2 Novembre 2018

SAN BENEDETTO GIUSEPPE LABRE – IL VAGABONDO DI DIO – Il pellegrino mendicante di Dio

San Benedetto Giuseppe Labre (Amets 1748 – Roma 1783)

 

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INFANZIA ED ADOLESCENZA DI BENEDETTO GIUSEPPE LABRE

 

“San Bendetto Labre fu cercatore di Dio sulle strade della terra. La solitudine fu la sua vocazione, foss’egli smarrito fra sentieri selvaggi o fra il popolo di Roma. La contemplazione dovette essere tutta la sua vita nel tempo che precedette la beatitudine eterna.” J.R. Maritain

 

San Benedetto Giuseppe Labre (Amets 1748 – Roma 1783)

 

San Benedetto Giuseppe Labre era un clochard. Si!…avete capito bene: era proprio un clochard! Né più né meno come Willy, come i tanti che dormono nelle stazioni e sotto i ponti. Lui dormiva di notte tra le rovine del Colosseo e di giorno girava tra le strade di Roma riempiendole delle sue preghiere, del suo sorriso e della sua carità. Quello che riceveva, lo condivideva con altri poveri, spesso ricevendo anche legnate. Siamo nella Roma settecentesca, divisa a metà tra lo sfarzo della corte pontificia e dei nobili e il borgo spesso abitato dalla povera gente e dai numerosi senza tetto che affollavano le strade di giorno e di notte. Benedetto Labre non era romano, era francese. Era giunto a Roma, innamorato dei pellegrinaggi e dei luoghi sacri; la sua meta preferita era Loreto. Voleva vivere di sola contemplazione, perciò nella sua Francia aveva tentato diverse volte in diversi monasteri di diventare trappista, ma fu sempre rifiutato, fino a quando comprese che il suo monastero era la strada, la sua contemplazione il quotidiano, il suo coro le giornate insieme ai poveri. Nel suo zaino c’erano solo tre cose, le uniche tre cose che utilizzava: il Breviario, l’Imitazione di Cristo e il Rosario. Spesso d’inverno, qualcuno gli dava qualche alloggio di fortuna dove ripararsi alla meglio, come il retrobottega di un macellaio dove morì. Morì come tutti i clochard per fame e per mancanza di igiene. Un “barbone” come tanti, diremmo noi oggi, eppure colpì tanto il popolo di Roma che la sua fama di santità si diffuse immediatamente e dopo circa un secolo era già Santo. E’ sepolto nella Chiesa di S. Maria ai Monti. Benedetto Labre lo possiamo incontrare anche oggi nei volti e nelle storie dei tanti clochard che per scelta o per dramma vivono per strada, portatori molto spesso di una ricchezza di vita, di esperienza e di spiritualità che a noi sfugge. A noi, così spesso ingabbiati in pregiudizi da quattro soldi…a noi che forse abbiamo santi che dormono sotto il portone di casa e non ce ne accorgiamo. (http://www.santiantonioeannibalemaria.it/page/26/)

 

Padre Pasquale

 

 

BIOGRAFIA

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INFANZIA ED ADOLESCENZA

Benedetto Giuseppe Labre nacque il 26 marzo 1748 in una famiglia di agricoltori e piccoli commercianti, ad Amettes, villaggio di Artois. Suo padre, Giovanni il Battista, lavorava la terra; sua madre, Anne-Barbe Grandsir, gestiva un’attività di merceria a casa. Benedetto Joseph era il maggiore di quattordici fratelli e sorelle, cinque dei quali scomparsero in giovane età. Francesco Giuseppe, suo zio paterno, vicario di un vicino villaggio, celebrò il battesimo e fu il padrino del neonato, il giorno dopo la sua nascita.

Benedetto si rivelò immediatamente come un bambino discreto, persino riservato, assetato di solitudine, silenzio e unione con Dio. Passando per uno “stravagante”, frequentò la scuola a Nedon, a pochi chilometri da Amettes. Fin dalla sua prima infanzia, aspirava al deserto e alla vita eremita. Sapendo leggere e scrivere fluentemente all’età di 12 anni si unì a suo zio François-Joseph, nominato sacerdote di Erin, e con il quale rimase 6 anni, durante i quali l’impegno allo studio, la sua vita interiore e il suo comportamento apparentemente “riservato” attirarono l’attenzione dell’ambiente circostante.

 

Il 4 settembre 1761, Benedetto Giuseppe fece la prima comunione e ricevette il sacramento della Cresima dal Vescovo di Boulogne Partz de Pressy,

Frequentando la biblioteca del suo parente curato, si nutriva degli scritti del teologo e mistico spagnolo fratello Luigi di Granada, un domenicano del XVI secolo. Questo fatto influenzò fortemente la sensibilità religiosa di Benedetto.

Probabilmente la meditazione di dieci volumi dei sermoni di Padre Lejeune, sicuramente diedero un forte impulso al suo orientamento spirituale.

All’età di 16 anni, Benedetto Giuseppe prese le distanze dai suoi studi, con il disappunto dei suoi genitori e di suo zio, il quale, vista la sua fragile costituzione, lo avrebbe volutamente orientare alla scuola di sacerdozio. Su questo punto Benedetto spiegò chiaramente a loro che non si sentiva chiamato ad essere un prete, ma un monaco, anche un eremita. Questo progetto, naturalmente, si scontrerà con la forte opposizione dei suoi.

Nell’agosto 1766 scoppiò un’epidemia di peste a Erin. Lo zio e il nipote furono presenti su tutti i fronti. Francesco Giuseppe si prese cura dei malati e aiutò i morenti, mentre Benedetto si prese cura del lavoro della terra e della cura degli animali abbandonati a se stessi. Lo zio però, fu contaminato a sua volta dal terribile male e morì. Benedetto, sconvolto, dovette tornare ad Amettes, ma aveva ancora in mente le opere di Padre Lejeune. I genitori di Benedetto Joseph, continuando ad opporsi al suo progetto di vita monastica, lo affidarono ad un altro dei suoi zii, anche lui sacerdote, padre Vincent.

Nel 1766, Benedetto andò a Conteville, dove i suoi parrocchiani lo denominarono il “nuovo Monsieur Vincent”. Lì si trovò in mezzo a pochi giovani venuti a studiare con suo zio e che lo renderanno oggetto delle loro battute di scherno. Tuttavia, riprese i suoi studi con la serietà che lo caratterizzava. Fu profondamente turbato dall’esempio del distacco di zio Vincent; quest’ultimo, non contento di distribuire il minimo denaro, persino le sue scarpe, ai primi bisognosi, cominciò a donare, uno ad uno, ciascuno dei suoi modesti mobili.

L’esempio di Padre Vincent e la complicità spirituale che li univa confermarono Benedetto Giuseppe nel suo desiderio di essere monaco. Durante una “missione” tenuta nella parrocchia durante la Quaresima del 1767, Benedetto evocò il suo progetto di vita monastica con i predicatori. Basandosi su questo scambio, finì per convincere lo zio Vincent alla sua causa. Quest’ultimo, cauto, consigliò a Benedetto di non rischiare di inquietare i suoi genitori parlando della Trappa in loro presenza. Piuttosto avrebbe dovuto impegnarsi ad esaminare con lui l’ipotesi di una vita certosina: i certosini avevano monasteri nella regione. In questo modo gli avrebbero impedito di allontanarsi troppo da loro ….

 

PROGETTI DI VITA

 

Ad aprile, Benedetto, che aveva appena compiuto 19 anni, ottenne il permesso di andare alla Chartreuse de Longuenesse, vicino alla città di Saint Omer. Ahimè, la sua richiesta gli venne negata. il Priore lo informò che a causa della devastazione causata da un incendio, non era più possibile ricevere novizi.
Dopo alcune settimane di riflessione, Benedetto Giuseppe si unì al monastero di Neuville, vicino a Montreuil-sur-Mer. Un’altra delusione: il Priore lo considerava troppo giovane e gli consigliò di imparare a cantare e di finire i suoi studi. Per tre mesi, Benedetto tornò quindi al lavoro alacremente. Poi si trovò, all’inizio di ottobre 1767, sulla strada per Montreuil, in compagnia di un altro ragazzo che aspirava alla vita monastica. Questa volta, entrambi vennero ammessi! Ma, dopo poche settimane Benedetto venne assalito dalle sue crisi d’ansia, da quello stato d’animo scrupoloso che lo rodeva interiormente e lo esauriva. Quei tormenti ebbero conseguenze tali sulla sua già fragile salute che venne poi riportato ai suoi genitori. Sebbene Benedetto Giuseppe vivesse questo ritorno forzato a casa come un grave fallimento, non si scoraggiò, tuttavia, non considerando a fondo la vera origine del suo problema affermava che se i certosini non lo volevano, ciò costituiva la conferma della sua certezza di essere chiamato alla Trappa.

Ritornato sulla strada, arrivò nell’Orne, nella grande Trappe di Soligny, il 25 novembre 1767. Tutto il suo viaggio si svolse sotto una continua pioggia battente e si presentò al Monastero in uno stato pietoso. Era talmente esausto che non fu accolto, anche perché non poteva essere ammesso al noviziato prima dei 24 anni. Padre Theodore Chambon testimoniò che se nessuno nel monastero aveva conservato la memoria di questo fatto, il registro dei richiedenti conservava ancora il suo nome in data 25 novembre 1767. Benedetto visse una delle crisi più acute di coscienza della sua esistenza.

Ritornato ad Amettes e benché accolto con gioia e tenerezza dalla sua famiglia, attraversò uno stato talmente depressivo che si cercò di rimediare reintegrandolo nel lavoro comune dei campi o del commercio. Benedetto chiese a Notre Dame de Boulogne di aiutarlo e decise di fare un ritiro in seminario. Ricevuto dal suo vescovo, Partz de Pressy, lo invitò a seguire i consigli dei suoi genitori e a fare un nuovo tentativo alla Certosa.

Nel gennaio o febbraio 1769, il nostro instancabile ricercatore della verità andò a Gouy-Saint-André, nel comune di Champagne-lès-Hesdin. Qui c’era l’abbazia di Saint-André-aux-Bois dove, forse, era già stato prima. Eppure, secondo la testimonianza di Padre Mathias Alard, ebbe un lungo incontro con il Reverendo Abate Ignazio Crepin, il quale, dopo aver ascoltato il suo progetto di vita lo accolse tra i certosini, dicendo: “Il nostro Signore ti chiama per seguirlo ”
e così Benedetto disse addio ai suoi genitori..

Il 12 agosto 1769, Benedetto lasciò i suoi genitori e il suo villaggio di Amettes, che non vedrà mai più, per raggiungere Montreuil. Ammesso senza particolari difficoltà, il nostro araldo di Dio si rivelò, ancora una volta, incapace di assumere una vita comunitaria. Il suo stato depressivo aumentò, portandolo a un silenzio virtuale, come evidenziò il fratello Enry Cappe, procuratore del monastero: la sua profonda sofferenza si fece talmente sensibile, che il Priore lo invitò a lasciare il monastero confidandogli queste parole profetiche: “Andate, Dio non vi vuole da noi, seguite le ispirazioni della Grazia”.

Il 2 ottobre, Benedetto scrisse una lettera ai suoi genitori per tenerli informati. Alcune frasi prospettavano il futuro in una luce diversa: “… Ho lasciato il secondo giorno di ottobre. Considero questo come un ordine della Provvidenza che mi chiama ad uno stato più perfetto. Mi hanno detto che era la Mano di Dio che mi tirava fuori dalle loro case. Quindi vado alla Trappa, questo posto che ho tanto desiderato da tanto tempo … Non ti affliggere … Non ti è permesso di resistere alla Volontà di Dio che l’ha così disposta per il mio più grande bene e per la mia salvezza … Avrò sempre il timore di Dio davanti agli occhi e il suo Amore nel cuore. ” …

Ecco Benedetto in rotta verso quella che probabilmente considerava la sua unica speranza: la Trappa “Madonna del Santuario” a Sept Fons, vicino a Moulins.
Fece una deviazione finale a Soligny, dove si sentì dire ciò che gli era già stato detto prima, bussò alla porta di Sept Fons dopo aver camminato per 800 km. Ammesso come postulante, l’11 novembre prese l’abito dalle mani di Dom Dorothée Jalloutz ricevendo il nome di Fratello Urbano.

I monaci ammiravano l’intensità della vita spirituale di questo giovane fratello, il quale ad ogni momento di libertà andava davanti al Santissimo Sacramento.

Tuttavia i confratelli nutrivano delle perplessità nei suoi confronti di fronte alle privazioni non previste dalla Regola, che Benedetto moltiplicava e si imponeva. Questo ascetismo esasperato costituiva un sintomo, una manifestazione del suo stato depressivo che gradualmente emergeva di nuovo.

Benedetto si ritrovava in realtà di fronte all’incessante dubbio sulla sua capacità di rispondere alla chiamata del Signore.

Il maestro dei novizi constatò la decadenza psicologica e fisica del giovane fratello, e temendo seriamente per il suo equilibrio, lo fece ammettere all’infermeria del monastero assegnandolo al fratello Justin Richard.

Il 2 luglio del 1770, Benedetto Giuseppe intuì nuovamente dall’Abate che per lui era impossibile dimorare tra quelle mura in quello stato di vita, ma che Dio l’aspettava altrove…

 

IL SUO CAMMINO SPIRITUALE

 

 

… È probabile che durante questo periodo abbia avuto luogo la vera “conversione” di Benedetto. Questi, rinunciando infine, dopo tanti insuccessi e disillusioni, a voler rispondere alla chiamata del Signore dove pensava di essere chiamato, accettò umilmente di seguirLo dove era atteso.

Ancora esitando, di diresse a Roma. Alla fine di agosto del 1770 fu trovato a Chieri, vicino a Torino, da dove scrisse ai suoi genitori quella che probabilmente fu la sua più bella lettera e quella che meglio testimoniava quella nuova speranza che lo animava: sapere che lui “finalmente entrerà in un paese dove si vive bene”; non quello immaginato come luogo ideale o come rifugio, ma come quello in cui potrà vivere finalmente allo scoperto, libero e sereno.

Ma nel diciottesimo secolo in quel posto pellegrini, pigri, cinici e canaglie percorrevano le stesse strade, e tendevano le mani davanti agli edifici religiosi. Il piccolo Benedetto, il cui unico vanto era quello di presentarsi dicendo: “Io sono un cristiano”, alto appena 1,60 m, con i suoi stracci, i suoi lunghi capelli rossi e la sua barba rada che ricordava il volto di Cristo, venne maltrattato, respinto, accusato, imprigionato.

Benedetto era convinto che: “quando si trattava di carità verso il prossimo, tutto doveva essere sacrificato”! Con il cuore ancora aperto, le mani tese e la sua anima troppo elevata per sospettare la malizia, incontrava apertamente e liberamente sia le donne di strada di Aix en Provence che trattava come sorelle, sia i ragazzi delinquenti che lo salutavano da dietro le sbarre, che i vagabondi che circolavano nei bassifondi della città. Tutto ciò senza altra preoccupazione che l’amore: “quelli senza bellezza o splendore, privati di un’apparenza amabile, oggetti di disprezzo e rifiuto dell’umanità” (Is 53, 2-3).

Agli occhi degli uomini di chiesa, Benedetto appariva un tipo sospetto perché sembrava troppo giovane per indossare sempre quella specie di abbigliamento religioso non ben identificabile! Lasciando Sept Fons, mantenne la sua abitudine acquisita da novizio cistercense: la sua vita era cinta da una corda alla quale appendeva una ciotola e una zucca; indossava quello che doveva essere stato un cappello di feltro, per proteggersi dal cattivo tempo; per non parlare delle sue povere scarpe. Portava una croce sul petto, un rosario al collo e un fagotto sulla sua spalla contenente il Vangelo, l’Ufficio divino, l’imitazione di Gesù Cristo, la Regola di San Benedetto.

Il 3 dicembre 1770, Benedetto raggiunse Roma, fermandosi in ogni chiesa, raccogliendosi nelle Catacombe. Trovò al Colosseo, un luogo dove il sangue versato per amore si mescolava con il sangue sparso per i piaceri perversi, la sua “nicchia”, rifugio del sonno dei giusti in Dio. Questo eremitaggio anticipava quello in cui si ritirerà diverse settimane, pochi anni dopo, durante una nuova permanenza in Francia, in una grotta della valle di Chicalon, il “Subiaco labrien” di Aix.

Così, in ginocchio sulla pietra di fronte a Cristo Eucaristia; restituendo il pane ricevuto a coloro che considerava più poveri di se stesso; accompagnando lo straniero e sostenendo il più debole, rimase nella città di Pietro e Paolo finché il tepore della primavera del 1771 lo chiamò ad unirsi a Maria, serva e povera, e diresse i suoi passi verso Loreto, dove era già stato per la prima volta nel novembre del 1770.

La “Santa Casa” rimarrà per Benedetto il luogo mariano per eccellenza. Fu in quel momento che, partendo da Loreto, iniziò un vero viaggio attraverso l’Italia, e oltre, l’Europa.

Tra basiliche e chiese, andò a Napoli, poi a Bari dove cantava per guadagnare del cibo per i prigionieri. A Montecassino, Benedetto trovò le tracce del suo santo patrono. Poi eccolo ad Assisi a fianco del Poverello; e, proprio come si era unito al Terzo Ordine Trinitario per la redenzione dei prigionieri, cinse la corda dei figli di Signora Povertà.

E ritornò in Svizzera con i suoi grandi santuari, poi ancora in Francia, poi in Germania; ritornò a Compostela e fece un’altra tappa a Loreto, dove rimase undici volte, probabilmente dopo un voto, avendo viaggiato nel frattempo in molti altri paesi, come l’Austria o la Polonia, per esempio.

È a Loreto che il giovane Dom Valeri, un chierico addetto alla Basilica, “lo scoprì” assorto nella sua relazione con Dio, inconsapevole della folla che lo stringeva e lo scuoteva. Colpito dalla miseria e dal distacco di Benedetto, decise un giorno di avvicinarsi, di capire chi era e come viveva. Benedetto spiegò che dormiva fuori, nonostante il freddo notturno di questa regione. Dom Valeri gli offrì un letto e un aiuto finanziario che Benedetto rifiutò umilmente, ma fermamente. Pensando poi che Benedetto avesse lasciato la sua famiglia dopo gravi divergenze, si propose di intervenire a suo favore; ma poi constatò che fu una sua scelta libera, perché disponibile a seguire la chiamata di Cristo che non aveva”dove posare il capo”.

Dom Valeri rivide spesso Benedetto ma era a volte perplesso sul suo modo di comportarsi: era un pazzo o un santo? Questo sconcertante testimone del Vangelo un giorno definì il senso di una vita cristiana, dicendo:

“Per amare Dio ci vogliono tre cuori: uno ardente d’amore per Dio, il secondo pieno di compassione per il prossimo, aiutandolo in entrambe le sue esigenze temporali e spirituali, il terzo, rigoroso per se stesso, sforzandosi costantemente di combattere la volontà personale e l’amor proprio.

Nel corso degli anni, il giovane chierico, notando che Benedetto possedeva una vera e profonda cultura e aveva l’anima e lo stile di vita di un eremita, cercava di incoraggiarlo a tornare dai camaldolesi. Di fronte a questa proposta, Benedetto Giuseppe reagì come aveva sempre fatto dopo Seven Fons, coniugando il senso dell’obbedienza con la libertà di spirito. Pensò per un paio d’ore e concluse con le sue stesse parole: “Dio non lo vuole in questo modo”.

Un altro incontro fu importante per la sua vita. Benedetto aveva ventotto anni; nel febbraio 1776 si recò da un sacerdote, il quale, uscito dal confessionale, chiese di parlargli. Costui era Padre Temple, che lo invitò a tornare nel pomeriggio.

Dopo un lungo scambio di idee, secondo la testimonianza del sacerdote francese, concluse che Benedetto era un grandissimo santo o un grande demone. Per testare il giovane, gli chiese di tornare il giorno dopo e lo sottopose ad un vero interrogatorio sulle verità della Fede e gli insegnamenti della Chiesa. Si sentì obbligato a riconoscere la forza e la profondità della sua “teologia”.
Conoscenza e profondità religiosa scoperte dallo stesso grande poeta Germain Nouveau quando si recò, con il suo amico Paul Verlaine, ad Amettes, durante l’estate del 1877. Questo Germain diventò uno dei figli spirituali più ferventi di Benedetto (The Pléiade – Complete Works).

Dopo averlo ascoltato in confessione, Padre Temple non dubitò più che quel mistico cencioso fosse un grande santo. Gli chiese quindi di incontrarlo il più regolarmente possibile, prendendo nota di tutto ciò che sentiva, vedeva e capiva.

Arrivò ad affermare che: “Benedetto Giuseppe viveva in continua unione con Dio e rimaneva alla Sua presenza”. Queste note saranno preziose quando, pochi anni dopo, inizierà il processo di beatificazione.

A Loreto, Benedetto trovò, suo malgrado, un posto nella casa di Barbara Sori e suo marito. Era il marzo 1780, una di quelle domeniche in cui la folla era così densa che Benedetto non sapeva in quale angolo nascondersi per rimanere nel silenzio della sua ardente preghiera. Una coppia gestiva a Loreto una specie di bottega che commerciava rosari, croci e altri oggetti-ricordo come souvenirs.

Gli proposero di ospitarlo in un luogo illuminato sotto il negozio. Benedetto trovò il posto troppo lussuoso per lui, anche se gli venne detto che era il più miserabile della casa. Tuttavia, accettò di dimorarvi di volta in volta, purché fosse ​​chiuso, affermando che, essendo un estraneo, fosse più prudente per Barbara e suo marito. Frequentò la coppia per tre anni di seguito; ad ogni incontro, cercarono di convincerlo a nutrirsi un po’ di più, escogitando anche trucchi, mettendo della carne o del pane fresco in mezzo ai resti, che egli solo accettava .

Erano molto affezionati a lui che consideravano un santo: alla sua partenza gli regalarono un rosario, un fazzoletto e persino una giacca prima di vederlo riprendere la strada.
I Sori incontrarono Benedetto per l’ultima volta nel 1782. Benedetto ritornò a casa loro completamente esausto, rintizzito dal freddo nell’attraversare la montagna, ventidue giorni dopo aver lasciato Roma.

(Biographie rédigée à l’Hospice du Grand Saint-Bernard, en la fête de la Transfiguration, le 6 août 2002)

 

Passarono gli anni, la carne delle sue ginocchia si faceva sempre più viva, divenne diafano. Si stabilì a Roma. La città, con le sue numerose chiese, basiliche e cappelle non era di per sé un luogo adatto per ringraziare e accogliere?
Benedetto, rientrato in città con un edema alle gambe, venne ammesso nell’ospizio che confinava con la chiesa di San Martino dei Monti accettando, per una volta, di essere curato. Guarì e si rimise in piedi dopo un mese.

A 31 anni, scopriva per la prima volta ciò che aveva conosciuto a Seven Fons: una vita di comunità, dodici compagni, poveri come lui. L’ambiente non aveva né lo spirito di adorazione, né la tenerezza fraterna.

Benedetto venne maltrattato, deriso, insultato; tuttavia, si integrò pienamente in quella vita di comunità, assumendo i compiti assegnati e piegandosi, senza problemi, ai regolamenti interni. Indusse i suoi compagni erranti a pregare nei tempi prescritti, con la stessa fedeltà mostrata nel rendere i vari servizi. Passava le sue giornate andando da una chiesa all’altra, ridistribuendo le poche vivande ricevute alla porta di qualche convento, così le poche monete che era obbligato ad accettare, donando tutto a coloro che considerava più indigenti di lui. Veniva trovato ogni sera all’ora esatta alle porte dell’ospedale.

Pur non sentendosi “di nessuna parrocchia”, poiché era di tutti, stabilì un legame privilegiato con la chiesa di Santa Maria dei Monti, nella quale trascorre ore, in ginocchio, di fronte al Santissimo Sacramento. Al punto di essere conosciuto e riconosciuto nel vicinato. La bellezza del suo volto, la forza spirituale che emanava con suo atteggiamento, durante il suo lungo periodo di adorazione, furono notati da due pittori: un connazionale, Lyonnais, che disegnò. E diversi mesi dopo, il famoso pittore Antonio Cavalucci che, nascosto nell’ombra in fondo alla chiesa, riprese i tratti di Benedetto e tutto ciò che emanava da esso, grazie al proprio genio.

Questo spiegherà il fatto che all’inizio del XX secolo, il pittore Maurice Denis, uno dei padri del movimento “Nabis”, chiederà che Benedetto Giuseppe possa anche diventare il patrono dei modelli per gli artisti, poiché lo era già per i reietti, per gli adolescenti e i prigionieri in difficoltà, per i portatori di barelle e gli emarginati di Lourdes.

Primavera 1783. Benedetto aveva una brutta tosse: soffriva di bronchiti e respirava con difficoltà. Inoltre, la dissenteria continuò a indebolirlo; le devastazioni della malattia segnarono il suo aspetto fisico in modo preoccupante. Divenne scheletrico.

Proprio come i Sori furono per lui un luogo di accoglienza e conforto a Loreto, la famiglia Zaccarelli ebbe un ruolo identico a Roma. Per diversi anni accettò l’ospitalità del macellaio e di sua moglie, con la solita riserva di essere nutrito solo di avanzi e di non ricevere denaro.

In quaresima i suoi amici temevano per lui, vedendolo barcollare ad ogni passo e avanzare solo appoggiandosi alle mura. Facendosi coraggio, Benedetto fu molto presente ai servizi della Settimana Santa. Mercoledì 16 aprile, e forse per la prima volta, espresse un desiderio specifico: scambiare il ramo su cui si appoggiava con un bastone abbastanza forte da potersi reggere, e così di nuovo arrivò a Santa Maria dei Monti

Barcollando per il sudore e livido, “ascoltò” due Messe che seguì, come al solito, con profondo raccoglimento. Stordito, vacillò e cadde su una panchina, prima di riprendersi e uscire. Appena fu sulla soglia, crollò di nuovo; molti si precipitarono per soccorrerlo e portarlo in ospedale. Benedetto rifiutò, ma accettò la proposta dell’amico Zaccarelli di recarsi a riposare a casa loro.

Sdraiato su un giaciglio, Benedetto consegnò la sua anima a Dio con grande dolcezza. In quel frangente, tutte le campane di Roma invitavano al canto del Salve Regina. Benedetto aveva appena compiuto 35 anni.
L’annuncio della sua morte si diffuse come un incendio. Ci fu un continuo passaparola, i bambini correvano per la città, annunciando: “Il santo è morto, il santo è morto! “. Molte persone, infatti, si spintonavano per toccare il suo corpo, per impossessarsi di un pezzo della veste di quello che i Romani chiamavano “il piccolo santo francese”.

Il suo corpo venne trasportato a Santa Maria dei Monti, tra lo scroscio degli applausi. Le guardie, incaricate della sicurezza, dovettero essere chiamate a contenere l’entusiasmo a volte eccessivo della folla. Questo entusiasmo fu tale che i servizi di Quaresima furono temporaneamente interrotti, dato il tumulto che si venne a creare. La sera di Pasqua, il corpo di Benedetto Giuseppe fu depositato nella sua tomba. Fu necessario proteggerlo per intere settimane: i miracoli si moltiplicavano a Roma, in tutta Italia e in molti paesi d’Europa.

(Biographie rédigée à l’Hospice du Grand Saint-Bernard, en la fête de la Transfiguration, le 6 août 2002.)

 

 

LA SUA EREDITÀ

 

La santità della testimonianza del Vangelo fu tale agli occhi di tutti, che meno di un mese dopo il suo “passaggio dall’altra parte”, il 14 maggio, si svolse il processo di beatificazione. Il Papa Pio IX lo dichiarò Beato il 20 maggio 1860, e Benedetto fu iscritto al catalogo dei Santi, la festa della Immacolata Concezione 8 dicembre 1881.

Sulle strade della sua vita quotidiana, dopo aver percorso più di trentamila chilometri, Benedetto non si era mai risparmiato, intento sempre alla ricerca del suo percorso spirituale. Una delle sue ultime frasi ascoltate rimarrà incisa nel più intimo del suo essere: “Dio ti sta aspettando altrove”.
In quel momento, Benedetto comprese che non doveva più contemplare un luogo, immaginare forme, o un deserto, per avere stimoli spirituali. Altrove ci sono i limiti di un chiostro eretto ai quattro angoli dell’orizzonte.

 

Seguendo le famiglie dei Labriani che li avevano preceduti per un secolo e mezzo, i fratelli di San Benedetto Labre e le sorelle di San Benedetto Labre, in Francia come in molti paesi del mondo, continuano a seguire Cristo Gesù accanto agli emarginati e tra gli esclusi.

L’istituto, fondato nel 1842 e cresciuto in Francia alla vigilia di Natale del 1981, è chiamato dall’esempio di san Benedetto Giuseppe Labre, discepolo del “Figlio dell’uomo che non sa dove posare il capo” (Luca 9) a vivere nell’adorazione e nella lode. Fratelli e sorelle accompagnano le gioie e i percorsi di coloro che si sono donati per servire.

Nota del curatore

 

Recandomi a Castelmonte come di consueto, notai su una parete interna del Santuario un antico quadro che rappresentava un giovane con l’aureola, emaciato, con il rosario in mano e un fagotto. Mi informai dettagliatamente e venni a sapere che rappresentava Benedetto Giuseppe Labre, il quale venne anche a Castelmonte (UD). Questo fatto mi spinse a scrivere un libro che avevo da tempo in mente: “Come ci vedono dall’aldilà – cronache di un vagabondo veggente”, immaginando un giovane d’oggi, il quale, similmente a san Benedetto G. Labre, cercava la sua vocazione girando tra conventi e santuari, ma non riusciva a comprendere bene che cosa avrebbe dovuto fare, mentre in numerose apparizioni alcuni personaggi conversavano con Lui. Finì il suo percorso spirituale proprio a Castelmonte.

Riporto un breve testo del dott. Mario Turello riferendosi, in una conferenza, alle ultime pagine del libro:

 

Al Santuario di Castelmonte avviene l’ultimo incontro: a Luca appare San Benedetto Giuseppe Labre, ed è l’incontro con se stesso. Giuseppe Labre, il vagabondo di Dio, è colui che ha superato tutte le tentazioni, compresa quella di farsi monaco. Per Luca è la rivelazione definitiva: la sua vocazione “è stata” quella di non aver vocazione. La sua, come quella del santo che lui incontra per ultimo, è stata la contemplazione della strada, il sacerdozio della quotidianità, l’imitazione di Cristo che non aveva dove posare il capo. E qui mi pare di captare una lettura profondissima, metaforica di questo “Figlio di uomo che non ha dove posare il capo”. (dott.Mario Turello)

 

 

Ecco il capitolo finale del libro:

 

Luca alzò prestissimo quella mattina. Il santuario di Castelmonte era avvolto di mistero: ai pendii del monte, tutt’attorno, bianche nubi di fitta nebbia coprivano completamente la pianura sottostante. Dal piazzale antistante la chiesa dove spicca un antico pozzo il paesaggio era molto suggestivo. Un insolito silenzio avvolgeva le poche case arroccate lungo l’antica stradina lastricata di pietre che menava sopra fino ai piedi delle ripide scalinate del Santuario. Luca lodava Dio in cuor suo per quella quiete così ritemprante. Mentre passeggiava lentamente lungo il muro perimetrale che permette di affacciarsi sul grande piazzale sottostante, vide un’ombra accanto al pozzo: gli sembrava di aver scorto la sagoma di una persona accovacciata. Rimase titubante a fissare quella presenza inquietante. Poi un fil di voce: – Non temere. pellegrino : avvicinati!

Luca si avvicinò, guardingo e gradualmente si facevano più distinte le sembianze di quella figura umana sdraiata sopra lo scalino. Il suo vestito era composto di una tunica e di uno scapolare. Aveva sul petto un crocifisso, al collo una corona, nelle mani un rosario. Dalle sue spalle pendeva un rude sacco. Quando Luca riuscì a distinguere le fattezze del volto pallido ed emaciato, ebbe un sussulto: riconobbe in Lui lo stesso personaggio raffigurato nel quadro situato presso i confessionali femminili del Santuario.

– Tu…tu sei San Benedetto Giuseppe Labre?

– Sono io! Mi chiamavano “il vagabondo di Dio”.

– Perché queste sembianze?

– Perché così ero durante la mia vita terrena. Non avevo alcun posto comodo dove posare il capo. Dormivo ovunque, quasi sempre all’aria aperta, ai piedi di un albero o lungo una siepe

– Eri uno di quelli che oggi denominiamo “barboni “?

– In pratica. Ma non ero assillato dalla ricerca del cibo, o dei vestito, o dell’alloggio. La Provvidenza non mi ha mai abbandonato.

– Perché hai scelto quel tipo di vita?

– Fin da ragazzo sono sempre stato assillato dal problema pratico di come servire Dio. lo ero figlio di poveri contadini francesi che sbarcavano il lunario con gli scarsi guadagni di una merceria.

Una vita di stenti che non poteva permettermi di studiare in un seminario. Volevo farmi trappista, nonostante l’opposizione dei miei genitori. Ma nella certosa oli S.Aldegonda non mi ammisero al noviziato.

– Perché?

– I monaci non mi ritenevano)sufficientemente equilibrato per quei genere di vita. lo ero preso dallo zelo di servire Iddio ed alcuni miei atteggiamenti non venivano capiti. Io entrai fortemente in crisi e subii tentazioni di tutti tipi, compresa quella di desistere dal proposito di farmi monaco.

– E superasti quelle tentazioni?

– Sì, con l’aiuto di Dio. Pensa che in pieno inverno percorsi sessanta leghe a piedi fino alla certosa di Neuville per farmi accettare dai quei buoni monaci, ma dopo sei settimane mi rimandarono indietro per gli stessi motivi. Tentai anche all’abbazia cistercense di Sept-Fons dove potei addirittura iniziare il noviziato. Anche da qui mi rispedirono. Ero troppo inquieto per loro, e ciò poteva comportare dei seri pericoli per la mia vita spirituale mi dissero.

– E allora…dove andasti?

– Partii per Roma, convinto di trovarvi un monastero disposto ad accogliermi. Ma dopo alcune peripezie capii che il Signore mi chiamava ad una maggiore solitudine del monastero. Se Dio mi aveva messo in una strada, dissi tra me, significava che mi voleva “il suo vagabondo”. – – “Vagabondo”? Come è possibile passare un’intera vita da vagabondo? Mi hanno sempre insegnato che bisogna guadagnare il pane con il sudore della fronte ..!

– Io ero distaccato da tutto. Non chiedevo nulla a nessuno. Affrontavo le intemperie, dormivo all’aperto, le mie carni erano piene di piaghe e di insetti che le corrodevano. Il mio unico compito era quello di contemplare e pregare Iddio continuamente. Ho visitato a piedi quasi tutti i santuari d’ Italia, compreso questo di Castelmonte. Alcuni passanti, nel vedermi, mi allungavano qualche pezzo di pane e a volte dell’elemosina. Il superfluo) lo distribuivo ad altri poveri: ciò che ricevevo doveva bastarmi per lo stretto necessario. Mi trovarono svenuto in un angolo delle rovine del Colosseo, dove dormivo gli ultimi anni della mia breve vita. Poi morii nei retrobottega di un macellaio che mi accoglieva saltuariamente.

– Cosa provasti al passaggio da questa vita?

– Una beatitudine immensa, Dio mi accolse nel suo grembo con una tenerezza infinita: a Lui non interessa ciò che fai o la condizione sociale a cut appartieni: è Lui che permette la tua situazione terrena.. Per me aveva pre disposto la contemplazione nella. strada. Potevo ben dimenarmi per entrare in monastero, Lui ha ritenuto che io lo potessi glorificare da vagabondo senza una precisa meta o particolare “vocazione”. Guarda il contenuto di questo sacco!

Luca vide aprirsi il ruvido sacco e scorse tre vecchi libri sgualciti I’Imitazione di Cristo, il Nuovo Testamento e il breviario. Rimase esterrefatto: erano gli stessi titoli dei libri che recava con sè.

– Essi furono il mio nutrimento spirituale giornaliero. Non feci grandi cose durante la mia vita terrena. A Dio piacque così. Come ti dicevo Egli non guarda ciò che abbiamo fatto, ma il modo con cui affrontiamo le cose quotidiane. In qualsiasi istante della giornata io pensavo a Lui e gli chiedevo o la forza di somigliare al suo divino Figliolo che non aveva dove “posare il capo”. Lo ami tu?

-Sì…lo amo Non penso ad altro. Voglio farlo contento! Che debbo fare?

– Abbandonati! Egli mi ha incaricato di venirti a prendere perché vuole farti partecipare della sua Gloria!

Più tardi i pellegrini che salivano la stradina lastricata accorrevano ad ingrossare il capannello di gente che si era formato attorno al pozzo. Il corpo di Luca si trovava nella stessa posizione del “vagando di Dio”, immobile. con gli occhi fissi al cielo e con la corona del rosario in mano.

 

Il Pellegrinaggio

 

San Benedetto Labre variava di giorno in giorno il suo percorso secondo le devozioni o le esposizioni del SS Sacramento. Nel ripercorrere una sua “via ideale si possono toccare le seguenti chiese:

 

  1. Santa Maria Immacolata e San Benedetto Labre (Via Taranto 51, angolo Via Monza). La Chiesa, annessa ad un Istituto Religioso, non è direttamente legata alla vicenda terrena del Santo; ne custodisce però – in una cappella a destra dell’altare”, alcune Reliquie, (i pochissimi oggetti che possedeva, fra le quali il calco della maschera funebre). Al piano superiore (chiedere alle Religiose ndr) si può ammirare una Cappella con  quadri dedicati alla vita del Santo

 

  1. Basilica di Santa Prassede (Via di Santa Prassede 9 a) La Basilica risale al 489 a.c. e, secondo una pia tradizione racchiude, le spoglie di 2000 martiri cristiani periti durante le vari persecuzioni, fatte traslare qui dal Papa Pasquale I°. In questo luogo Santa Prassede raccoglieva il sangue dei martiri in un pozzo ora coperto da un disco di porfido, in una delle cappelle laterali, si venera anche la colonna a cui fu legato Gesù per la flagellazione.

 

  1. Basilica di Santa Maria Maggiore (Piazza di Santa Maria Maggiore) La Basilica è legata alla devozione del Santo alla Vergine; in una cappelle è venerata una delle più antiche immagini della Madonna: la “Salus Populi Romani”.

 

  1. Santa Maria in Aquiro (Piazza Capranica) La chiesa, oltre a custodire un immagine della Madonna, era spesso visitata dal Santo per la devozione al Santissimo Sacramento spesso esposto. Questa sua presenza è ricordata nella prima cappella a destra; qui sulla balaustra un ‘iscrizione ci ricorda il punto dove si fermava a pregare, e tre grandi quadri sulle pareti illustrano alcuni momenti della sua vita e quello della sua morte.

 

  1. Basilica dei SS. Apostoli (Piazza Santi Apostoli 53) Qui il Santo si recava spessissimo per l’adorazione delle Quarantore. Scrisse il suo Confessore Padre Marconi: “ La sua devozione verso Gesù Sacramentato non è possibile esprimersi. Questa fu quella che gli meritò il nome con cui veniva chiamato da quei che lo conoscevano: il povero delle Quarantore per vederlo così assiduo nelle chiese ove il Santissimo Sacramento era esposto alla pubblica venerazione. Non v’ era lontananza di luogo, non piogge si dirotte, non freddo sì crudo, non caldo sì eccessivo che lo potesse trattenere, benché egli andasse mal coperto nel capo, mal vestito e difeso nei piedi. Passava egli le intere giornate genuflesso avanti al suo altare, e dall’esterna apparenza ben si notava l’interno incendio che gli ardeva nel cuore…”.

 

  1. Chiesa di Santa Maria di Loreto al Foro Traiano. (Piazza di Madonna di Loreto 26) Nella chiesa si venera l’effige della Madonna di Loreto. Durante la sua permanenza a Roma San Benedetto Labre ogni anno si recò a Loreto in pellegrinaggio. “Furono i suoi molti, lunghi e penosi, i suoi pellegrinaggi intrapresi per suo Amore. In Loreto dette a conoscere a molte persone l’ardente suo amore verso la Regina del Cielo. Restava in quella Santa Casa così compreso dall’amor di Maria, che fu veduto in chiesa tutto intero il giorno, digiuno, contento del nutrimento spirituale che lo saziava, stando coll’amata sua madre Maria”.

 

  1. Basilica dei SS. Cosma e Damiano (Via dei Fori Imperiali n° 1) In questa Chiesa il Santo venerava l’immagine della Madonna della Salute. “Visitava bene e spesso le immagini della Vergine più celebri in Roma, contemplando i pregi di si eccelsa Signora, e i diversi misteri della sua vita espressi in quelle immagini stesse, e particolarmente la di lei Immacolata Concezione, la Divina Maternità. I suoi Dolori, ed i trionfi della sua Assunzione . […] se ne stava genuflesso e devoto, con il volto e con gli occhi fisso verso l’amata sua Madre, mirandola e contemplandola tutto, assorto in essa, mentre agli astanti recava grande ammirazione ed edificazione”

 

  1. XLII Arco del Colosseo. Era la “casa” dove spesso trovava rifugio. Ciò che restava dell’anfiteatro romano era a quei tempi ricovero per i molti senza tetto che vivevano nell’ Urbe. Con essi condivideva la vita, il poco cibo che riceveva in elemosina perché – come scrisse il Cardinale Macchi nel “Breve Pontificio per la beatificazione del Venerabile Benedetto Giuseppe Labre” “al bisogno di cibo soddisfaceva con duri frusti di pane, e con erbe gittate per la via, alla sete con l’acqua; né mai dalla carità altrui, o dalla carità altrui, o dalle preghiere si lasciò indurre usare più larga e salubre refezione.

 

  1. Il Rione Monti.

 

  1. Chiesa di Santa Maria ai Monti (Via dei Madonna ai Monti 41)

 

  1. Cappella Oblate Apostole “Pro Sanctitate” Via dei Serpenti 2

Le ultime tappe del suo Pellegrinaggio sono comprese nelle strade animate di questo rione storico che vedevano passare il Santo; spesso “macilento com’era e squallido, se talvolta veniva fastidiosamente rigettato o schernito ed insultato dalla procace plebaglia, non solo non risentivasi, ma anzi tranquillo e lieto riceveva ogni ludribio e ogni ingiuria” (ibdem Card. Macchi).

Si recava spessissimo nella Chiesa della Madonna ai Monti per la recita delle Litanie davanti all’immagine miracolosa della Vergine. La sua preghiera iniziava fin dalle prime ore della mattina e, inginocchiato presso l’altare maggiore “con gli occhi fissamente a Maria rivolti, parea che si liquefacesse in santo amore, né potea trattenere gli affetti interni senza esprimere il suo amore. […]Chiunque miravalo perovava compunzione, e tenerezza. Molti portavansi a bella posta in detta chiesa, e fatta una breve adorazione al Divin Sacramento, si mettevan di proposito ad osservarlo, destandosi ne’ loro cuori affetti di compunzione e devozione nel mirarlo così innamorato e devoto di Maria Santissima”.

Conviene indugiare ad entrare nella chiesa e fermare l’attenzione sui pochi gradoni esterni, qui il 16 aprile del 1789 il cencioso mendicante ( per tacere della fauna che viveva sul suo corpo!) tante volte rincorso con frizzi e lazzi, – ma che destava un’inquietudine misteriosa a chi l’avvicinava-, vissuto fra mille stenti, dopo aver percorso –si è calcolato-circa 30.000 chilometri di pellegrinaggi, si accasciò esanime su quei gradini. Era un mercoledì Santo.

 

(http://www.pellegriniaroma.org/pellegrinaggi-cittadini-urbani-roma/san-benedetto-giuseppe-labre-pellegrinaggio-roma/)

 

TESTI SU SAN BENEDETTO GIUSEPPE LABRE:

http://www.30giorni.it/articoli_id_14777_l1.htm

Il Santo pellegrino

Roma, 30 aprile 1783. Nel silenzio del suo studio privato, il cardinale De Bernis, ambasciatore di sua maestà il re di Francia presso lo Stato Pontificio, è intento a redigere una nota informativa da inviare a Versailles al conte di Vergennes, ministro degli Esteri: «Noi abbiamo qui, dal 16 di questo mese, in una chiesa di questa città, uno spettacolo che edifica gli uni, e scandalizza gli altri…». Negli stessi giorni, il Diario Romano, il famoso periodico dell’epoca fondato da Giovanni Chracas, a questo proposito, annota: «Muore il 16 aprile 1783 Benedetto Giuseppe Labre, nato ad Amettes, parrocchia di San Sulpizio, diocesi di Boulogne. Si è sentito male mentre pregava nella chiesa della Madonna dei Monti e poco dopo, benché soccorso da alcuni fedeli, è morto. Esposto nella detta chiesa, viene sepolto il 20 in un cavo appositamente fatto a cornu epistolae dell’altar maggiore, fra la venerazione di tutto il popolo romano». Si trattava di un pellegrino, un francese di 35 anni. Viveva della carità di un pio sacerdote, l’abate Mancini, che lo aveva raccolto una sera tra gli archi del Colosseo e lo aveva convinto a prendere alloggio in uno di quegli ospizi che offrivano asilo ai molti vagabondi che affollavano le strade di Roma, accanto alla chiesa di San Martino ai Monti. Perché dunque tanto clamore per questo «Labre o Labré nativo di un villaggio della diocesi di Boulogne», antico novizio della abbazia di Sept-Fonts? Una manovra dei Gesuiti, annota il De Bernis. Essi avevano tolto quello sconosciuto dall’oscurità. «Al momento del suo decesso» scrive il cardinale «la voce della sua santità si diffuse in un istante e universalmente in questa capitale, ciò che sembrerebbe provare che il partito qui dominante – che è quello dei Gesuiti – avrebbe gettato gli occhi su questo pio mendicante per trarne vantaggio secondo le sue mire. Si può presumere che questa pia commedia non finirà così presto…».
Davvero i Gesuiti, soppressi pochi anni prima, nel 1774, da Clemente XIV su pressione delle corti di mezza Europa, potevano aver inscenato quella «pia commedia»? Il fine diplomatico non riusciva a spiegarsi quel concorso di folla venuta a onorare uno “straccione”, un suo ignoto connazionale che aveva trascorso la vita sulle strade, visitando continuamente chiese e santuari, sempre in viaggio tra Roma e Loreto, così scrupoloso nell’osservanza dei doveri religiosi da cadere in sospetto di giansenismo. Eppure, in quegli stessi giorni, il 3 maggio, un medico di Roma riportava anch’egli in una lettera alla sorella, religiosa al Carmelo di Cavaillon in Francia, una versione ben diversa dei fatti: «I muti parlano, i ciechi vedono, i paralitici e gli idropici sono immediatamente guariti. Domenica scorsa una povera donna idropica fu guarita sulla stessa pietra che copre la tomba. Gli increduli, come gli altri, si commuovono fino alle lacrime. Nessuno qui ha mai visto nulla di simile. Ma ci vuole una fortissima sorveglianza per fermare il popolo».
Alla sua morte era accaduto, in effetti, qualcosa di inaudito. Neppure ai funerali di Filippo Neri si ricordava una simile partecipazione di popolo. Erano così abituati a vederlo nelle chiese più disparate, in ginocchio per ore davanti al Santissimo Sacramento, dovunque si celebrassero le Quarantore, ma Benoît-Joseph, questo il suo nome di battesimo, conduceva in fondo una vita sconosciuta ai più, e il suo carattere schivo accentuava questo isolamento. Tutto ciò non spiegava il travolgente concorso di folla di quei giorni.
Il mattino del mercoledì santo, 16 aprile 1783, giorno della sua morte, Benedetto era riuscito a stento, fiaccato nel corpo, a trascinarsi dall’ospizio Mancini alla chiesa di Santa Maria ai Monti per ascoltare il racconto della Passione. I monticiani che lo videro così pallido credettero che sarebbe spirato durante la lettura. Benedetto si accasciò invece sulle scale della chiesa, e fu portato in casa del macellaio Zaccarelli, che abitava in via dei Serpenti e conosceva bene il pellegrino. Lì, nell’ora del Vespro, dopo aver ricevuto l’estrema unzione, Benedetto spirò.

«Avvenne morte sì preziosa» scrive il Coltraro, autore di una biografia del santo, «alli 16 aprile giorno del mercoledì santo dell’anno 1783, nella età di anni 35, giorni 21 ed in quel punto stesso in cui cominciarono tutte le campane di Roma a dare il segno di recitarsi la Salve Regina, ed altre brevi preci, ordinate dal sommo pontefice Pio VI di santa memoria per muovere la Santissima Vergine ad interporsi presso Dio, perché si degnasse mettere in calma la nave di san Pietro ondeggiante nelle presenti tempeste»

(Vita di san Benedetto Giuseppe Labre scritta dal padre Anton Maria Coltraro, riprodotta con note ed aggiunte per cura della postulazione della causa, Roma 1881, p. 302).

 

«Il povero delle Quarantore»

Di quel che seguì vale la pena ascoltare il racconto che ha steso Agnes De La Gorce, in una delle più famose biografie di Labre: «L’alba del giovedì santo si levò su Roma. Nelle strade affluivano i bambini. Uscivano da tutte le bicocche, da ogni abituro e pullulavano come i gatti, gridando: “Il santo è morto”. Erano quei bambini forse che alla vigilia sulla piazza Traiana avevano insultato il mendicante, loro zimbello e vittima. I pesciaioli annunciavano ai passanti la morte del santo. Quale santo? Ma “il pellegrino della Madonna”, “il povero delle Quarantore”, “il penitente del Colosseo”, “il nuovo sant’Alessio”, “Benedetto, il santo francese!”. In via dei Serpenti un’ovazione saliva sempre più forte: beato lui! Beato. Zaccarelli vuotò la bisaccia del povero e inventariava il suo contenuto. Beato lui! Il clamore diventava minaccioso. I devoti invadevano la camera mortuaria. Egli metteva prudentemente in fila la biblioteca del pellegrino: un breviario molto rovinato, l’Imitazione di Cristo in latino, il Memoriale della vita cristiana del domenicano Louis de Grenade, il trattato spirituale del certosino Jean Juste Lanspergio intitolato Epistola di Gesù Cristo alle anime fedeli, un Esercizio della Via Crucis, l’Ufficio dei sette dolori della Vergine. Poi delle immagini: il Bambino dell’Ara Coeli, la Vergine di Loreto, il Salvatore che porta la croce, delle preghiere manoscritte significative: un’orazione in cui il cristiano offre all’Eterno Padre il sangue di Cristo, gli atti di fede, di speranza e di carità copiati quattro volte dal penitente in un giorno di desolazione spirituale. C’erano anche delle monete d’argento e di rame, un almanacco strappato, delle bucce d’arancio e di limone, delle croste di pane indurite. […] La folla non acclamava soltanto Benedetto ma la famiglia Zaccarelli: “Beati voi che avete un santo! Beati voi che possedete un tesoro!”. Questi privilegiati si occupavano di ripulire le reliquie di Benedetto. I confratelli di Nostra Signora della Neve abbigliarono il morto con il loro abito bianco. Il suo volto, finalmente lavato, riposava in pace. Si racconta che le religiose Maestre Pie venute da Sant’Agata dei Goti, inginocchiate davanti al giaciglio, non ebbero la forza di recitare il De Profundis, ma intonarono il Gloria Patri. Verso sera i confratelli di Nostra Signora della Neve trasportarono alla Madonna dei Monti la gracile spoglia. Il quartiere si eccitava del suo proprio entusiasmo. Il santo, ecco il santo! Gli applausi crepitavano come al teatro. […] Zaccarelli ottenne, non senza pena, che si interrasse il povero alla Madonna dei Monti, suo santuario preferito, mentre due parrocchie, San Salvatore ai Monti e San Martino ai Monti rivendicavano i loro diritti su quel cadavere. La casa dove era morto dipendeva dall’una, l’ospizio Mancini dall’altra. Ma i devoti della Madonna dei Monti e di Benedetto, il santo francese, seppero imporre la loro volontà. […] In questo giovedì santo 1783 davanti alla Madonna dei Monti dei bottegai, somiglianti a banditi di commedia, facevano la guardia al loro patrono, il mendicante Benedetto, contro un possibile rapimento. Essi nascondevano un’arma nelle pieghe della cintura e se ci fosse stato bisogno avrebbero versato il sangue. Ma il corteo funebre entrò pacificamente in chiesa. Il santo, ecco il santo… Dalla sera del giovedì santo fino alla domenica di Pasqua la salma del mendicante fu esposta alla Madonna dei Monti […]. I soldati corsi che montavano la guardia alle porte di Roma furono chiamati dalla loro vicina caserma per assicurare il difficile servizio d’ordine e ricorsero alle bastonate. Beato lui! Beato lui! Altre grida presto si levarono: grazia, grazia! Delle creature scapigliate aiutate da uomini dall’aspetto patibolare, spingevano la barella di un malato» (Agnes De La Gorce, Un povero che trovò la gioia, Parigi 1936, tr. it. Ed. Pro Sanctitate, 1992, pp. 208-211, passim).

Quell’anno alla Madonna dei Monti non fu possibile celebrare i riti della settimana santa. I pellegrinaggi si susseguivano e cresceva il numero dei miracoli. Al 30 luglio ne erano stati accertati 136. Il cardinale De Bernis, chiuso nel suo studio, continuava a dettare le sue note per il conte di Vergennes: «Non c’è più dubbio» scriveva il 4 giugno «che il partito dei Gesuiti a Roma sia il motivo dello scalpore che qui continuano a fare gli innumerevoli miracoli che vengono attribuiti al mendicante Benoît-Joseph Labre della diocesi di Boulogne-sur-Mer». Quando l’entusiasmo, dopo tre mesi, inizia a scemare, il De Bernis ha pronta una nuova interpretazione: «Questo sospetto di giansenismo» scriveva il 29 luglio «comincia a raffreddare molto l’entusiasmo del partito gesuitico fautore ed ammiratore della santità e dei pretesi miracoli di questo mendicante francese, la folla alla sua tomba diminuisce ogni giorno. Senza dubbio si lascerà che questo resto di fanatismo si spenga da sé per non essere obbligati a confessare di essersi grossolanamente ingannati. […] Questa storia finirà, verosimilmente, come avevo previsto, e cioè con un gran ridicolo, aumentato forse poi dal fatto che il partito giansenista potrebbe rivendicare i miracoli di uno dei suoi proseliti subito dopo che il partito gesuitico lo avrà totalmente abbandonato. Niente è impossibile in materia di fanatismo, ma la religione soffre e diventa spregevole agli occhi degli eretici e degli increduli». Ma intanto, la fama di Benedetto superava le Alpi per giungere fin nel villaggio di Amettes, nell’Artois, da cui era partito quattordici anni prima per non tornarvi più.

«Seguite le ispirazioni della grazia»

Benoît-Joseph Labre era nato laggiù, nella Francia degli anni precedenti la Rivoluzione, il 26 marzo 1748. Dopo i primi anni trascorsi in famiglia, si era trasferito presso uno zio sacerdote, parroco del piccolo borgo di Erin, vicino al paese natale. Presso di lui iniziò una formazione che, nelle intenzioni della famiglia, lo avrebbe dovuto condurre tra le file del clero secolare. A quegli anni risalgono lo studio del latino e delle Scritture, le letture nella biblioteca dello zio che lo porteranno a maturare una vocazione monastica mai realizzata. Tra di esse i sermoni del padre Le Jeune detto il Cieco, un oratoriano del secolo precedente, austero fino ai limiti della durezza. Benedetto ne aveva ricavato un’impressione fortissima, che lo spinse a cercare una forma di vita religiosa il più possibile lontana dal mondo. E aveva sognato di entrare nella Trappa, nonostante le perplessità dello zio e lo sconcerto della famiglia, che cercavano di dissuaderlo. Ma il vecchio parroco di Erin era venuto a mancare nell’agosto del 1766, vittima della carità che lo portò a prodigarsi per alleviare le pene dei parrocchiani, investiti da un’epidemia di tifo. Benedetto si sentì allora libero di tentare la via di quella che credeva essere la sua vocazione. Ma da quel momento una serie di insuccessi frustreranno le speranze dell’aspirante monaco. I suoi tentativi di essere accettato nei monasteri della regione vanno a vuoto. Troppo giovane, troppo scrupoloso, ripetono gli abati. Finché, il 12 agosto 1769 parte per la Certosa di Montreuil-sur-Mer dove questa volta è ammesso senza difficoltà. Ma in capo a un mese questo nuovo assaggio di vita monastica è ancora uno scacco. Il priore sentenzia senza mezzi termini: «Via, la Provvidenza non vi chiama nel nostro istituto, seguite le ispirazioni della grazia».
Scrisse ai suoi parenti il giorno stesso della partenza dal monastero, 2 ottobre 1769: «Mio carissimo padre e mia carissima madre. Vi informo che non avendomi i Certosini giudicato adatto alla loro condizione, io ne sono uscito il due di ottobre; io considero la cosa come un ordine della Divina Provvidenza che mi chiama ad uno stato più perfetto, essi stessi hanno detto che era la mano di Dio che mi ritirava da loro. Dunque, mi incammino verso la Trappa, questo luogo che desidero tanto, e da tanto tempo. Vi domando perdono di tutte le disobbedienze e di tutte le pene che vi ho causato. Vi prego caldamente l’uno e l’altra di darmi la vostra benedizione affinché il Signore mi accompagni. Io pregherò il buon Dio per voi, tutti i giorni della mia vita, soprattutto non vi preoccupate per me. Anche se avessi voluto restarvi, non mi avrebbero ricevuto, per questo mi rallegro molto, perché vedo che l’Onnipotente mi guida. Non affliggetevi perché sono uscito dai Certosini, non vi è permesso di resistere alla volontà di Dio che così ha disposto per il mio più gran bene e per la mia salvezza. Vi prego di fare i miei auguri ai miei fratelli e sorelle. Accordatemi la vostra benedizione, non vi darò più alcuna pena, il buon Dio che ho ricevuto prima di uscire mi assisterà e mi condurrà nell’impresa che Lui stesso mi ha ispirata. Io avrò sempre il suo timore davanti agli occhi e il suo amore nel cuore. Spero molto di esser ricevuto alla Trappa; in ogni caso mi assicurano che l’ordine di Sept-Fonts non è tanto duro e si è ricevuti anche se molto giovani. Ho l’onore di essere, con profondo rispetto, vostro umilissimo servitore. Montreuil, 2 ottobre 1769. Benoît-Joseph Labre».

 

«Bisogna andare a servire»

Benedetto uscirà così per sempre dal monastero, incerto e confuso. Si ricordò allora di un’espressione ricorrente nel linguaggio del popolo dell’Artois, la sua terra natale: «Bisogna andare a servire», cioè bisogna intraprendere un pellegrinaggio. Se la terra non produceva frutti, i contadini del suo paese “andavano a servire” Nostra Signora Dispensiera di pane, nel santuario del borgo di Aire, dove un tempo la Vergine aveva miracolosamente nutrito il popolo in tempo di fame. E se qualcuno soffriva di febbre si “andava a servire” santa Isberga, sorella di Carlo Magno, nel santuario eretto in suo onore. Così Benedetto, per fare luce sulla strada che Dio aveva in serbo per lui, prese una risoluzione: «Bisogna andare a servire a Roma, alla tomba degli apostoli». E prese la via dell’Italia. In capo a tre giorni la febbre scomparve. Ancora non sapeva che Dio aveva in serbo per lui proprio la strada, per fare di lui il pellegrino, l’homo viator per eccellenza. Dal Piemonte scrisse la sua ultima lettera ai genitori, datata 31 agosto 1770: «Mio carissimo padre, mia carissima madre. Voi avete saputo che sono uscito dall’abbazia di Sept-Fonts e senza dubbio siete in pena di sapere quale strada io ho preso da allora, e quale stato di vita io desidero abbracciare. È per fare il mio dovere e togliervi dall’inquietudine che vi scrivo la presente, dunque vi dirò che sono uscito da Sept-Fonts il 2 di luglio; avevo ancora la febbre quando sono partito, e la febbre mi ha lasciato al quarto giorno di cammino, e ho preso la via di Roma. Adesso sono quasi a mezza strada. […] Non vi preoccupate per me, io non mancherò di mandarvi mie notizie, vorrei molto averne di vostre e dei miei fratelli e sorelle, ma questo non è possibile adesso perché non sto fisso in un luogo. Non mancherò di pregare Dio per voi ogni giorno, vi chiedo perdono di tutte le pene che posso avervi procurato e vi prego di accordarmi le vostre benedizioni affinché Dio benedica i miei progetti. È per ordine della Provvidenza che ho intrapreso questo viaggio…».
Benoît-Joseph Labre si trovò da allora a viaggiare continuamente, per fermarsi, negli ultimi anni, a Roma. Timido, senza possedere nulla, immerso nella preghiera, nella assoluta solitudine, tranne che per la compagnia dei santi che visitava nei santuari, e per l’adorazione dell’Eucaristia presente nelle chiese, iniziò una vita di pellegrino che lo porterà in giro per l’Europa, facendogli percorrere in 14 anni più di 30mila chilometri. Giunse a Roma il 3 dicembre del 1770, passando per Loreto e Assisi. Saranno i santuari che visiterà più di frequente. Da allora li raggiungerà almeno una volta all’anno, fino al 1777, quando si stabilì definitivamente a Roma. Nel 1771 Benedetto partì da Loreto e lungo la costa adriatica giunse fino al monte Gargano per visitare il santuario di San Michele, così caro alla memoria di san Francesco; di lì scese a Bari per venerare la spoglie di san Nicola. Quando aveva pregato davanti al sepolcro di un santo, raccoglieva un po’ di polvere e la poneva in un sacchetto. Non si può dire che fosse un barbone o un vagabondo, né che fosse un mendicante, benché ne avesse tutto l’aspetto; non chiedeva mai l’elemosina tranne una volta, a Bari, per soccorrere dei detenuti che morivano di fame dietro le sbarre. «Allora, per amor loro, lui che fuggiva la folla, lasciò che un circolo di curiosi si formasse intorno a lui come un saltimbanco; erano paesani carichi di olive appena raccolte, donne che tenevano in equilibrio sulla testa un cesto di biancheria, marinai pesciaioli, venditori ambulanti di tipo orientale» (De La Gorce, op. cit., p. 114). Benedetto posò a terra il cappello, mise sul bordo il crocifisso, si inginocchiò e si mise a cantare con la sua bella voce le litanie della Santa Vergine che sapeva a memoria. Passò poi tra le file dei curiosi con il cappello in mano e andò a consegnare il ricavato della questua ai carcerati.

 

Benedetto Giuseppe Labre possedeva un’altra bellezza

Benedetto portava qualcosa che andava al di là del suo misero aspetto e della durezza con cui trattava il suo corpo. Così che i sacerdoti che lo vedevano inginocchiato in fondo alla chiesa sentivano un inspiegabile fervore nel celebrare la messa. E un connazionale, André Bley, pittore di soggetti sacri, lo incontrò un giorno per le vie di Roma e lo supplicò a lungo di posare per lui. Aveva bisogno di un modello per il volto di Cristo. «Questi non era affatto dotato della bellezza suggerita dalle leggi dell’Accademia, ma ne possedeva un’altra» (De La Gorce, op. cit., p. 114).
Roma, le memorie degli apostoli e dei martiri, Loreto, la Santa Casa. Questi saranno i due fuochi attorno ai quali ruoterà la vita di Benedetto. Se ne allontanerà solo per compiere, tra il 1773 e il 1774, il cammino di Compostela e venerare la tomba di san Giacomo, passando per Manresa alla grotta di sant’Ignazio e per Saragozza a rendere omaggio alla Vergine del Pilar. Ovunque sono testimoniate tracce e memorie del suo passaggio, è ricordata la sua carità e gli sono attribuiti miracoli. È di nuovo a Roma il 3 aprile del 1774, qualche mese prima dell’apertura del Giubileo. Clemente XIV muore pochi giorni dopo aver firmato il decreto che scioglie l’ordine dei Gesuiti. Benedetto si reca a San Paolo fuori le Mura a pregare per la Chiesa. Lo ricorda una donna, che aveva intuito la sua santità e lo cercava ogni tanto: «Si chiamava Domenica Bravi e conosceva bene l’uomo che compiangeva. Quando lui alloggiava sotto gli archi del Colosseo, gli portava delle uova fresche e degli aranci. […] Domenica Bravi aveva detto una volta a Benedetto: “Com’è bello conoscere Dio con la fede e amarlo con la carità!”. Quelle parole avevano riempito di gioia il povero. […] La grande campana del Campidoglio aveva annunciato la morte di papa Clemente XIV» (De La Gorce, op. cit., p. 198-199).

 

«Pregate per la Chiesa, la Chiesa di Cristo»

«Si era aperto il conclave per eleggere il successore. Difficile, interminabile, il conclave era durato più di quattro mesi: come sempre la rete di intrighi avviluppava i cardinali rinchiusi in Vaticano, le pasquinate circolavano. Mentre una Roma curiosa e vana si perdeva in congetture, eccitata da questa corsa alla tiara, Benedetto peregrinava di chiesa in chiesa, e Domenica lo incontrava presso San Paolo fuori le Mura. “Benedetto” gli diceva “è un momento grave quello in cui si sceglie un papa. Pregate per la Chiesa, la Chiesa di Cristo”. A queste parole “la Chiesa, la Chiesa di Cristo”, il povero si era trasfigurato. Immobile e triste come un mendicante di pietra, egli raggiungeva l’apice della sua orazione. E Domenica aveva compreso allora – al suo modo di plebea incolta – che tra i grandi personaggi che deliberavano in Vaticano e lo straniero di cui ignorava perfino il cognome, esisteva un legame essenziale, indistruttibile. La Chiesa, la Chiesa di Cristo, riposava su questo anacoreta» (De La Gorce, op. cit., p. 198-199).
Benedetto aveva scelto il Colosseo come dimora, dormendo sotto il 43° arco, alla V stazione della Via Crucis: forse non a caso, quella in cui Simone di Cirene aiuta Gesù a portare la croce. La giornata era scandita dai gesti della preghiera e dalle strade di Roma, che lo portavano giorno dopo giorno a scegliere i luoghi più cari alla fede del popolo. Come testimoniò un sacerdote che lo conosceva bene, padre Francesco Fraja: «Ordinariamente lo vedevo andare alla Chiesa dei Santi Apostoli il lunedì, dove vi si dava la benedizione del Santissimo Sacramento; il martedì mattina a quella di San Cosma e San Damiano, la sera alla Madonna di Loreto ai Fori Romani; il mercoledì pomeriggio andava a quella del Santissimo Nome di Maria, presso la colonna Traiana; il giovedì e il sabato sera, alla Madonna dei Monti; il venerdì a volte a Sant’Agata di Monti; e la domenica a Santa Maria in Campo Carleo». Una volta, l’anziano gesuita gli si era inginocchiato davanti, e quando vide che Benedetto tremava di sconcerto e di confusione, gli aveva detto che venerava Cristo nella persona del povero.

Accanto a questo amore per l’Eucaristia, tanto che fu definito “il povero delle Quarantore”, trovava spazio la devozione alla Vergine Maria. Nel suo peregrinare raggiunge molti santuari mariani; a Roma si ferma volentieri nelle chiese dedicate alla Madonna e il suo confessore, padre Marconi, dice che prediligeva la chiesa di Santa Maria Maggiore e quella di Santa Maria ai Monti. «A qual grado salisse questa tenerissima filiale devozione verso la Vergine nel nostro Benedetto Giuseppe non è facile a ridirsi… Bastava vederlo genuflesso avanti ai suoi altari per vederne gli interni trasporti di tenerezza verso di Lei, scorgendosi dagli occhi, che di tanto in tanto alcun poco apriva, gli interni sentimenti del suo spirito, come io stesso con mia grande edificazione ho osservato, e come è noto ad una grande moltitudine di testimoni, che lo hanno veduto nelle chiese dedicate a Maria Santissima e specialmente in quelle ove si venerano le sue immagini più insigni» (P. Marconi, Ragguaglio della vita del Servo di Dio Benedetto Giuseppe Labre, pp. 226-227).
Gli ultimi giorni della sua vita furono proprio quelli della settimana santa. Domenica Bravi lo incontrò la domenica delle Palme, mentre si trascinava a stento sulla spianata deserta che da San Giovanni in Laterano portava verso Santa Croce, per venerare le reliquie della Passione. Era l’ultima volta che lo vedeva.
La sera del mercoledì santo «a Loreto, Gaudenzio e Barbara Sori» che spesso avevano alloggiato Benedetto nei suoi pellegrinaggi «spiavano l’arrivo del pellegrino. Non era quella la stagione dei suoi viaggi? Ma il loro piccolo Giuseppe, disse: “Benedetto non verrà più, sta morendo”. Né Gaudenzio né Barbara dettero importanza a questo divagare infantile. I loro sguardi scrutavano la strada caduta nell’ombra. “Benedetto muore, è morto” ripeteva il bambino. Questa volta il piccolo Giuseppe si prese un rabbuffo. Tuttavia quando, divenuto improvvisamente più grave per la sua età, aggiunse: “Benedetto è entrato in paradiso, il cuore me lo dice”, Gaudenzio e Barbara non lo rimproverarono più, ma rifletterono e piansero» (De La Gorce, op. cit., p. 208).

 

«…il puro effetto della grazia»

Qualche mese dopo la sua morte, tutta l’Europa cristiana sapeva già che Benedetto Labre era un santo. Fu beatificato il 20 maggio 1860 da Pio IX e canonizzato l’8 dicembre 1881 da Leone XIII.
I suoi genitori furono chiamati a testimoniare al processo di beatificazione, apertosi a solo un anno dalla morte. Intanto ad Amettes continuavano a giungere pellegrini. Da uno di questi la mamma di Benedetto, Anne-Barbe, seppe che a Loreto la famiglia Sori aveva spesso alloggiato suo figlio sfinito e tremante di freddo. Ed inviò una lettera di ringraziamento: «Signora, non dimenticheremo mai tutto quello che avete fatto per il nostro caro figlio Benoît-Joseph al momento dei suoi pellegrinaggi a Loreto. Voi mi dite che per me è consolante di aver dato la vita a questo figlio e ne convengo con voi, signora, ma ho motivo di inorgoglirmene? Affatto. Io riconosco umilmente che un padre e una madre non sono che i vili strumenti di cui Dio si serve per dare la vita fisica ai loro figli. Per questo se Benoît-Joseph, il nostro caro figlio, si è santificato sulla terra con la pratica dell’umiltà e di altre virtù cristiane, io confesso candidamente che la condotta o piuttosto la vita edificante ch’egli ha condotto fin dall’infanzia era il puro effetto della grazia e per conseguenza, solo il lavoro dello Spirito Santo: perciò ogni giorno ne benedico il Signore e lo prego costantemente di volervi concedere con abbondanza gli stessi aiuti per arrivare un giorno allo stesso fine».

Paul Verlaine e la canonizzazione di Labre

L’8 dicembre 1881, giorno della canonizzazione di Benedetto Giuseppe Labre,
il poeta francese Paul Verlaine, che si era recato in pellegrinaggio ad Amettes nel 1877, compose questo sonetto
in onore del nuovo santo. Il componimento fu poi pubblicato nella raccolta Amour del 1888.

 

Comme l’Église est bonne en ce siècle de haine,
D’orgueil et d’avarice et de tous les péchés,
D’exalter aujourd’hui le caché des cachés,
Le doux entre les doux à l’ignorance humaine

Et le mortifié sans paix que la Foi mène,
Saignant de pénitence et blanc d’extase, chez
Les peuples et les saints, qui, tous sens détachés,
Fit de la Pauvreté son épouse et sa reine,

Comme un autre Alexis, comme un autre François,
Et fut le Pauvre affreux, angélique, à la fois
Pratiquant la douceur, l’horreur de l’Évangile!

Et pour montrer ainsi au monde
qu’il a tort
Et que les pieds crus d’or
et d’argent sont d’argile,
Comme l’Église est tendre
et que Jésus est fort !

San Benedetto Giuseppe Labre
(Giorno della canonizzazione)

Come è buona la Chiesa in questo secolo di odio,
d’orgoglio e d’avarizia e di tutti i peccati,
a esaltare oggi il nascosto fra i nascosti,
il dolce fra i dolci dinanzi all’ignoranza umana

e il mortificato senza requie che la Fede conduce,
livido di penitenza e bianco d’estasi,
fra i popoli e i santi, che, libero dai sensi,
fece di Povertà la sua sposa e la sua regina

come un altro Alessio, come un altro Francesco,
e fu il Povero obbrobrioso e angelico, che del Vangelo
praticò insieme la dolcezza e lo scandalo!

E per mostrare così al mondo
che esso ha torto
e che i piedi, creduti d’oro e
d’argento, sono d’argilla,
come è piena di tenerezza la
Chiesa, e quanto Gesù è forte!

 

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PREGHIERA

Padre Santo, ti lodiamo e ti ringraziamo per averci dato in San Benedetto Giuseppe Labre, un’icona vivente del tuo Figlio Gesù Cristo. Tu hai messo nel suo cuore l’inquietudine della ricerca della tua volontà e lui, pieno di fiducia nel tuo amore, percorse questa vita come il santo viaggio verso il santuario celeste. Durante il cammino indossò l’abito dell’umiltà del tuo Figlio Gesù Cristo che da ricco si fece povero assumendo la nostra fragilità. La luce della tua Parola ha rischiarato le notti della sua solitudine e il mormorio della preghiera gli ha dato la forza per arrivare alla meta. Pellegrino dell’Assoluto, ha imparato fare della Chiesa la sua Santa Casa, il luogo dove ha adorato l’Eucaristica presenza e dove ministri della Tua misericordia Io hanno unto con l’olio della consolazione. La Madre Santa, Maria, lo circondò di tenerezza e pian piano impresse in lui la carità del Figlio Gesù Cristo. Ti preghiamo, nel nome di Gesù, donaci un cuore di fuoco che bruci d’amore per te, un cuore pieno di tenerezza e compassione specialmente per i nostri fratelli più poveri e un cuore forte e rigoroso impenetrabile al male. Amen.

San Benedetto Giuseppe Labre aiuta con la tua intercessione la nostra preghiera. Amen.

+ Giuseppe Marciante – Acireale, mar. 2017 (vescovo di Cefalù)