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È assurda questa mania del voler ricercare il senso dell’esistenza! È un tormento che si infligge l’uomo d’ oggi.

Il senso sfugge a chi vuole appropriarsene… ed è giusto che sia cosi! La vita ha il senso che le diamo ognuno di noi.

Non siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio? Dio è creatore e si compiace che la sua creatura diventi creatrice del suo universo e scelga liberamente il senso da dargli. Questo è il vero crescere!

Il paradiso ce lo portiamo già dentro e non ce ne accorgiamo… perchè rovinarci l’esistenza cercando un senso fuori di noi?

Che senso ha quel ginepro dalle bacche azzurre? E quel rododendro dal fiore rosso? E questo torrente cosi impetuoso? E quell’esile foglia che pende da quel ramo cosi nodoso? Un colpo di vento e scivola sul suolo… cosa l’aspetta? Dovrà marcire e di lei più nessuno si ricorderà! Tutto ciò che avviene e di ciò che vedi ha un senso solo per te… lo devi solo scoprire.

Ma ti accorgerai ben presto che tutto loda Dio. Cosa credi che sia la vita? È molto più semplice di quello che pensa un artificioso pioniere del senso: essa è tutto qui, è contemplare, lodare, ascoltare le vibrazioni più segrete dell’Assoluto che palpita di amore per ogni creatura. Quando il tuo animo sa stupirsi di questo sta già vivendo, amando, adorando. Dio non vuole di più.

A Lui non importa un’elaborata ed ingegnosa teoria del senso che occupi solo la mente e indurisca il cuore.

No… proprio non sa che farsene di simili artificiosità. Egli che è il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe, è amante della vita e vibra in ogni uomo che lo onora!

 

(dal mio libro “Come ci vedono dall’aldilà, p.163 – parole attribuite a p.Albino Candido, morto proprio il 16 agosto 1992)

 

 

 

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Audio tratto da un brano del libro “Come ci vedono dall’aldilà” di Pier Angelo Piai. L’ Angelo della Retta Preghiera (immaginario) spiega al veggente Luca Alberti come spesso ci inganniamo perché spesso durante la preghiera chiediamo solo cose materiali…

Per leggere l’intero libro “Come ci vedono dall’aldilà – Cronache di un vagabondo veggente” in pdf:

http://www.mondocrea.it/come-ci-vedono-dall-aldila-cronache-di-un-vagabondo-veggente/

 

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”

L’uomo materiale pensa subito al pane in sè, alimento importante per la sopravvivenza di miliardi di esseri umani. Ed è giusto che non manchi l’indispensabile: non si può vivere in armonia se manca il necessario. Ma il Signore ha anche detto: “non di solo pane vive l’uomo”. Chi rimane fissato nel pane materiale rischia di fossilizzarsi e non può effettivamente evolversi liberamente nello Spirito. La sua volontà e il suo pensiero sono appesantiti dalla materialità che impedisce di allargare l’orizzonte delle proprie vedute.

Quanti materialisti e quanto materialismo c’è in mezzo a voi! Anche in coloro che si professano credenti. È come un tumore occulto che devasta anche gli spiriti più raffinati. Chi vive sempre preoccupato e in ansia ha una coscienza materialista perchè esclude la presenza di Dio dalla propria vita.
Dio vi ha dato la libertà di scelta ma voi dimenticate spesso che la libertà fondamentale si trova solo se si è radicati in Colui che tutto ha creato e che tutto governa. Ogni uomo è sottoposto a questa tentazione materialista, anche colui che viene ritenuto il più spirituale o che si crede tale. È giusto chiedere il pane materiale e con esso tutto ciò che vi serve per una vita decorosa.

Ma ricordatevi che Colui che vi concede il pane materiale ha detto di se stesso “Io sono il pane disceso dal Cielo”. Sono parole esplicite per chi ha la buona volontà di comprendere, ma sono enigmatiche per chi ha la coscienza limitata dalle cose materiali su cui ha cementato il proprio cuore.
Se Gesù stesso si ritiene “pane”, significa che si lascia anche “mangiare” donando a voi il vero nutrimento spirituale. È questo pane che bisogna chiedere con insistenza ogni giorno, anzi in ogni istante della vostra vita.

Non preoccupatevi di cosa mangerete o di cosa berrete…cercate innanzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Se il Signore avesse voluto intendere nella preghiera che vi ha insegnato a chiedere solo il pane materiale, sarebbe caduto in contraddizione.
Invece Egli vi esorta vivamente a non porre al primo posto le necessità materiali: Egli sa già di cosa avete bisogno nella vita quotidiana. Il nutrimento spirituale è infinitamente più importante di quello materiale.
È anche molto più importante dei vestiti che indossate, della casa in cui abitate, del lavoro che svolgete, delle varie attività in cui siete immersi, dei divertimenti che ricercate.
Non voglio dire con questo che tutto ciò è un male: no tutto ciò che esiste è voluto da Dio, pertanto è buono. Solamente che le cose terrene e materiali non devono costituire la principale preoccupazione della vostra vita. La scala dei valori dovrà essere sempre rettificata nella conversione.
Si, bisogna lavorare, darsi da fare per mantenere sè e i familiari, per far funzionare l’economia della società. Anche Paolo apostolo lavorava giorno e notte per potersi mantenere con le proprie fatiche. Ma la sua principale occupazione riguardava le cose dello Spirito, la diffusione della Buona Novella, l’amore per le cose del Signore e la costruzione della Chiesa nascente. Tutto ciò era per lui al primo posto, il resto subordinato. Il Signore non fa mai mancare il cibo quotidiano o i vestiti necessari o la casa per ripararsi dalle intemperie a chi lo onora mettendolo al primo posto.

Invocate spesso lo Spirito di Gesù ed egli vi darà il vero pane quotidiano!
Non il pane che si corrompe nella carne ma il vero pane della vita eterna, ciò di cui ha assolutamente bisogno ogni uomo. Nessuno può vivere realmente senza questo pane.
Chi non lo desidera e non lo chiede si priva di una felicità incredibile! Non c’è essere umano più infelice di colui che non sente il bisogno di vita eterna e vive nelle cose transitorie, destinate a marcire.
Cosa rimarrà di lui quando si presenterà faccia a faccia con il datore della vita e non riuscirà a riconoscerlo perchè estraneo?

Chi vive assorbito nella materialità anche la sua anima diventerà materiale e prigioniera dello stretto e angusto mondo in cui si affannava stoltamente. Bisogna far capire questo a tutti gli uomini che non credono nell’esistenza del soprannaturale perchè accecati dalla stoltezza e dall’orgoglio egoistico. Ma voi, che vi ritenete
cristiani avete molta responsabilità nei confronti di coloro che non credono perchè il vostro atteggiamento non è per loro credibile.

La vostra vita dovrebbe parlare di Dio, i vostri volti dovrebbero dimostrare la gioia e la serenità di coloro che credono in un Dio provvidente che non fa mancare
nulla ai suoi amici. Ma non è cosi. Vi lasciate sommergere da troppi affanni e preoccupazioni che sono giustificati solo negli increduli.
Vi dimostrate “credenti” esteriormente ma interiormente siete poco convinti che c’è un Dio che vi sta a fianco ed è pronto ad aiutarvi quando glielo chiedete
senza indugiare. E quando vi mettete a pregare lo fate male perchè chiedete solo cose materiali che soddisfano la vostre immediate necessità.

Ma per lo spirito vostro chiedete poco, non chiedete il vero pane che lo nutre ed è il pane dell’amore più autentico e genuino che solo Dio può concedere.

In questo senso, proprio per venirvi incontro Dio si è fatto carne e continua a farsi carne nella vostra storia, nella vostra situazione.
E si fa ogni giorno cibo ed è presente nell’ostia che il sacerdote consacra durante il memoriale del sacrificio di Cristo. Quando vi nutrite di quel pane, allora la vostra fame spirituale sarà placata perchè solo in Lui troverete l’armonia interiore e cosmica.

Gradualmente, con l’aiuto divino quel nutrimento vi trasformerà ad immagine e somiglianza del divin Figlio per farvi raggiungere la pienezza a cui eravate destinati fin dalla creazione del mondo.

 

 

 

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Tratto dal mio libro “Come ci vedono dall’aldilà”: un angelo immaginario (della Retta Preghiera) spiega al veggente Luca Alberti il senso del binomio

“Padre nostro”..

Gesù vi insegna a chiamare Dio “Padre”. Padre di tutti, non solo suo. In aramaico “Abbà ” è assai più confidenziale, come il vostro “papà “. Chiamatelo “papà”: attira ancor di più la sua tenerezza. Vi dimenticate spesso che Egli è veramente Padre, assai di più di quello naturale. “Padre” in sovrabbondanza. Non esiste un padre terreno che vi ami più di Lui. Egli vi ha donato l’esistenza.

Dovete riflettere spesso su questo punto: prima di nascere non eravate nulla, non avevate spirito, anima o corpo. La sua infinita bontà ha permesso la vostra esistenza ed è grazie a Lui che ora potete contemplare tutto ciò che esiste fuori di voi e dentro di voi. In Lui scoprirete un Universo ancora più meraviglioso perchè siete destinati a perfezionarvi a sua immagine e somiglianza. E scoprirete di avere un Padre che può tutto e interviene ogni volta che lo pregate e previene ogni vostro desiderio. Egli, come Padre perfetto, è felice della vostra felicità, gode quando godete e desidera con tutto il suo essere beneficarvi, riempirvi di grazie, di doni. Aspetta che voi lo desideriate. Spesso voi lo deludete con la vostra incredulità…vi dimenticate persino di Lui!

Ma Egli, appunto perchè desidera la vostra felicità, permette tanti accadimenti gioiosi o dolorosi affinchè non vi dimentichiate che Egli è sempre presente nella vostra vita, nella vostra interiorità. Non si vendica mai delle vostre trasgressioni e della vostra ingratitudine. Egli è un padre misericordioso e giubila quando prendete coscienza del vostro errore con il proposito di correggervi. Ama l’uomo umile che si sente bisognoso della sua infinita misericordia. Questo Padre, cosi tenero, ha un punto “debole” se cosi si può dire (e che in realtà è la sua forza) : il suo cuore può essere ferito teneramente dalla creatura che confida in Lui e che sa di essere fragile e incostante. Vi ha creati esseri “fragili” per poter riversare su di voi tutto il suo amore. Questa fragilità ha consentito che Colui che ha tanto amato il mondo ha voluto dare il suo unico Figlio per la salvezza di tutti.

E in questo Figlio prediletto, nel quale si è compiaciuto, ha voluto che tutti voi diventaste figli adottivi. Quale Padre offre tutto se stesso per i suoi figli? Considerate l’amore del Padre, amatelo, ammiratelo, provate per Lui sentimenti di gratitudine ed essi attirerranno grazie più copiose. Quando pregate basta che vi soffermiate su quel “Padre nostro”. Ripetetelo lentamente, più volte. Lasciate penetrare nel vostro intimo questo binomio. Non abbiate premura: si insinui in ogni fibra del vostro essere, percepitelo durante qualche profonda inspirazione, associatelo all’aria che respirate, al terreno che calpestate, alle cose, ai vegetali, agli animali che toccate, al cibo che mangiate. Pensate a tutto come dono del Padre, ad ogni persona che incontrate come suo dono. Guardate il prossimo come fratelli, sorelle, figli dello stesso Padre. E ripetete ancora, in qualsiasi momento della giornata, quando siete lieti o tristi, quando avete la sensazione che tutti vi abbiano abbandonato, quando tutto sembra contro di voi, quando non riuscite a realizzare le vostre chimere, quando provate sensazione di benessere, di gioia, di gratitudine, ripetete sempre “Padre nostro”.

Se riuscirete ad interiorizzare questa certezza, che cioè Dio è un dolce e premuroso Padre, che già conosce tutto di voi, anche le aspirazioni e i pensieri più segreti, che desidera riversare il suo amore misericordioso soprattutto alle creature più deboli e vacillanti, che non rinfaccia mai le vostre colpe, che sa dimenticare qualsiasi vostro sgarbo o disattenzione in ogni istante che gli chiedete perdono, che gioisce ogni volta che pensate a Lui e alla sua infinita bontà….ebbene voi avete raggiunto i cieli più alti, il suo Regno di pace, di serenità, di letizia, di tranquillità.

Sarete come “bimbo svezzato in braccio a sua madre”…perchè nella paternità di Dio è implicita anche la sua maternità, perchè Egli è attento e premuroso come una madre. Dio è quindi Padre e Madre contemporaneamente perchè Egli è Uno e dall’Uno proviene la molteplicità. Se tutti voi poteste diventare fiduciosi nella sua infinita bontà di Padre quante cose cambierebbero nella vostra vita!

 

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INTERO LIBRO IN pdf:

COME CI VEDONO DALL’ALDILÀ

 

 

Forse vi chiederete come mai ho scelto un titolo così allettante e presuntuoso: “Come ci vedono dall’aldilà; cronache di un vagabondo veggente”.
Vi aspetterete forse il solito rapporto pseudo-scientifico su presunte rivelazioni documentate e raccolte per un pubblico incuriosito e avido di misteriose conoscenze.

 

No, il contenuto del libro assume invece la forma di un racconto-saggio (ambientato nei nostri giorni) che vuol proporre una seria riflessione sull’ al di qua.

 

Nella mia attività di ricercatore nell’ambito della bioenergia ho avuto l’occasione di raccogliere le confidenze di centinaia di persone che sostenevano di aver avuto visioni di parenti ed amici trapassati con i quali spesso dialogavano sull’aldilà.

 

Ho preso diversi appunti sui messaggi più significativi il cui contenuto é celato nei numerosi dialoghi di Luca con defunti ed angeli.

 

Mi sono basato anche sulla rivelazione biblica che si riferisce alle cose dell’aldilà.

 

Inoltre ho letto e studiato numerosi opuscoli e libri concernenti rivelazioni private sull’aldilà, facendo bene attenzione alla loro conformità alla dottrina cattolica.

 

L’idea m’é venuta in un pellegrinaggio a Castelmonte (Santuario di Udine) intrapreso alcuni anni fa con mia moglie. Mi recavo e mi reco ancora spesso in quel santuario, ma non avevo mai notato bene un quadro appeso sulle pareti del corridoio di destra, dove ci sono i confessionali: rappresentava un uomo con tunica e scapolare. Sul petto aveva un crocifisso, al collo una corona, nelle mani un rosario.

 

Quell’uomo era “San Benedetto Giuseppe Labre, il “vagabondo di Dio” francese che, rifiutato da conventi e monasteri, usava pellegrinare nei vari santuari d’Europa, spinto dall’amore per Dio e per la preghiera. Quel quadro ricordava la sua venuta a Castelmonte (Santuario in Provincia di Udine).

 

Al ritorno andai a leggere subito la sua biografia che mi rimase molto impressa. Era sempre stato molto zelante nel voler servire Dio, talmente zelante che poteva dare l’impressione di scarso equilibrio psichico: per questo non fu accettato presso i monasteri e conventi a cui andava a bussare. Ero distaccato da tutto. Non chiedeva nulla a nessuno. Affrontava le intemperie, dormiva all’aperto, le sue carni erano piene di piaghe e di insetti che le corrodevano. Il suo unico compito era quello di contemplare e pregare Iddio continuamente. Ha visitato a piedi quasi tutti i santuari d’Italia. Alcuni passanti, nel vederlo, gli allungavano qualche pezzo di pane e a volte dell’elemosina. Il superfluo lo distribuiva ad altri poveri: ciò che riceveva doveva bastargli per lo stretto necessario. Lo trovarono svenuto in un angolo delle rovine del Colosseo, dove dormiva gli ultimi anni della sua breve vita. Poi morì nel retrobottega di un macellaio che lo accoglieva saltuariamente.

 

 

Perché non realizzare un racconto simile ambientato nei nostri giorni?

 

Sarebbe stata un’ottima occasione per raccogliere tutte le riflessioni che continuamente effettuavo pensando alle condizioni dell’uomo moderno, smarrito in un mondo che va perdendo gradualmente i suoi valori.

 

Luca Alberti, il protagonista di questo racconto, é un giovane inquieto in conflitto con le sue scelte, agitato da una parte da un terribile senso di colpa per un involontario omicidio causato ai danni di un adolescente che aveva investito con la macchina, dall’altra spinto da un profondo desiderio di operare per piacere a Dio in cui credeva grazie soprattutto all’educazione religiosa ricevuta dalle suore in collegio. Si rifugia in un monastero dove ha diverse crisi depressive e visioni dall’aldilà.

 

Il racconto, ad una superficiale lettura, potrebbe dare l’impressione di appartenere al genere “fanta-teologico”.

 

In realtà i contenuti esprimono l’essenzialità dell’essere umano: il fine per cui é stato creato, ciò che deve fare per raggiungere la sua pienezza, il suo rapporto con la vita, gli eventi che subisce e quelli di cui ne é l’interprete, la società con i suoi problemi, il bene e il male, i vizi e le virtù, le gioie e le passioni, la felicità, l’equilibrio personale.

 

Un microcosmo, insomma,che realmente costituisce una seria riflessione sull’ “al di qua”, visto che per descrivere l’aldilà non esistono parole o concetti adeguati. . Eppure tutti i personaggi che appaiono usano un linguaggio molto umano e conforme al periodo moderno in cui si svolge la vicenda per adeguare il loro livello comunicativo: inversamente sarebbero rimasti assolutamente incomprensibili alla povera mente di Luca, continuamente alla ricerca di una ragione di vita.

 

I personaggi che appaiono sono emblematici per la loro mentalità, ideologia, religione e classe sociale (Teresa di Lisieux,Leopardi, Bodhidarma, Enrico Drummond, Teilhard de Chardin, Padre Elia l’eremita)

 

Gli Angeli recano un nome che riassume la tematica del dialogo affrontato da ciascuno.

 

Il racconto é ambientato parte in Friuli e parte in Veneto. Cividale é una delle mete finali: prima di recarsi a Castelmonte, Luca dialoga con il diavolo in persona proprio sotto il “Ponte del diavolo”.

 

Il dramma di Luca appare anche nel diario che costituisce l’anello di congiunzione tra una riflessione e l’altra dei vari personaggi. Da essi emerge gradualmente la vera personalità dell’interprete caratterizzata da momenti di forte depressione e ingenuo ottimismo, da una volontà di seguire alla lettera i consigli evangelici alla constatazione del suo continuo fallimento.

 

Nel diario esprime osservazioni teologiche, filosofiche ed esistenziali.

Ansie, dubbi, stupore, critiche, pentimento,dolore, sofferenza,rammarico, gioia…ci sono tutti gli ingredienti della vita di un uomo che definisco nel sottotitolo “vagabondo” perché é senza una precisa meta, come lo é l’uomo moderno che al giorno d’oggi si ritrova sempre più solo in un mondo superficiale e consumistico, vuoto di valori e di ideali.

 

Pier Angelo Piai

 

 

“COME CI VEDONO DALL’ ALDILA’  (cronache di un vagabondo veggente)

(testo trascritto dalla presentazione a Udine del libro del dr. Mario Turello)

 

“Come ci vedono dall’aldilà”. Questa formulazione la ritroviamo espressa in forma interrogativa in quarta di copertina con tre grosse domande: “Come vivremo il grande trapasso della morte? Cosa ci aspetta nell’aldilà? Come vedono la nostra vita coloro che già vivono nella nuova dimensione immortale?
A qualcuno potrebbe questo primo approccio far pensare che ci si trovi di fronte all’ennesimo libro-inchiesta su certe esperienze limite, sulla scia di testi che sono diventati famosi come quello del prof.Moody “La vita oltre la vita” che ha avuto grande successo qualche anno fa .

Altri potrebbero subito pensare che ci si accosti in qualche modo a certi campi di ricerca un po’ equivoci come quelli della metafonia o della ricerca sul paranormale e così via.

Va subito detto che non é il caso di questo libro, anche se non mancano riferimenti a quel tipo di ricerche. Per esempio ci sono a più riprese varie descrizioni del momento del trapasso di alcuni personaggi, con la sequenza che ci è ormai familiare della visione extra-corporea del morente, della sensazione del passaggio attraverso un tunnel e la riemersione in una dimensione di luce e di beatitudine.

E oltrettutto si fa anche nel titolo riferimento a un aldilà che non ha poi connotazioni precise. Va detto, allora, che questo è piuttosto un libro in cui i fatti che vengono esposti rientrano nella fenomenologia delle visioni e delle apparizioni, e quindi siamo in un campo che è molto più rispondente a quella che è la formazione religiosa e anche dottrinale dell’autore. Siamo dunque in un’ottica religiosa e di fede.

Se c’è qualcosa di singolare in questa impostazione è il fatto che nella galleria dei personaggi che il protagonista Luca incontra, appaiono (o gli vengono incontro come nel Paradiso dantesco) non soltanto i santi, gli angeli , la Madonna stessa, Satana (opportunamente sul Ponte del Diavolo di Cividale), ma in modo del tutto inaspettato anche personaggi come Leopardi, come il santo buddista Bodhidharma, come il Drummond e Teilhard de Chardin che Piai colloca tutti ,in modo ecumenico ed irenico, alla stessa stregua di confessori di un’unica verità, nella gloria e nella beatitudine divina.

Anche il sottotitolo potrebbe prestarsi a qualche equivoco. “Cronache di un vagabondo veggente”.

Non ci si aspettino avventure, vagabondaggi o esperienze da visionario. Il vagabondaggio di cui si parla non è tanto una itineranza geografica (anche se in parte è presente), ma è soprattutto un pellegrinaggio che si innesta in un doppio movimento essenzialmente spirituale: il movimento scomposto ed erratico del protagonista che è in preda all’angoscia e a crisi di dubbio, e quello provvidenziale, ascensionale, che è poi esattamente speculare, direi anzi tutt’uno, con la grazia discendente degli incontri mistici che sono appunto l’oggetto di questo libro.

Il protagonista è piuttosto un “veggente” e non un “visionario”, anche in virtù del suo continuo cercare.
Queste visioni non sono improvvisate, non sono frutto di fantasia, ma sono il risultato e il prodotto di questa lunghissima, sofferta e attenta frequentazione dei testi dei personaggi che incontriamo. Quindi, non tanto degli atti gratuiti (anche se questo ci viene detto nella finzione della narrazione) ma “a monte” noi riconosciamo all’autore una preparazione, una conoscenza profondissima dei vari pensatori con i quali, poi, attraverso di lui, anche noi entriamo in dialogo.

La confidenza, la conoscenza profonda del pensiero di Teilhard de Chardin, per esempio, o di Teresa di Lisieux, o degli altri personaggi è tale che dà anche adito a delle interpretazioni molto libere, molto originali, da parte di Piai. E sono libere e proprie perché nascono da una visione estremamente fiduciosa e generosa che vince tutti i dubbi che pure sono continuamente ad insidiare l’animo del protagonista. Una visione fiduciosa della bontà universale e dell’armonia e della significanza di ogni esistente e di ogni esistenza.

Quanto alla definizione di “cronache di un vagabondo veggente” del sottotitolo,mi pare che questo termine si attagli piuttosto alla cornice narrativa e poi metaforicamente alle pagine diaristiche, perchè in questo libro ogni capitolo, tranne gli ultimi, si conclude con alcune pagine del diario del protagonista.

Io non ho voluto dialogare con l’autore, ho voluto ricavare tutto dalla mia lettura, ma penso di non congetturare male immaginando che queste siano pagine del suo diario, che non siano pagine scritte per l’occasione. Sono cronache di tipo intimo, di moti dell’animo, di momenti di autoanalisi, di contemplazione, di preghiera, di cedimenti e crisi che, pur essendo abbinate agli elementi narrativi di ogni capitolo, però non hanno un riscontro diretto con le esperienze di cui si narra nel capitolo stesso. E’ una cosa un po’ singolare e sorprendente a cui ho cercato di dare una interpretazione.

La copertina raffigura un giovane in atteggiamento meditativo di fronte a una tomba, in un camposanto fiorito, che non ha nulla di spaventoso o di preoccupante. Anche qui opportunamente c’è un richiamo alla vicenda: diffatti il protagonista, lo apprendiamo fin dalle prime pagine, durante le sue crisi depressive, con qualche intervallo di quell’iniziale momento di abiezione e di vizio, si reca al cimitero in cerca di pace, ed è proprio in cimitero che ha le sue prime visioni.

Insisto: non siamo di fronte ad una trattazione del tema “morte ” in chiave pseudo-scientifica o in chiave morbosa o morbosamente ossessiva. Siamo nell’ottica cristiana della morte-Risurrezione.

Dopo aver definito delle ambiguità di approccio a questo libro e dopo aver fatto giustizia di false attese che potrebbero essere indotte dai primi aspetti, possiamo inoltrarci nel testo.

Lo chiamo “libro” perchè non saprei inquadrarlo in nessun genere letterario. Non è un saggio, non è un romanzo, non è un diario, ma certo ha qualcosa di tutto questo. Comunque quello che senza dubbio mi sento di affermare è che non è questo che conta, anche perché si propone innanzittutto di trasmettere un messaggio: l’autore, quindi, guarda molto di più ai contenuti che alla forma.

Direi che questa è un’opera “edificante” nel miglior senso del termine, che veicola dei valori che sono essenzialmente extra-letterari.

Il protagonista è Luca Alberti. Lo conosciamo ad apertura di libro nella sua maturità in un momento critico della sua esistenza. Egli si sente profondamente e urgentemente chiamato, vocato, ma non sa decidere e discernere qual’è la reale natura della sua vocazione. Anzi, più concretamente, egli pur vivendo in una comunità religiosa, non sa risolversi a chiedere di entrare a farne parte definitivamente come confratello. E questo anche per un senso di ripulsa per un tipo di religiosità che vorrebbe nei suoi futuri confratelli più robusta, zelante e gioiosa. E questa polemica per una devozione piuttosto spenta, per una pratica stanca di una vita che riflette poco e male i valori evangelici proprio da parte dei religiosi, è un motivo ricorrente in queste pagine ed è la riprova di un desiderio di Assoluto intrasigente, idealistico e forse anche un po’ utopistico, una specie di incapacità di venire a patti con le miserie e i compromessi inevitabili della vita comunitaria.

Ma il protagonista è agitato da motivazioni più profonde. Dico “profonde” non a livello inconscio, perché anzi sono lucidamente richiamate, ma profonde in quanto sono potentemente radicate in condizionamenti e traumi psichici. Luca ha vissuto la tragedia da bambino per la morte dei genitori, è vissuto per dieci anni in orfanotrofio, risente di squilibri indotti da una formazione ossessivamente censoria da parte delle suore che l’hanno educato. E soprattutto non riesce ad assorbire l’incidente in cui, senza responsabilità da parte sua, ha provocato la morte di un ragazzo. Per quest’ultimo dramma il suo senso di colpa assume toni che sono esasperati, addirittura a me sembrano masochistici perchè sino alla fine egli si mostra sordo alle argomentazioni, a tutte le assoluzioni e a tutte le rivelazioni che dovrebbero sorbire questa sua morbosa auto-condanna.

La prima reazione è un momento di depravazione, di vizio. Poi l’incontro con un frate lo porta come postulante nel convento, dove i dubbi e il disincanto lo inducono, pur di trovare una risposta, a rivolgersi ad una veggente carismatica. Tramite suo riceve un messaggio che da alcuni indizi fanno credere che veramente gli sia stato inviato dalla Madonna, ma la cui interpretazione ancora una volta non è univoca. Questo messaggio lo esorta a seguire la sua vocazione, ma quale sia veramente la sua vocazione egli non sa ancora. Si chiede se debba restare per sempre in convento o fare altre scelte. E in questo lungo macerarsi nell’indecisione, scrive il suo diario e nel frattempo si susseguono una serie di incontri straordinari con l’aldilà.

Non scorgo un legame necessario fra i due momenti. Anzi mi pare di leggere due atteggiamenti diversi e addirittura due religiosità diverse, forse due fasi di evoluzione della religiosità del protagonista.

Dal diario sembra che echeggino quelle letture mistiche e ascetiche di cui si parla nel primo capitolo : Agostino, Tertulliano, Origene, S.Giovanni della Croce,Teresa d’Avila e teresa di Lisieux, Thomas Merton. Tutto il lavorìo interiore di Luca si mantiene, tutto sommato, nei binari di una devozione di tipo tradizionale, senza escludere smarrimenti o soprassalti dolorosi o delle reinterpretazioni e delle teorizzazioni originali (e qui tornano quei temi che Piai aveva trattato nella “Spirale della vita”).

Nel diario il confronto avviene soprattutto con la Sacra Scrittura e con un certo abbandono all’iniziativa divina, accolta o da accogliere dopo aver fatto un vuoto nel cuore. Ed è proprio su questa proposta di fare il “vuoto del cuore” che si chiudono le ultime righe del diario che poi non è più presente negli ultimi capitoli del libro.
L’altra parte, invece, quella che parla delle serie di apparizioni, non è più il luogo dell’autoanalisi, ma piuttosto quella dell’argomentazione, del confronto, dell’interpretazione ed è anche quella che offre gli aspetti più originali, forse i più recenti di una certa evoluzione e maturazione spirituale; è quella che forma quasi una seconda biblioteca, accanto a quella citata prima, che è fonte della religiosità di Piai. E qui troviamo non solo i motivi della teologia tradizionale, con una proposta di elementi desueti ormai liquidati da un certo progressismo teologico come l’angelologia o la demonologia. Qui ci sono anche aperture motivate da una carità e da una speranza di afflato universale, e secondo me (mi sono coniato un termine forse nuovo) Piai, in questo spirito veramente ecumenico di pietà verso l’uomo, passa da una teodicea (giustificazione di Dio) ad una antropodicea, una giustificazione dell’uomo. Tanto è vero che è capace di volgere in positivo anche il pessimismo di Leopardi e le apparenti deviazioni dall’ortodossia dell’evoluzionismo di Teilhard de Chardin.

E’ capace di collocare senza la minima esitazione un santo buddista nell’empireo cristiano, alla pari, con un’apertura che non è così pacifica e così frequente al giorno d’oggi.

Apro una parentesi: sono rimasto molto colpito dalla reinterpretazione di Leopardi in chiave addirittura mistica, perchè in realtà qui ci troviamo in perfetta sintonia con studi recentissimi che vanno scoprendo nella formazione di Leopardi e nella sua poetica, gli effetti di una certa cultura ebraica che fino ad oggi è rimasta un po’ nascosta. Molti resistono a questa revisione della lettura leopardiana. Gianfranco Ravasi, però, nella postfazione all’ultimo libro di Turoldo parla dell’Infinito come un’altissima poesia mistica. Uno spirito così conciliante, direi, che però non diventa un semplice sincretismo, una specie di indifferentismo dottrinario, ma piuttosto è la formazione, la convinzione di una finale insussistenza di tutte le divisioni ingenerate dalle categorie religiose e dalle categorie culturali e addirittura dalle teorie spazio-temporali di fronte al tempo presente del Dio Unico.

Abbiamo nominato Dio e qui direi inevitabilmente il dialogo diventa un monologo, il veggente non vede più molto bene e anche colui che si manifesta trova nel linguaggio umano un tramite insufficiente di comunicazione.

“Come ci vedono dall’aldilà”, dice il titolo, ma come ci vedono dall’aldilà è più una congettura, è più una proiezione, direi un atto di fede che una ostensione chiara.

Luca è rassicurato che tutto avviene per un ottimo fine, che anche quello che ai nostri occhi è male, cospira al piano benefico di Dio. Come questo avvenga è questione che solo escatologicamente verrà chiarito. Per questo, quando si parla di vita eterna inevitabilmente lo si fa come lo si è sempre fatto (l’unico modo sensato) in chiave di Teologia negativa.

Tutto questo grande travaglio di Luca, tutta questa sua frequentazione di grandi libri o di grandi maestri spirituali, resta senza una risposta definitiva, né potrebbe avere risposta definitiva, perché la fede chiede sempre umiltà intellettuale: non possiamo aver fede in ciò che è razionalmente dimostrabile. E Piai lo sa molto bene.

E infatti ad un certo punto Luca, per bocca dell’eremita Elia, si sente rivolgere un rimprovero chiarissimo, inequivocabile. Dice l’eremita: “sei tormentato dalla tua ossessionante introspezione, ti analizzi troppo e così facendo rischi di perdere la tua genuinità”.

Quindi non la superbia del raziocinio, non le vie della scienza, ma l’umiltà del cuore è quella che accosta veramente a Dio. Quell’umiltà di cui è modello Maria. Non a caso è Lei che accompagna Luca nel suo pellegrinaggio a Castelmonte, dopo un incontro rasserenante con una donna cividalese dalla fede esemplare e dopo la prova delle tentazioni sotto il ponte del diavolo.

Qui devo dire che la struttura narrativa si fa veramente suggestiva in modo felice e il simbolismo iniziatico si colloca con una consonanza molto riuscita nell’ambiente.

Ammiriamo questo passaggio sul Ponte del Diavolo, la prova-tentazione e poi l’ascesa al “dilettoso colle” di Castelmonte, per dirla con Dante. Sarei tentato di seguire anche le analogie dantesche che possiamo riconoscere in quest’opera (analogie strutturali, naturalmente).

Al Santuario di Castelmonte avviene l’ultimo incontro: a Luca appare San Benedetto Giuseppe Labre, ed è l’incontro con se stesso. Giuseppe Labre, il vagabondo di Dio, è colui che ha superato tutte le tentazioni, compresa quella di farsi monaco. Per Luca è la rivelazione definitiva: la sua vocazione “è stata” (uso un tempo passato – non “sarà”) quella di non aver vocazione. La sua, come quella del santo che lui incontra per ultimo, è stata la contemplazione della strada, il sacerdozio della quotidanità, l’imitazione di Cristo che non aveva dove posare il capo. E qui mi pare di captare una lettura profondissima, metaforica di questo “Figlio di uomo che non ha dove posare il capo”.
I due, il Santo e Luca, nella bisaccia portano gli stessi libri: è il simbolo della loro ultima e totale identificazione.

A questo punto Luca muore. Potrebbe sembrare un finale inaspettato.
Luca muore, però, a pensarci bene, non gli vien tolto nulla. Il suo Calvario è stato già l’itineraro della sua peculiare vocazione dolorosa e tormentata solo perchè compresa troppo tardi.

Che debbo fare?- chiede Luca al suo ultimo modello. “Abbandonati!” – gli viene risposto. L’abbandono. Quello che per uno è stato l’inizio per l’altro è il punto di arrivo.

A me pare che uno dei messaggi(senza pretendere di esaurire così il pensiero dell’autore) da cogliere in questo libro sia proprio questo: tutti noi che siamo spesso tanto smarriti, incerti, paurosi, dovremmo smettere d’interrogarci, fidarci, abbandonarci e chissà che alla fine non possiamo vederci come veramente ci vedono dall’aldilà e scoprire che cercando la strada, pensando anche di averla smarrita, abbiamo in realtà già fatto molto cammino nella giusta direzione.

 

dr. Mario Turello, critico letterario di Udine

 

 

Questo video contiene la lettura di un dialogo tra l’Angelo della Libertà ed il giovane Luca Alberti, protagonista del libro “Come ci vedono dall’aldilà” di Pier Angelo Piai.

Si tratta di un approfondimento su un tema molto attuale: il concetto di libertà oggi.

 

 

TESTO

 

L’ANGELO DELLA LIBERTA’

Mentre si stava assopendo con la corona del rosario in mano, Luca vide dal balcone una luce che illuminava l’orizzonte ondulato dai colli circostanti.
Si faceva sempre più intensa. Dal suo nucleo iridescente cominciò a stagliarsi la figura di un giovane angelo con una lunga veste color rosso vermiglio, le ali dorate e purpuree e recava tra le mani un calice di platino rivestito di pietre preziose.

Dopo un po’ gli rivolse la parola:

– Non temere Luca, sono l’angelo della Libertà. Ho il compito di illuminarti su questo grande dono che Dio vi ha fatto.

– Tu sei …l’angelo della Libertà?

– Sì Lo sono. Nella gerarchia celeste sono molto vicino a Dio: posso guardarlo faccia a faccia

– Cosa significano quella veste rossa e quel calice così ornato?

– Il colore rosso è il colore del martirio di sangue. Ciò significa che la libertà è una conquista dolorosa, ma che porterà alla gloria simboleggiata dallo splendore di queste gemme preziose.

– La Libertà è una conquista? Avevo sentito dire che siamo nati liberi.

– C’è una gran confusione sul concetto di libertà oggi, soprattutto tra i giovani.
Chi crede che la libertà sia poter fare tutto ciò che si vuole, chi il poter rendersi indipendenti dagli altri per raggiungere la massima autonomia, chi pensa alla propria assoluta autodeterminazione.
È proprio questa confusione che genera spesso egoismo, violenza, intolleranza, superficialità…
Eppure la cultura occidentale di tutti i tempi ha sempre riflettuto sul concetto di libertà operando sottili distinzioni:libertà naturale, sociale e politica, individuale, personale, autodeterminazione, libertà di scelta, libertà interiore, libertà fondamentale…
Si dice che la libertà di ciascuno ha i confini dove inizia quella degli altri.
Ma tu, cosa pensi realmente della libertà?

– Per me “libertà” significava poter fare tutto ciò che mi piace senza alcuna
proibizione. Ma ora non ne sono più sicuro.

– Ragioniamo insieme: secondo te l’uomo è libero?

– Qualcuno è più libero altri meno. Almeno così credevo da adolescente .
Forse pensavo che i minorenni fossero meno liberi degli adulti perchè da loro condizionati in quanto dovevano eseguire quello che essi ordinavano loro di fare e non avrebbero potuto fare diversamente. Ero convinto anche che l’imprenditore fosse più libero dell’operaio perchè ha un certo potere remunerativo su di lui, e cosi il ricco è più libero rispetto al povero perchè
può sfruttarlo…Credo, comunque che attualmente c’è in me una gran confusione.

– Qui dobbiamo rivedere insieme il concetto di libertà che mi sembra piuttosto restrittivo. Tu stai considerando la libertà dal tuo punto di vista che corrisponde alle tue attuali aspirazioni: In realtà ciò è un’illusione. Prova ad immaginare che improvvisamente tutti gli uomini della Terra vengano
colpiti da uno strano virus che infetta i loro cervelli mettendo loro in testa di fare tutto ciò che vogliono, indipendentemente dalla morale e dalle loro possibilità. Pensi di riuscire a vivere in un siffatto mondo?

– Se proprio devo essere sincero non mi dispiacerebbe: poter fare finalmente tutto ciò che si vuole senza essere controllati dagli altri o rimproverati dalla falsa morale che ci hanno inoculato i nostri padri è il massimo della realizzazione. Si, mi piacerebbe vivere cosi… ma so che è impossibile, il caos sarebbe tremendo, mi rendo conto.

– Penso che dovresti riflettere più a fondo su ciò che stai dicendo. Tu vivi in una società complessa e organizzata. Ognuno ha un determinato ruolo e svolge un compito utile a tutti. Ci sono molte persone a cui piace l’attività che hanno intrapreso. Ma quante altre sono costrette a lavorare senza alcuna gratificazione?

– Penso la gran parte.

– Ebbene, continua nel tuo sforzo di immaginazione. Queste persone, colpite da quello strano virus, lasciano la loro attività. I minatori escono dalle miniere, i muratori abbandonano i cantieri, gli operai le fabbriche, i contadini la terra, i negozianti la bottega, gli impiegati gli uffici, gli studenti le
scuole…Ritroveresti realmente la società così com’è attualmente?

– Devo ammettere che ne risulterebbe un bel caos!

– È la logica conseguenza del tuo concetto di libertà applicato universalmente!
Sei convinto che porterebbe brevemente allo sfascio di una società costruita su infinite auto-limitazioni individuali e collettive? Te lo immagini?
Tu lasci un posto e non riesci a trovare un autobus per andare a casa perchè l’autista ha abbandonato il pullman, non trovi più negozi, vieni aggredito per le strade…

– Nella realtà sono convinto che ciò non avverrà mai!

– E in effetti ciò comporterebbe la fine di tutti. Ogni persona dovrebbe pensare a lungo sulla conseguenza delle sue azioni. Attualmente si pensa sempre poco, anche se sono stati fatti dei progressi nelle conquiste sociali.
Ognuno deve sempre agire come se tutti dovessero agire in base ai quei principi che egli applica. La vecchia frase biblica “non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te” è assai emblematica e potrebbe essere riconvertita al positivo con l’altra frase “ama il prossimo tuo

– Mi rendo conto che in me c’è un po’ di confusione sul concetto di libertà.
Non so realmente a quale libertà mi riferisco quando esprimo il desiderio di poter fare ciò che voglio. In fondo penso che in tutti gli uomini esista questo desiderio. Perché è così forte in noi?
– È la semplice conseguenza della vostra situazione di creature di Dio in continua evoluzione. Voi siete nati in un mondo che ci condiziona continuamente, dal concepimento fino alla morte.
– È vero! Dov’è la tanto decantata libertà se persino il nostro carattere e le nostre predisposizioni subiscono l’influsso del nostro codice genetico? E coloro che ci educano non lasciano in noi un’impronta indelebile? In che cosa consiste questa libertà?

– Ho già ammesso che siete condizionati fortemente dalle circostanze della vostra vita. Ma esse non devono essere viste solo come un impedimento alla vostra libertà. In voi esiste anche una volontà, a differenza degli animali che agiscono solo nell’ambito del loro istinto. La volontà è l’appetito della ragione umana ed è quella che vi dà la possibilità di scegliere. Ammetti che in voi c’è una certa libertà di scelta?

– Libertà di scelta? Si…ma piuttosto limitata.

– Ma non sono pochi gli oggetti della tua scelta, se rifletti bene. Limitàti, ma numerosi. La libertà di scelta ti consente di agire in un campo ristretto ma sempre enorme di possibilità. Essa, concettualmente, non riguarda tanto il movente etico o morale della tue azioni ma la loro possibilità.
In questo momento ti trovi di fronte a tantissime possibilità. Indipendentemente dalle loro conseguenze, rimangono azioni possibili. Certo non puoi volare perchè ti mancano le ali, o parlare un’altra lingua che non conosci. In questo caso è limitata la tua libertà naturale. Essa soggiace alla tua libertà di scelta pur condizionandola. Per questo è molto importante l’autoconoscenza che ti consente di capire a che livello è la tua libertà naturale. La libertà di scelta è strettamente correlata alla conoscenza di se stessi e della propria libertà naturale. Se ti conosci bene sai anche scegliere bene.

– Cosa significa scegliere bene? Non abbiamo detto che gran parte delle nostre azioni sono condizionate da infiniti fattori sia ereditari che ambientali? Come facciamo a scegliere liberamente? Chi ci dice quali sono le scelte giuste o sbagliate?

– Vedi che cominci già a riconoscere esplicitamente che esistono scelte giuste e sbagliate? Una maggiore conoscenza dei fattori che ti condizionano ti aiuta a fare delle scelte reali. Scegliere significa scartare per fare in modo che il campo delle possibilità si restringa. Trovandoti di fronte ad un
numero di possibilità più ridotto ti è più facile il discernimento. La vita fa in modo che ognuno di voi raffini la sua capacità di discernimento attraverso le numerosissime scelte che si impongono realmente nelle situazioni contingenti.

– Puoi spiegarti in maniera più semplice? Il tuo linguaggio comincia ad essermi oscuro!

– Il fatto che tu ti ritrovi, ad esempio, in ristrettezze economiche o in reali difficoltà, tipo una malattia o dei torti subiti, può essere un fattore di maturazione personale. Essi sono elementi che ti costringono ad effettuare delle scelte che, anche se condizionate, ti portano ad evolverti positivamente in maniera graduale. È sbagliato vedere nelle situazioni subite elementi che restringono la libertà personale, perchè essa è ben al di sopra della semplice libertà di scelta.

– La vera libertà, se proprio lo vuoi sapere, è quella interiore.
– Ma come si fa ad essere liberi interiormente quando nella realtà sappiamo benissimo che siamo condizionati da infiniti elementi legati alle proprie caratteristiche genetiche, ambientali, sociali? Gli stessi mass-media non contribuiscono enormemente a pilotare il nostro pensiero? E la realtà economica
non condiziona le nostre scelte?

– Quando cominci ad esserne consapevole hai già compiuto un primo passo verso la tua liberazione. La libertà interiore è una conquista. Non si diventa liberi da un giorno all’altro. È necessario capovolgere in voi determinati valori: si tratta di ricostruire interamente la scala dei valori, giorno per giorno e dopo tante sconfitte. Certo, lo so, fin che vivete incarnati in questa realtà terrestre la libertà totale è un’utopia: essa avverrà con la morte che vi libererà dal vostro corpo corruttibile. Ma già ora, nella vostra situazione attuale, potete, se lo volete, raggiungere un certo grado di libertà interiore.

– Nella riflessione, nell’autoconoscenza, nella pazienza, nel compimento del proprio dovere quotidiano, nell’amore per la vita e per gli altri, nel rispetto della legge, delle cose, degli animali e delle persone che ci circondano e soprattutto nell’amare Dio. È la conquista della libertà fondamentale che porta al compimento del progetto che ognuno di voi ha inscritto nella sua vita.

– Ma allora, la vera libertà non consiste tanto nel fare ciò che si vuole…

– Sarebbe una libertà fine a se stessa. Una libertà monca é difettosa. La libertà di scelta prepara il terreno alla propria volontà che, unita all’intelletto, si dovrà allenare per raggiungere una libertà più sobria ed essenziale, che è la libertà fondamentale, come già ti dicevo.

– Deduco che tutti i tipi di libertà che abbiamo distinto, da quella naturale, alla libertà di scelta e a quella interiore sono finalizzate alla libertà fondamentale!

– Se le scelte che fai giornalmente sono subordinate a questo tipo di libertà, allora potrai raggiungere la pienezza a cui eri destinato. Tutte le ristrettezze e le fatiche che ti imponi limitando la libertà di scelta costituiranno un arricchimento della persona, e non un impoverimento, come molti credono
di vedere superficialmente. “Ama e fa quel che vuoi” diceva S. Agostino. Chi ama realmente non sceglierà mai contro se stesso e contro gli altri, ma potrà fare secondo quello che il suo cuore gli ispira. È questa la grande libertà interiore a cui tutti voi inconsciamente aspirate. Potete vivere rinchiusi in una prigione angusta od essere sottoposti alle torture più umilianti: nessuno, però, potrà intaccare la vostra interiorità se saprete essere completamente distaccati dalle cose, dagli eventi o dalla vita per costruire l’unità, la verità e la bontà. La vera ed unica libertà, in sostanza, vive e si esprime con il linguaggio dell’amore, come disse lo stesso Cristo: la verità vi farà liberi.

– Toglimi una curiosità: voi angeli siete liberi?

– Siamo liberi perchè respiriamo nella libertà fondamentale, che è Dio stesso. Anche noi siamo stati sottoposti ad una grande prova, analogamente a voi con Adamo ed Eva. Lucifero ha scelto se stesso è si è messo lucidamente in contrasto con Dio assieme ai suoi angeli. Per questo ha preferito la sua libertà di scelta a quella fondamentale. Ed è precipitato nella menzogna. Egli infatti è il principe della menzogna e tenta l’uomo a fare altrettanto: fermarsi alla libertà di scelta senza tener conto che si è veramente liberi in Dio e nel suo amore.

– Non andartene, ho tanto bisogno di parlare e di approfondire ancora…

– Io non ho fatto altro che soffermarmi in profondità sulle cose che sono già Iddio ti ha donato l’uso di ragione: esercitalo nell’amore e ricerca sempre la verità. Vedrai che diventerai sempre più libero…
La luce si dissolse e Luca rimase a riflettere fino a tarda notte. Poi si addormentò.

 

 

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San Benedetto Giuseppe Labre (Amets 1748 – Roma 1783)

 

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INFANZIA ED ADOLESCENZA DI BENEDETTO GIUSEPPE LABRE

 

“San Bendetto Labre fu cercatore di Dio sulle strade della terra. La solitudine fu la sua vocazione, foss’egli smarrito fra sentieri selvaggi o fra il popolo di Roma. La contemplazione dovette essere tutta la sua vita nel tempo che precedette la beatitudine eterna.” J.R. Maritain

 

San Benedetto Giuseppe Labre (Amets 1748 – Roma 1783)

 

San Benedetto Giuseppe Labre era un clochard. Si!…avete capito bene: era proprio un clochard! Né più né meno come Willy, come i tanti che dormono nelle stazioni e sotto i ponti. Lui dormiva di notte tra le rovine del Colosseo e di giorno girava tra le strade di Roma riempiendole delle sue preghiere, del suo sorriso e della sua carità. Quello che riceveva, lo condivideva con altri poveri, spesso ricevendo anche legnate. Siamo nella Roma settecentesca, divisa a metà tra lo sfarzo della corte pontificia e dei nobili e il borgo spesso abitato dalla povera gente e dai numerosi senza tetto che affollavano le strade di giorno e di notte. Benedetto Labre non era romano, era francese. Era giunto a Roma, innamorato dei pellegrinaggi e dei luoghi sacri; la sua meta preferita era Loreto. Voleva vivere di sola contemplazione, perciò nella sua Francia aveva tentato diverse volte in diversi monasteri di diventare trappista, ma fu sempre rifiutato, fino a quando comprese che il suo monastero era la strada, la sua contemplazione il quotidiano, il suo coro le giornate insieme ai poveri. Nel suo zaino c’erano solo tre cose, le uniche tre cose che utilizzava: il Breviario, l’Imitazione di Cristo e il Rosario. Spesso d’inverno, qualcuno gli dava qualche alloggio di fortuna dove ripararsi alla meglio, come il retrobottega di un macellaio dove morì. Morì come tutti i clochard per fame e per mancanza di igiene. Un “barbone” come tanti, diremmo noi oggi, eppure colpì tanto il popolo di Roma che la sua fama di santità si diffuse immediatamente e dopo circa un secolo era già Santo. E’ sepolto nella Chiesa di S. Maria ai Monti. Benedetto Labre lo possiamo incontrare anche oggi nei volti e nelle storie dei tanti clochard che per scelta o per dramma vivono per strada, portatori molto spesso di una ricchezza di vita, di esperienza e di spiritualità che a noi sfugge. A noi, così spesso ingabbiati in pregiudizi da quattro soldi…a noi che forse abbiamo santi che dormono sotto il portone di casa e non ce ne accorgiamo. (http://www.santiantonioeannibalemaria.it/page/26/)

 

Padre Pasquale

 

 

BIOGRAFIA

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INFANZIA ED ADOLESCENZA

Benedetto Giuseppe Labre nacque il 26 marzo 1748 in una famiglia di agricoltori e piccoli commercianti, ad Amettes, villaggio di Artois. Suo padre, Giovanni il Battista, lavorava la terra; sua madre, Anne-Barbe Grandsir, gestiva un’attività di merceria a casa. Benedetto Joseph era il maggiore di quattordici fratelli e sorelle, cinque dei quali scomparsero in giovane età. Francesco Giuseppe, suo zio paterno, vicario di un vicino villaggio, celebrò il battesimo e fu il padrino del neonato, il giorno dopo la sua nascita.

Benedetto si rivelò immediatamente come un bambino discreto, persino riservato, assetato di solitudine, silenzio e unione con Dio. Passando per uno “stravagante”, frequentò la scuola a Nedon, a pochi chilometri da Amettes. Fin dalla sua prima infanzia, aspirava al deserto e alla vita eremita. Sapendo leggere e scrivere fluentemente all’età di 12 anni si unì a suo zio François-Joseph, nominato sacerdote di Erin, e con il quale rimase 6 anni, durante i quali l’impegno allo studio, la sua vita interiore e il suo comportamento apparentemente “riservato” attirarono l’attenzione dell’ambiente circostante.

 

Il 4 settembre 1761, Benedetto Giuseppe fece la prima comunione e ricevette il sacramento della Cresima dal Vescovo di Boulogne Partz de Pressy,

Frequentando la biblioteca del suo parente curato, si nutriva degli scritti del teologo e mistico spagnolo fratello Luigi di Granada, un domenicano del XVI secolo. Questo fatto influenzò fortemente la sensibilità religiosa di Benedetto.

Probabilmente la meditazione di dieci volumi dei sermoni di Padre Lejeune, sicuramente diedero un forte impulso al suo orientamento spirituale.

All’età di 16 anni, Benedetto Giuseppe prese le distanze dai suoi studi, con il disappunto dei suoi genitori e di suo zio, il quale, vista la sua fragile costituzione, lo avrebbe volutamente orientare alla scuola di sacerdozio. Su questo punto Benedetto spiegò chiaramente a loro che non si sentiva chiamato ad essere un prete, ma un monaco, anche un eremita. Questo progetto, naturalmente, si scontrerà con la forte opposizione dei suoi.

Nell’agosto 1766 scoppiò un’epidemia di peste a Erin. Lo zio e il nipote furono presenti su tutti i fronti. Francesco Giuseppe si prese cura dei malati e aiutò i morenti, mentre Benedetto si prese cura del lavoro della terra e della cura degli animali abbandonati a se stessi. Lo zio però, fu contaminato a sua volta dal terribile male e morì. Benedetto, sconvolto, dovette tornare ad Amettes, ma aveva ancora in mente le opere di Padre Lejeune. I genitori di Benedetto Joseph, continuando ad opporsi al suo progetto di vita monastica, lo affidarono ad un altro dei suoi zii, anche lui sacerdote, padre Vincent.

Nel 1766, Benedetto andò a Conteville, dove i suoi parrocchiani lo denominarono il “nuovo Monsieur Vincent”. Lì si trovò in mezzo a pochi giovani venuti a studiare con suo zio e che lo renderanno oggetto delle loro battute di scherno. Tuttavia, riprese i suoi studi con la serietà che lo caratterizzava. Fu profondamente turbato dall’esempio del distacco di zio Vincent; quest’ultimo, non contento di distribuire il minimo denaro, persino le sue scarpe, ai primi bisognosi, cominciò a donare, uno ad uno, ciascuno dei suoi modesti mobili.

L’esempio di Padre Vincent e la complicità spirituale che li univa confermarono Benedetto Giuseppe nel suo desiderio di essere monaco. Durante una “missione” tenuta nella parrocchia durante la Quaresima del 1767, Benedetto evocò il suo progetto di vita monastica con i predicatori. Basandosi su questo scambio, finì per convincere lo zio Vincent alla sua causa. Quest’ultimo, cauto, consigliò a Benedetto di non rischiare di inquietare i suoi genitori parlando della Trappa in loro presenza. Piuttosto avrebbe dovuto impegnarsi ad esaminare con lui l’ipotesi di una vita certosina: i certosini avevano monasteri nella regione. In questo modo gli avrebbero impedito di allontanarsi troppo da loro ….

 

PROGETTI DI VITA

 

Ad aprile, Benedetto, che aveva appena compiuto 19 anni, ottenne il permesso di andare alla Chartreuse de Longuenesse, vicino alla città di Saint Omer. Ahimè, la sua richiesta gli venne negata. il Priore lo informò che a causa della devastazione causata da un incendio, non era più possibile ricevere novizi.
Dopo alcune settimane di riflessione, Benedetto Giuseppe si unì al monastero di Neuville, vicino a Montreuil-sur-Mer. Un’altra delusione: il Priore lo considerava troppo giovane e gli consigliò di imparare a cantare e di finire i suoi studi. Per tre mesi, Benedetto tornò quindi al lavoro alacremente. Poi si trovò, all’inizio di ottobre 1767, sulla strada per Montreuil, in compagnia di un altro ragazzo che aspirava alla vita monastica. Questa volta, entrambi vennero ammessi! Ma, dopo poche settimane Benedetto venne assalito dalle sue crisi d’ansia, da quello stato d’animo scrupoloso che lo rodeva interiormente e lo esauriva. Quei tormenti ebbero conseguenze tali sulla sua già fragile salute che venne poi riportato ai suoi genitori. Sebbene Benedetto Giuseppe vivesse questo ritorno forzato a casa come un grave fallimento, non si scoraggiò, tuttavia, non considerando a fondo la vera origine del suo problema affermava che se i certosini non lo volevano, ciò costituiva la conferma della sua certezza di essere chiamato alla Trappa.

Ritornato sulla strada, arrivò nell’Orne, nella grande Trappe di Soligny, il 25 novembre 1767. Tutto il suo viaggio si svolse sotto una continua pioggia battente e si presentò al Monastero in uno stato pietoso. Era talmente esausto che non fu accolto, anche perché non poteva essere ammesso al noviziato prima dei 24 anni. Padre Theodore Chambon testimoniò che se nessuno nel monastero aveva conservato la memoria di questo fatto, il registro dei richiedenti conservava ancora il suo nome in data 25 novembre 1767. Benedetto visse una delle crisi più acute di coscienza della sua esistenza.

Ritornato ad Amettes e benché accolto con gioia e tenerezza dalla sua famiglia, attraversò uno stato talmente depressivo che si cercò di rimediare reintegrandolo nel lavoro comune dei campi o del commercio. Benedetto chiese a Notre Dame de Boulogne di aiutarlo e decise di fare un ritiro in seminario. Ricevuto dal suo vescovo, Partz de Pressy, lo invitò a seguire i consigli dei suoi genitori e a fare un nuovo tentativo alla Certosa.

Nel gennaio o febbraio 1769, il nostro instancabile ricercatore della verità andò a Gouy-Saint-André, nel comune di Champagne-lès-Hesdin. Qui c’era l’abbazia di Saint-André-aux-Bois dove, forse, era già stato prima. Eppure, secondo la testimonianza di Padre Mathias Alard, ebbe un lungo incontro con il Reverendo Abate Ignazio Crepin, il quale, dopo aver ascoltato il suo progetto di vita lo accolse tra i certosini, dicendo: “Il nostro Signore ti chiama per seguirlo ”
e così Benedetto disse addio ai suoi genitori..

Il 12 agosto 1769, Benedetto lasciò i suoi genitori e il suo villaggio di Amettes, che non vedrà mai più, per raggiungere Montreuil. Ammesso senza particolari difficoltà, il nostro araldo di Dio si rivelò, ancora una volta, incapace di assumere una vita comunitaria. Il suo stato depressivo aumentò, portandolo a un silenzio virtuale, come evidenziò il fratello Enry Cappe, procuratore del monastero: la sua profonda sofferenza si fece talmente sensibile, che il Priore lo invitò a lasciare il monastero confidandogli queste parole profetiche: “Andate, Dio non vi vuole da noi, seguite le ispirazioni della Grazia”.

Il 2 ottobre, Benedetto scrisse una lettera ai suoi genitori per tenerli informati. Alcune frasi prospettavano il futuro in una luce diversa: “… Ho lasciato il secondo giorno di ottobre. Considero questo come un ordine della Provvidenza che mi chiama ad uno stato più perfetto. Mi hanno detto che era la Mano di Dio che mi tirava fuori dalle loro case. Quindi vado alla Trappa, questo posto che ho tanto desiderato da tanto tempo … Non ti affliggere … Non ti è permesso di resistere alla Volontà di Dio che l’ha così disposta per il mio più grande bene e per la mia salvezza … Avrò sempre il timore di Dio davanti agli occhi e il suo Amore nel cuore. ” …

Ecco Benedetto in rotta verso quella che probabilmente considerava la sua unica speranza: la Trappa “Madonna del Santuario” a Sept Fons, vicino a Moulins.
Fece una deviazione finale a Soligny, dove si sentì dire ciò che gli era già stato detto prima, bussò alla porta di Sept Fons dopo aver camminato per 800 km. Ammesso come postulante, l’11 novembre prese l’abito dalle mani di Dom Dorothée Jalloutz ricevendo il nome di Fratello Urbano.

I monaci ammiravano l’intensità della vita spirituale di questo giovane fratello, il quale ad ogni momento di libertà andava davanti al Santissimo Sacramento.

Tuttavia i confratelli nutrivano delle perplessità nei suoi confronti di fronte alle privazioni non previste dalla Regola, che Benedetto moltiplicava e si imponeva. Questo ascetismo esasperato costituiva un sintomo, una manifestazione del suo stato depressivo che gradualmente emergeva di nuovo.

Benedetto si ritrovava in realtà di fronte all’incessante dubbio sulla sua capacità di rispondere alla chiamata del Signore.

Il maestro dei novizi constatò la decadenza psicologica e fisica del giovane fratello, e temendo seriamente per il suo equilibrio, lo fece ammettere all’infermeria del monastero assegnandolo al fratello Justin Richard.

Il 2 luglio del 1770, Benedetto Giuseppe intuì nuovamente dall’Abate che per lui era impossibile dimorare tra quelle mura in quello stato di vita, ma che Dio l’aspettava altrove…

 

IL SUO CAMMINO SPIRITUALE

 

 

… È probabile che durante questo periodo abbia avuto luogo la vera “conversione” di Benedetto. Questi, rinunciando infine, dopo tanti insuccessi e disillusioni, a voler rispondere alla chiamata del Signore dove pensava di essere chiamato, accettò umilmente di seguirLo dove era atteso.

Ancora esitando, di diresse a Roma. Alla fine di agosto del 1770 fu trovato a Chieri, vicino a Torino, da dove scrisse ai suoi genitori quella che probabilmente fu la sua più bella lettera e quella che meglio testimoniava quella nuova speranza che lo animava: sapere che lui “finalmente entrerà in un paese dove si vive bene”; non quello immaginato come luogo ideale o come rifugio, ma come quello in cui potrà vivere finalmente allo scoperto, libero e sereno.

Ma nel diciottesimo secolo in quel posto pellegrini, pigri, cinici e canaglie percorrevano le stesse strade, e tendevano le mani davanti agli edifici religiosi. Il piccolo Benedetto, il cui unico vanto era quello di presentarsi dicendo: “Io sono un cristiano”, alto appena 1,60 m, con i suoi stracci, i suoi lunghi capelli rossi e la sua barba rada che ricordava il volto di Cristo, venne maltrattato, respinto, accusato, imprigionato.

Benedetto era convinto che: “quando si trattava di carità verso il prossimo, tutto doveva essere sacrificato”! Con il cuore ancora aperto, le mani tese e la sua anima troppo elevata per sospettare la malizia, incontrava apertamente e liberamente sia le donne di strada di Aix en Provence che trattava come sorelle, sia i ragazzi delinquenti che lo salutavano da dietro le sbarre, che i vagabondi che circolavano nei bassifondi della città. Tutto ciò senza altra preoccupazione che l’amore: “quelli senza bellezza o splendore, privati di un’apparenza amabile, oggetti di disprezzo e rifiuto dell’umanità” (Is 53, 2-3).

Agli occhi degli uomini di chiesa, Benedetto appariva un tipo sospetto perché sembrava troppo giovane per indossare sempre quella specie di abbigliamento religioso non ben identificabile! Lasciando Sept Fons, mantenne la sua abitudine acquisita da novizio cistercense: la sua vita era cinta da una corda alla quale appendeva una ciotola e una zucca; indossava quello che doveva essere stato un cappello di feltro, per proteggersi dal cattivo tempo; per non parlare delle sue povere scarpe. Portava una croce sul petto, un rosario al collo e un fagotto sulla sua spalla contenente il Vangelo, l’Ufficio divino, l’imitazione di Gesù Cristo, la Regola di San Benedetto.

Il 3 dicembre 1770, Benedetto raggiunse Roma, fermandosi in ogni chiesa, raccogliendosi nelle Catacombe. Trovò al Colosseo, un luogo dove il sangue versato per amore si mescolava con il sangue sparso per i piaceri perversi, la sua “nicchia”, rifugio del sonno dei giusti in Dio. Questo eremitaggio anticipava quello in cui si ritirerà diverse settimane, pochi anni dopo, durante una nuova permanenza in Francia, in una grotta della valle di Chicalon, il “Subiaco labrien” di Aix.

Così, in ginocchio sulla pietra di fronte a Cristo Eucaristia; restituendo il pane ricevuto a coloro che considerava più poveri di se stesso; accompagnando lo straniero e sostenendo il più debole, rimase nella città di Pietro e Paolo finché il tepore della primavera del 1771 lo chiamò ad unirsi a Maria, serva e povera, e diresse i suoi passi verso Loreto, dove era già stato per la prima volta nel novembre del 1770.

La “Santa Casa” rimarrà per Benedetto il luogo mariano per eccellenza. Fu in quel momento che, partendo da Loreto, iniziò un vero viaggio attraverso l’Italia, e oltre, l’Europa.

Tra basiliche e chiese, andò a Napoli, poi a Bari dove cantava per guadagnare del cibo per i prigionieri. A Montecassino, Benedetto trovò le tracce del suo santo patrono. Poi eccolo ad Assisi a fianco del Poverello; e, proprio come si era unito al Terzo Ordine Trinitario per la redenzione dei prigionieri, cinse la corda dei figli di Signora Povertà.

E ritornò in Svizzera con i suoi grandi santuari, poi ancora in Francia, poi in Germania; ritornò a Compostela e fece un’altra tappa a Loreto, dove rimase undici volte, probabilmente dopo un voto, avendo viaggiato nel frattempo in molti altri paesi, come l’Austria o la Polonia, per esempio.

È a Loreto che il giovane Dom Valeri, un chierico addetto alla Basilica, “lo scoprì” assorto nella sua relazione con Dio, inconsapevole della folla che lo stringeva e lo scuoteva. Colpito dalla miseria e dal distacco di Benedetto, decise un giorno di avvicinarsi, di capire chi era e come viveva. Benedetto spiegò che dormiva fuori, nonostante il freddo notturno di questa regione. Dom Valeri gli offrì un letto e un aiuto finanziario che Benedetto rifiutò umilmente, ma fermamente. Pensando poi che Benedetto avesse lasciato la sua famiglia dopo gravi divergenze, si propose di intervenire a suo favore; ma poi constatò che fu una sua scelta libera, perché disponibile a seguire la chiamata di Cristo che non aveva”dove posare il capo”.

Dom Valeri rivide spesso Benedetto ma era a volte perplesso sul suo modo di comportarsi: era un pazzo o un santo? Questo sconcertante testimone del Vangelo un giorno definì il senso di una vita cristiana, dicendo:

“Per amare Dio ci vogliono tre cuori: uno ardente d’amore per Dio, il secondo pieno di compassione per il prossimo, aiutandolo in entrambe le sue esigenze temporali e spirituali, il terzo, rigoroso per se stesso, sforzandosi costantemente di combattere la volontà personale e l’amor proprio.

Nel corso degli anni, il giovane chierico, notando che Benedetto possedeva una vera e profonda cultura e aveva l’anima e lo stile di vita di un eremita, cercava di incoraggiarlo a tornare dai camaldolesi. Di fronte a questa proposta, Benedetto Giuseppe reagì come aveva sempre fatto dopo Seven Fons, coniugando il senso dell’obbedienza con la libertà di spirito. Pensò per un paio d’ore e concluse con le sue stesse parole: “Dio non lo vuole in questo modo”.

Un altro incontro fu importante per la sua vita. Benedetto aveva ventotto anni; nel febbraio 1776 si recò da un sacerdote, il quale, uscito dal confessionale, chiese di parlargli. Costui era Padre Temple, che lo invitò a tornare nel pomeriggio.

Dopo un lungo scambio di idee, secondo la testimonianza del sacerdote francese, concluse che Benedetto era un grandissimo santo o un grande demone. Per testare il giovane, gli chiese di tornare il giorno dopo e lo sottopose ad un vero interrogatorio sulle verità della Fede e gli insegnamenti della Chiesa. Si sentì obbligato a riconoscere la forza e la profondità della sua “teologia”.
Conoscenza e profondità religiosa scoperte dallo stesso grande poeta Germain Nouveau quando si recò, con il suo amico Paul Verlaine, ad Amettes, durante l’estate del 1877. Questo Germain diventò uno dei figli spirituali più ferventi di Benedetto (The Pléiade – Complete Works).

Dopo averlo ascoltato in confessione, Padre Temple non dubitò più che quel mistico cencioso fosse un grande santo. Gli chiese quindi di incontrarlo il più regolarmente possibile, prendendo nota di tutto ciò che sentiva, vedeva e capiva.

Arrivò ad affermare che: “Benedetto Giuseppe viveva in continua unione con Dio e rimaneva alla Sua presenza”. Queste note saranno preziose quando, pochi anni dopo, inizierà il processo di beatificazione.

A Loreto, Benedetto trovò, suo malgrado, un posto nella casa di Barbara Sori e suo marito. Era il marzo 1780, una di quelle domeniche in cui la folla era così densa che Benedetto non sapeva in quale angolo nascondersi per rimanere nel silenzio della sua ardente preghiera. Una coppia gestiva a Loreto una specie di bottega che commerciava rosari, croci e altri oggetti-ricordo come souvenirs.

Gli proposero di ospitarlo in un luogo illuminato sotto il negozio. Benedetto trovò il posto troppo lussuoso per lui, anche se gli venne detto che era il più miserabile della casa. Tuttavia, accettò di dimorarvi di volta in volta, purché fosse ​​chiuso, affermando che, essendo un estraneo, fosse più prudente per Barbara e suo marito. Frequentò la coppia per tre anni di seguito; ad ogni incontro, cercarono di convincerlo a nutrirsi un po’ di più, escogitando anche trucchi, mettendo della carne o del pane fresco in mezzo ai resti, che egli solo accettava .

Erano molto affezionati a lui che consideravano un santo: alla sua partenza gli regalarono un rosario, un fazzoletto e persino una giacca prima di vederlo riprendere la strada.
I Sori incontrarono Benedetto per l’ultima volta nel 1782. Benedetto ritornò a casa loro completamente esausto, rintizzito dal freddo nell’attraversare la montagna, ventidue giorni dopo aver lasciato Roma.

(Biographie rédigée à l’Hospice du Grand Saint-Bernard, en la fête de la Transfiguration, le 6 août 2002)

 

Passarono gli anni, la carne delle sue ginocchia si faceva sempre più viva, divenne diafano. Si stabilì a Roma. La città, con le sue numerose chiese, basiliche e cappelle non era di per sé un luogo adatto per ringraziare e accogliere?
Benedetto, rientrato in città con un edema alle gambe, venne ammesso nell’ospizio che confinava con la chiesa di San Martino dei Monti accettando, per una volta, di essere curato. Guarì e si rimise in piedi dopo un mese.

A 31 anni, scopriva per la prima volta ciò che aveva conosciuto a Seven Fons: una vita di comunità, dodici compagni, poveri come lui. L’ambiente non aveva né lo spirito di adorazione, né la tenerezza fraterna.

Benedetto venne maltrattato, deriso, insultato; tuttavia, si integrò pienamente in quella vita di comunità, assumendo i compiti assegnati e piegandosi, senza problemi, ai regolamenti interni. Indusse i suoi compagni erranti a pregare nei tempi prescritti, con la stessa fedeltà mostrata nel rendere i vari servizi. Passava le sue giornate andando da una chiesa all’altra, ridistribuendo le poche vivande ricevute alla porta di qualche convento, così le poche monete che era obbligato ad accettare, donando tutto a coloro che considerava più indigenti di lui. Veniva trovato ogni sera all’ora esatta alle porte dell’ospedale.

Pur non sentendosi “di nessuna parrocchia”, poiché era di tutti, stabilì un legame privilegiato con la chiesa di Santa Maria dei Monti, nella quale trascorre ore, in ginocchio, di fronte al Santissimo Sacramento. Al punto di essere conosciuto e riconosciuto nel vicinato. La bellezza del suo volto, la forza spirituale che emanava con suo atteggiamento, durante il suo lungo periodo di adorazione, furono notati da due pittori: un connazionale, Lyonnais, che disegnò. E diversi mesi dopo, il famoso pittore Antonio Cavalucci che, nascosto nell’ombra in fondo alla chiesa, riprese i tratti di Benedetto e tutto ciò che emanava da esso, grazie al proprio genio.

Questo spiegherà il fatto che all’inizio del XX secolo, il pittore Maurice Denis, uno dei padri del movimento “Nabis”, chiederà che Benedetto Giuseppe possa anche diventare il patrono dei modelli per gli artisti, poiché lo era già per i reietti, per gli adolescenti e i prigionieri in difficoltà, per i portatori di barelle e gli emarginati di Lourdes.

Primavera 1783. Benedetto aveva una brutta tosse: soffriva di bronchiti e respirava con difficoltà. Inoltre, la dissenteria continuò a indebolirlo; le devastazioni della malattia segnarono il suo aspetto fisico in modo preoccupante. Divenne scheletrico.

Proprio come i Sori furono per lui un luogo di accoglienza e conforto a Loreto, la famiglia Zaccarelli ebbe un ruolo identico a Roma. Per diversi anni accettò l’ospitalità del macellaio e di sua moglie, con la solita riserva di essere nutrito solo di avanzi e di non ricevere denaro.

In quaresima i suoi amici temevano per lui, vedendolo barcollare ad ogni passo e avanzare solo appoggiandosi alle mura. Facendosi coraggio, Benedetto fu molto presente ai servizi della Settimana Santa. Mercoledì 16 aprile, e forse per la prima volta, espresse un desiderio specifico: scambiare il ramo su cui si appoggiava con un bastone abbastanza forte da potersi reggere, e così di nuovo arrivò a Santa Maria dei Monti

Barcollando per il sudore e livido, “ascoltò” due Messe che seguì, come al solito, con profondo raccoglimento. Stordito, vacillò e cadde su una panchina, prima di riprendersi e uscire. Appena fu sulla soglia, crollò di nuovo; molti si precipitarono per soccorrerlo e portarlo in ospedale. Benedetto rifiutò, ma accettò la proposta dell’amico Zaccarelli di recarsi a riposare a casa loro.

Sdraiato su un giaciglio, Benedetto consegnò la sua anima a Dio con grande dolcezza. In quel frangente, tutte le campane di Roma invitavano al canto del Salve Regina. Benedetto aveva appena compiuto 35 anni.
L’annuncio della sua morte si diffuse come un incendio. Ci fu un continuo passaparola, i bambini correvano per la città, annunciando: “Il santo è morto, il santo è morto! “. Molte persone, infatti, si spintonavano per toccare il suo corpo, per impossessarsi di un pezzo della veste di quello che i Romani chiamavano “il piccolo santo francese”.

Il suo corpo venne trasportato a Santa Maria dei Monti, tra lo scroscio degli applausi. Le guardie, incaricate della sicurezza, dovettero essere chiamate a contenere l’entusiasmo a volte eccessivo della folla. Questo entusiasmo fu tale che i servizi di Quaresima furono temporaneamente interrotti, dato il tumulto che si venne a creare. La sera di Pasqua, il corpo di Benedetto Giuseppe fu depositato nella sua tomba. Fu necessario proteggerlo per intere settimane: i miracoli si moltiplicavano a Roma, in tutta Italia e in molti paesi d’Europa.

(Biographie rédigée à l’Hospice du Grand Saint-Bernard, en la fête de la Transfiguration, le 6 août 2002.)

 

 

LA SUA EREDITÀ

 

La santità della testimonianza del Vangelo fu tale agli occhi di tutti, che meno di un mese dopo il suo “passaggio dall’altra parte”, il 14 maggio, si svolse il processo di beatificazione. Il Papa Pio IX lo dichiarò Beato il 20 maggio 1860, e Benedetto fu iscritto al catalogo dei Santi, la festa della Immacolata Concezione 8 dicembre 1881.

Sulle strade della sua vita quotidiana, dopo aver percorso più di trentamila chilometri, Benedetto non si era mai risparmiato, intento sempre alla ricerca del suo percorso spirituale. Una delle sue ultime frasi ascoltate rimarrà incisa nel più intimo del suo essere: “Dio ti sta aspettando altrove”.
In quel momento, Benedetto comprese che non doveva più contemplare un luogo, immaginare forme, o un deserto, per avere stimoli spirituali. Altrove ci sono i limiti di un chiostro eretto ai quattro angoli dell’orizzonte.

 

Seguendo le famiglie dei Labriani che li avevano preceduti per un secolo e mezzo, i fratelli di San Benedetto Labre e le sorelle di San Benedetto Labre, in Francia come in molti paesi del mondo, continuano a seguire Cristo Gesù accanto agli emarginati e tra gli esclusi.

L’istituto, fondato nel 1842 e cresciuto in Francia alla vigilia di Natale del 1981, è chiamato dall’esempio di san Benedetto Giuseppe Labre, discepolo del “Figlio dell’uomo che non sa dove posare il capo” (Luca 9) a vivere nell’adorazione e nella lode. Fratelli e sorelle accompagnano le gioie e i percorsi di coloro che si sono donati per servire.

Nota del curatore

 

Recandomi a Castelmonte come di consueto, notai su una parete interna del Santuario un antico quadro che rappresentava un giovane con l’aureola, emaciato, con il rosario in mano e un fagotto. Mi informai dettagliatamente e venni a sapere che rappresentava Benedetto Giuseppe Labre, il quale venne anche a Castelmonte (UD). Questo fatto mi spinse a scrivere un libro che avevo da tempo in mente: “Come ci vedono dall’aldilà – cronache di un vagabondo veggente”, immaginando un giovane d’oggi, il quale, similmente a san Benedetto G. Labre, cercava la sua vocazione girando tra conventi e santuari, ma non riusciva a comprendere bene che cosa avrebbe dovuto fare, mentre in numerose apparizioni alcuni personaggi conversavano con Lui. Finì il suo percorso spirituale proprio a Castelmonte.

Riporto un breve testo del dott. Mario Turello riferendosi, in una conferenza, alle ultime pagine del libro:

 

Al Santuario di Castelmonte avviene l’ultimo incontro: a Luca appare San Benedetto Giuseppe Labre, ed è l’incontro con se stesso. Giuseppe Labre, il vagabondo di Dio, è colui che ha superato tutte le tentazioni, compresa quella di farsi monaco. Per Luca è la rivelazione definitiva: la sua vocazione “è stata” quella di non aver vocazione. La sua, come quella del santo che lui incontra per ultimo, è stata la contemplazione della strada, il sacerdozio della quotidianità, l’imitazione di Cristo che non aveva dove posare il capo. E qui mi pare di captare una lettura profondissima, metaforica di questo “Figlio di uomo che non ha dove posare il capo”. (dott.Mario Turello)

 

 

Ecco il capitolo finale del libro:

 

Luca alzò prestissimo quella mattina. Il santuario di Castelmonte era avvolto di mistero: ai pendii del monte, tutt’attorno, bianche nubi di fitta nebbia coprivano completamente la pianura sottostante. Dal piazzale antistante la chiesa dove spicca un antico pozzo il paesaggio era molto suggestivo. Un insolito silenzio avvolgeva le poche case arroccate lungo l’antica stradina lastricata di pietre che menava sopra fino ai piedi delle ripide scalinate del Santuario. Luca lodava Dio in cuor suo per quella quiete così ritemprante. Mentre passeggiava lentamente lungo il muro perimetrale che permette di affacciarsi sul grande piazzale sottostante, vide un’ombra accanto al pozzo: gli sembrava di aver scorto la sagoma di una persona accovacciata. Rimase titubante a fissare quella presenza inquietante. Poi un fil di voce: – Non temere. pellegrino : avvicinati!

Luca si avvicinò, guardingo e gradualmente si facevano più distinte le sembianze di quella figura umana sdraiata sopra lo scalino. Il suo vestito era composto di una tunica e di uno scapolare. Aveva sul petto un crocifisso, al collo una corona, nelle mani un rosario. Dalle sue spalle pendeva un rude sacco. Quando Luca riuscì a distinguere le fattezze del volto pallido ed emaciato, ebbe un sussulto: riconobbe in Lui lo stesso personaggio raffigurato nel quadro situato presso i confessionali femminili del Santuario.

– Tu…tu sei San Benedetto Giuseppe Labre?

– Sono io! Mi chiamavano “il vagabondo di Dio”.

– Perché queste sembianze?

– Perché così ero durante la mia vita terrena. Non avevo alcun posto comodo dove posare il capo. Dormivo ovunque, quasi sempre all’aria aperta, ai piedi di un albero o lungo una siepe

– Eri uno di quelli che oggi denominiamo “barboni “?

– In pratica. Ma non ero assillato dalla ricerca del cibo, o dei vestito, o dell’alloggio. La Provvidenza non mi ha mai abbandonato.

– Perché hai scelto quel tipo di vita?

– Fin da ragazzo sono sempre stato assillato dal problema pratico di come servire Dio. lo ero figlio di poveri contadini francesi che sbarcavano il lunario con gli scarsi guadagni di una merceria.

Una vita di stenti che non poteva permettermi di studiare in un seminario. Volevo farmi trappista, nonostante l’opposizione dei miei genitori. Ma nella certosa oli S.Aldegonda non mi ammisero al noviziato.

– Perché?

– I monaci non mi ritenevano)sufficientemente equilibrato per quei genere di vita. lo ero preso dallo zelo di servire Iddio ed alcuni miei atteggiamenti non venivano capiti. Io entrai fortemente in crisi e subii tentazioni di tutti tipi, compresa quella di desistere dal proposito di farmi monaco.

– E superasti quelle tentazioni?

– Sì, con l’aiuto di Dio. Pensa che in pieno inverno percorsi sessanta leghe a piedi fino alla certosa di Neuville per farmi accettare dai quei buoni monaci, ma dopo sei settimane mi rimandarono indietro per gli stessi motivi. Tentai anche all’abbazia cistercense di Sept-Fons dove potei addirittura iniziare il noviziato. Anche da qui mi rispedirono. Ero troppo inquieto per loro, e ciò poteva comportare dei seri pericoli per la mia vita spirituale mi dissero.

– E allora…dove andasti?

– Partii per Roma, convinto di trovarvi un monastero disposto ad accogliermi. Ma dopo alcune peripezie capii che il Signore mi chiamava ad una maggiore solitudine del monastero. Se Dio mi aveva messo in una strada, dissi tra me, significava che mi voleva “il suo vagabondo”. – – “Vagabondo”? Come è possibile passare un’intera vita da vagabondo? Mi hanno sempre insegnato che bisogna guadagnare il pane con il sudore della fronte ..!

– Io ero distaccato da tutto. Non chiedevo nulla a nessuno. Affrontavo le intemperie, dormivo all’aperto, le mie carni erano piene di piaghe e di insetti che le corrodevano. Il mio unico compito era quello di contemplare e pregare Iddio continuamente. Ho visitato a piedi quasi tutti i santuari d’ Italia, compreso questo di Castelmonte. Alcuni passanti, nel vedermi, mi allungavano qualche pezzo di pane e a volte dell’elemosina. Il superfluo) lo distribuivo ad altri poveri: ciò che ricevevo doveva bastarmi per lo stretto necessario. Mi trovarono svenuto in un angolo delle rovine del Colosseo, dove dormivo gli ultimi anni della mia breve vita. Poi morii nei retrobottega di un macellaio che mi accoglieva saltuariamente.

– Cosa provasti al passaggio da questa vita?

– Una beatitudine immensa, Dio mi accolse nel suo grembo con una tenerezza infinita: a Lui non interessa ciò che fai o la condizione sociale a cut appartieni: è Lui che permette la tua situazione terrena.. Per me aveva pre disposto la contemplazione nella. strada. Potevo ben dimenarmi per entrare in monastero, Lui ha ritenuto che io lo potessi glorificare da vagabondo senza una precisa meta o particolare “vocazione”. Guarda il contenuto di questo sacco!

Luca vide aprirsi il ruvido sacco e scorse tre vecchi libri sgualciti I’Imitazione di Cristo, il Nuovo Testamento e il breviario. Rimase esterrefatto: erano gli stessi titoli dei libri che recava con sè.

– Essi furono il mio nutrimento spirituale giornaliero. Non feci grandi cose durante la mia vita terrena. A Dio piacque così. Come ti dicevo Egli non guarda ciò che abbiamo fatto, ma il modo con cui affrontiamo le cose quotidiane. In qualsiasi istante della giornata io pensavo a Lui e gli chiedevo o la forza di somigliare al suo divino Figliolo che non aveva dove “posare il capo”. Lo ami tu?

-Sì…lo amo Non penso ad altro. Voglio farlo contento! Che debbo fare?

– Abbandonati! Egli mi ha incaricato di venirti a prendere perché vuole farti partecipare della sua Gloria!

Più tardi i pellegrini che salivano la stradina lastricata accorrevano ad ingrossare il capannello di gente che si era formato attorno al pozzo. Il corpo di Luca si trovava nella stessa posizione del “vagando di Dio”, immobile. con gli occhi fissi al cielo e con la corona del rosario in mano.

 

Il Pellegrinaggio

 

San Benedetto Labre variava di giorno in giorno il suo percorso secondo le devozioni o le esposizioni del SS Sacramento. Nel ripercorrere una sua “via ideale si possono toccare le seguenti chiese:

 

  1. Santa Maria Immacolata e San Benedetto Labre (Via Taranto 51, angolo Via Monza). La Chiesa, annessa ad un Istituto Religioso, non è direttamente legata alla vicenda terrena del Santo; ne custodisce però – in una cappella a destra dell’altare”, alcune Reliquie, (i pochissimi oggetti che possedeva, fra le quali il calco della maschera funebre). Al piano superiore (chiedere alle Religiose ndr) si può ammirare una Cappella con  quadri dedicati alla vita del Santo

 

  1. Basilica di Santa Prassede (Via di Santa Prassede 9 a) La Basilica risale al 489 a.c. e, secondo una pia tradizione racchiude, le spoglie di 2000 martiri cristiani periti durante le vari persecuzioni, fatte traslare qui dal Papa Pasquale I°. In questo luogo Santa Prassede raccoglieva il sangue dei martiri in un pozzo ora coperto da un disco di porfido, in una delle cappelle laterali, si venera anche la colonna a cui fu legato Gesù per la flagellazione.

 

  1. Basilica di Santa Maria Maggiore (Piazza di Santa Maria Maggiore) La Basilica è legata alla devozione del Santo alla Vergine; in una cappelle è venerata una delle più antiche immagini della Madonna: la “Salus Populi Romani”.

 

  1. Santa Maria in Aquiro (Piazza Capranica) La chiesa, oltre a custodire un immagine della Madonna, era spesso visitata dal Santo per la devozione al Santissimo Sacramento spesso esposto. Questa sua presenza è ricordata nella prima cappella a destra; qui sulla balaustra un ‘iscrizione ci ricorda il punto dove si fermava a pregare, e tre grandi quadri sulle pareti illustrano alcuni momenti della sua vita e quello della sua morte.

 

  1. Basilica dei SS. Apostoli (Piazza Santi Apostoli 53) Qui il Santo si recava spessissimo per l’adorazione delle Quarantore. Scrisse il suo Confessore Padre Marconi: “ La sua devozione verso Gesù Sacramentato non è possibile esprimersi. Questa fu quella che gli meritò il nome con cui veniva chiamato da quei che lo conoscevano: il povero delle Quarantore per vederlo così assiduo nelle chiese ove il Santissimo Sacramento era esposto alla pubblica venerazione. Non v’ era lontananza di luogo, non piogge si dirotte, non freddo sì crudo, non caldo sì eccessivo che lo potesse trattenere, benché egli andasse mal coperto nel capo, mal vestito e difeso nei piedi. Passava egli le intere giornate genuflesso avanti al suo altare, e dall’esterna apparenza ben si notava l’interno incendio che gli ardeva nel cuore…”.

 

  1. Chiesa di Santa Maria di Loreto al Foro Traiano. (Piazza di Madonna di Loreto 26) Nella chiesa si venera l’effige della Madonna di Loreto. Durante la sua permanenza a Roma San Benedetto Labre ogni anno si recò a Loreto in pellegrinaggio. “Furono i suoi molti, lunghi e penosi, i suoi pellegrinaggi intrapresi per suo Amore. In Loreto dette a conoscere a molte persone l’ardente suo amore verso la Regina del Cielo. Restava in quella Santa Casa così compreso dall’amor di Maria, che fu veduto in chiesa tutto intero il giorno, digiuno, contento del nutrimento spirituale che lo saziava, stando coll’amata sua madre Maria”.

 

  1. Basilica dei SS. Cosma e Damiano (Via dei Fori Imperiali n° 1) In questa Chiesa il Santo venerava l’immagine della Madonna della Salute. “Visitava bene e spesso le immagini della Vergine più celebri in Roma, contemplando i pregi di si eccelsa Signora, e i diversi misteri della sua vita espressi in quelle immagini stesse, e particolarmente la di lei Immacolata Concezione, la Divina Maternità. I suoi Dolori, ed i trionfi della sua Assunzione . […] se ne stava genuflesso e devoto, con il volto e con gli occhi fisso verso l’amata sua Madre, mirandola e contemplandola tutto, assorto in essa, mentre agli astanti recava grande ammirazione ed edificazione”

 

  1. XLII Arco del Colosseo. Era la “casa” dove spesso trovava rifugio. Ciò che restava dell’anfiteatro romano era a quei tempi ricovero per i molti senza tetto che vivevano nell’ Urbe. Con essi condivideva la vita, il poco cibo che riceveva in elemosina perché – come scrisse il Cardinale Macchi nel “Breve Pontificio per la beatificazione del Venerabile Benedetto Giuseppe Labre” “al bisogno di cibo soddisfaceva con duri frusti di pane, e con erbe gittate per la via, alla sete con l’acqua; né mai dalla carità altrui, o dalla carità altrui, o dalle preghiere si lasciò indurre usare più larga e salubre refezione.

 

  1. Il Rione Monti.

 

  1. Chiesa di Santa Maria ai Monti (Via dei Madonna ai Monti 41)

 

  1. Cappella Oblate Apostole “Pro Sanctitate” Via dei Serpenti 2

Le ultime tappe del suo Pellegrinaggio sono comprese nelle strade animate di questo rione storico che vedevano passare il Santo; spesso “macilento com’era e squallido, se talvolta veniva fastidiosamente rigettato o schernito ed insultato dalla procace plebaglia, non solo non risentivasi, ma anzi tranquillo e lieto riceveva ogni ludribio e ogni ingiuria” (ibdem Card. Macchi).

Si recava spessissimo nella Chiesa della Madonna ai Monti per la recita delle Litanie davanti all’immagine miracolosa della Vergine. La sua preghiera iniziava fin dalle prime ore della mattina e, inginocchiato presso l’altare maggiore “con gli occhi fissamente a Maria rivolti, parea che si liquefacesse in santo amore, né potea trattenere gli affetti interni senza esprimere il suo amore. […]Chiunque miravalo perovava compunzione, e tenerezza. Molti portavansi a bella posta in detta chiesa, e fatta una breve adorazione al Divin Sacramento, si mettevan di proposito ad osservarlo, destandosi ne’ loro cuori affetti di compunzione e devozione nel mirarlo così innamorato e devoto di Maria Santissima”.

Conviene indugiare ad entrare nella chiesa e fermare l’attenzione sui pochi gradoni esterni, qui il 16 aprile del 1789 il cencioso mendicante ( per tacere della fauna che viveva sul suo corpo!) tante volte rincorso con frizzi e lazzi, – ma che destava un’inquietudine misteriosa a chi l’avvicinava-, vissuto fra mille stenti, dopo aver percorso –si è calcolato-circa 30.000 chilometri di pellegrinaggi, si accasciò esanime su quei gradini. Era un mercoledì Santo.

 

(http://www.pellegriniaroma.org/pellegrinaggi-cittadini-urbani-roma/san-benedetto-giuseppe-labre-pellegrinaggio-roma/)

 

TESTI SU SAN BENEDETTO GIUSEPPE LABRE:

http://www.30giorni.it/articoli_id_14777_l1.htm

Il Santo pellegrino

Roma, 30 aprile 1783. Nel silenzio del suo studio privato, il cardinale De Bernis, ambasciatore di sua maestà il re di Francia presso lo Stato Pontificio, è intento a redigere una nota informativa da inviare a Versailles al conte di Vergennes, ministro degli Esteri: «Noi abbiamo qui, dal 16 di questo mese, in una chiesa di questa città, uno spettacolo che edifica gli uni, e scandalizza gli altri…». Negli stessi giorni, il Diario Romano, il famoso periodico dell’epoca fondato da Giovanni Chracas, a questo proposito, annota: «Muore il 16 aprile 1783 Benedetto Giuseppe Labre, nato ad Amettes, parrocchia di San Sulpizio, diocesi di Boulogne. Si è sentito male mentre pregava nella chiesa della Madonna dei Monti e poco dopo, benché soccorso da alcuni fedeli, è morto. Esposto nella detta chiesa, viene sepolto il 20 in un cavo appositamente fatto a cornu epistolae dell’altar maggiore, fra la venerazione di tutto il popolo romano». Si trattava di un pellegrino, un francese di 35 anni. Viveva della carità di un pio sacerdote, l’abate Mancini, che lo aveva raccolto una sera tra gli archi del Colosseo e lo aveva convinto a prendere alloggio in uno di quegli ospizi che offrivano asilo ai molti vagabondi che affollavano le strade di Roma, accanto alla chiesa di San Martino ai Monti. Perché dunque tanto clamore per questo «Labre o Labré nativo di un villaggio della diocesi di Boulogne», antico novizio della abbazia di Sept-Fonts? Una manovra dei Gesuiti, annota il De Bernis. Essi avevano tolto quello sconosciuto dall’oscurità. «Al momento del suo decesso» scrive il cardinale «la voce della sua santità si diffuse in un istante e universalmente in questa capitale, ciò che sembrerebbe provare che il partito qui dominante – che è quello dei Gesuiti – avrebbe gettato gli occhi su questo pio mendicante per trarne vantaggio secondo le sue mire. Si può presumere che questa pia commedia non finirà così presto…».
Davvero i Gesuiti, soppressi pochi anni prima, nel 1774, da Clemente XIV su pressione delle corti di mezza Europa, potevano aver inscenato quella «pia commedia»? Il fine diplomatico non riusciva a spiegarsi quel concorso di folla venuta a onorare uno “straccione”, un suo ignoto connazionale che aveva trascorso la vita sulle strade, visitando continuamente chiese e santuari, sempre in viaggio tra Roma e Loreto, così scrupoloso nell’osservanza dei doveri religiosi da cadere in sospetto di giansenismo. Eppure, in quegli stessi giorni, il 3 maggio, un medico di Roma riportava anch’egli in una lettera alla sorella, religiosa al Carmelo di Cavaillon in Francia, una versione ben diversa dei fatti: «I muti parlano, i ciechi vedono, i paralitici e gli idropici sono immediatamente guariti. Domenica scorsa una povera donna idropica fu guarita sulla stessa pietra che copre la tomba. Gli increduli, come gli altri, si commuovono fino alle lacrime. Nessuno qui ha mai visto nulla di simile. Ma ci vuole una fortissima sorveglianza per fermare il popolo».
Alla sua morte era accaduto, in effetti, qualcosa di inaudito. Neppure ai funerali di Filippo Neri si ricordava una simile partecipazione di popolo. Erano così abituati a vederlo nelle chiese più disparate, in ginocchio per ore davanti al Santissimo Sacramento, dovunque si celebrassero le Quarantore, ma Benoît-Joseph, questo il suo nome di battesimo, conduceva in fondo una vita sconosciuta ai più, e il suo carattere schivo accentuava questo isolamento. Tutto ciò non spiegava il travolgente concorso di folla di quei giorni.
Il mattino del mercoledì santo, 16 aprile 1783, giorno della sua morte, Benedetto era riuscito a stento, fiaccato nel corpo, a trascinarsi dall’ospizio Mancini alla chiesa di Santa Maria ai Monti per ascoltare il racconto della Passione. I monticiani che lo videro così pallido credettero che sarebbe spirato durante la lettura. Benedetto si accasciò invece sulle scale della chiesa, e fu portato in casa del macellaio Zaccarelli, che abitava in via dei Serpenti e conosceva bene il pellegrino. Lì, nell’ora del Vespro, dopo aver ricevuto l’estrema unzione, Benedetto spirò.

«Avvenne morte sì preziosa» scrive il Coltraro, autore di una biografia del santo, «alli 16 aprile giorno del mercoledì santo dell’anno 1783, nella età di anni 35, giorni 21 ed in quel punto stesso in cui cominciarono tutte le campane di Roma a dare il segno di recitarsi la Salve Regina, ed altre brevi preci, ordinate dal sommo pontefice Pio VI di santa memoria per muovere la Santissima Vergine ad interporsi presso Dio, perché si degnasse mettere in calma la nave di san Pietro ondeggiante nelle presenti tempeste»

(Vita di san Benedetto Giuseppe Labre scritta dal padre Anton Maria Coltraro, riprodotta con note ed aggiunte per cura della postulazione della causa, Roma 1881, p. 302).

 

«Il povero delle Quarantore»

Di quel che seguì vale la pena ascoltare il racconto che ha steso Agnes De La Gorce, in una delle più famose biografie di Labre: «L’alba del giovedì santo si levò su Roma. Nelle strade affluivano i bambini. Uscivano da tutte le bicocche, da ogni abituro e pullulavano come i gatti, gridando: “Il santo è morto”. Erano quei bambini forse che alla vigilia sulla piazza Traiana avevano insultato il mendicante, loro zimbello e vittima. I pesciaioli annunciavano ai passanti la morte del santo. Quale santo? Ma “il pellegrino della Madonna”, “il povero delle Quarantore”, “il penitente del Colosseo”, “il nuovo sant’Alessio”, “Benedetto, il santo francese!”. In via dei Serpenti un’ovazione saliva sempre più forte: beato lui! Beato. Zaccarelli vuotò la bisaccia del povero e inventariava il suo contenuto. Beato lui! Il clamore diventava minaccioso. I devoti invadevano la camera mortuaria. Egli metteva prudentemente in fila la biblioteca del pellegrino: un breviario molto rovinato, l’Imitazione di Cristo in latino, il Memoriale della vita cristiana del domenicano Louis de Grenade, il trattato spirituale del certosino Jean Juste Lanspergio intitolato Epistola di Gesù Cristo alle anime fedeli, un Esercizio della Via Crucis, l’Ufficio dei sette dolori della Vergine. Poi delle immagini: il Bambino dell’Ara Coeli, la Vergine di Loreto, il Salvatore che porta la croce, delle preghiere manoscritte significative: un’orazione in cui il cristiano offre all’Eterno Padre il sangue di Cristo, gli atti di fede, di speranza e di carità copiati quattro volte dal penitente in un giorno di desolazione spirituale. C’erano anche delle monete d’argento e di rame, un almanacco strappato, delle bucce d’arancio e di limone, delle croste di pane indurite. […] La folla non acclamava soltanto Benedetto ma la famiglia Zaccarelli: “Beati voi che avete un santo! Beati voi che possedete un tesoro!”. Questi privilegiati si occupavano di ripulire le reliquie di Benedetto. I confratelli di Nostra Signora della Neve abbigliarono il morto con il loro abito bianco. Il suo volto, finalmente lavato, riposava in pace. Si racconta che le religiose Maestre Pie venute da Sant’Agata dei Goti, inginocchiate davanti al giaciglio, non ebbero la forza di recitare il De Profundis, ma intonarono il Gloria Patri. Verso sera i confratelli di Nostra Signora della Neve trasportarono alla Madonna dei Monti la gracile spoglia. Il quartiere si eccitava del suo proprio entusiasmo. Il santo, ecco il santo! Gli applausi crepitavano come al teatro. […] Zaccarelli ottenne, non senza pena, che si interrasse il povero alla Madonna dei Monti, suo santuario preferito, mentre due parrocchie, San Salvatore ai Monti e San Martino ai Monti rivendicavano i loro diritti su quel cadavere. La casa dove era morto dipendeva dall’una, l’ospizio Mancini dall’altra. Ma i devoti della Madonna dei Monti e di Benedetto, il santo francese, seppero imporre la loro volontà. […] In questo giovedì santo 1783 davanti alla Madonna dei Monti dei bottegai, somiglianti a banditi di commedia, facevano la guardia al loro patrono, il mendicante Benedetto, contro un possibile rapimento. Essi nascondevano un’arma nelle pieghe della cintura e se ci fosse stato bisogno avrebbero versato il sangue. Ma il corteo funebre entrò pacificamente in chiesa. Il santo, ecco il santo… Dalla sera del giovedì santo fino alla domenica di Pasqua la salma del mendicante fu esposta alla Madonna dei Monti […]. I soldati corsi che montavano la guardia alle porte di Roma furono chiamati dalla loro vicina caserma per assicurare il difficile servizio d’ordine e ricorsero alle bastonate. Beato lui! Beato lui! Altre grida presto si levarono: grazia, grazia! Delle creature scapigliate aiutate da uomini dall’aspetto patibolare, spingevano la barella di un malato» (Agnes De La Gorce, Un povero che trovò la gioia, Parigi 1936, tr. it. Ed. Pro Sanctitate, 1992, pp. 208-211, passim).

Quell’anno alla Madonna dei Monti non fu possibile celebrare i riti della settimana santa. I pellegrinaggi si susseguivano e cresceva il numero dei miracoli. Al 30 luglio ne erano stati accertati 136. Il cardinale De Bernis, chiuso nel suo studio, continuava a dettare le sue note per il conte di Vergennes: «Non c’è più dubbio» scriveva il 4 giugno «che il partito dei Gesuiti a Roma sia il motivo dello scalpore che qui continuano a fare gli innumerevoli miracoli che vengono attribuiti al mendicante Benoît-Joseph Labre della diocesi di Boulogne-sur-Mer». Quando l’entusiasmo, dopo tre mesi, inizia a scemare, il De Bernis ha pronta una nuova interpretazione: «Questo sospetto di giansenismo» scriveva il 29 luglio «comincia a raffreddare molto l’entusiasmo del partito gesuitico fautore ed ammiratore della santità e dei pretesi miracoli di questo mendicante francese, la folla alla sua tomba diminuisce ogni giorno. Senza dubbio si lascerà che questo resto di fanatismo si spenga da sé per non essere obbligati a confessare di essersi grossolanamente ingannati. […] Questa storia finirà, verosimilmente, come avevo previsto, e cioè con un gran ridicolo, aumentato forse poi dal fatto che il partito giansenista potrebbe rivendicare i miracoli di uno dei suoi proseliti subito dopo che il partito gesuitico lo avrà totalmente abbandonato. Niente è impossibile in materia di fanatismo, ma la religione soffre e diventa spregevole agli occhi degli eretici e degli increduli». Ma intanto, la fama di Benedetto superava le Alpi per giungere fin nel villaggio di Amettes, nell’Artois, da cui era partito quattordici anni prima per non tornarvi più.

«Seguite le ispirazioni della grazia»

Benoît-Joseph Labre era nato laggiù, nella Francia degli anni precedenti la Rivoluzione, il 26 marzo 1748. Dopo i primi anni trascorsi in famiglia, si era trasferito presso uno zio sacerdote, parroco del piccolo borgo di Erin, vicino al paese natale. Presso di lui iniziò una formazione che, nelle intenzioni della famiglia, lo avrebbe dovuto condurre tra le file del clero secolare. A quegli anni risalgono lo studio del latino e delle Scritture, le letture nella biblioteca dello zio che lo porteranno a maturare una vocazione monastica mai realizzata. Tra di esse i sermoni del padre Le Jeune detto il Cieco, un oratoriano del secolo precedente, austero fino ai limiti della durezza. Benedetto ne aveva ricavato un’impressione fortissima, che lo spinse a cercare una forma di vita religiosa il più possibile lontana dal mondo. E aveva sognato di entrare nella Trappa, nonostante le perplessità dello zio e lo sconcerto della famiglia, che cercavano di dissuaderlo. Ma il vecchio parroco di Erin era venuto a mancare nell’agosto del 1766, vittima della carità che lo portò a prodigarsi per alleviare le pene dei parrocchiani, investiti da un’epidemia di tifo. Benedetto si sentì allora libero di tentare la via di quella che credeva essere la sua vocazione. Ma da quel momento una serie di insuccessi frustreranno le speranze dell’aspirante monaco. I suoi tentativi di essere accettato nei monasteri della regione vanno a vuoto. Troppo giovane, troppo scrupoloso, ripetono gli abati. Finché, il 12 agosto 1769 parte per la Certosa di Montreuil-sur-Mer dove questa volta è ammesso senza difficoltà. Ma in capo a un mese questo nuovo assaggio di vita monastica è ancora uno scacco. Il priore sentenzia senza mezzi termini: «Via, la Provvidenza non vi chiama nel nostro istituto, seguite le ispirazioni della grazia».
Scrisse ai suoi parenti il giorno stesso della partenza dal monastero, 2 ottobre 1769: «Mio carissimo padre e mia carissima madre. Vi informo che non avendomi i Certosini giudicato adatto alla loro condizione, io ne sono uscito il due di ottobre; io considero la cosa come un ordine della Divina Provvidenza che mi chiama ad uno stato più perfetto, essi stessi hanno detto che era la mano di Dio che mi ritirava da loro. Dunque, mi incammino verso la Trappa, questo luogo che desidero tanto, e da tanto tempo. Vi domando perdono di tutte le disobbedienze e di tutte le pene che vi ho causato. Vi prego caldamente l’uno e l’altra di darmi la vostra benedizione affinché il Signore mi accompagni. Io pregherò il buon Dio per voi, tutti i giorni della mia vita, soprattutto non vi preoccupate per me. Anche se avessi voluto restarvi, non mi avrebbero ricevuto, per questo mi rallegro molto, perché vedo che l’Onnipotente mi guida. Non affliggetevi perché sono uscito dai Certosini, non vi è permesso di resistere alla volontà di Dio che così ha disposto per il mio più gran bene e per la mia salvezza. Vi prego di fare i miei auguri ai miei fratelli e sorelle. Accordatemi la vostra benedizione, non vi darò più alcuna pena, il buon Dio che ho ricevuto prima di uscire mi assisterà e mi condurrà nell’impresa che Lui stesso mi ha ispirata. Io avrò sempre il suo timore davanti agli occhi e il suo amore nel cuore. Spero molto di esser ricevuto alla Trappa; in ogni caso mi assicurano che l’ordine di Sept-Fonts non è tanto duro e si è ricevuti anche se molto giovani. Ho l’onore di essere, con profondo rispetto, vostro umilissimo servitore. Montreuil, 2 ottobre 1769. Benoît-Joseph Labre».

 

«Bisogna andare a servire»

Benedetto uscirà così per sempre dal monastero, incerto e confuso. Si ricordò allora di un’espressione ricorrente nel linguaggio del popolo dell’Artois, la sua terra natale: «Bisogna andare a servire», cioè bisogna intraprendere un pellegrinaggio. Se la terra non produceva frutti, i contadini del suo paese “andavano a servire” Nostra Signora Dispensiera di pane, nel santuario del borgo di Aire, dove un tempo la Vergine aveva miracolosamente nutrito il popolo in tempo di fame. E se qualcuno soffriva di febbre si “andava a servire” santa Isberga, sorella di Carlo Magno, nel santuario eretto in suo onore. Così Benedetto, per fare luce sulla strada che Dio aveva in serbo per lui, prese una risoluzione: «Bisogna andare a servire a Roma, alla tomba degli apostoli». E prese la via dell’Italia. In capo a tre giorni la febbre scomparve. Ancora non sapeva che Dio aveva in serbo per lui proprio la strada, per fare di lui il pellegrino, l’homo viator per eccellenza. Dal Piemonte scrisse la sua ultima lettera ai genitori, datata 31 agosto 1770: «Mio carissimo padre, mia carissima madre. Voi avete saputo che sono uscito dall’abbazia di Sept-Fonts e senza dubbio siete in pena di sapere quale strada io ho preso da allora, e quale stato di vita io desidero abbracciare. È per fare il mio dovere e togliervi dall’inquietudine che vi scrivo la presente, dunque vi dirò che sono uscito da Sept-Fonts il 2 di luglio; avevo ancora la febbre quando sono partito, e la febbre mi ha lasciato al quarto giorno di cammino, e ho preso la via di Roma. Adesso sono quasi a mezza strada. […] Non vi preoccupate per me, io non mancherò di mandarvi mie notizie, vorrei molto averne di vostre e dei miei fratelli e sorelle, ma questo non è possibile adesso perché non sto fisso in un luogo. Non mancherò di pregare Dio per voi ogni giorno, vi chiedo perdono di tutte le pene che posso avervi procurato e vi prego di accordarmi le vostre benedizioni affinché Dio benedica i miei progetti. È per ordine della Provvidenza che ho intrapreso questo viaggio…».
Benoît-Joseph Labre si trovò da allora a viaggiare continuamente, per fermarsi, negli ultimi anni, a Roma. Timido, senza possedere nulla, immerso nella preghiera, nella assoluta solitudine, tranne che per la compagnia dei santi che visitava nei santuari, e per l’adorazione dell’Eucaristia presente nelle chiese, iniziò una vita di pellegrino che lo porterà in giro per l’Europa, facendogli percorrere in 14 anni più di 30mila chilometri. Giunse a Roma il 3 dicembre del 1770, passando per Loreto e Assisi. Saranno i santuari che visiterà più di frequente. Da allora li raggiungerà almeno una volta all’anno, fino al 1777, quando si stabilì definitivamente a Roma. Nel 1771 Benedetto partì da Loreto e lungo la costa adriatica giunse fino al monte Gargano per visitare il santuario di San Michele, così caro alla memoria di san Francesco; di lì scese a Bari per venerare la spoglie di san Nicola. Quando aveva pregato davanti al sepolcro di un santo, raccoglieva un po’ di polvere e la poneva in un sacchetto. Non si può dire che fosse un barbone o un vagabondo, né che fosse un mendicante, benché ne avesse tutto l’aspetto; non chiedeva mai l’elemosina tranne una volta, a Bari, per soccorrere dei detenuti che morivano di fame dietro le sbarre. «Allora, per amor loro, lui che fuggiva la folla, lasciò che un circolo di curiosi si formasse intorno a lui come un saltimbanco; erano paesani carichi di olive appena raccolte, donne che tenevano in equilibrio sulla testa un cesto di biancheria, marinai pesciaioli, venditori ambulanti di tipo orientale» (De La Gorce, op. cit., p. 114). Benedetto posò a terra il cappello, mise sul bordo il crocifisso, si inginocchiò e si mise a cantare con la sua bella voce le litanie della Santa Vergine che sapeva a memoria. Passò poi tra le file dei curiosi con il cappello in mano e andò a consegnare il ricavato della questua ai carcerati.

 

Benedetto Giuseppe Labre possedeva un’altra bellezza

Benedetto portava qualcosa che andava al di là del suo misero aspetto e della durezza con cui trattava il suo corpo. Così che i sacerdoti che lo vedevano inginocchiato in fondo alla chiesa sentivano un inspiegabile fervore nel celebrare la messa. E un connazionale, André Bley, pittore di soggetti sacri, lo incontrò un giorno per le vie di Roma e lo supplicò a lungo di posare per lui. Aveva bisogno di un modello per il volto di Cristo. «Questi non era affatto dotato della bellezza suggerita dalle leggi dell’Accademia, ma ne possedeva un’altra» (De La Gorce, op. cit., p. 114).
Roma, le memorie degli apostoli e dei martiri, Loreto, la Santa Casa. Questi saranno i due fuochi attorno ai quali ruoterà la vita di Benedetto. Se ne allontanerà solo per compiere, tra il 1773 e il 1774, il cammino di Compostela e venerare la tomba di san Giacomo, passando per Manresa alla grotta di sant’Ignazio e per Saragozza a rendere omaggio alla Vergine del Pilar. Ovunque sono testimoniate tracce e memorie del suo passaggio, è ricordata la sua carità e gli sono attribuiti miracoli. È di nuovo a Roma il 3 aprile del 1774, qualche mese prima dell’apertura del Giubileo. Clemente XIV muore pochi giorni dopo aver firmato il decreto che scioglie l’ordine dei Gesuiti. Benedetto si reca a San Paolo fuori le Mura a pregare per la Chiesa. Lo ricorda una donna, che aveva intuito la sua santità e lo cercava ogni tanto: «Si chiamava Domenica Bravi e conosceva bene l’uomo che compiangeva. Quando lui alloggiava sotto gli archi del Colosseo, gli portava delle uova fresche e degli aranci. […] Domenica Bravi aveva detto una volta a Benedetto: “Com’è bello conoscere Dio con la fede e amarlo con la carità!”. Quelle parole avevano riempito di gioia il povero. […] La grande campana del Campidoglio aveva annunciato la morte di papa Clemente XIV» (De La Gorce, op. cit., p. 198-199).

 

«Pregate per la Chiesa, la Chiesa di Cristo»

«Si era aperto il conclave per eleggere il successore. Difficile, interminabile, il conclave era durato più di quattro mesi: come sempre la rete di intrighi avviluppava i cardinali rinchiusi in Vaticano, le pasquinate circolavano. Mentre una Roma curiosa e vana si perdeva in congetture, eccitata da questa corsa alla tiara, Benedetto peregrinava di chiesa in chiesa, e Domenica lo incontrava presso San Paolo fuori le Mura. “Benedetto” gli diceva “è un momento grave quello in cui si sceglie un papa. Pregate per la Chiesa, la Chiesa di Cristo”. A queste parole “la Chiesa, la Chiesa di Cristo”, il povero si era trasfigurato. Immobile e triste come un mendicante di pietra, egli raggiungeva l’apice della sua orazione. E Domenica aveva compreso allora – al suo modo di plebea incolta – che tra i grandi personaggi che deliberavano in Vaticano e lo straniero di cui ignorava perfino il cognome, esisteva un legame essenziale, indistruttibile. La Chiesa, la Chiesa di Cristo, riposava su questo anacoreta» (De La Gorce, op. cit., p. 198-199).
Benedetto aveva scelto il Colosseo come dimora, dormendo sotto il 43° arco, alla V stazione della Via Crucis: forse non a caso, quella in cui Simone di Cirene aiuta Gesù a portare la croce. La giornata era scandita dai gesti della preghiera e dalle strade di Roma, che lo portavano giorno dopo giorno a scegliere i luoghi più cari alla fede del popolo. Come testimoniò un sacerdote che lo conosceva bene, padre Francesco Fraja: «Ordinariamente lo vedevo andare alla Chiesa dei Santi Apostoli il lunedì, dove vi si dava la benedizione del Santissimo Sacramento; il martedì mattina a quella di San Cosma e San Damiano, la sera alla Madonna di Loreto ai Fori Romani; il mercoledì pomeriggio andava a quella del Santissimo Nome di Maria, presso la colonna Traiana; il giovedì e il sabato sera, alla Madonna dei Monti; il venerdì a volte a Sant’Agata di Monti; e la domenica a Santa Maria in Campo Carleo». Una volta, l’anziano gesuita gli si era inginocchiato davanti, e quando vide che Benedetto tremava di sconcerto e di confusione, gli aveva detto che venerava Cristo nella persona del povero.

Accanto a questo amore per l’Eucaristia, tanto che fu definito “il povero delle Quarantore”, trovava spazio la devozione alla Vergine Maria. Nel suo peregrinare raggiunge molti santuari mariani; a Roma si ferma volentieri nelle chiese dedicate alla Madonna e il suo confessore, padre Marconi, dice che prediligeva la chiesa di Santa Maria Maggiore e quella di Santa Maria ai Monti. «A qual grado salisse questa tenerissima filiale devozione verso la Vergine nel nostro Benedetto Giuseppe non è facile a ridirsi… Bastava vederlo genuflesso avanti ai suoi altari per vederne gli interni trasporti di tenerezza verso di Lei, scorgendosi dagli occhi, che di tanto in tanto alcun poco apriva, gli interni sentimenti del suo spirito, come io stesso con mia grande edificazione ho osservato, e come è noto ad una grande moltitudine di testimoni, che lo hanno veduto nelle chiese dedicate a Maria Santissima e specialmente in quelle ove si venerano le sue immagini più insigni» (P. Marconi, Ragguaglio della vita del Servo di Dio Benedetto Giuseppe Labre, pp. 226-227).
Gli ultimi giorni della sua vita furono proprio quelli della settimana santa. Domenica Bravi lo incontrò la domenica delle Palme, mentre si trascinava a stento sulla spianata deserta che da San Giovanni in Laterano portava verso Santa Croce, per venerare le reliquie della Passione. Era l’ultima volta che lo vedeva.
La sera del mercoledì santo «a Loreto, Gaudenzio e Barbara Sori» che spesso avevano alloggiato Benedetto nei suoi pellegrinaggi «spiavano l’arrivo del pellegrino. Non era quella la stagione dei suoi viaggi? Ma il loro piccolo Giuseppe, disse: “Benedetto non verrà più, sta morendo”. Né Gaudenzio né Barbara dettero importanza a questo divagare infantile. I loro sguardi scrutavano la strada caduta nell’ombra. “Benedetto muore, è morto” ripeteva il bambino. Questa volta il piccolo Giuseppe si prese un rabbuffo. Tuttavia quando, divenuto improvvisamente più grave per la sua età, aggiunse: “Benedetto è entrato in paradiso, il cuore me lo dice”, Gaudenzio e Barbara non lo rimproverarono più, ma rifletterono e piansero» (De La Gorce, op. cit., p. 208).

 

«…il puro effetto della grazia»

Qualche mese dopo la sua morte, tutta l’Europa cristiana sapeva già che Benedetto Labre era un santo. Fu beatificato il 20 maggio 1860 da Pio IX e canonizzato l’8 dicembre 1881 da Leone XIII.
I suoi genitori furono chiamati a testimoniare al processo di beatificazione, apertosi a solo un anno dalla morte. Intanto ad Amettes continuavano a giungere pellegrini. Da uno di questi la mamma di Benedetto, Anne-Barbe, seppe che a Loreto la famiglia Sori aveva spesso alloggiato suo figlio sfinito e tremante di freddo. Ed inviò una lettera di ringraziamento: «Signora, non dimenticheremo mai tutto quello che avete fatto per il nostro caro figlio Benoît-Joseph al momento dei suoi pellegrinaggi a Loreto. Voi mi dite che per me è consolante di aver dato la vita a questo figlio e ne convengo con voi, signora, ma ho motivo di inorgoglirmene? Affatto. Io riconosco umilmente che un padre e una madre non sono che i vili strumenti di cui Dio si serve per dare la vita fisica ai loro figli. Per questo se Benoît-Joseph, il nostro caro figlio, si è santificato sulla terra con la pratica dell’umiltà e di altre virtù cristiane, io confesso candidamente che la condotta o piuttosto la vita edificante ch’egli ha condotto fin dall’infanzia era il puro effetto della grazia e per conseguenza, solo il lavoro dello Spirito Santo: perciò ogni giorno ne benedico il Signore e lo prego costantemente di volervi concedere con abbondanza gli stessi aiuti per arrivare un giorno allo stesso fine».

Paul Verlaine e la canonizzazione di Labre

L’8 dicembre 1881, giorno della canonizzazione di Benedetto Giuseppe Labre,
il poeta francese Paul Verlaine, che si era recato in pellegrinaggio ad Amettes nel 1877, compose questo sonetto
in onore del nuovo santo. Il componimento fu poi pubblicato nella raccolta Amour del 1888.

 

Comme l’Église est bonne en ce siècle de haine,
D’orgueil et d’avarice et de tous les péchés,
D’exalter aujourd’hui le caché des cachés,
Le doux entre les doux à l’ignorance humaine

Et le mortifié sans paix que la Foi mène,
Saignant de pénitence et blanc d’extase, chez
Les peuples et les saints, qui, tous sens détachés,
Fit de la Pauvreté son épouse et sa reine,

Comme un autre Alexis, comme un autre François,
Et fut le Pauvre affreux, angélique, à la fois
Pratiquant la douceur, l’horreur de l’Évangile!

Et pour montrer ainsi au monde
qu’il a tort
Et que les pieds crus d’or
et d’argent sont d’argile,
Comme l’Église est tendre
et que Jésus est fort !

San Benedetto Giuseppe Labre
(Giorno della canonizzazione)

Come è buona la Chiesa in questo secolo di odio,
d’orgoglio e d’avarizia e di tutti i peccati,
a esaltare oggi il nascosto fra i nascosti,
il dolce fra i dolci dinanzi all’ignoranza umana

e il mortificato senza requie che la Fede conduce,
livido di penitenza e bianco d’estasi,
fra i popoli e i santi, che, libero dai sensi,
fece di Povertà la sua sposa e la sua regina

come un altro Alessio, come un altro Francesco,
e fu il Povero obbrobrioso e angelico, che del Vangelo
praticò insieme la dolcezza e lo scandalo!

E per mostrare così al mondo
che esso ha torto
e che i piedi, creduti d’oro e
d’argento, sono d’argilla,
come è piena di tenerezza la
Chiesa, e quanto Gesù è forte!

 

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PREGHIERA

Padre Santo, ti lodiamo e ti ringraziamo per averci dato in San Benedetto Giuseppe Labre, un’icona vivente del tuo Figlio Gesù Cristo. Tu hai messo nel suo cuore l’inquietudine della ricerca della tua volontà e lui, pieno di fiducia nel tuo amore, percorse questa vita come il santo viaggio verso il santuario celeste. Durante il cammino indossò l’abito dell’umiltà del tuo Figlio Gesù Cristo che da ricco si fece povero assumendo la nostra fragilità. La luce della tua Parola ha rischiarato le notti della sua solitudine e il mormorio della preghiera gli ha dato la forza per arrivare alla meta. Pellegrino dell’Assoluto, ha imparato fare della Chiesa la sua Santa Casa, il luogo dove ha adorato l’Eucaristica presenza e dove ministri della Tua misericordia Io hanno unto con l’olio della consolazione. La Madre Santa, Maria, lo circondò di tenerezza e pian piano impresse in lui la carità del Figlio Gesù Cristo. Ti preghiamo, nel nome di Gesù, donaci un cuore di fuoco che bruci d’amore per te, un cuore pieno di tenerezza e compassione specialmente per i nostri fratelli più poveri e un cuore forte e rigoroso impenetrabile al male. Amen.

San Benedetto Giuseppe Labre aiuta con la tua intercessione la nostra preghiera. Amen.

+ Giuseppe Marciante – Acireale, mar. 2017 (vescovo di Cefalù)

SANTA TERESA DI LISIEUX  (Brano tratto dal libro “Come ci vedono dall’aldilà – cronache di un vagabondo veggente” di Pier Angelo Piai p.37)

SANTA TERESA DI LISIEUX DIALOGA CON LUCA DALL’ALDILÀ

(Brano tratto dal libro “Come ci vedono dall’aldilà – cronache di un vagabondo veggente” di Pier Angelo Piai p.37)

 

Era stata faticosa quella prima giornata di ottobre per Luca. Prima del Vespro si ritirò nella sua cella e cominciò a leggere alcuni brani della “Storia di un’Anima”, I’autobiografia di Santa Teresa di Lisieux che non abbandonava mai. Ricorreva la sua festa e voleva onorarla riflettendo sul suo messaggio.

Improvvisamente un’insolita armonia lo distolse da quella lettura. Non capiva da dove provenisse. Poi intravide un lunghissimo corteo di candide anime giubilanti che avanzava da nubi luminose.

Dall’armonioso corteo si staccò improvvisamente una bambina che si avvicinò a Luca continuando a disseminare petali di rosa lungo il suo cammino. Il suo volto infantile era radiante ed in esso il veggente riconobbe subito quello di Teresina di Lisieux.

– Sei proprio tu? – esclamò sbalordito – La “Santa delle rose” ?

– Sì Luca. Sono io. Quella che vedi è l’immagine più corrispondente al mio animo: sono la bambina del Padre Creatore che cosi mi ha predestinata per sua grazia.

– Teresina … da quando cominciai a leggere “Storia di un’anima ” capii subito che tu saresti stata il mio angelo custode. Non avrei mai pensato che la piccola via che tu suggeristi avrebbe potuto condurre nelle alte vette della contemplazione!

– Iddio, nella sua infinita misericordia, m’ha destinata a spianare la strada ai numerosi piccoli che come te non avrebbero mai potuto intraprendere la difficilissima via della croce. Sì … la santità non è un privilegio di pochi! Ogni uomo è destinato ad essere santo. “Siate perfetti … come perfetto è il Padre mio che è nei cieli”!

– Provo una gioia immensa nel vederti così glorificata…

– La mia unica preoccupazione è stata la volontà del mio Signore e la mia vera attività spirituale consisteva nel desiderare la salvezza delle anime.

– Teresina … leggo spesso i tuoi manoscritti che mi aiutano a capire certe cose pratiche della vita spirituale. Tu fin dall’infanzia sentivi chiaramente che Iddio ti chiamava al monastero. Aiutami a capire qual’è la mia chiamata…vorrei tanto essere convinto come lo eri tu…

– Luca … non credere che il monastero sia stato per me un luogo di delizie terrene. Dio solo sa quello che ho sofferto. Ma io desideravo proprio soffrire

per poter amare meglio il mio sposo…

– Perdonami le mie domande insensate, ma ho tanto bisogno di luce! Spesso il monastero mi sembra un luogo cosi inutile … un rifugio per chi è debole e

non sa affrontare le realtà della vita… ma poi mi ravvedo… soprattutto quando leggo i tuoi manoscritti!

– Quale utilità ha avuto per la tua salvezza?

– Enorme, Luca, enorme. vedi … lo sono stata allevata in una famiglia che mi poneva sempre al centro dell’attenzione e tutti i familiari avevano mille

riguardi nei miei confronti. Ero vezzeggiata e amata, soprattutto dopo l’entrata in monastero della mia sorellina Maria. Ebbi la grande grazia, durante una grave malattia, di ricevere il sorriso della Madonna e guarii miracolosamente. Da allora sono sempre stata assillata dal desiderio di piacere al mio buon Padre e ho subito pensato al monastero come palestra spirituale. In quel luogo il mio unico pensiero era rivolto solo alla Fonte delia santità.

Non credere che io vivessi come un angelo incorporeo … sono sempre stata terribilmente tentata contro la fede e le mie consolazioni spirituali erano ben

poche. Spesso mi chiedevo: mi sono privata delle consolazioni famigliari ed ora non ho neanche quelle spirituali … c’era da impazzire! Ma non ho mai

desiderato di uscire da quella situazione perchè sapevo che il Regno dei Cieli è fatto per i “violenti” e che solo abbracciando la croce si può diventare

fratelli di colui che I’ha subita per amore nostro!

– Ma … come hai potuto superare momenti cosi terribili?

– Lo Spirito non abbandona mai colui che lo serve e al momento opportuno concede sempre le luci necessarie per superare i momenti più bui! Mi rendevo conto di essere piccola e fragile. Ma mi sosteneva la coscienza dell’infinito amore misericordioso del Signore. Nulla di ciò che esiste è inutile: Dio ha creato il leone e I’agnello, la balena e il pesciolino. In un prato coesistono i gigli e i tulipani ma anche le umili pratoline … mi sentivo una pratolina che il buon Creatore non disdegnava di guardare. Se I’amore di Dio è infinito, inimmaginabile, fuori dalia nostra percezione, allora nulla di-sprezza di ciò che ha creato. E allora ho cominciato ad accettare la mia piccolezza e gli ho offerto tutta la mia fragilità.

– Sono cose molto belle, sublimi … ma … il loro pericolo consiste nel bloccare I’azione … nell’adagiarsi …

– Oh … non in questo senso … no … Lo Spirito mi poneva di fronte alla realtà, alla mia personale realtà. Ognuno deve conoscere i suoi reali limiti. Quante volte mi contristavo per questo … e quanti scrupoli mi assillavano! Avreivoluto imitare la mie sorelle missionarie e tutte coloro che operavano in giro per il mondo. Ma intuivo che il mio posto era lì … nel cuore della Chiesa! Come in un corpo tutti gli organi hanno la loro funzione, nel corpo della Chiesa mi sentivo una fibra del suo cuore. La mia vocazione era I’amore nascosto soltanto agli occhi del mondo e a me stessa. Desideravo amare Dio soltanto e tutti in Lui. E per lui avrei accettato qualsiasi situazione rinunciando alla grande platea del mondo piena di insidie mortali per il mio fragile spirito. E alla fine della mia breve vita riuscii ad entrare in questo dolce abbandono. Dio misericordioso mi ha presa tra le braccia e mi ha posta dove

ha creduto opportuno mettermi. Non potevo avere paura di Colui che amavo più di me stessa. Ora sono infinitamente ricambiata. Tu sapessi quanta beatitudine procurano le sofferenze terrene … non desideri altro quando esse costituiscono un’ottima occasione per amare il Creatore!

– Quindi … non ti sei mai pentita del monastero! Come vorrei avere i tuoi sentimenti!”

– Ciò che importa è amare, Luca, soltanto amare Dio e il prossimo per lui. Ognuno ama nell’ambiente e nel modo che Dio ha stabilito per lui. Nessuno può e potrà insegnarti come amare se non lo Spirito che è in te. Devi ascoltarlo con cuore puro. “Con le Vergini come le vergini; con i dottori come i Dottori; con i martiri come i martiri, perchè tutti i Santi sono nostri parenti; ma quelli che avranno seguito la via d’infanzia spirituale, manterranno sempre l’incontro della fanciullezza! “

– Capisco bene perché hai scelto come modello Gesù Bambino! Iddio ha voluto attirarti attraverso la via dell’infanzia … beata te! Teresina … potessi essere innocente come te! Ho avuto una vita travagliata e dissoluta e ho perso l’innocenza infantile…

– Vedi Luca. Dio permette infinite vie che conducono a Lui perchè Egli è infinita libertà. La sua misericordia mi ha evitato i grossi pericoli del peccato, mi ha collocata su un’altra via non meno dolorosa. Il mio martirio consisteva nel vincere in me i piccoli difetti senza che nessuno se ne accorgesse. E non credere: il monastero è stato un luogo di incomprensioni continue. Lì ho imparato a capire che il giudizio degli uomini è relativo perchè i miei difetti venivano scambiati per virtù e le mie virtù per difetti! Quello che scrissi nella mia povera biografia corrisponde al vero: non ero

capace di mentire ad alcuno! Cercavo di mettere in pratica i consigli evangelici attraverso piccole cose e piccoli servizi che effettuavo alle mie sorelle,

ma di nascosto. Credimi, non avrei voluto che nemmeno il Signore li vedesse! E senza volerlo entrai nel cuore dell’amore puro: non amavo né per essere riamata o ammirata, e nemmeno per meritarmi il Paradiso. L’amore divenne in me spontaneo e istintivo…

– Come si fa ad amare in modo spontaneo ed istintivo? lo mi ritrovo imbevuto di egoismo. Ogni azione, ogni pensiero è in me inquinato da egoismo ed orgoglio. Desidero avere una purezza che la mia stessa umanità non potrà mai accettare e sento che la mia vita è una continua contraddizione!

Rivelami il tuo segreto, Teresina, il segreto della tua infanzia spirituale e te ne sarò grato!

– Il mio segreto è stato I’abbandono coraggioso, caro Luca … nient’altro che I’abbandono in Colui che ci ha amati per primo. A un certo punto della mia

vita spirituale mi sono detta: se il mio buon Dio mi ha messa al mondo così come sono, avrà i suoi motivi considerato il fatto che Egli nulla crea a caso.

Leggevo spesso la Sacra Scrittura e ho colto in Isaia: “…nell’abbandono confidente sta la vostra forza ” (Is. 30,15).

Dio non può mentire e allora ha cominciato ad osare e a presentarmi innanzi a Lui con tutta la mia piccolezza, i miei piccoli sacrifici e tutti i miei nonnulla. Colui che “porta gli agnelli sul seno e conduce pian piano le pecore madri” (Is. 40,11), non poteva disdegnare i miei doni essendo l’umiltà l’essenza dell’amore. “I miei bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati” (Is.66,12). In questo modo ho rapito il Creatore: abbandonando tutto a Lui nella confidenza più ardita ho trovato la mia felicità.

– Perdonami Teresina. Tu parli di abbandono e hai ragione. Ma anch’esso è difficile! … necessita tanta fede soprattutto nei momenti più bui!

– Egli stesso ti dona la fede e il coraggio di abbandonarti: basta invocarlo con tutto ii cuore. Egli è lì che attende ogni palpito del tuo cuore perchè ti ama

infinitamente. La carità, in fondo, è un effetto della Fonte di ogni puro amore. Egli è la vera causa e tu ami perchè Egli ti ama per primo. Contemplandolo nella sua vita terrena (leggendo spesso i Vangeli) gradualmente desideri imitarlo e Lui ti assimila nel suo Amore. In Lui, con il suo esempio potrai amare la vita ed il prossimo. L’amore, in fondo, diventa perfetto quando non si pensa più solo a se stessi, come Egli non ha mai pensato a se stesso nella sua travagliata vita terrena ma, per obbedire al Padre, si è offerto a tutti gli uomini generosamente.

– Mi suggerisci, allora, di dedicare il mio tempo libero alla preghiera. Ma così facendo ho sempre paura di trascurare il mio prossimo. Vedi come vivo!

Potessi trovare un equilibrio!

– Se non è il Signore stesso a costruire la casa, invano si affaticano quelli che la costruiscono. “Tutti i discorsi più belli dei più grandi santi sarebbero

incapaci di far scaturire un solo atto d’amore da un cuore che Gesù non avesse in suo possesso.” Lo scrissi in una accorata letterina a mia sorella Celina (p.597). Gesù si serve di tutti i mezzi, le creature sono tutte al suo servizio ed egli ama utilizzarle durante la notte della vita allo scopo di nascondere la sua presenza adorabile. Quando preghi sinceramente Lui ti darà ogni occasione per poterlo megIio servire in umiltà. L’Universo spirituale è costellato di Luci e lo Spirito stesso ti suggerirà le migliori e le più sicure. Tutto può il Signore in colui che osa abbandonarsi al suo cuore.

– Teresina … dimmi … perchè ti ha sempre cosi attratto il monastero? Saresti potuta diventare una Santa anche nella via più comune, nella famiglia.

– Il Signore mi voleva tutta per sè e di questo non ho mai avuto alcun dubbio. Il monastero è più impegnativo della stessa famiglia … tu ne sai qualcosa..lì

hai la possibilità di amare nel nascondimento, dove realmente nessuno ti vede e il mondo crede che tu sia completamente inutile. Anch’io, alla fine, mi sentivo completamente inutile, anche nel profondo del mio animo intuivo di essere sulla rotta che Dio voleva io navigassi.

– Perchè amavi quello stato di vita se avevi questa sensazione di inutilità?

– Vedi Luca: ognuno di noi, nella vita terrena, è portato ad agire su di una platea sempre più grande. È la natura stessa, offuscata dal peccato, che costringe l’uomo a cercare consolazioni ed approvazioni. Ogni azione è spesso rinforzata ma anche offuscata dal desiderio inconscio di volerne essere il protagonista. Io ero mossa semplicemente dal fatto di voler compiacere il buon Dio. Dovevo per questo eliminare un po’ di platea, data la mia indole ereditata dai vezzeggiamenti familiari. Il Monastero è stato per me una vera scuola di vita e la palestra del puro amore. Tra le continue aridità, le mancanze di consolazioni spirituali e le incomprensioni delle mie amate consorelle, io imparavo a confidare unicamente in Dio esercitando la pazienza,

la mitezza, la carità nel vero nascondimento. Solo Dio era testimone di certe mie incredibili sofferenze che mi avvicinavano sempre di più alla sua natura divina!

– Dunque … è proprio cosi … come ho sempre immaginato! I momenti migliori della nostra vita coincidono con quelli in cui si ha la sensazione di non valere nulla!

– In un certo senso … ma è importante che quei momenti siano vissuti nell’abbandono fiducioso in Dio, che non ti farà mai scivolare nel baratro della

disperazione! Osserva una bella pesca matura, tutta colorita e così dolce che neppure il più bravo confettiere del mondo saprebbe immaginare un sapore tanto squisito. Dimmi un po’, Luca, è forse per la pesca che il buon Dio ha creato quel suo delicato colore di rosa, tutto vellutato e tanto delizioso a vedersi e a toccarsi? Ti pare che abbia preparato per lei quella sua polpa così zuccherina?

Luca rimase per qualche secondo perplesso e assorto. Non sapeva realmente cosa rispondere. Ad un tratto la Santa, sorridendo, lo tolse dall’imbarazzo:

– La pesca è per noi, non per se stessa. Ciò che le appartiene e che costituisce l’essenza della sua vita, è il nocciolo. Possiamo portarle via tutta la sua

bellezza esteriore senza mai strapparle l’essere, il “suo essere”. Allo stesso modo Gesù si compiace di prodigare i suoi doni alle sue creature, ma molto spesso per per attirare a sè altri cuori e poi, quando il suo scopo è raggiunto fa sparire questi doni esteriori ad alcune di loro e spoglia completamente le anime che gli sono più care. Vedendosi ridotte a tanta miseria, queste povere piccole anime si spaventano, hanno l’impressione di non essere buone a nulla perchè ricevono tutto dagli altri e non sono in grado di dare nulla. Ma non è così: il nocciolo del loro essere lavora in segreto. Gesù forma in loro il germe destinato a svilupparsi lassù, nei giardini del cielo. Egli preferisce mostrare loro la popria nullità e la sua potenza. Si serve, per arrivare a loro.

degli strumenti più meschini affinchè si persuadano che è lui solo ad operare. Si affretta a perfezionare l’opera sua per il giorno nel quale, svanite ormai le ombre, non si servirà più di intermediari, ma di un etemo faccia a faccia…. credimi è veramente un mare di delizie!

– Teresina … tu sei sempre stata una vera maestra spirituale per la mia vita. Ogni volta che leggo i tuoi meravigliosi manoscritti cambia in me la prospettiva e vedo gli altri in maniera diversa. Mi fai capire che il prossimo non deve essere giudicato per i suoi difetti, ma amato e stimato così come Egli è. Tu mi hai sempre insegnato a vedere negli altri gli aspetti migliori e le qualità più nascoste. Potessi essere umile come te! Anche se volessi fare l’umile nel più profondo del mio animo non lo sono realmente. Striscia in me un ambiguo senso di superiorità … probabilmente credo di aver letto qualche libro in più. Sto convincendomi che la vera umiltà è anche innata e legata alla natura dell’individuo o… è il frutto di un tremendo lavoro di conversione interiore. Per quanti sforzi io faccia, nessuno potrà mai togliere nel mio intimo l’ultimo baluardo dell’orgoglio! Come fare Teresina?

Sento in me tanta impotenza nel praticare la virta dell’umiltà!

– Solo Dio può concedertela, Luca … Dio solo, perchè è Lui il vero umile e la fonte di ogni umiltà. “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, ciò che è debole per confondere i forti, ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perchè nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio (Cor.27). Queste divine parole suggerite a S.Paolo dallo Spirito ti fanno capire che non c’è nulla da vantarsi se non in Dio. Da questa beatitudine ci rendiamo conto perfettamente come tutto provenga da Dio ed è per questo che lo glorifichiamo. Oh, nella vita terrena ero troppo piccola per avere delle vanità; ma è stato il Signore stesso a spianarmi la via. Con Maria posso esclamare in

eterno “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente” e la cosa pio grande è stata quella di avermi mostrato la mia piccolezza e la mia impotenza. So bene che la coscienza di essere nulla è un grande dono del Signore. Chiedilo tramite sua madre … chiedile il dono dell’umiltà ardentemente e te lo concederà!

– Mi rendo conto che queste tue esortazioni liberano il mio animo da tanti orpelli. Grazie Teresina, grazie per aver risposto alla chiamata del Signore

così generosamente: è per questo che tu sel diventata uno strumento dello Spirito, soprattutto per questa generazione moderna lacerata dall’orgoglio e dalla sfiducia. Effettivamente prima di conoscere la tua vita tramite i tuoi scritti, pensavo che la santità fosse accessibile a pochi privilegiati che il Signore riempie di doni spirituali. Tu non avevi estasi, stigmate, bilocazioni, profumi, visioni o locuzioni interiore … ma una vita passata tra tremende aridità e incomprensioni!

– Il Signore si è degnato di far passare I’anima mia per varie prove. Sulla terra ho sofferto molto … ma se durante la mia infanzia soffrivo con tristezza, in monastero soffrivo nella gioia e nella pace ed ero veramente felice … una felicità diversa da quella che comunemente crede il mondo: ero felice di poter offrire qualcosa che mi costava al mio buon Dio!

– La tua sofferenza ha portato i suoi frutti. Il vero miracolo che Dio ha compiuto per mezzo tuo è stata la tua infanzia spirituale che hai additata all’uomo d’oggi.

– La santità inizia proprio nelle piccole cose, caro Luca, nelle azioni più nascoste agli altri ed a se stessi. Qui in Paradiso ci sono moltissime anime

di cui nessuno di voi ha mai sentito parlare. Uomini, donne, bambini che hanno amato le cose semplici della vita e si sono sacrificati giorno dopo giorno per compiere il proprio dovere. I piccoli, i veri piccoli anonimi hanno un posto particolare nel cuore di Dio Padre. Benedetto Colui che ha tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le ha rivelate ai piccoli!

Il viso di Teresa divenne più radiante ed il sorriso, quasi mai assente durante il colloquio, ancora più marcato.

– Luca, non ti abbandonerò mai. Ti aspetto con la schiera immensa dei piccoli che il buon Dio mi ha affidato. Segui serenamente la tua vocazione e sii coraggioso nelle tue scelte per I’amore. Solo Gesù t’importi, ama tutti in Lui … Addio!

L’esile figura incorporea si dileguò per unirsi all’armoniosa schiera dei santi. Luca provava una gioia indescrivibile e contemporaneamente si doleva: in cuor suo avrebbe voluto approfondire ancora il tema della sua vocazione.

– No, non vorrà mai condizionare le mie scelte…- disse tra sé , e si mise il cuore in pace. Poi andò in coro a celebrare con gioia i vespri.

 

 

 

 

 

 

(dialogo immaginario)
L’ANGELO DELLA RETTA CONOSCENZA a Simone, un giovane alla ricerca della propria identità

Simone tu sei un giovane riflessivo e a volte senti dire che dopo la morte ogni uomo finirà completamente nel nulla… E’ un grave errore…
Se fosse vero che dopo la morte ogni uomo piomba completamente nel nulla, allora è nulla anche la vostra vita presente. Ciò è conseguente ad un presupposto importante: essere e coscienza coesistono e si compenetrano.

Sai cosa sosteneva Teilhard de Chardin?
La legge di complessità e coscienza: dal punto di vista fenomenico più la materia si complessifica e più accresce la coscienza.

Da qui puoi dedurre che l’essere è in relazione alla complessificazione, quindi al grado di coscienza.
(Dio è somma Coscienza perché è l’Essere primo che dona l’essere a chi vuole).
Nella vostra vita la tendenza naturale è la coscientizzazione attraverso l’esperienza: tu raggiungi un certo grado di consapevolezza qualitativamente superiore ai vegetali ed agli animali. Sai di sapere.
Tutto ciò che esiste può essere da te percepito in base al tuo grado di consapevolezza.

Ti immergi maggiormente nell’Essere quando ne hai coscienza. Durante la vita esperimenti diversi livelli di coscienza…

Se osservi quell’albero, egli “esiste” in quanto interagisce con la tua coscienza. Esisteva anche prima della tua consapevolezza, ma se non interagisce con alcuna coscienza è come se non esistesse. Ora, realisticamente, tu puoi toccare molte cose e rivederle dopo un certo periodo. Per te, però, esso esiste solo se ne hai la consapevolezza sensoriale e mentale.

Se dovessi allontanarti dall’albero, continueresti a rielaborare l’idea che hai captato dell’albero stesso… ma non saresti più sicuro della sua esistenza. Potresti ritornare sul posto dov’era radicato e non trovarlo più perché è stato tolto e bruciato. Tutto ciò che percepisci rientra nella tua coscienza ed in quell’istante per te esiste davvero.

Se, come affermano molti, con la morte non c’è più nulla di voi, nemmeno la vostra coscienza, allora davvero dovresti dedurre che anche ora che vivi, è come se non esistessi. C’è chi sostiene l’ipotesi che voi in effetti non morite e che ogni istante è eterno, (Emanuele Severino), per cui il momento cruciale è l’eternità costruita dalla vostra stessa vita terrena.

Ma se non esisterete non avrete nemmeno coscienza di essere esistiti, il che equivale a nullificare ogni istante della vita terrena.
Secondo i sostenitori del nihilismo post-mortem, voi “viventi” coscientizzate il nulla perché ha senso solo ciò di cui avete coscienza…

Ma il nulla non può essere coscientizzato…
Simone, dovresti trarre allora le debite conclusioni.
L’essere ti è stato dato da Dio e tu esisti maggiormente quando gli assomigli di più. Il processo di coscientizzazione  iniziato con la tua esistenza è correlato a quello della divinizzazione a cui sei stato chiamato.
Hai davvero una grande dignità agli occhi di Dio….

Pier Angelo Piai

 

 

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1 Giugno 2016

SITI CON RIFLESSIONI E LITURGIA

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Liturgia delle ore:
http://www.liturgiadelleore.it/

PENSIERO DEL GIORNO:

“Ogni progresso spirituale deve essere inteso come espressione di grado superiore di amore e non semplicemente come progresso del nostro comportamento morale, il quale può avere origine da un motivo gratificante e condizionarsi e terminare in esso ” (p.Albino, Diario, p.218)

1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

PELLEGRINAGGI A MEDJUGORJE DA CIVIDALE

commenti personali di alcuni messaggi:

fileDBicn_doc picture
verso etern.DOC

I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

fileDBicn_mp3 picture
segretimedjugorje.MP3

VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

LA BIBBIA DI GERUSALEMME GRATIS IN PDF EBOOK
Per chi non lo sapesse è pronta l’intera Bibbia di Gerusalemme in formato pdf ebook gratis in lingua italiana da scaricare :


bibbia-gerusalemme.pdf

 

 

6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron

1 Giugno 2016

Alida Puppo

Chi è Alida Puppo

1 Giugno 2016

Enrico Marras

Chi è Enrico Marras

1 Giugno 2016

MULTIMEDIALITÀ del curatore del portale:

VIDEO PER LA RIFLESSIONE
Video personali su alcune località del Friuli
CIVIDALE DEL FRIULI – Patrimonio dell’UNESCO
SLIDES UTILI PER LA FORMAZIONE
Esistere con stupore
ULTIMI AGGIORNAMENTI

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

28 Agosto 2009

Beppino Lodolo – una voce amica per gli italiani nel mondo

BEPPINO LODOLO

10 Marzo 2008

SOLIDARIETA’ per chi soffre della malattia del BURULI

http://www.amicipl.it/WebBuruli.htm
http://it.youtube.com/watch?v=tDdRLKJYd3w
Chi volesse aiutare queste persone scriva:
e-mail:roberto@amicipl.it

EMERGENZA MALI
Aiutiamo una bimba cinese senza arti inferiori:

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chinagirl.pps

 

 

20 Ottobre 2006

Preghiere con testi e mp3

Preghiere con testi e mp3

IL CASO DI UNA STIMMATIZZATA DI UDINE, RAFFAELLA LIONETTI, UMILE MISTICA
Raffaella Lionetti, la Gemma Galgani di Udine

6 Agosto 2006

Riflessioni audio in mp3. Video personali

Riflessioni audio mp3 Video personali

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron

21 Novembre 2001

Artisti Friulani

continua