per combattimento spirituale.

 

Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Un invito pieno di energia, rivolto alla folla cioè a tutti: non seguite il pensiero dominante, non accodatevi alla maggioranza o ai sondaggi d’opinione. Giudicate da voi stessi, intelligenti e liberi, svegli e sognatori, andando oltre la buccia delle cose: “la differenza decisiva non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa” (Card. Martini). Tra chi si domanda che cosa c’è di buono o di sbagliato in ciò che accade, e chi non si domanda più niente.

Giudicate da voi… Siate profeti – invito forte e quanto dimenticato! – siate profeti anche scomodi, dice il Signore Gesù, facendo divampare quella goccia di fuoco che lo Spirito ha seminato in ogni vivente, quella goccia di luce nascosta nel cuore vivo di tutte le cose.

 

Fine.

Andate e incendiate il mondo (Ignazio di Loyola). Anche noi andiamo e incendiamo, d’amore però, quell’angolino che ci è dato in sorte.

 

BEATITUDINI PER UNA NOTTE DI SOLIDARIETA’

 

Beati i poveri in spirito, sono loro i re di domani

Beati quelli che scelgono di stare con i piccoli e gli ultimi della fila

 

Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia

Beati quelli che hanno fame e sete di dignità e di diritti per tutti

 

Beati quelli che scelgono sempre l’umano contro il disumano

Beati quelli che salvano vite, dalla morte, da ogni forma di morte

 

Beati quelli che costruiscono ponti e non muri

Beati quelli che: avevo fame e mi avete dato da mangiare

ero straniero e mi avete accolto

ero senza terra e mi avete dato un paese buono

 

Beati quelli che hanno il cuore dolce, perché saranno i signori di domani

Beati quelli che sanno ancora piangere,

che provano dolore per il dolore di un bimbo, una donna, un figlio della terra…

 

Beati quelli che sanno provare stupore e rabbia di fronte agli orrori del mondo

Beati quelli che si prendono cura di una esistenza con la loro esistenza

 

Beati quelli che sentono il morso del più: più passione, più umanità, più diritti

Beati i coraggiosi: quelli che “meglio trasgressivi che complici”

 

Beati quelli che non sono muti e inerti

Beati gli oppositori, che si oppongono alla legge

quando la legge si oppone all’umanità

 

Beati quelli che sono in minoranza, controcorrente,

che non si accodano al pensiero dei più

 

Beati quelli che la vita non la vedono in funzione del loro io,

ma il loro io in funzione della vita.

Loro hanno in dono la vita indistruttibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Dio non è neutrale e nemmeno la sua pace

XX Dom. T. O. – Anno C – agosto 2019

Vangelo (Luca 12,49-53)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione […]»

Sono venuto a portare il fuoco sulla terra. E come vorrei che divampasse. È stato detto che la religione era l’oppio dei popoli, ottundimento e illusione. Nell’intenzione di Gesù il Vangelo è invece «l’adrenalina dei popoli» (B. Borsato), porta «il morso del più» (L. Ciotti), più visione, più coraggio, più creatività, più fuoco.

Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma la divisione. Dio non è neutrale: vittime o carnefici non sono la stessa cosa davanti a lui, tra ricchi e poveri ha delle preferenze e si schiera. Il Dio biblico non porta la falsa pace della neutralità o dell’inerzia, ma «ascolta il gemito» e prende posizione contro i faraoni di sempre. La divisione che porta evoca il coraggio di esporsi e lottare contro il male. «Perché si uccide anche stando alla finestra» (L. Ciotti), muti davanti al grido dei poveri e di madre terra, mentre soffiano i veleni degli odi, si chiudono approdi, si alzano muri, avanza la corruzione. Non si può restarsene inerti a contemplare lo spettacolo della vita che ci scorre a fianco, senza alzarsi a lottare contro la morte, ogni forma di morte. Altrimenti il male si fa sempre più arrogante e legittimato.

Sono venuto a portare il fuoco, l’alta temperatura morale in cui soltanto avvengono le trasformazioni positive del cuore e della storia. E come vorrei che divampasse! Come quella fiammella che a Pentecoste si è posata sul capo di ogni discepolo e ha sposato una originalità propria, ha illuminato una genialità diversa per ciascuno. Abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali, con fuoco. La Evangelii gaudium invita i credenti a essere creativi, nella missione, nella pastorale, nel linguaggio. Propone instancabilmente non l’omologazione, ma la creatività; invoca non l’obbedienza ma l’originalità dei cristiani. Fino a suggerire di non temere eventuali conflitti che ne possono seguire (Eg 226), perché senza conflitto non c’è passione.

Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Un invito pieno di energia, rivolto alla folla cioè a tutti: non seguite il pensiero dominante, non accodatevi alla maggioranza o ai sondaggi d’opinione. Giudicate da voi stessi, intelligenti e liberi, svegli e sognatori, andando oltre la buccia delle cose: «La differenza decisiva non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa» (C.M. Martini). Tra chi si domanda che cosa c’è di buono o di sbagliato in ciò che accade, e chi non si domanda più niente. Giudicate da voi… Siate profeti – invito forte e quante volte disatteso! – siate profeti anche scomodi, dice il Signore Gesù, facendo divampare quella goccia di fuoco che lo Spirito ha seminato in ogni vivente.
(Letture: Geremia 38,4-6.8-10; Salmo 39; Ebrei 12,1-4; Luca 12,49-53)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/dio-non-eneutralee-nemmenola-sua-pace

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi
Marta e Maria, il Signore cerca amici non servi
XVI Dom. T.O. anno – C – 2019

Vangelo – Lc 10,38-42
Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

 

 

XVI domenica Luca 10,38-42bis

Una donna di nome Marta lo ospitò nella sua casa. Ha la stanchezza del viaggio nei piedi, negli occhi la fatica del dolore incontrato. Allora riposare nella frescura amica di una casa, cenare in compagnia sorridente, è un dono, e Gesù lo accoglie con gioia. Entra nella casa di due donne, sovranamen­te libero di andare dove lo porta il cuore. Libero di par­lare alle donne, le escluse, le relegate.

Una stanza piena di gente: Maria ai piedi dell’amico; i discepoli intorno; Marta, la generosa, è sola nella sua cucina, alimenta il fuoco, controlla le pentole, si alza, passa e ripassa davanti al gruppo, a preparare pane e bevande e tavola, lei sola affaccendata per tutti.

Maria seduta ascoltava Gesù. Un uomo che profuma di cielo e una donna, seduti vicinissimi. Una scena così inconsueta per gli usi del tempo che pare quasi un miracolo. Tutti i pregiudizi sulle donne saltati in aria. Si fa discepola privilegiata la donna che i rabbini del tempo neppure accettavano alla loro scuola. Invece Gesù e Maria di Betania rompono gli schemi, spezzano i ruoli sociali e culturali. Totalmente presi l’uno dall’altra, lui a darsi, lei a ri­ceverlo. E li sento tutti e due felici. Lui total­mente suo, lei totalmente sua.

Mi piace Maria che sa essere in vacanza dentro al quotidiano. Senza sensi di colpa. Che sa incantarsi, come fosse la prima volta. Conosciamo tutti il miracolo della prima volta. Poi, ci si abitua. L’eternità invece è non abituarsi, è il miracolo della prima volta che si ripete sempre: quello di Maria di Betania seduta a bersi quelle parole, i silenzi, gli occhi…

Il primo rapporto con Dio è l’ascolto. Dall’ascolto comincia la relazione. Ascoltare uno è come dirgli “tu sei importante per me, mi interessi, mi piaci, ti do tempo, ti do cuore”.

E poi c’è Marta, la padrona di casa. Gli ospiti sono come gli angeli e c’è da offrire loro il meglio. Marta teme di non farcela, e allora “si fa avanti”, con la libertà che le detta l’amicizia, e s’interpone tra Gesù e la sorella: “dille che mi aiuti!”. Qualche conflitto tra familiari c’è anche nelle case più belle e visitate da Dio, lo sappiamo…

E Gesù, affettuosamente come si fa con gli amici, chiama Marta e la calma; ha osservato a lungo il suo lavoro, l’ha seguita con gli occhi, ha visto il riverbero della fiamma sul suo volto, ha ascoltato i rumori della stanza accanto, sentito l’odore del fuoco e del cibo quando Marta passava, era come se fosse stato con lei, in cucina. In quel luogo che ci ricorda il nostro corpo, il bisogno del cibo, la lotta per la sopravvivenza, il gusto di cose buone, i nostri piccoli piaceri, e poi la trasformazione dei doni della terra e del sole, anche lì abita il Signore (J. Tolentino).

La realtà sa di pane, la preghiera sa di casa e di fuoco. Ma la casa di che cosa profuma? La profumano le persone.

Gesù non accetta che Marta si limiti, si impoverisca nelle troppe faccende di casa: Tu, le dice Gesù, sei molto di più. Tu non sei le cose che fai; tu puoi stare con me in una relazione nuova, non di servizi ma di orizzonti, semine, guarigioni, Tu puoi essere profeta, bocca di Dio. I primi profeti del vangelo infatti sono due donne, Maria ed Elisabetta: hanno un cuore che ascolta.

«Maria ha scelto la parte buona»: Marta non si ferma un minuto, Maria invece è seduta, occhi liquidi di felicità; Marta si agita e non può ascoltare, Maria nel suo apparente “far niente” ha messo al centro della casa Gesù, l’amico e il profeta. Doveva bruciarle il cuore quel giorno.

Le due sorelle di Betania tracciano i passi della fede vera: passare dall’affanno di ciò che devo fare per Dio, allo stupore di ciò che Lui fa per me. I passi di fede di ogni credente: passare da Dio come dovere a Dio come desiderio.

Perché Dio non cerca servi, ma amici (Gv 15,15); non cerca persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose, che lo lasci essere Dio… Il centro della fede è ciò che Dio fa per me, non ciò che io faccio per Dio.

Una lettura grezza del Vangelo ha spesso contrapposto le due sorelle, mentre esse sono i due polmoni della Chiesa, vorrei dire “i due cuori”. C’è del cuore in Marta che non sa più che cosa inventare per il suo amico. C’è del cuore in Maria che non vuole perdere una sola delle sue parole. Gesù ha bisogno di tutte e due le cose: del pane quotidiano e dell’ascolto amoroso.

E se rimprovera Marta non le dice: non fare niente, stasera non mangiamo, ma: fa’ un po’ meno, siediti qui, guardiamoci, ascoltiamoci, come fanno gli amici. “Marta”, le dice, “prima le persone poi le cose”.

Gesù non contraddice il servizio ma l’affanno, non contesta il cuore generoso ma il fare frenetico, che vela lo sguardo e il cuore.

Gesù ferma la corsa di Marta, la donna serva, e la mette davanti a sé: donna amica. La donna negata diventa la donna ridestata. La donna dell’ombra viene messa in piena luce e, lasciatemi dire, quanto diversa sarebbe la Chiesa se Papa, vescovi, preti chiamassero le donne a condividere pensieri, orizzonti, sogni ed emozioni. Quanto diversa e quanto più calore e freschezza, quanta meno burocrazia e più amicizia, più forza del cuore, come scrive il mistico Rumi (XIII sec): “Se tu ascoltassi la lezione del cuore anche una sola volta, faresti lezione ai professori”.

Di questa sola cosa c’è bisogno. Attento alle troppe cose. Lo dice a me e a tutti: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo che può sorgere e in­goiarti, troppo lavoro, trop­pi desideri, troppo correre, troppi impegni e non c’è posto per tutti. E non distingui più tra su­perfluo e necessario, tra il­lusorio e permanente, tra ef­fimero ed eterno. Prima la persona, poi le cose da fare. L’amica seduta e l’amica affaccendata sono due modi d’amare, entrambi necessari. Maria non può fare ameno di Marta, né Marta può fare a meno di Maria.

Io sono Marta, io sono Maria; dentro di me le due sorelle si tengono per mano, battono i loro due cuori, il cuore che ascolta, il cuore che sa servire. Entrambi, sempre, per amore.

 

 

Commento a cura di Ermes Ronchi per gli amici dei social

Un rabbi che entra nella casa di due donne, sovranamente libero di andare dove lo porta il cuore. Libero di parlare alle donne, le
escluse, seguendo la strada tracciata per la prima volta dall’angelo dell’annunciazione: mettere a parte le donne dei più
riposti segreti del Signore.
Passare dall’affanno di ciò che devo fare per Lui, allo stupore di ciò che Lui fa per me, questo è l’itinerario delle due sorelle di
Betania, simbolo di ogni credente. Passare da Dio come dovere a Dio come desiderio.
Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola.
Sapienza del cuore di donna, intuito che sceglie ciò che fa bene alla vita e regala pace, libertà, orizzonti e sogni: la Parola di Dio.
Maria, che ben conosce Gesù, sa ancora ascoltarlo stupefatta; sa incantarsi ancora, come fosse la prima volta. Tutti conosciamo il
miracolo della prima volta. Poi, ci si abitua. L’eternità invece è non abituarsi, è il miracolo della prima volta che si ripete
sempre: il miracolo di Maria di Betania, ancora una volta a bere le sue parole e i suoi silenzi e i suoi occhi. Perché Gesù non cerca
servitori, ma amici; non cerca delle persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose grandi, come
Maria di Nazareth: ha fatto grandi cose in me l’Onnipotente. Il centro di tutta la fede è ciò che Dio fa per me, non ciò che io
faccio per Dio.

Allora il primo servizio da rendere a Dio è l’ascolto. E’ dall’ascolto che comincia la relazione, perché ti prende una sorta
di contagio quando sei vicino a uno come Lui, un contagio di luce quando sei vicino alla luce.
Mi piace immaginare questi due totalmente presi l’uno dall’altra, lui a darsi, lei a riceverlo. E li sento tutti e due felici, lui di aver
trovato un nido e un cuore in ascolto, lei di avere un rabbi tutto per sé, per lei che è donna, a cui nessuno insegna. Lui totalmente
suo, lei totalmente sua.
A Maria doveva bruciare il cuore quel giorno. Da quel momento la sua vita è cambiata. Maria è diventata feconda, grembo dove si
custodisce il seme della Parola, apostola: inviata a donare, ad ogni incontro, ciò che Gesù le aveva seminato nel cuore.
Marta Marta tu ti affanni e ti agiti per troppe cose. Gesù, affettuosamente raddoppia il nome, non contraddice il servizio
ma l’affanno, non contesta il cuore generoso di Marta ma l’agitazione.
A tutti, ripete: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo che può sorgere e ingoiarti, troppo lavoro, troppi desideri,
troppo correre. Prima la persona poi le cose. Ti siedi ai piedi di Cristo e impari la cosa più importante: distinguere tra superfluo
e necessario, tra illusorio e permanente, tra effimero ed eterno.
Gesù non sopporta che Marta sia impoverita in un ruolo di servizio marginale, che si perda nelle troppe faccende di casa:
Tu, le dice Gesù, sei molto di più. Tu non sei le cose che fai; tu puoi stare con me in una relazione diversa,
condividere non solo servizi, ma pensieri, sogni, emozioni, sapienza, conoscenza.

Marta e Maria non si oppongono, i loro atteggiamenti sono complementari. Marta non può fare a meno di Maria perché il
nostro servizio ha un’unica sorgente che fa grande il cuore.
Maria non può fare a meno di Marta perché non c’è amore di Dio che non debba tradursi in gesti concreti. L’amica e l’ancella sono
due modi d’amare, entrambi necessari, i due poli di un unico comandamento: amerai il Signore tuo Dio e amerai il tuo
prossimo. Di un’unica beatitudine: beati quelli che ascoltano la Parola, beati quelli che la mettono in pratica.

Io sono Marta, io sono Maria; dentro di me le due sorelle si tengono per mano, e quando nulla separerà l’uomo da Dio, allora nulla separerà l’uomo dal servizio all’uomo. (Lc 10,38-42)

Commenti al Vangelo domenica 21 luglio – p. Ermes – Aiutarlo ad essere Dio

XV Dom. T.O. anno C – 2019
Quando le regole oscurano la legge di Dio

Vangelo – Lc 10, 25-37
Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. (…) Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?» (…).

Commento di Padre Ermes Ronchi

La straordinaria intelligenza comunicativa di Gesù: svela il cuore profondo inventandosi una storia semplice, che tutti possono capire, i professori come i bambini! Le parabole sono racconti che provengono dalla viva voce di Gesù, è come ascoltare il mormorio della sorgente, il momento iniziale, fresco, sorgivo del vangelo. Rappresentano la punta più alta e geniale, la più rifinita del suo linguaggio, non l’eccezione. Per lui parlare in parabole era la norma (Mc 4,33-34). Insegnava non per concetti, ma per immagini e racconti, che liberano e non costringono.

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Una delle storie più belle al mondo. Un uomo scendeva, e guai se ci fosse un aggettivo: giudeo o samaritano, giusto o ingiusto, ricco o povero, può essere perfino un disonesto, un brigante anche lui: è l’uomo, ogni uomo! Non sappiamo il suo nome, ma sappiamo il suo dolore: ferito, colpito, terrore e sangue, faccia a terra, da solo non ce la fa. È l’uomo, è un oceano di uomini, di poveri derubati, umiliati, bombardati, naufraghi in mare, sacche di umanità insanguinata per ogni continente.

Il mondo intero scende da Gerusalemme a Gerico, sempre. Il sacerdote e il levita, i primi che passano, hanno davanti un dilemma: trasgredire la legge dell’ama il prossimo, oppure quella del sii puro, evitando il contatto col sangue. Scelgono la cosa più comoda e più facile: non toccare, non intervenire, aggirare l’uomo, e… restare puri. Esternamente, almeno. Mentre dentro il cuore si ammala. Toccano le cose di Dio nel tempio, e non toccano la creatura di Dio sulla strada. La loro è solo religione di facciata e non fede che accende la vita e le mani. Il messaggio è forte: gesti e oggetti religiosi, riti e regole “sacri” possono oscurare la legge di Dio, fingere la fede che non c’è, e usarla a piacimento. Può succedere anche a me, se baratto l’anima del vangelo, il suo fuoco, con piccole norme o gesti furbi.

Chi fa emergere l’anima profonda, è un eretico, uno straniero, un samaritano in viaggio: lo vide, ne ebbe compassione, gli si fece vicino. Sono termini di una carica infinita, bellissima, che grondano umanità.

La compassione

· vale più delle regole cultuali o liturgiche (del sacerdote e del levita);
· più di quelle dottrinali (il samaritano è un eretico);
· surclassa le leggi etniche (è uno straniero);
· ignora le distinzioni moralistiche: soccorro chi se lo merita, gli altri no.

La divina compassione è così: incondizionata, asimmetrica, unilaterale.

Al centro del Vangelo, una parabola; al centro della parabola, un uomo.

E il sogno di un mondo nuovo che distende le sue ali ai primi tre gesti del buon samaritano: lo vide, ebbe compassione, si fece vicino.

(Letture: Dt 30,10-14; Salmo 18 (19); Col 1,15-20; Lc 10,25-37)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/quando-le-regole-oscurano-la-legge-di-dio

……………………………………………………………..
… noi,
ai quali ogni giorno il Signore Gesù affida
coloro che sono afflitti,
nel corpo e nello spirito,
perchè possiamo continuare a riversare su di loro, senza misura,
tutta la sua misericordia e la salvezza.

(Papa Francesco 26/02/2014)

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

XIV Domenica – Tempo ordinario – Anno C – 2019
Gesù insegna uno sguardo nuovo per muoverci nel mondo

Vangelo – Luca 10,1-12.17-20
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi quelli che vi lavorano! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi chi lavori nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. […]

Commento di p. Ermes Ronchi per i social
La messe è abbondante, ma sono pochi quelli che vi lavorano. Gesù insegna uno sguardo nuovo per muoverci nel mondo: la terra matura continuamente spighe di buonissimo grano. Insegna un modo nuovo di guardare l’umanità: la vede come un campo traboccante di un’abbondanza di frutti.

Noi abbiamo sempre interpretato questo brano come un lamento sul tanto lavoro da fare e sulla scarsità di vocazioni sacerdotali o religiose. Ma Gesù dice qualcosa di molto più importante: il mondo è buono. C’è tanto bene sulla terra. Sa che il padre suo ha seminato bene nei cuori degli uomini: molti di essi vivono una vita buona, tanti cuori inquieti cercano solo un piccolo spiraglio per aprirsi verso la luce, tanti dolori solitari attendono una carezza per sbocciare alla fiducia.
Gesù manda discepoli, ma non a lamentarsi di un mondo lontano da Dio, ma ad annunciare un capovolgimento: il Regno di Dio si è fatto vicino, Dio è vicino, vicino alla tua casa… Mai è stato così vicino! Viviamo oggi un momento epocale di rinascita spirituale, di rinascita alla vita. Questo mondo che a noi sembra in crisi, è un immenso laboratorio di idee nuove, progetti, esperienze di giustizia e pace, un altro mondo sta nascendo, e reca frutti di libertà, di consapevolezza, di salvaguardia del creato.

Di tutto questo lui ha gettato il seme, nessuno lo potrà sradicare dalla terra. Manca però qualcosa, manca chi lavori al buono di oggi. Mancano operai del bello, mietitori del buono, contadini che sappiano far crescere i germogli di un mondo più giusto, di una mentalità più positiva, più umana.

A questi lui dice: Andate: non portate borsa né sacca né sandali… Vi mando disarmati. Decisivi non sono i mezzi, decisive non sono le cose. I messaggeri vengono portando un pezzetto di Dio in sé. Se hanno un pezzetto di Vangelo dentro, lo emaneranno tutto attorno a loro, lo irradieranno: «se in noi non è pace, non daremo pace, se in noi non è ordine non creeremo ordine» (G.Vannucci).

Gesù affida ai discepoli una missione che concentra attorno a tre nuclei: Dove entrate dite: pace a questa casa; guarite i malati; dite loro: è vicino a voi il Regno di Dio. I tre nuclei della missione: seminare pace, prendersi cura, confermare che Dio è vicino.

Portano pace. E la portano a due a due, perché non si vive da soli, la pace. La pace è relazione. Comporta almeno un altro, comporta due in pace, in attesa dei molti che siano in pace, dei tutti che siano in pace. La pace non è semplicemente la fine delle guerre: Shalom è pienezza di tutto ciò che desideri dalla vita.

Guariscono i malati. La guarigione comincia dentro, quando qualcuno si avvicina, ti tocca, condivide un po’ di tempo e un po’ di cuore con te. Esistono malattie inguaribili, ma nessuna incurabile, nessuna di cui non ci si possa prendere cura.

Poi l’annuncio: è vicino, si è avvicinato, è qui il Regno di Dio. Il Regno è il mondo come Dio lo sogna. Dove la vita è guarita, dove la pace è fiorita. Dite loro: Dio è vicino, più vicino a te di te stesso; è qui, come intenzione di bene, come guaritore della vita.

Vanno i settantadue, ricchi solo di un santuario di povertà e dicono: «Nella tua umanità profonda, più intimo a te di te stesso, crocifisso con te nella tua pena, e poi flauto per la tua danza, Dio è vicino». La loro buona novella è: «Dio è con noi, con amore». Questo auguro, di tutto cuore, a ciascuno: «Dio sia con te, con amore».

Commenti al Vangelo – domenica 7 luglio – p.Ermes – Il mondo E’ buono

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi
XIII Domenica Tempo ordinario. Anno C – 2019

27 Giugno 2019

– Il Gesù dal volto forte –

Lc 9, 51-62
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio (…).

Commento di p.Ermes per la rete

Il Signore «rese forte» il suo volto, dice Luca, e si avviò verso Gerusalemme. Su questo sfondo del grande viaggio, un villaggio di Samaria rifiuta di accogliere Gesù. «Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» Eterna tentazione dei discepoli di imporre la verità con la forza.
Gesù si volta, li rimprovera e si avvia verso un altro villaggio. Nella concisione di queste poche parole appare la grande forza interiore di Gesù, la sua capacità di non deprimersi per una sconfitta, il rifiuto della violenza, il suo rispetto totale per la libertà di ciascuno, e infine la sua speranza indomabile: andiamo in un altro villaggio, c’è sempre un’altra casa cui bussare, sempre altri cuori da fasciare. Hai posto mano all’aratro, non voltarti indietro sulle tue sconfitte, conta il desiderio di altre semine, di altre vite da guarire.
Tre brevi dialoghi su come seguire Gesù. Il pri­mo personaggio che entra in scena è un ge­neroso e dice: Ti seguirò, dovunque tu vada!

Gesù deve avere gioito per lo slancio, deve aver ap­prezzato l’entusiasmo giovane di quest’uomo. Ep­pure risponde: Pensaci. Neanche un nido, neanche una tana, solo strada, ancora strada. Non un posto dove posare il capo, se non in Dio, quotidianamen­te dipendente dal cielo.

Il secondo riceve un invito diretto: Seguimi! E que­sti risponde: sì. Solo permettimi di andare prima a seppellire mio padre. La richiesta più legittima che si possa pensare, dovere di figlio, compito di uma­nità. Gesù replica con parole tra le più dure del van­gelo: Lascia che i morti seppelliscano i morti!

Parole che dicono: è possibile essere dei morti den­tro, vivere una vita spenta, una religiosità oscura, te­nebrosa, intrisa di paure. Parole dure che sottin­tendono però: segui me, io ti darò il segreto della vi­ta autentica! Il Vangelo è sempre un inno alla vita, scoperta di bellezza, incremento di umanità.

Infine il terzo dialogo: «ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io vada a salutare quelli di casa». Ancora un «ma». Ed è il più naturale: è così duro il cammino senza affetti e senza amici. Gesù risponde: «chi pone mano all’aratro e poi si volge indietro, non è adatto al Regno». Ma Signore, chi non si è mai voltato indietro? Chi è adatto? Poi guardo e vedo Gesù cercare Pietro che per tre volte si è voltato dall’altra parte, e dichiararlo per tre volte adatto a pascere agnelli e pecore, ad avere le chiavi del regno. E io sono adatto al Regno? No, se guardo alla mia coerenza; forse sì, se penso che le pietre scartate sono servite, nelle sue mani, meglio delle altre a costruire la sua casa.

 

http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/27453/commento-al-vangelo-domenica-30-giugno-p-ermes-il-gesu-dal-volto-forte/

 

 

CORPO e SANGUE DEL SIGNORE C 2019 Luca 9,11b-17

 

Né a noi né a Dio è bastato darci la sua Parola. Troppa fame ha l’uomo, e Dio ha dovuto dare la sua Carne e il suo Sangue (Divo Barsotti). Neppure il suo corpo ha tenuto per sé: prendete, mangiate, neppure il suo sangue ha tenuto per sé: prendete, bevete. Neppure il suo futuro: sarò con voi tutti i giorni fino al consumarsi del tempo. La festa del Corpo e Sangue del Signore è raccontata dal vangelo attraverso il segno del pane che non finisce. I Dodici sono appena tornati dalla missione, erano partiti armati d’amore, e tornano carichi di racconti. Gesù li accoglie e li porta in disparte. Ma la gente di Betsaida li vede, accorre, li stringe in un assedio che Gesù non può e non vuole spezzare.

Allora è lui a riprendere la missione dei Dodici: cominciò a parlare loro di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.

C’è tutto l’uomo in queste parole, il suo nome è: creatura che ha bisogno, di pane e di assoluto, di cure e di Dio.

C’è tutta la missione di Cristo, e della Chiesa: insegnare, nutrire, guarire.

E c’è il nome di Dio: Colui che si prende cura.

La prima riga di questo Vangelo la sento come la prima riga della mia vita. Sono uno di quei cinquemila, in quella sera sospesa: il giorno cominciava a declinare; è il tempo di Emmaus, tempo della casa e del pane spezzato.

Mandali via, tra poco è buio e qui non c’è niente… Gli apostoli hanno a cuore la situazione, si preoccupano della gente e di Gesù, ma non hanno soluzioni da offrire: che ognuno si risolva i suoi problemi da solo. Hanno un vecchio mondo in cuore, in quel loro cuore che pure è buono, ed è il mondo dell’ognuno per sé, della solitudine.

Ma Gesù non li ascolta, lui non ha mai mandato via nessuno. Vuole generare, come si genera un figlio, un nuovo mondo. Vuole fare di quel luogo deserto, di ogni deserto, una casa, dove si condividono pane e sogni.

Per questo risponde: date loro voi stessi da mangiare. Gli apostoli non possono, non sono in grado, hanno soltanto cinque pani e due pesciolini. Ma a Gesù non interessa la quantità, e passa subito a un’altra logica, sposta l’attenzione da che cosa mangiare a come mangiare: fateli sedere a gruppi, a tavolate, create mense comuni, comunità dove ognuno possa ascoltare la fame dell’altro e faccia circolare il pane che avrà fra le mani.

Infatti non sarà lui a distribuire, ma i discepoli, anzi l’intera comunità. Il gioco divino, al quale in quella sera tutti partecipano, non è la moltiplicazione, ma la condivisione (R. Virgili). Allora il pane diventa una benedizione (alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, e lo spezzò) e non una guerra.

E tutti furono saziati. C’è tanto pane nel mondo che a condividerlo davvero basterebbe per tutti.

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Santissima Trinità – Anno C – giugno 2019

Trinità, il mistero che abita dentro noi

Vangelo – Giovanni 16,12-15

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Memoria emozionante della Trinità, dove il racconto di Dio diventa racconto dell’uomo. Dio non è in se stesso solitudine: esistere è coesistere, per Dio prima, e poi anche per l’essere umano. Vivere è convivere, nei cieli prima, e poi sulla terra. I dogmi allora fioriscono in un concentrato d’indicazioni vitali, di sapienza del vivere.

Quando Gesù ha raccontato il mistero di Dio, ha scelto nomi di casa, di famiglia: abbà, padre… figlio, nomi che abbracciano, che si abbracciano. Spirito, ruhà, è un termine che avvolge e lega insieme ogni cosa come libero respiro di Dio, e mi assicura che ogni vita prende a respirare bene, allarga le sue ali, vive quando si sa accolta, presa in carico, abbracciata da altre vite. Abbà, Figlio e Spirito ci consegnano il segreto per ritornare pienamente umani: in principio a tutto c’è un legame, ed è un legame d’amore.

Allora capisco che il grande progetto della Genesi: «facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza», significa «facciamolo a immagine della Trinità», a immagine di un legame d’amore, a somiglianza della comunione.

La Trinità non è una dottrina esterna, è al di qua, è dentro, non al di là di me. Allora spirituale e reale coincidono, verità ed esistenza corrispondono. E questo mi regala un senso di armoniosa pace, di radice santa che unifica e fa respirare tutto ciò che vive. In principio c’è la relazione (G. Bachelard).

«Quando verrà lo Spirito di verità, vi guiderà… parlerà… dirà… prenderà… annunzierà». Gesù impiega tutti verbi al futuro, a indicare l’energia di una strada che si apre, orizzonti inesplorati, un trascinamento in avanti della storia. Vi guiderà alla verità tutta intera: la verità è in-finita, «interminati spazi» (Leopardi), l’interezza della vita. E allora su questo sterminato esercito umano di incompiuti, di fragili, di incompresi, di innamorati delusi, di licenziati all’improvviso, di migranti in fuga, di sognatori che siamo noi, di questa immensa carovana, incamminata verso la vita, fa parte Uno che ci guida e che conosce la strada. Conosce anche le ferite interiori, che esistono in tutti e per sempre, e insegna a costruirci sopra anziché a nasconderle, perché possono marcire o fiorire, seppellire la persona o spingerla in avanti.

La verità tutta intera di cui parla Gesù non consiste in concetti più precisi, ma in una sapienza del vivere custodita nell’umanità di Gesù, volto del Padre, respiro dello Spirito: una sapienza sulla nascita e sulla morte, sulla vita e sugli affetti, su me e sugli altri, sul dolore e sulla infinita pazienza di ricominciare, che ci viene consegnata come un presente, inciso di fessure, di feritoie di futuro.

(Letture: Proverbi 8,22-31; Salmo 8; Romani 5,1-5; Giovanni 16,12-15)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/trinita-il-misteroche-abitadentro-noi

Commenti al Vangelo Santissima Trinità – domenica 16 giugno – p.Ermes – Vita che allarga le sue ali

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Lo Spirito Santo? È Dio in libertà

Domenica di Pentecoste -Anno C – giugno 2019

Giovanni 14, 15-16.23-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Lo Spirito, il misterioso cuore del mondo, radice di ogni femminilità che è nel cosmo (Davide M. Montagna), vento sugli abissi e respiro al primo Adamo, è descritto in questo vangelo attraverso tre azioni: rimarrà con voi per sempre, vi insegnerà ogni cosa, vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Tre verbi gravidi di bellissimi significati profetici: “rimanere, insegnare e ricordare”.

Rimanere, perché lo Spirito è già dato, è già qui, ha riempito la “camera alta”
di Gerusalemme e la dimora intima del cuore. Nessuno è solo, in nessuno dei giorni. Se anche me ne andassi lontano da lui, lui non se ne andrà mai. Se lo dimenticassi, lui non mi dimenticherà. È un vento che non ci spinge in chiesa, ma ci spinge a diventare chiesa, tempio dove sta tutto Gesù.

Insegnare ogni cosa: nuove sillabe divine e parole mai dette ancora, aprire uno spazio di conquiste e di scoperte. Sarà la memoria accesa di ciò che è accaduto “’in quei giorni irripetibili” quando la carne umana è stata la tenda di Dio, e insieme sarà la tua genialità, per risposte libere e inedite, per oggi e per domani. Letteralmente “in-segnare” significa incidere un segno dentro, nell’intimità di ciascuno, e infatti con ali di fuoco/ ha inciso lo Spirito /come zolla il cuore (Davide M. Montagna).

Ricordare: vuol dire riaccendere la memoria di quando passava e guariva la vita e diceva parole di cui non si vedeva il fondo; riportare al cuore gesti e parole di Gesù, perché siano caldi e fragranti, profumino come allora di passione e di libertà. Lo Spirito ci fa innamorare di un cristianesimo che sia visione, incantamento, fervore, poesia, perché “la fede senza stupore diventa grigia” (papa Francesco).

Un dettaglio prezioso rivela una caratteristica di tutte e tre le azioni dello Spirito: rimarrà sempre con voi; insegnerà ogni cosa, ricorderà tutto.

Sempre, ogni cosa, tutto, un sentore di pienezza, completezza, totalità, assoluto. Lo Spirito avvolge e penetra; nulla sfugge ai suoi raggi di fuoco, ne è riempita la terra (Sal 103), per sempre, per una azione che non cessa e non delude. E non esclude nessuno, non investe soltanto i profeti di un tempo, le gerarchie della Chiesa, o i grandi mistici pellegrini dell’assoluto. Incalza noi tutti, cercatori di tesori, cercatrici di perle, che ci sentiamo toccati al cuore dal fascino di Cristo e non finiamo mai di inseguirne le tracce.

Che cos’è lo Spirito santo? È Dio in libertà. Che inventa, apre, fa cose che non t’aspetti. Che dà a Maria un figlio fuorilegge, a Elisabetta un figlio profeta. E a noi dona, per sempre, tutto ciò di cui abbiamo bisogno per diventare, come madri, dentro la vita donatori di vita.

(Letture: Atti 2,1-11; Salmo 103; Romani 8,8-17; Giovanni 14, 15-16.23-26)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/lo-spiritosanto-e-dioin-liberta

Commenti al Vangelo domenica di Pentecoste – 9 giugno – p.Ermes – Dio vento nomade

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

VI Domenica di Pasqua – Anno C – 2019

Si ama Gesù dandogli tempo e cuore

Vangelo (Giovanni 14, 23-29)

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi (…)

Se uno mi ama, osserverà la mia parola. «Se uno ama me»: è la prima volta nel Vangelo che Gesù chiede amore per sé, che pone se stesso come obiettivo del sentimento umano più dirompente e potente. Ma lo fa con il suo stile: estrema delicatezza, rispetto emozionante che si appoggia su di un libero «se vuoi», un fondamento così umile, così fragile, così puro, così paziente, così personale. Se uno mi ama, osserverà… perché si accende in lui il misterioso motore che mette in cammino la vita, dove: «i giusti camminano, i sapienti corrono, ma gli innamorati volano» (santa Battista Camilla da Varano). L’amore è una scuola di volo, innesca una energia, una luce, un calore, una gioia che mette le ali a tutto ciò che fai.

«Osserverà la mia parola». Se arrivi ad amare lui, sarà normale prendere come cosa tua, come lievito e sale della tua vita, roccia e nido, linfa e ala, pienezza e sconfinamento, ogni parola di colui che ti ha risvegliato la vita. La Parola di Gesù è Gesù che parla, che entra in contatto, mi raggiunge e mi comunica se stesso. Come si fa ad amarlo? Si tratta di dargli tempo e cuore, di fargli spazio. Se non pensi a lui, se non gli parli, se non lo ascolti nel segreto, forse la tua casa interiore è vuota. Se non c’è rito nel cuore, se non c’è una liturgia nel cuore, tutte le altre liturgie sono maschere del vuoto.

E noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

Verremo. Il Misericordioso senza casa cerca casa. E la cerca proprio in me. Forse non troverà mai una vera dimora, solo un povero riparo, una stalla, una baracca. Ma Lui mi domanda una cosa soltanto, di diventare frammento di cosmo ospitale. Casa per le sue due promesse: lo Spirito e la pace.

Lo Spirito: tesoro che non finisce, sorgente che non tace mai, vento che non posa. Che non avvolge soltanto i profeti, le gerarchie della Chiesa, i grandi personaggi, ma convoca tutti noi, cercatori di tesori, cercatrici di perle: «il popolo di Dio per costante azione dello Spirito evangelizza continuamente se stesso» (Eg 139), Parole come un vento che apre varchi, porta pollini di primavera. Una visione di potente fiducia, in cui ogni uomo, ogni donna hanno dignità di profeti e pastori, ognuno evangelista e annunciatore: la gente è evangelizzata dalla gente.

Vi lascio la pace, questo miracolo fragile continuamente infranto. Un dono da ricercare pazientemente, da costruire “artigianalmente” (papa Francesco), ciascuno con la sua piccola palma di pace nel deserto della storia, ciascuno con la sua minima oasi di pace dentro le relazioni quotidiane. Il quasi niente, in apparenza, ma se le oasi saranno migliaia e migliaia, conquisteranno e faranno fiorire il deserto.

(Letture: Atti 15,1-2.22-29; Salmo 66; Apocalisse 21, 10-14. 22-23; Giovanni 14, 23-29)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/si-ama-gesudandoglitempoe-cuore

 

VI domenica di Pasqua

 

Verremo e prenderemo dimora in chi ama.

E sarete casa di Dio, tenda, dimora, abitazione del Padre.

Chi, io? Ma davvero? Penso, e mi rispondo: magari. Forse i santi.

Qui troverai ben poco Signore, starai alle strette; qualche volta, spesso ti trascurerò, mi dimenticherò di te; forse troverai poco più di una baracca, una stalla, una catapecchia, c’è poco di grande, di bello, di buono. Ma ti prego, non andare via.

Ma poi penso che, se è nato in una stalla, non si scandalizzerà di quel tanto di sporco, o di quel muro cadente, che troverà in me o in te.

Guarda, Signore, troverai poco, però ti assicuro che cercherò di salvare un riparo per te, un pezzetto di casa per te, un pezzetto di cuore, dove ci sia un riparo per lo Spirito Santo, un nido per la pace che tu porti.

La pace. Gesù risorge, incontra i suoi, e la prima parola è: Pace a voi!

Sono tante le persone oggi che vanno cercando un po’ di pace, perché tradite, deluse, depresse… e la prima tentazione è quella di addormentare la coscienza, di fare una anestesia interiore; mandando giù farmaci contro lo stress e contro l’ansia; o sostanze stupide, come alcool e droghe, e ne inventano continuamente di nuove, e le chiamano stupefacenti, appunto perché fanno stupida la relazione alla vita

Vi do la mia pace, non come fa il mondo.

Gesù non fa ai suoi un augurio, ma una constatazione, al presente; dice che la pace è lasciata, è data, “è” già qui, nelle mani nostre, che oramai siete in pace con Dio, con gli uomini, con voi stessi, con la natura.

Scende pace, piove pace sui cuori e sui giorni. È pace.

Miracolo continuamente tradito, ma continuamente rifatto, e di cui non ci è concesso stancarci.

La pace che non si compra e non si vende, ma è dono che diventa conquista, con un artigianato paziente. Come?

Ieri sera ascoltavo il medico congolese Mukwege, premio Nobel per la pace, raccontare di violenze inimmaginabili sulle donne nelle guerre del Congo, cose da incubo, allo scopo di distruggere la donna, asse portante della comunità da conquistare. E lui ha visto, e ne è stato travolto; è cambiato dentro, ed ha preso a curarle, a difenderle, a raccontare la loro storia al mondo. E lo ha fatto pur avendo subito 10 attentati alla sua vita.

Un eroe. Ma con lui tanti altri eroi anonimi e piccoli: infermieri, collaboratori…ma soprattutto le donne stesse che si svegliavano dall’intervento e la prima domanda era: come stanno i bambini? Non: come sto io. Ma vanno a scuola i bambini? Amore oltre l’immaginazione. Gli uomini no, loro quando si svegliano dall’operazione la prima domanda è: dottore, come sto io? È grave?

La donna: Come sta il mio bambino?

Ma non vi da speranza questo? Mi dava dolore ascoltarlo, dolore fisico, e mi dava speranza invincibile.

Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Basta col dominio della paura: la violenza non vince, non per sempre.

Non come la dà il mondo, io do la pace… il mondo cerca la pace come un equilibrio di paure o come la vittoria del più forte e crudele; non si preoccupa di riconoscere i diritti dell’altro, ma di come strappargli via un altro pezzo del suo diritto. La pace di Gesù è: beati i miti, gli assetati di giustizia, i costruttori di pace… abbracciare l’ultimo, il bastonato, la donna violata e ridarle una strada. E che non sia sola.

I verbi della guerra tra noi sono tre, tre verbi maledetti, che dicono, portano, fanno male:

prendere, anche ciò che non è tuo, accumulare, ammassare, pugno chiuso;

salire, cioè stare sopra gli altri, più in vista, più noti e famosi, superiori;

dominare, cioè voler comandare, decidere per gli altri, e che siano sottomessi e ossequienti.

Tre verbi di guerra: prendere, salire, dominare.

Così il mondo dà la sua pace ai vincitori di queste battaglie. Che si armano per una successiva battaglia in cui saranno inevitabilmente sconfitti.

Invece Gesù contrappone, lungo tutto il vangelo tre altri verbi, opposti, che sono benedetti, portatori di bene, rivelatori del bene profondo:

dare, cioè saper aprire le mani nel dono, mani aperte, non pugni chiusi;

scendere, mettersi a fianco e non sopra, accompagnare e non imporsi;

servire, grande, per coraggiosi e per innamorati, per madri che sanno dire. prima vieni tu e dopo io.

Dare, scendere servire. Tre verbi benedetti, verbi di pace.

In una relazione difficile io mi domando: ma voglio andare d’accordo con te o voglio semplicemente vincere? Preferisco, ma dentro, ma davvero, la pace con te o la vittoria su di te?

L’altra parola-promessa di oggi è lo Spirito santo. Vi ricorderà, vi insegnerà…

Mi piace da matti questo Spirito santo: ri-corderà, cioè ri-porterà al cuore, riaccenderà tutto Gesù.

Non ci spinge in chiesa, ci spinge a diventare chiesa, tempio dove sta tutto Gesù.

Vi riporterà al cuore gesti e parole di lui, di quando passava e guariva la vita, e diceva parole di cui non si vedeva il fondo.

Ma non basta, lo Spirito apre uno spazio di conquiste e di scoperte: vi insegnerà nuove sillabe divine e parole mai dette ancora.

Sarà la memoria accesa di ciò che è accaduto ‘in quei giorni irripetibili’ e insieme sarà la tua genialità, per risposte libere e inedite, per oggi e per domani.

Gregorio Magno, grande papa, diceva, ricordiamolo: l’ultimo dei credenti può interpretare la parola di Dio come la interpreto io.

Insegnamento dimenticato. Dici magistero della chiesa e tutti pensiamo a quei documenti di molte pagine che escono dalla penna dei papi; magistero della chiesa è questo magistero dello Spirito, diffuso su tutti. Non è la riserva di qualcuno, è di tutti!

 

Vi insegnerà ogni cosa: lo Spirito ama insegnare, accompagnare oltre, verso paesaggi inesplorati.

Lo Spirito ci fa innamorare di un cristianesimo che sia visione, incantamento, fervore, poesia, testimonianza viva.

Cristo è la nostra pace (Ef 2,14), è venuto a disarmare il cuore, a disarmare le mani, a disarmare la mente: metti via la spada.

Anzi: metti via, cancella il concetto stesso di nemico. È venuto a dire l’indicibile: amate i vostri nemici. Si può vincere il male, ma con il bene e non con un male più forte. Uccidendo l’inimicizia, e non il nemico.

Pace, fragile germoglio, che si costruisce con pazienza, che si custodisce solo piantando piccole oasi di pace là dove siamo chiamati a vivere, ciascuno con la sua piccola palma di pace, piantata nel deserto della storia. Non vedo altra strada. La mia oasi, più la tua, più quella di un altro…E quando le oasi saranno migliaia conquisteranno il deserto e lo faranno fiorire.

Casa di Dio siete voi se custodite libertà e speranza (Eb 3,6), e non già se custodite archivi di dogmi o catechismi. Ma se voi sapete fare voto di libertà e voto di speranza, e custodirle a nome di tutti, voi siete la casa di Dio nella città degli uomini.

Preghiera per oggi

 

   
 

 

Padre dell’umanità, Signore della storia, guarda questo continente europeo al quale tu hai inviato tanti filosofi, legislatori e saggi, precursori della fede nel tuo Figlio morto e risorto.
Guarda questi popoli evangelizzati da Pietro e Paolo, dai profeti, dai monaci, dai santi; guarda queste regioni bagnate dal sangue dei martiri e toccate dalla voce dei Riformatori.
Guarda i popoli uniti da tanti legami ma anche divisi, nel tempo, dall’odio e dalla guerra.
Donaci di lavorare per una Europa dello Spirito fondata non soltanto sugli accordi economici, ma anche sui valori umani ed eterni.
Una Europa capace di riconciliazioni etniche ed ecumeniche, pronta ad accogliere lo straniero, rispettosa di ogni dignità.
Donaci di assumere con fiducia il nostro dovere di suscitare e promuovere un’ intesa tra i popoli che assicuri per tutti i continenti, la giustizia e il pane, la libertà e la pace.

Card. Carlo Maria Martini, Preghiera per l’Europa, 26 maggio 2005

 

 

 
   

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Siamo tutti mendicanti di amore in cammino

V Domenica di Pasqua – Anno C – ‘19

Vangelo – (Giovanni 13,31-35)

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

«Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate come io vi ho amato»: una di quelle frasi che portano il marchio di fabbrica di Gesù. Parole infinite, in cui ci addentriamo come in punta di cuore. Ma perché nuovo, se quel comando percorre tutta la Bibbia, fino ad abbracciare anche i nemici: «Se il tuo nemico ha fame, dagli pane da mangiare, se ha sete, dagli acqua da bere» (Prov 25,21)? Se da sempre e dovunque nel mondo le persone amano?
La legge tutta intera è preceduta da un «sei amato» e seguita da un «amerai». «Sei amato», fondazione della legge; «amerai», il suo compimento. Chiunque astrae la legge da questo fondamento amerà il contrario della vita (P. Beauchamp). Comandamento significa allora non già un obbligo, ma il fondamento del destino del mondo e della sorte di ognuno.
Il primo passo per noi è entrare in questa atmosfera in cui si respira Dio. E non è un premio per la mia buona condotta, ma un dono senza perché. Scriveva Angelo Silesio: «La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce». L’amore di Dio è la rosa senza perché, Lui ama perché ama, è la sua natura. La realtà è che «siamo immersi in un oceano d’amore e non ce ne rendiamo conto» (G. Vannucci).
Il secondo passo lo indica un piccolo avverbio: Gesù non dice amate quanto me, il confronto ci schiaccerebbe. Ma: amate come me. Non basta amare, potrebbe essere anche una forma di possesso e di potere sull’altro, un amore che prende e pretende, e non dona niente; esistono anche amori violenti e disperati, tristi e perfino distruttivi. Gesù ama di «combattiva tenerezza» (Evangelii gaudium), alle volte coraggioso come un eroe, alle volte tenero come un innamorato o come una madre, che non si arrende, non si stanca, non si rassegna alla pecora perduta, la insegue per rovi e pietraie e trovatala se la carica sulle spalle, teneramente felice.
Amore che non è buonismo, perché non gli va bene l’ipocrisia dei sepolcri imbiancati, perché se un potente aggredisce un piccolo, un bambino, un povero, Gesù tra vittima e colpevole non è imparziale, sta con la vittima, fino ad evocare immagini potenti e dure.
Terzo passo: amatevi gli uni gli altri. Espressione capitale, che ricorre decine di volte nel Nuovo Testamento e vuol dire: nella reciprocità, guardandovi negli occhi, faccia a faccia, a tu per tu. Non si ama l’umanità in generale; si ama quest’uomo, questo bambino, questo straniero, questo volto. Si amano le persone ad una ad una, volto per volto, corpo a corpo. Amatevi gli uni gli altri, uno scambio di doni, perché dare sempre, dare senza ritorno è molto duro, non ce la facciamo; siamo tutti mendicanti d’amore, di una felicità che si pesa sulla bilancia preziosa del dare e del ricevere amore.

(Letture: Atti 14,21-27; Salmo 144; Apocalisse 21,1-5; Giovanni 13,31-35)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/siamo-tuttimendicantidi-amorein-cammino

Commento V domenica di Pasqua -19 maggio – p.Ermes – L’amore di Dio è la rosa senza perché

 

IV DOMENICA DI PASQUA

Gv 10, 27-30

 

– Per quelli che ci hanno accompagnato nella vita e non ci hanno lasciati soli, grazie. Se noi invece ci siamo isolati dagli altri, senza farci compagnia a nessuno, ti chiediamo perdono

– Per quelli che ci hanno difeso dai pericoli, dai lupi e dalle paure, grazie. Se noi non abbiamo difeso gli ultimi, gli umiliati, perdono

– Per coloro che negli anni ci guidato a sorgenti buone, grazie. Se noi non abbiamo custodito la libertà e la speranza in qualcuno, perdono.

 

Omelia

Un Vangelo così breve che si può seguirlo parola per parola.

Le mie pecore ascoltano la mia voce. Prima grande sorpresa. Una voce attraversa le distanze, un io si rivolge a un tu, sopra di me c’è uno sguardo, che si interessa di me.

La prima delle caratteristiche dei discepoli è quella di ascoltare la voce, dare attenzione, tempo e cuore, a una voce.

Non ascoltano i comandi, la voce. Non tono intimidatorio, impositivo, costrittivo, sono toccati da quella voce. Ubbidiamo alla sua bellezza Quella voce che attraversa le distanze, inconfondibile; che racconta una relazione, rivela una intimità, fa emergere una presenza in te.

La voce giunge all’orecchio del cuore prima delle cose che dice. È l’esperienza con cui il bambino piccolo, quando sente la voce della madre, la riconosce, si emoziona, tende le braccia e il cuore verso di lei, ed è già felice ben prima di arrivare a comprendere il significato delle parole.

Ma perché le pecore ascoltano? Per dovere, per obbligo? No.

Perché ci si sente conosciuti, e la voce è entrata nel cuore

Pastore e agnelli: una relazione non basata sulle regole, sui precetti, ma sulla conoscenza. Non è un obbligo, è una voce che fa sentire conosciuti.

Non perché si deve, ma perché la voce è bellissima.

Nella nostra formazione prima di tutte venivano le regole, le strutture, l’inquadramento, stare al passo con il gregge. Non funziona così. È inutile tutto se quella parola non arriva nel cuore,

 

La sua voce sa toccare, perché conosce cosa c’è nel cuore. Io conosco le mie pecore: La samaritana al pozzo aveva detto: venite, c’è uno che mi ha detto tutto di me. Una bellissima definizione del Signore, colui che dice il tutto dell’uomo, che risponde alle domande più profonde del cuore, alla sete.

Due generi di persone si disputano il nostro ascolto: i seduttori e i maestri. Come distinguere tra i due? I seduttori, sono quelli che promettono piaceri facili, vita facile; i maestri veri sono invece quelli che rendono feconda la tua vita, che ti danno ali e fecondità.

 

Poi viene la seconda caratteristica del gregge. Io do loro la vita eterna. Un dono, al presente, di adesso, non un tfr alla fine del nostro lavoro nel mondo.

Che cos’è la vita eterna? Non è la vita dalla durata indefinita, ma è la qualità della vita, vita eterna è la vita dell’Eterno in noi, quel pezzetto di Dio in te, che spesso neppure cerchiamo: bellissimo sant’Agostino, tu eri in me più intimo a me di me stesso e io fuori di me ti cercavo…

Io do loro la vita eterna! è qui, in me, senza condizioni, prima di qualsiasi risposta, senza paletti e confini; la vita di Dio è data, presente come un seme potente, seme di fuoco nella mia terra nera. Come linfa che non vedo ma che risale la vite senza stancarsi mai, giorno e notte, e si dirama per tutti i tralci, dentro tutte le mie gemme. Ogni volta che sfiori Gesù o la parola un po’ più da vicino, prende a vibrare, a muoversi questo seme vivo. Il nostro male è che non sappiamo quanto siamo ricchi. S. Basilio: o uomo considera la tua dignità regale: tu porti Dio in te!

E poi la terza caratteristica: Non andranno mai perdute. La mia fede cristiana è dilatazione, cuore grande, accrescimento d’umano e di cose che meritano di non morire. Gesù lo dice con una immagine di lotta, di combattiva tenerezza: Nessuno le strapperà dalla mia mano. Una parola assoluta: nessuno. E un’altra parola infinita: in eterno.

Una promessa subito raddoppiata, come se avessimo dei dubbi: nessuno può strapparle dalla mano del Padre.

Io sono vita indissolubile dalle mani di Dio. Legame che non si strappa, nodo che non si scioglie. L’eternità è un posto fra le mani di Dio. Siamo passeri che hanno il nido nelle sue mani. E nella sua voce, che scalda il freddo della solitudine.

Io sono vita, che nessuno strapperà. Amato che nessuno porterà via, legame non lacerabile. Come agnelli abbiamo un ovile un posto nelle sue mani, come bambini ci aggrappiamo forte a quella mano che non ci lascerà cadere, come innamorati cerchiamo quella mano che scalda la solitudine, come crocefissi ripetiamo: nelle tue mani affido la mia vita.

E ad alcuni possiamo dire anche noi parole copiate da Dio: nessuno ti strapperà dalla mia mano. Coloro che amiamo, meritano queste parole divine.

Beati noi se potremo dire a qualcuno: tu sei inseparabile dalle mie mani.

l’avventura di coloro che vogliono, sulla terra, custodire e lottare, camminare e liberare, ed essere donatori di vita, inizia da qui, dalla certezza che per Dio tu sei importante. E io dovrei ripetere e rilanciare quersto, io a sua immagine, io pastore di anche solo un minimo gregge, dovrei dire parole di Dio: mi importa, ai care, diceva don Milani, del fratello dello Sri Lanka, agnelli uccisi a centinaia come pecore al macello mentre celebrano il Risorto a Pasqua; mi importa dell’annegato nel mediterraneo, dell’uomo o della donna sola, vicini di casa.

L’uomo mi importa. Altro che religione oppio dei popoli, voi capite che questa immagine del pastore, le sue parole se le mettiamo in pratica sono l’adrenalina dei popoli, e del cuore mai indifferente (don Borsato).

Le mie pecore mi seguono. Seguire Cristo vuol dire vivere una vita come la sua. Significa, in qualche modo, diventare pastori. Ciascuno voce e parola e mano di un discorso amoroso. Di più, ciascuno mano da cui il mio piccolo gregge non sarà mai rapito.

Oggi Dio mi rassicura: Nessuno mai ti strapperà dalle mie mani. Nessuno, mai.

 

Preghiera alla Comunione

 

Signore, nessuno mai ci rapirà dalle tue mani.

Nessuno mai ci separerà dall’amore.

Nessuno mai ci strapperà da quelle mani

che hanno dispiegato i cieli,

gettato le fondamenta della terra.

 

Mani di vasaio sull’argilla dell’Eden,

come una infinita carezza.

Mani di Creatore sull’Adamo addormentato

e nasce, estasi dell’uomo: Eva.

 

Mani inchiodate alla Croce

per un abbraccio senza fine,

che non rifiuterà nessuno mai, estasi della storia.

Nessuno mai ci strapperà da queste mani.

 

Come passeri abbiamo in esse il nido,

come bambini ci aggrappiamo forte

a quella mano che non ci lascerà cadere,

come innamorati cerchiamo la tua mano

che scalda la solitudine, annulla la lontananza.

 

Come crocifissi ripetiamo:

nelle tue mani, Signore, affido la mia vita.

A Te, il solo Pastore

che pei cieli ci fai camminare.

 

 

 

 

 

Sono molti quelli che ci parlano, pochi quelli che parlano al cuore.

Gesù è l’unico che parla sul cuore.

Lo ha detto il profeta Osea: Ti porterò nel deserto e là parlerò – letteralmentesul tuo cuore, a distanza annullata, come un bacio posato sulle labbra del cuore, toccandoti dentro.

 

Quante volte forse anche noi avremmo voluto dire queste parole, in casa, in comunità, sul lavoro. Il sogno di tutti è poter vivere con persone cui importiamo veramente, con dei pastori di vite.

 

Che come dice Geremia ci dia pastori secondo il suo cuore.

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

I seduttori e i maestri: due voci ben diverse

IV Domenica di Pasqua – Anno C – 2019

Vangelo – Giovanni 10,27-30

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Le mie pecore ascoltano la mia voce. Non i comandi, la voce. Quella che attraversa le distanze, inconfondibile; che racconta una relazione, rivela una intimità, fa emergere una presenza in te. La voce giunge all’orecchio del cuore prima delle cose che dice. È l’esperienza con cui il bambino piccolo, quando sente la voce della madre, la riconosce, si emoziona, tende le braccia e il cuore verso di lei, ed è già felice ben prima di arrivare a comprendere il significato delle parole. La voce è il canto amoroso dell’essere: «Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline» (Ct 2,8). E prima ancora di giungere, l’amato chiede a sua volta il canto della voce dell’amata: «La tua voce fammi sentire» (Ct 2,14)…

Quando Maria, entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta, la sua voce fa danzare il grembo: «Ecco appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,44).

Tra la voce del pastore buono e i suoi agnelli corre questa relazione fidente, amorevole, feconda. Infatti perché le pecore dovrebbero ascoltare la sua voce? Due generi di persone si disputano il nostro ascolto: i seduttori, quelli che promettono piaceri, e i maestri veri, quelli che danno ali e fecondità alla vita. Gesù risponde offrendo la più grande delle motivazioni: perché io do loro la vita eterna. Ascolterò la sua voce non per ossequio od obbedienza, non per seduzione o paura, ma perché come una madre, lui mi fa vivere. Io do loro la vita.

Il pastore buono mette al centro della religione non quello che io faccio per lui, ma quello che lui fa per me. Al cuore del cristianesimo non è posto il mio comportamento o la mia etica, ma l’azione di Dio. La vita cristiana non si fonda sul dovere, ma sul dono: vita autentica, vita per sempre, vita di Dio riversata dentro di me, prima ancora che io faccia niente.

Prima ancora che io dica sì, lui ha seminato germi vitali, semi di luce che possono guidare me, disorientato nella vita, al paese della vita. La mia fede cristiana è incremento, accrescimento, intensificazione d’umano e di cose che meritano di non morire. Gesù lo dice con una immagine di lotta, di combattiva tenerezza: Nessuno le strapperà dalla mia mano. Una parola assoluta: nessuno. Subito raddoppiata, come se avessimo dei dubbi: nessuno può strapparle dalla mano del Padre.

Io sono vita indissolubile dalle mani di Dio. Legame che non si strappa, nodo che non si scioglie. L’eternità è un posto fra le mani di Dio. Siamo passeri che hanno il nido nelle sue mani. E nella sua voce, che scalda il freddo della solitudine.

(Letture: Atti 13,14.43-52; Salmo 99; Apocalisse 7,9.14-17; Giovanni 10,27-30)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/i-seduttorie-i-maestri-due-voci-ben-diverse

Commento al Vangelo domenica IV di Pasqua – 12 maggio – p.Ermes – non i comandi, la Voce

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi
Le ferite di Gesù, alfabeto dell’amore

II Domenica di Pasqua – Anno C – 2019

Vangelo – Gv 20, 19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. […]

Venne Gesù a porte chiuse. In quella stanza, dove si respirava paura, alcuni non ce l’hanno fatta a restare rinchiusi: Maria di Magdala e le donne, Tommaso e i due di Emmaus. A loro, che respirano libertà, sono riservati gli incontri più belli e più intensi. Otto giorni dopo Gesù è ancora lì: l’abbandonato ritorna da quelli che sanno solo abbandonare; li ha inviati per le strade, e li ritrova chiusi in quella stanza; eppure non si stanca di accompagnarli con delicatezza infinita.

Si rivolge a Tommaso che lui stesso aveva educato alla libertà interiore, a dissentire, ad essere rigoroso e coraggioso, vivo e umano. Non si impone, si propone: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco. Gesù rispetta la fatica e i dubbi; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del credere; non si scandalizza, si ripropone.

Che bello se anche noi fossimo formati, come nel cenacolo, più all’approfondimento della fede che all’ubbidienza; più alla ricerca che al consenso! Quante energie e quanta maturità sarebbero liberate!

Gesù si espone a Tommaso con tutte le ferite aperte. Offre due mani piagate dove poter riposare e riprendere il fiato del coraggio. Pensavamo che la risurrezione avrebbe cancellato la passione, richiusi i fori dei chiodi, rimarginato le piaghe. Invece no: esse sono il racconto dell’amore scritto sul corpo di Gesù con l’alfabeto delle ferite, incancellabili ormai come l’amore stesso. La Croce non è un semplice incidente di percorso da superare con la Pasqua, è il perché, il senso.

Metti, tendi, tocca. Il Vangelo non dice che Tommaso l’abbia fatto, che abbia toccato quel corpo. Che bisogno c’era? Che inganno può nascondere chi è inchiodato al legno per te? Non le ha toccate, lui le ha baciate quelle ferite, diventate feritoie di luce.

Mio Signore e mio Dio. La fede se non contiene questo aggettivo “mio” non è vera fede, sarà religione, catechismo, paura. Mio dev’essere il Signore, come dice l’amata del Cantico; mio non di possesso ma di appartenenza: il mio amato è mio e io sono per lui. Mio, come lo è il cuore e, senza, non sarei. Mio come il respiro e, senza, non vivrei.

Tommaso, beati piuttosto quelli che non hanno visto e hanno creduto! Una beatitudine alla mia portata: io che tento di credere, io apprendista credente, non ho visto e non ho toccato mai nulla del corpo assente del Signore. I cristiani solo accettando di non vedere, non sapere, non toccare, possono accostarsi a quella alternativa totale, alla vita totalmente altra che nasce nel buio lucente di Pasqua.

(Letture: Atti 5,12-16; Salmo 117; Apocalisse 1,9-11.12-13.17-19; Giovanni 20,19-31)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/le-feritedi-gesu-alfabeto-dell-amore

Omelia al Convento domenica II di Pasqua – 28 aprile – p.Ermes

 

 

 

 

IV di quaresima Luca 15, 11-32

 

p. Ermes Ronchi

Un padre esperto in abbracci.

 

Omelia.

Un padre aveva due figli. La parabola più bella. Nessuna pagina al mondo raggiunge come questa il cuore delle cose.

Io voglio bene al prodigo. Il prodigo è infinito, è storia di tutti, di umanità ferita eppure incamminata. Storia di un felice sbaglio, che permette di andare più a fondo nel cuore di Dio.

La parabola si sviluppa in quattro sequenze narrative.

 

Prima scena. Un padre aveva due figli. Nella bibbia, questo incipit causa subito tensione: nel libro le storie di fratelli non sono mai facili, spesso raccontano drammi di violenza e menzogne, riportano alla mente Caino e Abele, Ismaele e Isacco, Giacobbe ed Esaù, Giuseppe e i suoi fratelli. E, sullo sfondo, il dolore spesso muto dei genitori.

Un giorno il figlio minore se ne va, in cerca di se stesso, con la sua parte di eredità, di “vita” dice letteralmente il testo antico. Si ribella, ma quante volte i figli ribelli sono in realtà solo dei richiedenti amore.

E il padre non si oppone, lo lascia andare, anche se teme che si farà male: lui ama la libertà dei figli, la provoca, la festeggia, la patisce. Un uomo giusto.

 

Secondo quadro. Quello che il giovane inizia è il viaggio della libertà, ma le sue scelte si rivelano come scelte senza salvezza (sperperò le sue sostanze vivendo in modo dissoluto). Una illusione di bella vita da cui si risveglierà in mezzo ai porci, ladro di ghiande per sopravvivere: il principe sognatore è diventato servo.

Allora rientra in sé, dice il racconto, chiamato da un sogno di pane (la casa di mio padre profuma di pane…) Ci sono persone nel mondo con così tanta fame che per loro Dio non può avere che la forma di un Pane (Gandhi).

Lo fanno ragionare la fame, la sua dignità umana perduta, il ricordo del padre: ‘quanti salariati in casa di mio padre, e quanto pane!’. Con occhi da adulto, ora conosce il padre innanzitutto come un signore giusto che ha rispetto della propria servitù (R. Virgili).

E decide di ritornare, non come figlio, ma come uno dei tanti servi: trattami come un salariato! non cerca un padre, cerca un buon padrone; non torna per senso di colpa, torna per fame; non torna per amore, ma perché muore.

Ma a Dio non importa il motivo per cui ci mettiamo in cammino, a lui basta che muoviamo il primo passo.

 

Terza sequenza. Ora l’azione diventa incalzante. Il padre, che è in attesa, attesa eternamente aperta, “lo vede che era ancora lontano”, e mentre il figlio cammina, lui corre.

E mentre il ragazzo prepara una scusa, il padre non ascolta;

non rinfaccia, lui abbraccia:

ha fretta di capovolgere la lontananza in carezze.

Per lui perdere un figlio è una perdita infinita.

Non ha figli da buttare, Dio.

L’uomo cammina, Dio corre. L’uomo si avvia, Dio è già arrivato.

Infatti: il padre, vistolo di lontano, gli corse incontro…

E lo ha già perdonato prima ancora che apra bocca, di un amore che previene il pentimento, che lo ignora. Il tempo della misericordia è l’anticipo.

Al padre non importa niente di tutte le scuse che il ragazzo ha preparato, perché alla fedeltà del figlio preferisce la sua felicità. Non guarda al passato, ma al futuro.

Non domanda: cosa hai fatto, da dove vieni?

Ma: dove sei diretto?

Non gli interessa il passato, ma il futuro.

Dove il mondo dice ‘perduto’, Dio dice ‘ritrovato’;

dove il mondo dice ‘morto’, Dio dice ‘rinato’. Futuro.

Dio è padre solo se ha dei figli vivi, e felici.

E ora finalmente ritorna ad essere padre

E lo mostra con gesti che sono materni e paterni insieme, e infine regali: “presto, il vestito più bello, l’anello, i sandali, il banchetto della gioia e della festa”. E perdona non con un decreto, ma con una carezza.

 

Ultima scena. Lo sguardo ora lascia la casa in festa e si posa su di un terzo personaggio che si avvicina, di ritorno dal lavoro. ‘L’uomo sente la musica, ma non sorride: lui non ha la festa nel cuore’ (R. Virgili). Buon lavoratore, ubbidiente e infelice. Alle prese con l’infelicità che deriva da un cuore che non ama le cose che fa, e non fa le cose che ama: io ti ho sempre ubbidito e a me neanche un capretto… il cuore assente, il cuore altrove.

«Io ho sempre fatto tutto ciò che volevi…. E’ il figlio bravo, che ha sempre ubbidito, praticante e osservante, ma che avrebbe tanto voluto fare tutt’altra vita. Per lui la vita bella era l’altra, quella del fratello: feste, soldi, donne… Il suo cuore era malato, era spento.

Troviamo qui il modello triste dei cristiani del capretto! Sempre a chiedere, con il loro amore mercenario, con il loro cuore assente. Io ti ho dato messe, preghiere, sacrifici, adesso tu dammi…

Ma Dio non si merita, si accoglie.

E il padre, che vuole figli per casa e non servi, che siano fratelli e non rivali, lo prega, con dolcezza, di entrare: entra, è in tavola la vita.

Il finale è aperto: capirà il ragazzo grande?

La parabola rimane incompiuta, aperta sull’offerta mai revocata, l’offerta irrevocabile di Dio.

 

Questo padre non è giusto, è di più: è amore, esclusivamente amore.

L’amore non è giusto: è giusto che io sia amato? che tu ami proprio me?

E quando sento dire: va bene l’amore, ma Dio è anche giusto, mi prende un dolore dentro, quasi una indignazione: non sanno quello che dicono!

Stiamo attenti a non offendere Dio, a non immiserirlo alla nostra idea di giustizia, come fosse uno di noi.

Il nostro concetto di giustizia: dare a ciascuno il suo! La giustizia di Dio è ben di più: dare a ciascuno se stesso.

 

La giustizia di Dio non è pareggiare i conti con l’uomo. Nella Croce del Figlio, in quell’abbraccio sul legno, Dio non versa il sangue di nessuno, versa il proprio sangue, non spezza nessuno, spezza se stesso. Giustizia di Dio è rendere noi giusti.

 

Allora Dio è così? Così eccessivo, così tanto, così esagerato?

Raccontato in un abbraccio? Sì, il Dio in cui crediamo è così.

Immensa rivelazione per cui Gesù morirà.

Di prodigo, di prodigioso in questa storia c’è solo l’amore del Padre.

Nessuno ha un Dio come il nostro.

 

Preghiera

 

Figlio prodigo che sei nei cieli,

figlio salvato dal ricordo del pane,

che a migliaia di prodighi hai dato l’esempio,

giovane uomo che hai conosciuto il vuoto delle cose,

l’orrore della fame, la nostalgia di casa,

aiutami a pregare per i figli fuggiti di casa,

per i genitori abbandonati,

per i figli con il cuore di servi

per le braccia che non si aprono all’abbraccio,

per i fratelli che non si riconciliano,

per me che sono tutto questo,

tante volte perduto, tante volte ritrovato.

Padre dalle grandi braccia,

salvami dal mio cuore di servo,

ridammi la gioia di essere figlio.

Tu non hai figli da perdere.

Allora, trovami tu, Signore,

trovami perché sono perduto;

trovami non perché mi sono convertito,

ma perché tu ti sei convertito a me.

Sono l’eterno mendicante,

l’eterno ingannatore.

Sono la tua sofferenza,

ma posso essere la tua gioia.

Grazie per essermi padre.

Nessuno ha un Padre come il nostro!

Amen.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

III Domenica di Quaresima – Anno C – Marzo 2019

Quell’invito a cambiare rotta su ogni fronte

Vangelo – Luca 13,1-9

In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Commento di p. Ermes

Che colpa avevano i diciotto morti sotto il crollo della torre di Siloe? E quelli colpiti da un terremoto, da un atto di terrorismo, da una malattia sono forse castigati da Dio? La risposta di Gesù è netta: non è Dio che fa cadere torri o aerei, non è la mano di Dio che architetta sventure. Ricordiamo l’episodio del “cieco nato”: chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse così? Gesù allontana subito, immediatamente, questa visione: né lui, né i suoi genitori. Non è il peccato il perno della storia, l’asse attorno al quale ruota il mondo. Dio non spreca la sua eternità e potenza in castighi, lotta con noi contro ogni male, lui è mano viva che fa ripartire la vita. Infatti aggiunge: Se non vi convertirete, perirete tutti. Conversione è l’inversione di rotta della nave che, se continua così, va diritta sugli scogli.

Non serve fare la conta dei buoni e dei cattivi, bisogna riconoscere che è tutto un mondo che deve cambiare direzione: nelle relazioni, nella politica, nella economia, nella ecologia. Mai come oggi sentiamo attuale questo appello accorato di Gesù. Mai come oggi capiamo che tutto nel Creato è in stretta connessione: se ci sono milioni di poveri senza dignità né istruzione, sarà tutto il mondo ad essere deprivato del loro contributo; se la natura è avvelenata, muore anche l’umanità; l’estinzione di una specie equivale a una mutilazione di tutti.

Convertitevi alla parola compimento della legge: ” tu amerai”. Amatevi, altrimenti vi distruggerete. Il Vangelo è tutto qui. Alla gravità di queste parole fa da contrappunto la fiducia della piccola parabola del fico sterile: il padrone si è stancato, pretende frutti, farà tagliare l’albero. Invece il contadino sapiente, con il cuore nel futuro, dice: “ancora un anno di cure e gusteremo il frutto”. Ancora un anno, ancora sole, pioggia e cure perché quest’albero, che sono io, è buono e darà frutto.

Dio contadino, chino su di me, ortolano fiducioso di questo piccolo orto in cui ha seminato così tanto per tirar su così poco. Eppure continua a inviare germi vitali, sole, pioggia, fiducia. Lui crede in me prima ancora che io dica sì. Il suo scopo è lavorare per far fiorire la vita: il frutto dell’estate prossima vale più di tre anni di sterilità. E allora avvia processi, inizia percorsi, ci consegna un anticipo di fiducia. E non puoi sapere di quanta esposizione al sole di Dio avrà bisogno una creatura per giungere all’armonia e alla fioritura della sua vita. Perciò abbi fiducia, sii indulgente verso tutti, e anche verso te stesso. La primavera non si lascia sgomentare, né la Pasqua si arrende. La fiducia è una vela che sospinge la storia. E, vedrai, ciò che tarda verrà.

(Letture: Esodo 3,1-8a.13-15; Salmo 102; 1Corinzi 10,1-6. 10-12; Luca 13,1-9)

Commento al Vangelo domenica 24 marzo 2019 – Ermes Ronchi – Quell’invito a cambiare rotta su ogni fronte

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/quell-invitoa-cambiarerotta-su-ogni-fronte

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

II Domenica di Quaresima – Anno C
Marzo 2019
Pregare trasforma in ciò che si contempla

Vangelo – Luca 9,28-36
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. […]

Commento di Padre Ermes Ronchi

Salì con loro sopra un monte a pregare. La montagna è la terra che si fa verticale, la più vicina al cielo, dove posano i piedi di Dio, dice Amos. I monti sono indici puntati verso il mistero e la profondità del cosmo, verso l’infinito, sono la terra che penetra nel cielo.
Gesù vi sale per pregare. La preghiera è appunto penetrare nel cuore di luce di Dio. E scoprire che siamo tutti mendicanti di luce. Secondo una parabola ebraica, Adamo in principio era rivestito da una pelle di luce, era il suo confine di cielo. Poi, dopo il peccato, la tunica di luce fu ricoperta da una tunica di pelle. Quando verrà il Messia la tunica di luce affiorerà di nuovo da dentro l’uomo finalmente nato, “dato alla luce”.
Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto. Pregare trasforma: tu diventi ciò che contempli, ciò che ascolti, ciò che ami, diventi come Colui che preghi. Parola di Salmo: «Guardate a Dio e sarete raggianti!» (Sal 34,6). Guardano i tre discepoli, si emozionano, sono storditi, hanno potuto gettare uno sguardo sull’abisso di Dio. Un Dio da godere, un Dio da stupirsene, e che in ogni figlio ha seminato una grande bellezza.
Rabbì, che bello essere qui! Facciamo tre capanne. Sono sotto il sole di Dio e l’entusiasmo di Pietro, la sua esclamazione stupita – che bello! – Ci fanno capire che la fede per essere pane, per essere vigorosa, deve discendere da uno stupore, da un innamoramento, da un “che bello!” gridato a pieno cuore. È bello stare qui. Qui siamo di casa, altrove siamo sempre fuori posto; altrove non è bello, qui è apparsa la bellezza di Dio e quella del volto alto e puro dell’uomo. Allora «dovremmo far slittare il significato di tutta la catechesi, di tutta la morale, di tutta la fede: smetterla di dire che la fede è cosa giusta, santa, doverosa (e mortalmente noiosa aggiungono molti) e cominciare a dire un’altra cosa: Dio è bellissimo» (H.U. von Balthasar).
Ma come tutte le cose belle, la visione non fu che la freccia di un attimo: viene una nube, e dalla nube una voce. Due sole volte il Padre parla nel Vangelo: al Battesimo e sul Monte. Per dire: è il mio figlio, lo amo. Ora aggiunge un comando nuovo: ascoltatelo. Il Padre prende la parola, ma per scomparire dietro la parola del Figlio: ascoltate Lui. La religione giudaico-cristiana si fonda sull’ascolto e non sulla visione.
Sali sul monte per vedere il Volto e sei rimandato all’ascolto della Voce. Scendi dal monte e ti rimane nella memoria l’eco dell’ultima parola: Ascoltatelo.
Il mistero di Dio è ormai tutto dentro Gesù, la Voce diventata Volto, il visibile parlare del Padre; dentro Gesù: bellezza del vivere nascosta, come una goccia di luce, nel cuore vivo di tutte le cose.

(Letture: Genesi 15,5-12.17-18; Salmo 26; Filippesi 3,17- 4,1; Luca 9,28-36)

http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/27082/commento-al-vangelo-domenica-17-marzo-p-ermes-pregare-trasforma-in-cio-che-si-contempla/

 

 

 

I DI QUARESIMA

Omelia

In quel tempo. In questo tempo.

Come in una parabola moderna, ho immaginato le tentazioni di Gesù nella città che conosco meglio: a Milano. Un piccolo racconto.

Il diavolo portò Gesù nella grande città, la capitale della finanza e della moda. Lo pose sul punto più alto del tempio, sulla guglia centrale del Duomo, e gli mostrò la città tutta intera: il Castello, la Borsa, la cintura delle banche, lo stadio, le vie della moda. E c’era folla sul corso, turisti e polizia. C’erano quelli che chiedono l’elemosina circondandosi di cani perché dicono che la gente ha più compassione delle bestie e dei cuccioli, che non degli uomini. E sull’asfalto grigio, coriandoli e stelle filanti di carnevale, e la pioggia leggera di marzo. Qualcuno, occhi tristi e pelle scura, vendeva le ultime rose ai passanti .

Guardando bene si vedevano anche quelli che si lasciavano andare alla solitudine, alla vecchiaia, alla depressione, che si lasciavano morire di alcool, di droga, di esclusione, di abusi.

Allora il diavolo disse a Gesù: “Tutto questo è mio! Tutto sarà tuo se ti inginocchi davanti a me!”

Signore, perché non gli hai dato del bugiardo?

Dicendogli, e dicendo a noi, che non è vero, che non tutto è suo, che la città non è il suo regno, che ci sono giusti e bambini e innamorati e generosi.

Lascia che ti mostri una cosa, Signore, proprio a Te che non hai reagito. Nella città, che il diavolo dice sua, ci sono luoghi dove per tutto il giorno si asciugano lacrime, dove vegliano quelli che intercedono per i fratelli e cercano il Tuo volto.

Ci sono donne e uomini che vogliono fare della loro vita qualcosa che serva a qualcuno.

Ci sono madri che danno ancora la vita per i figli e gente onesta perfino nelle piccole cose, ci sono padri che trasmettono rettitudine ai loro figli e occhi diritti.

C’è il grido del male, lo sento forte e mi stordisce a giorni, ma più ancora c’è il silenzioso germogliare del bene.

Signore, se guardi bene nella città che il diavolo dice sua non c’è solo arroganza, competizione, fastidio reciproco, insofferenza, rifiuto.

Puoi incontrare anche la forza dell’amore, la passione per la giustizia, il sottovoce dell’onestà, gente che non ha secondi fini, piccoli profeti del quotidiano.

E se vieni ancora più vicino puoi incontrare anche me, perché ci sono anch’io e sono tra quelli che credono ancora all’amore e alla speranza.

Buttati, ti ha detto il diavolo, verranno gli angeli a portarti sulle mani! Io lo so che verranno, quando con l’ultimo, con il più grande atto di fede, mi butterò in Te nel giorno della mia morte, fidandomi.

Se c’è un angelo nel cielo sopra Milano, un angelo sopra questi paesi, chiedo che mi accompagni nell’ultimo viaggio, oltre le porte dell’ombra, tenendomi per mano, perché ho un po’ paura, e mi dica in quell’ultimo tratto di cielo solo questo:

Vieni, hai tentato di amare, il tuo desiderio di amore era già amore”! Non chiedo altro, ma che lo dica con un sorriso.

 

E’ la mia speranza, un sogno dolce, di cui non mi stanco.

 

Le tre tentazioni che abbiamo udito, sono la massima espressione dell’intelligenza umana. Non propongono delitti, sangue, violenza, guerra, barricate contro i poveri, queste cose sappiamo riconoscerle, tentiamo perfino di sfuggirle. Propongono di nutrirci di cose, di non cercare dalla parte dello spirito.

La prima tentazione pone l’alternativa: pietre o pane? Il diavolo, che è il più intelligente tra gli spiriti, dice a Gesù: “Non sognare, vedi queste pietre? Cambiale in pane.

Gli uomini hanno bisogno di pane e di miracoli, hanno bisogno di capi che sembrino forti, assicuragli questo: pane, miracoli e capi e saranno tutti dalla tua parte.

Non vedi il piacere che hanno di ricevere il pane e ancor più di riceverlo dalle mani di qualcuno invece di guadagnarlo?”

Ma Gesù non si impossessa della libertà di nessuno, né con il pane né coi miracolo, troppi l’hanno fatto, lui è maestro di libertà. E oppone alla fame di cose, il morso del più: “Non di solo pane vive l’uomo”, anzi di solo pane l’uomo muore. L’uomo vive di ciò che viene dalla bocca di Dio.

Bellissima questa parola: l’uomo vive di Dio. Dalla bocca di Dio sono venute le parole che hanno creato la luce, il cosmo, le creature, è venuto il Verbo e il Vangelo.

Tu, io, noi tutti, ogni creatura è venuta dalla bocca di Dio. Il tuo respiro è il respiro stesso di Dio. Di Dio e di te io vivo. Di te, creatura che tocchi con dita di bontà, la mia vita.

Seconda tentazione: tutto sarà tuo, se segui la mia logica.

Tu vuoi cambiare il corso della storia facendoti servo? Cioè con niente, senza mezzi, senza potere? non funzionerà. Il mondo ha dei problemi, tu devi risolverli.

Che problemi risolve una Croce? Li aumenta, invece. Il mondo è tutto una collina di croci, cosa cambierà un Crocifisso in più? Prenditi il potere, prenditi l’autorità, le leggi, le decisioni, occupa i posti chiave, solo così risolverai i problemi. Vuoi dare libertà? Ma non sanno che farsene. La libertà è un peso troppo grande, preferiscono eseguire ordini.

Ma Gesù sa che il potere è un sole nero. E ingannatore, nessun faraone libererà mai i suoi schiavi. E risponde Gesù: non ti piegare, non ti inginocchiare davanti a nessuno, eppure sarai servitore di tutti.

Terza tentazione Buttati giù, e Dio manderà i suoi angeli. Mostra a tutti un Dio immaginario che smonta e rimonta la natura e le sue leggi, a piacimento, come fosse il suo giocattolo; che è una assicurazione contro gli infortuni della vita, che salva da ogni problema, che ti protegge dalla fatica.

E Gesù risponde: “Non tentare Dio!” Io so che il Signore sarà presente, ma come Lui vorrà non come io vorrei. E se cadrò sarà ancora più vicino, chino su di me. e io avanzerò nella vita non a forza di miracoli, ma per il miracolo di un amore che non si arrende.

 

Gesù si oppone alla tentazione sfidandola, alzando la posta: dì che queste pietre diventino pane… Il pane è un bene, è un valore, fa vivere.   Gesù risponde offrendo più vita: “Non di solo pane vivrà l’uomo!” Il pane è buono ma più buona è la Parola: il pane dà vita ma più vita viene dalla bocca di Dio.

Per questo siamo qui, fratelli, per avere più vita, per camminare dal deserto di pietre e tentazioni, al giardino del sepolcro vuoto, fresco e risplendente nell’alba, mentre fuori è primavera: è questo il percorso della Quaresima. Non penitenziale, quindi, ma vitale; non di sacrifici ma di germogli. L’uomo non è polvere o cenere, ma figlio di Dio e simile a un angelo (Eb2,7) e la cenere posta sul capo non è segno di tristezza o piccolezza ma di nuovo inizio: la cenere che si sparge nell’orto e nel campo per più fecondità, la ripartenza della creazione, sempre e comunque, anche partendo dal quasi niente che rimane fra le mani.

 

Preghiera alla Comunione

Riascoltiamo il Salmo 50, salmo quaresimale, nella lettura di G. Quarenghi. Non smettere di volermi bene,

non smettere mai,

nemmeno quando ti faccio arrabbiare.

Ho sbagliato, sapevo che non era da fare,

l’ho fatto lo stesso

l’ho fatto apposta.

Non capisco cosa mi succede, a volte

so che è sbagliato,

Tu me l’hai detto e ridetto che è sbagliato

ma io lo faccio lo stesso.

Non posso farne a meno,

è più forte di me.

Ma non sono solo io a fare così, anche gli altri lo fanno

ma adesso è di me che voglio parlarti.

Mi hai insegnato ad essere sincero,

chi è sincero è buono, dici sempre,

mi hai insegnato a non avere paura

di quello che sono, a non nascondermi.

Vieni a cercarmi, trovami,

non dirmi che non ti fidi più di me

e fammi tornare ad essere contento.

Dimentica i miei errori

e non ci saranno più!

Non mandarmi via,

non mandarmi dove Tu non ci sei.

Non dirmi che non mi vuoi più qui con Te

e non andare via, neppure Tu.

Rimani qui e guardami

come quando mi vuoi bene,

pensa che posso farcela e ce la farò,

pensa che sono buono e lo sarò

buono come Te.

Non ti piacciono le promesse

e io non te le faccio,

Tu perdonami però, vieni a cercarmi,

quello che vuoi è che io capisca,

questo conta, che io capisca.

Eccoti finalmente sei qui,

mi prendi tra le braccia,

tienimi così e dimmelo,

dimmelo

che non smetterai di volermi bene, mai.

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Padre Ermes Ronchi

VII Domenica Tempo ordinario – Anno C – 2019

Il Signore elimina il concetto di nemico

Vangelo – Luca 6, 27-38

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli «A voi che ascoltate, io dico amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro (…).

Gesù ha appena proiettato nel cielo della pianura umana il sogno e la rivolta del Vangelo. Ora pronuncia il primo dei suoi “amate”. Amate i vostri nemici . Lo farai subito, senza aspettare; non per rispondere ma per anticipare; non perché così vanno le cose, ma per cambiarle.

La sapienza umana però contesta Gesù: amare i nemici è impossibile.

E Gesù contesta la sapienza umana: amatevi altrimenti vi distruggerete. Perché la notte non si sconfigge con altra tenebra; l’odio non si batte con altro odio sulle bilance della storia. Gesù vuole eliminare il concetto stesso di nemico. Tutti attorno a noi, tutto dentro di noi dice: fuggi da Caino, allontanalo, rendilo innocuo. Poi viene Gesù e ci sorprende: avvicinatevi ai vostri nemici, e capovolge la paura in custodia amorosa, perché la paura non libera dal male.

E indica otto gradini dell’amore, attraverso l’incalzare di verbi concreti: quattro rivolti a tutti: amate, fate, benedite, pregate; e quattro indirizzati al singolo, a me: offri, non rifiutare, da’, non chiedere indietro.

Amore fattivo quello di Gesù, amore di mani, di tuniche, di prestiti, di verbi concreti, perché amore vero non c’è senza un fare.

Offri l’altra guancia, abbassa le difese, sii disarmato, non incutere paura, mostra che non hai nulla da difendere, neppure te stesso, e l’altro capirà l’assurdo di esserti nemico. Offri l’altra guancia altrimenti a vincere sarà sempre il più forte, il più armato, e violento, e crudele. Fallo, non per passività morbosa, ma prendendo tu l’iniziativa, riallacciando la relazione, facendo tu il primo passo, perdonando, ricominciando, creando fiducia.

«A chi ti strappa la veste non rifiutare neanche la tunica», incalza il maestro, rivolgendosi a chi, magari, non possiede altro che quello. Come a dire: da’ tutto quello che hai. La salvezza viene dal basso! Chi si fa povero salverà il mondo con Gesù (R. Virgili). Via altissima. Il maestro non convoca eroi nel suo Regno, né atleti chiamati a imprese impossibili. E infatti ecco il regalo di questo Vangelo: come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.

Ciò che desiderate per voi fatelo voi agli altri: prodigiosa contrazione della legge, ultima istanza del comandamento è il tuo desiderio. Il mondo che desideri, costruiscilo. «Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo» (Gandhi).

Ciò che desideri per te, ciò che ti tiene in vita e ti fa felice, questo tu darai al tuo compagno di strada, oltre l’eterna illusione del pareggio del dare e dell’avere. È il cammino buono della umana perfezione. Legge che allarga il cuore, misura pigiata, colma e traboccante, che versa gioia nel grembo della vita.

(Letture 1 Samuele 26,2.7-9.12-13.22-23; Salmo 102; 1 Corinzi 15, 45-49; Luca 6, 27-38).

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-signoreeliminail-concettodi-nemico

Commento al vangelo domenica 24 febbraio – p.Ermes – Il Signore elimina il concetto di nemico

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Persecuzione «marchio» di garanzia dei profeti

IV Domenica – Tempo ordinario – Anno C – 2019

Vangelo – Lc 4, 21-30
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Commento di Padre Ermes Ronchi

La sinagoga è rimasta incantata davanti al sogno di un mondo nuovo che Gesù ha evocato: tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati! Poi, quasi senza spiegazione: pieni di sdegno, lo condussero sul ciglio del monte per gettarlo giù. Dalla meraviglia alla furia. Nazaret passa in fretta dalla fierezza e dalla festa per questo figlio che torna circondato di fama, potente in parole ed opere, ad una sorta di furore omicida. Come la folla di Gerusalemme quando, negli ultimi giorni, passa rapidamente dall’entusiasmo all’odio: crocifiggilo!

Perché? Difficile dirlo. In ogni caso, tutta la storia biblica mostra che la persecuzione è la prova dell’autenticità del profeta. Fai anche da noi i miracoli di Cafarnao! Non cercano Dio, cercano un taumaturgo a disposizione, pronto ad intervenire nei loro piccoli o grandi naufragi: uno che ci stupisca con effetti speciali, che risolva i problemi e non uno che ci cambi il cuore. Vorrebbero dirottare la forza di Dio fra i vicoli del loro paese. Ma questo non è il Dio dei profeti.

Gesù, che aveva parlato di una bella notizia per i poveri, di sguardo profondo per i ciechi, di libertà, viene dai compaesani ricondotto dalla misura del mondo al piccolo recinto di Nazaret, dalla storia profonda a ciò che è solo spettacolare. E quante volte accadrà! Assicuraci pane e miracoli e saremo dalla tua parte! Moltiplica il pane e ti faremo re (Gv 6,15). Ma Gesù sa che con il pane e i miracoli non si liberano le persone, piuttosto ci si impossessa di loro e Dio non si impossessa, Dio non invade.

E risponde quasi provocando i suoi compaesani, collocandosi nella scia della più grande profezia biblica, raccontando di un Dio che ha come casa ogni terra straniera, protettore a Zarepta di Sidone di vedove forestiere, guaritore di generali nemici d’Israele. Un Dio di sconfinamenti, la cui patria è il mondo intero, la cui casa è il dolore e il bisogno di ogni uomo. Gesù rivela il loro errore più drammatico: si sono sbagliati su Dio. «Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare. Perché poi ti sbagli su tutto, sulla storia e sul mondo, sul bene e sul male, sulla vita e sulla morte» (D.M. Turoldo).

Allora lo condussero sul ciglio del monte per gettarlo giù. Ma come sempre negli interventi di Dio, improvvisamente si verifica uno strappo nel racconto, un buco bianco, un ma. Ma Gesù passando in mezzo a loro si mise in cammino. Un finale a sorpresa. Non fugge, non si nasconde, passa in mezzo a loro, aprendosi un solco come di seminatore, mostrando che si può ostacolare la profezia, ma non bloccarla. «Non puoi fermare il vento, gli fai solo perdere tempo» (G. Gaber). Non puoi fermare il vento di Dio.

(Letture: Geremia 1,4-5.17-19; Salmo 70; 1 Corinzi 12,31-13,13; Vangelo – Lc 4, 21-30)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/persecuzione-marchio-di-garanzia-dei-profeti

 

 

III domenica C

Giornata della memoria, oggi, perché il passato non diventi presente.

Giornata della gioventù a Panama: della speranza.

Attentato nelle Filippine, in chiesa. Decine di Morti in Brasile per una diga di rifiuti minerari che ha ceduto.

I pochi migranti della Sea Wacth che 27 tra i paesi più ricchi e potenti del mondo non sanno, non vogliono accogliere.

Si popola questa chiesa come la sinagoga di Nazaret nel vangelo di oggi, di poveri, oppressi…

Siamo venuti davanti a te che abbracci ogni creatura,

davanti a te, Dio amante della vita, per dirti grazie.

Nonostante tutto, grazie: per la vita, per l’amore, per gli amici,

per la bontà e la bellezza di tante persone, grazie.

Per il vangelo che ci aiuta a “scollinare gli orizzonti del nostro io”.

Guardando questo Cristo dall’abbraccio infinito, preghiamo:

Signore, come il figlio che torna cerco il tuo conforto, per questo ti prego: donami il tuo abbraccio

Signore, come le donne amiche che ti accoglievano, ti prego: donami il tuo abbraccio

Come il naufrago che ha attraversato mari e respingimenti, dopo tanti rifiuti, almeno tu ti prego: donami il tuo abbraccio

 

Omelia

Luca ci racconta una scena da stampare nel cuore. Lo fa quasi al rallentatore, per farci comprendere l’estrema importanza di questo momento. Gesù si alza, prende, cerca, legge. Poi arrotola il volume, lo riconsegna, si siede. Tutti gli occhi sono fissi su di lui.

E nel grande silenzio le prime parole ufficiali di Gesù: “oggi la parola di Isaia si realizza”. Ed è così bella questa affermazione: il vangelo non è una chiacchiera, la parola non è teoria è pratica. È efficace. Cambia le cose. Ognuno di noi è vangelo, una parola di Dio, una decisione di Dio, che diventa, può diventare una storia provvidenziale.

Lo abbiamo sperimentato. Ci sono parole mal dette che feriscono e parole belle, di affetto, di accoglienza, che segnano nel bene il cuore delle persone.

Gesù cerca un brano nel rotolo. Conosce bene le Scritture, ci sono mille passi che parlano di Dio, ma lui sceglie questo, dove l’umanità è definita con quattro aggettivi: povera, prigioniera, cieca, oppressa.

E ne fa il programma della sua vita: portare gioia, libertà, occhi nuovi, liberazione, un rabbi che non impone pesi, ma li toglie, un messia che non porta precetti, ma libertà.

Testo fondamentale e bellissimo, che non racconta più, come nei primi capitoli, ‘come’ Gesù è nato, ma ‘perché’ è nato.

Che ridà forza per lottare, apre il cielo alle vie della speranza.

Poveri, ciechi, oppressi, prigionieri: questi sono i nomi dell’uomo. Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo.

 

E poi spalanca il cielo, delinea uno dei tratti più belli del volto di Dio: “Sono venuto a predicare un anno di grazia del Signore”, un anno, un secolo, mille anni, una storia intera fatta solo di benevolenza, a mostrare che Dio non solo è buono, ma esclusivamente buono, incondizionatamente buono.

Gesù censura il profeta Isaia e non legge il versetto successivo che dice: a predicare la vendetta del Signore. No, Dio non sprecherà l’eternità in vendette. E neppure un minuto.

Tutti gli occhi erano fissi su di lui. Sembrano più attenti alla persona che legge che non alla parola proclamata. Sono curiosi, lo conoscono bene quel giovane, sparito per un po’, e appena ritornato a casa, nel villaggio “dov’era cresciuto” nutrito appunto, come pane buono, dalle parole di Isaia. Quelle che ora si è alzato a leggere: ‘parole così antiche e così amate, così pregate e così desiderate, così vicine e così lontane.

Gesù davanti a quella piccolissima comunità presenta il suo sogno di un mondo nuovo. E sono solo parole di speranza per chi è stanco, o è vittima, o non ce la fa più: sono venuto a incoraggiare, a portare buone notizie, a liberare, a ridare vista. Annuncio di un anno di grazia, di cui Gesù soffia le note negli inferi dell’umanità’ (R. Virgili).

E mi domando: è un tempo di grazia questo che viviamo? Sentite annunci di grazia? Vi mette gioia sapere quello che accade ai poveri oggi? Ai disperati? Ai migranti? Dove è finita la bella notizia di Gesù per i poveri: è finito il mondo dell’accumulo, inizia quello della condivisione?

Solo un poco / Di paura in meno /Già basterebbe./ E domani con queste mani/ Servire il mondo/ O difenderlo.

Alle parole di Gesù, la sinagoga di Nazaret si riempiva di volti di poveri. Allo stesso modo ogni chiesa, ogni casa, ogni cuore, sa da dove cominciare, dalla periferia del mondo, dagli sbalzati a terra dal convoglio del progresso, dagli affamati di tenerezza, dagli uomini dal pane amaro, ricacciati in mare dalle coste ricche dell’Occidente.

Sono loro i principi del Regno. E Dio sta alla loro ombra.

 

Una cosa mi commuove: Dio non mette come scopo della storia se stesso, ma l’umanità; non è un Dio che vuole essere servito, lodato, ubbidito, da questi figli distratti, meschini e splendidi che noi siamo, che riporta all’ubbidienza una umanità ribelle, ma il suo sogno è fatto di uomini e donne dal cuore libero e forte. E guariti, e con occhi nuovi che vedono lontano e nel profondo. E che la nostra storia non produca più poveri e prigionieri.

Un sublime capovolgimento. Dio dimentica se stesso, mette noi più importanti di lui; e non offre liberazione in cambio di qualcosa, sarebbe anche lui il grande narcisista, bisognoso di gratificazioni,

lui ama per primo, ama in perdita, ama senza condizioni.

La buona notizia è che Dio mette l’uomo al centro di tutto, e schiera la sua potenza di liberazione contro tutte le oppressioni esterne, contro tutte le chiusure interne. Il lieto annuncio è che Dio sarà sempre in favore dell’uomo e mai contro l’uomo.

Gesù non si interroga se quel prigioniero sia buono o cattivo; a lui non importa se il povero o il cieco sia onesto o peccatore, se il lebbroso meriti o no la guarigione. C’è buio e dolore e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio.

  1. Delbrêl : Forse Dio è stanco di solenni e austeri devoti, di eroi dell’etica, di eremiti pii e pensosi, forse vuole dei giullari felici, alla san Francesco di vivere. Prigionieri usciti dalle segrete che danzano nel sole.

Impensabili sulla bocca di Gesù frasi come: “ se è colpevole, deve marcire in galera”. E questo perché la grazia sia grazia e non calcolo o merito.

 

Il programma di Nazaret ci mette di fronte ad uno dei paradossi del Vangelo. Il catechismo che abbiamo mandato a memoria diceva: “siamo stati creati per conoscere, amare, servire Dio in questa vita e poi goderlo nell’altra in paradiso”. Ma nel suo primo annuncio Gesù dice altro: non è l’uomo che esiste per Dio ma è Dio che esiste per l’uomo. C’è una commozione da brividi nel poter pensare: Dio esiste per me, io sono lo scopo della sua esistenza. Il nostro è un Dio che ama di amore unilaterale. Il nostro Dio è differente:

considera ogni povero più importante di se stesso.

Io sono quel povero. Un povero felice e fiero di avere un Dio così.

Preghiera dei fedeli

 

 

Invece della preghiera dei fedeli, leggo i versi che un poeta di 95 anni dedica a un ragazzo di 14 anni del Mali, annegato nel Mediterraneo, con la pagella cucita alla giacca. Come facevano i pellegrini medievali con pagine della Bibbia cucite al loro mantello.

 

PAGELLA DI SCOLARO IN FONDO AL MARE

La portavi cucita sul petto

Medaglia al tuo valore

Risorsa estrema per avere almeno un poco di rispetto

L’orgogliosa pagella di scolaro

Tu, solitario ragazzino,

perso nell’immensa incertezza del migrare…

non t’è servita a salvarti la vita

ma t’è rimasta stretta sopra il cuore

fedele come il cane di famiglia

a custodir del tuo abbandono l’onta

e finalmente sbatterne l’orrore

in faccia all’impunita indifferenza

della presente umanità

di automi.

(Aldo Masullo) 18 gennaio 2019

 

 

 

ALLA COMUNIONE

Solo un poco

Di paura in meno

Già basterebbe.

E domani con queste mani

Servire il mondo

O difenderlo.

I prossimi anni

Le prossime ore

Siano così

Senza barriere.

Con qualche minuto almeno

In cui l’anima è comoda

Dietro la nuca

Dentro le costole

E voi con me e io con voi

Senza veleno

E il libro e il buio e le mani aperte.

Quello che vi accade

Sia benedetto.

(Franco Arminio)

 

 

 

 

 

 

Il Vangelo – A cura di Ermes Ronchi

III Domenica – Tempo Ordinario – Anno C – 2019

A Nazaret il sogno di un mondo nuovo
Vangelo – Luca 1,1-4; 4,14-21

(…) In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nazaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Commento di p.Ermes Ronchi

Tutti gli occhi erano fissi su di lui. Sembrano più attenti alla persona che legge che non alla parola proclamata. Sono curiosi, lo conoscono bene quel giovane, appena ritornato a casa, nel villaggio dov’era cresciuto nutrito, come pane buono, dalle parole di Isaia che ora proclama: «Parole così antiche e così amate, così pregate e così agognate, così vicine e così lontane. Annuncio di un anno di grazia, di cui Gesù soffia le note negli inferi dell’umanità» (R. Virgili).

Gesù davanti a quella piccolissima comunità presenta il suo sogno di un mondo nuovo. E sono solo parole di speranza per chi è stanco, o è vittima, o non ce la fa più: sono venuto a incoraggiare, a portare buone notizie, a liberare, a ridare vista. Testo fondamentale e bellissimo, che non racconta più “come” Gesù è nato, ma “perché” è nato. Che ridà forza per lottare, apre il cielo alle vie della speranza. Poveri, ciechi, oppressi, prigionieri: questi sono i nomi dell’uomo.

Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo. E lo scopo che persegue non è quello di essere finalmente adorato e obbedito da questi figli distratti, meschini e splendidi che noi siamo. Dio non pone come fine della storia se stesso o i propri diritti, ma uomini e donne dal cuore libero e forte. E guariti, e con occhi nuovi che vedono lontano e nel profondo. E che la nostra storia non produca più poveri e prigionieri. Gesù non si interroga se quel prigioniero sia buono o cattivo; a lui non importa se il cieco sia onesto o peccatore, se il lebbroso meriti o no la guarigione. C’è buio e dolore e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio. Solo così la grazia è grazia e non calcolo o merito.

Impensabili nel suo Regno frasi come: «È colpevole, deve marcire in galera». Il programma di Nazaret ci mette di fronte a uno dei paradossi del Vangelo. Il catechismo che abbiamo mandato a memoria diceva: «Siamo stati creati per conoscere, amare, servire Dio in questa vita e poi goderlo nell’eternità». Ma nel suo primo annuncio Gesù dice altro: non è l’uomo che esiste per Dio ma è Dio che esiste per l’uomo. C’è una commozione da brividi nel poter pensare: Dio esiste per me, io sono lo scopo della sua esistenza.

Il nostro è un Dio che ama per primo, ama in perdita, ama senza contare, di amore unilaterale. La buona notizia di Gesù è un Dio sempre in favore dell’uomo e mai contro l’uomo, che lo mette al centro, che dimentica se stesso per me, e schiera la sua potenza di liberazione contro tutte le oppressioni esterne, contro tutte le chiusure interne, perché la storia diventi totalmente “altra” da quello che è. E ogni uomo sia finalmente promosso a uomo e la vita fiorisca in tutte le sue forme.

(Letture: Neemia 8,2-4.5-6.8-10; Salmo 18; 1 Corinzi 12,12-30; Luca 1,1-4; 4,14-21)

Commento al Vangelo domenica 27 gennaio – p.Ermes – a Nazaret il sogno di un mondo nuovo

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/a-nazaretil-sogno-di-un-mondo-nuovo

 

 

 

 

Battesimo del Signore – Anno C
Il cielo si apre. Siamo tutti figli di Dio nel Figlio
Vangelo – Luca 3, 15-16.21-22
In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il Battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

«Viene dopo di me colui che è più forte di me”. In che cosa consiste la forza di Gesù? Lui è il più forte perché parla al cuore. Tutte le altre sono voci che vengono da fuori, la sua è l’unica che suona in mezzo all’anima. E parla parole di vita.
«Lui vi battezzerà…» La sua forza è battezzare, che significa immergere l’uomo nell’oceano dell’Assoluto, e che sia imbevuto di Dio, intriso del suo respiro, e diventi figlio: a quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). La sua è una forza generatrice («sono venuto perché abbiano la vita in pienezza», Gv 10,10), forza liberante e creativa, come un vento che gonfia le vele, un fuoco che dona un calore impensato.
«Vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Il respiro vitale e il fuoco di Dio entrano dentro di me, a poco a poco mi modellano, trasformano pensieri, affetti, progetti, speranze, secondo la legge dolce, esigente e rasserenante del vero amore. E poi mi incalzano a passare nel mondo portando a mia volta vento e fuoco, portando libertà e calore, energia e luce. Gesù stava in preghiera ed ecco, il cielo si aprì. La bellezza di questo particolare: il cielo che si apre. La bellezza della speranza! E noi che pensiamo e agiamo come se i cieli si fossero rinchiusi di nuovo sulla nostra terra. Ma i cieli sono aperti, e possiamo comunicare con Dio: alzi gli occhi e puoi ascoltare, parli e sei ascoltato.
E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». La voce annuncia tre cose, dette per Gesù e per ciascuno di noi: “Figlio” è la prima parola: Dio è forza di generazione, che come ogni seme genera secondo la propria specie. Siamo tutti figli di Dio nel Figlio, frammenti di Dio nel mondo, specie della sua specie, abbiamo Dio nel sangue e nel respiro.
“Amato” è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima di ogni merito, che tu lo sappia o no, ogni giorno ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. Immeritato amore, incondizionato, unilaterale, asimmetrico. Amore che anticipa e che prescinde da tutto.
“Mio compiacimento” è la terza parola. Che nella sua radice contiene l’idea di una gioia, un piacere che Dio riceve dai suoi figli. Come se dicesse a ognuno: figlio mio, ti guardo e sono felice.
Se ogni mattina potessi immaginare di nuovo questa scena: il cielo che si apre sopra di me come un abbraccio, un soffio di vita e un calore che mi raggiungono, il Padre che mi dice con tenerezza e forza: figlio, amore mio, mia gioia, sarei molto più sereno, sarei sicuro che la mia vita è al sicuro nelle sue mani, mi sentirei davvero figlio prezioso, che vive della stessa vita indistruttibile e generante.

(Letture: Isaia 40,1-5.9-11; Salmo 103; Tito 2,11-14;3,4-7; Luca 3, 15-16.21-22).

http://www.smariadelcengio.it

 

/https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-cielo-si-apresiamo-tuttifigli-di-dionel-figlio

 

 

 

 

EPIFANIA 2019

a cura di p. Ermes Ronchi

Mt 2, 1-12

 

Strade nuove di fra Davide Montagna

Cercatore verace di Dio

è solo chi inciampa

su di una stella,

scambia incenso ed oro

con un ridente cuore

di bimbo

e, tentando strade nuove,

si smarrisce nel pulviscolo

magico del deserto…

 

INIZIO

Vedi Signore quanti volti belli e quante lacrime.

Qui davanti a te. A cercare il tuo abbraccio.

Sono occhi belli, quelli di ciascuno.

Impastati di luce ma anche di lacrime.

Ma quando le lacrime incontrano la luce nascono arcobaleni.

Tu sei la luce: illumina le nostre vite Signore

 

Omelia

Epifania. Festa dei lontani e dei cercatori di Dio. Perché Dio è sempre da scoprire. Se c’è una cosa che può offendere Dio, è quella di pensare di conoscerlo. Perché poi vuol dire che tu lo rimpicciolisci su tua misura, mentre Dio trascende, sempre altro e sempre oltre.

Festa di tutti i cercatori di Dio, e di tutti i cercatori dell’uomo. Perché è la stessa ricerca infinita. Anzi chi può dire perfino di conoscere se stesso? Io non so neanche che sentimenti avrò prima di sera.

E notiamo che non sono i re o i sommi sacerdoti o un eroe a manifestare Dio, ma l’ultimo di tutti gli uomini, l’ultimo arrivato: trovarono un bambino in braccio a sua madre e prostratisi lo adorarono. E dopo aver fatto il periplo di tutta la terra, dopo aver indagato gli universi, si fermano davanti a un bambino. La scoperta è lì. Una cosa enorme. Chi non ha il coraggio di inginocchiarsi lì, non trova né Dio, né l’uomo.

Il primo movimento della ricerca di Dio e dell’uomo lo indica Isaia: “Alza il capo e guarda”. Due verbi bellissimi: alzare il capo, guardare in alto e attorno, sollevare gli occhi, aprire le finestre di casa al grande respiro del mondo.

Alza il capo e guarda, cerca un pertugio, un angolo di cielo e poi da lassù interpreta la vita, ma a partire dall’alto, da obiettivi alti. A partire da una stella.

Il vangelo racconta la ricerca di Dio come un viaggio, al ritmo della carovana, al passo di una piccola comunità; il viaggio dei Magi attraversa deserti e città, naufraghi sempre in questo infinito (scrive Turoldo) e quindi la ricerca non consiste tanto nel passare di libro in libro, ma di persona in persona: siamo noi la sua Epifania, ognuno un proprio momento di Dio, in ognuno è seminato un frammento di stella cometa.

Cercarlo: e non come scribi di Gerusalemme, ma come magi.

Gli scribi di Gerusalemme sapevano, “a Betlemme deve nascere”,

i sacerdoti sapevano tutto, ma non credevano.

Perché non bastano i libri, non basta la cultura, occorre diventare sapienti. Mia madre non aveva studiato teologia ma sapeva più di tanti teologi. Occorre la passione per Dio, il tormento.

Quanta gente ho conosciuto che aveva il tormento di Dio e magari non praticava… Continuava a cercare, e magari credeva più di noi praticanti.

Il terzo passo è il ritmo della carovana. La tradizione parla di tre re magi, ma il vangelo dice ‘alcuni magi’: una piccola comunità, un gruppo: camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l’uno all’altro. Fissando il cielo e fissando gli occhi di chi cammina a fianco, capaci di rallentare il passo sulla misura dell’altro, di porgere il braccio a chi sta facendo più fatica.

Il quarto passo è il più sorprendente. Il cammino dei magi è pieno di errori: perdono la stella, approdano nella grande città anziché nel piccolo villaggio; chiedono del bambino a un assassino di bambini; cercano una reggia e troveranno una povera casa. Ma non si arrendono: hanno l’infinita pazienza di ricominciare. Il nostro dramma non è cadere, è arrendersi alle cadute.

E poi l’atto finale: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono i loro doni.

Il dono più prezioso che i Magi portano non è l’oro, è il loro stesso viaggio. Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un desiderio più forte di deserti e fatiche.

Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui.

Dio ha sete della nostra sete.

Lì sta il nostro regalo più grande.

  1. Turoldo canta: Magi, voi siete i santi più nostri!

Nostri perché lontani ma incamminati;

nostri perché mostrano che si può arrivare a Lui per mille strade, non ce n’è una sola; che ognuno ha la sua strada, ce l’ha anche chi, come loro, non conosce e non legge la bibbia.

Sono i santi più nostri per quel loro misterioso strabismo: piedi per terra sì, ma occhi nel cielo; come loro si avanza davvero quando si decide di seguire non le paure, ma la speranza, un sogno; quando si decide di ascoltare Isaia: alza il capo e guarda!

Nostri i Magi perché la ricerca finisce in una casa, una delle nostre case. La stella si posa sulla nostra vita semplice, sul nostro quotidiano. Una stella, su ognuna delle nostre case, su ogni famiglia:

ed entrati videro il Bambino e sua Madre e lo adorarono.

E adorano un bambino. C’è qui una lezione misteriosa:

non adorano l’Uomo della Croce, non il Risorto glorioso,

non un uomo saggio dalle parole di luce,

non un giovane nel pieno del suo vigore,

semplicemente un bambino in braccio a sua madre.

È sulla terra la cosa più vicina a Dio: non solo Dio è come noi, non solo è il Dio-con-noi, ma è un Dio piccolo fra noi.

E di lui non puoi avere paura,

e da un bambino che ami non ce la fai ad allontanarti.

Vediamo oggi cose all’opposto di queste: 26 paesi tra i più forti e ricchi del mondo, l’Europa, che non sono capaci di accogliere 49 migranti, con madri e bambini, da 15 giorni in mare…

Penso a come si possano capovolgere le parole di Erode ai Magi: Informatevi con cura del Bambino e quando lo avrete trovato fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo!

Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce. Erode è dentro di noi, è quel cinismo, quel disprezzo, quelle paure che in noi distruggono i sogni e le speranze.

Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a ciascuno di voi qui: hai trovato il Bambino?

Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, cerca nel Vangelo, nella stella e nella parola, cerca nelle persone e in fondo alla speranza;

cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo e gli abissi del cuore, e poi fammelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo.

E voi fratelli, dovreste dire e ripetere a noi preti:

informatevi sempre più accuratamente,

cercate di conoscere sempre meglio quel Bambino,

fatecelo sentire vivo e vero questo Dio piccolo fra noi,

fatecelo sentire vicino, così che anche noi lo possiamo sentire e vedere.

Aiutateci a trovarlo e verremo, con i nostri piccoli doni,

verremo con tutta la fierezza dell’amore,

con i nostri sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del cuore.

 

Preghiera

Oro incenso e mirra portano i Magi,

non fiori, giocattoli o dolciumi,

l’oro della nostra obbedienza,

l’incenso della nostra adorazione,

la mirra delle angosce, delle delusioni.

Il prezioso, il sublime e l’austero,

il nobile, il divino e il tragico,

in quel Bambino c’è tutto questo.

E io Signore, io che vengo da lontano,

io che ho percorso strade difficili e talvolta sbagliate

quale dono posso offrirti?

Il tesoro che ti dono è la mia vita, Signore,

e che sia semplice e dritta come un flauto

perché tu la possa riempire, riempire con la tua musica.

La mia vita, Signore, ti dono

e sia argilla tenera fra le tue mani

perché tu possa darle forma, la forma che vorrai.

La mia vita ti dono, Signore,

come un seme libero nel vento

perché tu possa seminarlo dove vorrai,

e possa fiorire per i fratelli e per te. Amen

 

Andiamo in pace e speranza, custodendo una stella in fondo al cuore.

Per tracciare lunghi e diritti i solchi della vita, legare il timone dell’aratro ad una stella.

 

 

 

 

 

 

Il vangelo a cura di Ermes Ronchi

Epifania del Signore – anno C

Vangelo – Matteo 2,1-12

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Commento di p.Ermes

Epifania, festa dei cercatori di Dio, dei lontani, che si sono messi in cammino
dietro a un loro profeta interiore, a parole come quelle di Isaia “Alza il capo e
guarda”.
Due verbi bellissimi: alza, solleva gli occhi, guarda in alto e attorno, apri le
finestre di casa al grande respiro del mondo. E guarda, cerca un pertugio, un angolo
di cielo, una stella polare, e da lassù interpreta la vita, a partire da obiettivi alti.
Il vangelo racconta la ricerca di Dio come un viaggio, al ritmo della carovana, al
passo di una piccola comunità: camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l’uno
all’altro. Fissando il cielo e insieme gli occhi di chi cammina a fianco, rallentando il
passo sulla misura dell’altro, di chi fa più fatica.
Poi il momento più sorprendente: il cammino dei magi è pieno di errori: perdono la
stella, trovano la grande città anziché il piccolo villaggio; chiedono del bambino a un
assassino di bambini; cercano una reggia e troveranno una povera casa. Ma hanno
l’infinita pazienza di ricominciare. Il nostro dramma non è cadere, ma arrenderci alle
cadute.
Ed ecco: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono
doni. Il dono più prezioso che i Magi portano non è l’oro, è il loro stesso viaggio. Il
dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un
desiderio più forte di deserti e fatiche. Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui.
Dio ha sete della nostra sete: il nostro regalo più grande.
Entrati, videro il Bambino e sua madre e lo adorarono. Adorano un bambino.
Lezione misteriosa: non l’uomo della Croce né il Risorto glorioso, non un uomo
saggio dalle parole di luce né un giovane nel pieno del vigore, semplicemente un
bambino. Non solo a Natale Dio è come noi, non solo è il Dio-con-noi, ma è un Dio
piccolo fra noi. E di lui non puoi avere paura, e da un bambino che ami non ce la fai
ad allontanarti.
Informatevi con cura del Bambino e poi fatemelo sapere perché venga anch’io
ad adorarlo! Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce, è dentro di noi, è quel
cinismo, quel disprezzo che distruggono sogni e speranze.

Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle
all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a
chiunque: hai trovato il Bambino?
Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle
cose, nel Vangelo e nelle persone; cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo
e gli abissi del cuore, e poi raccontamelo come si racconta una storia d’amore, perché
venga anch’io ad adorarlo, con i miei sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del
cuore.

(Letture: Isaia 60,1-6; Salmo 71; Efesini 3,2-3.5-6; Matteo 2,1-12)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-dono-piu-prezioso-dei-magi-il-loro-stesso-viaggio

Commento al Vangelo domenica 6 gennaio 2019 – EPIFANIA del SIGNORE – p.Ermes

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Santa Famiglia – anno C – 2018

La Famiglia di Nazaret «scuola» di amore
Vangelo – Lc 2, 41-52

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Commento di p.Ermes

Maria e Giuseppe cercano per tre giorni il loro ragazzo: figlio, perché ci hai fatto questo? tuo padre e io angosciati ti cercavamo. La famiglia di Nazaret la sentiamo vicina anche per questa sua fragilità, perché alterna giorni sereni, tranquilli e altri drammatici, come accade in tutte le famiglie, specie con figli adolescenti, come era Gesù.

Maria più che rimproverare il figlio, vuole capire: perché ci hai fatto questo? Perché una spiegazione c’è sempre, e forse molto più bella e semplice di quanto temevi. Un dialogo senza risentimenti e senza accuse: di fronte ai genitori, che ci sono e si vogliono bene – le due cose che importano ai figli- c’è un ragazzo che ascolta e risponde. Grande cosa il dialogo, anche faticoso: se le cose sono difficili a dirsi, a non dirle diventano ancora più difficili.

Non sapevate che devo occuparmi d’altro da voi? I figli non sono nostri, appartengono a Dio, al mondo, alla loro vocazione, ai loro sogni. Un figlio non deve impostare la propria vita in funzione dei genitori, è come fermare la ruota della creazione.

Non lo sapevate? Ma come, me lo avete insegnato voi il primato di Dio! Madre, tu mi hai insegnato ad ascoltare angeli! Padre, tu mi hai raccontato che talvolta la vita dipende dai sogni, da una voce: alzati prendi il bambino e sua madre e fuggi in Egitto.

Ma essi non compresero. E tuttavia Gesù tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. C’è incomprensione, c’è un dolore che pesa sul cuore, eppure Gesù torna con chi non lo capisce. Afferma: Io ho un altro Padre e tuttavia sta con questo padre. E cresce dentro una famiglia santa e imperfetta, santa e limitata. Sono santi i tre, sono profeti, eppure non si capiscono. E noi ci meravigliamo di non capirci nelle nostre case?

Si può crescere in bontà e saggezza anche sottomessi alla povertà del mio uomo o della mia donna, ai perché inquieti di mio figlio, ai limiti dei genitori.

Gesù lascia il tempio e i maestri della Legge e va con Giuseppe e Maria, maestri di vita; lascia gli interpreti dei libri, e va con chi interpreta la vita, il grande Libro. Per anni impara l’arte di essere uomo guardando i suoi genitori vivere.

Da chi imparare la vita? Da chi ci aiuta a crescere in sapienza e grazia, cioè nella capacità di stupore infinito. I maestri veri non sono quelli che metteranno ulteriori lacci o regole alla mia vita, ma quelli che mi daranno ulteriori ali, che mi permetteranno di trasformare le mie ali, le cureranno, le allungheranno. Mi daranno la capacità di volare. Di seguire lo Spirito, il vento di Dio.

La casa è il luogo del primo magistero, dove i figli imparano l’arte più importante, quella che li farà felici: l’arte di amare.

(Letture: 1 Samuele 1,20-22.24-28; Salmo 83; 1 Giovanni 3,1-2.21-24; Luca 2,41-52)

Omelia al Convento domenica 30 dicembre – p. Ermes – I FIGLI NON SONO NOSTRI, APPARTENGONO A DIO, AL MONDO, ALLA LORO VOCAZIONE, AI LORO SOGNI.

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/la-famigliadi-nazaret-scuola-di-amore

 

 

Immacolata 2018  (di p. Ermes Rochi)

 

Una festa oggi piena di ali e di fessure aperte sull’infinito.

 

Stai sulla soglia prima di entrare

Scuci tutte le paure, sciogli le vele, scendi nel cuore,

ora fatti mancare le parole,

come un fiore che si spoglia fino al frutto.

 

Il silenzio ti fa nudo e semplice, carezza di Dio su di te:

che ti fa vivere, che apre il tempo,

che colma il vuoto, che svela il senso,

che ci fa restare umani.

 

Omelia

Adamo, dove sei? Mi sono nascosto perché ho avuto paura. Ed entra nel mondo la paura, la grande nemica. Adamo ha paura di Dio: è la madre di tutte le paure.

Poi verrà un angelo, un angelo migratore, che vola via dal cuore del tempio e si posa nel cuore di una casa, a Nazaret, a portare la fine della paura di Dio: “non temere Maria”.

Dio viene come gioia, come bacio caduto sulla terra, un seme di vita nella voce di un angelo. Verrà come un bambino fra le tue braccia: non puoi avere paura di un bambino.

Ciò che vince la paura non è il coraggio, è la fame, fame di vita. Che con la paura della morte combatte una guerra infinita. Raccontata così dalle parole della Genesi: Porrò inimicizia tra il serpente e la donna, ed essa ti schiaccerà il capo.

Inimicizia tra la Donna, che porta la fame di vita, e il serpente che porta la morte. È il nome profetico dell’umanità, nome dato da Dio: la nostra stirpe è nemica del male. Adamo ed Eva lo hanno appena tradito, hanno appena ceduto al male, e Dio, in modo irragionevole, per una fiducia insensata, contro ogni evidenza, li chiama nemici e avversari del male.

Senza ingenuità, ma con totale sicurezza, la Bibbia annuncia: nonostante tutto, vincerà la stirpe dei nati da donna.

Io sarò colpito, avrò molte volte paura, qualche volta cadrò, ma non sarò mai amico del male, mai amico della violenza e della menzogna, mai amico dell’odio e della cattiveria.

Tu le insidierai il calcagno, lei ti schiaccerà la testa. Il male può ferire l’umanità, ma può solo ferirla, e non sopraffarla.

È in basso, è inferiore, non sale fino al centro dell’uomo. Il cuore delle creature è buono.

Il serpente è dietro, è un passato che talvolta ritorna e fa tanto male, ma non è davanti a te, non è il futuro che ti attende.

La donna e l’uomo hanno un anticipo, un vantaggio sul male. Questo ritardo del male, per grazia, sarà un ritardo eterno.

Essa ti schiaccerà la testa: il male non vincerà. La rabbia, la corruzione, il veleno possono aggredire la speranza, ma il disumano non vincerà sull’umano.

Adamo ed Eva escono dal paradiso terrestre portando con sé una benedizione, un annuncio di vittoria: il bene è più forte del male, più antico, più profondo, più originale del peccato originale.

In ogni persona c’è un posto dove solo Dio abita, dove il male non può arrivare, dove Dio si è riservato un posto e solo lui vi ha preso casa. In noi c’è una parte che è rimasta pura, bella, sana, divina, dove nessun male può arrivare: in cielo c’è una stella per ciascuno di noi, sufficientemente lontana perché i nostri errori non possano mai offuscarla (Bobin).

In noi c’è un pezzetto di Dio sufficientemente luminoso perché il peccato non possa mai oscurarlo.

Quello è il luogo della Immacolata Concezione. Un punto preservato dal male, in ognuno. Ciò che è accaduto in Maria non è esclusivo, accade in ciascuno. Come lei tu hai radice santa, sei una persona cui arrivano angeli, sei gravido di Dio, incinto di luce, stai accanto alle infinite croci, sei sollevato continuamente verso l’alto…

La prima parola dell’angelo a Maria, la prima della nuova storia, è ‘rallegrati’. Non un qualsiasi saluto, ave o salve, un ciao, è invece un imperativo: kaire, gioisci, sii felice.

L’angelo non dice: prega, inginocchiati, fai questo o quello.

Ma semplicemente: apriti alla gioia, come una porta si spalanca al sole.

Sussurra l’angelo alla ragazza: vedrai, credere è una festa.

“Sii felice Maria, Dio si è chinato su di te, ti stringe in un abbraccio; si è innamorato di te, si è dato a te e ti ha riempita di luce. Ora hai un nome nuovo: amata per sempre”. Teneramente, liberamente, senza rimpianti amata. Si capisce che Maria sia senza parole.

Quel suo nome è anche il nostro nome: buoni e meno buoni, tutti amati per sempre. Piccoli o grandi, tutti riempiti di cielo.

Maria non è piena di grazia perché ha risposto ‘sì’ a Dio, ma perché Dio per primo le ha detto ‘sì’.

E dice ‘sì’ a ciascuno di noi, prima di qualsiasi risposta.

Che io sia amato dipende da Dio, non dipende da me.

Ognuno pieno di grazia, tutti amati come siamo, per quello che siamo. Perché la grazia sia grazia e non merito o calcolo.

Santa Maria è colmata di grazia non perché senza peccato, ma perché Dio è venuto, ha bussato e lei ha aperto. Così noi: ridiventiamo santi ogni volta che apriamo la porta a quel Dio che sta alla porta e bussa, se gli apriamo entrerà portando amore. È solo l’amore di Dio che rende santi.

L’angelo continua: il Signore è con te. Il nome bello di Dio: Io-sono-con-te: ‘dovunque tu andrai, in tutti i passi che farai, quando cadrai e ti farai male, quando ti rialzerai e sorriderai di nuovo, io sarò con te”.

È con te Colui che non manda via nessuno, Colui che mai abbandona, Colui che prova gioia a starti vicino. È con te, vicino come il cuore, vicino come il respiro. E non ti mollerà, mai. Con te, tutti i giorni fino al consumarsi del mondo.

E tu concepirai e darai alla luce. Dio cerca madri, ancora. Ha sempre da nascere, ha sempre da venire al mondo. Tocca a noi aiutare Dio a essere vivo nel nostro mondo, a incarnarsi nella nostra storia. Dio vivrà in questi paesi distratti, in queste case inospitali, solo se noi gli daremo tempo e cuore.

Rispondendo come ha fatto santa Maria: ‘eccomi, sono la serva del Signore’. La parola che cambia il mondo

‘Serva del Signore’ non significa la badante, la servetta, la sguattera, la cenerentola. Nella Bibbia, il ‘servo del re’ è il secondo dopo il re; e la regina è detta la ‘serva del re’, la più vicina al sovrano, la prima della casa.

Tu sei il Dio dell’alleanza e io sarò la tua alleata il tuo progetto sarà il mio, la tua storia la mia storia, il tuo sogno sarà il mio sogno.

Anche il nostro “eccomi!” può cambiare la storia, il mio “sì”,

vivrò secondo il mio nome vero: amato per sempre e nemico del male.

Eccomi, sarò, come tu hai detto, amico della vita e amato per sempre!

Sono la Serva del Signore, l’alleata del Dio dell’alleanza

Oggi sei tu l’alleata, Maria; ieri Mosè, oggi tu.

Ieri Abramo e Giacobbe, oggi tu

Tu lo concepirai nel grembo, e sarai più grande di Mosè,

Tu lo darai alla luce, e sarai più grande di Eva.

Come te, anch’io dico “sì”; come te, alleato del Dio dell’alleanza.

Preghiera di p. Giovanni Vannucci

A tutti i frammenti di Maria,

a tutti gli atomi di Maria

sparsi nel mondo e che hanno nome donna,

rivolgiamo oggi il saluto dell’angelo:

Ave o donna, rallegrati, sii felice

che tu sia piena di grazia,

che con te sia lo Spirito Santo,

che benedetto e benefico sia agli umani

il frutto del tuo grembo e dell’intera tua vita.

Che tu possa pacificare la terra,

conciliare i fratelli nemici,

cancellare Caino, far risorgere Abele,

ricondurre tutta la terra al Padre,

nell’amore del Figlio,

nella grazia dello Spirito. Amen

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi
I potenti alzano barriere, Dio le supera
II Domenica di Avvento – Anno C

*Vangelo – Luca 3,1-6
1 Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène, 2 sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 3 Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, 4 com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
5 Ogni burrone sia riempito,
ogni monte e ogni colle sia abbassato;
i passi tortuosi siano diritti;
i luoghi impervi spianati.
6 Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

Commento di padre Ermes Ronchi
Una pagina solenne, quasi maestosa dà avvio al racconto dell’attività pubblica di Gesù. Un lungo elenco di re e sacerdoti a tracciare la mappa del potere politico e religioso dell’epoca, e poi, improvvisamente, il dirottamento, la svolta. La Parola di Dio vola via dal tempio e dalle grandi capitali, dal sacerdozio e dalle stanze del potere, e raggiunge un giovane, figlio di sacerdoti e amico del deserto, del vento senza ostacoli, del silenzio vigile, dove ogni sussurro raggiunge il cuore. Giovanni, non ancora trent’anni, ha già imparato che le uniche parole vere sono quelle diventate carne e sangue. Che non si tirano fuori da una tasca, già pronte, ma dalle viscere, quelle che ti hanno fatto patire e gioire.
Ecco, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Non è l’annunciatore che porta l’annuncio, è l’annuncio che lo porta, lo incalza, lo sospinge: e percorreva tutta la regione del Giordano. La parola di Dio è sempre in volo in cerca di uomini e donne, semplici e veri, per creare inizi e processi nuovi. Raddrizzate, appianate, colmate… Quel giovane profeta un po’ selvatico dipinge un paesaggio aspro e difficile, che ha i tratti duri e violenti della storia: ogni violenza, ogni esclusione e ingiustizia sono un burrone da colmare. Ma è anche la nostra geografia interiore: una mappa di ferite mai guarite, di abbandoni patiti o inflitti, le paure, le solitudini, il disamore… C’è del lavoro da fare, un lavoro enorme: spianare e colmare, per diventare semplici e diritti. E se non sarò mai una superstrada, non importa, sarò un piccolo sentiero nel sole.
Vangelo che conforta: – anche se i potenti del mondo alzano barriere, cortine di bugie, muri ai confini, Dio trova la strada per raggiungere proprio me e posarmi la mano sulla spalla, la parola nel grembo, niente lo ferma; – chi conta davvero nella storia? Chi risiede in una reggia? Erode sarà ricordato solo perché ha tentato di uccidere quel bambino; Pilato perché l’ha condannato. Conta davvero chi si lascia abitare dal sogno di Dio, dalla sua parola.
L’ultima riga del Vangelo è bellissima: ogni uomo vedrà la salvezza. Ogni uomo? Sì, esattamente questo. Dio vuole che tutti siano salvi, e non si fermerà davanti a burroni o montagne, neppure davanti alla tortuosità del mio passato o ai cocci della mia vita. Una delle frasi più impressionanti del Concilio Vaticano Secondo afferma: «Ogni uomo che fa esperienza dell’amore, viene in contatto con il Mistero di Cristo in un modo che noi non conosciamo» (Gaudium et spes 22). Cristo raggiunge ogni uomo, tutti gli uomini, e l’amore è la sua strada. E nulla vi è di genuinamente umano che non raggiunga a sua volta il cuore di Dio.

(Letture: Baruc 5,1-9; Salmo 125; Filippesi 1,4-6.8-11; Luca 3,1-6 )
https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/i-potenti-alzano-barriere-dio-le-supera
http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/26879/commento-al-vangelo-9-dicembre-p-ermes-i-potenti-alzano-barriere-dio-le-supera/

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

I Domenica Avvento – Anno C

Nonostante tutto, la storia è un itinerario di salvezza

Vangelo – Lc 21,25-28.34-36

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Commento di fra Ermes

Ci saranno segni nel sole, nella luna, nelle stelle. Il vangelo di Luca oggi non vuole raccontare la fine del mondo, ma il mistero del mondo; ci prende per mano, ci porta fuori dalla porta di casa, a guardare in alto, a percepire il cosmo pulsare attorno a noi, immensa vita che patisce, soffre, si contorce come una partoriente (Is13,8), ma per produrre vita.

Ad ogni descrizione drammatica, segue un punto di rottura, un tornante che apre l’orizzonte, lo sfondamento della speranza e tutto cambia: ma voi risollevatevi e alzate il capo, la liberazione è vicina. Anche nel caos della storia e nelle tempeste dell’esistenza, il vento di Dio è sopra il mio veliero.

State attenti a voi stessi, che il cuore non diventi pesante! Verrà un momento in cui ci sentiremo col cuore pesante. Ho provato anch’io il morso dello sconforto, per me e per il mondo, ma non gli permetterò più di sedersi alla mia tavola e di mangiare nel mio piatto. Perché fin dentro i muscoli e le ossa io so una cosa: che non può esserci disperazione finché custodisco la testarda fedeltà all’idea che la storia è, nonostante tutte le smentite, un processo di salvezza.

Il dono dell’Avvento è un cuore leggero come la fiducia, quanto la speranza; non la leggerezza della piuma sbattuta dal vento, ma quella dell’uccello che fende l’aria e si serve del vento per andare più lontano.

E poi un cuore attento, che legga la storia come un grembo di nascite: questo mondo porta un altro mondo nel grembo, un sogno da trasformare in vita, perché non si ammali. Vivete con attenzione, state attenti alle piccole enormi cose della vita. Scrive Etty Hillesum dal campo di sterminio: «Esisterà pur sempre anche qui un pezzetto di cielo che si potrà guardare, e abbastanza spazio dentro di me per poter congiungere le mani nella preghiera».

I Vangeli d’Avvento usano questo doppio registro: fanno levare il capo verso le cose ultime, verso Colui-che-si-fa-vicino, e poi abbassare gli occhi verso le cose di qui, dentro e attorno a noi. Lo fanno per aiutarci a vivere attenti, ad abitare la terra con passo leggero, custodi dei giorni e pellegrini dell’eterno, guardando negli occhi le creature e fissando gli abissi del cosmo, attenti al venire di Dio e al cuore che si fa stanco. Pronti ad un abbraccio che lo alleggerisca di nuovo, e lo renda potente e leggero come un germoglio.

Avvento: la vita è non è una costruzione solida, precisa, finita, ma è una realtà germinante (R. Guardini), fatta anche e soprattutto di germogli, a cui non ti puoi aggrappare, che non ti possono dare sicurezze, ma che regalano un sapore di nascite e di primavera, il profumo della bambina speranza (Péguy).

(Letture: Geremia 33, 14-16; Salmo 24; 1 Tessalonicesi 3, 12-14, 2; Luca 21, 25-28.34-36).

Commento al Vangelo domenica 2 dicembre – p.Ermes – Nonostante tutto, la storia è un itinerario di salvezza

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/nonostante-tutto-la-storia-e-un-itinerario-di-salvezza

di p. Ermes Ronchi

 

 

 

Gesù Cristo Signore,

tu sei nostro Re fin dall’eternità,

perché da sempre ci guidi

con dolce e misericordiosa autorevolezza.

La tua regalità non ti allontana da noi,

ma ci fa sentire la tua vicinanza,

perché tu sei Re sulla croce:

non hai salvato te stesso,

ma tutti noi.

A te, che hai condiviso la nostra pena,

guardiamo con speranza e fiducia,

e chiediamo di condurci nel tuo regno,

casa della vera gioia,

che coincide con il tuo cuore.

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Solennità di Cristo Re – anno B – 2018

 

Un nuovo regno, dove il più potente è colui che serve

Vangelo – Gv 18 – 33,37

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Commento di Padre Ermes Ronchi

Osserviamo la scena: due poteri uno di fronte all’altro; Pilato e il potere inesorabile dell’impero; Gesù, un giovane uomo disarmato e prigioniero. Pilato, onnipotente in Gerusalemme, ha paura; ed è per paura che consegnerà Gesù alla morte, contro la sua stessa convinzione: non trovo in lui motivo di condanna.

Con Gesù invece arriva un’aria di libertà e di fierezza, lui non si è mai fatto comprare da nessuno, mai condizionare.

Chi dei due è più potente? Chi è più libero, chi è più uomo?

Per due volte Pilato domanda: sei tu il re dei Giudei? Tu sei re?

Cerca di capire chi ha davanti, quel Galileo che non lascia indifferente nessuno in città, che il sinedrio odia con tutte le sue forze e che vuole eliminare. Possibile che sia un pericolo per Roma?

Gesù risponde con una domanda: è il tuo pensiero o il pensiero di altri? Come se gli dicesse: guardati dentro, Pilato. Sei un uomo libero o sei manipolato?

E cerca di portare Pilato su di un’altra sfera: il mio regno non è di questo mondo. Ci sono due mondi, io sono dell’altro. Che è differente, è ad un’altra latitudine del cuore. Il tuo palazzo è circondato di soldati, il tuo potere ha un’anima di violenza e di guerra, perché I regni di quaggiù, si combattono. Il potere di quaggiù si nutre di violenza e produce morte. Il mio mondo è quello dell’amore e del servizio che producono vita. Per i regni di quaggiù, per il cuore di quaggiù, l’essenziale è vincere, nel mio Regno il più grande è colui che serve.

Gesù non ha mai assoldato mercenari o arruolato eserciti, non è mai entrato nei palazzi dei potenti, se non da prigioniero. Metti via la spada ha detto a Pietro, altrimenti avrà ragione sempre il più forte, il più violento, il più armato, il più crudele. La parola di Gesù è vera proprio perché disarmata, non ha altra forza che la sua luce. La potenza di Gesù è di essere privo di potenza, nudo, povero.

La sua regalità è di essere il più umano, il più ricco in umanità, il volto alto dell’uomo, che è un amore diventato visibile.

Sono venuto per rendere testimonianza alla verità. Gli dice Pilato: Che cos’è la verità? La verità non è qualcosa che si ha, ma qualcosa che si è. Pilato avrebbe dovuto formulare in altro modo la domanda: chi è la verità? È lì davanti, la verità, è quell’uomo in cui le parole più belle del mondo sono diventate carne e sangue, per questo sono vere.

Venga il tuo Regno, noi preghiamo. Eppure il Regno è già venuto, è già qui come stella del mattino, ma verrà come un meriggio pieno di sole; è già venuto come granello di senapa e verrà come albero forte, colmo di nidi. È venuto come piccola luce sepolta, che io devo liberare perché diventi il mio destino.

Dove si combatte, dove si fa violenza, dove si abusa, e dove potere, denaro, l’io sono aggressivi e voraci, Gesù dice: non passa di qui il mio regno, non segue queste strade il mondo che io sogno

(Letture: Daniele 7,13-14; Salmo 92; Apocalisse 1,5-8; Giovanni 18,33-37)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/un-nuovo-regno-dove-il-piu-potente-e-colui-che-serve

 

 

XXXIII Dom. T. O. anno B – 2018
Il Signore è vicino: vitale e nuovo come la primavera

Vangelo – Marco 13,24-32
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. (…) Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno (…)».

L’universo è fragile nella sua grande bellezza: in quei giorni, il sole si oscurerà, la luna si spegnerà, le stelle cadranno dal cielo… Eppure non è questa l’ultima verità delle parole di Gesù: se ogni giorno c’è un mondo che muore, ogni giorno c’è anche un mondo che nasce, un germoglio che spunta, foglioline di fico che annunciano l’estate.
Quante volte si è spento il sole, le stelle sono cadute a grappoli dal nostro cielo, lasciandoci vuoti, poveri, senza sogni: una disgrazia, una delusione, la morte di una persona cara, una sconfitta nell’amore. Fu necessario ripartire, un’infinita pazienza di ricominciare, guardare oltre l’inverno, all’estate che inizia con il quasi niente, una gemma su un ramo, guardare «alla speranza che viene a noi vestita di stracci perché le confezioniamo un abito da festa» (P. Ricoeur).
Gesù non ama la paura (la sua umanissima pedagogia è semplice: non avere paura, non fare paura, liberare dalla paura), vuole raccontare non la fine ma il fine della storia: Dio è vicino, è qui; bello, vitale e nuovo come la primavera del cosmo.
Dalla pianta di fico imparate: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Gesù ci porta alla scuola delle piante, del fico, del germoglio, perché le leggi dello spirito e le leggi profonde della creazione coincidono. Così un albero e le sue gemme diventano personaggi di una rivelazione. «Ogni essere vivente, ogni cosa, perfino il granello di polvere è un messaggio di Dio» (Laudato si’).
Imparate dalla sapienza degli alberi: quando il ramo si fa tenero, l’intenerirsi del ramo lo puoi percepire toccando; l’ammorbidirsi per la linfa che riprende a gonfiare i suoi piccoli canali non è all’occhio che si rivela, ma al tatto: vai vicino, tocca con mano. I sensi sono il nostro radar per addentrarci nella sapienza del mondo. Toccate. Guardate. Anzi: contemplate.E spuntano le foglie: piccole gemme che l’albero spinge fuori, che erompono al sole e all’aria, come un minimo parto, da dentro a fuori. Voi capite che l’estate è vicina. In realtà le gemme indicano la primavera, che però in Palestina è brevissima, pochi giorni ed è subito estate. Così anche voi sappiate che egli è vicino, alle porte. Da una gemma di fico imparate il futuro del mondo: «che non compiuto così com’è, ma è qualcosa che deve svilupparsi ancora oltre, e che deve essere inteso più in profondità. Il mondo è una realtà germinante» (R. Guardini), incamminata verso una pienezza profumata di frutti.
Da una gemma imparate il futuro di Dio: che sta alla porta, e bussa; viene non come un dito puntato, ma come un abbraccio; non portando un’accusa ma un germogliare di vita.

(Letture: Daniele 12,1-3; Salmo 15; Ebrei 10,11-14.18; Marco 13,24-32)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-signore-e-vicino-vitale-e-nuovo-come-la-primavera

http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/26839/commento-al-vangelo-domenica-18-novembre-fra-ermes-il-signore-vitale-e-nuovo-come-la-primavera/

Quante volte si è spento il sole,
le stelle sono cadute a grappoli
dal nostro cielo,
lasciandoci vuoti, poveri, senza sogni:
una disgrazia, una malattia,
una delusione,
la morte di una persona cara,
una sconfitta nell’amore.
Fu necessario ripartire,
un’infinita pazienza di ricominciare,
guardare oltre l’inverno,
all’estate che inizia con il quasi niente,
una gemma su un ramo,
la prima fogliolina di fico.

“Il cielo e la terra passeranno,
ma le mie parole non passeranno”(Mc 13,31)
Il Signore è vicino: vitale e nuovo come la primavera.

(Ermes Ronchi – XXXIII Dom. T. O. anno B)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-signore-e-vicino-vitale-e-nuovo-come-la-primavera

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

XXXII Dom. T. O. anno B – 2018

L’amore in perdita, senza calcoli, della vedova povera

Marco 12, 38-44

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Commento di p.Ermes

Il brano è costruito come una contrapposizione tra gli scribi, i teologi ufficiali potenti e temuti, e una donna senza nome, vedova e povera, senza difese e senza parole, che però detta la melodia del vivere, maestra di fede. Donna nel bisogno, e per questo porta di Dio, breccia per il suo intervento. Nella Bibbia, vedove, orfani e stranieri, compongono la triade dei senza difesa. E allora è Dio che interviene prendendo le loro difese, entrando negli interstizi del dolore.

Gesù ha sempre mostrato una predilezione particolare per le donne sole. Al tempio, questa maestra senza parole, che non ha titolo per insegnare, che ha solo la fede e la sapienza del vivere che sa di pane e di lacrime, raccolta tra le pieghe dolenti della vita, scalza dal pulpito i sacerdoti, dalla cattedra i teologi, per una lezione fondamentale: abitare il mondo non secondo il criterio della quantità, ma del cuore.

Venuta una vedova, povera, gettò in offerta due spiccioli. Gesù se n’è accorto, unico; osserva e nota i due centesimi: sono due, è importante notarlo, poteva tenersene uno e dare l’altro. Gesù vede che la donna dà tutto, osserva il suo gesto totale. Allora chiama a sé i discepoli, per un insegnamento non morale ma rivelativo. Accade qualcosa d’importante: Questa povera vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Lo stupore per quel gesto nasce dall’aver intuito un di più, uno scialo, uno sciupìo di cuore, un eccesso che esce dal calcolo e dalla logica.
Lo stupore scombina il circolo della polemica, suggerendo che c’è anche dell’altro da guardare, molto altro oltre le ricche offerte dei ricchi. Lo sguardo di Gesù mette a fuoco i dettagli: il divino si cela in un gesto di donna, l’annuncio si nasconde nel dettaglio di due centesimi. Piccole cose che non annullano il duro scontro in atto, ma indicano la possibilità, la strada di una religione dove non tutto sia calcolo, che suggeriscono una possibilità: si può amare senza misura, amare per primi, amare in perdita, amare senza contraccambio.

Il Vangelo ama l’economia della piccolezza: non è la quantità che conta, ma l’investimento di vita che metti in ciò che fai. Le parole originarie di Marco qui sono bellissime: gettò intera la sua vita. Che risultati concreti portano i due centesimi della vedova? Nessun risultato, nessun effetto per le belle pietre e le grandi costruzioni del tempio. Ma quella donna ha messo in circuito nelle vene del mondo molto cuore e molta vita.
La santità? Piccoli gesti pieni di cuore. Ed è così, perché ogni gesto umano compiuto con tutto il cuore ci avvicina all’assoluto di Dio. Ogni atto umano “totale” contiene in sé e consegna qualcosa di divino.

(Letture: 1 Re 17,10-16; Salmo 145; Ebrei 9,24-28; Marco 12, 38-44).

Commento al Vangelo 11 novembre – p.Ermes – L’amore in perdita

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/l-amore-in-perdita-senza-calcoli-della-vedova-povera

Gesù non bada alla quantità di denaro.

Anzi afferma che l’evidenza della quantità è solo illusione.

Conta

quanto peso di vita c’è dentro,

quanto cuore, quanto di lacrime, di speranza, di fede

è dentro due spiccioli.

(Ermes Ronchi -XXXII Dom. T. O. anno B – 2015)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/gli-spiccioli-della-vedova-e-il-tesoro-in-cielo_20151105

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

L’unica misura dell’amore è amare senza misura

XXXI Domenica – Tempo ordinario – Anno B

Vangelo – Mc 12, 28-34
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Commento di Padre Ermes

Qual è, nella Legge, il più grande comandamento? Lo sapevano tutti in Israele qual era: il terzo, quello che prescrive di santificare il Sabato, perché anche Dio lo aveva osservato (Genesi 2,2).
La risposta di Gesù, come al solito, spiazza e va oltre: non cita nessuna delle dieci parole, ma colloca al cuore del Vangelo la stessa cosa che sta nel cuore della vita: tu amerai. Un verbo al futuro, come per un viaggio mai finito… che è desiderio, attesa, profezia di felicità per ognuno.

Il percorso della fede inizia con un «sei amato» e si conclude con un «amerai». In mezzo germoglia la nostra risposta al corteggiamento di Dio.
Amerai Dio con tutto il tuo cuore e il prossimo tuo come te stesso. Gesù non aggiunge nulla di nuovo: la prima e la seconda parola sono già scritte nel Libro. La novità sta nel fatto che le due parole fanno insieme una sola parola, la prima. L’averle separate è l’origine dei nostri mali, dei fondamentalismi, di tutte le arroganze, del triste individualismo.

Ma amare che cosa? Amare l’Amore stesso. Se amo Dio, amo ciò che lui è: vita, compassione, perdono, bellezza; ogni briciola di pane buono, un atto di coraggio, un abbraccio rassicurante, un’intuizione illuminante, un angolo di armonia. Amerò ciò che Lui più ama: l’uomo, di cui è orgoglioso.

Ma amare come? Mettendosi in gioco interamente. Lasciando risuonare e agire la forza di quell’aggettivo «tutto», ribadito quattro volte. Il tutto di cuore, mente, anima, forza. Noi pensiamo che la santità consista nella moderazione delle passioni. Ma dov’è mai questa moderazione nella Bibbia? L’unica misura dell’amore è amare senza misura.
Amerai con tutto, con tutto, con tutto… Fare così è già guarigione dell’uomo, ritrovare l’unità, la convergenza di tutte le facoltà, la nostra pienezza felice: «Ascolta, Israele. Questi sono i comandi del Signore… perché tu sia felice» (Deuteronomio 6,1-3). Non c’è altra risposta al desiderio profondo di felicità dell’uomo, nessun’altra risposta al male del mondo che questa soltanto: amerai Dio e il prossimo.

Per raccontare l’amore verso il prossimo Gesù regala la parabola del samaritano buono (Luca 10,29-37). Per indicare come amare Dio con tutto il cuore, non sceglie né una parabola, né una immagine, ma una donna, Maria di Betania «che seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola» (Luca 10, 38). Gesù ha trovato che il modo di ascoltare di Maria fosse la «scelta migliore», la più idonea a raccontare come si ami Dio: come un’amica che siede ai suoi piedi, sotto la cupola d’oro dell’amicizia, e lo ascolta, rapita, e non lascerà cadere neppure una delle sue parole. Amare Dio è ascoltarlo, come bambini, come innamorati.

(Letture: Deuteronomio 6,2-6; Salmo 17; Ebrei 7,23-28; Marco 12,28-34)

http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/26808/commento-al-vangelo-4-novembre-2018-p-ermes-lunica-misura-dellamore-e-amare-senza-misura/

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/l-unica-misura-dell-amore-e-amare-senza-misura

Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore;
amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima,
con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.
Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. (Mc 12, 29-31)

Ma amare come?
Mettendosi in gioco interamente.
Lasciando risuonare e agire
la forza di quell’aggettivo «tutto»,
ribadito quattro volte.
Il tutto di cuore, mente, anima, forza.

Noi pensiamo che la santità consista
nella moderazione delle passioni.
Ma dov’è mai questa moderazione nella Bibbia?
L’unica misura dell’amore è amare senza misura.

Amerai con tutto, con tutto, con tutto…
Fare così è già guarigione dell’uomo,
ritrovare l’unità, la convergenza di tutte le facoltà,
la nostra pienezza felice:
«Ascolta, Israele. Questi sono i comandi del Signore…
perché tu sia felice» (Deuteronomio 6,1-3).

(Ermes Ronchi – XXXI Dom. – T. O. – Anno B)
https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/l-unica-misura-dell-amore-e-amare-senza-misura

 

 

 

Il Vangelo a cura di Padre Ermes Ronchi

XXX Domenica
Tempo ordinario – Anno B – 2018
Siamo anche noi ciechi e mendicanti, come Bartimeo
Vangelo – Mc 10,46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Commento di Padre Ermes

Un mendicante cieco: l’ultimo della fila, un naufrago della vita, relitto abbandonato al buio nella polvere di una strada di Palestina.

Poi improvvisamente tutto si mette in moto: passa Gesù ed è come un piccolo turbine, si riaccende il motore della vita, soffia un vento di futuro.

Bartimeo comincia a gridare: Gesù, abbi pietà. È, tra tutte, la preghiera più cristiana ed evangelica, la più umana. Rimasta nelle nostre liturgie, nel suono antico di “Kyrie eleison” o di “Signore, pietà”, confinata purtroppo nell’ambito riduttivo dell’atto penitenziale. Non di perdono si tratta. Quando preghiamo così, come ciechi, donne o lebbrosi del vangelo, dobbiamo liberare in volo tutto lo splendido immaginario che preme sotto questa formula, e che indica grembo di madre, vita generata e partorita di nuovo. La misericordia di Dio comprende tutto ciò che serve alla vita dell’uomo.

Bartimeo non domanda pietà per i suoi peccati, ma per i suoi occhi spenti. Invoca il Donatore di ‘vita in abbondanza’: mostrati padre, sentiti madre di questo figlio che ha fatto naufragio, ridammi alla luce!

La folla fa muro al suo grido: taci! Disturbi! Terribile pensare che davanti a Dio la sofferenza sia fuori luogo, che il dolore possa disturbare. Ma è così ancora, abbiamo ritualizzato la religione e un grido fuori programma disturba. Ma la vita è un fuori programma continuo: la vita non è un rito. C’è nell’uomo un gemito, di cui abbiamo perso l’alfabeto; un grido, su cui non riusciamo a sintonizzarci.

Invece il rabbi ascolta e risponde. E si libera tutta l’energia della vita. Lo notiamo dai gesti, quasi eccessivi: Bartimeo non parla, grida; non si toglie il mantello, lo getta; non si alza da terra, ma balza in piedi.

La fede porta con sé un balzo in avanti, porte che si spalancano, sentieri nel sole, un di più illogico e bello. Credere è acquisire bellezza del vivere.

Bartimeo guarisce come uomo, prima che come cieco. Guarisce in quella voce che lo accarezza: qualcuno si è accorto di lui, qualcuno lo tocca, anche solo con una voce amica, e lui esce dal suo naufragio umano: l’ultimo comincia a riscoprirsi uno come gli altri.

È chiamato con amore e allora la sua vita si riaccende, si rialza in piedi, si precipita, anche senza vedere, verso una voce, orientato da una parola buona che ancora vibra nell’aria. Sentire che qualcuno ci ama rende fortissimi.

Anche noi ci orientiamo nella vita come il mendicante cieco di Gerico, forse senza vedere chiaro, ma sull’eco della Parola di Dio, ascoltata nel vangelo, nella voce intima che indica la via, negli eventi della storia, nel gemito e nel giubilo del creato. E che continua a seminare occhi nuovi e luce nuova sulla terra.

(Letture: Geremia 31,7-9; Salmo 125; Ebrei 5,1-6; Marco 10,46-52)

http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/26793/commento-al-vangelo-28-ottobre-p-ermes-credere-e-acquisire-bellezza-del-vivere-2/

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/siamo-anche-noi-ciechi-e-mendicanti-come-bartimeo

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Nella gerarchia di Dio chi ama occupa il posto più alto

XXIX Domenica – Tempo ordinario – Anno B

Vangelo – Marco 10,35-45

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». […]

Commento di Padre Ermes Ronchi

Giovanni, il discepolo preferito, il migliore, il fine teologo, si mette di fronte a Gesù e gli chiede, con il fare proprio di un bambino: «Voglio che tu mi dia quello che chiedo. A me e a mio fratello». Eppure Gesù lo ascolta e rilancia con una bellissima domanda: «Cosa vuoi che io faccia per voi?». «Vogliamo i primi posti!»

Dopo tre anni di strade, di malati guariti, di uomini e donne sfamati, dopo tre annunci della morte in croce, è come se non avessero ancora capito niente. Ed ecco ancora una volta tutta la pedagogia di Gesù, paziente e luminosa. Invece di arrabbiarsi o di scoraggiarsi, il Maestro riprende ad argomentare, a spiegare il suo sogno di un mondo nuovo.
Non sapete quello che chiedete! Non capite quali corde oscure andate a toccare con questa domanda, quale povero cuore, quale povero mondo nasce da queste fame di potere. E la dimostrazione arriva immediatamente: gli altri dieci apostoli hanno sentito e si indignano, si ribellano, unanimi nella gelosia, accomunati dalla stessa competizione per essere i primi.

Adesso non solo i due figli di Zebedeo (i boanerghes, i figli del tuono, irruenti e autoritari come indica il loro soprannome), ma tutti e dodici vengono chiamati di nuovo da Gesù, chiamati vicino.
E spalanca loro l’alternativa cristiana: tra voi non sia così. I grandi della terra dominano sugli altri, si impongono… Tra voi non così! Credono di governare con la forza… tra voi non è così!

Gesù prende le radici del potere e le capovolge al sole e all’aria: Chi vuole diventare grande tra voi sia il servitore di tutti. Servizio, il nome difficile dell’amore grande. Ma che è anche il nome nuovo, il nome segreto della civiltà. Anzi, è il nome di Dio. Come assicura Gesù: Non sono venuto per procurarmi dei servi, ma per essere io il servo. La più sorprendente, la più rivoluzionaria di tutte le autodefinizioni di Gesù. Parole che danno una vertigine: Dio mio servitore! Vanno a pezzi le vecchie idee su Dio e sull’uomo: Dio non è il padrone e signore dell’universo al cui trono inginocchiarsi tremando, ma è Lui che si inginocchia ai piedi di ogni suo figlio, si cinge un asciugamano e lava i piedi, e fascia le ferite.

Se Dio è nostro servitore, chi sarà nostro padrone? L’unico modo perché non ci siano più padroni è essere tutti a servizio di tutti. E questo non come riserva di viltà, ma come moltiplicazione di coraggio. Gesù infatti non convoca uomini e donne incompiuti e sbiaditi, ma pienamente fioriti, regali, nobili, fieri, liberi. Belli della bellezza di un Dio con le mani impigliate nel folto della vita, custode che veglia, con combattiva tenerezza, su tutto ciò che fiorisce sotto il suo sole.

(Letture: Isaia 53,10-11; Salmo 32; Ebrei 4,14-16; Marco 10,35-45)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/nella-gerarchia-di-dio-chi-ama-occupa-il-posto-piu-alto

 

 

di p. Ermes Ronchi

XXVIII DOMENICA (Mc 10,17-30)

 

Gesù è sulla strada, il luogo che più amava: la strada, che è di tutti, che collega i lontani, aperta a tutti gli incontri, e non sai chi o che cosa troverai alla svolta del sentiero.

Gesù, libero maestro delle strade.

Ed ecco un tale, uno senza nome ma ricco, gli corse incontro. Corre, come uno che ha fretta, fretta di vivere, di vivere davvero.

Il suo nome è stato rubato dal denaro.

L’uomo senza nome sta per correre un grande rischio: interroga Gesù per sapere la verità su se stesso.

«Maestro buono, è vita o morte la mia? Cosa devo fare per vivere?». Domanda eterna. Di tutti. Da amare, da vivere bene!

Gesù risponde elencando cinque comandamenti e un precetto (non frodare) che non riguardano Dio, ma le persone; non come hai creduto, ma come hai amato. Questi fanno vivere, della vita di Dio che è amore.

Maestro, tutto questo io l’ho già fatto, da sempre. E non mi basta.

“Beati gli insoddisfatti, perché possono diventare cercatori di tesori”.

Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò. Ora fa anche una esperienza da brivido, sente su di sé lo sguardo di Gesù, incrocia i suoi occhi amanti, può naufragarvi dentro. E se io dovessi continuare il racconto direi: adesso gli va dietro, adesso subisce l’incantamento del Signore, non resiste a quegli occhi… Invece la conclusione del racconto va nella direzione che non ti aspetti: “Una cosa ti manca, va’, vendi, dona ai poveri…”

Sarai felice se farai felice qualcuno; fai felici altri se vuoi essere felice.

 

Quando ci fa male l’anima, quando ci fa male la vita, che cosa sentiamo? Due cose.

La prima una insoddisfazione che viene dal rimorso per scelte sbagliate, errori, sciocchezze, cattiverie

La seconda viene da ciò che non abbiamo fatto, dal coraggio che è mancato, creatività rimasta sepolta. Omissione di vita.

Noi tutti viviamo due vite: una fatta di quotidiano e un’altra di richiami: come appello, come vocazione, come sogno.

Ed è ciò che dice il libro della Sapienza (7, 7 -11): da un lato, troni e denaro, gemme, oro, argento, salute e bellezza; la logica del mondo, la vita come accumulo di cose, vita esteriore.

Dall’ altro lato, una cosa semplicissima: la sapienza del cuore, cioè la vita spirituale, la sapienza sul vivere e sul morire, sull’amore e sul dolore.

La felicità è di casa solo nella vita interiore.

L’uomo ricco non lo capisce, e se ne va triste.

Triste perché non seguirà più la vita come appello, ma solo la vita come esistenza quotidiana, ostaggio delle cose.

 

«E se ne andò triste». Che strano: si possono osservare tutti i precetti e non avere la gioia.

Certo se Dio è un dovere e non uno stupore.

Se ami non da innamorato, ma da sottomesso.

Il credente, invece, è l’uomo sedotto dallo sguardo di Gesù.

Per tre volte oggi si dice che Gesù ” guardò”: con amore, con preoccupazione, con incoraggiamento.

Credere è un’ avventura che nasce da un incontro. Quando tu entri in Dio e Dio entra in te.

Per questo i beni e le ricchezze non danno vita. Dio non ne ha cura, non capitalizza, l’oro è per lui come sabbia (Sap 7, 9) .

Dio non è cosa fra le cose. L’oro non ha senso davanti a lui.

«Una cosa sola ti manca: vendi quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi.»

Spaventato 1’uomo ricco, spaventati sono i discepoli, noi. Il verbo determinante: dare. Dallo ai poveri.

Verbo benedetto e pauroso.

Tre verbi maledetti, avere, salire, comandare. Verbi che fanno male!

Tre verbi benedetti: dare, scendere, servire.

Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo dato via; accumuliamo solo ciò che abbiamo perduto per qualcuno. Gesù non vuole impoverire quell’uomo, ma riempire la sua vita di volti e di nomi.

Nel vangelo molti altri ricchi si sono incontrati con Gesù: Zaccheo, Levi, Lazzaro, Susanna, Giovanna. Che cosa hanno di diverso questi ricchi che Gesù amava, sui quali con il suo gruppo si appoggiava? Hanno saputo creare comunione: Zaccheo e Levi riempiono le loro case di commensali; Susanna e Giovanna assistono i dodici con i loro beni (Luca 8,3). Le regole del vangelo sul denaro si possono ridurre a due soltanto: a) non accumulare, b) quello che hai, ce l’hai per condividerlo.

Non porre mai la tua sicurezza nel conto in banca, ma nella condivisione.

Quanto è difficile per i ricchi… Due volte lo ripete. I discepoli restano sbigottiti: «Allora è finita, perché anche noi abbiamo desideri di terra».

Ecco allora una delle parole più belle di Gesù: tutto è possibile presso Dio. Egli è capace di far passare un cammello per la cruna di un ago.

Dio ha la passione dell’impossibile. Dieci cammelli passeranno.

Lo disse anche don Milani sul letto di morte: adesso finalmente vedo il cammello passare per la cruna dell’ago. Era lui, lui di famiglia ricca, che passava per la cruna.

Nel suo testamento si rivolge ai suoi ragazzi di Barbiana e scrive: “Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, ho voluto più bene a
voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste
sottigliezze e abbia ascritto tutto al suo conto.
Un altro abbraccio”.

E chissà quante madri, quanti padri diranno a Dio: sai, Signore, ho amato i miei figli di più. Ho voluto più bene a loro che a te. Ma Dio ha ascritto tutto a suo conto: ciò che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me!

Se si percorre questa strada, si aprono delle potenzialità enormi…

Infatti Pietro allora prese a dirgli: Signore, ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio? Avrai in cambio cento volte tanto, avrai cento fratelli e un cuore moltiplicato.

Non rinuncia, allora, ma liberazione dalla zavorra che impedisce il volo. Il vangelo non è una morale ma una sconvolgente liberazione (Vannucci).

 

 

Giovanna (Il paese della libertà) di Marina Marcolini

 

Come nomadi del deserto

ogni giorno leviamo le tende.

Bagaglio leggero impone il viaggio

e cuore fiducioso.

Porto con me volti e profumi e colori

e sempre più storie di uomini e donne:

ho lasciato la ricchezza del palazzo

per un arcobaleno.

 

Ora è libero il cuore,

ha smesso di cercare sicurezza

e giorno dopo giorno vado

di inizio in inizio, nomade d’amore.

 

Tu hai spalancato la mia vita

sei vento che soffia e gonfia le vele,

seguirti è cosa da gente coraggiosa

che si fida solo del vento.

 

La mia ricchezza è diventata feconda

e ho imparato da te a dare

come un povero che riceve.

I miei beni e il mio nome che apre le porte

non sono più peso che intralcia il viaggio

laccio che ostacola il passo:

sulla strada fatta insieme da tempo

con te e con i tuoi

si è cambiato l’oro in pura luce

e in fuoco che spinge la carovana.

Con gli occhi nel sole a ogni alba io so

che rinunciare per te

è uguale a fiorire.

 

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Se tutto il Vangelo sta in un bicchiere d’acqua

XXVI Dom. – T. O. – Anno B

Vangelo – Marco 9,38-43.45.47-48

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile». […]

Maestro, quell’uomo guariva e liberava, ma non era dei nostri, non era in regola, e noi glielo abbiamo impedito. Come se dicessero: i malati non sono un problema nostro, si arrangino, prima le regole. I miracoli, la salute, la libertà, il dolore dell’uomo possono attendere.
Non era, non sono dei nostri. Tutti lo ripetono: gli apostoli di allora, i partiti, le chiese, le nazioni, i sovranisti. Separano. Invece noi vogliamo seguire Gesù, l’uomo senza barriere, il cui progetto si riassume in una sola parola “comunione con tutto ciò che vive”: non glielo impedite, perché chi non è contro di noi è per noi. Chiunque aiuta il mondo a fiorire è dei nostri. Chiunque trasmette libertà è mio discepolo. Si può essere uomini che incarnano sogni di Vangelo senza essere cristiani, perché il regno di Dio è più vasto e più profondo di tutte le nostre istituzioni messe insieme.

È bello vedere che per Gesù la prova ultima della bontà della fede sta nella sua capacità di trasmettere e custodire umanità, gioia, pienezza di vita. Questo ci pone tutti, serenamente e gioiosamente, accanto a tanti uomini e donne, diversamente credenti o non credenti, che però hanno a cuore la vita e si appassionano per essa, e sono capaci di fare miracoli per far nascere un sorriso sul volto di qualcuno. Stare accanto a loro, sognando la vita insieme (Evangelii gaudium).

Gesù invita i suoi a passare dalla contrapposizione ideologica alla proposta gioiosa, disarmata, fidente del Vangelo. A imparare a godere del bene del mondo, da chiunque sia fatto; a gustare le buone notizie, bellezza e giustizia, da dovunque vengano. A sentire come dato a noi il sorso di vita regalato a qualcuno: chiunque vi darà un bicchiere d’acqua non perderà la sua ricompensa. Chiunque, e non ci sono clausole, appartenenze, condizioni. La vera distinzione non è tra chi va in chiesa e chi non ci va, ma tra chi si ferma accanto all’uomo bastonato dai briganti, si china, versa olio e vino, e chi invece tira dritto.

Un bicchiere d’acqua, il quasi niente, una cosa così povera che tutti hanno in casa.
Gesù semplifica la vita: tutto il Vangelo in un bicchiere d’acqua. Di fronte all’invasività del male, Gesù conforta: al male contrapponi il tuo bicchiere d’acqua; e poi fidati: il peggio non prevarrà.

Se il tuo occhio, se la tua mano ti scandalizzano, tagliali… metafore incisive per dire la serietà con cui si deve aver cura di non sbagliare la vita e per riproporre il sogno di un mondo dove le mani sanno solo donare e i piedi andare incontro al fratello, un mondo dove fioriscono occhi più luminosi del giorno, dove tutti sono dei nostri, tutti amici della vita, e, proprio per questo, tutti secondo il cuore di Dio.

(Letture: Numeri 11,25-29; Salmo 18; Giacomo 5,1-6; Marco 9,38-43.45.47-48)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/se-tutto-il-vangelo-sta-in-un-bicchiere-d-acqua

http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/26721/commento-al-vangelo-domenica-30-settembre-p-ermes-se-tutto-il-vangelo-sta-in-un-bicchier-dacqua/

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Accogliere Dio in un bambino, il segreto della Vergine Maria

XXV Domenica – Tempo ordinario – Anno B

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Gesù mette i dodici, e noi con loro, sotto il giudizio di quel limpidissimo e stravolgente pensiero: chi vuol essere il primo sia l’ultimo e il servo di tutti.
Offre di se stesso tre definizioni, una più contromano dell’altra: ultimo, servitore, bambino.

Chi è il più grande? Di questo avevano discusso lungo la via. Ed ecco il modo magistrale di Gesù di gestire le relazioni: non rimprovera i suoi, non li giudica, non li accusa, pensa invece ad una strategia per educarli ancora. E lo fa con un gesto inedito: un abbraccio a un bambino. Il Vangelo in un abbraccio, che apre una intera rivelazione: Dio è così, più che onni-potente, onni-abbracciante (K. Jaspers).

Gesù mette al centro non se stesso, ma il più inerme e disarmato, il più indifeso e senza diritti, il più debole, il più amato, un bambino. Se non diventerete come bambini… Gesù ci disarma e sguinzaglia il nostro lato giocoso, fanciullesco. Arrendersi all’infanzia è arrendersi al cuore e al sorriso, accettare di lasciare la propria mano in quella dell’altro, abbandonarsi senza riserve (C. Cayol). Proporre il bambino come modello del credente è far entrare nella religione l’inedito. Cosa sa un bambino? La tenerezza degli abbracci, l’emozione delle corse, il vento sul viso… Non sa di filosofia né di leggi. Ma conosce come nessuno la fiducia, e si affida. Gesù ci propone un bambino come padre, nel nostro cammino di fede. «Il bambino è il padre dell’uomo» (Wordsworth). I bambini danno ordini al futuro.

E aggiunge: Chi lo accoglie, accoglie me! fa un passo avanti, enorme e stupefacente: indica il bambino come sua immagine. Dio come un bambino! Vertigine del pensiero. Il Re dei re, il Creatore, l’Eterno in un bambino? Se Dio è come un bambino significa che va protetto, accudito, nutrito, aiutato, accolto (E. Hillesum).

Accogliere, verbo che genera il mondo nuovo come Dio lo sogna. Il nostro mondo avrà un futuro buono quando l’accoglienza, tema bruciante oggi su tutti i confini d’Europa, sarà il nome nuovo della civiltà; quando accogliere o respingere i disperati, i piccoli, che sia alle frontiere o alla porta di casa mia, sarà considerato accogliere o respingere Dio stesso.

A chi è come loro appartiene il regno di Dio. I bambini non sono più buoni degli adulti, sono anche egocentrici, impulsivi e istintivi, a volte persino spietati, ma sono maestri nell’arte della fiducia e dello stupore. Loro sì sanno vivere come i gigli del campo e gli uccelli del cielo, incuriositi da ciò che porta ogni nuovo giorno, pronti al sorriso quando ancora non hanno smesso di asciugarsi le lacrime, perché si fidano totalmente. Del Padre e della Madre.

Il bambino porta la festa nel quotidiano, è pronto ad aprire la bocca in un sorriso quando ancora non ha smesso di asciugarsi le lacrime. Nessuno ama la vita più appassionatamente di un bambino.

Accogliere Dio come un bambino: è un invito a farsi madri, madri di Dio. Il modello di fede allora sarà Maria, la Madre, che nella sua vita non ha fatto probabilmente nient’altro di speciale che questo: accogliere Dio in un bambino. E con questo ha fatto tutto.

(Letture: Sapienza 2,12.17-20; Salmo 53; Giacomo 3,16-4,3; Marco 9,30-37)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/accogliere-dio-in-un-bambino-il-segreto-della-vergine-maria

Commento al Vangelo 23 settembre – p.Ermes – Accogliere Dio in un bambino, il segreto della Vergine Maria

Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro:
«Se uno vuole essere il primo,
sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro:
«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me;
e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». Marco 9,30-37

Chi è il più grande?
Di questo avevano discusso lungo la via.
Ed ecco il modo magistrale di Gesù
di gestire le relazioni:
non rimprovera i suoi, non li giudica, non li accusa,
pensa invece ad una strategia
per educarli ancora.
E lo fa con un gesto inedito:
un abbraccio a un bambino.
(Ermes Ronchi)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/accogliere-dio-in-un-bambino-il-segreto-della-vergine-maria

 

 

 

 

 

di p. Ermes Ronchi

 

XXIV domenica Mc 8,27-35

 

Carovana multicolore, per strade e villaggi. E per la strada interrogava. Stare con Gesù non era andare a lezione di dottrina, da mandare a memoria, ma essere incalzati da domande. Così libere, così creative.

Per la strada Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio d’opinione: La gente, chi dice che io sia? E l’opinione della gente è bellissima e sbagliata: Dicono che sei un profeta! Una creatura di fuoco e di roccia, come Elia o il Battista; bocca di Dio e bocca dei poveri.

Ma Gesù non è un uomo del passato, fosse pure il più grande di tutti, che ritorna.

Allora cambia domanda, la fa esplicita, diretta: “e domandava loro: Ma voi, chi dite che io sia?”

Prima di tutto c’è un ‘ma’, ma voi, una avversativa, quasi in opposizione a ciò che dice la gente. Non accontentatevi di una fede “per sentito dire”, non si crede perché in famiglia si è sempre fatto così, perché credeva tua madre o tuo padre.

Ma voi, voi con le barche abbandonate sulla riva del lago, voi che avete camminato con me per tre anni, voi miei amici, che ho scelto a uno a uno, chi sono io per voi?

E lo ripete adesso qui, a noi, a ciascuno.

È il cuore pulsante della fede: chi sono io per te?

Come risposta, Gesù Non cerca parole, cerca persone;

non gli interessano nuove definizioni, ma coinvolgimenti:

che cosa ti è successo, quando mi hai incontrato?

Chi sono io per te? Assomiglia tanto alle domande che si fanno gli innamorati: “quanto posto ho nella tua vita, quanto conto, cosa sono per te? E l’altro risponde: Tu sei la mia vita. Sei la mia donna, il mio uomo, il mio amore”.

 

Il Maestro del cuore non dà lezioni, non suggerisce già le risposte,

ti conduce con delicatezza a cercare dentro di te. E insiste, vedete il verbo all’imperfetto “egli domandava loro”, che indica una azione continuata, ripetuta più volte, insistita…

Non gli interessa un nome come risposta. La Bibbia è piena di nomi di Dio – pastore, sorgente, fuoco, rugiada, vino, amante, vignaiolo, sole, sposo, liberatore, raccoglitore di lacrime, braccio forte, carezza.

Un Salmo lo chiama «roccia e nido» (84,4); un altro lo chiama «sole e scudo» (5, 13), ma sono ancora i nomi degli altri; è ancora ciò che la gente dice, anche se gente santa, anche se con parole ispirate, come il salmista.

Nella Bibbia ci sono mille nomi di Dio, ma c’ è un ultimo nome, il nome segreto, quello più importante, quello che è tuo e che nessun altro conosce, è il tuo affetto per lui, è il tuo sapore di Dio, quella scintilla che ti viene dall’averlo qualche volta sentito in te, e qualche volta anche tradito.

L’ultimo mio maestro di fede, è stato un bambino nella chiesa di San Carlo al Corso, in Milano. Era entrato con la nonna, avrà avuto 5 anni. La nonna è andata ad accendere una candela, il bambino girava col naso all’aria. Dopo un po’ si è fermato davanti al grande crocifisso del ‘400; mi si avvicina, mi tira per la manica, e mi fa: chi è quello lì?

Mi ha spiazzato. Quella domanda, improvvisa e assoluta, mi ha bloccato. Volavano via tutte le risposte dei catechismi e del Credo.

A un bimbo che non ha mai sentito parlare di Dio (mi confermava poi la nonna che i genitori avevano escluso la formazione religiosa, per non condizionarlo: sceglierà lui da grande…) non puoi fornire formule di libri.

Ho sentito che la domanda di quel bambino toccava il cuore della mia fede: chi è quello lì?

Ho chiuso mentalmente tutti i libri, ho aperto la mia vita, ho guardato dentro e qualcosa ho visto.

Allora mi sono abbassato, occhi negli occhi, e gli ho detto: sai chi è quello lì? Uno che ha fatto felice il mio cuore. È Gesù.

Davanti a quel bambino sconosciuto, che mi ascoltava con gli occhi spalancati, ho fatto la mia dichiarazione d’amore al Nazzareno.

Qualsiasi cosa il bimbo se ne faccia, quelle parole mi confortavano, suonavano come la mia risposta a Gesù, anch’io uno fra i dodici, in cammino verso Cesarea di Filippo, lassù alle sorgenti del Giordano…

 

Gesù non ha bisogno della opinione di Pietro per avere informazioni, per sapere se è più bravo dei profeti di prima, ma per sapere se Pietro è innamorato, se gli ha aperto il cuore. Cristo è vivo, solo se è vivo dentro di noi. Il nostro cuore può essere la culla o la tomba di Dio.

Può fare grande o piccolo l’Immenso. Perché l’Infinito è grande o piccolo nella misura in cui tu gli fai spazio in te, gli dai tempo e cuore. Cristo non è ciò che dico di Lui ma ciò che vivo di Lui. Cristo non è le mie parole, ma ciò che di Lui arde in me. La verità è ciò che arde (Ch. Bobin). Mani e parole e cuore che ardono.

 

Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.

La sua, ciascuno la sua. Il progetto è unico, ma ognuno percorrerà la sua strada libera e creativa; la sua, diversa da tutte, che deve tracciare, che non è già segnata. Non siamo operai che eseguono gli ordini di un padrone, ma artisti sotto l’ispirazione dello Spirito (J. Maritain).

 

Il termine “croce” non indica le pene o le prove della vita, e “prendere” non significa sopportare con pazienza. Croce è la sintesi della vita di Gesù. Prendi per te la vita di Gesù, scegli un destino da messia, da annunciatore, da donatore di vita, da liberatore, da uomo o donna della pace, della giustizia, della misericordia…

Il sogno di Dio non è uno sterminato corteo di uomini, donne, anziani e bambini, che portano croci sulle spalle, incespicano, cadono, si rialzano, e non si lamentano. Che brutta idea di Dio! Pagana, atea…

E mi segua… Seguire Cristo vuol dire incamminarsi verso la sua vita, che era una vita buona bella e beata, buona lieta e creativa. Che è il volto alto e puro dell’uomo, il fiorire della vita in tutte le sue forme. Questo è il Regno e non il moltiplicarsi delle croci sul mondo.

Rimane certo una porzione di fatica e dolore, in ogni vita: perché là dove metti il tuo cuore, là troverai le tue ferite.

 

In ogni caso, la risposta a quella domanda di Gesù deve contenere una piccola parola, l’aggettivo possessivo “mio”, come Tommaso alla sera di Pasqua: Mio Signore e mio Dio.

Un ‘mio’ che non vuol dire possesso, ma passione;

non appropriazione ma appartenenza. Come chi ama: il mio amato è mio e io sono sua.

Mio, come lo è il respiro e, senza, non vivrei.

Mio, come lo è il cuore e, senza, non sarei.

 

 

Cristo, mia dolce rovina

Impossibile amarti impunemente (Turoldo).

 

 

1 Giugno 2016

SITI CON RIFLESSIONI E LITURGIA

http://www.riflessioni.it

Liturgia delle ore:
http://www.liturgiadelleore.it/

PENSIERO DEL GIORNO:

“Ogni progresso spirituale deve essere inteso come espressione di grado superiore di amore e non semplicemente come progresso del nostro comportamento morale, il quale può avere origine da un motivo gratificante e condizionarsi e terminare in esso ” (p.Albino, Diario, p.218)

1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

PELLEGRINAGGI A MEDJUGORJE DA CIVIDALE

commenti personali di alcuni messaggi:

fileDBicn_doc picture
verso etern.DOC

I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

fileDBicn_mp3 picture
segretimedjugorje.MP3

VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

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6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron

1 Giugno 2016

Alida Puppo

Chi è Alida Puppo

1 Giugno 2016

Enrico Marras

Chi è Enrico Marras

1 Giugno 2016

MULTIMEDIALITÀ del curatore del portale:

VIDEO PER LA RIFLESSIONE
Video personali su alcune località del Friuli
CIVIDALE DEL FRIULI – Patrimonio dell’UNESCO
SLIDES UTILI PER LA FORMAZIONE
Esistere con stupore
ULTIMI AGGIORNAMENTI

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

28 Agosto 2009

Beppino Lodolo – una voce amica per gli italiani nel mondo

BEPPINO LODOLO

10 Marzo 2008

SOLIDARIETA’ per chi soffre della malattia del BURULI

http://www.amicipl.it/WebBuruli.htm
http://it.youtube.com/watch?v=tDdRLKJYd3w
Chi volesse aiutare queste persone scriva:
e-mail:roberto@amicipl.it

EMERGENZA MALI
Aiutiamo una bimba cinese senza arti inferiori:

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chinagirl.pps

 

 

20 Ottobre 2006

Preghiere con testi e mp3

Preghiere con testi e mp3

IL CASO DI UNA STIMMATIZZATA DI UDINE, RAFFAELLA LIONETTI, UMILE MISTICA
Raffaella Lionetti, la Gemma Galgani di Udine

6 Agosto 2006

Riflessioni audio in mp3. Video personali

Riflessioni audio mp3 Video personali

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron

21 Novembre 2001

Artisti Friulani

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