27 ottobre 2017

mons. VALENTINO LIVA

 

 

 

di Gianfranco Ellero

Quando, qualche mese fa, mons. Genero mi invitò a presentare il libro che mons. Baccino aveva dedicato alla figura e all’opera di mons. Valentino Liva nel sessantesimo della morte, risposi immediatamente “si può fare” perché, nonostante i miei numerosi impegni, mi sentii subito attratto dalla parabola vitale di un Uomo che aveva vissuto un tempo definibile e definito come “rivoluzione europea”, iniziata nel 1912 e terminata nel 1953.

Non è questa la sede per dire le ragioni che indussero gli storici contemporanei a individuare questo periodo corto all’interno del cosiddetto “secolo breve”: basterà dire che il sottoperiodo comprende le due guerre mondiali, con annessi e connessi, e dunque un tempo particolarmente tragico anche e soprattutto per i sacerdoti, lacerati fra l’universalismo della carità cristiana e l’unilaterale obbedienza pretesa e imposta dai regimi autoritari. Se infine, come nel nostro caso, stiamo per rivedere la vita di un sacerdote di confine, il racconto storico si fa ancora piùcomplesso e attraente. La lettura di queste pagine mi ha poi consentito di incontrare un prete di straordinaria statura umana e culturale, che sicuramente non ebbe, in vita, tutti i riconoscimenti che meritava, e dopo la morte, se si fa eccezione per un ricordo nel decennale, fu ripagato con il silenzio.

Era quindi giusto e doveroso che la sua figura fosse riportata in luce e inquadrata nel suo tempo storico, ed è una vera fortuna che il gravoso compito sia stato svolto con mano sicura da mons. Baccino, cioè da una persona che conobbe mons. Liva non soltanto attraverso i documenti, come generalmente accade, ma anche per gli intercorsi rapporti personali: da persona, quindi, che si trova nella condizione ideale per dare la giusta interpretazione delle prove documentali. A questo punto, prima di mettere a fuoco l’effigie storica di mons. Liva, per quanto consentito da una breve relazione, vorrei parlare della cornice, ovvero del libro che la biografia contiene e la ambienta.

BIOGRAFIA

Dirò subito che mons. Bruno Baccino, scrupoloso nella ricerca dei docu-menti, saggio e prudente nella loro interpretazione, non ci presenta qui un racconto agiografico, bensì un’efficace e per alcuni versi inedita ricostruzione d’ambiente, nella quale, a lato del fil rouge biografico, ha occhi per vicende analoghe: sto pensando alle persecuzioni politiche che colpirono mons. Liva, ma anche altri sacerdoti a lui vicini, ad esempio; e quando potrebbe calcare la mano per dare evidenza a comportamenti incongruenti, lo fa con molto stile, ovvero con discrezione ed eleganza.

Sto pensando a una Cividale deserta verso la fine di ottobre nel 1917, quando accanto mons. Liva, ritornato in città in controcorrente, c’erano soltanto due uomini ad aggirarsi fra i segni della devastazione e della morte. Dov’erano – ma questa è una domanda che pongo io, questa mattina – tutti coloro che avevano voluto la guerra, dov’erano gli “interventisti” che inneggiavano alla guerra nelle “radiose giornate di maggio” del 1915? Fuggiti, fuggiti come profughi, ma sarebbero tornati alla fine del 1918, per lanciare sospetti sui rimasti che, come mons. Liva, avevano resistito per salvare il salvabile. Bella, bella davvero, la figura di questo prete che, sfidando la corrente contraria di decine di migliaia di persone, mosse dal panico verso occidente, procede verso oriente, verso la sua città, della quale assunse, in mancanza dei coraggiosi sobillatori, anche l’amministrazione civile.

Direi che quest’immagine è davvero emblematica e riassume, come in una medaglia, lo stile di vita di mons. Liva. Il libro di mons. Baccino, fin troppo documentato, ha anche altri pregi, perché fornisce un solido contributo alla storia del cattolicesimo udinese fra Otto e Novecento e, in particolare, alla storia del cattolicesimo cividalese, o per dir meglio del Capitolo: e se le vicende dei cattolici in politica bene emergono dai libri di Tessitori, di don Lozer, di Vannes Chiandotto e altri, le vicende ecclesiastiche locali sono una vera rivelazione, almeno per me e, credo, per la grande maggioranza dei lettori. Certo, mons. Baccino non è il primo a interessarsi alle vicende del capitolo di Cividale, posto che esiste una tesi di laurea in materia all’Università di Roma, ma oggi, grazie a questo libro, quella storia può diventare cultura e coscienza diffusa fra la gente. Questo è, in conclusione, un libro molto utile anche per la conoscenza storica della nostra regione.

DECANO ARCIPRETE

Ma chi era, da dove veniva, il decano-arciprete di Cividale?

Era nato ad Artegna, da Giovanni Battista e Angela Codaglio, l’8 marzo 1867. Dopo gli studi nel seminario di Udine, visti gli eccellenti risultati scolastici – 9,5 decimi al ginnasio, 10 decimi al liceo – fu avviato agli studi teologici a Roma, dove frequentò l’Università Gregoriana e divenne vice rettore del Collegio Lombardo.

Fu ordinato sacerdote il 27 luglio 1890 e si laureò in teologia l’8 luglio 1892: sono gli anni della “Rerum novarum”, del Congresso di Genova dei socialisti, della grande emigrazione friulana verso le fornaci delle Germanie (proprio così si diceva: lis Gjermàniis) e verso le grandi opere ferroviarie, come la Transiberiana. Richiamato in diocesi proprio per mettere a profitto in loco le sue eccellenti doti morali e intellettuali, fu dapprima cappellano a Plasencis, e nel 1994 conseguì la laurea in diritto canonico.

Fu poi chiamato nel Seminario in qualità di vice rettore e di professore di storia ecclesiastica e di diritto canonico nei corsi teologici. E subito progettò, con Giuseppe Ellero, Luigi Miconi e qualche altro docente un programma di riforma. “L’intento in cui si muovevano – scrive mons. Baccino – era quello dello svecchiamento dei programmi, dei metodi, degli orari, dei regolamenti, con l’intenzione di arricchirli di temi più moderni, ma soprattutto più funzionali ad una maggiore crescita culturale del futuro sacerdote”.

Si trattava di una riforma necessaria, occorre ricordare, perché i sacerdoti erano chiamati anche a un impegno civile, nelle casse rurali, nelle cooperative, eccetera, ma fu accolta solo parzialmente. E prendendo a pretesto un dissidio che oggi ci appare assurdo, fu allontanato dall’insegnamento seminariale nel 1899.

Fu allora nominato rettore della chiesa di San Pietro Martire in Udine, che fu da lui restaurata e riempita, non soltanto di servizi liturgici, di conferenze sulla fede, sui sacramenti, ma anche sulla dottrina sociale della Chiesa, che a suo giudizio doveva essere diffusa anche attraverso la distribuzione di libri e giornali, come ebbe a dire al Convegno di Montenars il 22 ottobre 1902.

In quell’inizio di secolo vediamo don Valentino inserito anche nell’impegno sociale, e nel 1905 nella veste di fondatore del “Patronato Operaio Femminile Udinese”, un sindacato che ebbe grande successo. Pochi mesi più tardi fu nominato economo spirituale della parrocchia di San Nicolò, ma i suoi successi fra le operaie, che avevano aderito in massa al Patronato, suscitarono i primi pettegolezzi e duri attacchi sulla stampa socialista; ma lui proseguiva imperterrito, e inaugurava per il Patronato una sala teatrale in via Ronchi, fondava la “Pia unione dell’ora eucaristica”, apriva l’oratorio femminile in via Rivis, e così via. Pur essendo impegnatissimo, il 28 febbraio 1909 partì da Udine per portare, a nome del Patronato, il rica-vato della pesca di beneficenza del 31 gennaio precedenteall’orfanotrofio di Polistena, dove si raccoglieva una parte dei superstiti del terribile terremoto di Messina (28 dicembre 1908).

Il 4 febbraio 1913 Mons. Liva fu nominato Decano-Arciprete di Cividale, Città nella quale entrò ufficialmente il 27 aprile. In risposta agli indirizzi di saluto delle autorità convenute nella sala capitolare pronunciò queste parole: “gli auguri rivoltimi sono indice sicuro dei buoni rapporti che intercorreranno fra l’autorità ecclesiastica e civile per il bene morale e materiale della classe bisognosa. Venire in soccorso ai bisognosi, è ben questa la missione del Sacerdote e io la compirò con zelo e scrupolo”.

DUE GUERRE MONDIALI

Così avvenne, infatti, non soltanto in città e nell’area capitolare in tempo di pace, ma anche durante la guerra, suscitando il livore anticlericale di chi allora governava Cividale. Ma per ragioni che qui non si possono neanche sfiorare, peraltro ben documentate nel libro, non era agevole neanche la convivenza con tutti i sacerdoti del capitolo.

Ed ecco, a partire dal 24 maggio 1915, mons. Liva nel turbine della prima guerra mondiale e quasi in prima linea, data la posizione e la funzione di immediata retrovia di Cividale. La guerra crea naturalmente miseria, malattie, distruzioni, morte, e il numero dei “bisognosi” crebbe a dismisura. Mons. Liva non lesinò energie nell’opera di soccorso a favore di tutti coloro che, militari e civili, bussavano alla sua porta. Soccorse anche Mussolini, quand’era ferito e ricoverato proprio qui, e corse a sostenere anche “i parroci ingiustamente sospettati di connivenza con il nemico, per il solo fatto di parlare un dialetto incomprensibile alle autorità militari”. (Noi pensiamo naturalmente agli slavi del Natisone, ma anche il friulano suonava ostico ed estraneo, e a Villesse ci furono cinque fucilati nei primi giorni di guerra proprio per incomprensione linguistica!).

Il 27 ottobre 1917 saltò il Ponte del diavolo e fu proprio mons. Liva a soccorrere due soldati italiani rimasti feriti nello scoppio. Nei giorni seguenti assunse la responsabilità di guidare la civica amministrazione, rifiutando peraltro il titolo di sindaco o altro equivalente, e in tale veste aiutò molti civili e militari prigionieri. Dagli occupanti ottenne, ad esempio, il sale necessario per combattere la pellagra e la passerella per superare la forra che divideva la città, ma fece tutte le pressioni possibili sul generale Eltz per la ricostruzione del ponte, che fu inaugurato il 18 maggio alla presenza del generale Boroevic! E questa è davvero una rivelazione…!

Non potè impedire, invece, la requisizione delle campane del duomo, che avvenne il 3 luglio 1918. In breve possiamo dire che il suo comportamento fu tale che, il 7 maggio 1919, ricevette le insegne di Cavaliere Ufficiale della Corona d’Italia. Le sue eccellenti doti morali e intellettuali, e il suo equilibrio, erano ben noti in alto loco, e per questo il 10 maggio 1919 fu nominato visitatore apostolico a Fiume, dove il clero cattolico era diviso in senso etnico e nazionalistico. Da Fiume uscì, come di solito, con encomi. Ritorna a Cividale il 30 aprile 1920 e incomincia di nuovo a lavorare, da pastore illuminato e illuminante, nel clima teso e violento creato allora dallo squadrismo, e fatalmente entra in conflitto con i fascisti non perché Lui fosse dichiaratamente antifascista ma perché le sue iniziative avevano successo fra il popolo e in particolare fra i giovani.

L’ostilità nei suoi confronti crebbe gradualmente fino ad assumere forme del sopruso – per esempio il suono abusivo delle campane da parte dei fascisti – dell’intimidazione – irruzione a mano armata in casa sua per proferire minacce – e dell’attentato dimostrativo nel 1931.

D’altra parte il Riceatorio di monsignor Liva attraeva molti giovani e ciò infastidiva il fascismo, che intendeva allevare a suo modo la gioventù. E proprio nei primi anni Trenta, come è noto, il fascismo dichiarò guerra al regionalismo, ma Monsignor Liva continuò a promuovere recite in friulano per quanto possibile.

Quel clima di continua tensione riuscì a indebolire la sua fibra e nell’ot-tobre 1931 cadde ammalato e fu ricoverato nell’ospedale di Gorizia. Poi ci furono anni più sereni, con il fascismo ormai ben assestato al potere e la Chiesa garantita dal Concordato del 1929. E nel 1938 ci fu festa davvero grande a Cividale per celebrare i venticinque anni di permanenza in Città del Decano Arciprete.

Ma già si levavano nubi oscure sull’orizzonte, e di lì a poco l’Europa precipitò nel baratro della seconda guerra mondiale, cioè in un clima adatto per l’esercizio della carità, da parte di monsignor Liva: a favore di ebrei perseguitati, di vittime civili, di soldati prigionieri o sbandati, di partigiani. Fra le pagine più belle mi piace ricordare l’intervento a favore del dottor Leo Levi, che fu nascosto nel cimitero di Sanguarzo; la difesa dalla rappresaglia tedesca del paese di Firmano; e, il 30 aprile 1945, la trattativa con il comando tedesco per la liberazione di duecento civili rastrellati e tenuti come ostaggi.

Questi e altri episodi illuminano quei giorni tragici. E un anno più tardi, il 28 aprile 1946 i cividalesi furono finalmente uniti nel riconoscere le benemerenze di monsignor Liva e nel ringraziarlo per quanto aveva fatto, senza risparmio di energie, per la salvezza della loro Città nel corso delle due guerre mondiali.

Quello fu sicuramente un momento importante, ma ormai la luce della sua vita è quella del tramonto: colto da malore il venerdì santo, 3 d’aprile 1947, lentamente si spense il 4 ottobre.

CONCLUSIONE

È giusto concludere questa breve orazione con le parole di mons. Bac-cino che, a commento dell’imponente funerale del 7 ottobre scrisse: “Molti dei presenti serbavano in cuore un atto di carità di Monsignor Liva”. Ma a me piace congedarmi da voi e da Lui ricordando l’immagine di un prete che il 27 ottobre 1917, procedendo in senso contrario a migliaia e migliaia di profughi e sbandati, procede da Udine verso Cividale per salvare da solo la sua Città.

Gianfranco Ellero