14 Luglio 2002

Don Milani e l’informatica

dal Messaggero Veneto del 14/07/2002

Lettera profetica e illuminante del priore di Barbiana

Giacchè si parla di evitare lo spopolamento della montagna, sarebbe illuminante leggersi, sull’argomento, una delle lettere di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana. Una vera “lettera dalla montagna” vista la provenienza, estremamente presaga, visto che la data è del ’56 (il destinatario è il Giornale del mattino di Firenze che, more solito, non la pubblicò).

«Tetto e pane sono tra i massimi beni. Mancarne è dunque una delle massime miserie. Eppure l’uomo non vive di solo pane. C’è dei beni che sono maggiori del pane e della casa e il mancarne è miseria più profonda che mancare di pane e di casa», scrive don Lorenzo al direttore. «Questo tipo di beni chiamerò ora per comodità di discorso “istruzione”, ma vorrei che tu prendessi questa parola in un senso più largo, comprensivo di tutto ciò che è elevazione interiore».

Di fronte alla possibile obiezione di «prestare al povero sentimenti suoi, il priore snocciola i beni che offre Barbiana: case vuote, legna a scialo, un boccone di pane per tutti. Dunque non è per cercar questo che il montanato emigra: «C’è dunque qualcos’altro. Questo qualcosa è ciò che ho detto di voler chiamare istruzione e comprende tutte le infinite piccole grandi cose che pongono un montanaro in condizioni di inferiorità e d’umiliazione di fronte al cittadino».

«Sull’analisi di questo fatto non ho bisogno di dilungarmi. Mi basta per ora averne dimostrato l’esistenza. Dicono che l’esodo dai monti è un salto dalla padella nella brace. Ma nessuno ritorna indietro, dunque quel qualcosa che brucia più della brace esiste. E quel qualcosa è per forza il dislivello culturale, perché non vedo cos’altro possa essere se non è né il pane, né la casa».

Parole che valgono anche oggi, pur se a sollecitare l’emigrazione si aggiungono modelli di vita che appaiono più suggestivi, servizi migliori, e occasioni di contatto sociale, oltre che culturale.
È concesso a chi scrive esprimere la sua settimanale sciocchezza? Bene, allora una delle cose che forse potrebbero aiutare a tenere la gente sui monti (magari a farla tornare), potrebbe essere la telematica. Se premendo un bottone e digitando un numero puoi metterti in contatto con chi vuoi, la realtà del web, ma anche delle persone, visibili magari su uno schermo a 35 pollici, l’isolamento di certi borghi semispopolati potrebbe risultarne abbastanza attenuato.

Non che la virtualità possa sostituirsi al contatto fisico, polisensoriale con la gente; potrebbe però far accettare delle dilazioni. Insomma, il giovane montanaro (o la coppia) magari resisterebbe nel paesino dove si incontrano solo quattro vecchietti, se di lì potesse collegarsi, bene, con chiunque. Poi, un paio di volte la settimana, scenderebbe al piano, per andare a tastare e annusare ciò che ha solo visto e sentito.

Utopia? Magari sì, ma la telematica ha già indotto piccoli fenomeni di antiurbanesimo.
Il problema è che lassù spesso non si riceve, o con difficoltà, e comunque ci sono dei costi non irrisori.

E se l’ente pubblico provasse a fornire hardware e software, a contribuire ai canoni? Visto che ora si va anche sul satellite, la cosa appare fattibile, probabilmente senza bisogno di investimenti cospicui. Si potrebbe magari avviare un programma sperimentale, e vedere cosa succede.

Meditate, politici della montagna, meditate…
Lu.Sa.
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