10 Giugno 2015

IL MIO CUORE IN FRIULI – VENEZIA GIULIA

L’autore Pier Angelo Piai dedica come segno di gratitudine questi componimenti a Udine (dove è nato e vissuto per 27 anni), Cividale (dove vive da trent’anni), Grado (che frequenta dall’infanzia), Castelmonte, Miramare, Gorizia e Buttrio.

La peculiarità dei poemetti didascalici consiste nella loro particolare forma stilistica (endecasillabi in quartine a rime alternate – a cui l’autore si è scrupolosamente attenuto); nel linguaggio poetico utilizzato che richiama quello più arcaico e tiene conto anche degli elementi moderni; nella valorizzazione dell’ambiente, dell’aspetto monumentale ed architettonico e del periodo storico di riferimento; nelle osservazioni personali
di carattere filosofico, culturale, antropologico e teologico; nell’esternazione del personale sentimento nostalgico per queste città e località.


A UDINE ANTICA

Quando  osservo dal suo Castello
la città che mi donò i natali,
mi è raro un momento più bello
perché lo spirito apre le ali,

per poi sui luoghi d’infanzia volare
sopra allo storico Giardin Grande,
che solevo per anni frequentare,
nelle mie infantili scorribande,

ai bei giorni di Santa Caterina
allorché di giostre si animava,
e cresceva in me l’adrenalina
con le novità che esso recava.

Da quel magico piazzale poi vola
l’animo mio nel dolce rimembrare
antichi luoghi come in moviola
con le loro piante a me sì care.

Nella scuola dedicata al Nievo
la leggenda amavo ascoltare
di chi costruì questo rilievo
che la piana voleva dominare.

Fu proprio Attila degli Unni re
che la grande Aquileia devastò:
fu tra i barbari il pieno di sé,
la romana civiltà egli annientò.

Ora si sa che il morenico colle
sin dai romani fu preso di mira
e che un console latino volle
mura i cui resti si ammira.

Lo sguardo tutta la città abbraccia
che da qui si sviluppa a spirale,
e poi penso quante sudate braccia
han travagliato per renderla tale.

Ma mille anni dopo Cividale
“Udene” divenne il suo nome:
fu Ottone che al “re” patriarcale
la donò, non si sa perché e come.

Bertoldo di Andechs la preferiva
alla ducale città più potente,
ed è qui che ormai stabiliva
il gran potere su tutta la gente.

Poi sotto i nobili del gastaldo
assunse il diritto di mercato,
diventando di fatto un araldo
del gran friulano patriarcato.

Quei periodi furon oscuri,
da Gorizia e Venezia contesa
gli interessi non furono puri
allo straniero s’era poi arresa.
 
La Patria del Friuli fu scossa
dalla vicina potente Venezia,
che con pretesti ed abile mossa
liberò le vie per la sua spezia.

Udene, che da tempo primeggiava,
poiché da’ patriarchi preferita,
Cividal ed Aquileia snobbava
ma poi fu nel più profondo ferita

dalla nota veneziana bramosia
che con cavalieri bene armati
cacciò i patriarchini difensor via
lasciando suoi nobili coi soldati.

Tra questi i conti di Savorgnano
da Aquileia furon discendenti
e Federico, nobil veneziano
divenne, ma dopo molti eventi.

Udene, centinaia d’anni dopo
ebbe i Savorgnan come  signori,
li divideva come era d’uopo
poderi, case, preziosi ed ori.

Il casato Torre da una parte,
dall’altra i Savorgnano del Monte,
patrizi veneti poi sulle carte
non contenti del titolo di conte.

Fu l’imperatore Massimiliano
che, per estendere i suoi domini,
volle il dominator  veneziano
ben sottomettere ai suoi confini,

poi scatenando atroci conflitti
nella povera patria friulana.
Calpestarono umani diritti
l’arma austriaca e veneziana.

In quegli anni piuttosto oscuri
il venezian Savorgnano Antonio
si trovava coi suoi uomini duri
a difendere il gran patrimonio

che la Serenissima deteneva
a Cividale ormai decadente.
Al ramo del Torre apparteneva
al servizio del gran Luogotenente.

Al suo nobil fianco combatteva
il bel nipote Luigi Da Porto,
il quale un incarico aveva
pur tra scritti e poemi assorto.

A più cavalleggeri comandava
come valido d’armi capitano,
la fiducia dello zio meritava
per sue doti e perché umano.

Nel palazzo Savorgnan invitato
per il suo prestigio conosciuto,
durante un gran ballo mascherato
ei rimase per un po’ come muto:

la fanciulla che avanti mirava
era veramente la più graziosa.
Lasciò allor chi lo accompagnava
e passò con lei l’ora preziosa.

Lucina era il suo bel nome,
una Savorgnan del ramo del Monte.
Luigi s’invaghì non sapendo come
e continuava a starle di fronte.

Da lei l’amor fu poi ricambiato
ma furon contrari grandi eventi:
la Zobbia Grassa aveva mutato
le sorti dei ben lontani parenti.

Monte e Del Torre antagonisti
a causa del tradimento d’Antonio
diviser i due protagonisti
che non potevano far matrimonio.

Il destino accanì con crudeltà:
Luigi fu poi ferito e accasciò.
Si erano promessi la fedeltà,
ma Lucina un Del Torre sposò.

Pensò d’esser da Lucina tradito,
Luigi ridotto come un rottame.
Scrisse la novella e fu ardito
nell’ambientarla in altro reame.

È già noto che il Genio inglese
conobbe codesta storia tradotta:
la trama in grande forma riprese
ed il dramma cambiò la sua rotta.

Or dall’ampio piazzale del castello
rivedo la impronta veneziana.
Piazze, vie e tutto ciò ch’è bello
l’antico splendore l’aria risana.

Vedo l’antica piazza Contarena
cinta da bei palazzi veneziani,
il colto visitator qui s’arena
a mirare le opere immani.

La gran Loggia dell’orafo Lionello
con le sue pietre bianche e rose
è per Udine un vero gioiello,
si distingue tra tante belle cose

che la nobile piazza adornano
ai piedi del gran colle castellano,
color che la vedono ritornano
e sempre di più Udine amano.

È sì noto per ogni udinese:
d’Ercole e Caco i monumenti
furon del Torriani, che si arrese
dopo delitti e molti tormenti.

C’è il porticato di San Giovanni
dalle colonne alla vista snelle.
Venezia fu causa di molti danni
ma donò a Udine cose belle.

Giovanni da Udine poi progettò
dell’Orologio l’amabile torre
che simbolo della città diventò
per indicar quanto il tempo scorre.

Fu poi sormontata dai due Mori
che da poco furono restaurati.
Batton le or unendosi ai cori
dei bronzi ovunque disseminati.

Sono di nuovo sull’ampio piazzale
che io frequentavo sin da bambino.
Le gran creste delle carniche Alpi
con le Giulie appaion più vicino.

Interrompe l’amabile visuale
l’abitato della Contadinanza,
poi lascio alle spalle il piazzale
per mirare tutto ciò che avanza.

vedo Santa Maria di Castello,
poi riscendo in piazza primo maggio:
tutto pare alla vista più bello
per me Udine è un gran omaggio.

Scorgo la Basilica mariana
che io frequentavo sin da infante.
Rapito da una musica strana
dell’organo mi fece un amante.

Osservo il Palazzo più avanti
che gli stupendi affreschi contiene:
del Tiepolo gli angeli e santi
e tante da lui istoriate scene.

Quando poi entro nel gotico Duomo
rimango silente a rimembrare:
or da anziano e fragile uomo
rivedo me infa
nte a cantare.

Con Pigani, il musico maestro,
voci bianche nell’aere solenne
risonavano con aulico estro,
il ricordo resta in me perenne.

L’antica Udine oggi rifatta 
non mi stanco più di rivisitare,
perché in me sempre si ricompatta
ciò che mai non potrò dimenticare.

A CIVIDALE DEL FRIULI – Patrimonio dell’umanità


Cividale s’adagia sulla piana
tranciata dalle forre del Natiso,
ignara della gloria che promana
dal nome Giulio Cesare inciso

in antiche pietre disseminate
dove lo sguardo ovunque sorprende.
E non v’è angolo che ricordate
senza che lo stupor il cor vi prende.

Il nome Forum Iulii ha donato
da secoli di antico splendore
alla Regione che ha dominato
fin al regno del veneto signore.

Dall’imponente ed antico  Duomo
alla sobria chiesa di San Francesco,
Cividale incuriosisce l‘uomo
come davanti a fine affresco.

Dal diabolico ponte sul Natiso,
alla piazza del Diacono famoso,
il viandante s’illumina in viso,
e cammina senza alcun riposo

ovunque molti scorci ammirando,
istoriate mura di vecchie case
vicoli nascosti da chissà quando
tenendo in memoria ogni fase.

Chi è dentro al museo locale
e con critico animo  osserva
ciò che per i colti assai vale,
varie sorprese in core riserva.

Pani di bronzo, asce e picconi
testimoniano gli insediamenti
di celtiche genti che più legioni
da Roma con vari armamenti

domarono nel corso degli anni,
dal console Cesare poi condotte,
colui che difese con più malanni
Aquileia dalle giapide rotte.

I posteri grati al condottiero
ne eressero la statua nel foro
per rimembrare al mondo intero
la Civitas ornata di alloro.

Dall’orde d’Alarico preservata
nel tempo di più grandi invasioni
e da Attila men considerata,
Forum Iulii ebbe più attenzioni.

Mentre Aquileia già soccombeva
sotto barbari colpi decadendo,
la Civitas di Giulio emergeva
ogni giorno d’importanza crescendo.

Il Nuovo Verbo presto si diffuse
a convertire assetate genti,
dagli dei pagani ormai deluse,
per trasformare i cor e le menti.

Poi Roma iniziò a disgregarsi,
Forum Iulii passò sotto i Goti
con Teodorico pareva rialzarsi
ma il potere lasciò molti vuoti.

Re Alboino con i suoi armenti
dal Preval scese in itale terre,
lasciò Gisulfo e le sue genti
col ducato a placare le guerre.

Bisanzio abbandonò i castelli
mentre i guerrieri longobardi
occuparono proprio i più belli
insediandovi i loro vegliardi.

Per più secoli uomini barbuti
si ingegnarono con le lor braccia,
ricuperando oggetti perduti
lasciando ovunque la loro traccia.

Armi, fibule, croci ed umboni
ritrovati in tombe riscoperte,
adornano i vistosi saloni
del museo che il colto diverte.

Un bel tesoro  inestimabile
hanno lasciato nella gastaldaga,
un loco alla vista amabile,
dove ancor lo storico indaga.

È l’antico longobardo tempietto
con bei stucchi, affreschi e colonne,
un insolito vero gioielletto
ben degno delle sue nobildonne.

Ma non furono meno importanti
altre opere c’ancora s’ammira,
l’arte sacra dei suoi colti amanti*
nel cristiano Museo si respira.

Il Battistero del primo patriarca
con le sue otto colonne splende,
e l’ara del gran Ratchis un po’ parca
il lucano evangelo riprende.

Carlomagno intanto espandeva
l’impero che lui chiamava “romano”,
Forum Iulii il suo nome volgeva
in “Civitas Austriae”, ma non invano.

Evolse con gli anni questo nome
diventando l’attuale “Cividale”.
Fior di studiosi si chiedono come
abbia potuto diventare tale.

Ricordiamo il grande Paolino
dalla Schola Paladina del Magno,
che fu suo consiglier con Alcuino
per Cividale fu un gran guadagno.

Musico, teologo e poeta
non solo fu un patriarca saggio,
ma con la sua opera completa
per l’unione dei cristiani fu un raggio.

Poi venne il grande colto Lotario
la sua scuola di lettere fondando,
qui si formò il duca Berengario,
il Gran Impero stava rinnovando.

Non è di questo mondo il mio Regno,
ci disse Colui che fondò la  Chiesa.
Il  patriarcale seggio è segno
dei due poteri verso l’ascesa:

quello di Enrico l’imperatore
che concesse il temporal potere
a colui che scelse per amore
servire Cristo nel suo podere,

e quello del petrino successore
che un suo patriarca nominava
alla guida del gregge con onore,
ma sul quale purtroppo troneggiava.

Di patriarchi una lunga serie
conobbe il Friuli in quella era,
molti combatterono le miserie,
altri pensavano alla carriera.

Il grande Bertrando di san Genesio
molte riforme fece con amore
ma fu tradito da qualche vanesio
che da Cividale fu detrattore.

Da allora una cupa leggenda
si tramanda sulla maledizione,
proveniente da quella vil faccenda
sul patriarca e la uccisione.

A molti è nota la Santa Messa
in cui è brandita la gran spada,
di Randek Marquardo fu la promessa
che al nemico sbarrava la strada.

Per questa cerimonia ogni anno
arrivano genti da ogni parte,
ma molti dei visitator non sanno
che dietro al sacro si cela Marte.

Credono ad una benedizione
al dir il vero un po’ stravagante,
ma ignari della maledizione
per chi della spada è un amante.

Dopo l’aspra contesa con Udine,
il patriarcato senza vigore,
pur tra il martello e l’incudine
cedette al veneto invasore.

Della Serenissima bellicosa,
rimangono le marcate vestigia
su mura, facciate ed ogni cosa,
che’l ricordo defaticante pigia.

C’è il Pretorio in piazza del duomo
che dal gran Palladio fu abbellito,
ora ospita reperti che l’uomo
può ammirare se è erudito.
 
Il Duomo cittadino che primeggia
tra sobri edifici di valore,
sorge proprio accanto alla reggia
di chi lo bramava con più ardore.

Distrutto più volte dagli eventi
del ben fragile suolo friulano,
ricostruito da abili menti
di artisti chiamati da lontano.

Il visitatore più silenzioso
che le solenni navate ammira,
si sofferma in quel loco spazioso
perché il clima orante attira.

All’Assunta esso è dedicato,
e nella gran pala di Pellegrino
il suo trono vi è collocato
come richiamo per il cittadino:

il gran crocifisso incoronato
addita ognor al vero credente
quale Regno che lo rende salvato,
quello di Gesù Cristo il morente.

Il pellegrin che vede Cividale
nota con stupore le tante chiese
sì ricche di affreschi e gran pale
che le mani oranti rendon tese.

Tra queste è famosa San Francesco
per la ben rara gotica facciata,
in ogni suo interno affresco
la Sacra Scrittura è istoriata.

L’esile sua sagoma si staglia
sul Ponte del Diavolo nominato,
i riflessi del sole che abbaglia
son gioia al poeta ispirato.

Sei tanto bella o città ducale
che chi vi comincia a soggiornare,
si dimentica d’ogni suo male,
via da te più non vuole andare.


A GRADO ANTICA

Ogni volta che mi trovo a Grado
e quell’aria salmastra io respiro,
ad arcani luoghi d’infanzia vado
e soavemente lì mi ispiro.

Seduto sul quel lido contemplavo
l’orizzonte
del mare infinito,
al mistero dell’Essere pensavo
per me era assai sacro quel rito.

Tra le piccole mani scorrevano
di sabbia i minuscoli granelli :
quei microcosmi  effondevano
la grande magia dei dì più belli.

Rinfrangevano le onde sul lido
con i loro riflessi scintillando,
fantasticavo lontano dal nido
ma gli spazi stavano dilatando.

Scrutavo le  vele dall’arenile
che ornavano del mar l’orizzonte,
cantava un marinaio virile,
pensavo proteggendomi la fronte

dal sole accecante con le mani,
in me covando il desiderio
di poter poi essere un domani
un gran navigatore sul serio.

Spesso con la garrula compagnia
in acque limpide mi immergevo
seguendo poi sui fondali la gran scia
di strane creature che vedevo.

Terminato il bagno collettivo
sotto i ben caldi raggi solari,
con i piedi la sabbia percepivo
gustando i momenti così rari.

A Villa Ostende si alloggiava,
eravamo poi condotti la sera
allo storico centro e s’amava
tutto ciò che di insolito c’era.

Calli anguste, vivaci campielli,
abbaini, piccoli davanzali
con i rossi fiori sempre più belli:
parea volar con solide ali.

Più odori l’aria rallegravano
tra fritti, pane cotto e dolciumi.
I gentili gradesi amavano
riempire le viuzze di lumi.

Ovunque l’alemanno idioma
s’udiva nei vicoli affollati,
miravano le vestigia di Roma
color che n’erano innamorati.

La Basilica di santa Eufemia
si era soliti a frequentare,
era per noi come un’accademia
per le tante cose da imparare.

Dal vescovo Elia consacrata
che allor gran patriarca divenne,
con archi e mosaici ornata
le navate la fanno più solenne.

Nell’abside benedice il Cristo
con i santi, beati e Maria.
Chi tutta la Basilica ha visto
ben comprende quanto Grado fosse pia.

Del grande scisma se ne parla poco,
Nova Aquileia fu nominata,
ma per Grado non è stato un gioco:
da Popone fu pria insanguinata.

Il potere temporale frammisto
a quello spiritual apostolico,
rimosse le parole del buon Cristo
dividendo lo spirto cattolico.

Venezia san Marco poi venerava:
fu trasmesso da quel patriarcato,
su ampli territori dominava,
sul vessillo il leon fu marcato.

Chi nel ricco Lapidario osserva
gli antichi resti ed iscrizioni,
si rende sempre conto quanto serva
capir le passate generazioni.

I grandi sarcofagi romani
presso l’ottagonale battistero,
testimonian quante sudate mani
mostravan della morte il mistero.

La Basilica eretta  accanto
per la bella Madonna generosa,
contien la statua, un ver incanto
che si venera più di ogni cosa.

O mia Grado, città misteriosa,
quanti ricordi il mio cuore serba,
nell’infanzia tu eri preziosa
io con te ero poeta in erba!

Memorabile fu Il porticciolo
da rudi pescatori frequentato:
riassettando le reti sul molo
mostravano un mondo incantato.

Io scrutavo i barconi passando
col magico mondo delle cabine,
la bella vita marina sognando,
la gioia pareva non aver fine.

“Madonnina del mare” si  cantava
sin da quando eravamo infanti,
là, a Barbana il pensier andava:
dell’isola eravamo amanti.

Il rude barcone l’acqua fendeva,
seguivano la scia pur i gabbiani,
germani ed aironi si vedeva
e noi salutavamo con le mani.

Su piccole isole i casoni:
i lor tetti di paglia spiccavano,
erano quelle vere emozioni
per noi che gli affetti privavano.

Sulla piatta batèla che sfiorava
l’acqua calma della grande laguna,
il pescatore con lena remava
sfiorando l’isole, una ad una.

Tamerici, olmi, pioppi e pini
quei lembi di terra ornavano,
eleganti aironi cinerini
coi germani reali sostavano.

Percorreva la rotta Il battello
tra briccole di legno logorato,
ogni gabbiano pareva più bello
perché immobile dal sol baciato.

Giunti all’isoletta di Barbana,
subito si entrava nel santuario 
a ringraziare Colei che risana,
celebrandovi il santo rosario.

L’icona mariana risplendeva
salvata dalla grande mareggiata:
presso gli eremiti si poneva
e così Grado fu risparmiata.

Ancora meraviglie al ritorno
i nostri sguardi ben catturavano,
le belle isolette tutt’attorno
la cromatica flora  mostravano.

Ecco perché Il gran poeta Biagio
il suo stupor in versi cantava:
pur viaggiando con il cuore randagio,
la sua Grado non dimenticava.

Sia la vecchia parte e la laguna
o il lungomare che percorrevo,
ogni bella cosa, una ad una
a Grado io sempre molto devo.

Questa isola è così speciale,
che in ognuno di noi il poeta,
verso ben più alti stadi risale
per esprimersi anche senza meta.

A GORIZIA

È sempre piacevole visitare
la romantica città di Gorizia,
i suoi parchi si posson ammirare:
per lo sguardo sono una delizia.

Antichi palazzi, graziose ville
ornano giardini e belle strade:
il cuore alla vista fa scintille
se si trova in vetuste contrade.

L’austriaca Nizza è chiamata,
a misura d’uomo è questa città
perché dal verde ben compenetrata:
un esempio per la nostra civiltà!

Sul ripido colle salendo piano,
dove s’erge il vetusto maniero,
lo sguardo che si inoltra lontano
si accende di stupore sincero.

C’è la verde pianura isontina
dalle colline del Collio ornata,
con l’Isonzo dall’acqua smeraldina
dalla natura appare baciata.

Chi poi visita l’antico castello
considera la gloria del passato.
La sua storia scritta sul libello
ben racconta quanto fu travagliato.

Dal duca Alberto detto il saggio
il prezioso sigillo ricevette,
che doveva essere un omaggio
per evitare atroci vendette.

Quando Leonardo, ultimo conte
lasciò la tragica vita terrena,
del bel maniero sul piccolo monte
s’impossessò pur l’asburgica iena.

Poi Venezia non si dette mai pace:
chiese il goriziano vassallaggio
ma non fu davvero più sagace,
così per lei fu solo un miraggio.

Di molte guerre tu sei testimone
o Gorizia  dall’Isonzo lambita,
massacrate furon troppe persone:
quanti giovani han perso la vita!

Ora è giusto che tu stia tranquilla,
ed in pace con il tuo confinante,
la tromba già da tempo non più squilla
mai più all’erta il povero fante!

A BUTTRIO E VILLA TOPPO FLORIO

Sulla via da Udine a Manzano
cè un paese che serbo nel cuore,
dalla mia Cividale non lontano
alle volte lì passo delle ore.

È Buttrio il suo attuale nome
che ha origini assai antiche,
dei suoi alberi sui colli le chiome
sin dall’infanzia mi sono amiche.

Da quelle verdi e dolci alture
ornate di viti assai preziose
si ammirano ricche sfumature
e non mancano a maggio le rose.

La villa dei nobili Toppo Florio
simil a quelle del veneto stile,
aveva cucina e dormitorio
per poveri di età infantile.

Fui ospite tra bimbi sfortunati
ben noti col nome “Mutilatini”,
da post-bellici residui segnati
a quel dolore li sentivo vicini,

perché il mio cuore mutilato
da un’infanzia con pochi affetti,
partecipe al lor mondo straziato
non vedeva i fisici difetti.

Eppure si correva spensierati
tra quegli alberi, vero diletto,
ma tra i luoghi più desiderati
furon quelli attorno al laghetto

dove l&rsquo
;anatre e i cigni bianchi
rallegravano i limpidi occhi,
eravam vispi come saltimbanchi
nel mitico paese dei balocchi.

Poi nel parco proibito sconfinavo
l’armonia del bel “Cigno di Tuonela”
dalla piccola radio ascoltavo,
magici momenti ancor mi svela.

Sull’erba estasiato camminavo
tra antiche rovine collocate.
Le piante che io tanto ammiravo
dai conti Florio furon curate.

Andavo stupito e contemplavo
quel piccolo lembo di paradiso.
Al Creatore lì spesso pensavo,
il  mistero m’accendeva il viso.

Quei magici momenti eran brevi
perché poi lo studio ci impegnava,
pur insieme ai compagni allievi
tante belle cose si imparava.

Dal balcone fissavo il castello
dai conti Morpurgo ricostruito,
con la torre merlata era bello,
quel maniero per me era un mito.

Al poeta Leopardi pensavo,
con la sua triste solitudine.
Le belle poesie rimeditavo,
pregne di tanta inquietudine.

Poi sui colli di Buttrio al mattino,
a primavera bene inoltrata
le ciliege erano il bottino
per farmi una bella scorpacciata.

Il paese che spesso frequentavo
nella mia mente è sempre impresso.
Sul campanile mi interrogavo
per lo stran orologio manomesso.

Quei tre anni da adolescente
di Buttrio mi fecer innamorare,
questo paese è in me presente
davver mai lo potrò più scordare.

AL SANTUARIO DI CASTELMONTE

Là dove svettano le Alpi Giulie,
ben vicino alla slava nazione
dove abbondano piccole guglie
una vista attira l’attenzione:

lassù il Santuario di Castelmonte,
al popol friulano così caro,
si erge su un’isolato monte
che per la fede è come un faro.

Non le mariane apparizioni
videro i suoi nobili natali,
ma alcune fedeli guarnigioni
che per proteggersi dai tanti mali

recaron i segni di devozione
dalla Chiesa-Madre ereditati:
da Aquileia con ammirazione,
e da oriente furon importati.

Già quel monte era bene protetto
dal glorioso Arcangelo Michele,
contro il paganesimo inetto
trionfò la salvezza d’Israele.

La postazione divenne castello
con torri e le mura difensive,
il loco apparve sempre più bello
decorato da icone votive.

I cividalesi si recavano
per impetrar sicura protezione
a Colei che molto veneravano
perchè le nutrivano affezione.

Molti eventi furono contrari
tra cui fulmini e gli incendi,
e gli attacchi non erano rari,
ma i devoti furono stupendi

nel ricostruire il bel santuario,
ponendovi una statua nuova:
li invitava a dir il rosario,
chè la fede era a dura prova.

Dopo invasioni ed aspre guerre
rinasceva più grande l’edificio,
venivan da molte vicine terre
l’anime che traevan beneficio.

Da Rovigo Padre Eleuterio,
all’inizi del Millenovecento,
si impegnò davvero sul serio
fondando il cappuccino convento.

Con gli altri suoi buoni confratelli,
e l’umiltà del beato Francesco
servì i pellegrini suoi fratelli
condividendo il povero desco.

Or continua la buona comunità
dei fedeli fratelli cappuccini
mantenendo la sua eredità
nel servizio ai tanti pellegrini.
 
Appar bruna e bella la Madonna
insieme al suo divin Bambino,
Incoronata è la Vergin Donna,
la implora ogni buon pellegrino.

Molte grazie Ella spesso concede
a coloro che le chiedon aiuto,
ma il dono più grande è la fede
che rende lo spirto più evoluto.

A MIRAMARE DI TRIESTE

Sul Golfo di Trieste affacciato
il bianco castello di Miramare,
mi lascia sempre affascinato
quando lo desidero ammirare.

L’azzurro mare prima là osservo
scrutando fin all’altro litorale,
l’interno del maniero mi riservo
per visitare più tardi le sale.

I garriti dei gabbiani in volo
la gioia interiore mi donano,
mi ritrovo stupito lì da solo
a mirar il cielo ch’essi ornano.

Su minuscoli scogli si posano
del mar le agili onde scrutando,
si azzuffano e poi riposano
statici l’orizzonte osservando.

Mi ritrovo sul Piazzale d’Onore
ogni magico scorcio a gustare,
lì passano in fretta le mie ore:
ogni angolo è da ammirare.

L’eclettico edificio poi guardo
in più stili da Junker progettato,
mi richiama pur il gotico tardo
se da un punto diverso scrutato.

Medioevo e pur Rinascimento
con il gotico stil sono ben fusi,
rispecchia la moda del bel momento
secondo il voler di nobili usi.

Massimilian d’Astria nobiluomo,
insieme alla Carlotta consorte,
un bel castello a misura d’uomo
desiderava per sè e la corte.

Della esotica flora amante,
un grande parco voleva creare:
dall’America importò più piante,
mille specie vi fece innestare.

Insieme ad ampli spazi erbosi
lì si alternano alberi strani ,
percorrendo bei sentieri tortuosi
si godono gli ornati ripiani.

Tra vari gazebi e bei laghetti
l’inglese giardino vi si ammira,
da cinguettii di vispi uccelletti
è rallegrata l’aer che si respira.

Attorno al vetusto porticciolo,
guardo le aiuole all’italiana,
è davvero romantico quel suolo:
al mirarlo lo spirito risana.
 
Scrutando poi l’orizzonte marino
mi viene in mente la triste storia
di Massimiliano che un mattino
verso il Messico partì con boria,

per diventar colà imperatore,
ma fu ingannato dall’aspra sorte
perché i nativi con gran ardore
lo condannarono a cruda morte.

La vedova Carlotta molto soffrì,
ma il proprio senno poi perdette
non sapendo perché l’amato ardì
ad intrigarsi tra tante vendette.

Rimirando poi l’interno castello
da quel lusso si viene abbagliati,
lì ogni scorcio è davvero bello
ovunque gli spazi son istoriati,

da stemmi e simboli imperiali,
da rosse tappezzerie coperti
sui quali camminavan i reali
allietati dai propri concerti.

Quando la ricca biblioteca vedo
di antichi volumi ben fornita
strabiliato allora io mi chiedo
come gran parte della loro vita

i coniugi reali potevano
immergersi in tanta gran cultura:
storia e botanica sapevano
e amavano la letteratura.

È testimone la sala Novara
dal bel quadrato di poppa formata
come in Massimilian non fu rara
l’escursion sui mari così amata.

Più romantico e misterioso
questo promontorio affascinante,
mi appare quando d’esso goloso
lo frequento sempre più vigilante.

La gioiosa e triste Miramare
nei miei sogni spesso presente,
come si fa a non più ricordare
una volta fissata nella mente?

Sulle ali dei tuoi bianchi gabbiani
il ricordo vola placido sul mar,
anche se fossimo molto lontani
Miramare non potremo più scordar.


PER LE ALTRE LOCALITÀ DEL FRIULI:

http://www.mondocrea.it/itstories/story$num=287&sec=5

COMMENTO DEL dott. MARCELLO DE STEFANO regista

A proposito dei poemetti di Pier Angelo Piai su Udine, Cividale, Grado, Castelmonte, Buttrio, Gorizia, Miramare

Il mondo d’oggi è pieno di voci critiche, quasi senza speranza, protese a illustrare i prodromi di un futuro che non avrà futuro, è un insieme di lamenti, di critiche che purtroppo trovano il supporto di verità nel molto del comportamento immorale che ogg
i è vissuto dalla generalità dell’umanità.

Leggere i giornali, seguire i telegiornali e i servizi specializzati concernenti comportamenti degli uomini d’oggi, fino a quelli versati nella politica, e constatare come la corruzione sia divenuta quasi un habitus dell’uomo d’oggi, conduce indiscutibilmente ad una visione critico-negativa del reale, e pare che non abbia la possibilità di uno sbocco di vero rovesciamento situazionale.

Però ecco che all’improvviso una persona, senza scopo pratico, senza un fine di natura egoistica, fa apparire in questa mancanza di ossigeno quel tocco vitale che aiuta nuovamente a poter credere che c’è anche una pagina costruttiva per il mondo. E questo magari con la creazione di opere letterarie del tutto inattese, perché frutto di un lavoro nato solo per un’esigenza intima profonda e protesa a risottolineare le bellezze di una storia costruttiva per l’uomo.

Tanto più è fascinoso questo comportamento improvviso perché del tutto inatteso, in quanto il suo autore ha sempre trattato opere di respiro teologico-filosofico e capaci di meravigliarci quando  ci accorgiamo che opera sua sono anche i lavori di perimetri molto circoscritti che non hanno più il background dell’aulico linguaggio filosofico, ma che anzi si esprime nella semplicità significativa del verso poetico.

Ma a questa novità costruttiva se ne aggiunge un’altra: quella di trattare della contingenza del territorio in cui è nato e cresciuto e continua a vivere, ben diverso da quell’universale di linguaggio e di pensiero che ha caratterizzato costantemente in precedenza la sua attività di scrittore-pensatore.

Ed è una lezione che viene data ai friulani oggi così disattesa e per la quale si sono battuti nel tempo uomini convinti del valore esistente del Friuli quale minoranza linguistica, con una sua storia di cui Pier Paolo Pasolini diceva “Verrà ben il giorno in cui il Friuli si accorgerà di avere una storia, un passato, una tradizione”.

È interessante vedere che le caratteristiche dei luoghi in cui l’autore, Pier Angelo Piai, ha avuto momenti di vita, vengono ricordati ora con una verso endecasillabo in rima alternata, un afflato poetico che dimostra l’esistenza di un sentimento profondo per Udine, Cividale, Grado, Castelmonte, Buttrio,Gorizia, Miramare, diventando così lezione di richiamo all’amore per la propria terra, che oggi è impallidito a livello universale, essendo in primo piano non il battito del cuore ma quello del successo e della ricchezza.

Ora il tutto si fa richiamo ad uno stimolo di ripensamento serio a fronte della propria attività quotidiana così distratta di fronte ai valori che l’amore per la terra nativa implicitamente consegna agli uomini che vivono nei territori che han visto lo svolgersi delle loro vite.

Il lavoro di Pier Angelo Piai, dei suoi sette poemetti dai titoli già sopra ricordati perché richiamanti i nomi dei luoghi in cui si è dipanata la storia di questo popolo friulano che ha tanto lottato per affermare i valori della sua etnicità, si fa critica a quell’atteggiamento, molto di moda, che riduce il Friuli a cartolina, nel cui richiamo si giustificano opere cinematografiche realizzate o in via di realizzazione con l’errato nome di opere friulane perché idonee invece a mantenere in piedi un sistema, quello che non si pone contro il male che opprime l’uomo d’oggi e con cui abbiamo iniziato la scrittura di queste righe.

Son doverosi gli approfondimenti storici e umani, dice in fondo Piai con il suo inatteso lavoro di poeta, e quindi boccia tutto ciò che in superficie tratta quello che invece dovrebbe essere considerato nella storia di un popolo che è cresciuto in dignità attraverso la sofferenza  – si pensi alla storica emigrazione e alle scorrerie di guerra che tanto hanno pesato sulla gente friulana facendola essere quell’insieme di persone capaci di credere nella bellezza dei valori e di vivere in conseguenza nella loro partecipata condivisione-.
Lo dimostra il fatto del terremoto del ’76 che ha visto da varie parti del mondo levarsi mani in aiuto alla gente colpita dal dramma del sisma.

A questo pensiero così sano, a cui Piai approda per un’intima spinta interiore, per una esigenza profonda che lo fa essere anche poeta, e curare il particolare al posto del solito da lui trattato universale, si fa lezione per tutti coloro che mentre prima si professavano seguaci della battaglia pro-Friuli, oggi invece al suo posto, purtroppo condividendolo, accolgono il principio della negatività come asfissiante conclusione del fare dell’uomo.

A tutto ciò risponde in chiave opposta Pier Angelo Piai, il quale, col suo imprevisto gesto pro-Friuli, si pone come stimolo per la continuazione di quella costruttività che tanto ha caratterizzato costantemente nel tempo la vita della gente friulana riaprendosi alla speranza.

I poemetti di Pier Angelo, in conclusione, con il loro richiamo ben preciso della storia di un popolo, si pongono come discorso critico e in antitesi – controcorrente – di quell’asfissiante e negativo pensiero che tanto anche serpeggia, con tradimento, nella terra friulana.

dott. Marcello De Stefano, regista


ALTRI COMMENTI:

24 maggio 2015

Egregio signore, ho letto con attenzione e crescente interesse le sue poesie e credo non vi sia commento
più sincero che l’aver ritenuto di pubblicare senza indugio, fra i poeti moderni (categoria Poesie di
Pier Angelo Piai) le sue belle opere.
L’occasione mi ha consentito anche di vedere con nuovo interesse ciò che non avevo visto durante
una mia vecchia visita ad Udine e per questo ho ritenuto di corredare le sue poesie con immagini
tratte dal web…
Complimenti ed auguri vivissimi.
Renato Forlani
http://www.poesie.reportonline.it/poesie-di-pier-angelopiai/index.html

10 maggio 2015

Grazie per l’invio e complimenti per le sue prove letterarie.
Inoltro la sua mail alle colleghe catalogatrici perché si possa accedere ai due testi anche attraverso il
catalogo on line.
Cordiali saluti
Romano Vecchiet
Dirigente del Servizio Integrato Musei e Biblioteche
Bibliotecario. Professione disciplinata dalla Legge n. 4/2013;
iscritto all’Elenco degli Associati AIB, delibera n. E/2014/1654

24 maggio 2015

Caro Pier Angelo, mi complimento per i tre poemetti che in modo immediato ed efficace possono essere
un contributo alla memoria di un popolo in tempi di memoria labile. A presto e, oggi festa di Pentecoste,
affido Lei e Sua moglie allo Spirito Santo.
+ Andrea Bruno (Arcivescovo della diocesi di Udine)

31 maggio 2015

Il Sestante Ass-Culturale (su Miramare):

Complimenti, davvero molto bella!

3 giugno 2015

Egregio Signor Piai,
grazie infinite per la splendida e commovente poesia che ha voluto dedicare a Gorizia.
Mi complimento con Lei per le difficoltà metriche che ha saputo abilmente affrontare e per i tanti
richiami alla storia locale che ha inserito nel testo.
RingraziandoLa ancora per le Sue belle parole e augurandoLe tante importanti soddisfazioni, Le porgo i miei più cordiali saluti.
IL SINDACO DI GORIZIA
Ettore Romoli

giugno 2015

Preg.mo sig.
Pier Angelo Piai
La ringrazio per aver inviato i tre poemetti dedicati a Grado, Udine e Cividale che denotano il suo amore per le città e i luoghi descritti e la sua conoscenza delle vicende storiche e delle peculiarità che le caratterizzano. È certamente singolare e interessante aver scelto la forma poetica e le quartine composte in maniera impeccabile
riescono
a riassumere puntualmente secoli di storia.
Nel complimentarmi per l’intensa attività editoriale invio cordiali saluti.
Assessore all’Istruzione e alla Cultura di Grado
Elisa Polo

4 giugno 2015

Egregio Sig. Piai,
La ringrazio molto della poesia che mi ha inviato. Ovviamente non mi può fare che un gran piacere e,
appena possibile la farò leggere anche al Sindaco.
Cordiali saluti
Arianna Floreanini, Assessore alla cultura di Buttrio

9 giugno 2015

La ringrazio per aver condiviso i ricordi e le emozioni che Buttrio e la Villa di Toppo Florio suscitano
ancora in Lei.
Dallo scorso anno oltre agli alunni delle scuole medie anche altri bambini, partecipando a visite didattiche
organizzate, possono apprezzare e conoscere la bellezza del parco e del comprensorio della villa.
Cordiali saluti
Emanuela Ros, Assessore all’Istruzione e Formazione
al Comune di Buttrio