28 dicembre 2008

DIARIO DI UN PELLEGRINO CARNICO

 

Padre Albino Candido, Servo di Maria morto a Udine nel 1992, è stato un grande monaco poeta e mistico carnico, amico d’infanzia di
Padre Turoldo.

È stato anche un mio caro amico…

Il suo diario è una riflessione poetica sulla vita, sulla Creazione e su Dio.

 “DIARIO DI UN PELLEGRINO CARNICO” di Padre Albino Candido

INTRODUZIONE DELL’AUTORE

Il presente diario è come un ramo teso, gremito di esperienze, osservazioni, pensieri, ricerche personali, che vi si sono deposte e addensate. Con discrezione ho appeso a questo ramo cocci sparsi di cose assai poco cla-morose che, nondimeno, hanno steso sulla mia vita uno strato solido e liscio di tempi, sopra cui picchiano e rimbalzano tutte le precedenti esperienze e quelle che sopraggiungono. Ve le appendo a guisa di candeline, di stelline, di minuscole lampadine, di giocattoli, come avviene nell’allestimento dell’albero di Natale. Sono pensieri, esperienze, confronti, riflessioni che affiorano dall’amicizia con le cose, con la creazione. Penso che all’essere umano, per la riscoperta delle sue più veraci identità, giovi specchiarsi nella purezza delle cose, nella loro innocenza, nella loro lieta umiltà, nella loro povertà incosciente e allegra, nella creazione tutta fasto e misura, tutta spreco e previdenza, tutta segno e simbolo. E sono valori che non interessano, presenze da accostare e accogliere, non da studiare, e che non ti fanno la vita dolce, al contrario: ti scavano, ti solcano, ma sono una Grazia. Ho scritto pensando che la fraternità con le cose forti e miti è un cibo che nutre l’anima e la ispira, che nutre il sentimento stesso della fraternità: valore sempre da imparare per esistere e conservarsi tale. Sono parole colte dal silenzio, dissepolte da spazi di solitudine: ma che non siano fraintesi, confusi con l’evasione. Il silenzio, l’eremitaggio, possono essere visti come sorgente gratuita di acque pure, come toccasana alle tensioni: ma il silenzio richiede anche rinuncia; la solitudine, seppellimento. E ci sono persone dall’anima di quercia che, pur sentendosi calamità a se stesse e calamità per gli altri, calamità nella calamità, si sentono capaci di far scaturire da queste calamitose coincidenze un silenzio tutto sofferto, quotidianamente ricuperato, condensato interiormente. E non sono mai sole, né sprovvedute di riposti semi di contemplazione (Durante sia pur brevi tratti di vita ostinatamente incatenati alla solitudine, la stessa persona umana può essere scoperta, riscoperta nel disvelarsi di quel primo comandamento, a cui allora il cuore aderisce con tutto se stesso). Scrivevo: “Ho infisso nella mente un pensiero che lentamente prende forma di sentimento, che a sua volta si profila come desiderio invincibile. Rivedo le colline d’un tempo: avevo 25 anni. Mi ritrovo disseminato tra quelle rocce appena velate dal giallo dell’erba invernale. Ero un altro allora. E altro erano quelle onde, bizzarre e armoniose, di terra e di pietre. Allora mi ricreavano lo spirito attraverso una specie di piacere tra fisico e non fisico. Ora mi esaltano e mi innalzano, facendomi rabbrividire con voci di richiamo alla contemplazione pura. Tocchi e ritocchi che risuonano nell’animo e che il sole rende lieti e vibranti di speranza. Di speranza, non di speranze. Sono le cose che comunicano il senso eterno delle cose, e da esse ti senti spingere fino al margine d’un dolce precipizio”.

Grazie

di cuore a tutti coloro che hanno contribuito, collaborato e atteso, rendendo possibile la pubblicazione del mio diario: confratelli, parenti, amici. Innanzitutto al Rev. Padre Clemente Maria Nadalet, Priore Provinciale della Provincia Lombardo-Veneta dell’ordine dei Frati Servi di Maria, e al suo Consiglio.
Alla mia amata Comunità del Santuario della Beata Vergine delle Grazie di Udine; in particolare a Fra Roberto Maria Cocco, anche per il suo contributo a dirimere taluni quesiti con le sue esperte precisazioni bibliche.
A Padre Camillo M. De Piaz, a Padre Paolo M. Brunello, a Padre Vitto-rio M. Antollovich.
Alle religiose di diverse Comunità.
Al signor Pier Angelo Piai, per il suo incoraggiamento e le sue esortazioni a vincere le mie perplessità: anche la foto in copertina è stata realizzata da lui.
Alle mie sorelle Elvira Candido Fedele, Maria Candido Del Missier, Serafina Candido e a suo marito Remo Puschiasis; a mio nipote Guido Fedele.
A Beniamino e Giovanni Fruch; alle famiglie Cappellari-Breccia, Colosimo, Contini, Gottardis, Lugatti, Missana, Sbaizero e Zordan; alle signore Marisa, Virginia, Ursula e Maria Luisa. Alla solidarietà di tante care persone, presenti al mio ricordo.
A Maria Teresa Pascottini, per i dattiloscritti.
A mia nipote Claudia, che ha pure ispirato e sollecitato il mio scrivere.
A Francesca Sommero-Bressan: con applicazione serena di intelligenza e di cuore, con pazienza e costanza ammirevoli, ha curato con me le revisioni del testo, ne ha ordinato e posto in armonia le parti, accompagnando il lavoro con sollecitudine tenace e puntigliosa tenerezza.

fra Albino Al. Candido   (p.9)

 

25 novembre 1973

Mi trovo assolutamente solo. È da ieri sera.  Sono arrivato quassù in vespa verso le sette mezzo. Freddo. Fa freddo. Salendo la strada che da Comeglians porta a Pesaris, sentivo oltre il muro che l’accompagna, il muro più rigido della notte. Mi sono portato dietro e dentro un carico enorme di pensieri, di visi, di parole dette, udite e da dire e da ripetere. E la vita che ho incominciato senza una meta definitiva, determinata, mi viene avanti come una vicenda vissuta un tempo in era remota; mi meraviglia il pensiero riflesso che tutto questo lo faccio succedere io stesso, senza l’aiuto di alcuno come un’ idea che ti attira non perché sia bella o sia migliore di altri idee ma solo perché mi trovo in essa coinvolto, perché è venuta con precisione a congiungersi con il momento che ti dona decisione. Ho concelebrato, stamattina. Festa di Cristo re. Se mi fosse possibile pitturare i visi dei pochi fedeli in chiesa durante il sermone di don…, sarebbe una pittura divertente. Mi sento stanco. È sera. Il sole oggi non si è visto. La notte deve calare molto presto in questa valle (p.15)

“Vivo come in un mondo sconosciuto in cui una presenza è insostituibile : quella di Dio a quella di una creatura. Ora sembra chiarirsi il motivo del mio venire in Carnia. Sembra chiarirsi il discorso che ci sia un motivo, e se un motivo c’è, la mia non è una fuga”. (p.16)

“A essere soli si diventa padroni di tutto. Di tutte le piccole cose, tutto quello che hai sempre avuto senza goderne il possesso. Se non si è soli, le cose, il mondo, li possiedi come presenza, ma non come esistenza che ti sorregge. Possedere esistenzialmente è un vivere in povertà e povertà è un ricuperare la novità di tutto.  Mettiti nel dialogo della creazione. Ascolta che tutto é parole intorno a te. Il fuoco scoppietta. Strano che ora il pensiero si muove come staccato dal tempo e dal fisico… penso a coloro che soffrono.”(p.17)

“La prudenza non è mai stata il mio forte. Succede spesso per insulsa leggerezza di non essere capaci di pensare e di dire come detta l’animo. Molte volte m’é capitato di parlare con certe persone e di rendermi conto ad un certo momento che dicevo cose che non pensavo o non ero capace di pensare secondo quell’impulso personale che agisce sulla base delle proprie reazioni mentali. Ciò fa pensare a un blocco psicologico, inerzia psicologica che crea amare conseguenze. In questi casi anche l’inerzia è una forza. Ma forse è meglio parlare e scrivere solo quando siamo sicuri di poter pensare con la nostra testa. Sono uscito a fare due passi sulla strada che me la Culzei. Vento freddo raschia le orecchie. La teleferica, che funziona appena fuori del paese, mi ha riportato ai miei primi anni. Il grido degli operai addetti al cidolo è sceso con una canzone nell’animo. Addio tempi remotissimi. Su, le crete pallide, di piombo, riflettono il gelo di quelle altezze; dietro di loro il mio paese, i prati, i boschi, le case, e un’infinità di occhi e di visi che ricamano e mettono a nuovo la prima parte della mia vita. (p.18)

29 novembre 1973

C’è un mondo di legname, i muri delle case sono per buona parte intonacati in cataste di legna. Il bel legno del faggio sfoggia la sua solidità. Sotto l’accetta e nel caminetto. Questa solidità è in contrasto con l’insolidità della mia vita. L’ho sempre sentito. La casa é ha prestito. Non siamo tutti a prestito in questa vita? Tutto ci viene dato a prestito. Prestito. È un vocabolo adattissimo alla provvisorietà della vita. Prestito, un suono che molto riproduce il senso del presto. Non vediamo, non ce ne accorgiamo come tutto é prestato, affrettato, fugace, velocizzato. Il fuoco crea fame alla cucina e legna creano problemi. Che questa sia una delle preoccupazioni di stamattina? Le crete stasera, ancora illuminate dal sole, illuminavano il fondo valle. Erano riunite a guisa di muraglione nel cielo, vestite alle radici delle frange scure dei boschi e di quelle ruggine dei faggi. Ho incontrato un vecchio che se ne andava solitario. Aveva un piccolo zaino sulle spalle. Camminatore. Tipi di uomini che hanno paura dell’immobilità, hanno paura di morire nel buio delle case. Tutte le case di Pesariis non fanno che metterti innanzi la stessa musica triste: una volta gli uomini possedevano gusto e sensibilità poetica… E noi, uomini d’oggi, ascoltiamo il discorso, rifacciamo i muri vecchi, li rimettiamo in vita, adattiamo il nuovo al vecchio: volte, androni, finestrelle, archi, portoni, roba delicata, roba antica, roba vecchia, prova preziosa, ma il motivo non è quello vecchio, e quello nuovo: fare soldi, fare colpo, fare commercio. Grazie, antenati, grazie anche se le vostre intenzioni erano pure e genuine. (p.19)

1 dicembre 1973
Noi erriamo, nel punto vitale, alla radice, dove ha vita la radice dell’amore. Si vuole che trionfi il nostro punto di vista, e non la carità, si vuole cioè che la carità passi attraverso i lambicchi della nostra gerarchia. E pare di essere nella verità, non dico nel giusto, nell’ovvio, che, molte volte, il cercare di essere ragionevoli ci mette sulla strada dell’errore con la presunzione di essere nella verità. Succede sempre di essere sicuri di camminare nella verità quando ci si lascia portare, legare passivamente dall’essere, dal vivere in un dato modo, consacrato da tradizioni, storie virtuose e vite sante. Accettare un modello non é viverlo. Ad esempio, se incominciassimo seriamente a vivere un modello di vita evangelica, ci renderemmo conto ad un certo punto che il modello da seguire e da valorizzare siamo noi, noi messi così come siamo, di fronte al Vangelo. (p.21)

2 dicembre 1973
Dio è venuto in forma umana, in maniera umana, e si vede soltanto l’umano. L’altro aspetto di Dio non appare interessante, per Lui questo non conta, è per noi che l’interessante rappresenta qualcosa; Dio si fa uomo non per rendersi interessante, ma soltanto per impulso d’amore. L’amore, in sé, non è amore in quanto si giudica e si presenta come interessante, bens^ perché è fatto di amore, e l’amore non è giudizio, non è valutazione.
Le crete sono lucide come le stoviglie appena lavate con il detersivo. L’acqua bolle nella pentola, e penso alla pentola. Penso al fuoco, penso alla legna che arde con allegrezza e penso al “Cantico delle creature”. Penso a Francesco, rendendomi intimamente convinto che poté rimanere povero finché non diventò santo. Quando gli tolsero la possibilità di essere se stesso, di essere solo e di tuffarsi nelle cose in maniera povera, allora non era più il Francesco del “Cantico”, era finito.
Una amara delusione mi attendo: che non si riconosca o non si riesca a capire il motivo per cui mi trovo in questo cucinino, con il brontolio di una pentola, lo schioppettìo del fuoco, il friggere di un pentolino con le mele. Tutto questo contorno credo sia preferibile ad altri brontolii ed ad altri schippettii. (p.22)

 

25 dicembre 1973. Natale.

 

La novena del Natale viene annunziata e divulgata dalle campane che squillano nell’ora già affondata nel buio della sera del quindici dicembre. Se ti sposti un attimo dal paese, prendendo la stradicciola che si riduce ben presto a sentiero, ponendosi a cavallo di un ponticello dalle spallette insicure e cedevoli, dopo breve tratto di piano, senti che il passo s’allenta al cominciar della salita. Qui il sentiero affonda tra un pendio a destra e una collinetta a sinistra, che ti accompagna fin dove raggiungi la parte piana del luogo che a quest’ora, e con il bosco che incombe da un lato come una fosca nube, ti incute un brivido che non è di freddo, benché la distesa di neve accentri e riassuma tutta la tenue e gelida luce del cielo. Lassù, al di sopra del paese più alto, quasi cornice al monte boscoso, sporgono le dentiere livide dalle crete. Di fronte, il paese dalle finestre che aprono nella notte che s’alza, brevi spazi di luce; altre luci più su, e in alto le stelle palpitano come scosse dallo squillo delle campane. Di là dal solco nero del torrente, la chiesa pare che attenda l’effetto delle campane. E una alla volta, in nero scialle, le donne, simili a ombre, si muovono verso la chiesa. Sembrano scivolare, perché i loro passi sono celati dallo strato di neve ai bordi della strada. Anche gli uomini si lasciano sedurre dall’inconsueto scampanare e scendono verso la chiesa come attirati da una qualche bella notizia. Il suono delle campane scorre, continua a scivolare, a rimbalzare sulla crosta lucida di neve che getta punti lucentissimi come di gemme. Poi il tocco delle campane viene gradatamente diramandosi, picchiando leggermente sui banchi gelidi della chiesa, sulle balaustrate gelide, sull’altare gelido. La chiesa va affollandosi. E della novena. Ora la chiesa vibra tutta del canto del “Missus”. La gente rimane estasiata. Non si sente più il freddo. L’animo di ognuno é rapito. Sta seguendo la storia, la piccola e lontana storia di Maria e Giuseppe e di un Bambino. Il latino del racconto, anziché renderlo enigmatico, vi apre spaziosi varchi di illuminazione. Sono le voci di un fanciullo e di un giovane che dipingono la vicenda dell’annunzio e della nascita, voci che incidono e affondano dolcemente nell’animo dei fedeli. Gli sguardi di molti sono fissi alle pitture del soffitto oppure al volto dell’Immacolata che anch’essa pare partecipi, intenerita, al racconto. L’ultima sera della novena trabocca di festosità. I1 presepio é allestito sul primo altare a sinistra entrando dalla porta centrale, ed é formato da una copertura in graticcio di paglia, sotto la quale si apre la stalla in cui nasce il Bel Bambino sceso dalle stelle. Vi si muovono i personaggi. Sono Maria e Giuseppe e il Bambino che attraggono le prime occhiate pietose, e intorno ad essi si allarga e si concentra tutta la scena che rende presente nell’immaginazione e nel cuore l’avvenimento incredibile di quella lontanissima notte, sui monti della Giudea. Un bue e un asino, con Maria e Giuseppe, fanno cerchio attorno al Bambino, e un pastore si fa così aderente a Giuseppe da sembrare sul punto di rimpiazzarlo. E pastori col viso proteso verso il Bambino dalle braccia aperte. Se fossi anch’io tra loro, mi dicevo! Osservandoli, notavo che non esisteva grosso divario tra il mio vestire e quello di alcuni di loro, e che i poveri doni che portavano al Bambino erano meno poveri di quelli che avrebbe potuto preparare mia madre. Panna, burro, ricotta. Uno di loro assomigliava a un mugnaio, e portava un cappello intriso di sudore e farina,. come quello di mio padre. Le pecorelle mi divertivano con quelle orecchie tese in avanti, piene di stupore. In ognuno di quei personaggi mi figuravo di trovare l’immagine, il profilo, il gesto di persone viventi in paese o in famiglia. Mi metto dunque ad ascoltare il cuore di Maria. Ella guardava il suo Bambino mentre molta parte della sua attenzione era rivolta alle parole, ai commenti dei pastori. La sua attenzione era richiamata particolarmente da un pastore che pareva il più mite di tutti e con il quale Maria, a un certo punto, cominciò a parlare. Il Messia che attendevi è venuto, è il bambino che vedi Egli è Dio e io sua madre, perché ogni bambino ha una madre. Anche tu, certo, ce l’hai. Ora anche Dio ha una madre. È difficile crederci. Tu ci credi perché hai veduto e sentito gli angeli. È una festa. Però tutto è troppo grande e incredibile… Vedi, questo mio bambino è Dio… Ma è un bambino, e devi affidarti a lui e credere in lui anche quando la festa e i canti finiranno, e tu vedrai lui un bambino come gli altri, e vedrai me, madre come tutte le altre. Sono tante le cose che avrei da dirti. Ritorna a trovarci. Intanto ti dico che il fatto che egli sia venuto e sia qui con noi crea qualcosa di nuovo nel cuore.

È un ritrovare te stesso come in una scoperta fatta insieme con una che ha più luce di te, a Qualcuno che conosce le tue vie meglio di te. Le vicende del vivere, il vivere cambia, si muta, è mutato. Come per me, dopo l’Annunzio. Ti senti vicino, ti senti dentro a uno che ti cerca da tempo, con piacevole curiosità, come se non avesse mai trovato un cuore con cui confidarsi, dove rifugiarsi. La povertà di Dio! Ha più bisogno di amicizia di te, è più solo di te. Soffre la solitudine in maniera pietosa e commovente. È uno strazio la povertà di Dio! Non c’è nulla di strano in questo. È così. Sembra strano perché ci immaginiamo diversi da quello che siamo veramente, che siamo per noi e per lui. Egli si accontenta di poco… Ma se gli dai quel pochino, si ingolosisce del molto. È fatto come i bambini Egli si è fatto come noi. Però è sempre poco quello che diamo, ma per lui è molto se quel poco ci costa molto a darlo. Come è difficile dire e spiegare certe cose! E queste certe cose sembrano, nelle parole, fantasia e pura immaginazione e illusione. Ha bisogno di silenzio, lui. I pensieri, le preoccupazioni, il nervosismo sono rumori e turbinìo che entrano e disturbano la sua presenza che è silenzio. Eppure ha bisogno di noi. Ha avuto bisogno di me per avere una madre come tutti l’hanno. E non si dà pace se non gli diamo retta e se non ci curiamo di lui. Ci vorrebbe così i poco per farlo contento! Anche Giuseppe vorrebbe aggiungere qualcosa, ma si sente profondamente turbato dal sentirsi coinvolto in un avvenimento che nemmeno immaginava. (p.30)

 

31 Dicembre 1973

Sento molto il digiuno impostomi dalla solitudine. E se non ci fosse il torrente, il bosco, le crete che toccano il cielo, i sentieri che portano in alto, le nubi, il temporale, i prati ridenti, il sole che anima fino le pietre? Il torrente dall’acqua gelida ribolle fra una pietra a teschio e l’altra a fungo variegato. Più sotto un pietrone immoto ha stabilito di bloccare il varco. L’acqua si irrita si impenna si spezza si divide in due rami spumosi che si ricongiungono subito in un cavo roccioso, e di qui, riposata e vestita di bollicine leggere, riprende a scorrere cantando. A destra, un pendio verde sale in allegria di fiori e di giovani abeti fino alla strada; oltre la strada altro pendìo, più ripido e meno verde, che riprende a salire fino alle crete. La sera è salita dal fondo del mondo. Le ombre hanno sospinto la luce alle vette più alte, dove si condensa in fiamma che tinge di rosso la sera. Gli uccelli si sono rinchiusi nel bosco, nel cuore degli alberi. Il mondo si spegne nel grande silenzio. Si addormenta come essere immane, steso esausto nell’infinito. Si rimane soli. Non si sente di essere neppure un granello di polvere. la solitudine. Il seppellimento. Si tende, con il sentimento, a dialogare con qualcuno, a riallacciare amicizie, e confidenze, in sogno. La persona è sentita come essenzialità. Mentre le stelle trepidano sempre più vive. Un viso, una voce suona nel silenzio in luce e calore, e colori nuovi, e gli oggetti si fanno individui che ti assistono, ti osservano, ti approvano, ti disapprovano, si divertono di te che non esisti in modo definito e sicuro, chiaro. (p.33)

 

“ Ho solo gran desiderio di finire la giornata perché non aggiunge nulla all’altra. Ma se il tempo è la Tua presenza nello spazio, la mia giornata sia la tua presenza nello spazio. Ed è tutto. Non c’è nulla da aggiungere a questa tua presenza nello spazio” (p. 34??)

 

4 Gennaio 1974

Giorni trascorsi a Liariis. Confessioni che mi destano rimpianto di tempi andati, di tempi finiti, e di tempi cambiati. Le feste sono trascorse quasi con monotonia. Però l’aver conosciuto e aiutato varie persone, mi reca soddisfazione e la convinzione di servire. Ieri sono state ore veramente di festa. Oggi non nevica e non fa sole. Sembra che l’inverno ceda. Il giorno è più mite. Come ho bisogno di tutti! (p.37)

18 Gennaio 1973

Sono parecchi giorni che non scrivo. Mi era parso inutile e superfluo questo porre qualche cosa di me sulla pagina del quaderno. Se fosse possibile riprodurci tutto il quanto di noi stessi nelle parole, vi sarebbe maggior soddisfazione e appagamento e ne sarebbe giustificata la fatica. D’altronde tutto noi stessi non è possibile riprodurlo in termini, anche perché si tende sempre a nascondere le ombre di ciò che delude la visione sofisticata. abbellita, ritoccata di noi stessi. Oggi vento e sole. Sono sceso a Pesariis a piedi, pensando, pensando. (p.37)

19 Gennaio 1973

Sono stato stasera a Ludaria. Ho letto due capitoli dell’Apocalisse: in confronto situazioni anche penose sono inezie. Tra me e me c’è soltanto il Signore che viene col mio passo.

20 Gennaio 1973

Cerco di ordinare le azioni della mia giornata pur sapendo che non rimango fedele ad un programma se non per brevissimo tempo. Nell’animo è tutto un passare e scorrere di immagini: persone, momenti della vita
passata; ho dovuto ritirarmi in cappella. Il ciclo è disseminato di banchi leggeri di nuvole rosse. Dare un significato a quel rosso chiaro che si muta in rosa, mi si presenta come un indovinello. Rosa – ae – Rosa, mi ripetevo stasera. Per un attimo mi sono ritrovato in presenza dei miei discepoli. Sono dominato nell’animo dal senso del passare del tempo e quando mi trovo in tali frangenti, divento triste, ho l’impressione di affondare, non come si affonda nell’acqua o nella neve, ma come un annullarsi angoscioso nell’infinità della vita e del tutto. Se non ci fosse Lui a soccorrermi! Se non ci fosse Lui che è, che era e che viene e che rimarrà per sempre! Fittizio è tutto questo vivere. Lo leggo anche nei volti delle rare persone che incontro che tutto è fittizio e vano. Ripenso alla “Dinamica del provvisorio”;  è solo il credere che ci rimunera di questa vanità del tutto. Penso a Leopardi, me lo metto vicino, con Giobbe; penso al libro della Sapienza, penso al Vangelo, a Gesù che cammina sulle acque Ecco, questa sera io cammino sulle acque ma non come Gesù, bensì come Pietro. 2
Sitibondo di solitudine continuo a trascrivere il silenzio: scrivo queste parole che grondano della pura rugiada di cui è saturo il silenzio, il silenzio vivo del torrente, del bosco, della notte gelata, della strada benigna, degli amichevoli prati, nella rinuncia a tutto ciò che non sia spontaneo, naturale, disadorno, semplice e anzitutto interiore. C’è un silenzio morto e un silenzio vivo. Il silenzio vivo non è la taciturnità, ed erompe dalla solitudine non come esclusione, bensì come immedesimazione nella vita che la creazione comunica nel suo eterno rinnovarsi. E ne può scaturire anche un racconto scabro e rozzo, discontinuo, alogico. (p.38)

21 Gennaio 1973

Sereno stamattina. Un’altra giornata di sole e forse si aggiungerà il vento. Pensieri che formano nel petto uno strato di rammarico. Metto da parte. È solo seme che nasconde speranza e tutto pare diventare semente nella mia povera vita. Il seme si nasconde, si sotterra. Non esiste altra alternativa per gustare la speranza che è vera e genuina nella misura che è nascosta, segreta, interiore, intima. Essa è un elemento energetico che non ha bisogno della pubblicità. Amen. Che male c’è se ho scelto la solitudine? Essa è. Amen. (p.38)

22 Gennaio 1973

C’è un sereno inquietante. Giornate così limpide e profondamente nitide non si addicono a un gennaio. È stato padre Romano a trovarmi. Ha portato sereno pure lui. È stata un’occasione per rivedere la mia solitudine. Mi manderà dei libri molto utili a dare un significato alla solitudine che deve essere, secondo me, momento adatto a rientrare in se stessi e rientrare più verticalmente in Dio. (p.39)

23 Gennaio 1973

La lode del mattino procede e si fa cosmica nella luminosità del silenzio che fonde il passato nel presente. Trafitto come l’onda dalla scaglia acuminata della fiumana, finalmente ti sei fatto preghiera. Lode con il creato La preghiera. Duilio, il capraio, mi urla dall’altra sponda del torrente: “O Dio di Dio, tu pensi di conoscere meglio di me Dio?”. Impenna le labbra incurvate, un po’ tristi, per parlarmi, come in un atto di volontà. Le capre restano in ascolto: dapprima mi guardano con sospetto, un po’ stizzite e maliziose perché mi sono intrufolato fra loro e il loro pastore. Poi sembrano capire, i nostri riferimenti all’erba, ai fiori. Duilio fissa Io sguardo sul torrente: “Dio sta pregando, quella è la pre-ghiera di Dio”. È vero, Duilio, Dio ci vede e sente, mentre sta cantando, e mescola la Sua alla nostra parola. E tu adori, sdraiato sul tappeto delle foglie cadute. E la novità germoglia da ogni cosa. (p.39)

24 Gennaio 1973

Sono stati quassù Ermes e Carlo. Una visita che mi ha infuso energia e fiducia. Ero contento. Avevo veramente bisogno di una iniezione di tal genere dopo quei pensieri tristi che mi affliggevano tutto il giorno. Di che cosa abbiamo parlato? Di tante Era la loro presenza che mi suscitava dentro un mondo di idee, di riflessioni, di impressioni che da molto tempo non sperimentavo. Sono andato a dormire pieno di gioia calda e bella. (p.39)

25 Gennaio 1973

Che vento ti ha portato quassù? Molti vorrebbero che rinunziassi a questa matta idea di ritiro, e molti la giudicano defezione, imboscata e cose del genere. Ma se io voglio morire nella mia terra chi me lo può impedire? Se il Signore mi concede e facilita in tutti i modi la mia permanenza in questi luoghi silenziosi e solitari, quali diavoli vengono ad impedirmelo? “Ognun per conto suo amor si prenda” ripeteva nervosamente mia madre. Così sia. (p.39)

26 Gennaio 1973

Voglio confidare. Se non confido, la mia vita non ha significato, diventa muta e inutile e la Parola non è più rivelazione, e non aiuta più nessuno a fare la scelta. Voglio confidare. (p.40)

27 Gennaio 1973

Stamattina benedico il Signore e lo ringrazio per questa immediata immersione nel silenzio. Il silenzio esterno, oggi, tra queste montagne, è quasi più denso, più colmo, di quello interno della casa. È quasi tangibile. Straripa dai monti, dalle nevi, trabocca dalle gigantesche dentiere d acciaio delle crete, bolle nelle riposte vie che l’acqua si apre nello spessore del ghiaccio, si spande con il profumo degli abeti, imbeve di sé l’anima e il mondo. Tutto e in ascolto: gli alberi, gli uccelli, le pietre, il cielo grande con le nuvolette incantate nel luccicore dell’ultima stella. Nella notte il silenzio era muto. Ora esso è tutto immagine e raffigurazione della molteplicità imprevedibile, incomputabile, che si scompone nella sublime unità della creazione. L’animo si fa piccolo nel maestoso silenzio domenicale. Come benedico questa immersione nel silenzio, in questo presente silenzio domenicale che ad assisterlo, a riceverlo, è l’animo fatto bambino, fatto impotenza, mentre sollevando il capo mi sento ritratto e riprodotto in misure gigantesche, mi sento sezionato e vagliato, tessuto e ripreso e ricomposto in tutti i miei filamenti da una mano giusta e insieme confortevole e paterna, mano che non è quella umana. La parola della liturgia propone la speranza come semente sotterrata che si traveste in fronde verdi, in fiori e frutti, a guisa della radice sotterranea e della tacita linfa. E la speranza è genuina nelle misura che è nascosta, interiore e in comunione con l’invisibile in cui mi trovo immerso. Lo squillo delle campane, senza propagarsi né disperdersi, si muove cauto e rispettoso fin solo alle pendici dei monti, dove resta ammorbidito e smorzato dalla massa nevosa. Ora il sereno è talmente fondo da creare senso d’inquietudine. I miei piedi sono gelati. Vorrei uscire per una camminata. La cucina mi mangia la legna come una lupa affamata. (p.40)

Stamattina molti pensieri, ricapitolati nei seguenti temi: voglio credere nella persona umana e divina di Gesù Cristo. Voglio essere persuaso che Egli soltanto può salvarmi Voglio essere costantemente convinto che soltanto credendo in Lui sarò salvo. Raggiungerò la salvezza. Voglio che la mia fiducia sia riposta in Lui soltanto e non nelle mie opere buone. Voglio che la mia volontà sia sempre in questo modo informata, condizionata e accesa. In mezzo alla società si riscontra ogni momento il limite di cui tutti o quasi sembrano non curarsi, il limite sicurezza, spazio personale. Lo spazio personale è creato dal rapporto tra quello che sono, che faccio, che dico, che affermo, che prospetto, e il successo che provoco, che creo nell’ambito in cui mi muovo, in cui agiscono le mie convinzioni. Se le mie convinzioni non hanno successo, non creano successo intorno alla mia persona, è il momento di revisione che devo affrontare con chiarezza e sincerità. Succede che il momento di sincerità e verifica viene rimandato ad altro tempo o ad altro luogo, ad altre circostanze, ad altro gruppo di persone, allora questa è l’ora dell’idolatria, cioè devo rendermi conto che quanto cerco e predico non è altro che una costruzione idolatra. Pertanto la verifica è un’operazione a risultato negativo nei confronti delle mie intenzioni. A questo proposito la persona dotata di alte qualità culturali e pertanto facilitata nella creazione di consensi, è tentata di confondere la propria persona con le verità annunciate e proposte in maniera allettante e mo-mentaneamente convincente. Ricorre, in questa materia, il principio di potenza, di ricchezza, di competizione di cui è arduo rendersi coscienti e dal quale è problematico liberarsi.
Pomeriggio: continuo il discorso che si è acceso poco fa tra me ed un’altra persona. Non sono qui per imporre delle idee. Siamo qui per discutere, girare assieme attorno ad un problema che ha sempre tormentato l’essere umano. Purtroppo, in questo momento, il problema non Io sentiamo, visto che vi sono altri problemi presenti e tangibili che ci addentano; così rimandiamo quel problema di fondo, lo accantoniamo, vogliamo ignorarlo e amen. E questo è l’atteggiamento più compromettente, ed è quello di coloro che credono dì aver risolto quel problema fondamentale mettendosi democraticamente tra i più. Qui finito, silenzio… nel silenzio che sferruzzo i pensieri, il cuore, il tempo, con le mani in-crociate a quelle di Cristo. (p.41)

28 Gennaio 1974

Il cielo è grigio. Sulle montagne nevica; le cime sono ridiventate bianche. I piedi gelati di ieri indicavano neve. A Pesariis, sopra le case, danzano leggerissime faville di neve. Quassù è nevischio ed è uno scendere lento e gioioso di fiocchi. Non sono le faville rapide che salgono guizzando dal focolare. Trovo e sento in questo polverìo di neve un che di giocoso. La neve è sempre una novità specie al momento del suo calare sulla terra. Tutto il rimanente della creazione, perfino gli animali e la gente, si rifugia in un silenzio magico quando arriva la neve, quasi in ascolto del silenzio che scende sulla terra. San Tommaso D’Aquino ha scritto la “Summa contra Gentiles” avvolto in questa quiete e così pure la “Summa Theologiae”.  Tommaso, Tommaso! Quanto mi hai fatto penare! Non tu, ma coloro che ti hanno voluto illustrare senza conoscere le tue profondità. Mi propongo di incontrarti da solo a solo, in miglior modo e in una pace cosmica come la presente. Oggi verranno le mie sorelle Maria ed Elvira. Il fuoco è allegro L’orazione finale della Messa accennava a un dono da chiedere nella preghiera: la carità fraterna. Se in noi ci fosse la fede, sotto la cenere di tante cognizioni, sulle braci della fede sicuramente si svilupperebbe anche il calore della carità. Siamo in crisi energetica. Ho scoperto, in una rivista, pensieri e poesie che valgono quanto tutta la rivista. Stasera, a poche ore dalla sepoltura di Gino, mio parente, con l’animo pieno di sentimento di pietà, di comprensione, di pena, di speranza che vola al di là della terra, di rammarico per i cuori-pietra che ho incontrato, mi sento abbandonato e risolto in quelle due poesie, una di Raffaele Carrieri e l’altra di Violetta Hedinger. La prima:
Non è un signore. Da noi non è un signore vestito di seta come un re francese. Da noi Gesù è di casa. Va e viene, torna, si intrattiene. Lo chiamiamo per nome come il figlio del falegname. (p.42)

29 Gennaio 1974

Sono stati Claudia e suo fratello Danilo con la moglie Carla e mia sorella Elvira. Quanta gioia portano le persone in questa vita. Signore, grazie per tutte le grazie che mi usi. Lascio in un canto le spine. Grazie per la grazia di fortezza che mi doni, fortezza di poter superare, sorvolare le molte e varie pene che nella gioia cercano di avvelenare l’animo e di mu-tare la gioia in nervosismo, in malanimo. Il sorriso di Taia  m’ha portato una traccia di cielo, e forse quel sorriso infantile è stato la mia forza in questo momento in cui si mette alla prova la mia fede. Non c’è situazione più scabrosa di quando si vuole cercare di vivere con sincerità e si è fraintesi. C’è tanta vanità nell’uomo. C’è tanta cecità anche in coloro che si credono nel giusto. “Pietà di noi, Signore, pietà di noi!/Già troppo ci hanno colmato di scherni,/noi siamo troppo sazi/degli scherni dei gaudenti,/del disprezzo dei superbi.”  Quando tu ti disarmi, ti spogli, e metti in discussione te stesso invece di mettere in discussione gli altri, tutti ti saltano addosso, anche gli indifesi e i deboli, i quali, trovando uno che è incerto e in discussione con se stesso, trovano l’occasione per farsi valere, per competere con qualcuno.
Mettere in discussione me stesso è un fatto troppo noto, ma sofferto da me stesso. Vado a dormire con l’animo carico di impressioni contrastanti. Fuori la nebbia, la prima, affoga le cose e le case. Vivo, sento, mi muovo attorno al fuoco spento; le braci sonnecchiano mentre il gas soffia sibilando e l’acqua comincia a muoversi in superficie. I volti di tutti risplendono nei vuoto silenzio. Qualche viso è triste, quell’altro sorride. L’altro mi fa dolere il cuore, un altro è una maschera che spegne la fiducia e spegne anche il fuoco sotto la cenere. (p. 44)

30 Gennaio 1974

Le cose possiedono la capacità di crearti dei sentimenti che una persona vivente non è in grado di infonderti in questo silenzio. Il silenzio ti insegna a confidarti con le cose e ad ascoltare i segreti e le parole della Sua creazione. (p. 44)

31 Gennaio 1974

Il crosciare dell’acqua nella roggia al centro della strada, durante la notte porta sempre i miei sogni su distese di mari in burrasca o ai piedi di cascate. È un tumulto che mi riproduce il senso della perpetuità, di un divenire che è un presente nella continuità e nella invariabilità. Pomeriggio. Sono salito a Culzei. Piovigginava. I muri cupi sulla strada mostravano pietre vulcaniche butterate di piccole pietre d’ogni colore e dimensione, come cementate tra loro; tutto più viscido e appariscente per il gocciolare dei rami. Ho pensato a una cosa che mi è capitata in Braida due o tre mesi fa. Mi hanno realmente detto che son matto. Me l’hanno detto con disprezzo. Ora soltanto, dentro, insorge la reazione. Gli uccelli mi guardavano dai rami. Erano affamati, ma erano liberi. Almeno erano liberi e nessuno li poteva trattare da matti anche se si mettevano a cantare quando era il momento di pigolare tristemente. (p. 44)

1 Febbraio 1974

È nevicato; la neve non è giunta fino al paese, ma ha imbiancato i boschi sovrastanti. Sono in attesa non so bene di che cosa e di chi. Il cielo sembra aprirsi al sereno; la gente appare pensierosa e come afflitta. Visi rammaricati d’aver lasciato il letto, risentiti di dover affrontare un’altra giornata. (p. 44)

2 Febbraio 1974

Oggi ho celebrato a Prato Carnico. Prima della Messa la benedizione delle  candele. Le candele erano belle pitturate, con l’immagine della Vergine sul tronco e all’estremità inferiore una vivace fascia di rosso. La mia voce era esile in paragone a quella del parroco don Ruggero. Una chiesa barocca, con altari di legno dal lavoro pregiato di artisti del 1600. Domani sarò di nuovo a Prato per la Messa delle 11.00. Mi muovo con maggior disinvoltura. Qualche idea ansiosa cala sull’animo. Non vorrei procurare fastidi a nessuno, mentre, involontariamente, chissà quanti ne procuro, e non so a quante persone, il più delle volte sono persone inimmaginate.
Sera. Dall’antica chiesa di Prato Carnico, in processione con le povere donne che recano in mano una candela, con l’immagine della Vergine dipinta sul tronco, e all’estremità inferiore una vivace fascia di rosso, ci avviamo, per le stradette del paese, verso la Pasqua. Le fiammelle fremono, sulle mani gelide cola la cera bollente. E avanti! Avanti, perché alla nostra processione si unisce quella antica, la prima, che comprende cinque persone: Simeone, felice, di tutti il più felice. Gesù, silenzio: un bambino non può fare silenzio, ma è Dio che fa silenzio in quel bambino. Poi Giuseppe, che guarda, accumula nel cuore, e tace. Maria, che ascolta e soffre. Infine Anna, che loda e canta. Rientrati nella chiesa, sentiamo risuonare la profezia del santo vecchio, sentiamo fendere nell’aria la spada acuminata e fredda del profeta, come certi freddi peccati dell’uomo, che trapasserà tutta l’esistenza di Maria. Perché? Perché il Figlio di Dio, la luce venuta a illuminare ogni vivente, troverà opposizione, creerà opposizioni, non essendo tutti i viventi disposti a essere illuminati, nè tutti gli illuminati disposti o capaci di illuminare. E di più: essendo Gesù l’Uomo, egli crea confronto con ogni uomo, con tutti gli uomini, e molti, non reggendo a quel confronto, lo rifiuteranno, rifiuto che si ripercuote in sofferenza anche in Maria, che è stata la prima nuova creatura a non porre rifiuto a Dio. Maria ha nuovamente il suo bambino tra le braccia, ma per sacrificarlo. La luce del mondo, Gesù, è entrata nel tempio: e la casa del Signore si riempì di gloria. La casa dove egli è stato introdotto e dove egli abiterà sino alla fine del tempo, è tutta l’umanità, e il lume delle candele che si benedicono e si recano in processione il giorno della purificazione, è figura della luce che deve illuminare il mondo e trasformare e fondere ogni cosa in elemento di gloria. (p. 45)

Le luci delle candele si sono spente, quella del cuore resisterà nella fede. Ritorno con curiosità a una lettura: vicino a te è la mia parola, è sulla tua bocca, nel tuo cuore.  Quella parola che è vicina, sulla bocca, nel cuore, è il silenzio di Dio, un silenzio rispettoso e riservato, che richiede precauzioni e riguardi: ascoltato con cautela, si fa parola liscia, senza artifici, come acqua di fonte o come goccia di tùmido frutto. Vicino a te è la parola… Chi se ne cura? Qualcuno, nel mare del mondo… La parola che si è fatta carne nel Natale si è dispersa sulla terra nutrita di speranze, e l’uomo ne è rimasto sfiorato appena, e si gira attorno e prosegue la sua strada. Come ci siamo fatti! Riprende a nevicare. Da quel morbido ed effimero elemento mi si proietta l’immagine delle Ceneri: ricordati che sei cenere… ricordati che risorgerai. E sarà presto. Il Signore è silenzioso come la neve, come un sentiero di montagna al crepuscolo, all’ora in cui i sentieri portano dentro alle celesti cose, senza disgiungerle dalle terrestri. Egli è silenzioso. Ma è concreto, nel modo più concreto dell’essere, del concreto di cui le visibili cose concrete sono immagine, figura e ombra. Se Tu sei, dunque, tutto il resto decade, tutto, rientrando nel tempo del mondo, dell’uomo, si deteriora e falsifica. Ciò che è transitorio rimanga transitorio, perché se il temporale assume l’aria di eterno, diventa ridicolo e grottesco. La luce di Gesù rimarrà. Aspettiamo che egli scenda a illuminare le viscere del mondo, le profondità del cuore umano. Il cuore dell’uomo è pro-fondo. In quelle profondità, prima di risorgere, è sceso a portare la luce di sé.
La voce degli abeti, la voce filtrata dai rami degli abeti, l’ho sentita in questo nuovo giorno, nel nuovo sole che annunziava la primavera. Sarà presto qui. Verrà silenziosa come le feste. Anche il Signore è una festa silenziosa ogni volta che viene.(p.46)

3 Febbraio 1974
Pensare: è l’impegno e l’iniziativa di ogni giorno. Dio vi perdoni, gente, e vi benedica, il vostro egoismo è un motivo che mi fa riflettere sopra il mio egoismo. Siamo tutti spiritualmente poveri. Sono qui come in una tomba. Fuori nevica. Penso a Isola. Vedo il viso arguto del provinciale che sbircia nell’angolo oscuro del secchiaio. Ieri ho ricevuto lettera da lui.
Ha un gran cuore nel suo scritto. Sento la sua amicizia. La tomba in cui vivo, in cui passo momenti di separazione e di seppellimento, mi offre degli attimi di calore e di luce immeritati. Sono sei mesi che sono lontano dal mio convento.

4 Febbraio 1974

Non ho nulla. E pertanto possiedo la gioia. Amarezza nell’animo… Ma chi non ha amarezza?

FOCOLARE
La notte sale nel cuore nell’immaginazione, da nubi turchine, da strade aggrappate a pietre, da gorghi di ghiaccio, sale da rete gonfiata da relitti incombenti, sale da acque fiorite nel muschio, da neve in funebre ghirlanda, sale da pini al tramonto invecchiati, sale da stanchezza di stornello mordace, dal fumo di tronchi amputati, da volo nero di corvi sul fiume. (p.47)

6 Febbraio 1974

Con il pensiero al lago di Cavazzo.  Ali sono scese sul lago verde. Hanno aperto il volo dalle rupi dai davanzali fioriti. La senti? A stormi ritorna la vita che il tempo scompose, ritorna con lusinghe di primavere. (p. 47)

7 Febbraio 1974

Le nuvole compatte stendono uno strato di gelo sulla valle. Nel mio silenzio, come in turbinìo, si muovono le persone che hanno vissuto con me o in me. Ora vivono in me e la loro immagine si dissemina, si spezza in tante piccole pitture o sculture sulle pareti della cucina e sul pavimento. La mia conversazione si svolge davanti a questa esposizione di visi, di mani che rivivono in cornici di sogno. Fra poco scendo a celebrare. Questo rappresenta per me una fatica grande. Fatica psicologica, sebbene abbia tanta carica di religiosità e di fede nell’interno del cuore. Oggi in modo particolare sento il bisogno di prostrarmi. (p.48)

8 Febbraio 1974

Acquisto il libro di Rahner: “Sulla teologia della morte”.  Stamattina le crete mi guardano ridendo. Stasera la luna dal cielo mi protegge nel suo bianco silenzio. (p.48)

9 Febbraio 1974

A che vale star bene, avere dei beni, avere dei riconoscimenti, essere considerato e rispettato, ascoltato e riverito, amato da parte degli uomini? Padre Felice se n’è andato al Regno senza un attimo disponibile per il commiato. Sono maniere di partire che mi lasciano sospeso e intimidito. Eppure non è sorpresa e non è un imprevisto se l’attesa è costante, se la speranza rimane ancorata alla vita presente. Le cose presenti non devono essere oggetto della nostra speranza, altrimenti la morte è sempre presente con il suo carattere di ladro che ci sfonda le povere speranze e ci rapi-sce i gioielli che ci siamo accumulati.

10 Febbraio 1974

Bisogna morire. Saper morire è un’arte che solo il Signore ci può insegnare. Gli uomini ti insegnano ad autoaffermarti, a crearti uno spazio umano in mezzo agli uomini, mentre in te stesso viene a ridursi lo spazio spirituale quanto più si estende l’altro spazio che è adattazione esclusiva al visibile. E così rimani isolato da Dio, dal respiro teologico nel quale
deve maturare la tua situazione reale di figlio di Dio, di partecipe del Suo Regno. Morire agli uomini pur rimanendo in mezzo all’umano che preme intorno a te, e ti preme; non deve soffocarti, ma farti marcire per fiorire. (p.49)

27 Febbraio 1974

Non vogliate male a don Ernesto. Vogliate bene a don Ernesto. Don Ernesto vi vuol bene. Sbaglierà nel volervi bene, ma vi vuol bene.  Non è legato al danaro, non è un affarista, mira all’anima, allo spirito. Sta vivendo le stazioni più dolorose del suo calvario. (p.49)

1 Marzo 1974

Sono qui, lontanissimo nello spazio, ma sono vicino in quello spazio che si dice spirituale. I miei monti sono colossi a confronto delle colline, però tra colline e montagne esiste una stretta analogia, cioè, se esiste il confronto, esiste anche un rapporto, rapporto di gradazione, di armonia. Ripenso al passato recente e mi ritrovo uomo tra gli uomini, frate fra persone che ricalcano il mio stesso destino, destino di grazia, di provvidenza, di sofferenza comune a tutti, destino di salvezza. La salvezza è un fatto comune come è un fatto personale. Vorrei dire tante cose ma non è possibile così, sulla carta. Ho mille cose da rimproverarmi e mille altre che suscitano in me sentimenti di riconoscenza in quanto ho capito e risolto problemi e scoperto verità che nessun’altra circostanza mi avrebbe chiarito meglio degli anni vissuti, incontrando persone, piccole e povere in apparenza, ma che mi hanno messo di fronte a me stesso con chiarezza rude e con precisione. Oggi ricorre il mio onomastico. S. Albino era vescovo. Io sono un frate molto povero e indifeso, ma pieno di vita. Ora sta nevicando. Mia sorella Elvira è venuta da Clavais a trovarmi. Abbiamo passato una giornata assieme. Mentre scrivo il fuoco scoppietta nella cucina minuscola ma rovente. I monti sono avvolti d’un soffice mantello di neve a nuvola di bianca cenere. Domani sarà tutto candido e il sole accenderà sulla neve bracieri prima rosei poi di fuoco, poi sarà tutto argento il mondo. (p.49)

2 Marzo 1974

Riprendo a scrivere. Come dicevo ieri, il mondo in questo momento è tutto argento. La neve caduta ieri sera è veramente uno strato bianchissimo sul quale il sole fa scintillare miriadi di perle lucentissime. Penso. Penso
anche a voi, alla vostra casella, a mamma Rosa. Ho riletto ieri sera quanta le scrivevo anni fa, le scrivevo cose belle e ardenti perché la sentivo unita a mia madre e molto affettuosa con voi e perfino con me. Sento le campane delle tre. (p.50)

5 Marzo 1974

La neve è al cm 90. Il boato e il tonfo delle slavine danno sussulti. È divertente.
Le strade sono semibloccate Sento il piacere di essere separato dal resto del mondo, anche con gli ostacoli che bloccano il traffico e perfino il passo. È un piacere infantile, fanciullesco, cosa faremmo se veramente fossimo tagliati fuori per lungo tempo dal resto del mondo? Aspetteremmo la morte? Perché non l’attendiamo anche con le strade piene di traffico e con le comunicazioni efficientissime? Passa forse per le strade la morte? Hai ragione, passa anche per le strade, senza averne bisogno affatto. Che è il resto del mondo? Anch’io sono resto del mondo per colui che vive altrove. Ma di preciso com’è che pensiamo alla morte soltanto quando succede qualcosa nelle cose? Non dico che ci si pensi soltanto in quei dati momenti, in quelle precise circostanze, ma ci si pensa più seriamente, come se la morte venisse con preavvisi. Mentre è qui, qui, qui, che ci porta via a bocconi. E ne abbiamo paura sebbene sia la nostra esistenza. La fiamma della candela rischiara, illumina, riscalda nel cerchio fin dove può il suo esistenziale calore, ma mentre fa tutto questo consuma la candela, e la candela si consuma e la fiamma va verso la fine e ad un certo momento finisce con la candela consumata. Ecco qui la meditazione di questa sera senza luce a Culzei. Quello che conta in fine è che candela e fiammella siano nelle mani del Signore e che la candela si consumi tra le Sue dita e la fiammella rifletta, all’ultimo guizzo sul Suo volto, l’amore che essa ha diffuso e suscitato intorno a Lui. La morte la portiamo dentro, viene dal di dentro, non chissà da dove e chissà quando. È una situazione di attesa della vita piena. (p.50)

24 Marzo 1974

Sono rientrato da Verona e da Isola Vicentina. Un balzo di stagione. Qui le chiazze di neve fanno piccole zone bianche di gelo in contrasto con lo strato d’aria tepida che scende, che è sceso sul mondo. A Verona, a Vicenza, le campagne si muovono in un sole quasi estivo. I mandorli e i fiori dei giardini sono pieni di vita primaverile. Quassù i prati e i campi non si muovono, non si destano. La corteccia invernale è molto dura. Il sole è venuto, oggi, ha guardato un attimo il mondo, è rientrato. Le strade sono seminate di pozzanghere, i sentieri affiorano dalla neve marcita, le acque fioriscono abbondanti dal muschio con tremito luccicante. Suggestione di particolari: l’elicottero mi spia dal cielo. (p. 51)

9 Aprile 1974

Ho ritrovato il Signore più bello e attraente perché più vivo e reale. Ho scoperto tali verità nel mio ritiro. Bisogna guardare al di là di questi orizzonti sofisticati e noiosi. Siamo buoni a gemere sul non essere e siamo inaspriti sul voler essere. (p. 51)

14 Aprile 1974

Tutto hai assorbito nella luce della Risurrezione. Come il mare nella scia fremente di sole compendia il mare fin dalle sue viscere tenebrose. Le strade si sono dilatate: pioggia, vento, sole, le hanno pulite e ornate. Dai rovi spuntano le rose, e pare che anche le pietre mettano radici, colori e suoni. Vien fatto di pensare che tutta l’energia cosmica si sia conden-sata in una fascia di fecondità che avvolge e imbeve la terra di germi, di lieviti, e che entro quella vita prorompente palpiti l’inesausta, la gioiosa creatività di Dio. (p. 51)

25 Aprile 1974

MATTINO
La luce si distende dilaga sulle strade per i campi.

RICORDO LONTANISSIMO
Non c’era nessuno nel bosco. Guardavo le colonne di abeti. Nel fruscìo dei rami c’era un alitare di vivi e nell’ombra un oscillare di visi. Non c’era nessuno nel bosco. Forse domani.

NOTTE
Luna pende luna pende sulle case. Dio è irrazionale. Non è legato ad una logica. L’amore è irrazionale non obbedisce ad una logica.

Taia! Non lasciarti invadere dalla momentanea ansietà. Sii fiduciosa. Un poco alla volta. Un sorso alla volta. Non ci sono valanghe intorno a te. Non ci sono frane che incombono. È tutto chiaro, se credi. Credi E sorridi Egli è il nostro Padre, il Signore di tutto, che piange se tu piangi, che ride se tu ridi. Vuoi farlo piangere? Capisco che il salto ti fa vertigine. Ma è un’esperienza che insegna È una spina penetrante che stimola e provoca vita. Non scoraggiarti. Tutti siamo piccoli bisognosi poveri. Mamma a papà ti seguono da vicino. Offri al Signore la tua momentanea afflizione. Vedrai che ritornerà il sole, un sole fresco. Non sostare in pensieri e in considerazioni tristi e oppressive. Ciao Taia (p. 52)
1 Gennaio 1975

S. Madre di Dio. Madre di Dio: metto nelle Tue mani il mio spirito, com’è, e vi metto anche quella ferita, quel taglio sempre aperto e insanguinato. Quando si chiuderà, e avrò finito anch’io di patire, Tu conserverai il Tuo cuore per me, almeno come mia madre Antonina… Tunino. Mi sento avvilito, mi sento uno straccio. Mi viene in mente il ricordo di quando ero piccolo e mi prende una specie di emozionato rincrescimento per quegli anni: la spianata davanti alla chiesa, il suono delle campane, il viso della Madonna, i canti degli uccelli attorno e sul tetto della chiesa. (p.55)

6 Gennaio 1975

Ho fisso nell’animo un pensiero che si agita e prende forma di sentimento che, a sua volta, si profila come desiderio invincibile. Rivedo le colline d’un tempo: avevo 25 anni; mi sono ritrovato disseminato tra quelle rocce appena velate dal giallo dell’erba invernale. Ero un altro allora. E altro erano quelle onde ora bizzarre e ora armoniose di terra e di pietre. Allora mi ricreavano lo spirito attraverso una specie di piacere tra fisico e non fisico. Ora mi esaltano e mi innalzano facendomi rabbrividire con voci di richiamo alla contemplazione pura. Tocchi e rintocchi che risuonano nell’animo e che il sole rende lieti e vibranti di speranza. Di speranza, non di speranze. Sono le cose che comunicano il senso eterno delle cose e ti senti spingere come fino al margine di un dolce precipizio. (p.55)

30 Gennaio 1975

Quanti anni fa mi nutrivo di questo spettacolo? Oggi è un nutrimento di sapore diverso. Vi si aggiunge quell’elemento che pare sia di decadimento. Invece un peccato contro la vita è viverla senza nostalgia. (p.55)

3 Febbraio 1975

ll professor Bianchi mi ha cambiato l’ingessatura: me ne ha messa una nuova che racchiude anche il piede. Quando questa povera gamba sarà libera e gioconda? Sono le quattro di mattina. Penso a quanto devo versare… La croce non vale se non è portata. Penso a quanto Egli ha da darmi non direttamente, ma se lo dà lo porterò e così l’ingiusta sofferenza diverrà giusta. (p.56)

5 Febbraio 1975

Ho scritto a Udine. La voce dei pini, la voce filtrata dagli aghi, la sento in questo sole che preannuncia la primavera. Sarà troppo presto. E il Signore è silenzioso come è silenzioso un sentiero di montagna al crepuscolo, quei sentieri che portano dentro alle celesti cose senza disgiungerle dalle terrestri. (p.56)

6 Febbraio 1975

Ho scritto a Udine. Anche oggi il sole è rigoglioso. C’è dentro una frattura che mi duole più della frattura alla tibia. Ci sono malattie inguaribili nel nostro essere. E ciò ci ricorda costantemente che siamo uomini. Addio sentimenti benefici di ieri. È che non si può più dire quello che si pensa. Da un lato è un guadagno in quanto venendo a mancare il dialogo con gli uomini, ci si rivolge a Dio e alla Sua creazione. Con se stessi il dialogo diventa in certi momenti stucchevole e alienante. (p.56)

8 Febbraio 1975

Bello oggi il cielo, ma dentro di me non c’è sereno. La gamba, l’animo. Ansietà. L’anima è come una cosa sciupata, logora. Mi riprende la brama di essere solo tra le rupi di Pesariis, là dove il torrente scava antri e crepacci e conche bollenti, schiumose. (p.56)

9 Febbraio 1975

Ospedale di Udine. Sono venuti a trovarmi. mia sorella, mio cognato, Guido con Maria. È stata una giornata bellissima. Non pensavo che una domenica mi riservasse ore tanto liete. Vedi che al momento giusto una mano si allunga a sollevarti? Un cane stasera abbaia lontano. Sarà sulla soglia di una casa o in mezzo
alla campagna. In alto ci sono le stelle. Latrato, brillare timido di stelle, tenere luci in fila, sulle strade finite, evaporate alle ultime case. (p.57)

11 Febbraio 1975

Madonna di Lourdes. Santa Maria, sei santa. Il Tuo amore non può essere da meno di quello di mia madre. Guariscimi, ma in tutto, completamente guariscimi. E poi guarisci le persone che mi stanno a cuore. Guariscile della vera guarigione, e dona pace e salute alle persone che mi aiutano e mi confortano. Sono oggi otto mesi dall’incidente. (p.57)

12 Febbraio 1975

Le Ceneri. Accettare il segno. I nostri limiti sormontati da una croce: ricòrdati, ricòrdati che risorgerai. Le ore lente ti mangiano incidendo il tempo sulle ossa che dolgono. Il cielo è insensibile e chiuso, è coltre, è fango, è impasto di cenere. Il mio spirito ha sete. Sono indicibilmente stanco. Sera. (p.57)

13 Febbraio 1975

È fosco anche il cielo. Fosco il viso della gente. Foschìa di pensieri, foschia di sentimenti che ho procurato di chiarire nella Messa. Fosco perfino il latte che ho bevuto. “…prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.”
È così che deve essere. Va bene? Non bisogna essere inquieti. Va bene? Questo non so se va bene. Prendere la croce vuol dire prendere qualcosa che umanamente è spiacevole, ma la si prende con la certezza che per l’eternità è piacevole. Così fatto è il regno di Dio, che non è regno su base umana, ma regno che vi si sovrappone. Allora tutto, si dirà, tutto quello che è piacevole umanamente non è regno di Dio. Secondo la sua logica sì – assurdo – però è necessario accettare Dio come si rivela a ciascuno, secondo la misura della Sua illuminazione.
E non può essere l’inquietudine, l’angoscia, e tutto ciò che rende pesante il nostro essere a noi stessi e al fratello? Il fratello è un peso  per il cristiano. Per il pagano, no. (p.57)

16 Febbraio 1975

La legge di Cristo è la legge del portare. Dio veramente ha portato gli uomini nel corpo di Cristo. Soffrire insieme sul piano divino sul quale  siamo messi: il peso diventa beatitudine in forza della speranza. La croce e la morte di Cristo sono state rifiutate, non riconosciute come utili e necessarie, anzi sono state considerate. un impiccio, una debolezza colpevole, un cedimento, una sventura che poteva esser evitata, una brutta figura al momento più adatto per una splendida riuscita. Cristo avrebbe dovuto avere più giudizio, siamo tentati di dire. Molto spesso cerchiamo di condizionare, di addomesticare la divina potenza ai nostri piani, alle nostre viste, ai nostri obiettivi umani, invece di forzare noi stessi a riconoscere la volontà di Dio anche là dove la vista umana trova assurdo conciliare un dato di fatto assurdo e sconvolgente con l’amore che Dio nutre per la sua creatura. (p.58)

19 Febbraio 1975

La Messa oggi mi ha risollevato diradando impressioni fosche del primo risveglio. L’Amico è silenzioso e pensoso. Gli ho chiesto molte cose importanti. Seguirlo è tanto arduo. Guàrdati di non metterti al posto di Dio e di non porre ostacoli al suo modo di agire. Arcano il Suo pensiero e imprevedibile il Suo atto di amore, atto eterno e scandito nel tempo. Nel tempo? Apparteniamo al tempo e l’eternità è come un’atmosfera sconosciuta, priva di gravità. Perché non deve bastarti un’eternità certa per una vita incerta e sospesa sempre al filo tenue del tempo e rattristata dall’ombra della fine? Il sole non basta, la luce vera deve venire, aprirsi dall’interno del cuore. Siamo come uccelli che si posano tranquillamente su di un ramo oscillante. (p.58)

22 Febbraio 1975

Un volo per il cielo sereno. Non è nulla quanto soffro se messo a confronto con la vita. Se ti rifiuti è come rifiutare l’originalità della creazione e la creatività di Dio. Un volo con la gamba appesantita dal gesso! Un volo lo si può fare ugualmente sotto il sole. Lasciare il paese, la famiglia, la casa, è privarci delle abituali sicurezze in cui viviamo; e questo non è un salto nel vuoto? Un salto nella speranza, speranza che è nelle Sue promesse più presente e concreta delle sicurezze umane. L’Amico mi è vicino, voglio credere alla Sua parola. (p.58)

24 Febbraio 1975

Davanti alle undici facce dei miei alunni mi sento inferiore e lontano. C’è sempre una pena che sale dal cuore: non poter dare il necessario, constatare l’impossibilità di prepararli bene agli esami. (p.58)

25 Febbraio 1975

Due spioncini nel gesso. Fra venti o venticinque giorni ritornerò. Mi libereranno dall’ingessatura? La gamba è esausta. Si trascina. È come un oggetto di legno infilato in un altro oggetto. Ho speranza. Cerco di stare aggrappato alla mia speranza. (p.59)

26 Febbraio 1975

Una giornata stanca che cerco di muovere e rallegrare con i miei pensieri che non vogliono essere tristi. Mi aiuta l’Amico. Qualcuno soltanto ha luce negli occhi e porta luce e diffonde eternità. L’Amico mi dona la croce e ogni giorno che passa la croce lascia un fiore dietro di sé. Il dubbio si scioglie, si dirada, e l’anima respira aria pura. Però la croce fa sempre un effetto di spiacevole sorpresa al primo apparire. Poi diventa familiare. La speranza addolcisce ogni cosa. (p.59)

28 Febbraio 1975

Oggi una Messa affaticata. È stata una croce. Ero come essere sotto una croce. Bisognerà accettare distruggendo tutto l’umano che si infiltra tra le ossa e tra gli strati del pensiero. Bisogna rinunciare ad essere personalità senza rinunciare ad essere persona. (p.59)

1 Marzo 1975

Sole anche oggi. A San Boldo con i miei alunni È tutto un ritorno a tempi andati, a tempi vissuti. È triste la nostalgia, è triste, dura tristezza, la nostalgia trafigge; però, messo a confronto il passato con il presente, nel-l’insieme, si ha un risultato abbastanza positivo, tanto positivo che potrei essere tentato a vivere di rendita. Ma ciò sarebbe un inganno ed un tradimento. Sole! Ricorre il mio onomastico. Ho chiesto e richiesto, ho picchiato e ripicchiato. Verrà quel dono. Quale? Verrà Perché l’Amico non delude e non illude. Ma se l’Amico sa di che cosa ho bisogno, cosa è che mi manca? Lascio la sera nel buio, nel buio abbandono parte del mondo. Pensieri mozzati. Domani saranno fioriti e cresciuti. (p.59)

4 Marzo 1975

Mi sento dire che sono ricco di esperienza. È precisamente l’essere ricco d’esperienza che ti indispone a parlare, ti toglie la parola, perché l’esperienza ti dimostra che è vano e inutile il parlare. Bisogna stare attenti che la parola che viene dalla bocca non prevalga su quella che proviene dalla vita. (p.59)

(continua a trascrivere da OCR da SAM 6071)

5 Marzo 1975

Non piove. Ma la cappa del cielo è pesante e umida. La pioggia di ieri ha destato colori teneri nei prati. Sono in attesa. Attendo l’Amico con i suoi doni, mentre la croce si fa dura. È sempre con animo ansioso che aspetto l’ora di andare in classe. I ragazzi come saranno oggi? (p.60)

6 Marzo 1975

La sofferenza passa se viene accettata. È vero. Il male passa se noi lo sopportiamo senza difenderci È fatica vivere e accettare la vita, questa, come è messa, come si svolge, quasi una carta geografica con i suoi punti chiari e i suoi punti oscuri, con le sue insenature e i suoi fiordi.

7 Marzo 1975

Ho dato un saggio d’italiano ai ragazzi. La gamba mi fa male. Non so come guardare a questa croce . È ogni giorno che me la metto sulle spalle con sforzo di volontà, ma non con generosità. Sono come uno schiavo non rassegnato, come un prigioniero ribelle. Non so. (p.60)

8 Marzo 1975

Anche oggi la croce. Ho detto, ho letto, ho pensato che la sofferenza accettata diventa leggera e perfino soave. È un dono del cielo. E i doni del cielo sono sempre soavi, ma per assaporarli il palato della natura umana ha bisogno di un ritocco, di trasformarsi sostanzialmente, o almeno di essere mescolato, come il vino e l’acqua, mescolarsi con il divino. “L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”. (p.60)

9 Marzo 1975

Giornata piovosa e disseminata di croci improvvise. Una ha dominato nel pomeriggio: riflessioni su me stesso assai solitarie. Il dono della fede è considerato e sentito come dono dovuto: carenza di gratitudine e ricerche di sicurezze.
(p.60)

10 Marzo 1975

Mattinata piovosa. Tendenze interiori a procurarmi solidità in quello che è il mio lavoro in quanto vantaggioso per me, di fronte alla comunità, nel campo della visuale umana; occhi che guardano, ti guardano e tu vorresti essere uno spettacolo. (p.60)

11 Marzo 1975

C’è una croce che infila e trafigge ogni mia parola. Le mie azioni sono schegge di cristalli infranti: dubbio, incertezza, sono aghi che filtrano l’essere mio. E ho detto: perché assumere un compito rifiutando le croci corrispondenti? Proviamo a pregare con l’anima epica dei Salmi. (p.61)

12 Marzo 1975

…Che la tua presenza nella vita sia trafitta costantemente dal raggio della presenza di Cristo. Qui piove. Sui monti nevica. È un giorno di novità.

13 Marzo 1975

È piovuto quasi tutto il giorno. Ho pensato a lungo a fra Stefano, morto martedì scorso. La sua scomparsa ripropone in me il pensiero della morte, della vita che si accorcia… Voglio pensare alla Risurrezione come lenitivo alla paura fisica della morte. È presente e viva anche la Risurrezione e deve esserlo. (p.61)

14 Marzo 1975

Solo quando si ha bisogno della carità ci si rende conto che non esiste o esiste a tratti. La carità, perché diventi fibra del nostro tessuto umano, ha bisogno di lungo e costante esercizio, studio, applicazione. Allora gli occhi della carità si aprono in tutto il corpo e in tutta l’anima: luce che ci rende percettivi. (p.61)

15 Marzo 1975

Ho tanto male. Ho offerto tutto. Però le parti del tutto sono da offrire volta per volta. Ed è una cosa estenuante. Forse oggi viene il sole. I ragazzi mi sono una spina. Non ho che da accettarli come sono e usare con loro un sistema di rapporti che non li umili e al tempo stesso non li lasci sbandare. (p.61)

16 Marzo 1975

Giornata densa. Cerco la pace. Una pace diversa. Una pace che è acquisto e conquista. Sento che se non ho fede profonda tutto mi crolla intorno e mi seppellisce. Non è rimasto nulla di umano che sia sostegno valido. Puntelli gracili e minati dal tarlo. (p.61)

17 Marzo 1975

Anche oggi sarà una giornata simile a ieri. Ricerca di sostegno più robusto. Ho pregato cacciando al tempo stesso nuvolaglie opprimenti sull’animo. Sono oppresso da presentimenti che emanano non so da quali stratificazioni, da quali terreni sconosciuti alla niente. (p.61)

18 Marzo 1975

Non voglio perdere l’Amico. È tutto. Fuori di lui non c’è nulla di vero, di stabile. Anche il presente è migliore perché è rinverdito e rinnovato continuamente dalla speranza. Ma c’è la croce, c’è. Senza di essa non ci sarebbe il rinnovamento.
(p.62)

19 Marzo 1975

Piove. Dall’anima scavo un po’ di calore per le persone che oggi incontrerò e per le cose che mi circondano. La pioggia concilia la riflessione e l’intimità. Giuseppe, accanto a Maria, pensa alla condizione difficile che gli avvenimenti gli hanno creato, e cerca di stare al passo fidandosi. (p.62)

20 Marzo 1975

Sono stato a Vicenza dal professor Bianchi. Un altro mese di gesso. Ho saputo della morte di padre Giuliano Cossettini, avvenuta stamattina a Milano. La morte mi passa accanto e mi sta diventando familiare e amica. L’Amico mi sta osservando. Lo sento. (p.62)

21 Marzo 1975 Festa dell’Addolorata.

Legge della croce. Non ci si può sottrarre. La salvezza e la via per raggiungerla non sono frutto di ragionamenti umani, ma risultato di pura e nuda accettazione che proviene dalla fede. Cielo oscurato da nubi pesanti fin dal primo mattino.

22 Marzo 1975

Il mio Sole. Ho preso il sole al piede. Il sole penetra, il sole ha la forza di penetrare ovunque. I ragazzi mi hanno deluso, oggi.

23 Marzo 1975

Stamattina il sole è assente. Il cielo pure è assente. Soltanto al mio Sole penso con animo sospeso. Non voglio altro. Tutto è niente. Resta così, con le tue carenze, con le tue paure, con le tue insufficienze. È come essere bambini. Amen.
(p.62)

24 Marzo 1975

Una croce. Non ho più fiducia nei miei ragazzi. È una classe sciupata. È tempo sciupato la scuola. Non è colpa loro. Siamo troppo vecchi per formare i giovani…? (p.63)

25 Marzo 1975

Sole. Anche il mio Sole. Ho chiesto mediante l’intercessione di Lei. Pasqua è prossima. La croce è sempre presente. Se c’è la croce c’è anche la Resurrezione, perché la croce è semente ed è pianticella o quercia con le sue foglie e i suoi frutti. (p.63)

26 Marzo 1975

Ultimo giorno di scuola. Poi sei giorni di vacanza pasquale. Attendo. Verrà. Verranno. Non è giusto vivere di sola speranza. Ma forse è così che si vive veramente. Pensare che ci sia un altro vivere è assurdo. Supporre è sempre un non vivere. Sperare è un attendere senza supporre. (p.63)

27 Marzo 1975

Giovedì santo. È vero che l’amore-orgoglio di se stessi è il peccato originale in riproduzione. Questo amore di se stessi è peccaminoso più che la peccaminosità di un amore banale. Attendo con migliorato spirito. Buona Pasqua. (p.63)

28 Marzo 1975 Venerdì Santo.

Il sole non c’è. Bisogna che lo cerchi senza interruzione, specie quando è di mezzo il cuore con i suoi lacci. Un po’ di spine, un po’ di chiodi, un po’ di sputi, un po’ di peso, un po’ di nausea, un po’ di repulsione, un po’ di giudizi sballati, un po’ di oscurità mentale… (p.63)

29 Marzo 1975 Sabato Santo.

Se Tu non ci sei, tutto decade, tutto, entrando nel tempo, si deteriora e si falsifica. Ciò che è transitorio rimanga transitorio, perché se il temporale assume l’aria di eterno, diventa ridicolo, buffo, grottesco. È il carnevale. Ma Sai, esistiamo! Esiste l’Eterno, e come! Ma l’Eterno esiste in maniera tale che disturba la vita presente, perché anche la vita eterna è presente e si inserisce nella presente in modo conturbante. Non bisogna fare finta di niente. La Risurrezione è, e può essere, una condanna. (p.63)

31 Marzo 1975

Lunedì dell’Angelo. Quando hai pregato non verificare quanto hai pregato, ma quanto hai bisogno di pregare. Poi… Tanta pazienza radicata nella fede nella Risurrezione. Risorti che siamo, molte cose non contano. Apprezzare ciò che sarà apprezzabile anche dopo la Risurrezione. (p.64)

3 Aprile 1975

La fede nella Risurrezione supplisce a tante cose, a tanti altri mezzi necessari ma non indispensabili a vivere e a finire bene di vivere. La sola cosa necessaria è credere. È il sole. Tutto il resto sono lumi. (p.64)

4 Aprile 1975

Oggi compio 59 anni. È un sacco di giornate, di levate e di tramonti, di grazie e di peccati. È tutto chiaro sotto il mio sole. Se tu fossi più giovane cosa faresti? Andrei al monte a far fieno per il mio spirito e a falciar erba per il mio cuore. (p.64)

5 Aprile 1975

Piove. Non c’è posto per la pace oggi. Oggi nuovamente dolgono macerie di pace.
Pioggia è nausea di ore putrefatte nella grondaia. (p.64)

7 Aprile 1975

Piove. Attendo di ritornare a scuola. Non so come prendere, come trattare i ragazzi, penso alla neve. Chissà quanta lassù. Giornata che deve essere portata sulle spalle come un peso delicato che potrebbe scivolare e frantumarsi. (p.64)

8 Aprile 1975
Il sole è venuto, debole e smunto. Ha guardato per un attimo il mondo ed è rientrato. Ti chiedo, mio Sole, aiuto. Non è da rifarsi, da ripetersi, da rinnovarsi ciò che non è più rinnovabile. Il muschio ricopre tutto. Sotto il muschio?… (p.64)

9 Aprile 1975

La ragione non è l’ultima ragione. La ragione di tutto non è definibile da noi, è un mistero nascosto. Colui che conta i capelli del mio capo, li conosce numericamente senza contarli, ha in mano le cellule, ogni cellula del mio corpo e il nucleo d’ogni moto che ci porta verso la vita.  (p.65)

10 Aprile 1975

La morte, il problema più oscuro e affaticante, è stata trasformata in Risurrezione. Cristo ha trovato la Risurrezione morendo. La Pasqua di Cristo è la morte, e per me? Qual è la Pasqua che mi fa sorridere e cantare durante questa schiavitù, questo deserto?  (p.65)

11 Aprile 1975

Guarda all’origine. Tutto deriva e tutto ritorna e deve ritornare all’origine. La tua volontà deve essere originale, cioè ripartire sempre dalla fonte e scorrere senza inquinamento alcuno. Ride il sole, oggi. Se fossi lassù! (p.65)

12 Aprile 1975

Ricordare che anche l’educatore va educato. “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Il Figlio non Le appartiene del tutto. La Madre non comprende in tutta la sua portata il significato dell’episodio.  (p.65)

13 Aprile 1975

Con piacere mi prendo il sole. Con piacere penso alla gamba guaribile. Con piacere penso che ho qualcosa di straordinario da donare. Con piacere mi rendo conto che lo straordinario non è questo male. Con piacere tocco con mano che la gioia è qualcosa di tutt’altro. (p.65)

14 Aprile 1975

Ritornare alle origini. Lasciare il confronto fra te e te, fra te e l’altro, fra te e l’invisibile, fra te e Dio, ritornare ad annegarti nel tuo principio, nella sorgente, ritornare da principio, nel cerchio, non nel centro o a un punto del cerchio, ma nella circolazione del cerchio, nel circolo del cerchio. (p.65)

15 Aprile 1975

Piove? Non piove. Tempo matto, col broncio. Penso, e il cuore scorre per i pendii di Dumbrif e di Casador e di Gjviano, corre, si agita e si porta e vola su sino alle cime dei monti. Di lassù guarda lontano sentendosi in pace con tutto il mondo e con tutto il cammino fatto in tanti anni: sole e pioggia, burrasche, sete e fame, lacrime e pan duro. Siamo arrivati? Non sembra ancora. Dobbiamo mangiare funghi avvelenati, dobbiamo bere a quella fontana che ci dà fiato per stare in piedi e guardare il cielo aperto sugli alari dei monti, e ammirare con scrosci di brividi lungo la schiena il verde dei prati, il canto degli uccelli, il volo dei corvi che si posano sui rami oscillanti degli abeti. C’è un abete lassù sulla cima che sembra segnare il confine del mondo; lì dentro, nella fresca ombra dei rami, mi nascondo e mi sento sicuro come tra le braccia di mia madre o sulle ginocchia di mio padre. Se è necessario, ecco ciò che Ti dono assieme a tutto il resto, purché mi doni quello che Ti chiedo non per me, ma Tu sai per chi. Però è anche per me. Sei contento? (p.66)

28 Aprile 1975

Cielo chiaro, poi sole. Vedremo se compirai oggi quanto stabilito ieri. Ho letto “Etica” di Bonhoeffer.  Sono concetti molto profondi e chiarificanti, ma la loro luce mi rimane nell’animo solo qualche istante. Comunque serviranno ad arricchire il deposito dell’inconscio. (p.66)

29 Aprile 1975

Si esige sempre una spiegazione che alimenti in noi la spinta alla contemplazione. Lui lo sa: così tutto è come l’avessi predisposto io. Se così va bene, va bene così. (p.66)

30 Aprile 1975

Ci sono coloro che sbagliano a crearsi un dio a proprio uso e consumo, e ci sono coloro che sbagliano a non crearsi un dio, ovvero a crearsi un dio inesistente. Una nicchia vuota. Non facciamo polemiche. Soltanto il pregare è valido, ha senso. Anche il seminario sarebbe una piccola fabbrica di idoli se non ci lasciamo aprire dallo Spirito. Voglio lasciar depo-sitare l’animo turbato, allora da questa palude s’alzerà una nebbiolina su cui si riflette l’azzurro. Come in Bolivia, sull’altipiano boliviano. (p.66)

1 Maggio 1975 S. Giuseppe artigiano.

Artigiano: tutta la creazione canta nell’uomo, sia esso consapevole o no. Sia egli ignorante o colto. Tutto canta il Creatore. Francesco si mette nel cuore della creazione, nel cuore di tutti gli esseri, infondendo così a tutto il creato una mente e un cuore. Stiamo così anche noi. Dare un contenuto alla vita. Bell’espressione. Pensare che il contenuto proviene da una certezza, che la vita presente è vita transitoria, è costruita sulle cose penultime, che hanno valore in quanto poniamo con certezza l’esistenza delle ultime. (p.67)

3 Maggio 1975

Persuaderci di essere amati è più importante e più vitale che amare. La fede la si mette in atto maggiormente nel sentirci e credere di essere amati più che nell’amare, perché si dà la preminenza alla persona che ci ama e non al nostro amore. Credo. (p.67)

4 Maggio 1975

Eterno Dio vivo e vero. È vivo: non è sordo, non è insensibile, non è freddo, non è cieco, non è morto! Non è un morto! “Non vi lascerò orfani”.  Non ho diritto di dire tristemente: sono solo, la mia solitudine è lacerante, perché non è vero. “Non vi lascerò orfani”. Guarirò se questo serve alla mia anima. Sono povero, sono peccato, “peccavi nímis”. Non ho che la speranza in seno a un mucchio di pensieri e sentimenti confusi che non riesco a riordinare con serenità. Soltanto la Grazia può rinnovare, e una mano materna che consoli e lenisca e pulisca e rassereni e infonda fiducia con il suo gesto di protezione materna. (p.67)

7 Maggio 1975

Il diavolo ha più di due corna… Una vera lotta con il demonio che dissemina dappertutto i suoi satelliti e veste di sé molte persone. Si esige violenza che è spinta e tensione portante e faticosa. (p.67)

9 Maggio 1975

C’è nell’aria qualcosa di minaccioso. La pazienza incomincia qui, caro mio, e la serenità non può non pagare… (p.67)

10 Maggio 1975

La notte scorsa sono rimasto desto: subbuglio e risse nel cuore. Era come
un fuoco che sprizza scintille polemiche. La preghiera è stata l’unica di-fesa, altrimenti naufragio nella rabbia. (p.68)

11 Maggio 1975

La prima assemblea plenaria degli Apostoli ha come tema la preghiera. La croce è lo strumento di salvezza usato dal Figlio di Dio. La conoscenza del mondo è utile ma per un dato tempo, la conoscenza di Dio dura per l’eternità, serve per la vita eterna. (p.68)

12 Maggio 1975

Non piove non c’è sole né vento. I passeri pigolano. Il mondo gira. Le cose paiono arrestarsi. Se non si cerca il fondo di se stessi si rischia di vivere come galleggiando su correnti impercettibili che portano inavvertitamente lontano. (p.68)

13 Maggio 1975

Oggi vacanza. Sul cuore mi stanno i ragazzi, il loro esame, le loro fragili vite, esistenze facili a lasciarsi portare, a lasciarsi influenzare. Ripenso a quegli anni miei. Ma c’è qualcuno che li assiste, li protegge, li accoglie, li illumina. Come risolvere la questione dei seminari? (p.68)

15 Maggio 1975

Bisogna vivere! Neppure oggi il sole. La mia gamba è qualcosa di più che un capello del capo. Bisogna che mi tenga in piedi con maggior fiducia e tranquillità d’animo. Mi brucia una ferita nella gamba e nell’animo. È uno spillo. (p.68)

17 Maggio 1975

Sole e rondini. Parole che si perdono nell’aria senza lasciare traccia. Messa e predica sull’amore. È la fede non il ragionamento che ci fa percepire l’amore che penetra tutto. È tranquillante questo stato di grazia. È uscire da una logica che nulla dimostra ed è entrare in un cerchio di luce che investe direttamente. (p.68)

18 Maggio 1975

Che venga lo Spirito che dà vita. È tardi. Agostino aveva trent’anni, e diceva che era troppo tardi. Deve venire lo Spirito a rinnovare questo coccio: sarò come una scodella fatta di cocci uniti con lo spago. (p.68)

19 Maggio 1975

Orgoglio. È dappertutto. È nell’aria. È nel respiro. Nel suono delle parole. Nel fragore delle risate. Nello sguardo. Nei passi. Nella grafia. Nella preghiera. Nella sorgente dei pensieri. Nella cavità del cuore. Nella voce. Nella ricerca. Nelle intenzioni più sublimi. Nelle azioni più coscienziose… (p.69)

20 Maggio 1975

Lasciar passare tutto! Dio è tutto. Anche se tu non vieni amato e riconosciuto, non importa, il tutto rimane intatto. L’ingiustizia operata a tuo danno non scalfisce l’integrità del tutto. (p.69)

21 Maggio 1975

Lasciar passare tutto. Tutto viene registrato. Rallegrati: non per così o colà ma perché il tuo nome è scritto nel cielo. Lascia passare. Perché cercare la gloria vicendevolmente? Questa gloria mendicata non può essere fonte di gioia vera.
(p.69)

22 Maggio 1975 Santa Rita.

Strana la moltitudine che a questa santa si rivolge per ottenere grazie. E le ottengono. Non cercatemi nel vuoto. Sono l’essere che pervade e penetra tutto. I pensieri sembrano fuggire ma non fuggono, sono numerati, pesati, stimati e accolti o rimandati nel vuoto. (p.69)

23 Maggio 1975

Lascia passare. Tutto si fermerà a una data ora, e tutto riavrà il suo calore, il suo peso, il suo valore, perché tutto verrà riesaminato con altra misura, con altro occhio, con altro cuore, con altre intenzioni. Lascia passare. E poi che diritto fai valere nei tuoi giudizi e nelle tue condanne? Non vedi che hai solo torti? (p.69)

24 Maggio 1975

Stai calmo. Non riprendere alcuno. Lascia passare. Una sola cosa devi continuare a fare, e sai quale… Ma in serenità. I bambini sono molto diversi da te. (p.69)

25 Maggio 1975

Bambini. Fede intelligente! È qualcosa di assurdo: il sole illumina anche là dove i suoi raggi non arrivano… Bisogna possedere qualcosa da dare non per avere, ma per saldare i debiti. Il Sole bisogna che riscaldi e illumini. (p.69)

26 Maggio 1975

Lascia passare. Sono tempi questi che portano i segni di essere gli ultimi. E li viviamo inconsciamente. Siamo ciechi e sordi. Ma è meglio essere tra gli ultimi. (p.70)

27 Maggio Verona. 1975

Sulla terrazza del convento di Verona il sole cala. Le campane altercano come un tempo. Non voglio di proposito ritornare con il pensiero a tempi andati. Il cielo è sereno e non è una novità. Però il nuovo c’è, esiste anche nell’aria, nella brezza che accarezza la fronte. (p.70)

28 Maggio 1975

Una gran pena è quella di sentire la vita come una storia vecchia, ammuffita, che non ha più senso. (p.70)

29 Maggio 1975

La mistica o l’ascetica non incrinano la vigoria personale. Non si è deboli perché si tace: Dio sarebbe il più debole e indifeso di tutti. Datemi in ma-no qualcosa che vi incuta timore e io ho ai piedi tutti i vostri ragionamenti e la vostra potenza. (p.70)

30 Maggio 1975

Ho letto un articolo di Camillo a proposito della Resistenza. Esperienza fondamentale, vitale, ma come tutte le cose vitali non è accessibile a tutti. Fortunato chi l’avesse vissuta come esperienza di vita e di fede.

31 Maggio 1975

Notizia: il 9 giugno sarò ricoverato al policlinico di Verona per essere rioperato alla gamba. Ringrazio padre Adriano che ha aperto una via decisiva al destino di questa gamba che da un anno è chiusa nel gesso, con brevi intervalli di libertà. Queste vicende rispecchiano nel mondo interiore immagini vivacissime. Questo è vivere, è vita, è camminare. È godere pregustato. È quasi un essere ricchi e possedere un potere.

1 Giugno 1975

È un potere che poggia sulle profondità, sopra l’abisso del mio male, del mio essere, come qualcosa di sussistente al di là e al di qua, al di fuori del nulla, come una negoziazione del bene. Il nulla non è negazione, il male sì. (p.70)

2 Giugno 1975

Chiedo unicamente molte cose. La più importante è lì che si erge sopra le altre. Costerà molto. Costerà non più di quanto costa ed è costato a Lui. Lascia perdere. Attendo come si attende il sole o uno squarcio di cielo che rompe le nubi. (p.71)

3 Giugno 1975

Lezioni d’italiano per i ragazzi di terza media. Un ultimo ritocco. Poi li affiderò, sabato prossimo, alla Provvidenza. Non sono preparati. Solo una grande comprensione può salvarli. Peccato che se ne vadano tutti. Rivedere la nostra vita e i nostri metodi appare una cosa necessaria. (p.71)

4 Giugno 1975

È più viva la fede così senza segni esteriori, è più autentica, è più bambina. Quanto devi pregare ancora per riacquistare quanto hai perduto e per ripulire le incrostazioni! (p.71)

5 Giugno 1975

Oggi dovevo presentarmi. Sarà domani. A caro prezzo. È un esame che un giorno o l’altro devi affrontare. È una prova del giudizio ultimo, una prova di fede, di obbedienza. Vai e vedrai. Credi e vedrai. (p.71)

8 Giugno 1975

L’intelligenza più genuina è quella che ci detta l’uso buono e retto dell’intelligenza. È così tutto troppo provvisorio… Chi non sì rende conto che tutto è miraggio? Espejismo. Riverbero. Specchio. (p.71)

9 Giugno 1975

Bisogna incominciare a s-peccare. Ieri sono venuto a Verona condotto da padre Trentin. Poi visitato da un dottore che mi annunzia che sarà lunga. Rivivo le ore dense di un anno fa. Vederlo così in prospettiva l’incidente di un anno fa non è negativo e non è un anno perduto: vi scorgo il disegno di Dio. È meraviglioso. (p.71)

11 Giugno 1975

Un anno fa. Ave Maria. Mi preparavo a quest’ora. Ave Maria. A scendere in moto sino a Pesariis. Ave Maria. Era il compleanno di Maria. Ave Maria. A metà percorso. Mi coglie l’incidente. Ave Maria. Molto sangue. Ave Maria. Molto dolore. Ave Maria. (p.71)

12 Giugno 1975

Quarto giorno di ospedale. L’esperienza di fede continua attraverso eventi di questo genere: attraverso le fibre del fisico e dello spirito. In questa situazione prevale l’adattamento alla volontà di Dio. Che sia rassegnazione fatalistica o fede vera? (p.72)

13 Giugno 1975

S. Antonio. Mia madre Antonina era una devota accanita di S. Antonio. La vedo pregare: assorta, astratta, staccata dalla vita che le turbinava intorno; con i suoi libri logorati dall’uso e dal tempo, gonfi di immaginette di Madonne di Sacri Cuori di Crocifissi. Madre mia quanto pregare! È stata anche oggi Claudia. Mi ha portato le ciliege. Ha dei momenti di genuina felicità. (p.72)

17 Giugno 1975

Attendo d’essere portato in sala operatoria. Un poco di tensione. (p.72)

18 Giugno 1975

Non ho mai visto tanto sangue uscire dal mio corpo. Ho pensato a tutti coloro che in questo tempo versano sangue sulle strade, nei campi, nelle case. È molto difficile soffrire con coscienza, con intelligenza. C’è sempre qualcuno che protesta in noi. (p.72)

19 Giugno 1975

Giorno sereno. C’è sempre qualcuno che mi viene a tenere compagnia. Troppo coccolato. Padre Emilio mi dà tanta pena. Il mazzo di rose di Claudia sorride sul comodino con i suoi colori saltellanti. (p.72)

21 Giugno 1975

Sorpresa: il primario, prof. De Bastiani, esamina la fasciatura… un gessetto… e a casa. (p.72)

22 Giugno 1975

È arrivata da Udine Maria Buoncompagno. È un fringuello, una mille-gambe, una centobraccia. Maria è una persona che mi aiuta molto, molto, molto. Il Signore ascolta molto la sua preghiera. (p.72)

23 Giugno 1975

Oggi dimissioni dall’ospedale. (p.73)

24 Giugno 1975

Sono stanco moralmente. È sempre una cordata la vita, con brevi intervalli di riposo. (p.73)

25 Giugno 1975

Non capisco… Anche oggi battaglia nascosta. Perché si è convinti che la vita sia bella? È tutto un’illusione. Ma forse tutti sono persuasi di questo e l’illusione ci gioca fino in fondo. Ci illude che non sia illusione. (p.73)

27 Giugno 1975

Notizie da Follina, notizie di crisi, indecisioni circa la possibilità o meno di poter condurre avanti il seminario. (p.73)

29 Giugno 1975

Stamattina partenza per Follina con Danilo, Carla e le bambine. Si giunge a Combai alle nove e mezzo. Caldo. Il collegio è deserto, un nido abbandonato. (p.73)

30 Giugno 1975

È qui il padre provinciale. Piove. Tuona. Nel fondo vibra una certa ansia. Dovrei essere come una foglia d’albero che freme, vibra, si scuote, ma gode di essere così, attaccata al suo ramo. (p.73)

2 Luglio 1975

Fresca la sera e più il mattino. Rasserenarsi all’interno è cosa ardua. I pensieri si rinnovano come bollicine di pioggia sull’asfalto. Non esistono dimensioni determinate. (p.73)

3 Luglio 1975

Giornata piena di cielo. Nell’animo brontolio degli strascichi del tempo-ralone di ieri. Ho bisogno di perdonare per riavere la pace. Come tutto si rompe facilmente! (p.73)

4 Luglio 1975

Molto ho imparato da una persona che non stimavo molto. È penoso ritrovarci più piccoli di quello che ci sembrava; m’immaginavo di aver acquisito qualcosa specie in termini di carità, amore, pazienza, comprensione. Mi accorgo che altri sono più pronti e maturi in questa materia. Sono scoperte preziose, sono lezioni spiacevoli ma significative e chiarificanti. Mi auguro di venire a toccare qualcosa di simile ogni giorno, altrimenti divento presuntuoso. (p.74)

6 Luglio 1975

Ho fatto il mio dovere a chiedere perdono delle parole pesanti che ho rivolto. Non è un merito. Facciamo subito eroico ciò che è doveroso e naturale. Beati gli assetati di giustizia… però non si è più parte di quella beatitudine se si diventa, ad un certo momento, dissetati e sfamati. “I poveri infatti li avete sempre con voi”: Perché? Perché i ricchi ci saranno sempre; ci saranno sempre gli affamati di giustizia perché le ingiustizie ci saranno sempre. (p.74)

8 Luglio 1975

Rivedo dalla finestra della stanza che occupavo anni fa, rivedo gli ippocastani… come grandi! È il verde mobile, variato, che monta nell’aria a onde, e per le finestre entra nella stanza inondandola. (p.74)

9 Luglio 1975

Le parole rivolte a Dio escono dalle ferite, dalle ferite morali o fisiche che sono labbra da cui scaturisce la preghiera più forte e autentica. Ogni essere deve lasciare qualcosa di sé per avere l’essere. Chi perde la sua vita la salva e chi salva la sua vita la perde.  Si crede talvolta di salvare la propria reputazione dietro le quinte delle opere. (p.74)

13 Luglio 1975

Il seminatore. Ci si cura eccessivamente del modo di predicare, della forma, dell’intelligenza, e ci si cura pochissimo della parola, della vita del seme che deve incarnarsi nel seminatore e rendersi vitalità e fecondità. La parola di Dio, in senso largo, è espressione della sua presenza, quindi parola di Dio è anche il comportamento dell’uomo che riflette o meno i suoi atti nel suo vivere, il contenuto della verità divina, della vita divina che è pioggia che fa germinare e poi crescere e maturare i germogli.
Parola di Dio è anche la creazione, è la storia umana vista dall’occhio che guarda dal di sopra.  Insistente il verde degli ippocastani. A la su bile bile, ma pì a dàlt, imò pì biel.  (p.75)

17 Luglio 1975

Il nostro male il nostro bene è male o bene nella misura che mettiamo Dio nel nostro male e nel nostro bene. Per sé ogni atto umano sul piano umano è imperfetto e si rende perfetto o definito unicamente quando è coinvolto Dio nel nostro problema di vita. (p.75)

18 Luglio 1975

Una cosa è pensare e sentire te stesso, e un’altra cosa è toccare il tuo essere com’è realmente. Ti meravigli di trovarti e scoprirti diverso da quello che pensavi? E segno che c’è una gran differenza tra le due posizioni. (p.75)

19 Luglio 1975

Stamattina, alle sei, c’era un finimondo di tuoni, di lampi, di scrosci. Ed è uscito il sole, verso le otto. Un ronzio di pensieri mi disturba. Sono quei pensieri molesti, disarmonici. Siamo esili. Il nostro cielo è delicato, è come un cristallo sul quale sbattono mosconi e moscerini. Prepara la mente e il cuore al dialogo con Dio, altrimenti è la bocca soltanto che si muove macchinalmente, masticando pensieri e parole non accompagnate dallo spirito. Così ogni mattina al risveglio. (p.75)

21 Luglio 1975

Oggi un po’ più di verde nell’aria. Più silenzio. Maggior respiro per i pensieri. Più spazio per le fantasie. Un po’ di vuoto. Le cose mancano di significato. La vita e il tempo sembrano arrestarsi.  (p.75)

22 Luglio 1975

“Veni Creator Spiritus”. Al di là delle nostre azioni c’è l’al di là che troveremo un giorno come nostra costruzione, costruzione delle nostre mani, della nostra volontà. E sarà il più bel giorno della nostra esistenza, il giorno che non tramonterà.  (p.75)

23 Luglio 1975

Si può anche cantare sempre, con il canto si allontanano le zanzare, i mosconi, le vespe. Devo mantenere sempre un posto dove ritrovarmi solo, a cambiarmi il vestito, a scuotermi di dosso la polvere. Sennò arrivo alla sera stracciato ed impolverato fino ai capelli. (p.76)

24 Luglio 1975

Solitudine morale e impotenza. Incapacità di muovermi verso gli altri. Flagellato. Povero e vuoto. Non c’è speranza fino al varco della vita presente. L’al di là si affaccia con colori di tenue letizia. Chiama. Pare non ci sia più niente. (p.76)

25 Luglio 1975

Il mio vocabolo luce, come la parola suono, è parola sacra. È una specie di nota che nell’inconscio suona fin dalla nascita e che trova sintonia con quella parola luce che ha contatto con l’ineffabile e che è diversa per ognuno.(p.76)

26 Luglio 1975

Più in là di Conegliano l’animo cammina, vaga, arranca tra le spine e i pruni. Quanto mi costi, Tu, o mio sole. Il deserto il silenzio e mille asperità. (p.76)

27 Luglio 1975

La preghiera meravigliosa di Salomone.  L’amore alle cose invisibili è fondamento alla preghiera e decisione alle scelte. La scelta avviene in base al nostro amore. Amore di Dio, che ci rende la scelta certa e giusta: però è necessario un amore continuo, perché la scelta continui ad essere certa e giusta. Segno che in noi c’è amore, è trovare sicurezza nelle cose invisibili, è fidarsi di Dio, è un rischiare, è un credere, è un fondare tutto sul fonda-mento che è la parola di Dio, che è la sua promessa. Cercare Dio è stare con Dio in vista di Dio, perché Lui è tutto, tutto si trova in Lui. Non cercarlo mai in vista di qualcosa. Egli conosce perfino ciò che farai e penserai. Il bene e il male che hai fatto e che farai. Niente è nascosto al Suo occhio né nel passato né nel presente né nel futuro. (p.76)

1 Agosto 1975

Signore, vieni a riempire gli spazi vuoti dei cuori e della casa. Non c’è posto che non sia assetato di essere invaso… e se Tu non invadi… Partono per la montagna. È una festa per loro. Per me non ci sono più feste di questo genere. Le feste devo prepararmele con molta cura e fatica nel centro del mio essere, nel cuore. Sono feste sotterranee. (p.77)

4 Agosto 1975

Novità interiori. Difficoltà. Smarrimenti. Confronti. Leggere depressioni. Reazioni. Antipatie. Lotta sorda. Nausea. Noia. Ricordi di cose passate. Ho celebrato con il padre Trentin. Distrazioni. Astrazioni sbagliate e incontrollate. Poca presenza. Ho celebrato col padre Ferdinando e con il padre Narciso (un padre di Innsbruck). Caldo che crea ansia. Pensiero che scende alla gamba, cosa che non mi devo permettere. Caldo, caldo, caldo. Mi crea fastidio la pancia ingrossata. (p.77)

5 Agosto 1975

Madonna della neve. Ti ricordi a Pontebba? Avevo ancora da cantare la prima Messa al paese… Madonna della neve, Ti chiedo la gioia che abbia radici nell’Eternità, una gioia che non si disperda nelle vicende della vita, quella gioia che si nutre di sacrificio e rinuncia, ma che sia gioia. Andrò al mio paese a celebrare la prima Messa, sarà la Messa più triste della mia vita. I miei compagni. Foglie cadute già da tempo, sono tutti in guerra. Mio padre. Morto otto mesi fa. (p.77)

6 Agosto 1975

È necessario immergersi in spazi più ampi per avere l’animo di sopravvivere a questa situazione. A un certo punto non v’è ragione di essere virtuosi? (p.77)

8 Agosto 1975

Costantemente accompagnato da padre Adriano Esco dal policlinico. Cammino, ma è un camminare scomposto e convulso come, del resto, il cammino di tutta la mia vita. Chiedo perdono, credo, umilmente. Non so fino a che punto arrivi l’umilmente. (p.77)

10 Agosto 1975

Oggi domenica, domani lunedì. Ho vivo desiderio di inginocchiarmi davanti a qualcuno. San Michele accompagnami. Le tue armi splendenti mi attirino, come i lucidi tubi di scappamento d’una “Ducati”. (p.78)

13 Agosto 1975

Inginocchiarmi.. È simile a quel gesto tanto naturale e liberatore compiuto mille volte durante la vita, cioè quell’abbassarsi sino a toccare terra con il capo per liberarsi di un peso a lungo sofferto. Qualcuno te lo toglie dalle spalle e lo vorresti baciare. La gamba è lì che pesa come la catena e la sfera del prigioniero. Ma non mi dispero. La sento perfino come regalo È tutto. Se non è tutto è molto. (p.78)

14 Agosto 1975

Mi sento arruffato. Non so attendere. Non so sperare. È muro il pensiero del domani. Cerco rifugio e protezione. È così il vivere. La vita è fatta così: provvisoria e condizionatissima. Condizionata in modo drammatico. La pietra ti condiziona la posa del piede e la lunghezza del passo. Il sole, la pioggia, la filovia con i suoi orari fissi. Cerco protezione nell’incondizionato. (p.78)

15 Agosto Assunzione. 1975

Cogliere le cose nella loro misura invisibile, porle nel respiro dell’infinito, del possibile, del potenziale. Invece di illimitare, noi limitiamo tutto su misura di noi stessi. È meglio respirare l’Eterno nell’attimo fuggente, arrestare l’attimo con la violenza dell’Eterno. Tutto non è finito. Tutto è finito sotto l’aspetto fisico-temporale. Rimane sempre lo spirito che può in maniera suprema supplire e compensare la morte di tutto. (p.78)

20 Agosto 1975

Scrivo non perché abbia qualche cosa da dire, ma unicamente per riempire lo spazio di pagina assegnata al giorno di san Bernardo abate. Sento un’acuta nostalgia di uomini amici di Dio, mentre intorno s’addensa un vuoto che ammorba l’anima; bisogna difendersene come di una peste che si attacca con estrema facilità. Vuoto di Dio in mezzo ad una famiglia… Celso, mio fratello, moriva reclinando il capo sul mio braccio. Non pensarci: ora rientra in te stesso; sarà un’autodifesa, sarà per comodo o per pigrizia. Non importa. (p.78)

22 Agosto 1975

Fra due mali è meglio scegliere il minore. Però qualcuno potrebbe aggiungere che quello che ho scelto non è il male minore. Dica pure ciò che vuole. Ho un amaro sul cuore. So bene da dove proviene.(p.78)

23 Agosto 1975

Qui a Verona non ho ancora notato o incontrato qualche cosa che mi com-muova. Devo rinunciare ogni momento alla mia libertà per colpa della gamba e attendo il giorno di liberarmi. Liberazione! E poi ci saranno nuove prigionie. (p.79)

24 Agosto

Oggi sono stato a pranzo da Lucio. Sono rientrato alle dieci di notte. Gran pena mi genera Lucio, una pena simile a quella che mi procura Danilo. Mi sembrano due indifesi. Timidi sono, per indole. (p.79)

25 Agosto 1975

Al padre Adriano tutta la mia gratitudine… Ma quanto è duro aver bisogno degli altri. È il lato più dolorante dell’infermità. Poter amare liberamente, ma non amare come al solito, provvisoriamente, temporaneamente; però il desiderio di amare è già molto amore. Il rispetto umano mi frena e mi lascia correr dietro, con piccole gambe, alla volontà di amare. (p.79)

27 Agosto 1975

Un’altra giornata. La sera, dopo cena, si gioca alle carte. Gioco con una gran voglia di pregare per superare lo stato d’animo disagevole per i rapporti con gli altri. Tutti gli altri li sento più grandi di me, più sicuri. Il senso di colpa guasta, come sempre, le mie prospettive e le migliori. Non esiste attività più utile e valida e vitale di quella che unisce il nostro spirito a quello di Dio. Possiamo ben fare, ma il creare è un atto di amore. E non bisogna temere di non farcela né aspettarci che le cose incomincino ad andare meglio ora che in passato. Ora siamo vecchi e quello che conta è mettere giudizio senza temere di pensarla diversamente dalla gran maggioranza. (p.79)

31 Agosto 1975

Sono stato a celebrare da suor Claudia e ho pranzato con le tre giovani suore. Poi Claudia mi ha portato da Vittorio e quindi con Vittorio, Lucio e Danilo e tutti i loro familiari siamo usciti in campagna. Una serata buona. Ma io ero triste. Mi sentivo un di più, un superfluo. Come è triste sentirsi tristi, vecchi e inutili E perché allora non rifugiarti in Dio che ti ha fatto così e ti ama malgrado tutto il tuo niente? (p.79)

3 Settembre 1975

Ho tanto desiderio di un rifugio. Sono in cucina in momenti deliziosi, però sono momenti. Una motosega rantola qua vicino, incomincia a piovere. Sono le nove e mezzo. Che altro mi rimane da fare che non augurarmi che la ricompensa nostra sia grande nei cieli? Sono molto povero e oltremodo timido nella mia povertà. (p.80)

15 Settembre 1975

Ieri ho celebrato nella cucina di Lucio col desiderio di dire qualcosa durante la Messa. Mi ha dissuaso il rispetto umano verso i familiari. Nemo propheta in patria sua. I miei parenti, le persone che mi pesano sul cuore, le persone che mi aiutano a camminare con lo spirito, le persone che mi fanno pena, le persone che sono senza fede e senza pace, tutti nelle mie palme aperte verso il cuore immenso di Dio.

20 Settembre 1975

Sole pieno. Pomeriggio infuocato. I boschi d’abete sono lucidi, l’aria lucentissima. Come sono solo! Solitudine! Mi pare che tutto sia così superfluo da non meritare amore e attenzione. Sorprendono coloro che lavorano e si danno da fare. Mi rivedo ora, per un attimo, in un ragazzino che passa fischiando sul sentiero. Mi ricostruisco in quello: rifaccio in lui i pensieri miei di quei tempi lontani e le gioie piccole e povere, ridenti e verdi come steli. Poco fa pensavo alla mia presenza in questi giorni fra i parenti e la gente del paese. Non so: penseranno di me con estrema faciloneria… hanno tutti un’estrema tendenza a fantasticare e a dare valore terreno alle presenze e alle vicende. Stanco. Ho bisogno grande di pregare e di ritirarmi. Mi ritirerò. Il Signore mi darà questo ultimo conforto di viverlo e pregustarlo in questo ultimo tratto di esistenza. Voglio ricantarlo meglio. Pensavo: come succede in questi paesi e in gran parte del mondo, che le vicende concrete dell’amore sono le più interessanti, ma allo stesso tempo le più segrete e come coperte di silenzio di dimenticanza, così è nella vicenda di Dio, che è vicenda d’amore perché tutto quello che vediamo è creazione di Dio, d’Amore, quindi amore. Ma faccio per dire: ci affatichiamo a fare e a strafare, mentre basterebbe amare. Basta! Con tutte le cime, le vette, le punte degli abeti, con tutto il Tuo creato Ti amo, o Padre immenso. (p.80)

21 Settembre 1975

In viaggio per Rigolato con Danilo, Carla e famiglia. A Udine – a Clavais – a Rigolato – a Ludaria. La preghiera… Danilo e Carla. Ritorno alla ca-sa di Remo. Tutto il passato è passato. (p.81)

22 Settembre 1975

A Chialina: Sonia – Rina – Renzo – Bepo – Maria – Mario – Renzut. Fantasmagoria di volti, di visi, e di ricordi. (p.81)

23 Settembre 1975

Rivedo Lia: tutto in Dio rivedo e rivivo. Remo con Danilo, Carla con le bambine sono saliti al monte. Non piove ma minaccia. Vorrei ritornare bambino. Sono stato a trovare Pio. Le lacrime agli occhi hanno detto tutto il suo umanissimo cuore. Ho parlato con altre persone e m’è parso di sentire qualcosa di sottaciuto nelle loro parole. Fiori che spuntano danzanti sul davanzale. Una leggera brezza fa oscillare i rami degli alberi e fremere i fili d’erba stendendo un fruscìo lieve su tutto. Dio passa con amore. Sei Tu il mio diario. Non trovo alcuno che ascolti i miei pensieri, che ascolti la mia vita, uno con cui ritrovarmi bambino, fanciullo, giovane, a cui potermi raccontare se non Tu che mi hai creato e mi trattieni in vita.
È di pomeriggio: sole, odore di fieno, profumo di erba appena falciata. Non c’è posto per me in questo luogo perché tutti lavorano, hanno i loro pensieri molto concreti.. È la stagione. Tutte cose che non coincidono con le mie. Penso a due anni fa: disgrazia alla Sonia. La mia condizione era assurda. Ma perché assurda? Perché ero solo e non sentivo di esserlo. Però un motivo ben preciso mi aveva condotto quassù. Un motivo molto preciso. E Tu? Ora mi devi stare vicino come mai prima d’ora perché porto i segni della Tua croce. (p.81)

24 Settembre 1975

Come tirarti indietro ora che puoi dare, in piccola parte, il tutto che non hai saputo donare finora? Ti aspetto ogni momento anche quando meno te l’aspetti perché l’amore è abbracciante penetrante e invadente come l’aria. (p.81)

25 Settembre 1975

Non voglio le briciole della beatitudine, ma intera la felicità. Non briciole ma intera la beatitudine. L’amore non me lo insegna nessuno. (p.81)

26 Settembre 1975

Tutto l’amore riassunto e ripetuto per Te. Ogni goccia di pioggia che luccica nel sole racchiuda un palpito d’amore per Te. (p.82)

27 Settembre 1975

Perché vuoi agitarti? Non agitarti per niente, solo Lui nutre vera e giusta e reale stima di te. Il piccolo uomo non ti coglie mai nel tuo essere, nella tua vera entità. Non ti può amare che egoisticamente, quasi sempre per istinto, non liberamente. La preghiera è un sole che nasce dentro e riscalda tutto l’essere. (p.82)

28 Settembre 1975

Ancora un giorno a Ludaria. Grazie per avermi conservato il saluto, con grazia, in amicizia. Anni fa non era così. Forse Tu hai avuto pietà di me, hai avuto compassione delle spine non fatte da Te, ma dalle mie miserie, dal mio orgoglio, dal mio essere terra. (p.82)

29 Settembre 1975

Partenza per Follina. Padre Adriano, padre Giuseppe e fra Giuseppe hanno merindato da me. Giornata splendida… Culzei – Pradibosco – Passo Lavardet – Campolongo. Voglio sperare. (p.82)

30 Settembre 1975

Ultimo giorno di vacanza. Un po’ d’ansia nel cuore. Timidezza. È una croce, e la croce se è accettata come tale salva sempre. È preziosa. Tiene. Mantiene in basso. E poi concede la gioia vera. E poi arricchisce in modo misterioso. (p.82)

1 Ottobre 1975

Primo giorno di scuola. Vedremo i bambini come si comportano e come sono. Niente di straordinario: lezione calma e tranquilla. Nell’aria c’è sospeso qualcosa di strano; uno strano che ha sapore di nervosismo. Non siamo noi che Lo cerchiamo, è Lui che cerca noi: in modo inquietante, in modo amorevole. L’amore non si ferma, non si irrigidisce in una forma raggiunta; è tormento e insieme diffusivo di tanta pace. (p.82)

4 Ottobre 1975

Una galoppata su per Farò, Rolle, Arfanta, Gai, Cison, Valmareno, Follina. Ho rifatto in bicicletta le strade conosciute e percorse più di trent’anni fa. Ho lasciato i ricordi lungo quei pendii e a ridosso delle curve. Era tutto da ripulire, rinnovare come in una risurrezione.  (p.83)

6 Ottobre 1975

A scuola propongo l’autunno come immagine da vedere e da scomporre. Sono temi tradizionali, come è tradizionale la creazione. È un ottobre vivace, variopinto, commovente.  (p.83)

7 Ottobre 1975

Oggi come ieri e come molti giorni trascorsi: sole e scuola. Il mio cuore vuole essere libero, la mia preghiera vuole essere libera… Donare a Dio quanto voglio e come voglio, o come vuole Lui, che è più giusto. (p.83)

13 Ottobre 1975

Piove. Ho celebrato con il padre Adriano e con il padre Giorgio. E piove. Non posso uscire per la gita in bicicletta. Sento gran desiderio di aprire l’animo a qualcuno e poi penso alla domanda che ho rivolto al Signore mille volte e la vado comparando con quella dell’uomo della parabola che va a chiedere un pane nottetempo e che l’ottiene solo perché importuno. Così aspetto anch’io quel pane che mi spetta per il fatto che ho importunato molto il Padre che è nei cieli. È per me questo pane, ma non solo per me. (p.83)

15 Ottobre 1975

E le ore passano. Anche le giornate, sotto la pioggia, nello spirito. La materia appare nella sua inerzia. Visi vecchi, ripetuti. (p.83)

16 Ottobre 1975

Non ho niente da aggiungere. Soltanto i nuovi limiti non accettati mi danno grande fastidio. Cerco, mi pare di essere davanti a Dio come un buon ragazzo che dice al Signore: “Vedi che dopo tutto sono buono, Ti chiedo cose che non hanno niente a che fare con le cose? Vedi che non sono come gli altri? Vedi…?”. E invece non so prendere le cose come sono state disposte: con umiltà e coraggio. (p.83)

20 Ottobre 1975

Devo scoprire il povero, il bisognoso, nella cerchia dei più vicini, e trovare il modo e il tempo di alleviare quella povertà. La preghiera: tensione che cerca continuamente la presenza di Dio nell’intimo e nei fratelli. Il monaco deve creare Dio. Lo cerchi? Spero di arrivare a cercarlo e a crearlo perché cercarlo è possederlo. (p.84)

31 Ottobre

Sette e trenta – 12,00 – 16,00 – 18,30: ore fatali. Un fatale che ho depositato là dove mi posso fidare. Non possiamo sapere neppure perché Dio si occupi di noi in quella maniera, pazza, seria, impressionante. Una cosa che non capisco: avere sessantanni. (p.84)

3 Novembre 1975

Vangelo dell’obolo della vedova e del fariseo che intende aiutare Dio con l’offerta di una parte del suo di più.  La vedova dà tutto perché si fida solo di Dio. (p.84)

6 Novembre 1975

Non è giusto fare i giusti per procurarsi stima e sicurezza, per competizione o per polemica. Credere che la vita eterna esista è oggetto di fede ma è oggetto di fede anche che la vita eterna sia migliore di questa. (p.84)

7 Novembre 1975

Egli non ha bisogno di parole, la Sua verità la comunica immediatamente, come luce e calore. Non siamo forse troppo tristi e rammaricati e nervosi quando ci mettiamo di fronte al me stesso imperfetto, meschino, piccolo, timido, falso, orgoglioso, vano, mendicante la gloria e la compiacenza e il consenso degli altri? (p.84)

9 Novembre 1975

È chiaro che debbo accettare la tentazione come riscatto del male della mia vita. Fiori di bene per eliminare i fiori del male. Un’altra cosa: se pensassimo al male che siamo ciascuno, il perdonare e l’accettare l’altro sarebbe molto agevolato. Perché gli altri devono sempre dire bene di me? E guai se mi criticano? Ezechiele 34,11-12. 15-17: parla di Cristo Re che non ha alcuna intenzione di sedersi sulla Sua onnipotenza dimenticando il suo cuore di pastore. Paolo l Cor 15,20-26.28. Risurrezione: la prospettiva più consolante, non solo, ma la più esaltante: Cristo che abbatte una ad una le barriere, le paure, le ombre, perfino l’ombra della morte. Regno luminoso anche per il nostro futuro immediato. Matteo 25,31-46: giudizio. Un giudizio semplice, non complicato, non precettistico; anche un bambino può riconoscere con chiarezza le due situazioni e le due componenti del giudizio: amore e non amore. Anche sopportare l’inutilità di noi stessi è buona volontà. (p.85)

10 Novembre 1975

Nella chiesa sopra Farra di Soligo: qui, oggi, provo intensamente che Dio è inafferrabile e al tempo stesso provo la gioiosa disperazione dell’inseguimento. (p.85)

24 Dicembre 1975

Tre temi di fondo nel mistero di Natale: povertà – gioia – gloria. Povertà: il Verbo si fa uomo scendendo non a qualche livello umano ma alla radice, riportando dal fondo ciò che non era e ciò che era impossibile all’uomo. La povertà è origine alla gioia perché spoglia dalle illusioni e veste il cuore di certezze. La gloria non è solo oggetto di contemplazione, ma è promessa e conseguenza dell’aver accolto la verità. Quaggiù la povertà è la gioia, in morte la gloria. (p.85)

29 Dicembre 1975

La poesia e la teologia si danno la mano. (p.85)

31 Dicembre 1975

L’ultima idea, l’ultimo pensiero, l’ultimo palpito è che vorrei morire senza deludere il donatore: vorrei pormi nella situazione di chi va alle nozze È l’ultima grazia che chiedo, me la concederà il donatore del banchetto? (p.85)

LA PREGHIERA DEL PELLEGRINO

Non ribrezzo Tu senta ma pena della mia piaga e la mia povertà ripari nelle Tue mani e la paura che mi esaurisce nel Tuo Frutto si raccolga in quiete. E a Te son ritornato… La prima volta, il lavarmi nel sangue di Tuo Figlio, era come sentire sul cuore lo scroscio d’una cascata. Ero piccolo. La seconda volta, il Sangue di Tuo Figlio era come una lunghissima, lucidissima scia di schiuma sul mare. L’anima mia godeva ed esultava confondendosi in quella candida nuvola d’acqua. La terza volta, il Sangue di Tuo Figlio gocciolava lento e bruciante sul mio capo, nel silenzio. La casa solitaria pareva ascoltare il tremito della mia voce, mentre il prato che rifioriva, e gli alberi fiorenti attendevano che uscissi per ringraziarmi e farmi festa. Uscito all’aperto, mi sentivo foglia appena aperta sul ramo, e fiore Non dimenticherò più il verde e il silenzio santo di quel giorno. Era di maggio. E Tu, Madre mia, godevi ed esultavi. E a Te son ritornato con la festa di chi all’alba ritrova il sentiero smarrito a notte alta. (p.86)

I Gennaio 1979

Il cuore dell’uomo è profondo. Le profondità del cuore dell’uomo sono mistero come le profondità del cielo e del mare che non si possono mai avere tra le mani come cosa da trattarsi, da maneggiarsi con leggerezza o con sicurezza. Stasera ha incominciato a chiarirsi il tempo. La nebbia si è condensata in punti isolati e l’aria è diventata rigida. (p.89)

2 Gennaio 1979

Quante cose incominciate bene e poi lasciate morire! Non c’è nulla di durevole se non è acquisto di rinuncia. È bello anche il cielo grigio quando lo si può guardare volgendo lo sguardo e l’attenzione altrove. (p.89)

3 Gennaio 1979

Anche gli uccelli sentono il freddo. Ho trovato un uccellino stecchito nel viottolo che mena a Villa Bedin. Rimango un attimo a osservarlo e poi il pensiero si mette in viaggio lungo í sentieri, le spiagge, le selve della vita passata. Il cielo e il suo contenuto vengono a illuminare ciò che penso e così tutto diventa eterno. (p.89)

4 Gennaio 1979

Con il p. Adriano a Brogliano e a Monteschiavi dalla Silvietta. Un po’ di gioia triste nella conversazione con la sorella Linda. Giovanni non c’è più. La piccola Mirella telefonava a Gesù: “Sei Gesù? Allora dimmi come sta il nonnino”. Il freddo è una piccola calamità a cui ci si addomestica facilmente. (Anche il convivere in queste forme quadrate è calamità. L’orario è l’assoluto. Rende la vita a frammenti). (p.90)

5 Gennaio 1979

Assemblea diocesana. S. Giovanni insiste sull’elemento amore, quasi angosciosamente.  È come quando oggi parliamo di pace; se ne parla con angoscia. Segno che non c’è. (p.90)

6 Gennaio 1979

La pace è in profondità, quindi non reperibile se non a prezzo di silenzio e anche di solitudine. Sembrano beni ricercati con volontà ambigua. (p.90)

7 Gennaio 1979

E tutto viene da sé se accetti con fede e amore. Un dono? Quale dono tra gli innumerevoli che sono a portata della tua mano? C’è solo da scegliere. C’è un fatto che mi comprime, una situazione, permanente; è materialis-sima; mi resta soltanto di spiritualizzarla. (p.90)

8 Gennaio 1979

Grazie che mi hai sostenuto e difeso. Ho sempre quella croce strana, antica e sottile. È come le tue spine; è una lapidazione e un brucior di ferite. È meglio l’esagerata speranza e affidamento che la simmetrica do ut des.(p.90)

9 Gennaio 1979

Lacerante compassione per Maria Grazia. La solitudine la uccide. Però non può essere che il Signore la abbandoni perché è nelle sue mani come sono io, e ve la metto continuamente perché si renda conto anche lei di esserci. (p.90)

10 Gennaio 1979

“La preghiera non è soltanto verso Dio; l’uomo non stabilisce il suo rapporto soltanto con Dio, ma lo vive in una comunione coi morti e i morti la vivono in una comunione con gli esseri viventi quaggiù. … La preghiera supera la barriera della morte, non unisce così solo a Dio ma ci fa vivere una comunione reale con tutti coloro che sono in Dio, morti e viventi.” (Divo Barsotti)  Che sia tutto fantastico e incomprensibile, inverosimile, incredibile?
Solo così può agire e comportarsi Dio. Il mio credo prende l’avvio dall’incredibile. È Amore. (p.91)

11 Gennaio  1979

Neve abbondantissima. È essenzialità perché senza ombre né sfumature. Gli Ebrei nel deserto. La memoria è una base fondamentale alla vita spirituale: memoria di Dio e memoria della nostra fragilità. (p.91)

12 Gennaio 1979

Ho letto: “Lo stato puro della contemplazione mira alla fecondità nell’azione”. “L’anima è l’unità della forma del corpo”. C’è solitudine viva o morta come c’è silenzio vivo o morto. Incontro comunitario alle 18,45. S’è parlato in grande, in stampatello, dell’assemblea diocesana. Ci vedo una carenza grave: siamo ancora troppo clericali.(p.91)

13 Gennaio 1979

La neve rimane in candida distesa a rendere bianco il sole e più freddo il volo degli uccelli. La neve mi ripropone le calze bianche del povero di ieri sera e la fame di lui, una fame da Udine a Vicenza, una fame che gli debilitava lo sguardo ed erano occhi di agnello.
Stasera giunge da Udine p. Luigi. (p.91)

14 Gennaio 1979

Luigi Lago si ambienta. Appare più disteso, ringiovanito. Ho gran male alla gengiva sinistra, i denti pare si spezzino alla radice e poi il dolore sale dietro l’orecchio. Ho chiesto. Le cose non avvengono mai a caso. Una strada, un sentiero c’è, magari sotto la neve, ma c’è. (p.91)

15 Gennaio 1979

Dio cammina con la nostra umanità, vive con la nostra umanità che ha assunto nella sua divinità. Sarebbe a dire… Sono cose incredibili ma vere. Continua a essere così per l’eternità. Bisogna fermarsi a riflettere su questo mistero che non è meno reale per il fatto che è mistero. È cosa che fa impallidire la conoscenza, la scienza e quanto c’è di immaginabile. (p.92)

16 Gennaio 1979

Continuano le conferenze del p. Ermanno Toniolo. È un piacere grande e profondo. Quanto ci ha donato Dio non lo potremo mai né misurare, né immaginare. Com’è rassicurante la sua presenza se cercata, se custodita, se bramata con fame, con sete, nella sepoltura della solitudine. (p.92)

17 Gennaio 1979

Oggi mancava la luce nella cappella di Villa Bedin. Segno. Le tenebre sono sempre sospese sul nostro essere, lo avvolgono. P. Mariano è in Basilica, nella bara, che dorme il sonno della vita. La morte è l’ultima crisi di crescita.

18 Gennaio 1979

Oggi alle dieci si svolgeranno i funerali del povero p. Mariano. Devo ringraziarlo per una cosa che non appare subito vera: ringraziarlo di rendermi familiare e amichevole la mia morte con la sua. È come rifare un senitiero, o superare un ostacolo da lui superato. (p.92)

19 Gennaio 1979

Ho pregato per Mario non come nipote ma quasi come figliolo. È un martire, e non per sua iniziativa. La luce verrà anche per lui. La croce mi pesa È fatta di tanti frammenti taglienti. Anche la luce interiore mi viene a mancare, e la forza dell’amore. Ho fatto soffrire. (p.92)

20 Gennaio 1979

Poter dire qualcosa nei momenti in cui ti viene da dire altro che: “Ma!”. È una cosa simile a doverti alzare da letto quando stai per prender sonno. Molestia è scrivere in condizioni analoghe peggio che peggio. Ha senso solo il credere che dentro ci sei, e dentro, vicino al sei di te, c’è l’essere Suo. (p.92)

21 Gennaio 1979

Non è per dire, non è per affermare una verità quello che si dice e si afferma con queste parole: “senza di me non potete far nulla.”‘ Bisogna che sia una verità che si incarna nell’anima. Non posso non solo non desiderare il bene senza di Lui, ma nemmeno di potermelo attribuire quando l’avessi compiuto. (p.93)

22 Gennaio 1979

No, non c’è stabilità in me È tutta una tentazione; e deve essere dunque tutta una preghiera. La preghiera rende le presenze essenziali più presenti di tutte le altre, cioè essenziali. Quando vengono ad affievolirsi quelle es-senziali tutto ripiomba nel provvisorio staccandosi dall’eterno. (p.93)

23 Gennaio 1979

Alle 11 è passato da questo mondo il p. Luigi Alba. Giobbe mi appare: “Oh, se le mie parole si scrivessero, se si fissassero in un libro, fossero impresse con stilo di ferro sul piombo, per sempre s’incidessero sulla roccia! … senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero.”  Scoprire la realtà. Pelle e ossa che rifioriscono come fiori a primavera. Non è meraviglioso? Perché non crederci? (p.93)

24 Gennaio 1979

Che cosa mi rimane se non credo a quella verità gridata da Giobbe? Sono verità, annunzi di liberazione; sono come il fuoco che divora ogni traccia di decomposizione; anche la vita che vivo si riaccende di vita, se credo. Oggi la nebbia regna. Sto seduto sulla sedia poltroncina dove p. Luigi ha passato e vissuto lunghe ore confessando.

25 Gennaio 1979

Fino al cimitero di Isola Vicentina con la bara di p. Luigi Alba. Un discorso da Monte Berico fino là, al cimitero, un discorso con me stesso. Ho visto Claudia, venuta da Verona; brani di vita finita, tronchi di esistenza abbandonati lungo la strada. Nubi e rasserenate; picchiate di fantasie e sentimento. Una preghiera e poi l’alba… (p.93)

26 Gennaio 1979

Credere alla Risurrezione è non credere, non affidarsi, non appoggiarsi a quanto è nel tempo e appare nel suo effimero fascino. Soltanto con l’amore si placa la concupiscenza: vanità, ingordigia, sensualità, abbandono del cuore alla creatura, irascibilità, orgoglio, ricerca della stima, punture dell’amor proprio, timidezza, angosce, stanchezza, nausee, noia, sciupio di ore e di vita. (p.94)

27 Gennaio 1979

Andiamo…. ROTTURA…. FRATTURA interna dovuta a ritorno di volontà impazzita. È la follia di un attimo che atterra e fa saltare uno stato di tranquillità acquisita con la preghiera e l’attenzione a Dio. Ci deve essere un legame tra questa rottura con quei momenti di evasione da Dio e il ritorno in se stessi come centro di interesse e di soddisfazione e compiacenza. (p.94)

28 Gennaio 1979

Attendo anch’io di lavarmi nel Suo Sangue e di gustare la gioia di sentirmi lavato È lungo il tempo vissuto così, con l’anima prigioniera, con il cuore nella tristezza e con gli occhi appesantiti dal sonno. È lungo e sciupato. Mentre la parola di Dio mi guarda sollecitandomi a interessarmi di essa come di cosa viva e salutare per il cuore triste, per l’anima prigioniera e per l’occhio appesantito. La parola che ti infonde vitalità e novità nella misura che la aspiri e la brami. “Io sono la via, la verità e la vita”. Lo ripeto perché non l’ho ancora capito e vissuto.
Nel fondo del pozzo l’acqua intima coglie un raggio di luna e si lascia penetrare con parsimonia. (p.94)

29 Gennaio 1979

Come è triste essere senza un’attrattiva in mezzo alla società! Se vuoi farti notare sei costretto a indossare quel tanto di fuori moda e adottare parole e linguaggio che sanno di strano. È triste passare per un corridoio formicante di ragazzi e ragazze e uomini impegnati, e frati super-impegnati, e sentirsi estraneo, non degno d’uno sguardo, d’un saluto. C’è qualcuno o qualcosa che sostituisce o compensa questo svuotamento di te, te superfluo, ingombrante? (p.94)

30 Gennaio 1979

Grazie di ieri. Non è facile essere riconoscenti perché i tuoi doni non so-no riconosciuti né capiti, di solito. Stare in ascolto del silenzio che vive al di là delle cose, del visibile, nello spazio occupato dall’invisibile. E poi. E poi non finire di ascoltare. (p.95)

31 Gennaio 1979

Non hai ancora versato il sangue per il peccato. Peccato. È inutile nascondere: Egli è morto per il peccato. Se non ci fosse stato e non si fosse il peccato, Egli, Lui, Gesù, non sarebbe morto. (p.95)

I Febbraio 1979

Devo staccarmi da tutto. Non rimettere affidamento in nessuno per ricavarne qualcosa per te, egoisticamente. Sono cose che dicono la ricchezza di te stesso È apparenza che offusca l’essenziale. Non te ne rendi conto? (p.95)

2 Febbraio 1979

La Celebrazione oggi non s’è potuta compiere. Ho visto Claudia, Danilo, Lucio, Vittorio e tutti Esperienza non nuova quella di trovarti come estraneo e quella di non determinare con chiarezza quale genere di rapporto esista fra te e i tuoi parenti. (p.95)

3 Febbraio 1979

È la prima stazione della Via Crucis: “Condanna a morte”. È una cosa diventata comune e indifferente; ci condanniamo a morte solo per un piccolo disturbo. Siamo in continua condanna degli altri. Giudici ingiusti e persecutori ignorati come tali. È un piacere segreto che le nostre condanne si avverino e si riflettano. (p.95)

4 Febbraio 1979

Si riflettano nella condanna da parte di altri: non si rimane soli, anzi è una moltitudine, è un coro che condanna e approva la condanna. Non è fatta così gran parte del nostro pensare e sentire? La strada la vorremmo libera, mentre la troviamo ingombra di presenze ingombranti. E avanti così, con la certezza di essere nel giusto, di essere giusti. Se non ci si affronta ci si ignora. È meno scomodo. (p.95)

5 Febbraio 1979

S. Agata, il tuo martirio è bello. È stata una “Beata Passio” la tua. Eri giovane, e il profumo del tuo sangue vergine giunge ancora come quello dell’erba appena falciata. Quanto spazio di prato verde nel tuo martirio! Hanno gozzovigliato i tuoi carnefici e, chissà, anche l’anima loro si sarà inebriata di tutta quella profusione di vita. Penso all’unguento di Maria che aveva invaso tutta la casa.  (p.96)

6 Febbraio 1979

Se con Te, se con voi, divine presenze, mi muovo e penso, il sole splende quando anche non c’è. Se a voi mi lego con la mente, con il cuore mi sento capace di accettare rifiuti e condanne. Pare così leggero il vivere! Tuttavia le cose conservano il loro valore, anzi si presentano nella loro essenza chiara, in analogia e in gerarchia con tutto il resto del creato e dei viventi. (p.96)

7 Febbraio 1979

Com’è lungo il tempo e com’è duro salvarlo, renderlo verde e mantenerlo verde. Lo spirito. Che vale tutto quello che vedo e tocco, che vale lasciarmi tentare a rendere vana la vita? Vanità: è tutto ciò che non serve alla gloria. Gloria di Dio, prima, poi gloria nostra, cioè la sua partecipata a noi, come promessa e patto, gratuita. (p.96)

8 Febbraio 1979

Il soffio Siamo soffio. Tutto avviene e si matura per il sopravvivere di quel soffio di Dio che ha fuso il divino con la materia. Soffio che non apprezziamo, che perfino non è bene accetto, perché impalpabile, invisibile, sfuggevole, non reale. Mentre tutta la realtà visibile si muove avvolgendo quel non reale, mossa da quel non reale.

9 Febbraio 1979

Ho visto Claudia e le ho gridato che bisogna amare, e non così, perché bisogna, ma perché è l’unico necessario, l’unico concreto, l’unico non transitorio Eppure è così fluida questa convinzione: va e viene, subisce il transitorio in modo tale da confondervisi. Rientrare ogni momento in quest’area di sorpasso del cosiddetto concreto e reale è cosa ardua. (p.96)

10 Febbraio 1979

Erano tempi in cui l’anima si dibatteva come un fazzoletto al filo del bucato in giornata di vento. Penso alla tomba di Gradisca che ho visitato ieri a Verona. Penso alla meravigliosa pagina di S. Paolo: pittura dipinta dalla carità: “La carità non si vanta, non si gonfia, non si adira, non s’affanna per la roba”… E poi il Vangelo delle cose belle preparate ai piccoli: “lo ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli.”  (p.97)

11 Febbraio Nostra Signora di Lourdes.1979

A Villa Bedin dirò: “La nostra Signora… Io sono l’Immacolata Concezione”. L’apparizione a Lourdes vuole convin-cere i cristiani della realtà celeste presente in una vita apparentemente tutta terrena. E poi cosa dirò? Come era vestita. Perché è venuta. Come ci pensa e ci desidera. Se Le permettiamo che ci guidi, ci tenga per mano o ci porti in braccio, la vita sarà più lieta, ci sarà più gioia, tante rose e fiori, e consolazione nei dolori. (p.97)

12 Febbraio 1979

MIA MADRE: Nel tuo occhio, Madre, mi vedo bambino e ti sento scendere dentro a spartire con me questi amari bocconi di vita. (p.97)

13 Febbraio 1979

Non è vero che il pensiero si possa inventare; lo si coglie, lo si blocca, o ci si ferma ad ascoltarlo È uno fra mille altri che a un dato momento attira la tua attenzione a guisa dei volti che incontri per strada: fra tanti, uno, qualcuno, ti rimane fisso nello sguardo, nella mente. (p.97)

14 Febbraio 1979

Due o tre volte oggi ho pensato a fra Valentino, alla festa nella chiesetta di via Pracchiuso a Udine. La cornice è logora dal tempo: e tu Saba? E tu Toni? E tu Margherita? E tu? E tu? Cose stranissime: appare come trama di vita irreale, inesistente, inutile e vana, imbevuta di amor di me stesso! (p.97)

15 Febbraio 1979

Quando si tocca l’essenziale o si cerca di scoprirlo, allora il discorso si ferma e ti rimane veramente l’impressione che le parole siano fatte, i discorsi siano fatti unicamente per aggirare e nascondere l’essenziale. Per esempio prediche, incontri, assemblee. È condizione mentale pensare così, è personalismo? È convinzione: non credo che sia vizio mentale o tema di non saper parlare. (p.98)

16 Febbraio 1979

Stamattina la prima lettura raccontava della torre di Babele. Le guglie di noi stessi che puntano verso il cielo, lo trafiggono. Dio silenzioso, nascosto, guarda: innocuo, sconvolge i piani umani, così, come per gioco. E gli uomini si propagano come formiche. (p.98)

17 Febbraio Sette Ss. Fondatori. 1979

Dai Vespri: “Li hai guidati nella solitudine del Monte Senario: insegnaci a camminare nel mondo e a cercarti nel silenzio per incontrarti più personalmente.” E procedere nella vita come un bambino felice per cui tutto è luce, tranne se stesso. Quando io prego mi rivolgo a uno più umile di me. Quando confesso il mio peccato, chiedo perdono a uno più umile di me. (p.98)

18 Febbraio 1979

Spiritualizzare: rapporto, riferimento, riduzione, ridimensione di tutto all’unica essenza: chi vede me vede il Padre. Vederlo incarnato in te, non come oggetto staccato, distinto, ma incarnato in quello che è più debole nel tuo essere, nella parte più debole del tuo essere. Egli è lì, incarnato. Altrimenti, se così non fosse, sarebbe una frottola il Suo amore infinito; non è frottola, è follia. (p.98)

19 Febbraio 1979

Eppure devo risolvere tutti i miei problemi nella persuasione della Sua presenza e persuaso che quando soffro io, lui soffre, perché se soffro significa che non lo amo e il non amarlo è procurargli sofferenza. La mia paura è sua, perché egli mi ama, la mia tristezza è sua perché egli mi ama. (p.98)

20 Febbraio 1979

Ieri sera sono venuto a Mestre a dare una mano. Mi ha sorpreso una cosa che mi devo chiarire. Si tratta di dare un valore (negativo o positivo) a una situazione di cui ora non mi riesce di vedere le cause. Le intravedo confusamente. Forse è una specie di lebbra. (p.98)

21 Febbraio 1979
Una lebbra che ciascuno porta sulle carni della propria anima e la scorge soltanto nell’anima dell’altro. Si annidano l’orgoglio, la vanità, l’irascibilità, l’apparenza, la competizione, le rivalità. L’odore di tali mali circola dappertutto. (p.99)

22 Febbraio 1979

Non sì sopporta di essere diversi, non si sopporta di essere riconosciuti in quella parte che non siamo e nella quale vorremmo essere, cioè l’immagine astratta di noi stessi, quella irreale; vorremmo forse proiettarla all’esterno come la vera, la reale essenza di noi stessi. Non è giudizio. O è solo giudizio di ragione.(p.99)

23 Febbraio 1979

Che cos’è che ci pone uno di fronte all’altro con di mezzo un’area nella quale rimangono a lungo parcheggiati vasi di vipere e ceste di serpenti? L’arroganza tuona ovunque e il freddo raggela l’immaginazione. È difficile vivere. È una continua sconfitta. Dipingiamo nel nostro cuore il volto di Gesù lottando per la verità, per il bene, per Lui che è bello. (p.99)

24 Febbraio 1979

Riparto per Vicenza nel pomeriggio se non ci saranno contrordini. Il cielo si fa bello. È partito p. Vincenzo Zanotto. Il cielo si fa bello anche dentro di me; dipingerlo come sarà veramente è molto difficile. L’immaginazione riscaldata dallo spirito lo sta tratteggiando. La terra malgrado tutto è attraente; voci di giovani e giovanette squillano sulla strada e la chiesa che mi sta di fronte è pensosa. (p.99)

25 Febbraio 1979

Claudia è stata con me per qualche momento. È triste vedere, constatare, toccare la durezza di certi periodi della vita degli altri. Si è tentati di condannare con severità, invece… se penso che a quell’età ero anch’io così refrattario e disorientato… Solo la preghiera fa maturare e fiorire. (p.99)

26 Febbraio 1979

Mi fanno male due denti. È un dolore che mi rende nervoso con gli altri. Se sono solo non mi crea gran fastidio. Il dolore ha bisogno di concentrazione per sopportarlo. E così faccio causa comune con quelli che soffrono. (p.99)

27 Febbraio 1979

Liberarsi da che cosa? Dalla mania di apparire. Dalla paura di dare senza ricevere. Dal non fidarsi. Il Vangelo di oggi ripete un’affermazione che appare spesso nel discorso di Gesù: è per rassicurarci, è basata sul
nostro inguaribile non fidarci di Lui: avrete cento volte tanto e la vita eterna. (p.100)

28 Febbraio 1979

Con il p. Adriano a S. Colombano per una visita di controllo. Sono rientrato stanco come mai sono stato. Passo vacillante spiritualmente, e molta materialità, odore di materia e di carne. Odore e profumo. Non si può mai dare un rifiuto definitivo. Ritorni allusivi. La porta è stretta. (p.100)

1 Marzo 1979

Mio onomastico. Stamattina è caduta la neve. È tutto bianco il creato. Il Vangelo ci consiglia di perdere la vita per conservarla. È una parola! Ma è una parola di Gesù e se ci crediamo, dentro alla parola ci viene la convinzione e lo slancio. La Grazia è slancio di convinzione tanto viva e profonda da sembrare forza personale. (p.100)

2 Marzo 1979

Sempre meno e sempre più essenziale. Pregare non è facile. Pregare può diventare un’occasione di crederti a posto e sano. Succede, quando si prega, è come per dare al Signore prova della nostra rettitudine. E succede spesso che dopo aver pregato ci sentiamo meno debitori di prima e più sani degli altri. (p.100)

3 Marzo 1979

Attenzione a considerarti sano. Egli non è venuto per coloro che si ritengono sani ma per i peccatori. Come farai a trattenere vivo in te e vero il sentimento profondo del tuo essere in peccato? Del tuo essere peccatore? Prega per noi peccatori… Se non ti senti peccatore la Vergine non può pregare per te. Guardati dal sentirti incolpevole. È grave, è colpa grave.

4 Marzo 1979

La debolezza mia è come fuoco che divampa tra le spine. L’anima mia a Te si stringe. Se non mi stringo è facile cadere e scivolare a fondo valle. Sono lacrime che esprimono infinite sciagure quelle che spuntano nel con-fessionale. La piaga, la calamità che attira tutte le calamità sull’uomo di oggi è l’orgoglio dell’uomo. L’orgoglio che ride e si beffa di Dio e della bontà umana. (p.100)

5 Marzo 1979

Come? Quando, Signore, ti abbiamo visto prigioniero… E bello sapere alla fine che abbiamo compiuto il bene senza saperlo. Essere giusti senza sapere dì esserlo. Vedere l’altro come uomo nel suo personale limite e aiutarlo, è aiutare Cristo. (p.101)

6 Marzo 1979

Devi fare quel salto: vedere il tuo Signore nelle vesti del povero prete. Ma cosa credi che fosse e che sia Cristo? Uno dalla voce grossa e sicura? Uno che vive appoggiato alle leggi mentre il suo piede calpesta il fratello? Sta nei tuoi limiti come Cristo si adatta ai limiti di ciascheduno. (p.101)

7 Marzo 1979

Occorre essere perseveranti. Là dove ho peccato maggiormente, là devo mortificare ogni forma di penetrazione di quel male. Disinfezione radicale. Sono troppo dolci al mio palato certi cibi che sembrano al momento innocui, invece sono essi che fanno filtrare il male, la malattia, astutamente, morbidamente. (p.101)

8 Marzo 1979

Padre nostro. Che tutto conosci, che Tu solo puoi aiutarmi! Oggi vado con p. Adriano da sua sorella che non riesce a rassegnarsi dopo la morte di suo marito. Padre nostro che tutto sai, aiutala. Maria che tutto Ti commuove, dalle una mano. (p.101)

9 Marzo 1979

Come mi attacco al pulviscolo umano e come mi lascio influenzare, e come lo temo questo pulviscolo! Dammi fortezza contro il maligno. Ricordati che la misura di tutto è Gesù morto-risorto. Nello spirito della Risurrezione si può superare il male che domina e rendere tutto risarcibile e scondizionato. Superare le antitesi, ultima la morte. Antitesi in senso di anti-eterno. (p.101)

10 Marzo 1979

Ti amo “sopra ogni cosa”, bene infinito e nostra eterna felicità. Ma è vero? Sì! E allora?! Mi vengono a cuore parole come queste: “Ah se sapeste quanta gloria si può dare a Dio in un solo istante!”. Sono parole. E rimarranno parole? Saper soffrire la tentazione che ti infiamma come il fuoco tra i pruni, é dar gloria a Dio. E poi tutte le altre antitesi… dar gloria a Dio. E Dio solo merita la gloria.  (p.102)

11 Marzo 1979

È nascosto nell’intimità di tutte le cose e nell’ordito segreto della storia e degli avvenimenti. C’è per la gloria di Dio tutto, anche la nuvoletta del pensiero inutile e del pensiero morbido che cerca di accarezzarti e portarti graziosamente e cortesemente verso spiagge di incanto. L’Eterno è grave e avvolge tutto: non lo si nota facilmente perché è l’essenziale, l’essenziale vivo, non cerca il prestigio. (p.102)

12 Marzo 1979

ll tempo. È un limite che delimita tutto e riduce la realtà a un fatto, a transitorietà, cancellandone il vero volto con la spugna delle ore. Occorre superare il muro del tempo per dilatare il nostro essere nello spazio della libertà che è l’infinito. Il tempo ti offre la vita goccia a goccia, non ti offre nemmeno il senso dell’Eterno.

13 Marzo 1979

lo Ti cerco con tutta l’anima con tutto il cuore, e Tu sfuggi, Ti nascondi dentro ai pruni, dentro le nubi, sotterra, nel frastuono dei sensi e dei pensieri; con alcuni sei decisamente aperto e opprimente, invadente, con altri sei silenzioso; sei capriccioso, sei d’una libertà stupenda: Ti comporti da Dio e da fanciullo. (p.102)

14 Marzo 1979

Gesù ha bisogno di te, dei tuoi doni, piccoli doni, da povero. È più povero di te perché davanti al Padre deve mantenere quanto ha accettato per la salvezza dell’uomo e di te. Cessare di essere per lasciare spazio a Lui. Dimenticare i valori per lasciare libero campo al Valore. Sono cieco e sordo e muto quando grido a difesa dei miei valori e non mi curo del solo valore esistente nel tempo e nell’Eterno. (p.102)

15 Marzo 1979

Non è necessario e nemmeno conveniente cercare di apparire come pensi di essere. È un’immagine irreale quella che dipingi di te stesso, e pertanto è vano sciocco soffrire che l’immagine medesima non sia rispettata dal tuo prossimo. Se tu sapessi e conoscessi l’immagine perfetta che il Signore ha di te! Il Suo occhio ti tocca nel profondo.
(p.102)

16 Marzo 1979

Chiedo una cosa soltanto: di amare continuamente. Non c’è altro da fare. Sembra un nascondersi, un ritirarsi, un rinunciare alla vita, invece no, è questa la partecipazione più vitale alla vita. L’amore è un ramo verde perché è unito alla sorgente della vita; sentirsi diramati in Lui è come non morire mai. (p.103)

17 Marzo 1979

Che cosa mi offri tu… tu… tu… qualcosa di eterno? L’Eterno? O qualcosa che mi rende dimentico dell’Eterno? Illusione momentanea? E tu? Rendimi Tu tutto quanto mi hai promesso. È vicino il giorno? Verrò alle nozze? Sarò degno di entrare alle nozze? La Tua misericordia mi farà d-gno e il fatto che Ti ho amato sempre. (p.103)

18 Marzo 1979

Il tempo passa e ti consuma. L’alveo della tua vita si è incavato in modo sorprendente. È un vallo, dove scorre un filo d’acqua. Quel filo essenziale di acqua che una sorgente spreme dalla terra e che rimane puro e azzurro per lungo tempo. Ecco: quel filo d’acqua vorrei che rimanesse puro e azzurro in questo alveo ove sono passate acque torrenziali e rumorose. Alveo della mia vita. (p.103)

19 Marzo 1979

Morire sul cuore di Gesù o su quello di Maria. Ma prima di morire occorre preparare i fagotti, e fagotti non di stracci e di oggetti messi su alla svelta, ma di cose presentabili, fatte con cure amorevoli. (p.103)

20 Marzo 1979

Una strada rimane, se pur ardua, se pur nascosta, se pur erta. Un’idea fissa può divenire materiale atto a costruire un ponte, oppure a salvarti un piede dalla pozzanghera o dall’acqua veloce che ti trattiene nel guado. Che l’essere Tuo assorba il mio nel continuo venire a Te della mia mente, del mio cuore. (p.103)

21 Marzo 1979

Soltanto la fede nella Risurrezione riesce a sfondare la roccia di questo brano di vita che mi rimane. Si affonda ogni giorno di più nel fragore tenebroso delle parole sempre più superficiali e sempre meno essenziali. “Si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore”. Dono faticosamente raggi di fede, scintille di speranza. (p.103)

22 Marzo 1979

L’anima mia spera nel Signore. Sulla Tua parola spera l’anima mia. Sulla Tua parola credo nella Risurrezione, credo che risorgerò come Tu sei risorto. Sulla Tua parola. La Tua parola è la prima e l’ultima. Tu dirai l’ultima parola su di me, su tutti, e su tutto. Vieni presto in mio aiuto. Vieni presto a liberarmi. La Tua parola mi fa convinto che non sono migliore degli altri. Come il popolo che non era migliore degli altri, eppure lo hai prediletto. (p.104)

23 Marzo 1979

Anche di un puntino, anche di una virgola tiene conto il Signore. Un puntino, una virgola regalatagli. Quando ti è difficile sopportare il prossimo e perdonarlo, pensa al tuo grande, immenso, caparbio peccato, pensa a quanto tempo hai sciupato, rubato al Signore seguendo i tuoi idoli. Papà immenso! Mio rifugio. Anche a 63 anni ci si sente bambini particolarmente nel bisogno di protezione. (p.104)

24 Marzo 1979

La colpevolezza non consiste tanto nell’aver peccato, quanto nel non pentirci d’aver peccato o nel non sentirci nel peccato. Siamo sempre colpevoli, di tutto. Colpevoli innanzitutto del non amore. Quando riusciamo ad amare il Signore con tutto il cuore, tutta la mente, la volontà e con tutte le forze? E il prossimo come noi stessi? Io Voglio amare anche quando mi sembra inutile. A che cosa è utile un pigolio di uccello? (p.104)

25 Marzo 1979

Ti ringrazio. E Tu sai di che. Non c’è altra felicità al mondo di quella che Tu sai. Soltanto, in me permane quell’incertezza circa le cose da farsi, da portare avanti, da eseguire nel mondo esterno e pratico. Ma credo non abbia alcun peso sul resto, sull’essenziale, che è quello di stare afferrato a Te con quelle facoltà che restano libere sia pure nel cuore della vita esteriore. Libera è la mente, libero il cuore, la volontà di starti accanto. (p.104)

26 Marzo 1979 S. Emanuele.

Il p Emanuele al di là dal tempo e vede e misura le differenze tra i due mondi; vede l’essenza delle cose, l’intimo di quello che era un giorno il volto, l’apparenza del tutto. Rinnovo la volontà di penetrare nel cuore… di non lasciarmi rapire dalle impressioni, dalle sensazioni che creano sempre forme di realtà illusorie: la realtà che sta nel cuore di tutto, le sensazioni la presentano come illusione e inutile impegno di volontà. (p.105)

17 Marzo 1979

La Sua misericordia è più grande della nostra immaginazione. “Ogni progresso scientifico viene pagato dall’uomo in termini di etica e di cultura”. Occorre attenzione e forza di volontà perché ciò che è essenziale, cioè l’essenziale, non sgusci via come anguilla… Voglio tenermi afferrato alla Tua presenza anche nei momenti in cui sa di vuoto e di nulla. Come m’è difficile sentire l’Eterno in questo momento! (p.105)

28 Marzo 1979

Fa’ che io creda veramente. Sopporto tutto e perdono tutto a tutti, perché mi è stato perdonato il mio grande peccato del quale chiedo a Te convincimento, consapevolezza, coscienza e dolore. Non io ma Tu mi salvi. Io non posso da me salvarmi, non posso illuminarmi ed essere nettezza, candore, semplicità. Le mie opere sono sempre offuscate dal mio io geloso e vanitoso, irascibile, suscettibile. (p.105)

29 Marzo 1979

Ritorna e rientra nell’animo il tempo trascorso. È una persona che genera questi rientri che sono carichi di storia. Storia fatta di brani molto significativi, densi di una vita che ora mi appare piena di vibrazioni più forti della mia costituzione morale e fisica. È un po’ sognare con cautela, è un rifiuto perplesso accanto a un luminoso desiderio di un incontro di cuori su un piano spiritualmente verde.

30 Marzo 1979

Osea 6,1-3. “Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora.” È come l’aurora la Sua venuta, non come la sera, la notte. E io l’attendo, la Sua venuta. Notte è la vita nel tempo, in qualsiasi modo. Reagisco con gli altri in modo sbagliato: invece di aprirmi mi chiudo e mi apparto, nel disinteresse. (p.105)

31 Marzo La prima volta il lavarmi nel Suo Sangue era come subire il crosciare d’una cascata sulla schiena. Ero piccolo, avevo 24 anni. La seconda volta il Suo Sangue era una lunghissima e lucidissima scia di schiuma d’acqua sulla laguna di Venezia. L’anima mia godeva, esultava e si fissava in quella nuvola candida d’acqua. (p.105)

1 Aprile 1979

La terza volta il Suo Sangue gocciolava lento e bruciante sul mio capo, nel silenzio. La casa solitaria pareva ascoltare il tremito della mia voce, il prato e gli alberi attendevano che uscissi per dirmi grazie e farmi festa. Uscito all’aperto mi sentivo erba verde e fiore. Era di giugno. Mi ricordo bene del verde e del silenzio di quel giorno. Era la festa del Sacro Cuore. Ora attendo con il cuore rinato e le mani bruciate dal mio peccato, attendo che si compia la beata speranza. (p.106)

2 Aprile 1979

Il sole. Non è primavera né nell’aria né nel sole. Ma è prossima. Gli alberi gettano gemme e i prati distendono verde. Un bel giorno sarà primavera che senza avvedertene procederà diventando estate. I miei prati lassù si destano più lentamente, con cautela e delicatezza. Quando li rivedrò saranno accoglienti, vivaci, sobriamente vivaci: l’ombra dei boschi vi si riflette, smorzando il vigore delle tinte. Ci rivedremo. (p.106)

3 Aprile 1979

Sciupìo di parole e di idee. Non è più conveniente trattenerle nell’animo perché facciano cumulo, si densifichino in una grande idea, convinzione, lievitate dal silenzio? Lo spreco è buono quando avviene per un motivo vitale. Cielo sereno, suolo verde. “Io sono”, dice Gesù ai Giudei che non capiscono una virgola di quanto esce dalla sua bocca. Perché il mistero rimane tenebra per chi vuole arrivarci con la testa. (p.106)

4 Aprile 1979

Il mistero, come le parole di Gesù, è tenebroso ma illuminante. “Io sono”. Testimonianza testimonata da sé, con tutto e con niente. Eppure molti (quel giorno) credettero in Lui. E non aveva fatto miracoli. Il mistero colpisce e investe tutta la persona umana e non soltanto il cuore o l’intelligenza. A 63 anni vieni a riconoscere questo? Pezzo di tanghero! E tutto il tempo trascorso, come l’hai vissuto? Nessuno mi ricorda oggi che è il mio compleanno. Nessuno, Signore. È di troppo il bel sole, il bel cielo. (p.106)

5 Aprile 1979

Liberarsi… È il desiderio di ognuno. È un effetto sostanziale ed essenziale che deriva soltanto dalla fede. È un accettare di essere poveri e continuità di povertà e bisogno, perché la povertà fa posto alla grazia. Essere vermi, essere coscienti di esserlo è un aprirci all’essere che è la Grazia.
“La Grazia vale più della vita ed è come i monti alti”. (p.107)

6 Aprile 1979

Non so, Signore, se ti chiedo cose strane che non è lecito chiederti. Non so se per illudermi di essere sulla via che mena a te, mi servo di pensieri, parole, immagini, discorsi e perfino di fantasie come tramiti o fili che mi congiungano a te. Vorrei amarti. Ma ti dico questo senza velleità di riavere altro da te fuorché la tua amicizia e quanto prometti a coloro che ti amano. (p.107)

7 Aprile 1979

Non posso assicurarmi se il mio sia un amore vero e puro, libero. Tu lo sai. Aiutami nel desiderio di un amore libero. Mi scansano. Ricordo quanto diceva il profeta: “mi guardano e mi osservano con disprezzo”. Non c’è opera umana che possa stare di fronte a quanto ci viene dato dal Signore: non c’è paragone, non c’è proporzione. È tutto grazia, è tutto gratuito. Non c’è da fare altro che ringraziare, e dare il più possibile in amore. (p.107)

8 Aprile 1979

Non importa! C’è Lui che vede e porta la mia povertà. Ciò che vale è portarla con Lui questa povertà che mi mette paura e tristezza determinate, in ultima analisi, da una punta di orgoglio. Sono piccolo e povero, e solo. Ma faccio così di proposito; mi faccio piccolo e povero per farti pena e farmi proteggere. Ma nel fondo c’è questa povertà? Se la povertà reclama la ricchezza, non è più povertà schietta. Ma io Ti amo. Mettiti sopra tutte le mie cose. (p.107)

9 Aprile 1979

Maria, in casa di Lazzaro, riempie tutta la casa di profumo. Non è uno spreco. Rileggi attentamente le parole che Gesù rivolge a Giuda: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura.” È commovente questo linguaggio e ciò che nasconde: intenzione inconsapevole di Maria di profumare il corpo di Gesù nell’intenzione di Gesù stesso che sente già la morte dentro e si sente nel sepolcro. Ora so quanto è profondo il cuore in Gesù e come non gli sfugga nulla della mia sofferenza, anche se di spillo. (p.107)

10 Aprile 1979

Egli soltanto merita di essere ricordato e tenuto continuamente davanti agli occhi della niente e del cuore. Egli è la bontà infinita, quella bontà che, essendo infinita, tiene conto e apprezza anche un filo solo di bontà che riusciamo a mantenere in noi. Egli è povero. Uno che ama si rende povero. Egli è mendicante, viene a chiedere, a implorare la nostra bontà; l’amore suo lo rende povero e si accontenta anche delle briciole. Non è vero? (p.108)

11 Aprile 1979 Mercoledì Santo.

Una mano dolorante sul cuore. Non ci sono parole da aggiungere dopo quelle liturgiche della celebrazione di questa mattina. Giuda chiede: “Sono forse io, Maestro?”. Aveva tutto predisposto per la cattura. Satana, quando entra nel cuore dell’uomo, sconvolge ogni facoltà, in modo tale che l’uomo non ha possibilità né capacità di sentire o rendersi ragione di quando sta per compiere, di atroce, di disumano. Satana è disumano. ano. È il nemico. (p.108)

12 Aprile 1979

La primavera. La Risurrezione. Siamo in molti ma unico è l’amore che unisce e salva. Ricorderò fin che vivo quelle Tue parole. Sono germi, anzi sono foglie tenere, che non dovrebbero invecchiare, intristire sulla carezza fresca e morbida del soffio che viene dal Tuo spirito. Sei venuto in mezzo a noi. L’ostacolo nel ritrovarti ogni momento in mezzo a noi è la mancanza di fede. Non Ti crediamo. “Fate questo in memoria di me”. (p.108)

13 Aprile 1979
Sono piaghe lungamente trattenute sul Tuo corpo. Lungamente. Perché è il nostro lungamente peccare che fa persistere la piaga dei piedi, delle mani, del costato, del benedetto corpo trafitto. Non piaghe su piaghe, ma tutto una piaga. Nel cuore io le sento per attimi, leggermente. Mentre il Tuo cuore è tutto una ferita profonda che raggiunge gli abissi del Tuo amore. (p.108)

14 Aprile 1979

Primavera e Risurrezione. Sono stanco. Le Tue piaghe e le cadute di tutti premono sulla mia anima. La Tua pietà sia un poco anche la mia, Ti prego. Solo, che posso fare? Non so amare, non so compiangere, non so donare, non so ricevere. Per ricevere il Tuo dono occorre essere già tuoi totalmente. Ricevere il Tuo dono è già averti dato tutto. Non aver nulla trattenuto. Amen. (p.109)

15 Aprile 1979

Primavera e Risurrezione. Ho pensato alla Tua pazienza, al tuo sottoporti come se tu nulla fossi per Tuo Padre, come se inutile fosse il Tuo morire. Se ne avessi davvero sentito l’utilità, il vantaggio, saresti morto più dignitosamente. Ho pensato alla tua pazienza, al tuo sentirti niente e inutile E sono rimasto povero come sempre. Anche oggi inerme e nervoso con le tue anime E non ho saputo ripetere le Tue parole. (p.109)

16 Aprile 1979

Primavera e Risurrezione. Ripenso alla Tua pazienza e vado perdendo la mia; la mia perché non è la tua, come vorrei. Ti plachi anche con questo volere mio? Un volere tenue di foglia aperta sul ramo. Anche la Tua Risurrezione è inutile? Sarà anche la Tua Risurrezione una primavera che guardo e contemplo senza ringraziare e senza nemmeno cercare il significato intimo del verde e della festa, del miracolo?

17 Aprile 1979

Primavera e Risurrezione. Alle 16 ordinazione diaconale e sacerdotale. Non ho fatto che rivivere in cornice nostalgica, quasi triste, la mia ordinazione di moltissimi anni fa. Ho rivissuto chiari, ardenti come fuoco i momenti di quella cerimonia che ha fatto rintronare i miei 24 anni e risuona ancora e non finirà di risuonare. Mani di consacrati protese: lo Spirito sul capo e nel cuore dei consacrandi. (p.109)

18 Aprile 1979

A te si stringe l’anima mia A te anela l’anima mia con tutta la negazione che mi grava sulle spalle e sul cuore. Se mi getto verso qualcosa o qualcuno con gioia, mi privo della Tua. E dov’è la Tua? Se posso stringermi a Te è segno che la gioia è sicura. I fatti umani sono fatti: bisticci e pasticci. I fatti che provengono da Te sono realtà viva e forte. (p.109)

19 Aprile 1979

Anche nella tempesta voglio amare. Nell’afa, nel rigore del tempo, dell’ambiente. Ma Tu dammi la forza e la costanza nel farlo. “… con me e con tutti i miei cari”. Chi sono i miei cari? Sono questo e quello, sono questi e quelli. Sono quasi tutti. Sono tutti. Come è difficile essere cristiani! Vengo smentito a ogni passo. Ora penso con sollievo ai giorni di libertà. Ma come? È libertà liberarsi degli altri? Dei propri cari? (p.109)

20 Aprile 1979

Non riesco a pensare con tranquillità. Il cuore è come scosso da turbolenti pensieri. Non sono pensieri materialissimi, ma sono polverosi.Il cuore lo sento come calamita che attira il pulviscolo che galleggia nell’aria. Alla fine, a lungo andare, si sentirà appesantito e soffocato. Le rondini guizzano nel sereno. I miei pensieri sfiorano la terra. (p.110)

21 Aprile 1979

Sono continuamente salvato se continuamente a Te penso. Non devo stancarmi. Non puoi stancare. Verrà tutto da sé. La speranza mette verde e gli altri colori più forti in ogni momento del vivere. Agguantarla e non lasciarla nemmeno in mezzo alle altre speranze. Le altre speranze sono una massa che preme e che è facile inghiottire. Quella genuina, è regina di tutte le altre. (p.110)

22 Aprile 1979

Nel pomeriggio a Verona. Vado in cerca di parenti. Nel cuore sono come chi non è soddisfatto di sé né degli altri. Vedrò come riuscirò a mantenermi nella volontà di amare, di non dimenticarlo, di renderlo partecipe dei miei silenzi e del turbinìo di voci e panorami, dì confidenze e amarezze altrui. Addio ai colli Berici soltanto per 5 o 6 giorni. Dove mi porti? Dove Ti porto? Come Ti porto e Ti faccio compagnia? (p.110)

23 Aprile 1979

Mi trovo a Ludaria. È sera. Piove. Risento le voci conosciute. Ma io cerco la voce viva dentro di me Voce che non ha suono, ma è vita. La cerco con il cuore. Cerco anche il volto che non posso immaginare come sia veramente perché troppe sono le immagini di quel volto. Se si mostrasse, credo, si convertirebbero gli occhi e l’anima di tutti, fissandolo, e la dolcezza sarebbe infinita e non ci sarebbero altre preoccupazioni o paure o cattiverie. (p.110)

24 Aprile 1979

Ancora in Carnia. M’è difficile conservare le abitudini acquisite di pregare tranquillo e di sentire tranquillamente che il cuore sarebbe più occupato in Lui se le attenzioni per gli altri non assorbissero parte della mia attenzione interiore. Forse ci vorrà del tempo per fissare talmente la Sua presenza in me da non sentirne il distacco sia pure in mezzo a mille altre attenzioni. (p.110)

25 Aprile 1979

Ancora in Carnia. Ho fisso il pensiero quasi continuamente a Urio. Penso che la sofferenza che porta lo salverà, sarà quella che gli acquisterà la luce a cui egli pensa senza dar a vedere che ci pensa. Pensa direi con stizza, e ogni tanto con turbamento. Sento che se c’è il Signore, deve accoglierlo nel suo regno, perchè un Signore non potrebbe fare altro che accoglierlo. (p.111)

26 Aprile 1979

Se finora Urio non è stato come gli altri, assiduo alla chiesa, alla preghiera, anzi è stato ed è un bestemmiatore, tutto questo non è colpa sua; se il Signore si facesse vedere più chiaramente, esplicitamente, egli sarebbe il primo ad andargli incontro. Purtroppo anche coloro che dicono di essere col Signore non dimostrano con la vita di esserlo.(p.111)

27 Aprile 1979

Perciò Urio si è fatta un’idea deformata del Signore, il quale sarà, secondo lui, come i preti, o certi preti, o certi cristiani che sono ben lontani dall’essere come il Signore desidera; se questi cristiani non sono cristiani, che vale credere a Cristo, se il credergli non migliora la gente, non frutta amore vicendevole negli animi, non rende meno avidi gli uomini, meno carnali, meno egoisti. meno paurosi? Se Egli esistesse, quella fede che si dice regni nel mondo dovrebbe generare desiderio di morire, non di con-inuare a vivere. (p.111)

28 Aprile 1979

Sempre in Carnia e sempre con Urio. Però quando io mi sento morire con il petto che si apre dallo spasimo, penso .. Recito le litanie e qualche volta bestemmio; se c’è avrà misericordia di me. Piove continuamente. Si lavora tanto. Si parla tanto. Ma si prega poco. Forse la preghiera si è talmente congiunta e immedesimata col lavoro, con la rassegnata e stremata esistenza che non si distingue da essa. È un tutt’uno. (p.111)

29 Aprile 1979

Sono a Monte Berico. Remo e Fina sono a Verona. Li ho portati sabato scorso. Remo aspetta una visita per martedì prossimo. Rientrando da Verona ieri ho parlato, non a lungo ma densamente, a Lui. Che l’amore mio è sincero. Che l’ho sempre amato. Che è stato sempre in fondo al mio cuore anche nei periodi di sbandamento. Lo chieda a Sua Madre. (p.111)

30 Aprile 1979

Che vorrei, almeno per un momento, cambiare il mio cuore con il Suo. Ma sono perplesso: non so cosa sarà di me. Che mí perdoni se l’ho dimenticato, se l’ho dimenticato in periodi del giorno abbastanza lunghi. Che mi aiuti a essere e a non cercare le apparenze e a non fermarmi con il cuore su quello che vedo o sperimento. Che i miei gusti non siano diversi dai Suoi. Che la tristezza sia serena. Che le spine siano accette come regali. Che le persone care, i miei cari, siano tutti e non solamente quelli che umanamente scelgo, ed egoisticamente. (p.112)

I Maggio 1979

S. Giuseppe lavoratore. Si è fatta su un’altra casa Giuseppe? O una villetta al mare, al lago? Dove passare le vacanze con Gesù e Maria? La lezione di Giuseppe penso stia in una cosa molto essenziale: lavorare per il necessario alla vita. Per il puro necessario.  (p.112)

2 Maggio 1979

Tutto il resto è guadagno in soprappiù, è attaccamento alla materia, è materialismo. È lavoro sprecato perché detrae tempo alla preghiera, alla contemplazione, all’arricchimento intellettuale e spirituale. Da qui tutti i mali. La cattiva formazione riguardo ai figlioli, l’avidità, il perseguire con avidità i beni per la pura soddisfazione di raggiungere il benessere e la ricchezza, il potere del denaro che altri hanno raggiunto. Da qui lo sconvolgimento dei valori umani.  (p.112)

3 Maggio 1979

Da qui l’inguaribilità del male originato dall’ingiusta distribuzione dei beni. Da qui l’instabilità morale e le prevaricazioni d’ogni genere: egoismo, insensibilità, materialismo, miopia spirituale e mentale, paura di malattie, terrore della morte, superstizione, strumentalizzazione di fede e di credenza, vanità e disperazione, ipocrisie e vendette, contestazioni e rivoluzioni illusorie.  (p.112)

4 Maggio 1979

É sempre LUI e solo LUI che perdona e porta la sua e nostra croce. Abbi pazienza Claudia, il segno l’avrai e chiarissimo. Non perderti d’animo. Il Signore ha cura e pena degli uccelli senza ali, degli implumi caduti dal nido più che delle aquile e dei merli che cantano sempre bene solo perché sono merli. (p.112)

5 Maggio 1979

Crocifiggi un poco anche te stesso. Chi ti infonde quella arrogante sicurezza? Il maligno, certo. Il maligno che si veste spesso d’agnello. Grazie. Hai sempre la Tua acqua che lava portando via le incrostazioni che intasano lo spirito. È dolce il Tuo perdono perché scende nell’intimo a guida di rinascimento, di cosa nuova che fa sentire che tutto è scontato e dimenticato. (p.113)

6 Maggio 1979

Acqua di Lourdes. Ma come siamo fatti! Si sorride per queste superstizioni. Invece sono reali avvenimenti che superano le nostre misure, le superano oppure sono contenute in modo impercettibile nelle nostre misure; nelle frazioni infinitesimali delle nostre esattezze razionali. Sì, è stata l’acqua di Lourdes. Ritornerai a raccontarmi la tua meravigliosa guarigione del cuore, dell’anima; ti ha mutato la visone del mondo, delle cose, di te stesso. (p.113)

7 Maggio 1979

Finalmente un sole che si può dire primaverile È un sole atteso da lungo tempo. Ma è ancora timoroso e sfiorato da aria fresca. Penso a Sisto. Penso alla sua mente sconvolta e angosciata. Sarà a Dolo? Spero si rimetta nella tranquilla bontà di prima. Ho pregato, prego perché superi tutto e si lasci portare ancora sulle ali della speranza. Sisto! E poi penso a Claudia! E poi ad altre persone che non devo e non posso dimenticare.

8 Maggio 1979

Sono con Sisto morto, che si è procurato la morte. Che strano morire così! Signore Tu sai, Tu ricevi le anime e i corpi che il Tuo amore infinito ha creato, germinati dal Tuo amore infinito. Tu sai tutto. Conosci Sisto e lo hai con Te in maniera definitiva, immutabile. Abbi pietà di noi… Esulteranno le ossa che vengono umiliate nella morte. È un’umiliazione la morte. Accettarla è redimerci. A Sisto è costata la vita quanto la morte. (p.113)

9 Maggio 1979

A Farra di Soligo con p. Giuseppe Zolla. Giornata indimenticabile. Sisto è stato calato nella fossa. Un mare di gente. Sisto ha concluso la sua solitudine di viandante, di cercatore di verità e giustizia, circondato da tutt’altra realtà. Gli chiedo perdono di non averlo seguito e capito, di aver trattenuto in me quanto gli volevo dire. Ti chiedo perdono, Sisto! Ma sento che sei beato. Aiutami a essere come volevi ardentemente essere tu. (p.113)

10 Maggio 1979

Il pensiero assillante sei Tu e quanto mi porta la Tua parola. Sisto mi ha lasciato una lezione, un insegnamento. Sisto, la tua vita è stata una parola di vita. Povero Sisto! Come Cristo sei caduto sotto il peso della verità non riconosciuta. Ti vedo mite e dolce e risento la tua voce timida, stremata, premurosa, incantata e delusa di non dire, non poter dire. Sisto sta con me, col tuo sorriso triste e luminoso. (p.114)

11 Maggio 1979

Che io creda, Signore! Che la presenza dell’altro non mi condizioni e non mi privi della liberazione che viene dalla fede. Le contingenze che cadono nel tempo, limitate dal tempo, non mi chiudano nel recinto spinato delle loro influenze. Ti chiedo molto. La mia richiesta è assurda: è come Ti chiedessi di liberarmi dalla croce, mentre Tu continui e insisti col dire: chi vuole venire dietro a me, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. (p.114)

12 Maggio 1979

Che cos’è una preghiera di tutta una vita di fronte all’Eternità? Pregare è anche credere che nulla vale senza di Lui. A 63 anni che cosa pensi di fare meglio del pregare, cioè pensare con Lui e parlare delle tue cose e degli altri con Lui? Più su non si può andare, più in là nemmeno, e neppure più giù. Il resto è parola, utile se porta a questa semplice conclusione, inutile e vana se “mena il can per l’aia”.

13 Maggio 1979

Permetti che io canti con lo spirito e non con la carne almeno in questi ultimi anni, in queste ultime ore, prima dell’ora ultima. Permettimi di essere da Te scelto non per opprimere gli altri, per innalzarmi e sentirmi sicuro, ma unicamente perché riconosca il mio nulla, perché veda che solo Tu sei santo e senza di Te nulla posso. Permettimi di essere da Te scelto soltanto per amare il Tuo amore, così come tutto il verde questa mattina si volge verso il sole.
(p.114)

14 Maggio 1979

Anche nel Vangelo, anzi in modo particolare nel Vangelo, il tessuto delle parole e delle vicende ha vibrazioni drammatiche. Si pensi alla storia della vita di Gesù che si apre e si avvia e poi si chiude in dramma continuato. Si pensi alla elezione di Mattia che viene a occupare il posto lasciato da Giuda. La scelta. È sempre sul filo del dramma che avviene. E se non ci fosse la luce della Grazia! E se non ci fosse la mano di Maria! (p.115)

15 Maggio 1979

Il Signore è veramente risorto. Alleluia! E noi veramente risorgeremo come Lui. Alleluia! Ci dà la pace, la Sua. Basata su varie esperienze: esperienza della Risurrezione. Esperienza dell’Eucarestia: in Corpo – Anima – Divinità. Esperienza della presenza di Maria sulla nostra strada. Esperienze spirituali, non di coinvolgimento umano o scientifico o psicologico. Il principe del mondo: tutto ciò che è promessa umana e che cerca di soffocare e far dimenticare la promessa divina. I beni rivelati e promessi. (p.115)

16 Maggio 1979

“Senza di me non potete far nulla”. Guàrdati dall’orgoglio. Tralcio che non dà e tralcio che dà: entrambi sono troncati, non sfuggono alla legge del patimento. Urge convertirsi ma ugualmente urge comunicare, proseguire. “Rimanete in me”: rimanere in Lui con i pensieri che riposino in Lui a guisa dei pensieri che ci procurano sollievo. Il sollievo in cima a tutti i sollievi deve essere LUI, allora è segno che siamo in Lui. (p.115)

17 Maggio 1979

Giornata buona fino alle 10. Continuerà. Sto rimproverandomi il far niente. Cosa devo fare se non c’è da fare? Ho pregato. È dalle cinque di stamattina che prego. E ora mi domando se pregare è fare qualcosa. Sono convinto che la preghiera è un lavoro, e può essere anche il più impegnativo. Ma siamo sempre lì. Gli altri non hanno questo sentire; e poi, come dimostrare che sei impegnato nella preghiera? (p.115)

18 Maggio 1979

Egli ha mescolato la Sua vita e il Suo destino con la nostra vita e il nostro destino. Che vale tutto? Tutto è nulla. E Lui solo che vale. Accetta la tua miseria e il tuo nulla. Che ci sarebbe di più nel mondo, nella vita, in te? Se anche ottenessi ciò che chiedi, otterresti di essere qualcosa? Se è per la Sua gloria ben venga anche il mio nulla e il disprezzo. È più gloria vederlo nella fede che vederlo con gli occhi sensibili. Lui è me, così come sono. (p.115)

19 Maggio 1979

Pregare per Claudia. Farò pregare. Con umiltà. Donami la conoscenza di me stesso perché non stia ad accarezzarmi di continuo. Prendi tutto..: Questo malessere che mi toglie il fiato e aumenta l’angoscia. Se non ci sei Tu che resta di me? Mi rassereno che in Te viva come presente anche il futuro della mia esistenza, che vorrei fosse un atto ininterrotto di amore per Te. Che fare della vita se non un atto di amore come sei Tu? Atto, eterno di amore. Amore eternato.  (p.116)

20 Maggio 1979

Quando verrai mi troverai disposto a venire con Te? Tu lo sai e Tu Io vorresti. Se non mi trovi disposto non badarci, non badare a quei momenti che sono di confusione e di paura. Ho sempre avuto paura di tutto ma in particolare degli uomini. Una volta avevo paura anche di Te. Ora è diverso. É timore di contristarti con le mie innumerevoli mancanze, d-bolezze. Sono povero. (p.116)

21 Maggio 1979

Quando manterrò fedelmente quella promessa? Non deve esistere nessuno e nulla che Ti superi, che Ti cancelli, che Ti sostituisca. Nemmeno per un attimo. E se l’attimo c’è, sia solo per concentrare l’attenzione e l’amore in Te, riconcentrazione. È accaduto anche nel pomeriggio: una specie di delusa amarezza per quella persona che non è venuta È difficile, sai, ricondurti il cuore, dopo tanta evasione. (p.116)

22 Maggio 1979

Quando m’avrai dato di non temere la mia timidezza? C’è e non c’è. Il non vederti non significa assenza. Sei presente in me più che io a me stesso. Però è l’orgoglio che alza una separazione, oscura l’occhio. È l’amore a me stesso. Che cosa sto amando? Un mucchio di incoerenza, un mucchio di peccati, un mucchio di impotenza, un mucchio di putridume? Lasciami vedere veramente la mia povertà! (p.116)

23 Maggio 1979

Non ho niente da dare all’infuori del mio niente. Spero nella Risurrezione; la Risurrezione risolve tutto: fatica, noia, immaginazione, timori, delusioni. È veramente un’uscita di sicurezza. La Risurrezione: nascere un’altra volta, ma in Lui. L’ultima volta che son nato mi hanno messo nel mondo, la Risurrezione mi metterà nel mondo di Dio, pieno di luce e di pace beata. Non è un dono sconfinato che Egli soltanto può promettere e donare? Ci credo! (p.116)

24 Maggio 1979

Vieni presto in mio aiuto. Ho bisogno di mani umane. Mi sento sbattuto da un flutto all’altro. Chi mi può dare stabilità se non Tu che vivi, che sei? Manda la Madre Tua in mio aiuto. La formica è nei guai. Non riesce a tenere. L’umiliazione è la cosa più necessaria e utile in questo momento. Perché l’umiliazione crea deserto E il deserto è silenzio, e nel silenzio è facile pensare e starti vicino; inoltre nel deserto si scorgono chiaramente le misure delle cose. (p.117)

25 Maggio 1979

Ieri sono stato a trovare Sisto. Quanta anima aveva! Per tutti. L’uomo si conosce sempre troppo tardi. Ma perché siamo così lenti a essere quello che vogliamo essere? Forse non lo vogliamo veramente. Forse lo vogliamo solo idealmente. Bello è l’ideale. Ma si parla troppo solo di ideale e si nascondono troppe cose dietro l’emblema dell’ideale. È così scabroso e duro guardare dentro alla vita: o ti prende la nausea o la disperazione. Però non bisogna disperare, non occorre disperarsi. C’è la Vita, quella vera. (p.117)

26 Maggio 1979

È vero. La croce è croce e se non fosse croce non peserebbe, non pungerebbe. Che stoltezza! Chiedo e predico la croce e quando giunge mi ritiro, fuggo, protesto e mi metto a sognare per evadere. Sei fantastico! Però è tardi. Non chiudermi la porta anche se ho fatto tardi e sono in forte ritardo. Com’è triste sprecare il tempo in chiacchiere, in lamenti. È una croce sentirsi impotenti e soli. Solo nella moltitudine.  (p.117)

27 Maggio 1979

Ascende. Rinasce. Ascendere. Rinascere. Sto pregando continuamente, con intervalli brevi, lo Spirito Santo. Non si può sperare di stabilire qualcosa di vero e vitale usando i nostri poveri e inadeguati mezzi umani. Occorre il dono dello Spirito che bisogna ottenere mediante la preghiera. “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste…” Paolo ai Filippesi.  “Veni, Sancte Spiritus et emitte coelitus lucis tuae radium.”  (p.118)

28 Maggio 1979

Mi amo in Dio. Questo fare nulla. Questo essere inutile, sentirti superfluo, Questo guardare a domani con paura; questo sentire nell’altro un competitore; questo guardare la creazione come a qualcosa d’immeritato; questo voler desiderare di credere ai valori che ho sempre predicato e di cui mi sono nutrito inconsciamente; questo temere di finire inoperoso e triste; questo pregare ansioso e presuntuoso; questo complesso di inferiorità; questo cercare d’ingannare le tue delusioni con altre illusioni…  (p.118)

29 Maggio 1979

Non oscurarti l’occhio. Si offusca l’occhio dell’anima con molta facilità. La croce è gloria: è manifestazione dell’amore del Padre attraverso l’annullamento del Figlio, il quale viene glorificato a sua volta con l’annullamento di se stesso e l’annientamento della propria volontà nella glorificazione della volontà di Dio.  (p.118)

30 Maggio 1979

La gloria non è il premio dell’annullamento ma la manifestazione dell’Amore assoluto di Dio, la gloria del mondo è amore di sé. Nel momento in cui i discepoli hanno riconosciuto che il Gesù della lavanda dei piedi era Dio, e veniva da Dio, in quel momento hanno accolto veramente la parola che il Padre aveva dato al Figlio. Amore che si dà senza ricevere. “Veni, Creator Spiritus, / Mentes tuorum visita, / Imple superna gratia/ Quae tu creasti pectora.” Dimori in me l’amore dello Spirito Santo.  (p.118)

31 Maggio 1979

Quello che fai e dici è frutto di convinzione? Ritorna il ritornello “come noi h rimettiamo”. Non si è mai in pace con se stessi. Scopro che una cosa ho sempre cercato: di sentirmi a livello dei migliori. È una volontà giusta e buona questa? Non è forse meglio accettarci come siamo senza vergognarci? L’aria è tesa, gli uomini deturpano le giornate di sole. Il caldo si condensa in attese angosciose. L’uomo non è in pace con sé. Vado.  (p.118)

1 Giugno 1979

L’uomo non è in pace con sé. Un altro mese. Giugno. Il mese che olezza di esami: grammatica, sintassi, versioni, pagine consumate dal fissare degli occhi, e righe succhiate dalla mente come sostanze essenziali. Essenza di conoscenza. Perché tormentarsi in questa maniera? Pregare e dare senso a tutto. Il fare è qualcosa che non sta in piedi senza la preghiera. Prega. Mortificati. È bello il donarsi silenziosamente. Mia madre mi fissa. E tanti ricordi scendono sul cuore. Ali lente che vengono da lontano.  (p.118)

2 Giugno 1979 S. Marcellino.

Marcellino era il nome di un giovanottino di Stregna, nei pressi di Cividale. Marcellino era il nome che quel giovanetto aveva scelto entrando in noviziato; ora quel giovanottino ha ripreso il nome di Battesimo: Antonio, dopo aver lasciato la vita religiosa. Ora si trova a Cividale del Friuli; ha un bimbo che si chiama Stefano. Vive con la moglie e la suocera in una villetta modesta sulla destra del viale che entra a Cividale. Ho presente la sua figura e le sue parole.  (p.119)

3 Giugno 1979 Pentecoste.

Mi sono preparato con cura, direi, a questa festa. Ma la giornata è caldissima e la mia testa è debole e vuota. Palloncino. Devo rimanere qui e ascoltare una per una le anime che vengono ad attingere. È la prima domenica del mese e la folla è grande. Attinge. Sono preoccupato e nervoso. Ho votato stamattina alle 11,30. Mi sento nervoso e deluso. Che cosa aspetto? (p.119)

4 Giugno 1979

A Follina con il p. Adriano a votare. Abbiamo fatto presto: partiti alle otto, a mezzodì eravamo di ritorno. Mi sono confessato dal p. Giorgio. Ho notato, o meglio, cercato di notare, la dolcezza del perdono. Domani verranno Gianni e Nidia da Udine. Li attendo con affetto. Hanno bisogno di sicurezza. Li rivedrò volentieri. Passando per Farra ho pensato a Sisto e ai suoi familiari. (p.119)

5 Giugno 1979

Alle nove giungono Gianni, Nidia e un’altra persona. Hanno fatto la loro preghiera colma di commozione davanti alla Madonna; abbiamo celebrato in cappella. Hanno offerto la loro croce d’oro. E poi insieme abbiamo fatto una quindicina di gradini in ginocchio recitando l’Ave Maria. La Vergine accolga questa loro e mia preghiera, malgrado tutto. (p.119)

6 Giugno 1979

Cercare di dare un senso alla vita è cercare di dare Dio alla vita, perché Dio è l’unico senso di vita. Gli uccelli cantano di sui rami. Sono fringuelli, sono merli, sono cinciallegre. Sono felici all’apparenza. Poi ricomincia la confessione: sono persone che arrivano da paesi verso Brescia e più in là, verso Milano. Ognuno dice la sua cosa, ed è la cosa di tutti. La salvezza è così fatta: è un perdono che si prolunga quasi a monotonia, sfiorando soltanto il dramma. (p.119)

7 Giugno 1979

Ritorna, arriva, viva, la raccomandazione di amare con tutto… e il prossimo come te stesso. “Come io vi ho amato”.” È un imperativo morale, è una vita che non sarebbe tale se non fosse tracciata sull’amore, dall’amore. Non so, non si può sapere quando in noi realmente operi l’amore come viene richiesto dal Signore: è un impegno che non esaurisce l’urgenza. Che ragionamenti! Che cosa stai dicendo? Sei capace di metterti a pregare? (p.120)

8 Giugno 1979

Sono debole e povero. Sembra, ho l’illusione di essere, ma è pura illusione. La mia fragilità è tale da non potermi garantire la sicurezza di non mancare, neppure in materia che riconosco pericolosissima e dannosissima per la mia anima. Non c’è mai sufficiente conoscenza di questo stato d’insufficienza, di malattia. Sembra di aver superato. Sembra. Lo spirito è pronto ma la carne è inferma: Maria, aiutami a invocarti e sentire la realtà dannosa del male.
(p.120)

9 Giugno 1979

Accettarsi. Non è la gloria di te stesso che deve realizzarsi, è la gloria di Dio. Noi non siamo assoluti, alle volte è il nostro desiderio di essere assoluti che ci imprime lo stimolo del bene, del bene come conquista e ingrandimento personale, non come cancellatura di noi stessi perché Dio, l’assoluto, incida la sua parola, il Suo essere assoluto in noi. Bando, quindi, a voler essere, a voler essere superiori a certe debolezze, è Lui che deve assorbirle. (p.121)

10 Giugno 1979

Appòggiati a Lui. Alla Sua croce. Non ci appoggiamo perché crediamo di farcela da soli. Neppure quando chiediamo andiamo alla ricerca di un appoggio in LUI. Ci vergognamo, ci disperiamo ma a Lui non ricorri-mo. Quanto dico e affermo per chi è, per te o per chi? P. Adriano sta bene. Si vede che il caldo gli fa bene. Non è il momento di scrivere questo. Fa caldo e l’aria ha sete di pioggia. Il sole crea nausea. (p.121)

11 Giugno 1979

La Via Crucis è una via crucis che penso senza partecipazione reale. Non riesco a lasciare un bicchiere d’acqua o vino quando mi prende la sete. E continuo la Via Crucis e poi il Rosario. Sono due cose: una che pare spirituale e ascetica e l’altra fisica, pratica, esistenziale. Dovrebbero unirsi e conciliarsi queste due parti, e comporre un tutt’uno È Io Spirito che deve unire e saldare queste parti di me stesso.

5 anni fa, verso le 8 del mattino, il mio corpo giaceva in mezzo alla strada che da Pesariis porta a Culzei. Storia lunga a raccontarsì: ospedale di Udine, Monte Berico, Follina, Verona, Follina e di nuovo a Monte Berico. (p.121)

12 Giugno 1979

Ho telefonato a Claudia. Spero che tutto sia effettuazione della divina volontà la quale opera anche senza la nostra completa fiducia e piena collaborazione. Ho buone e belle parole per me e gli altri, ma quando si tratta di metterle in pratica mi faccio incoerente e vigliacco. S. Paolo parlava del sì/no.  Se è sì che lo sia sempre: Sì. Un’altra volta mi propongo di essere coerente. Vedremo E non è per me, è per la Sua gloria che diverrà anche mia gloria. (p.121)

13 Giugno 1979 S. Antonio!

Andiamo. Tualis con mamma e le sorelle! Con amore vi penso, con amore. Con amore alle mie montagne, a Colui che le ha fatte; con amore alle mie vallate e a Colui che le ha scavate; con amore ai miei boschi e a Colui che li ha stesi così morbidi; anche a Colei che mi ha sempre accompagnato, malgrado tutto, a Colei che mi accompagna; a Lei porgo tutto quanto soffro e pecco. (p.121)

14 Giugno 1979

P. Giuseppe Zolla è partito. Gli avevo detto che per me la sua partenza è come una foglia che si stacca dall’albero della mia vita e se ne vola via. Non so come l’abbia presa questa immagine. Mi ha scritto Claudia: è più serena del solito prendendo la vita a brani, a giornate. Sono rasserenato dentro: la Vergine mi fa d’appoggio. La sento vicina, a Lei mi stringo. (p.121)

15 Giugno 1979

Riscaldare l’anima alla Tua presenza. Voglio operare. Le cose cambiano nella misura che ti muovi dentro. Davanti al pensiero ho tante immagini che vorrei afferrare per farle concrete. Verona e la gente che ci vive. Ludaria e la gente che ci vive. Mi sento così in mezzo al mondo, non solo quello fisico, nel mondo dell’immaginazione, popolato di visi, di immagini. (p.122)

16 Giugno 1979

LA MIA VERDE VALLATA

La mia verde vallata si apre dal davanzale e sale verde conca, fino alla strada. È breve la mia verde vallata è formata solo di foglie minute o larghe tonde o sottili come medaglioni o come piccoli cuori, esili palme di mano. Canale dello spirito. (p.122)

17 Giugno 1979

Solo Tu puoi aiutarmi. Sono a terra fisicamente. Non ce la faccio a stare seduto. Arrivo fino a sera, stremato. Il sole non c’è che a tratti. Anche Tu ti nascondi e riappari come il sole. Ho tante paure che si stendono come molluschi velenosi sulle pareti dello stomaco. E il peccato in migliaia di rappresentazioni continua a profilarsi davanti agli occhi. C’è il mio, c’è il suo, quello di tutti… (p.122)

18 Giugno 1979

Non si può cantare. Terrestri… So che Tu soffri, lo so. Ma per entrare nella Tua sofferenza occorre amore sconfinato e annullamento. So che senza il Tuo patire non esisterebbe nulla, neppure la gioia della speranza. Le ali me le puoi fornire solo Tu; anche la mia povera preghiera ha bisogno delle Tue ali. La preghiera del mattino la sento ancora come un profumo che circola nell’aria. (p.122)

19 Giugno 1979

Mi dai ogni giorno la grazia di poterti pregare. Conservamela quella grazia. E come una riserva di cose molteplici che servono a molteplici usi e in molteplici situazioni. Sento Tua Madre. Ho adagiato il capo sulle Sue ginocchia stamattina. Mi riscalda la testa con le sue esili mani. Sento il Suo sorriso che mi illumina e la Sua dolcezza che mi invade tutto. (p.123)

20 Giugno 1979

Stamattina ho parlato del cuore di Maria e come Gesù non avrebbe potuto fare il suo calvario se non avesse avuto la Madre che lo seguiva. Ho parlato del Cireneo. Della Veronica. Dei cuori delle donne che fanno la Via Crucis. Ho parlato della gratitudine di Maria verso il Cireneo “il santo che porta”. E poi della pietà, il secondo Natale. D. sentirà forte oggi la presenza di Gesù, la Sua invasione che fa sprofondare. (p.123)

21 Giugno 1979

Costato aperto; acqua e sangue; Battesimo ed Eucarestia. Nascondersi in quella ferita, sprofondarsi in quella voragine d’amore. Riaperta. Le parole sono pulviscolo. Ho scritto a Luciano e gli ho detto che nella mia giovinezza mi sono servito male della ragione e della fede. È vero. E ora come me ne servo? È un problema essenziale per la fede e per la ragione. (p.123)

22 Giugno 1979

Sacro Cuore di Gesù. Mi vengono in mente le giaculatorie che mi faceva recitare mia madre continuamente, quasi in maniera ossessiva. Cuor di Gesù tu sai, Cuor di Gesù tu puoi, Cuor di Gesù tu vedi, Cuor di Gesù provvedi, Cuor di Gesù concedi. Mari! Ti, ha concesso il paradiso, ora rimani lì a godertelo e ogni tanto getta uno sguardo al tuo canài, ai tuoi figli, a Danilo e Claudia e a tutto quel brulichio di bambini venuto dopo di te, dietro a te e a Luzi. Màri! Jo soi achi. (p.123)

23 Giugno 1979

Tutto, è difficile poterlo dare. Non è che volontà continua dí rientrare di continuo nel Suo clima. È cosa ardua. Il me stesso riaffiora continuamente e giudica e rende triste il momento quasi che da me dipenda tutto. È stoltezza paradossale. È ridicolo che proprio tu sia l’equilibrio e rappresenti la saggezza. (p.123)

24 Giugno 1979

Oggi poca fede nel confessionale. Il caldo e la gente addormentata e frettolosa ti disarmano anche quel poco di fede e di buona volontà che ti mantiene l’anima comunque, si usa dire, comunque… Sono affermazioni, sentimenti che ti lasciano quasi soddisfatto. Che cosa devo dare per colmare? Tutto, e senza esitare. Presto verrà il Padre. (p.124)

25 Giugno 1979

Carissima Claudia, se non preghi tutto è inutile, infecondo. Oggi devo andare a Follina e a Farra. Quanto ha lasciato il povero Sisto per le missioni è prezioso per l’intenzione che lo ha mosso. Vuol dire tante cose. È caduto, non ce la faceva ad arrivare al Calvario. Era troppo solo. Il verde dei rami della mia vallata è silenzioso, assorto, in ascolto, immobile. Le galline chiacchierano. Tutta per Te la giornata. Tutto il cuore. (p.124)

26 Giugno 1979

Il mio problema qual è? Vorrebbe essere quello, unico. Dal quale sono assorbiti tutti gli altri. Mentre io sbriciolo tutto il primo in tanti problemini. Pertanto mi trovo come dietro a un filo spinato. D’altronde, oltre tutto, ciononostante, sicché… L’anima mia a Te si stringe. La mia giornata è una catena di gemiti, di invocazioni che più che ottenere qualcosa, non fanno che rendere gloria a Dio. (p.124)

27 Giugno 1979

Rendere gloria a Dio è il tema che deve restare vivo e vivificare tutta la vita e ogni giornata e ogni momento di essa. Non v’è altra ragione dell’esistere e del vivere: rendere gloria a Dio. Hai capito tu, Albino, e tu…? Anche il caldo soffocante che mi comprime può essere un elemento valido che renda gloria a Dio. Anche questo disgusto e amarezza sono attimi che rendono gloria a Dio, situazioni interiori che rendono gloria a Dio, malgrado non sembri. Attendo con ansia (rendo gloria a Dio) se domani sicuramente dovrò andare a Udine. Non farne un dramma. Vedi se conviene fare quel passo rischioso, ma più che rischioso non chiaro. (p.124)

28 Giugno 1979

Non sono partito per Udine. La ragione sta nel non aver potuto chiudere occhio durante la notte. È stata una decisione importante, perché per cambiare idea e applicarla, la nuova, ci vuole una forte volontà decisionaria. Mi metto con la testa sulle Tue ginocchia, Madre Maria; mi affido così, con questo abbandono a Te, abbandono che Tu curi per farlo abbandono veramente abbandonato. Mi sento bene con la testa sulle Tue ginocchia. Se Ti siedo accanto mi sento bene. Perché dobbiamo volerci bene fra tutti? È chiaro. Un bel giorno dovremo trovarci accordati, senza la minima frattura; dovremo, dico, come se fosse una costrizione, un ordine, un comando, un servizio: è invece la cosa più spontanea e connaturale al nostro bisogno di felicità. Un giorno… un giorno… (p.125)

29 Giugno 1979

Ho di qui le galline che si sgolano. Ho di qua il pianoforte che si fa in quattro armonie. Ho di sopra tavole e sedie che danzano. Ho per i corridoi armadi che scivolano e cozzano. Ho nella stanza una mosca che si lancia in picchiata. Ho nella testa tante cose che accrescono il rumore di questa zona di convento senza silenzio. Rami che tendono al cielo le punte verdi. Aghi e foglie irrequiete. Sono le montagne che si susseguono a catena e creano lo sfondo del quadro, dove il cielo si abbassa sul bosco di abeti e sullo specchio del lago. (p.125)

30 Giugno 1979

Penso alle cadute di Gesù confrontandole con le mie. Turbano e commuovono quelle. Turbano e commuovono queste. S’introduce nel cuore e in tutte le facoltà una specie di fermento di malizia; è cosa estranea. Si sente che non sono cose di casa. Eppure hanno il potere di creare fermenti, di avvelenare l’aria, intossicare la mente. La caduta di Gesù rinnova lo stato d’animo che si è creato come per incantesimo. Mi risuonano le parole declamate da mia madre salendo il Calvario di Sappada: “… sotto i colpi di quegli spietati manigoldi…”.

1 Luglio  1979

Con grande invidia, con profonda gelosia pronuncio: “io ti assolvo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Con che desiderio di lavarmi dirotterei quelle parole sulla mia anima! Mi commuovono. Provengono dal cuore ferito di Gesù, sgorgano dal suo costato aperto, grondano sangue. Eppure! Come siamo incapaci di capire! Come siamo capaci di giocare sul Suo Sangue! (p.125)

2 Luglio 1979

Ciò che ho detto ieri, me lo ripeto. Ti vedo triste! Mi sento triste. Troppo abbiamo peccato ridendo sulle Tue piaghe, scherzando con il Tuo amore. I a preghiera oggi Ti chiede che piova sulla mia anima tanto come piove sulle piante e sui campi. Ti voglio amare sul serio; Ti voglio dare risposte di amore vero. Tu me lo insegni e me Io imprimi dentro. Non c’è tempo da sciupare scioccamente. (p.126)

3 Luglio 1979

“Rimanete nel mio amore.” (Gv 15,9). A Udine. Sono rimasto molto male non di qualcuno, ma di me. Non so frenare la lingua. Il Signore non può essere con me. Lo sarà perché è buono. Ho potuto rivedere per un attimo i miei monti, la mia gente. Miei/Mia! (p.126)

4 Luglio 1979

“Rimanete nel mio amore.” Che cosa vuol dire? Sentirci amati, non dimenticati o sopportati. Se fosse un amore puramente umano, avverrebbe ciò, ma è un amore divino, eterno, che non può avere fluttuazioni, accrescimenti o diminuzioni. “Rimanete nel mio amore.”! Che cosa fare e avere di più? E che cosa temere? Perché temere? “Rimanete nel mio amore”. “Rimanete nel mio amore”. “Rimanete nel mio amore”. “Rimanete nel mio amore”. Ho paura di me stesso. (p.126)

5 Luglio 1979

“Rimanete nel mio amore. “Sempre, se Tu vuoi. Se Tu vuoi. Se Tu vuoi. Non c’è altro nella vita. Il Tuo mistero d’amore porta attraverso boscaglie e deserti, porta alla meta a cui si aspira senza saperlo. Le vie tortuose sono diritte, per Te; le vie aspre sono piane. Tu non puoi che amare e lasciarti amare. Come posso, come posso, come posso, come posso. (p.126)

6 Luglio 1979

“Rimanete nel mio amore.” Sono qui in attesa. Eppure Egli è venuto, è presente. Si fa portare e porta. Ho dei pesi. Ma non sono gravi se confrontati con quelli più gravi. Perché fare lo scontento se Egli è presente? In fondo non c’è avvenimento più grande della morte, e non c’è gioia più grande da godere di quella che incontrerai nel Regno. Ricordati Signore, di me, quando sarai nel Tuo Paradiso. Ricordati mamma, di me, ora che sei nel Paradiso.
“Orate sine intermissione”. Se tutto quello che scrivo si riponesse nel cuore e nella vita e così mi servisse ad essere più per gli altri che per me! Quanta strada tra il pensare, il dire e il fare! Immaginazione! (p.127)

7 Luglio 1979

Egli ci ha amato per primo. Il peccato ha spezzato l’unità anche in noi stessi. Pregate senza stancarvi-sine intermissione. Senza smettere mai. Eppure c’è qualcosa che rimane bloccato, rimane acerbo nella mia vita; nel mio vivere, nei miei rapporti, nel mio dovere come lavoro, impiego del tempo. Come ascoltare gli altri con mitezza e non farli soffrire, non deluderli. Rimane sempre qualcosa d’immaturo. Scansare il problema, oppure il favore che ti costa e cedere all’antipatia e alla critica negativa. (p.127)

8 Luglio 1979

Quante occasioni sfumate! Occasioni di santificazione del tempo e del cuore. Signore, fa’ che queste tenebre, se non proprio tenebre questa foschia, si diradino e splenda il sole che sei Tu su tutti, in tutti i cuori tremebondi e incerti. Incerti e tremebondi È tanto bella la Tua pace, il Tuo sole! Perché non abbiamo il coraggio di toccarti? E di crederti? (p.127)

9 Luglio 1979

In viaggio verso Ludaria con Claudia. Via Crucis. Sesta Stazione: un giorno ritroverò anche Veronica nella casa che mi attende. Accanto a lei tutti. È una promessa; è un dono fin da ora. La potenza di Gesù che è potenza di amore farà la strada chiara della sua luce e la morte con i suoi tentacoli paurosi sarà vinta, la tomba non farà paura perché illuminata da quella luce che si incarna non solo nella nostra carne ma in tutto il creato. (p.127)

10 Luglio 1979

A Ludaria. E le cose saranno nuove, appena fatte, e non subiranno l’usura del tempo e il logorio degli anni. Voglio credere. Se credo le cose cambiano aspetto e ti toccano in modo diverso, poiché tutto è legato a quel punto della vita dove la vita sembra finire, mentre continua in maniera risuscitata, redentivamente, su un piano di amore puro e di armonia universale. Come mai pensiamo tanto poco a questo fatto contenuto nel fatto che si vive? In attesa! Ma rimaniamo in attesa? (p.127)

11 Luglio 1979

A Ludaria. Annunzio della morte di p. Stanislao. Accetto anch’io la morte. Prego il Signore che mi doni di accettare con spirito di espiazione per tutte le mie infedeltà, ingratitudini, volute cecità, egoismi, orgogli, scandali, abusi di grazia, strumentalizzazioni di doni, appropriazioni di meriti, pigrizie, vanità, mondanità, ingiustizie, ignavie. (p.128)

12 Luglio 1979

Il grazie mio profondo a Dio Padre che mi ha donato l’esistenza e mi ha atteso ogni volta con il cuore colmo di perdono e mi attende così per accogliermi nella Sua casa. Il mio grazie commosso al Figlio Suo Gesù che mi ha comprato e ricomprato infinite volte a prezzo del Suo Sangue; il mio grazie dolcissimo alla Vergine Maria Madre di Gesù e mia, che ho contristato con le mie sconoscenze, che non meritava che io La ritenessi come L’ho ritenuta per tanto tempo, un’aggiunta superflua nella trama della mia salvezza. (p.128)

13 Luglio 1979

Ella è stata sempre in silenzio e nel silenzio operava, e mi amava in silenzio. Ora le Sue mani silenziose mi raccolgono, mi trapiantano. Vorrei piangere di tenerezza e di rammarico per non averla amata prima. Il mio grazie consolato alle Spirito Santo che mi ha portato nel cuore l’amore. L’amore che ha fatto straripare la mia umanità, amore confuso e inconscio per un periodo di anni, poi amore sempre più provato e purificato e cosciente. (p.128)

14 Luglio 1979

Miracolo recondito dello Spirito che si sente senza vedere, che si segue volendo, impercettibile ai sensi ma reale come tutte le cose. Al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo voglio cantare, alla Vergine voglio cantare e a tutti i Santi che mi hanno aiutato col loro esempio e la loro parola luminosa, a raggiungere la speranza che mi ha portato alla soglia della vita e della morte senza timore. (p.128)

15 Luglio 1979

A Ludaria. Sole! E Tu sei venuto da tanto lontano per me! Da tanto lontano! Da tanto lontano! Dal cielo! Dall’Oriente! Dal seno della Vergine, tanto lontana da me quanto a verginità, quanto a innocenza e candore. E Tu sei venuto da tanto lontano per me! Vengo! Vorrei venire subito. Ma è lungo il venire; bisogna imparare a venire; non è facile, ma è bello. Oggi siamo saliti a Piani Vas. Ho celebrato in mezzo al prato, accerchiato da un gruppo di giovani della Parrocchia di S. Paolo di Vicenza. Claudia ha distribuito la Comunione. Gesù, Maria, Vi amo per tutti questi giovanetti. Gesù, Maria, Vi amo per Claudia. Le crete erano a un passo. I fiori piccoli e vivaci dai colori vivi e acuti come spilli. (p.129)

16 Luglio 1979

A Ludaria. Con Fina, Remo e Claudia a Castelmonte. Abbiamo pregato. Continuo a pregare la Madonna Bruna: a pregare per Claudia e per tutte quelle persone che sono dentro nel cuore. Anche per la mia persona, il mio vivere, il mio operare, il mio essere sacerdote.

17 Luglio 1979

A Ludaria. A Castelmonte ieri, ripeto, abbiamo pregato, e io continuo a pregare la Madonna Bruna. Abbiamo mangiato sull’erba. Era bello il cielo. Era bella la terra, e i nostri cuori erano belli. Celso, Olimpia, mamma, papà, an-che lassù tutto è bello. Siete lontani? Come fare a sentirvi vicini e a sentire vera la vostra vita, la vostra parola? (p.129)

18 Luglio 1979

A Ludaria. Claudia ha il volto velato di tristezza. È piccola, piccola. Mi fa pena e commozione. Madonna Bruna, fa’ che sia tua, che ami te e tuo figlio, che sia forte e che si doni con fortezza. Guariscila dal suo male fisico, Madonnina Bruna! Che non pianga. Celso e Olimpia, vedete di Claudia, è vostra, la Taia! Il cielo è bello, bella è la vostra terra, povera e verde. Povertà verde. (p.129)

Culzei

Luoghi selvaggi. Selvaggio deriva da selva. Godere una selva significa avere un cuore selvaggio. Avere un cuore selvaggio è segno che lo conservi accanto al naturale, al semplice, all’essere non tocco da perturbazioni insidiose, dalla cultura sofisticante, che ti allontana dalla creazione. Potremmo dire che è preferibile essere più selvaggi che colti. Molte sono le distinzioni da congegnare sul discorso che ho abbozzato. Comunque, mi trovo qui, con Taia, in un bosco a lato del torrente Pesarina. Sono per me luoghi molto familiari, tanto domestici da creare in fondo al mio essere un senso di grande tenerezza, che non so definire se lo sia per me che me ne sono andato sei anni fa, o lo sia per i luoghi che oggettivamente sono commoventi, perché selvaggi. Il bosco in cui ci troviamo è un composito selvaggio di abeti, di faggi, di nocciuoli e di altri arbusti che rendono ispida la visuale. Ma è bello ugualmente, perché selvaggio. (p.129)

E piove. I rami dell’abete sono compatti e non lasciano filtrare facilmente la pioggia. Ci conosciamo da bambini. Il Pesarina scende cantando e schiumando, rombando. È la voce di sei anni fa, voce che cullava i miei sogni diurni e notturni. Voce amichevole che registrava le pulsazioni dell’anima. Il Signore ci vede e ci sente qui. Ascolta i nostri cuori che hanno suono di torrente. Egli è fatto, penso, come queste cose selvagge, scomode, imprevedibili, che sanno di profumo antico, antichissimo. Taia! Più di questo, la vita cosa credi che ci possa dare? Nulla di più vero e genuino e puro, nulla di più incorporato al cuore di Dio e al suo essere che è sole vento pioggia onda ramo pianta gigante pianterella esile e stentata che offre alla vita qualcosa, sia pure una esilissima foglia, timida come la nostra anima. Dio è tutto questo mondo selvaggio, visto con l’anima incantata. Vivremo ancora, per molto o per poco? Però il vivere è tutto qui: adorare, lodare. Non vedi che qui intorno è tutto adorazione? Foglie verdi, vive e allegre, che danno guizzi e sussulti al finire, frinìre della pioggia. Foglie secche che fanno tappeto. Alberi ritti e forti, alberelli dal fusto contorto e rachitico. Che cosa vuoi di più, se Lui non vuole di più? (p.130)

19 Luglio 1979

A Verona. Ieri siamo rientrati da Ludaria. Caldo intenso. Rientro con l’anima ancora assorbita dalla nostra terra. A brandelli. Lembi di cielo serenissimo dentro di noi E poi la città che ci viene incontro con il suo frastuono e noi vi ci immergiamo come in un calderone. (p.130)

20 Luglio 1979

La pagina che manca l’ho riempita e consegnata a Claudia. Mi viene ora in mente Donata. È un andirivieni di emozioni e persone nel mio animo dove l’incontro consueto è con Claudia. Sentimenti vari sereni e tristi, forti quasi sempre, che non mi concedono sosta o riposo se non al momento di portare tutto nell’atto di amore abbandonato. Cosa posso fare da me? Sono povero e impotente. Credo e amo. Cerco di credere e amare in grande povertà.(p.130)

21 Luglio 1979

Volere darsi ragione di tutto, pretendere che tutto passi attraverso la ragione, esigere che tutto quello che è ragionevole sia giusto e buono e bello, è una follia. Quello che vale è spendere la propria vita, perderla, consumarla per gli altri. In questo stato di cose, stato, è possibile veramente spenderla per gli altri? È forse possibile? L’assistenza alle confessioni, per esempio. Sembra un non spendersi. Ma se la cosa viene presa sul serio, è un vero consumarsi. Per gli altri. (p.131)

22 Luglio 1979

È vero. È comodo vedere nella nostra vita soltanto l’apparenza e ciò che fa notizia. Apprezzare il recondito, il volto nascosto delle persone e dell’attivo segreto e valido di ogni individuo, è cosa difficile. Ho bevuto due birre con il p. Adriano Zini, una pagata da me e una da lui. Abbiamo discorso di tante cose. Gli occhi di Adriano spesso si illuminano di ricordi, spesso di molto desiderio di vivere e di operare. Fare poesia. (p.131)

23 Luglio 1979

CREDO NELLA RISURREZIONE
Allora è più semplice il vivere Allora ogni cosa ha un significato. Allora ogni essere è un simbolo. Allora vale la pena perdere la vita in questo mondo. Allora vale la pena morire. Allora il morire non è finire. Allora un attimo di vita vale tutta una vita. Allora il canto ha ragione di essere. Allora il sorriso è un raggio della vita futura. (p.131)

24 Luglio 1979

Non stiamo accumulando? Non accumulate tesori. Uno solo è il tesoro da conseguire. Di quante cose occorre spogliarci ogni momento perché le cose non offuschino quel tesoro! Accumuliamo, accumuliamo. Lo dico a me stesso È un avvertimento e un rimprovero che devo ripetermi spesso. Sono piccolo e povero; me ne dolgo. Non dovrei dolermene ma gloriarmene. Come Lui: piccolo, povero, nascosto e solo. Domani S. Giacomo, patrono di Rigolato. (p.131)

25 Luglio 1979

Anche il solo pensiero è una forma di infedeltà. Non riusciamo facilmente a convincercene. È realmente così la strada che mena alla salvezza; è veramente fatto così il suo regno fatto di cristallo trasparente e nitido da essere sufficiente l’alito del pensiero per offuscarlo e infrangerlo. (p.131)

26 Luglio 1979

E poi sappiamo bene che il pensiero diventa senso se si intrattiene nel senso, se indugia sulla materia desiderandola; il pensiero, Io spirito, diventano dannosi se vi trovano gusto e riposo, se vi ripongono la speranza e vi trovano sicurezza; lo spirito e il pensiero diventano roba se nella roba pongono affidamento; il pensiero e lo spirito si raffreddano nell’egoismo e nell’orgoglio se cercano se stessi e si muovono e vivono condizionati dal giudizio delle creature e non dallo sguardo di Dio che è presente nella coscienza di ciascuno. “Adoro te devote, latens Deitas”. Madre mia soccorretemi. Madonna Bruna fa’ che sia sempre figlio di Dio e Tuo.
Riconciliazione di bel mattino. Il Sangue di Gesù è rimedio, farmaco troppo facile. Non vorrei sprecarlo. Spreco di Sangue!! (p.132)

27 Luglio 1979

Piccolo e povero. Mi dimentico sempre del necessario. Come uno che si mette a volare e si dimentica della fragilità delle ali. Sono senz’ali. Certe volte mi butto a volo senza le penne. Credo di essere libero da certi pesi e mi butto così nel vuoto nella stolta speranza di non cadere, di non piombare. Assuefazione. Invulnerabilità È una grande grazia liberarsi dalla paura del giudizio delle creature. La chiedo, questa grazia. Se mai, Tu puoi trasformarmi, sono sicuro di questo. (p.132)

28 Luglio 1979

Definire lo stato d’animo in cui ci si trova non è facile. L’unica attività che ti può liberare da questa situazione è la sola preghiera. Altri si immergono nella musica e altri intraprendono un lavoro o una lettura. Anche Tu hai provato il peso e la paura dell’impotenza umana e il terrore di fronte all’imprevedibile! Un Tuo sguardo è segno di salvezza sicura.(p.132)

29 Luglio 1979

Ci renderemo pienamente conto della nostra grandezza solamente dopo morti. Che vale tutto? Solo una cosa è necessaria: che io creda. Ti ringrazio, Signore, che i miei cari non sono i consueti ma quelli che Tu mi hai indicato. I miei cari. Donata è lontana. Prego per molti. Claudia è lontana. Danilo dorme dopo dodici ore di lavoro. Il confessionale pesa, con questo caldo. Bisogna ricercare nuove vie per arrivare alle anime. Chissà cosa ci aspetta. (p.132)

30 Luglio 1979

È tanto semplice tutto quando riusciamo a riportare i particolari della nostra esistenza, del nostro quotidiano, al fatto finale, escatologico, al qua-le nessuno può sfuggire annullandosi. E se pensiamo alla Risurrezione? E se consideriamo che dipendiamo totalmente da Lui? E che Lui è amore? Basterebbero questi centri di interesse totale per imprimere novità alla vita. (p.133)

31 Luglio 1979

Ancora bisogno del Tuo sangue e della Tua anima afflitta. Non sono che nulla e negazione. La preghiera non sale, non si libera, non si innalza; è freno e polvere immobile. I migliori pensieri restano pensieri, larve. “Io sono la via, la verità e la vita”, solo Tu sei. Noi non siamo. Siamo solo buoni a gemere sul nostro non essere e a inasprirci sul voler essere. Ma solo Tu sei. (p.133)

1 Agosto 1979

Che mai mi separi da Te. Neppure un istante. Anche l’istante è una vita. Caldo. Il caldo di questi giorni provoca pensieri e atteggiamenti interiori di ripiegamento. La legge della carne si inarca, si impenna. La testa piena di calore. Un pentolino bollente e il corpo una macchina surriscaldata. Si inceppa, sbuffa. Siamo vecchi motori che tirano, sì, ma possono arrestarsi improvvisamente, di colpo. Devo abituarmi a morire disponendo tutto, volta per volta, come (ed è così davvero) se fosse alla porta la morte con il suo fruscio di foglie secche. (p.133)

2 Agosto 1979

La creatura è sempre creatura, da non identificarsi con il Creatore. Non mi sento bene. Il diabete è salito con il termometro. Venga il Tuo regno. Pàri, 25 màri, Celso, Olimpia, siete in attesa del mio arrivo? Pregate che il mio pentimento e la mia fiducia nella infinita misericordia del Signore mi rendano degno del Regno beato. C’è tanta confusione sulla terra, turbinio di cose inutili. Una cosa sola è necessaria. (p.133)

3 Agosto 1979

Buona, santa, bella volontà di Dio è anche l’ora della nostra morte e il come morire. Occorre essere abbandonati come figli coscienti della bontà del Padre. Papà immenso. Anche questi sentimenti sono grazia e sono apostolato. Mi figuro il Padre celeste come una grande nube che copre, che protegge dalle arsure, dalle trafitture dei raggi del sole. Continua a fare caldo. Una grande quiete mi ha occupato, dopo la Messa, una quiete che scorre dalla sicurezza che tutto è nella bella volontà di Dio. (p.134)

4 Agosto 1979

Il Signore aspetta da noi una risposta, quella giusta, e noi invece diamo quella sbagliata, quella sgarbata. Ogni avvenimento, ogni situazione sono occasioni di risposta. La Sua volontà, la Sua misericordia, la Sua bontà in ogni cosa, anche la più affliggente. Non pensare che occorra essere chissà che cosa perché Egli ci ami. Ci ama continuamente, senza intermittenze ed è pronto a morire per te, per ognuno, in qualunque momento. Sei tutto. Voglio parlare col tutto e dirgli tutto sebbene Egli conosca tutto. (p.134)

5 Agosto 1979

Un pensiero a Sisto che ha voluto andare di sua volontà a vedere ciò che non è all’uomo vivo possibile vedere, se non con lo sguardo della fede. Sisto, come è il regno? Chissà quanto hai sofferto! La misericordia infinita di Dio certamente farà di quel regno misterioso un giardino fiorito, una terra irrigata da acque limpide, un’isola di pace infinita dove non ci sono ansie, paure, dove non c’è passione ne peccato. Perché temere di andarci? (p.134)

6 Agosto 1979

Un raggio di paradiso. Credo a Gesù e al Padre e a S. Pietro. Sarà bello, molto. Dovrei superare tutto in vista di quello che ci aspetta. Perché non ci penso continuamente? Che siano frottole? S. Paolo dice che non sono frottole, lui che è stato rapito e sollevato a quelle regioni E poi perché scriverlo se non fosse vero? Sarebbero forse cose da inventarsi come vere se non fossero vere? Le cose vere, succede, che sono meno credute da noi che le cose false. (p.134)

7 Agosto 1979

Stamattina, camminando per il viottolo che da Villa Bedin porta in cima al colle, la testa era piena di pensieri polemici. Mi figuravo così e colà il domani; insorgevo dentro di me contro questo e quello e componevo delle risposte taglienti e definitive capaci di sbigottire l’avversario. Pensare che avevo da pochi minuti parlato alle suore della pazienza e dolcezza. Si può esser così ridicoli e superficiali, incoerenti? Ipocriti? (p.134)

8 agosto 1979

TACITA FESTA DI NOZZE

Celso, Olimpia.

Di voi quassù sempre uno straziato ricordo che la pioggia oggi risciacqua sull’asfalto. Vorrei rivedere per un attimo ancora nel vostro sguardo mite quanto avevate condensato quel giorno nel cuore – essenza di pellegrini sulla strada che sale ondulando alla Madonna Bruna. (p.135)

9 Agosto 1979

L’uomo, realtà misteriosa che non si può spiegare per intero. Tutto l’uomo non si può spiegare. Metafisica come inquietudine. Non sono capace di amare. Solo Tu sei capace di amare. Quando verrai? La terra è satura di vuoto. Quando verrò a Te? Solo Tu mi vuoi veramente bene. Cioè mi ami perché mi hai tratto dal nulla e mi hai dato un cuore perché fosse come il Tuo cuore. (p.135)

10 Agosto 1979

Se mi hai tratto dal nulla lo hai fatto per un motivo di amore. Perché dunque devo temere? Noi spesso ci nutriamo di certezze esteriori, come l’ordine delle cose, l’orario, le preghiere bene ordinate, e lo facciamo per supplire (inconsciamente) alle incertezze, alle inquietudini che stanno alla base del nostro essere che è mistero. Ho pregato e continuo nella speranza di farlo per ottenere di pregare. È piovuto; la natura s’è ristorata, come avviene dell’anima.(p.135)

11 Agosto 1979

Signore liberami da quelle intenzioni molto tortuose e nascoste che tramano e tessono nell’oscurità delle mie vanità. Liberami, Signore e abbi misericordia di me, Tu che conosci quanto sono povero e infelice. Non è solo necessario riconoscere che la misericordia di Dio è infinita, ma soprattutto che abbiamo sempre bisogno della Sua infinita misericordia. (p.135)

12 Agosto 1979

La verità verrà tutta intera a galla. Se perdi l’anima ora, cioè se la vita la doni ora, la acquisti per l’eternità. Non lasciarti ingannare dal tempo; il tempo è tempo, non è l’eternità. Sembra alle volte che il tempo, che il presente, sia tutto perché pesa, incide, ma è per breve, è per un attimo; quello che vale è ciò che vedi di lontano, non ciò che tocchi qui, ora. (p.136)

13 Agosto 1979

Claudia si trova in raccoglimento. La mano della Vergine Maria spolvera la sua mente da pensieri inutili e dalle paure. La prego. Pregala anche tu. Chiedi fede e non che il Signore si pieghi ai tuoi voleri. Sai che bisogna voler bene a tutti, non per avere il contraccambio, ma solo perché il Signore ci vuol bene e la Vergine ci adora malgrado le nostre brutture. Claudia, se esci dagli esercizi spirituali con il proposito di compiere questi esercizi di fede, di carità e di umile pregare, gli esercizi spirituali sono stati validi. (p.136)

14 Agosto 1979

La grazia vale più della vita ed è come i monti alti. La grazia. La penso? La stimo? La chiedo? È come i monti alti. La mia immaginazione è ornata di monti, di catene di monti; è una cornice che è legata essenzialmente al contenuto del mio sentire. Monti. Monti neri di boschi, monti alti che toccano, trafiggono l’azzurro. Domani facciamo festa alla vetta più alta, alla bianchissima Maria. (p.136)

15 Agosto 1979

La Tua grazia vale più della vita è come i monti alti. Sei la vetta più alta che illumina i monti neri di boschi e inondi di luce le vallate del mondo. Non possiamo toccarti senza rimanere accesi dal Tuo candore. Sono lacrime bruciate sul Tuo viso sempre acceso di sole. lacrime bruciate sul Tuo viso sempre acceso di sole. (p.137)

16 Agosto 1979

Con il p. Adriano a Brogliano. Non è stata una giornata buona. Ma anche. Sul finire del giorno un discorso sincero e pieno di speranza ci ha riuniti moralmente e spiritualmente. Ho sentito l’anima di Adriano tutta accesa di desiderio, di brama di cambiarsi, di imprimere a questi ultimi anni un passo più ordinato e deciso verso il reale che è al di là delle apparenze. In una povera parola: sentirsi in cammino verso Dio, alla ricerca di Lui. Oggi ha terminato gli esercizi Claudia. (p.137)

17 Agosto 1979

Non mi sono presentato al confessionale sebbene fossi di turno oggi. Ho faticato nel trasferimento di tutte le mie cose dalla Basilica all’Istituto Missioni. Mi sento zingaro. È la seconda volta che passo dalla Basilica all’Istituto. Sudate. Ho cercato di non uscire da me, cioè non guastare quello spazio di silenzio dove vive Lui e le persone più care che mi preparano il paradiso. Il paradiso! Il paradiso! Che mi sia vicino. (p.137)

18 Agosto 1979

Ancora occupato attorno al trasloco. Alle 7,30 sono sceso in Basilica ad ascoltare le confessioni di S.U. e di due postulanti indiane. Mi sono divertito a sentire l’Ave Maria in lingua indiana. Conoscevano poche parole di italiano: bello, buono, contento, pregare, Dio, Maria, sì, no, male, bene. Erano felici del segno di croce del sacerdote. Poi sono risalito. Donata è più paziente di me: aspetterà. Piove. Nel pomeriggio parto per Verona. (p.137)

19 Agosto 1979

Ho dormito al convento della Scala. Ho dormito poco per colpa delle zanzare. Ho macchiato la parete intatta vicino al letto con il sangue d’una zanzara; una striscia rossa che non sta bene. Alle 7 sono andato a celebrare in via Cesiolo. Ho visto Claudia. Sono contento di averla vista. Mi ha accompagnato in macchina fino qui. Sta piovendo. Ho l’animo avvolto di tristezza alla superficie, più dentro c’è calma e gioia raccolta. (p.137)

20 Agosto 1979

Ventiduesimo anniversario della morte di mio fratello Celso. Giorno lontano nel tempo ma vicinissimo nel sentimento. Celso, ricordati, tu guardi il volto del Signore, in quel volto vedi anche il mio, quello di Claudia e Danilo. Che teniamo fissi fin da ora i nostri sguardi in quel volto bene.. detto. Ricordati di noi. Ora vado a Solighetto con due missionari. Ciao Celso, mandi. (p.138)

21 Agosto 1979

Vale soltanto una cosa. Quella che insegno continuamente e che mi sfugge ogni tanto e che riprendo di volta in volta, e che rimpiango, e che non mi appaga mai pienamente. In questo momento non vedo che foschìa davanti a me. Ma dentro di me c’è il lume della speranza. Ha le ali leggerissime, impalpabili, e ronza come una zanzara, però senza darmi il fastidio della zanzara. Poi ci sono ali più grandi che mi portano lontano e più in alto. (p.138)

22 Agosto 1979

S. Maria Regina. Ho tenuto la prima lezione di italiano ai cinque studenti messicani. È un divertimento per ora. Anche ora una leggera foschia sull’anima. Ma la speranza dalle ali trasparenti e lucide è presente. Anche le scintille della fede e dell’amore ogni tanto scoppiettano. Attendo. E non faccio niente. Ho confessato tre ore stamattina. E poi pensieri indolenziti e sguardi verso le campagne. (p.138)

23 Agosto 1979

Ho confessato per due orette stamattina. È molto stanca la vita, qui. Ho l’impressione di camminare tra macerie. Non ci amiamo. Ci rispettiamo appena. È rispetto, non è, proviene dalla paura vicendevole. Non è umano. Ci si guarda con timidezza. Quando verrai? Desidero finire questa guerra silenziosa, logorante E ogni giorno tutto da ricominciare, da rifare. È questa la croce di cui parli nel Tuo Vangelo? La croce d’ogni giorno? (p.138)

24 Agosto 1979

Cerco la pace. Ma la cerco dove non esiste. Cercare la pace vuol dire edificarcela dentro con quei mezzi che il Signore mette sempre a disposizione, sui quali noi non poniamo alcun affidamento. La cerco, la pace. La creo nervosamente, ed è questo il modo di buttare all’aria i metodi e le vie più sicure per raggiungerla. Stasera pioggia temporalesca con tuoni e grandine. Perdona, Signore, non mi affido a me ma a Te. (p.139)

25 Agosto 1979

Ho detto a p. Adriano che la nostra vita è non vita. È continuamente controllata e sistemata in una data figura razionale. È rimasto sorpreso. Egli è più convinto di me, credo. Dovrei tacere certe impressioni e idee e luci improvvise che scottano dentro. Sono contento della Tua amicizia. La dolcezza del Tuo perdono è una dolcezza inestimabile. Di questa dolcezza ne potrei gustare all’infinito senza timore di alzare il tasso del diabete. (p.139)

26 Agosto 1979

Mandi. Taia è di ritorno da Lourdes. La Madre Maria concede la grazia e le grazie. Le piccole minute grazie che fioriscono sul prato del nostro desiderio: desiderio di essere. Come essere? Essere come vogliamo noi, come si vorrebbe; desiderio che alla fine viene assorbito dall’altro più concreto, più maturo, più portante, più radicale: di essere quali Lui ci vuole. È molto impegnativo. Porta a morire, a morire veramente. Desiderio che seppellisce tutti gli altri. (p.139)

27 Agosto 1979

Mi metto nelle tue mani, Maria, dammi fortezza contro il maligno. Oggi sono stato a Follina. Erano bellissime le montagne. Pulizia. Eppure le nubi interiormente si alzavano nel cuore, nei sensi. Ogni più piccolo particolare di cose e di strade segnava un punto meno lucido nel sole e nel cielo; tracciava una linea quasi nera nell’aria. E dovevo lottare. Lottare con l’insoddisfazione di una lotta indecisa e timida. (p.139)

28 Agosto 1979

Ricomincio la giornata in ginocchio. L’anima trema, poi si rinfranca. Poi si chiarisce. Poi ritorna a gemere, come ieri. La molteplicità mi sconvolge, arruffa l’anima. Ma le presenze sante mi fanno compagnia e mi sostengono nel mio vacillare continuo. Si cerca il punto fermo, la mano solida, il bastone robusto. La preghiera sembra così esile, e aerea, invece è la fortezza, è la roccia, è la protezione, il grembo. (p.139)

29 Agosto 1979

Anche oggi il patimento esalato dalle pagine della liturgia, pagine che danno sgomento. La morte tacita, priva di cornice drammatica, anzi messa lì in un contorno di festa danzante, da mezza i riflessi pungenti delle perle preziose e del vino rosso scarlatto, pare un soprappiù, una interruzione gratuita di vita: spento è il lume di fede nel cuore di Erode che tradisce Giovanni e la sua voce di verità per non tradire i commensali e la donna. Cade la testa di Giovanni nel vassoio. È nulla una festa, è nulla il sangue puro delle vene del precursore? È bello quel sangue! È il sangue della chiesa. È il sangue delle vergini, è il sangue dei santi. É splendente e fa splendere il corpo di Gesù che è la Chiesa. in un contorno di festa danzante, da mezza i riflessi pungenti delle perle preziose e del vino rosso scarlatto, pare un soprappiù, una interruzione gratuita di vita: spento è il lume di fede nel cuore di Erode che tradisce Giovanni e la sua voce di verità per non tradire i commensali e la donna. Cade la testa di Giovanni nel vassoio. È nulla una festa, è nulla il sangue puro delle vene del precursore? È bello quel sangue! È il sangue della chiesa. È il sangue delle vergini, è il sangue dei santi. É splendente e fa splendere il corpo di Gesù che è la Chiesa. (p.140)

30 Agosto 1979

Ogni tanto viene su qualcosa di torbido, di polemico, di sprezzante. È tutto da vigilare, è tutto da ricollegare a quella realtà finale che è la riduzione del corpo in polvere e dell’essere in essenza unificata. Il momento fugge, scivola rapidamente; lampo che dall’oriente va all’occidente in un medesimo attimo. Non vale dunque che una cosa: avvalorare la Sua presenza che non scivola, che non è tempo scorrevole, che non è lampo. Così sia. (p.140)

31 Agosto 1979

La Tua misericordia è infinita. Se non fosse infinita chi mi libererebbe dalle infinite mie meschinità? Che nemmeno io posso in me enumerare? Maria, Tu che sei la Madre della Grazia, non lasciarmi nell’oscurità di me stesso, fammi vedere come è infinita la mia povertà, infinito il bisogno di luce, infinita la distanza che mi separa da Tuo Figlio, infinita la strada da percorrere per giungere dove Egli mi chiama e mi attende. (p.140)

1 Settembre 1979

1 Settembre. Vola il tempo. Mi sento l’anima di ragnatela: i più piccoli insetti vi si impigliano, le ali dei moscerini: immagini che sembrano cancellate dal tempo, riaffiorano vive, vibranti. Un turbinìo di sensazioni: risentimenti, pensieri polemici, stanchezze, timori. E Tu ci sei, in mezzo a queste vibrazioni, in questi tentacoli? Ci sei ma non urli. Un Tuo urlo metterebbe in fuga e scompiglierebbe questo tessuto di lente infiltrazioni sofisticate, brucianti come punte di fuoco. (p.140)

2 Settembre 1979

Una giornata tutta in confessionale È stata una rassegna lunghissima di casi, di situazioni dove ritrovi la tua situazione riprodotta spesso fino ai minimi dettagli. Una cosa è confessare, udire il penitente e un’altra cosa confessarsi, ma a un certo punto della riflessione le due cose si sentono unite, è come se tu ti confessassi al penitente che si confessa, e l’assoluzione scende per entrambi. Ho ancora viva dentro la preghiera di alcune persone. (p.141)

3 Settembre 1979

Sono spiacente. Ma lo spiacere è come una nube, o meglio una cosa che scende nell’anima, vi cala lentamente e lega, per poi non permetterti di respirare e di pensare liberamente. Ho il dispiacere di Adriano; mi è come sfuggito, ha fatto altra amicizia: di questo non ho sofferenza, ma ho sofferenza di quanto sta operando, mettendomi da parte come uno che gli sia nemico e lo abbia offeso. Dico, parlo così, da montanaro, da carnielo. (p.141)

4 Settembre 1979

Godo della Tua presenza. Godo della Tua esistenza. Godo della straordinarietà di tutto. Sei tutto. Ami senza condizioni. Ami anche se non sei riamato. Ami come uno che non è capace di fare altro. Godo, godo, godo di tutta questa meraviglia. Come puoi essere fatto così? Sei l’invenzione della mente più pazza che ci possa essere, e quella mente pazza sei Tu, Signore. Signore dolcissimo e sole di tutto, eterno sole che fa rifiorire la creazione che noi seppelliamo. (p.141)

5 Settembre 1979

Perché rattristarti per così poco, perché perderlo per così poco? Il sole non può essere oscurato dalle ombre che egli genera con il suo risplendere. Se non risplendesse non ci sarebbero ombre. Le ombre non sono il negativo del sole ma sono un segno positivo dell’esistenza della luce, del sole e del suo calore. Stai al sole. Il ginocchio mi duole. Ci vorrebbe una giornata di sole rovente. Mi vengono a mente moltissime cose. Cose d’altri tempi e diverso modo di sentirle. Abbi di me pietà. La mia vita è una storia lunghissima. Te la racconto in succinto, segretamente. (p.141)

6 Settembre 1979

Medito, rimedito il tema antico. La radice di noi stessi assorbe sempre, in continuazione, la stessa sostanza che si dirama a tutta la persona, avvolge i pensieri, i sentimenti, e infonde perfino al gesto fisico determinati movimenti e comportamenti. Ci vogliono anni per distogliere queste radici dalla loro funzione d’intossicamento e porle in funzione di disintossicamento. Come sono vuoto oggi! E come Ti cerco, Gesù, perché il vuoto si riempia. Ho molto timore. (p.142)

7 Settembre 1979

Mi fa paura il vivere. Il morire meno. Almeno, così mi par di sentire. Ma che cos’è che mi attira, mi sospinge, mi richiama, mi rimprovera, mi alletta, mi respinge, mi da vertigine, i brividi, mi assicura e mi respinge, mi risospinge nell’incertezza, nella pena per tanti, per tutti? Perché questa vanità della precisione, del determinato con precisione, con la speranza che fuoriesce dalle parole e svanisce poi, subito, in faccia alla vita che sale, che ti afferra, che ti ride beffarda? Gesù, in Te tutto ritorna luce. (p.142)

8 Settembre 1979

Natività. Nasce la nuova creatura, che non sarà carnale, sensuale. È una creatura avvolta e penetrata dal soffio creativo di Dio, che non ha mezzi, strumenti, ma è atto di amore puro, sciolto da ogni misura, condizionamento. Come è stata scelta e prediletta, e salvata dal male, così anche noi, non in modo uguale, possiamo essere liberati dal male. Maria, Mamma mia, vedi, abbi pietà della mia umanità tutta debolezza. Difendimi. Proteggimi. È difficile. Ma per Te è facile. (p.142)

9 Settembre 1979

Confessioni. C’è stata ressa. Mi sento molto stanco alla sera. Penso e filo continuamente sul fatto vita e salvezza. Ora sono pensieri preoccupati, ora liberatori. Bisogna pregare. Sono continuamente rimproverato dalla coscienza di non pregare. Alle persone spiego cosa voglia dire pregare e come bisogna pregare; per me quelle prediche sono sempre un di più, come se non fossero adatte al mio essere prete. Vorrei che quanto predico fosse già vissuto e rivissuto da parte mia. (p.142)

10 Settembre 1979

Oggi abbiamo avuto un incontro comunitario. Quante parole che crediamo utili! Ma saranno pure utili. Devo diventare più mite, paziente, umile. Del resto è la preghiera di tutti i giorni. Ma Egli può fare molto più di quello che io possa domandare o pensare. Crediamo di farci umili da noi stessi, mentre è Lui che fa tutto. Essenziale è desiderare di essere come Egli desidera e guardare alla nostra miseria con la sicurezza del perdono. (p.142)

11 Settembre 1979

È morta Sofia, la madre di Carmen. Era una persona ridotta a una goccia di vita. La sua sofferenza, ciò che ha patito, non so se i suoi figli Io hanno potuto misurare. Nella bara era come una bambina dí cera; uno stelo, una foglia. È passato per lei il momento visibile, lei ora si trova nel mondo invisibile, in quella creazione che non abbiamo mai visto con gli occhi del corpo, ma la vediamo meravigliosa con gli occhi della fede. Sarà meraviglioso, vero, Sofia? Vero mari, pari, Celso, Olimpia? Vero sorellina? (p.143)

12 Settembre 1979

Sono stato ai funerali della Sofia. Tanta gente. Ho concelebrato e sofferto. Sofferto e concelebrato. Anche Maurizio mi è rimasto nel cuore. Ho sofferto anche nella carne, anche nel cuore. Com’è che non posso mai essere libero dal soffrire? Madre mia aiutami! Che non offenda più né Te né Tuo Figlio, né il Padre che voglio amare, e desidero che mi mostri più chiaramente il Suo amore. Forse me lo dimostra chiaramente, ma sono io che ho occhio torbido, vista intorpidita. (p.143)

13 Settembre 1979

Ho sempre qualcuno con cui bisticciare. Se non è qualcuno, litigo con me stesso. Vorrei questo e quello, vorrei essere così e colà e non mi placo con la realtà. Ognuno è spina per l’altro. Vorrei essere solo, perfino morire solo. Vedo che gli stessi sentimenti e lo stesso pensare sono anche di Claudia. Ma credo dipenda dall’essere troppo piccoli e il mondo non calza con la nostra piccolezza. Ci sono tante persone in giro sicure e felici. Che sia vero? Benedetta Tu fra le donne: la benedetta fra le donne, benedetta fra le donne. Te lo dico, Mamma, non per ottenere qualcosa da Te, ma perché sei bella. Sei degna di essere amata. Ma non lasciarmi in preda ai miei nemici, in preda di me stesso. (p.143)

14 Settembre 1979

Croce. Me la sento. Sentirla è meno dura che portarla senza riconoscere che è croce. Avviene di considerare croce una determinata cosa spiacevole, un fatto spiacevole, un patimento fisico ben preciso: può essere croce tutto questo. Però penso che croce sia anche quella incancellabile nebbiolina di tristezza che copre l’anima, come di uno strato di elementi autunnali. Soltanto il pensiero dell’Eternità riesce a trafiggere quel velo e a raggiungere l’anima con un raggio di luce e di calore. Il non credere alle Tue sofferenze portate per me vuol dire non credere al Tuo amore. La Tua croce è quella della sconoscenza. È la Tua croce non riconosciuta da moltissimi, dalla maggioranza degli uomini. Esaltazione! Soltanto ciò che costituisce croce avrà la sua gloria. Perdonami che finora non ho tenuto conto della Tua croce e ho camminato come se la strada fosse un dovuto, un diritto, come se la vita non fosse un dono da custodire. Però sento che anche la Tua croce è fatta anche della mia e che la mia è fatta anche della Tua. È meglio stare con la croce che cercare liberazione da parte degli uomini. Se consideri croce quel dato aspetto di te stesso è perché non la porti con pazienza e fede. Lui cammina davanti a te e a tutti quelli che hai intorno. Egli occupa il primo posto. È bello, è liberante sentirlo, vederlo sempre al primo posto. È la prima persona. (p.144)

15 Settembre 1979

Tu, Madre, non hai fatto mai una cosa per esibizione, per farti notare, ma esclusivamente per adempimento della volontà divina. La Tua grande croce è grande perché la Tua scelta fin dall’inizio era sulla linea di Dio, e perché il tuo “fiat” non è stato condizionato da alcun interesse personale e l’hai vissuto, portato a termine senza vacillamenti. Per questo la Tua croce è grande quanto quella del Tuo Figlio che ha proiettato la Sua ombra di uomo dei dolori sulla Tua maternità e su tutta la Tua anima. (p.144)

16 Settembre 1979

Si pensa di salvarsi senza mettere alcun impegno. Ci vuole molta preghiera, molta mortificazione, molto amore. La salvezza non è più facile e a buon mercato oggi di ieri. Ha lo stesso prezzo; c’è solo una differenza soggettiva: siamo diventati più mondani e facili nell’autogiustificarci. Il giorno verrà. Non si arriverà a cambiarlo né a lenirne la gravità. Bisogna stare pronti, vigilare. Non sono parole aggiunte dai copisti o dai traduttori, sono parole Sue. E con chi parlo? Dico a me stesso queste cose. (p.144)

17 Settembre 1979

Sono una testa matta. Quando vorrai Signore? Io Ti aspetto. Ti attendo, malgrado tutto, la mia è un’attesa, come vedi! C’è il sonno che mi sorprende. Certe sonnolenze irriverenti, disdicevoli. Ma è un’attesa. Sai cosa Ti dico? Che sono stanco e troppo mi pesa questa vita. Quante ragnatele! Vieni presto in mio aiuto. Sono povero e ciononostante altero e aggressivo. Ti chiedo perdono ma Tu sai bene come fare a spezzare il mio org-glio e l’amor di me stesso. (p.144)

18 Settembre 1979

In viaggio per la Carnia.
Aiutami, Signore: Padre, Figlio e Spirito Santo. Aiutami, Madre mía. Ho tanto male nello spirito. Un male da motivazioni inconsistenti. C’è orgoglio e sofisticata umiltà. Non so se dico il vero. Grande confusione, sì. Vorrei placarmi e riordinarmi. Aiutatemi. Vorrei uscire, fuggire. Forse sono ammalato. Oggi dovrei partire per Udine. Ma sono ancora perplesso. Datemi luce. Datemi un po’ di sicurezza. I miei nemici che sono in me stesso si sono tutti sollevati contro di me. Aiutatemi. (p.145)

19 Settembre 1979

Mi trovo a Ludaria con Fina e Remo. Sono passato dai familiari di Sisto. Sono andato a trovare la Noemi appena uscita, la sera prima, dall’ospedale di Soligo. Sono salito dalla Gina, a S. Boldo. Ieri tutto questo. Ho pernottato a Chialina. Quanto camminare ansioso, con la continua ricerca di Te! Continua? C’è ogni tanto qualche sospensione. Qualche allontanamento, quasi voluto, quasi non voluto. Come la tentazione È tutto indefinibile in me. (p.145)

20 Settembre 1979

Mi trovo quassù. È come essere in vacanza. I giorni sono pochi. Fino a sabato. Domani alla sera devo essere all’ospedale con Rina e Sonia. Vorrei essere sempre con Te. Penso e ripenso a Te. Abbi pietà di me. Dimentica quei momenti, quelle ore nelle quali io Ti dimentico e mi appiccico alle creature. Dammi sete di Te. Liberami dalle paure. Salvami dalle paure patologiche e dalle illusorie sicurezze che provengono dalle creature. (p.145)

21 Settembre 1979

Partenza per Udine. Poi su a Monte Maggiore. Ritorno a Chialina, verso le 19; rientro a Ludaria verso le 20. Ti ho dimenticato troppo a lungo oggi. Perdonami. Ti prometto di pensarti di più, più a lungo e più intensamente. Ma Tu dammi di sentirti sempre il primo di tutto e che senta sempre il bisogno di Te. Penso ogni tanto a Claudia e ai miei cari. Perdona a questo e a quello, ma soprattutto a me. (p.145)

22 Settembre 1979

Sono in partenza per Vicenza. Preparativi. Accompagnami. Non voglio stare senza di Te. Che non sia come la notte scorsa, la mia giornata, popolata di immagini inutili, dannose alla mia mente, al mio cuore, e al Tuo cuore. Mamma mia, aiutami a lavorare con la testa e con il cuore come è necessario a un figlio di Dio, a un sacerdote. Proteggi i miei parenti e i miei cari. Coloro che mi hanno fatto del bene e del male. (p.145)

23 Settembre 1979

Ieri sono ritornato dalla Carnia. Affrontare tutto di nuovo. Pensare ancora a lungo. Ma che vale? Che cosa valgono tanti pensieri che sono come schegge, in paragone al pensiero grande della fine? Finirà tutto. Ricomincerà tutto sotto un altro sole, in un’altra atmosfera. Signore, Tu sai tutto. So che sai tutto. Conducimi Tu per mano. Il mio piede non è mai sicuro, il mio passo è indeciso. È la mia croce questa. Poi guarda di Claudia, di Danilo, di Donata, dei più piccoli e indifesi. Che importanza ha il giudizio degli altri? Perché cercare l’approvazione degli altri? Perché rattristarti per la disapprovazione degli altri? (p.146)

24 Settembre 1979

Dio ha posto in noi la Sua potenza creativa: ogni volta che ci lasciamo guidare dall’amore non facciamo altro che lasciare posto a Dio in noi, creare Dio in noi, perché appunto Egli è l’amore. Un desiderio quasi forte di morire per fuggire al male, al mondo senza pace degli uomini, alla compagnia senza amore degli uomini. Cristo è l’uomo unico che conosce e compatisce e comprende e perdona tutte le miserie umane, perché le conosce e perché nessuno gli è estraneo. (p.146)

25 Settembre 1979

Perché? Forse non mi basti Tu? Quanta paura di non arrivare dove Tu mi vorresti! E fingo di non saperlo. Bisogna continuamente purificare la mente e il cuore anche se sembrano candidi. A tutti i visi bisogna sovrapporre il Suo volto e spogliarsi dalle abitudini mentali e sentimentali, e voler aver fiducia, e voler abbandonarsi come si farebbe con una creatura che si adora, ma ancora di più, infinitamente di più, perché se la creatura è adorabile, cosa dovrà essere il suo creatore? (p.146)

26 Settembre 1979

Grazie, Signore, grazie per tutto quello che mi hai dato ieri e mi donerai oggi. Oggi è ricomparso il sole. Illumina tutto. Quello che ieri era seppellito in un mare di nuvolaglie oggi brilla di vita. È come una risurrezione. Sarà così la risurrezione. Come siamo stolti a non credere e a non vivere di questa certezza nella risurrezione quando così frequente ce ne dai un saggio simbolico nella creazione! Gli alberi si muovono gioiosamente nell’aria limpida nel sole azzurro. Grazie, Signore, per questi raggi di sole, nuovi come la tua grazia, il tuo amore che è da sempre. (p.146)

27 Settembre 1979

Come fai a sopportarmi quando non credo al Tuo amore? Quando non credo che sia da sempre il Tuo amore? Mi lascio abbattere come uno che non ha amici, che non ha di che gioire. Non mi basti Tu? E mi lagno con me stesso. Oggi no ma so che mi lagnerò come pecora smarrita. Ma sopportami. Sopporta la mia serietà, la mia tristezza che è da sempre. Sono quelli che Ti cantano con la gioia, e sono altri che Ti cantano con la tristezza. Divertono e commuovono anche le canzoni tristi. Tu conosci la sorgente di questa tristezza che accompagna, inseparata compagna, la mia vita che è sempre nell’attesa della novità che nessuno al mondo è capace di confezionare come Tu solo sai fare. Però, diciamo la verità, anche Tu eri molto triste in vita nella Tua terra, in casa Tua. A tratti solamente tutto Ti sorrideva e sorridevi. Tuttavia Tu avevi perché più grandi dei miei perché. (p.147)

28 Settembre 1979

Non permettere che io goda di me stesso altrimenti la gioia è gioia sofisticata e intossicata. Ti prego E come gioire di se stessi, se gran parte del-l’umanità è nel male, è nel patimento? Grazie anche oggi, per oggi. Non so accettarmi come Tu mi accetti mal-grado tutto. È giornata di sole anche oggi. Tutto scorra sulle ali della sp-ranza Grazie che sia andata bene. Mi attende sempre una specie di flagellazione nella vita. (p.147)

29 Settembre 1979

Perché devo abbandonare l’idea e l’impegno di donarti il mio pensiero in qualunque momento e in qualsiasi situazione? Sei Tu un fantasma irraggiungibile? Sento invece che sei proprio Tu a dettarmi queste parole e a infondermi questa volontà. Il mio cuore se ne va, se ne fugge verso quelle montagne che Tu conosci e che sono delineate nelle mie pupille fin dall’infanzia. Sono richiami che provengono dal profondo della mia sensibilità, dove si trovano incise cose e persone molto belle. (p.147)

30 Settembre 1979

Però bisogna approfondire meglio. Cose e persone belle. L’origine di questo sei Tu. Il cuore che contiene tutti i battiti dei cuori che pulsano per le bellezze del mondo. Sei adorabile, e solo Tu lo sei. Mi sento triste di non poterti afferrare; deluso di non averti sempre vivo come in certi momenti. Che non siano soltanto parole. Tu sai accettarmi come sono, perché fin dall’eterno Tu sai come sono. Niente di nuovo dunque in me nei Tuoi confronti. (p.147)

I Ottobre 1979 S. Teresa.

È stata oggetto e soggetto del Tuo amore sconfinato. Tu puoi tutto; anche fare pane con le pietre. Sono infinite le pietre che non Ti amano, eppure, se Tu vuoi, tutte incomincerebbero a palpitare solo per Te. Perché non lo fai? È la mia tentazione che Ti propongo, o forse è il desiderio che tutti Ti vogliano bene? Che cosa esiste che non sia Tuo e frutto del Tuo amore? Niente esiste se Tu non esistessi. Che assurdità! O stolti e tardi di cuore! Arriviamo sempre tardi, quando viene la notte, quando siamo vicini a spegnerci. E Tu ci accogli ugualmente con amore tenerissimo. Altro che il nostro amore! (p.148)

2 Ottobre 1979 Ss. Angeli Custodi.

L’Angelo custode è quell’essere che stimola ciascuno di noi a riconoscere, a far attenzione, a dar importanza all’invisibile. A non lasciarci frastornare solo dal visibile. Il mio pensiero acquista valore, si arricchisce ogni volta che si cala o si lascia assorbire dal mondo invisibile, che rappresenta la realtà prima e ultima. Tanto più se il pensiero si veste di amore. Il bianco angelo è bianco, e candido, simbolo di chiarezza perché egli sta sempre davanti al volto di Dio e tutto porta davanti a quel volto benedetto. (p.148)

3 Ottobre 1979

L’Angelo mi stimola ad adorare il mistero di Dio nascosto in tutte le cose, nella creazione, nella persona umana, nei Sacramenti. Nell’Eucarestia che è la povertà di Dio, il silenzio di Dio. Il Dio nascosto, che non ha bisogno di clamori. L’Angelo ci introduce a parlare con quel mondo invisibile fino al punto che il mondo visibile cessa di influenzare per disperdersi in mille frammenti. Gratuità. Sono capace di gratuità? Sono capace di dare gratuitamente? Di pregare solo per dovere amoroso di adorare? (p.148)

4 Ottobre 1979

Miscela di vanità e umiltà. Miscela diabolica. È come vivere su due tronconi di vita, è come camminare in direzioni opposte, è come ridurre la vita interiore a nodi impenetrabili, a foschìa. È un cercare certezze e sostegni effimeri. Sono infinitamente povero anche quando sto operando bene; non conoscere la radice delle nostre intenzioni è uguale a essere ciechi e usare esplosivo inconsciamente. Se Dio non fosse infinita bontà! (p.148)

5 Ottobre 1979

Ieri sono stato a Verona. P. Adriano Agosteo è stato ricoverato all’ospedale a motivo del cuore che si trova in condizioni disastrose. Mi ha fatto molta pena. Che sia soltanto pena? Provo intensamente questo sentimento, che mi suscita un pensiero più vasto sulla natura dei sentimenti umani; accade a volte che si trasformino in qualcosa d’altro, di confuso; il più delle volte, si colgono in un contesto nel quale ci pare di vedere, o meglio di metterci, solo l’aspetto buono, fraterno, mentre in realtà vi si danno convegno molte altre componenti che hanno origine strana, indefinibile, in netto contrasto con il primo aspetto. Pensiero di pena riflessa su me stesso. (p.149)

6 Ottobre 1979

Una chiamata da Rigolato. Rigulàt. Sono realtà trascorse. Il tempo ha trascinato via… Il torrente del tempo, impetuoso, s’è divertito come fa con piccoli avanzi di rami, con foglie morte di faggi. Non ho rimpianto. È rammarico, o forse paura che ritorni per un attimo; il cuore, a volte… Le nuvole passano, ritorna il sereno e poi le nuvole riappaiono. Se tu fossi più forte di quella voce e se la tua voce fosse forte così! Ma Lui è forte. Sono sicuro. (p.149)

7 Ottobre 1979

La Madonna del Rosario. La preghiera del povero, il Rosario. Oggi non m’è stato possibile recitarlo. Oggi è stata una giornata di lavoro intenso nel confessionale. Raffronti. Richiami più a me stesso che ai penitenti. Le cime degli alberi che contemplo dal finestrino del confessionale, mi suggeriscono idee e mi creano riflessioni. Quando gli alberi sono verdeggianti, quando sono spogli, quando sono autunnali o primaverili, mi rivolgono, ogni volta, ad ogni mutamento, una parola adeguata. (p.149)

8 Ottobre 1979

Sono sul punto di scrivere i miei ricordi e di consegnarli a p. Alessandro, per il bollettino “Madonna di Monte Berico”. Ho l’impressione di fare della vanità, mi ci butto con troppo furore. Devo astenermi per brevi tratti. Placare l’animo. Placare la parola e l’immaginazione che crea. Sono qui. Faccio presenza. Non voglio isolarmi. Lascio a voi decidere se trascriverlo, il diario, o lasciarlo dove si trova. Sento fame di preghiera. (p.149)

9 Ottobre 1979

L’anima è taciturna. Con un tantino d’angoscia al centro. Tremito di foglie. Il fogliame di impressioni mattutine e di pensieri nudi è solleticato da una brezza autunnale dispettosa. Ridesto, appena sveglio, intorno a me, le presenze che mi accompagneranno per tutta la giornata. Senza di loro è vuoto il mondo, e l’anima inaridisce in noie e tristezze, in sentimentalismi, in viaggi inutili dell’immaginazione. La certezza bisogna cercarcela all’inizio di ogni giornata. (p.150)

10 Ottobre 1979

Fede, fedeltà, fiducia. Non sono mai limpido nei pensieri e nelle parole e neppure nelle opere È tutto un brulichìo che nasce da un mucchio di letame, la mia vita. Una nube di moscerini che si leva dagli escrementi e si dirige sui volti dei passanti. “Ab occultis meis libera me Domine!”. Quali intenzioni nel nascosto di me stesso? E che sentimenti escono dal cuore diramandosi per le vene e i tessuti di cui sono composto! (p.150)

11 Ottobre 1979

Anche il mio scrivere assiduo ha qualcosa che lo stimola che forse non è limpido? Cerco sempre me stesso. C’è un reticolato intorno a me, che punge chiunque si accosti. Come liberarmi da me stesso’? È una parola! Se non ci fosse la preghiera a rendere possibile l’impossibile, sarebbe la dannazione. Oggi, nella liturgia, si dice di cercare, di bussare, di chiedere.  Voglio chiedere lo Spirito Santo. “Veni, Sancte Spiritus et emitte coelitus lucis tuae radium.” (p.150)

12 Ottobre 1979

Sulla strada scura cerco la luce, le due luci. Non posso camminare se non guidato, attirato da quelle. Sono gracile e incerto nell’anima Spesso mi sento desideroso di morire perché, più della morte, mi incute paura la vita, il mondo degli uomini. (p.150)

13 Ottobre 1979

Lc 11,37-41. “Piuttosto date in elemosina quel che c’è dentro”. Passo oscuro: oppure è l’elemosina che purifica perché unisce poveri e ricchi in uno stesso bisogno di salvezza. Rom 1, 16-25. “…di fede in fede”. Da una fede meno perfetta a una fede più perfetta. Non c’è altro fuori dalla fede, se non oscurità e ripetizioni della storia a sé stante. Giustifica, il Signore, con la Sua volontà d’amore salva l’uomo che crede in Lui. Non è una ricompensa distributiva, cioè ricompensa riguardante le opere, ma è dono gratuito di Dio che rende la fede strumento di salvezza. (p.151)

14 Ottobre 1979

Fai tanto rumore per niente. Dona anche questo al Signore, e fanne tesoro. Sono queste cadute che ti convincono della carità-comprensione che deve guidare i tuoi rapporti con il prossimo. È così evidente. Ti fa capire quanto è grande il dono del Signore e quanto è meschina la tua opera. Non vale nulla davanti al credere. Hai visto quante persone soffrono più e meglio di te? Deponi le tue vanità, i tuoi orgogliosi giudizi sugli altri e mettiti a vivere alla presenza di Dio non servendo l’occhio del tuo prossimo. (p.151)

15 Ottobre 1979

Terra terra. Preghiera meccanica. Sentimenti sconsiderati, incontrollati. S.D. attraversa un periodo… non ne riesco ad afferrare il significato, il contenuto. Pazienza. La fede non deve essere turbata. È piovuto anche oggi. Sono stato goloso e bambino. Mi sforzo di slegarmi dagli altri per ciò che riguarda il mio comportamento che mi condiziona stupidamente. (p.151)

16 Ottobre 1979

Domani ricomincio il triduo con le suore di Villa Bedin in preparazione alla festa di S. Maria Bertilla. Anche l’anno scorso ho tenuto questo ritiro. Di che parlare? Della fede. S. Bertilla è una donna di grande, profonda fede; la fede l’ha portata, l’ha innalzata. La fede le ha richiesto donazione, abnegazione, dimenticanza di sé, umiliazioni, carità. Ha risposto con grande generosità e naturalezza anche nei momenti più duri, dichiarando: “Voglio e debbo”. Mi chiedo la vera ragione del mio diario. È vano? Può essere vano. (p.151)

17 Ottobre 1979

S. Ignazio. Inizio del triduo in preparazione alla festa di S. Maria Bertilla. Claudia fa silenzio. Non sarà ammalata? Tanto occupata da non trovare tempo per una parola? I rami degli alberi lungo la strada che da Pesariis porta a Culzei mi sono ancora davanti agli occhi. L’acqua che scendeva a balzi dalla roccia mi parla ancora all’orecchio e al cuore. Quando rivedrò quel mondo? Con Te. Senza di Te. Non voglio accostare nessuno. (p.151)

18 Ottobre 1979

Che sono tutte queste piccole vicenduole nervose di rapporti umani? Di fronte al futuro, che cosa valgono? Non vedi che infondi importanza e valori grandi agli avvenimenti più trascurabili? Cerca di essere quello che sei, ma davanti a Dio, che è con te in modo non soltanto intimo ma fa parte di te. Non puoi nascondergli niente. Non puoi fingergli. Metti tutto alla Sua presenza. Nel Suo amore. Nella Sua sofferenza. (p.152)

19 Ottobre 1979

Ancora lavoro di demolizione di te stesso. È fondamentale. Tutte le paure sono un elemento dell’istinto di conservazione. Conservare te stesso. Lascia entrare l’aria del regno, l’aria pura delle promesse. Cambiare l’aria pesante, aprire le finestre. È una parola. Prega con umiltà. Prega per ottenerla. Prega per la tua fede e la fede di tutti, specie dei tuoi parenti, dei tuoi confratelli. Spera in Dio et fac bonitatem.  Le piccole cose cerca di compiere, le grandi cose le compie solo il Signore. (p.152)

20 ottobre 1979 S Bertilla.

Un po’ di Bertilla ci vorrebbe nel sangue e nel cuore di mia nipote Claudia; ma prima in me. Ho ricevuto lettera da Claudia ieri È a terra. Occorre pregare. (p.152)

21 Ottobre 1979

È migliore la debolezza che l’orgoglio. Sono due mali, l’uno è morbido, l’altro è arrogante. Attenzione alla svogliatezza, nei vuoti si ritrovano sempre le fantasticherie. I fiori sono nell’orto e sono infreddoliti. Io sono infreddolito, sonnolento. Ho voglia di dormire. Che voglia! È possibile rimanere a lungo con la testa così vuota? L’animo assente non sente. Bisogna che prenda un libro. È un peccato perdere, sciupare il tempo. È un peccato. (p.152)

22 Ottobre 1979

Sono le 4.30, non si vede se piove o c’è sereno. L’animo non è sereno. È solcato da malessere. L’origine di questo malessere sono, sembra, due cose quella e l’altra. Non sono importanti ma si riferiscono a cose di un certo valore: la carità e l’orgoglio È difficilissimo dominare la lingua anche se ti proponi al momento giusto di non parlare o di parlare con moderazione e rispetto. A un certo punto, sospinto dalla foga, dalla ragione sorretta dall’orgoglio e dalla vanità, imbocchi la strada sbagliata. (p.152)

23 Ottobre 1979

Oggi parto per la Carnia. Prima vado a Verona a prendere Remo e Fina e quindi via, per Udine e Rigolato. Lascio qui il diario. Lo ricomincerò al mio ritorno. (p.153)

25 Ottobre 1979

Eccomi rientrato dopo tre giorni. Ho vissuto fuori da questo ambiente a contatto con la mia gente. Ho goduto del panorama meraviglioso della natura con i suoi innumerevoli colori che sono come una festa di commiato della stagione. Autunno rosso e giallo, ruggine e rosa, sotto un cielo profondamente azzurro. Mi incanto. Mi incanto. Non c’è bellezza che non mi attiri e non riapra antichi crateri di sentimento. Perché sono così malleabile, così duttile? Eppure tutto ha avuto il suo prezzo. Il costo non è stato ancora versato, credo, nemmeno per la millesima parte. Quale costo? Il costo d’aver amato le cose e il mondo (non quello mondano) nel quasi completo abbandono di Lui che tutto mi offriva perché più Lo amassi. Le sorelle e i parenti mi hanno rallegrato. E ho ringraziato per questi doni di rivedermi tra la mia gente. Però c’è molto patimento dappertutto. Rina piange, Sonia piange, la sorella Maria soffre, Renzo soffre, Vira soffre, Guido e Maria soffrono, Claudio e Rosanna soffrono, Carli e Gustavo soffrono, Mario soffre e combatte la sofferenza con nuove sofferenze. È tutto un volersi o troppo bene o troppo male. Lavorare è l’unica medicina che come droga lascia un po’ di tempo nell’immemoria, e nell’inganno che tutto con esso si risolva. (p.153)

26 Ottobre 1979

Ma dove è andato il timore di Dio? Il rispetto per il Suo amore? Sembra non esista e sembra di fargli un piacere se crediamo che esista. E forse è così. Dio ha piacere che gli crediamo. Forse questo è il più bel favore che gli concediamo: credere che esista come amore, che esista come bontà, che si rivela in maniera evidente. Però per noi l’evidenza non è la Sua. Guardo l’albero che lascia andare col vento una nuvola gialla di foglie. E sulla strada si scapriccia l’aria pungente con i resti di foglie del granturco. (p.153)

27 Ottobre 1979

Illegio è bella. La chiesa di S. Floriano in vetta a quella collina pare ringiovanire in questo sole. Gli autunni che hanno lambito quelle pietre sono più di mille e ciascuno di essi ha lasciato un segno che noi non riusciamo a scorgere. Invece su di noi notiamo gli autunni, anche se sono pochi. E quelli dello spirito? Signore che siano tutti per Te quelli passati e quelli avvenire. Claudia in questi giorni m’è stata sempre vicino. All’arrivo stasera all’istituto ho celebrato per l’anima di mia madre. Ricorre il diciassettesimo anniversario della sua morte. Quel giorno m’avevano telefonato da Ludaria. Sono partito quasi subito. Ma è spirata prima ch’io giungessi a casa. Sono cose che dolgono. Se n’è andata. Proprio senza vederla morire, mia madre. Sento ancora nella mia mano la sua, felice di toccarmi, me la baciava spesso con fede, con la fede antica, adorante, commovente, rispettosa, dignitosa. (p.154)

28 Ottobre 1979

Grazie del Paradiso che mi tieni preparato. Vado ragionando dentro di me sulle difficoltà grandissime di mettere in pratica la parola di Dio e qualsiasi altra parola che richiami la bontà d’animo, la pazienza, il perdono… Siamo sempre più propensi a fermarci alla parola, al termine, al suo significato esteriore, mentre non ci poniamo a penetrare il cuore della parola, il suo interno, per poi assimilarlo alla vita. È una cosa stranissima. Di più quando s’insinua la persuasione di essere e di vivere le parole che diciamo. (p.154)

29 Ottobre 1979

Ho parlato a lungo con D. E anche con R .E anche con me stesso. E anche con Lui e con Lei. Tutto si riduce a elementi essenziali raccolti in fondo alla mente e al cuore: tanta vanità mia, tanta meschinità nel cercare la stima e molta paura di perderla. Mi muovo e agisco come condizionato dalla presenza degli altri. Non c’è il sole che mi illumini; esistono soltanto le candeline delle presenze umane, tremanti. Abbi pietà di me, Signore. Abbi pietà. (p.154)

30 Ottobre 1979

Ho un forte raffreddore. Ho celebrato la Messa della comunità, solo, senza concelebranti. Il priore, il p. Giovanni e il p. Polo si trovano da ieri a Rovato per l’incontro dei priori. Sento solitudine. Nella solitudine sento gli anni passare. Rivedo la mia infanzia. Misuro il tempo eventualmente da vivere. Peso la mia tentazione. È un flagello. Mi vergogno di me. Vorrei essere la Veronica nei miei confronti. Asciugarmi. Ripulirmi. Stendermi sugli occhi un velo. Distendermi, riposare. (p.154)

31 Ottobre 1979

Come è strano il mio cuore. Attimi di male lo attraversano. Se non si è vigilanti il male penetra come l’acqua in un panno, come nel terreno. il diavolo che deforma, che capovolge, che contraddice, che gode del male, perché è il male che gode di se stesso. Mi sento cuore di pietra. È tutto egoismo e orgoglio; pieno di me stesso. Che sia io solo a sentirmi così meschino, a essere così meschino? Ma se fossi solo non sarebbe quel gran male. Il diavolo avrebbe un solo seguace. (p.155)

1 Novembre 1979

Domani festa di tutti i Santi, i buoni. Sono moltissimi, anche viventi. Messi a confronto però con tutti gli altri sono un numero esiguo. Non si può essere certi di appartenere a questo esiguo numero. Passando in rassegna le persone che sono vissute, e vivono con me, potrei dire che quasi tutte sono buone, un po’ buone. Che discorsi! Non vedi che non sono niente questi discorsi se li metti davanti a un atto di amore? Non è l’amore che ti avvicina a quei buoni? Non è l’amore che ti stringe all’unico vero buono che è Gesù? Perché perdi inutilmente tanto tempo? Prega e ama. Prega per imparare ad amare. E basta. Il Regno dei cieli è vicino. Mamma, non è vero che è vicino? (p.155)

2 Novembre 1979

Perché affannarsi in tante cose? Perché le cose devono darci tanto affanno? Perché lasciarci dare tanto affanno dalle cose? L’orizzonte è meraviglioso anche se quasi piove e la nebbia non permette di vedere che a pochi metri. Penso ai morti con tenerezza, con tenera amicizia. Mi parlano giulivi. Sono giulivi, e mi dipingono un tramonto più luminoso dell’alba e dell’aurora. Mamma, papà, Celso, Olimpia, p. Mariano, p Emmanuele, Sisto, Italo, Gradisca, p Zanetti, Incao, Giuriato, tutti. Mi attendono. Quando rivedrò il loro volto? E come sarà’? E come sarà il volto di Dio. E della Mamma del cielo? (p.155)

3 Novembre 1979

Mamma! C’è un bel sole. Il sole mi invita a uscire; ma più che a uscire di casa, mi invita a uscire da me stesso. Tu mi guardi con pietà infinitamente materna, aspettandoti da me una risposta che ogni giorno, allo spuntare dell’aurora, rinnovo senza mai portare a compimento. Il sole così sembra oscurarsi e raffreddarsi E non sto bene così. Un vestito lacero il mio vestito, impolverato, che mi fa sfigurare ai Tuoi sguardi. Tu soltanto puoi cambiare questo cuore pieno del polverìo dell’orgoglio. (p.155)

4 Novembre 1979

Non pensare, non credere che agli altri non costi fatica parlare con te. La Via Crucis ti insegna tante cose necessarie e utili: vedi di non guastare di non svuotare le tue riflessioni lasciandole allo stato di pura riflessione Un pizzico di realtà ci vuole nella massa di riflessioni nelle quali ti vedi bello e buono, mentre nella vita pratica non ti comporti con coerenza e con rispetto verso le tue convinzioni e verso la verità. Un “nido di vipere” è spesso il tuo cuore. Non c’è tempo da perderei Le chiacchiere non sono utili a nulla.  (p.156)

5 Novembre 1979

Qual è la facile cosa che devi fare? È molto facile. Il resto, il grande lo farà Lui. Però sii fedele nel piccolo, nel facile, dove non esiste remora alcuna, l’alibi del timido, dello stanco, del patologico. Custodisci la mia lingua avvelenata, poni riparo alle ferite che essa porta al prossimo, spegni l’orgoglioso pensiero che circola nel mio essere che non è sottomesso, non cede, si impenna. Tu solo che sei grande puoi infondermi convinzione del mio limite. Tu che sei l’illimitato. Maria, fammi grande nell’umiltà.  (p.156)

6 Novembre 1979

Qual è la cosa che devi chiedere ogni giorno nella Celebrazione Eucaristica? Non l’hai mai chiesta? Rarissime volte. Strano! È un problema fondamentale, è una questione di primo piano. È il primo comandamento da attuarsi: amare il prossimo tuo. Le cose più belle e importanti si ripetono molto spesso a parole, troppo spesso, rimanendo parole.  (p.156)

7 Novembre 1979

Abbiamo la consuetudine di formare categorie: peccatori e non peccatori, cattolici e non cattolici… religiosi e non… Al Signore invece piace salvare, avere gente da salvare e da perdonare. Ora anche a te tocca perdonare e amare anche la ripugnanza, anche l’umiliazione, anche il disamore, anche la mancanza d’amicizia e di simpatia, anche l’inimicizia. Il tuo cuore va cercando riposo, e lo trova sempre più raramente. Bisogna far pena per avere un poco di attenzione dai fratelli.  (p.156)

8 Novembre 1979

Ognuno è come è stato fatto. Conciliarci pur se siamo discordanti nei modi, nelle idee, nell’età, nel grado di intelligenza e nelle forme del sentimento. La creazione vive la sinfonia delle diversità: filo d’erba, albero, fiore, pietra, acqua, aria, nuvola, vento, pioggia, caldo, gelo, brina e nevi, animali d’ogni specie, uccelli alati, pesci, leone. Nel mondo visibile e fisico, e nel mondo invisibile e spirituale, è tutto regolato da una legge di concordia, e noi dobbiamo lasciarci regolare da una legge d’amore.  (p.156)

9 Novembre 1979

Sono infinite le vie del tradimento. Non pare non sembra che sia vero. Basta una distrazione per scivolare in quei fossati scavati al lato del nostro vivere, ai fianchi del nostro itinerario scrupolosamente stabilito, seriamente tracciato. In quei vuoti si può precipitare con estrema facilità. Un pensiero che sembra solo inutile e stupido può rendere il piede sdrucciolevole. Una buccia di banana che ti manda a gambe all’aria. Il Signore è con me ora. Lo sarà in tutto quello che combinerò fino alla sera? (p.157)

10 Novembre 1979

Il ministero sacro consiste nell’essere rivestiti da Dio per mezzo di Gesù Cristo dell’attitudine di attingere la bontà da Dio per distribuirla agli uomini. La bontà appartiene soltanto a Dio e nessuno può dirsi buono, neppure un Suo ministro, se non per bontà partecipata mediante la grazia che è amore Suo diffuso nei nostri cuori. Ho chiesto stamattina che con me viva la grazia di riconoscere in ogni momento la mia povertà, e la grazia di saper amare i fratelli. (p.157)

11 Novembre 1979

Melitone di Sardi scriveva all’imperatore Marco Aurelio che i cristiani con la loro preghiera salveranno l’impero. Apologia di Aristide: “È per la preghiera dei cristiani che il mondo sussiste”. Melitone è convinto che tra vita verginale e risurrezione vi sia un rapporto. Verginità- da recuperare Pensiero della Risurrezione. Preghiera-contemplazione. Sublimazione del patimento. (p.157)

12 Novembre 1979

Grazie che mi dai l’occasione e la capacità di pregare. Grazie che mi hai dato la grazia di rialzarmi. Oggi ho bisogno di quelle parole: “Neque turbetur cor vestrum.”  La mansuetudine, la mitezza, sono molto in ribasso. Sembra di camminare in mezzo a un ginepraio. Il cielo oggi è sereno, dovrebbe comunicare chiarezza e serenità. Ci sarà. Ma io non sono sereno. (p.157)

13 Novembre 1979

Sap. 2,23-24 Prima lettura: “Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono.” Bello il capitolo che segue, il terzo: “Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti, parve che morissero… la loro partenza da noi una rovina ma essi sono nella pace… la loro speranza è piena di immortalità… Nei giorno del loro giudizio risplenderanno; come scintille…”. (p.158)

14 Novembre 1979

Il Signore sia con voi. Penso a Culzei. Ci sarà la neve. Penso a don… Oggi la vicenda dei dieci lebbrosi.  Tornare indietro. Tornare indietro nella mia vita a ricuperare il tempo perduto, le grazie sciupate. E donare: tutto ciò che si dona, sia pure il tempo perduto e le grazie sciupate, è tutto ricuperato e salvato, sanato. É la reviviscenza. Tempo perduto dietro a me stesso. E ne perdo ancora, anche dietro agli altri. Non riesco a persuadermi che stando con Lui ho tutto, non mi manca niente. Possiedo anche il mio passato e il mio futuro.  (p.158)

15 Novembre 1979

Donare a Lui è salvare, abbiamo sempre più da donare per riparare a quello che non gli è stato donato. Creare il silenzio vuol dire buttarci in Lui, con le ansie, le inquietudini. Metterle nel Suo cuore. Allora succede che il posto di quell’ansia, di quell’inquietudine viene occupato da Lui. Allora nasce il silenzio interiore. Lasciarsi aspirare. Dove c’è Lui c’è tutto. Non manca nulla. È vero. Tutto si riduce a un atto di fede sottile sottile dove più giunge l’occhio di Dio. La foglia cade, il mio pensiero cade; il Signore segue la foglia e il tuo pensiero, segue.  (p.158)

16 Novembre 1979

La fede bisogna che sia fede sottile, sottile come un ago che raggiunge le trame più fitte dell’anima, penetri nell’ordito più complesso delle mie azioni, delle mie intenzioni Una fede che tenga conto delle pagliuzze di pensiero e di sentimento. Una fede che non trascuri nulla; una fede che doni tutto anche la polvere, il pulviscolo di me stesso. Ma una fede che si curi soltanto d’una cosa: di amare, anche contro voglia, anche contro tutto. L’interlocutore c’è sempre. È sempre pronto a porsi in ascolto.  (p.158)

17 Novembre 1979

Interlocutore. Ti chiedo ciò che Tu già sai. Non sono come Te. Non ho la Tua carità. Sono pieno di me stesso. Mi servo dei Tuoi doni per affermare me stesso. Non è giusto, lo so, lo riconosco. Aiutami a non ingannarrai, a non ingannarti. Come si fa con la carità quando c’è anche la verità di mezzo? E un problema. Maria, Tu sai com’è il problema. Mitezza illuminata. Verità mansueta. Maria Tu conosci la mia ferita da gran tempo aperta. È tutta una umiliazione, è tutta un rimettermi in crisi.  (p.159)

18 Novembre1979

Non ho più quell’immaginazione giovanile che mi staccava dal luogo e mi trasportava in altra parte, remota, e non remota, dello spazio, ma sempre molto staccata dalla situazione reale, qui presente. Maria, cercami una fontana dove lavarmi. Ho bisogno di lavare il cuore, gli occhi, perché non distinguo più le cose e le persone e me stesso. Vado in cerca di una fontana. Sono tristi le mie parole. Vengono da una non fede, salgono da un’anima sfiduciata. Non vorrei fosse così. Tu puoi mutare le sorti, puoi darmi la gioia d’essere salvato. Me l’hai data! (p.159)

19 Novembre 1979

La preghiera di ieri e di oggi rimane nel presente di Dio, è sempre presente a Lui, perché Lui è il presente eterno. Mormorazione accumulata. Aria tossica. La sera mi trovo in convento a Verona. Sono arrivato stamattina verso le 11. Ho telefonato a Claudia, è venuta a prenderci in macchina. Ero con p. Nazareno Grifante. Il ferro da stiro che bruciava la tavola. Taia! Non ho dormito abbastanza. Mi sento stanco. (p.159)

20 Novembre 1979

Tra le carte di p. Zanetti. Non trovo il bandolo. Non sono cose da affrontare. Non le posso affrontare. Sono misteri. Sono cose delicate. Occorre più sole. Sole. Sole dentro. Sole esternamente. Che giornata sarà oggi? Telefono a Claudia. E poi me ne ritorno a Monte Berico. Il sole. Bisognerebbe essere come chi? Bisognerebbe essere santi. Mi illudo di esserlo È un’amara illusione e quindi amarissima delusione verificare che non è vero. Una pagina di Scrittura. Cerco le pagine dove si ritrovano con chiarezza estrema i limiti nei quali ci dibattiamo, limiti dai quali vorremmo liberarci e, non potendo, ci sforziamo di non vederli, fingendo di non soffrirli. Li ignoriamo. Bisogna pregare. Umilmente. Se la preghiera è umile è miele per l’anima. È un caldo che conforta le ossa dello spirito. Ave Maria piena di grazia, il Signore è con te. Fai che sia anche con te. (p.159)

21 Novembre 1979

Occorre pregare. Come viene. Può venire anche male la preghiera nelle parole, nelle formulazioni, nei concetti, negli oggetti che si crea la mente cuore in preghiera. Si mette in viaggio il cuore quando si prega, lo si solleva per aria; la mente deve volare, alzarsi sempre più anche se non ha la sensazione dell’altezza, di salire; anche, come il più delle volte succede, quando le pare di sfiorare la terra e le cose più materiali, anche quando si prova il dispiacere di sfiorare inutilmente le nubi così da assaporare amaramente il contatto con l’illusione. (p.160)

22 Novembre 1979

Occorre pregare, pur se non rimane nessun sapore, nessun calore di preghiera e si rientra con la convinzione di essere inutili e di fare continuamente cose inutili. Se scendi più sotto riscopri che quello che cerchi, pur non trovandolo, lo senti nascosto nella profondità della tua anima. Non c’è, ma è nascosto. Ciò che non c’è, esiste e si rende prezioso in quanto è nascosto e lo senti. (p.160)

23 Novembre 1979

In “magna tribulatione”. Qual è la tua grande tribolazione? Si ritrova sempre, continuamente. So quanto costi la vigilanza e quanto sia necessaria e quanto abbia bisogno di essa. Riconoscere d’aver bisogno di vigilanza è una umiltà pratica, vuol dire riconoscere i propri limiti. Di essere poveri. Di non bastare mai a se stessi. Insufficienti. (p.160)

24 Novembre 1979

Sono tanti i modi di servire il Signore, tu hai il tuo e gli altri hanno il loro. Vorresti essere tu solo a servire il Signore? Le membra: san Paolo ai Corinzi (1 Cor 12,12-30). Riconosci. Prega, ché tutto sarà luminoso e giusto nella luce di Dio. La ragione non ti convince, perché la ragione non è l’ultima ragione delle cose. (p.160)

25 Novembre 1979

Una continua lacerazione di sentimenti, di sensibilità. Occorre una rinuncia continua, una rinuncia a falce, ad artiglio, che tolga, che strappi. Disgusto di me stesso. Eppure l’abbandono fiducioso è l’unica via a vincere quanto rimane ostinatamente terreno in me. Non si potrà mai cantare vittoria. Il cammino può essere ancora breve. Non importa. Un passo solo ha valore dell’intero cammino. L’anima è sconfinata. L’atto umano è sconfinato. (p.160)

26 Novembre 1979

Bisogna… Sempre con questo bisogna, occorre. A mio vedere bisogna che la vita eterna sia presente alla mente, come realtà ultima e prima; al cuore, come felicità ultima e prima, assoluta; alla volontà corte desiderio efficace, non deludente. Bisogna credere pur se non abbiamo esperienza alcuna; però Lui lo dice, l’ha detto, e lo ripete. Abituarci a pensare la vita eterna. Abitudine mentale tranquillizzante e vantaggiosa nel tempo e nelle situazioni d’ogni genere. (p.161)

27 Novembre 1979

Poi l’amore. Poi l’amore a Dio e al prossimo. Al prossimo, al fratello. Il Signore ti ama: non in quanto sei perfetto e pieno di qualità attraenti, ma solo perché sei Sua creatura e fratello e figlio. Il Signore nell’amarti deve sorvolare tutte le tue cattiverie, le tue incapacità e difetti; deve prescindere dalla tua povertà e insufficienza, dalle tue deficienze, e dalle tue orgogliose sufficienze, e amarti ugualmente. E tu fai altrettanto con il tuo fratello? Aiutaci, Signore! Aiutaci a fedeli al primo comandamento pur se non riusciremo mai a osservarlo; aiutaci a perdonare al fratello, a voler bene ai nostri nemici, pur se è per noi impossibile. Le tensioni sono queste; queste le tensioni che non danno tregua all’anima. non riuscire mai a metterci a livello del Tuo comandamento, ed essere sempre anticipati dal Tuo amore, dalle Tue richieste che m’incalzano. (p.161)

28 Novembre 1979

Sento che ciò che offro agli altri vale molto poco se Tu non accompagni l’offerta. Così accade nella confessione sacramentale. Mi fermo piuttosto a considerare le parole che rivolgo al penitente invece di fermarmi al valore in sé del sacramento, alle parole cariche di grazia dell’assoluzione. Sento che è niente ciò che offro, sei Tu che mi arricchisci e che Ti doni. Se io mi dono senza di Te non è dono il mio. Devo donare Te. (p.161)

29 Novembre 1979

Perché tutto questo brulichio di paure dentro di me? Vado dolendomi di che cosa? È un viaggio nella nebbia la vita. Sembra. Sono pensieri che si nutrono di tristezza, che si propagano come funghi e come l’umidità. Non è possibile che siano veri. Sono mali, anche se esistono. Il male è la negazione dell’essere. Sono malattie. Alzati e cammina! Cammina bene, senza zoppicare. Oltre la nebbia c’è la realtà. Oltre la vita c’è la vita. (p.161)

30 Novembre 1979

S. Andrea.
Andrea! Hai lasciato tutto, subito. Il lasciare è un atto che occorre ripetere continuamente, perché gli attaccamenti avvengono continuamente. Calamità. Il se stessi è ciò che più è appiccicato a noi, in modo soffocante, opprimente. Non riesco a vedere il mondo, la vita, con lo sguardo degli altri. Sarebbe utile farlo; sarebbe un arricchimento. Rifiuto. Sono io! Fate largo! È questo il comportamento esistente in me, pur se non lo esprimo a parole. Tu sei mite: anch’io posso esserlo se Tu vuoi. Turbamenti facili. Non c’è motivo, ma mi turbo. Sarà un turbamento ansioso. Non guardarti così. Afferrati e scrutati. È solamente brina notturna che si scioglierà al primo apparire del sole. Ce l’hai con il finestrino che è stato aperto mentre doveva rimanere chiuso. È cosa grave? Siamo solo buoni a gemere sul nostro non essere e a inasprirci sul voler essere. (p.162)

I Dicembre 1979

Seguirti è come dire dimenticarmi perché se penso a me stesso è come lasciarti. Il pensiero mi porta dentro molto essere che non sei Tu, oppure mi porta lontano da Te. E Tu vuoi tutto, bruci tutto quanto non è Tuo in me. Devo andare piano? Vado piano anche se ho fretta. È difficile. Mi sento affaticato in certe ore. Ma non devo temere. Se anche sono soltanto ombre. Insegnami a fare con Te quest’ultimo tratto di strada. Sono all’ultima ora, e dovrei muovermi. (p.162)

2 Dicembre 1979

Occorre ritornare sui propri passi. La strada percorsa non è entrata nella mia vita come esperienza utile. Bisogna che torni indietro a riprendermi in momenti di luce, in momenti di vitale rivelazione. Non devo suppormi sicuro; la debolezza sembra vinta mentre è solo assopita, e guarda, in agguato, di fare una sortita. La vigilanza è la parola e la grazia di questo tempo di Avvento. Ricòrdati: se non dai, non rinunzi, non sacrifichi, non soffri niente, la tua vita continua a essere sterile e vuota. (p.162)

3 Dicembre 1979

S. Francesco Saverio. Saverio. Ha lasciato tutto come Andrea e compagni. Come innumerevoli altre anime. Se tu soffri tentazione è giusto che la sopporti pregando, pregando in ogni momento; se la tentazione ti sembra troppo violenta per te, guarda le piaghe di Lui; troncati la mano, cavati l’occhio e non avrai fatto niente di più che il tuo dovere. Spogliati di illusioni che hanno trovato riparo nel tuo cuore e rifugio nella tua mente. Il Regno impone violenza, non c’è rimedio. (p.163)

4 Dicembre 1979

Ieri sera fra Piero ci ha lasciato improvvisamente. L’hanno trovato accasciato su un banco della penitenzieria dove si recava spesso a fare le pulizie. Il Signore lo riceva nella Sua pace, nel Suo regno, lo accolga nel Suo banchetto di nozze. Scriviamo nel cuore la promessa della Risurrezione, nel cuore, che è un libro, che è una tavolozza di piombo, che è la roccia. Scriviamo quelle parole di Risurrezione con lo scalpello della volontà, con lo stilo della grazia, con l’inchiostro della perseveranza. Scoprire i segni degli avvenimenti. Bella l’aurora se in essa percepiamo la vita che non tramonta. Scoprire i segni: profezia. Essere fedeli: non presentare il dono e poi ritirarlo con mille pretesti. Sgarbatezze. Il problema della carità radiografato in modo da individuare le situazioni che ci portano a infangare la comunione con Dio e la comunione con il prossimo, o a rendere difficile il rapporto umano. Crediamo di essere senza difetti e di non disturbare l’altro con la nostra presenza. Fondamento della carita è accettare Dio nella Sua creatività. (p.163)

5 Dicembre 1979

Mi propongo di scrivere. Non so che cosa. Sono colmo di vita, eppure non riesce a filtrare un filo solo di vita nella parola. Alle dieci avrà luogo in Basilica la Messa esequiale concelebrata per il povero fra Pietro. L’ho avuto in sogno la notte scorsa, gli parlavo mentre trattenevo una segreta sorpresa che mi ascoltasse e mi parlasse senza rendersi conto che era morto. Uscendo alla fine dalla sacrestia gli ho detto: ricordati di me. D. mi ha telefonato poco fa chiedendomi se poteva venire al confessionale stamattina. (p.163)

6 Dicembre 1979

Molte indecisioni nella mia mente. Prego a sbalzi, con fatica. Cerca la Sua presenza, la loro presenza che è vita, che è andare in su scoprendo sempre meglio i valori del presente, di tutto ciò che compone la realtà presente, temporale. E il dono? È tutto Suo, per questo occorre riconsegnarglielo intero, in tutte le sue parti, senza macchie o punti oscuri, o vuoti. Il dono è fatto di innumerevoli elementi che formano un tutto. Di questi elementi molti rimangono nelle nostre mani, purtroppo. (p.163)

7 Dicembre 1979

Che cos’è che non abbia ricevuto? Pensateci voi a quel problema della Claudia. Ha bisogno di luce come tutti, specialmente coloro che sono sicuri di averla. Dare una mano è doveroso, ma occorre saperla dare la mano, non succeda che venga respinta non perché sia una mano, bensì perché data in maniera sbagliata È come il dono di noi stessi al Signore, ci sono tanti modi di donazione tra i quali c’è anche quello non gradito. Domani la festa della vetta più alta, Maria. La Madonna di dicembre. Claudia, questa giornata è per te e per…, Ama il prossimo: è più difficile amare il prossimo che Dio… Perché? E una condizione che il Signore stesso ci pone, per cui se non amiamo il prossimo Egli non accetta il nostro amore e ci ama come noi amiamo il prossimo. (p.164)

8 Dicembre 1979 Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria.

Non sono cosciente del dono che Dio ha fatto all’umanità con questa creatura piena di grazia. L’intenzione di Dio, di amore verso l’uomo, l’intenzione di riportare l’uomo all’origine della creazione, si rivela lucidamente nella Sua creatura, Maria. Non ho parole né concetti che possano interpretare, riflettere quest’opera di amore. È così grande il cuore di Dio, un cuore che continua a rov-sciare grazie su questo povero uomo che non risponde e che crede di riuscire a farsi da solo. (p.164)

9 Dicembre 1979

Sono pigro. Non sono fedele all’impegno di scrivere. Sono diventato sordo e cieco. Non sento la presenza di Dio, non vedo che me stesso quasi staccato da Lui, e ciò che compio lo faccio per dovere e personale soddisfazione, senza spirito di servizio. Penso a quanto poco dono, a quanto poco posso donare, a quanto devo a Lui, a quanto devo agli altri. Le nuvolaglie premono sull’anima. È necessario sentirsi poveri e bisognosi. (p.164)

10 Dicembre 1979 Madonna di Loreto.

Nostra Signora che sia Signora di tutto quello che sono e che ho, di tutto questo che non conosco. Sono un me stesso sconosciuto. Se mi conoscessi prevederei le cose, i pericoli, il ghiaccio il fossato. Non mi conosco. D’ora in avanti la Signora mi farà cenno del pericolo e mi afferrerà per il cappuccio. Mia Signora! Sono moltissimi anni che Ti servo e Ti amo, ma in maniera astratta, quasi fosse un dovere di rispetto e non un atto che sale da un cuore povero e bisognoso. (p.164)

11 Dicembre 1979

Così ti disponi al Natale? Vivo nel clima di attesa? Un briciolo almeno di quell’attesa che ritrovo nell’anima di Maria. È Lei che me lo prepara. Non sono storielle. Noi vorremmo ascoltare e vivere storie forti, però la vera storia forte è quella dì Maria che prepara nel suo seno il Figlio dell’uomo: lo prepara lasciando le grandi frasi agli assetati di novità grosse. La nascita di Lui non farà notizia altro che in cielo e in mezzo a pastori che balbettano appena qualcosa. Maria, sono con Te, Ti voglio aiutare. (p.165)

12 Dicembre 1979

Maria, Tu dirai: “Quante parole mi fa questo figliolo!”. Non so più con chi parlare. È problema trovare una persona che ti ascolti o che sia disposta a farsi ascoltare su questo argomento. Ti voglio bene, ma in modo che non voglio sia sentimentale; sia sentimento sì, ma sostenuto, protetto, irrobustito da un valore simile al Tuo e a quello di Tuo Figlio. Tu mi capisci. Tu saprai colmare le lacune che trovi, che Ti tocca di scoprire dentro di me. sono tante, d’ogni tipo e dimensione. Aiutami. Portami. (p.165)

13 Dicembre 1979

Un’altra figura amichevole di frate. Si va avanti… Arriverà l’ora, quell’ora verso la quale il tempo ci porta; ossia, il tempo che consumiamo lo sottraiamo allo spazio che ci separa da quell’ora. Consumiamo e veniamo consumati. Che bei pensieri, rasserenanti. Sono rasserenanti se non sono fisso al transitorio come al mio nutrimento e alla mia protezione. Anche stamattina tanto calore. Però non ho fede sufficiente. Che discorsi! (p.165)

14 Dicembre 1979

Le cose si fanno, si fanno, si prendono iniziative per provocare. Motivi pro-vocazionali. Come se non ci fossero ugualmente tensioni; nell’accettarsi, nel vivere! “Chi segue me avrà la luce della vita”, perché Lui è la vita. Vita che crea in me sensibilità per le cose invisibili che sono la vita, sensibilità che viene via via scoprendo che Egli è con me e segue le mie paure, i miei turbamenti, i miei pensieri, i miei sentimenti, tutto. Sentire questo è vivere la Sua vita che è continuo seguirmi, mi segue raccogliendo ciò che è buono (pagliuzze perfino) e ciò che non è buono lo rifiuta e lo dimentica, lo brucia. Non è che io devo solo guardare e fare attenzione a ciò che faccio di buono, devo fare attenzione al dispiacere che a Lui procuro non facendo il bene; carenza di bene che spegne la vita in me, e a lungo andare provoca la notte. Mitezza e docilità alla Sua parola: viene e riposa nel cuore docile e mite, non può riposare nel cuore orgoglioso  e distratto, lì si trova a disagio. “A che cosa paragonerò questa genera-zione?” (Vangelo di oggi).  Gesù si trova a disagio in certi cuori: quante volte avrà detto: a che cosa paragonerò questo cuore? A una pietra? A un mattone? A un pezzo di legno? (p.166)

15 Dicembre 1979

Sono ritornato ora da Verona dove ho tenuto una mezza giornata di ritiro. Non rimane altro che guardare al cielo e sperare. Claudia non risponde, ha l’anima assopita. (p.166)

16 Dicembre 1979

È difficile credere. È stato difficile per Abramo, per Giuseppe (ciò che è nato in Lei è di Spirito Santo)…  Ma credere è un’altra cosa, per Mafia. Perché è difficile? Perché Dio ci propone sempre cose impossibili e incredibili. Perdono, amare i nemici. È impossibile. La fede docile – mite, capace di tuffarsi con rischio, lasciando da un lato le ricerche intelligenti, dall’altro il nostro amor proprio. Se non c’è fede occorre pregare… A Maria è costata, la fede: ce la insegni e ci conduca per i sentieri della fede. (p.166)

17 Dicembre 1979

Vogliamo anche stamattina come tutti i giorni sentire il bisogno di essere lavati, purificati, visto che tutti abbiamo bisogno, prima di accostarci ai misteri mirabili dell’Eucarestia, di purificazione; sia come persona singola, sia come comunità, sia come Chiesa. (p.166)

18 Dicembre 1979

…prima che venga il Signore. Paolo ci pone continuamente alla luce che si sprigiona dall’invisibile, dalle cose invisibili, che esigono da parte nostra molto silenzio, molto deserto; ci pone anche di fronte al nostro futuro, futuro che pure restando futuro agisce nel presente e mette le cose che si muovono nel presente nella luce giusta. Ci vuole fede e coraggio e coerenza. Ed è da qui che il provvisorio acquista la sua importanza. Non occorre accelerare i tempi, i tempi si muovono nel cuore di Dio, con il ritmo del cuore di Dio, e nessuna cosa può avvenire, nessuna conquista può compiersi al di là, al di fuori di questo disegno. Il Signore si serve degli uomini fin tanto che essi vogliono collaborare, e si serve di essi, contro le loro intenzioni, anche se non vogliono collaborare. La libertà di Dio
è assoluta: la nostra è un granello di pulviscolo che rotea intorno alla Sua libertà. (p.167)

19 Dicembre 1979

Siamo facilmente adattabili alle situazioni e facilmente ci creiamo abitudini mentali e pratiche. Sono queste che vengono poi gradatamente a definire l’atteggiamento spirituale, e non la tua fede o la tua volontà. La volontà resta strumentalizzata in modo profondo e interno, in modo tale da lasciarti la coscienza di agire da te, mentre operi obbedendo a un insieme di fattori che determinano dall’esterno il tuo agire. Non è vero? Un elicottero sta rumoreggiando in mezzo alle nuvole. (p.167)

20 Dicembre 1979

C’è bellezza anche nell’albero stecchito sotto le nubi gelide dell’inverno. È una gioia nascosta sempre pronta a scoppiare da in questo silenzio. La pioggia discorre pettegola, scorrendo nella grondaia, bussando ai vetri. Ma diventa in breve noiosa, superficiale, superflua. Insiste sullo stesso argomento con caparbietà; ti logora, ti infligge i suoi discorsi sconclusionati cercando di penetrarti fino al cuore. Il cuore non ha parole adatte a simili discorsi. La mente si ribella a questi colpi di spillo. (p.167)

21 Dicembre 1979

Mi sento smarrito. Sono smarrito. Perché? Non ci si può dare risposta alcuna a certo genere di domande che provengono dalle zone misteriose di se stessi. Ci si impegna alla serenità alla benevolenza… Con la conseguenza negativa. Ti sei impegnato con sincerità. Eppure non vale star qui (specie se si scrivono le cose) a lamentarsi, a ripiegarsi. È così. La preghiera a volte è un assurdo. Lo sai. È così. Occorre tenerla in mano se nel cuore non trova posto. Come un Rosario. (p.167)

22 Dicembre 1979

La fantasia si lancia e si butta e plana. Sono sempre le montagne, le mie, che mi appaiono nella mente come un sogno. Il cuore corre dietro a queste nuvole rosse o verdi. L’onda di tutta una vita, vissuta a segmenti di tempo, mi investe. È un male. Quegli anni sono sovrastati dalla figura serena di mio padre, pensoso, triste, dal raro sorriso. Un sorriso che allargava il cuore. Intorno a lui, una vita, tante vite, il Natale e l’Ascensione, odore di fieno e guizzo di falce. (p.167)

23 Dicembre 1979

La neve, non qui. Nella mente. La neve dell’Immacolata al mio paese. La neve del Natale. Mio padre, mia madre, Celso e la sua valigia. Il profumo di camicia nuova ancora con la colla. Fazzoletti per le sorelle. Dolci non si usavano. Era un superfluo. I fringuelli, dal ramo più vicino alla finestra della cucina, osservano, spiano, saltellano, volano via per ritornare più incuriositi. Bancarelle a Rigolato con effluvii di dolciumi e frutta. Le arance vistose, piene di vita, di colore. La slitta attende all’entrata, con le sue macchie di neve e di ghiaccio. (p.168)

24 Dicembre 1979

Con il pensiero ai miei paesi. Vigilia. Le campane suonano a festa, ma è un suono gelido. Chiamano alla Chiesa gelida, dai banchi gelidi, le balaustre gelide, l’altare gelido. Il fiato del parroco lo si nota da lontano e il suo naso paonazzo. La neve scintilla al sole; è irrorata di cristalli lucentissimi. È un sogno. In fondo allo stomaco un dolore diffuso di presentimenti, di feste non vissute, di paure immotivate. La festa è come vista a rovescio, nel suo prezzo esoso, nelle sue pretese. La festa esige riguardo e rispetto. (p.168)

25 Dicembre 1979

Il corpo degli uomini è il corpo di Dio. Il Natale. Ho parlato molto del Natale alle suore di Villa Bedin. Ci siamo preparati durante tutto l’Avvento. Ora ci siamo. Ma è niente. In mano non c’è niente di concreto, di fisico. Si vorrebbe toccare qualcosa dopo tante parole e atti di volontà di preparazione. Non c’è niente. Rimane un lume. Ma è sempre quello. Si allargherà la luce di quel lume? Lume, luce, fiamma. Sono pure parole? Mi sento sfinire dal confessare. Turbinìo di accuse più o meno sincere. Non c’è che accusa, ma senza conversione. Stanca, stanca infinitamente. Mio padre nella notte tra il Natale e S. Stefano, 40 anni fa, se n’è andato lasciandomi una eredità di innumerevoli povertà. Pari, sci riguardàiso di me? I su domandi perdon. (p.168)

26 Dicembre 1979 S. Stefano.

Stamattina ho parlato di mio padre alle suore. Ho parlato di conversione. Di rovesciamento di anima. S. Stefano bagna di sangue la nascita di Gesù. Gesù Bambino è già tinto nel sangue. Il Vangelo genera lotta e sangue. Com’è fatto il mistero! Il mistero è dolce e amaro, liscio e ruvido, accecante e tenebroso; è ben per questo che non si può avere in mano niente di concreto, di definitivo, di determinato. È mistero. È amore quand’anche intorno lampeggi la lama della tentazione. (p.169)

27 Dicembre 1979

Fede che apre all’amore. Giovanni non fa circonlocuzioni, perifrasi, circonvallazioni, scende direttamente nel fuoco. L’amore è fuoco che brucia da sé tutto ciò che vi si oppone. S. Maria Maddalena. S. Pietro. Gradisca. Teresa. Le due Terese. S. Francesco. S. Bertilla. I nove coma-damenti che seguono il primo sono compiuti se il primo è compiuto. Ne sono convinto ma forse soltanto a livello mentale. Ci vuole impegno. È una strada sempre lunga e difficile, fino alla fine. (p.169)

28 Dicembre 1979

Che vadano dove loro piace. Già, tanto il Signore vede e provvede, provvede seguendo fedelmente il Suo amore che è infinito per tutti. Il sangue degli innocenti grida a Dio. È sangue versato per chi non ha cuore, per chi non ha gratitudine verso il Signore che ha versato tutto per noi. Le nostre croci come sono piccole sotto la Sua e sotto la loro! Cambogia, Vietnam, Africa. Per chi siamo qui? Per noi stessi. È sufficiente? La neve. La pioggia. La politica. La religione. Le parole. I discorsi. (p.169)

29 Dicembre 1979

Sono un uomo combattuto. E non penso di essere il solo. Non mi vanno le prospettive che stuzzicano soltanto il sentimento e non la volontà, che attenuano il senso drammatico delle cose. Panna e burro. Il Bambino era bambino, le stelle erano stelle, gli Angeli erano angeli, i canti erano canti, però la paglia rimaneva paglia e la stalla la stalla Entriamo poi ad ascoltare il cuore di Maria e di Giuseppe… Fa bene anche sentirci coinvolti nella sofferenza di Gesù e di Maria. Non diciamo di esserne amici? Ci vuole pane duro e burro. (p.169)

30 Dicembre 1979

Oggi un’altra volta ho avuto l’occasione di rivivere, tutto nell’intimo, la giornata della mia ordinazione sacerdotale. Lontana giornata. Colma di sentimenti indefinibili. Il Signore soltanto li conosce. Conosce l’animo di quel momento, di quella giornata, di quelle giornate. Ero piccolo, spaurito, confuso. Batticuore e tristezza profonda. È assurdo parlare di tristezza in occasioni simili Eppure ero infinitamente triste. Mio padre era morto otto mesi prima. I miei parenti? Poveri e tristi anche loro. L’unica persona felice: mia madre. (p.169)

31 Dicembre 1979

Vorrei entrare nell’animo dei due fratelli Zaupa, consacrati ieri in Duomo. Sono sacerdoti. Vorrei raccogliere, riunire i loro sentimenti, progetti, emozioni di queste ore, i momenti più significativi del rito di consacrazione; vorrei raccogliere le emozioni dei loro parenti e metterle come offerta sull’altare e nel cuore di Dio e della Vergine e pregare che tutto questo turbinìo di preghiera e di commozione non invecchi ma rimanga caldo e verde per tutto il tempo della loro esistenza. (p.169)

Appunti. C’è qualcosa di nuovo nel cuore. Non come al solito. Qualcosa che mi impedisce di parlare, perché le parole guasterebbero tutto. Ritrovare se stessi in modo nuovo, in altro modo. Ritrovare il se stessi mai conosciuto e forse solo immaginato e sognato. Ritrovare se stessi in una luce che non è tua, ma è Sua. Con Lui non fanno paura nemmeno le tue povertà, il tuo disamore, perché se ti mancano le bontà, è sufficiente domandargliele che Lui ha tutte le bontà in grado altissimo, ne ha da vendere. Eppure ha bisogno di noi, fino all’inquietudine, se non gli diamo retta, se non ci curiamo di Lui. Suor Claudia (Taia) era diventata piccola l’altro giorno perché non vedeva le cose nella giusta misura E Suor Donata pure, perché temeva. (p.169)

1980

1 Gennaio 1980

Il regno di Dio entra solo nell’animo semplice perché il regno di Dio è una meraviglia che soltanto il semplice può accettare, è disposto ad accettare come realtà possibile.  (p.173)

3 Gennaio 1980

Oggi una pioggia ascoltata da solo con solo innumerevoli ricordi che scorrono dai tetti a gonfiare la roggia. L’amore non è vero se si arresta dinanzi alla possibilità di venire disconosciuto o frainteso o equivocato. Disinganno. Certe cose sono troppo visibili per essere vere e troppo presenti per essere eterne. (p.173)

4 Gennaio 1980

Ho delle divinità disseminate lungo il mio camminare. Esiste in me un punto molto vivo con il quale posso veramente dimostrarmi di preferire il Signore. Ora ciò che più incombe è pregare. Penso. Scopro che il giudizio che noi facciamo nei riguardi di una persona defunta combacia finalmente con quello di Dio. Perdoniamo tutto. Diventiamo come una madre davanti a un figlio sbagliato, gli perdona tutto perché un solo raggio di bontà che vede in lui tutto illumina. Così il Signore che pesca in noi soltanto la luce. (p.173)

5 Gennaio 1980

I miei stracci. “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo”. Offrire i nostri stracci. (p.174)

6 Gennaio 1980

È lontano questo giorno nel tempo che lo fascia come la nebbia attorno ai lampioni di un viale. Non sono ancora legato fissamente in quello che costituisce il mio vero essere. Non sono. I desideri sfasciano tutto. I desideri non sono che soffio, come i pensieri. Sono soffio e rendono vano il vivere. Signore, conosci la fonte di questo svolazzare di stasera. Sono, ma di che cosa? Di chi?  (p.174)

7 Gennaio 1980

S. Paolo ai Corinzi: “Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso. Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana ma sulla potenza di Dio.” (1 Cor 2,1-5). (p.174)

8 Gennaio 1980

TEMPO
Il tempo cammina con le nuvole rosee con le nuvole bianche, ma tu sei finito se non cogli la nuvola nuova.
PIOGGIA
Mi ripete l’ aria delle canzoni più tristi. (p.175)

9 Gennaio 1980

IL VISO
Fiorite vie di città fiorita di volti e volti e volti, e un viso rifiorisce intatto sul lacero lembo di strada. (p.175)

10 Gennaio 1980

Lascia scorrere sull’anima l’acqua torbida di te stesso e degli altri, lasciala scorrere: levigherà le pietre, luciderà il sasso, il selciato che c’è dentro. “Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.” (Apocalisse 3,20). Sussultò di gioia: “esultino i campi e quanto contengono, si rallegrino gli alberi della foresta” (Salmo 95 (96)). Si rallegri la terra si commuova il mare. (p.175)

11 Gennaio 1980

Quassù non ci si immerge, non si affonda nella solitudine dell’emarginato, del fuggiasco, del… per insofferenza e protesta, con l’anima come un nido di vipere e la testa che ribolle di pensieri polemici. Non è la solitudine tenebrosa… pensieri che stridono come catene. Non c’era nessuno nel bosco. Guardavo le fitte colonne di abeti. Nel tramestio dei rami un alitare di vivi e nel rimescolio di ombre un oscillare di visi. Non c’era nessuno nel bosco. Domani. (p.176)

12 Gennaio 1980

Come quando ti alzavi prestissimo e andavi a tastare il freddo, la neve gelata che crocchiava sotto i tuoi piedi. Che pazzie! La tua vita è sempre stata fino a questo momento un assaporare la creazione, e anche un interrogare le cose, un ascoltare la novità nascosta entro le cose, e un rinvenire la luce che illumina le cose dalla parte nascosta, di là da esse. Xotta Lino. Mi ricordo ogni giorno di te! E di te, Giorgio, e di te Incao, e di te Leita, e di te Emmanuele, di te Gaetano, di te Sisto. (p.176)

13 Gennaio 1980

Papà, mamma, Celso e Olimpia. Madre Vergine di Ludaria, dalle mani giunte e dagli occhi limpidi. Ti penso. Ti penso Madre Vergine di Clavais. Ti penso Madre Vergine di Udine, Ti penso con profonda nostalgia, con Te è rimasta la mia infanzia che si è conclusa lì nella Tua casa di Udine quel lontano settembre 1929. Ero tremante davanti a Te, ai Tuoi piedi, pensavo all’esame di prima media. Avevo sul cuore la sofferenza del distacco dal mio paese, da mia madre, dalle sorelle. Mi sentivo solo come ora. (p.176)

14 Gennaio 1980

Questo è tempo, questa è ora in luce in oscurità che allagano il prato e diramano sulle strade? E Tu sei dove non è né tempo, né ora né luogo perché non occupi nulla e inondi tutto di Te. Non si può chiederti come e quando e perché e fino a quando. (p.176)

15 Gennaio 1980

La recrudescenza del male. Potremmo anche vedere come tutto quello che avvenne allora, avviene anche oggi non solo nella storia, ma nella chiesa, nella nostra medesima vita: quante volte succede che i nostri propositi non fanno altro che renderci più peccatori! E questo in fondo è vero, e non è altro che quello che si dice nell’Esodo (in merito a Mosè e al Faraone): il nostro impegno a servire Dio provoca immediatamente più forte la battaglia di Satana, suscita più vive le nostre passioni. É un fatto psicologico. La nostra psicologia è caricata in qualche modo da un altro? Non sappiamo ma comunque è così. Tutto questo non ci deve spaventare: che le cose vadano peggio non è male, anzi è segno che le cose promettono bene, che già sono in cammino e che la promessa di Dio è vicina a compiersi. (p.177)

16 Gennaio 1980

Non possiamo aspettarci che la vittoria si ottenga attraverso un cammino continuo e diritto: la vittoria si ottiene attraverso le fatiche, attraverso le oppressioni. Così è avvenuto quando si trattava della liberazione d’Israele, così è avvenuto quando si trattava della redenzione che Cristo avrebbe operato nel mondo: Egli avrebbe ottenuto la salvezza e liberazione attraverso la sua morte, l’apparente fallimento di tutta la Sua vita. Così avviene nella storia della Chiesa anche oggi, così avviene nella nostra povera vita. Non è forse vero che gli strumenti migliori dell’azione divina, della sua provvidenza, sono i nemici di Dio? Sono essi che provocano più grande male, ma sono anche essi che, provocando il male, in qualche modo impegnano. (p.177)

17 Gennaio 1980

Tu sei la mia anima. Sia così. Tu non fai, Ti riveli. “Davanti alla tua immutabilità mi sento dolorosamente mortale”. “Il regno di Dio deve eliminare il peccato, ma anche il dolore, la malattia, la morte”. “La vita più attiva, è la vita di contemplazione…”. “L’unica vita efficace è la vita di preghiera. Non credo all’azione se questa azione non nasce e non termina nella preghiera”. (Divo Barsotti). (p.177)

18 Gennaio 1980

“Dio maggiormente interviene negli affari umani per la salvezza dell’uomo. Se fosse affidata solamente ai buoni la salvezza del mondo e il progresso della Chiesa!” (sarebbe un fallimento continuo e finale). (p.178)

20 Gennaio 1980

Discende per il sentiero il fascio di fieno, segue a piccoli sobbalzi il ritmo dei passi. È la danza della fatica, fatica intrisa di sudore, di profumo quasi aggressivo di fieno cresciuto e cotto nel sole, è la danza dell’esiguo compenso d’una giornata è la danza della povertà non contaminata da cupidigia, intrisa di ostinati affetti, di preghiera, di vento, di sole, di subitanei temporali, di lampi, di canti. Un altro fascio di speranza laggiù accoglierà il fienile in turbinio di pulviscolo, sotto le tegole roventi. (p.178)

21 Gennaio 1980

Una constatazione: come può avvenire che con molte persone fuori del convento mi trovo a mio agio, mentre se le ritrovassi nel contesto del convento si manifesterebbe senza dubbio nei loro confronti una maggiore difficoltà di accettazione. È chiaro, l’incontro all’esterno è provvisorio, casuale, mentre l’altro è stabile, quotidiano. Il quotidiano si logora. L’abituale richiede fantasia e abbondanza di vita interiore perché non minacci l’esistenza nei suoi valori essenziali: le cose hanno valore soltanto nel loro essere volute e amate da Dio, sono amabili unicamente in rapporto ad un amore che è amore in assoluto. (p.178)

22 Gennaio 1980

Inizierei così un romanzo: Non mi sarei mosso dal tavolino se la nebbia non si fosse diradata. È stato il sole a succhiarsela dalla pianura; a succhiarla dal torrente che poco fa pareva traboccare di questo elemento fluidissimo e morbido. Nebbia settembrina. Una rarità. Come è singolarità il sentimento che mi si è diffuso nell’animo al primo levarmi dalla sedia. Nebbia. In profondità una tacita, leggera giocondità che si espande in voci che sembrano suonare troppo rumorose nel silenzio e devono essere smorzate, come si è soliti fare con la luce e la esagerata tristezza. (p.179)

23 Gennaio 1980

Ora, a questo punto del vivere, ogni mia parola porta un nome, come pure ogni mio pensiero… C’era il muro quel giorno che ti poneva in alto. Pensavo alle stelle e c’era il cielo tutto profondo e il muro che pulsava perché ogni pietra era un cuore che batteva sotto di te nel sole. (p.179)

24 Gennaio 1980

È un sabato sera: lacrime bruciate sulla pietra ancora accesa di sole. Chiedo di cancellare il nome. È scalfito. Come le parole di quarantatré anni fa, in quelle pagine che Dio solo conosce. Con Lui posso salire il tortuoso della vita con la mente, con ansietà infantile e audacia, con cuore inverdito di certezze gratuite, piene, profuse come la vegetazione spontanea al limitare dei boschi o nel cuore della foresta passasti stasera e la sera ha balzato di gioia e io ho danzato con te fino a notte alta. E il suo nome ritorna e rimane. Si apre a guisa di enorme fiore di sale. (p.179)

25 Gennaio 1980

16 Dicembre 1974: sono destinato a essere un pellegrino. Mi vado rassegnando a condizione simile. Sembra, ma non sono pienamente convinto, perché sentirmi sempre estraneo dappertutto è una pena che schianta, e se non schianta è perché non ha termine, è una pena che consuma segretamente, deprime, logora, come peso superfluo, o come malattia che i medici non riconoscono o non hanno mezzi per individuare. (p.180)

26 Gennaio 1980

Sono giunto da Vicenza quattro ore fa. L’aria, l’ambiente, la gente non mi hanno procurato un solo momento di novità. La novità di solito distrae, ti stacca da una situazione stanca e ti introduce in un’altra, ti ricrea. Nulla di tutto questo. Mi riprende la noia di giorni addietro, di ogni giorno. Le cose, i fatti, le parole, i passi, i suoni, le preghiere, la luce del sole, l’aria fredda, il caldo dei termosifoni, il pavimento rivestito, il tavolino piccolo e antico, l’armadione antico, il letto, le sedie signorili, il crocifisso nero sul cassettone, i miei neri indumenti all’attaccapanni dietro la porta, e tutta la città con i suoi svariati contenuti non sono elementi che mi proteggono, ma al contrario, mi creano repulsione. (p.180)

27 Gennaio 1980

Sono ammalato di vita. Non amo la vita. Tutto si guasta dentro. Tutto ciò che entra per la vista, l’udito, l’odorato, il tatto, tutto ciò che scende per l’imbuto della fantasia si scioglie in polvere che cola a ricoprire di grigio il cuore e i sentimenti. Ho cercato qualcosa e qualcuno che mi liberi, che mi salvi. Ho sempre gemuto e gridato questa miseria dell’essere, questa incompletezza dell’essere. Se guardo dalla finestra, nel buio rotto dai tratti di luce artificiale, vedo l’onda del mio grido, il soffio del mio gemito come entità fisiche che fanno parte integrante della notte. Le campane maestosamente tristi stendono una coltre morbida sulle mie considerazioni che riprenderanno domani, nel sole o nella pioggia, come ieri, come sempre, sotto lo sguardo indifferente del prossimo che ti attraversa la strada fingendo di non vederti. (p.180)

28 Gennaio 1980

Ripeto le pagine precedenti, le ripeto, le accosto in incastro perfetto in cui la linea d’incontro non appare, è invisibile, ma si sente come il passaggio da una giornata all’altra, come l’ora che scivola nell’altra. Entità identiche. Sembrano una ripetizione. È uno svolgersi, uno svilupparsi, un avvilupparsi su di un piano livellato. La novità non esiste se non in dimensione, nello spazio. (p.180)

29 Gennaio 1980

È piovuto giorni fa è piovuto poco fa, ora sta piovendo. Ha sempre piovuto? Piove sempre? (p.181)

30 Gennaio 1980

Trieste-Forni Avoltri. Il penultimo paese elencato è Rigolato. Il suono di quel nome fu come la caduta di un peso sopra un mucchio di cenere: polverìo, nube di polvere. Ogni corpuscolo di quella polvere era elemento o di sentimento o di ricordo, o di fantasia, costretto da lunghi lacerati anni nel sottosuolo della mia esistenza. Sottosuolo: non esiste altro termine per indicare quel mondo diverso e sconosciuto che si forma, si crea, si evolve dietro e sotto quell’altro più liscio, più innocuo, più preparato e sofisticato, più addomesticato, apparentemente più vivo e vero, ma in effetti sempre in procinto, continuamente sul punto di finire e poi di rinnovarsi con procedimenti artificiali e artificiosi, quel mondo che riflette le tue fattezze esterne, il tuo operare, il tuo essere in superficie, mondo che tiene via di rapporto con l’altro soltanto in determinati momenti di libertà dell’ambiente, di libertà con te stesso. Allora i due mondi i due emisferi si toccano attraverso i canali del silenzio, si mettono non a colloquio, ma a confronto, in confronto schietto e leale, in cui la verità sta dalla parte del primo. Ma è verità di un momento. Verità vana. (p.181)

31 Gennaio 1980

Luglio 1974 Ospedale di Udine
CIELO
Tendina tirata sulle profondità disposte con le mani e distese con le dita, difese dal canto che è solo risuono di immagini ravvicinate straziate e ricomposte magicamente con il tempo del cuore e dell’emozione, rappresa nel fiato visibile nel gelo che cristallizza il sole di luglio. Le piante oscillano di tenerezza in giardino. Se mai non ci fosse il raggio di sole a rimbalzo sul gelo del cuore la vita non sarebbe che disfatta divina, demolizione incomberebbe non sugli elementi ma sull’essere. (p.182)

2 Febbraio 1980

A SPIRALE Vorrei nella sera uscire. A ripetere i versi le parole di molti di folle, di gruppi sparsi nel cielo della storia filmata incantata nel rosso tramontare e nella sera irripetibili e nuovi gli orizzonti vedere di ognuno che nasce. (p.182)

3 Febbraio 1980

Braida-Ovaro Ottobre 1973
Stasera la paura mi rompe le ossa. Paura d’esistere. Incubo. In questo momento mi sentirei disposto a rinunziare alla vita eterna, quella maiuscola del Vangelo e delle meditazioni. La sera sui monti è un mantello che ti scende sull’animo, una coltre che soffoca. Non si vorrebbe nessuno presso di te, oppure tanti, ma che stordiscano con le loro voci fatue, con le loro frescure vacue.  (p.182)

4 Febbraio 1980

“Chi mi ha toccato?”.  Io, Ti ho toccato, con l’anima, con il cuore, con la mente, con il tempo, i momenti che a Te dedico, timorosamente, certe volte con ansia, con angoscia, in mezzo al cicalare, al turbinìo di discorsi e di faccende. Io, Ti ho toccato E Ti tocco, continuamente. Bastano questi tocchi? Ti bastano? Però non faccio altro che chiedere, poche volte Ti ringrazio.  (p.183)

5 Febbraio 1980

Braida-Ovaro Ottobre 1973
Ma bisogna andare avanti. Dimenticare e andare avanti; fingere che non sia noia e andare avanti. Ma io ho tanti pensieri forse più importanti, più assillanti, più oppressivi, che mi distolgono da quelle attenzioni che nella loro esiguità servono; sono come il sale che conserva; esse conservano l’amicizia che in questo caso è nutrita di ricordi quasi troppo lontani e remoti. (p.183)

6 Febbraio 1980

Anni di gran sofferenza, di solitudine. mi ci trovo segretamente, come un pane amaro che si fermava a mezzo il petto. Poi sono capitate tante cose. L’ultima, quella che ha 4 anni, è stata la più forte; la più severa. Con sé portava e porta una maturazione tardiva, una riproposizione della mia esperienza lasciata a metà; una precipitazione di clima forte e pieno di quegli strati meno densi di me stesso. (p.183)

7 Febbraio 1980

Al funerale di Lino Xotta, il padre di p. Tommaso e di p. Giuseppe. Come tutto ciò che è genuino e autentico è aspro, forte, tagliente, perentorio. Il sole oggi non è quello di primavera, ma la annunzia. Il cielo tiepido bussa sul molle grembo dei prati sui quali la mano del sole lievita i germi delle erbe riconoscenti. Lino a questo punto della stagione era avvezzo ad ammassare speranze che salivano dalle conche frondose fin su alla casa con le ventate di profumo quasi aggressivo di zolle concimate, di siepi ringiovanite, mentre serpeggiavano i sentieri e la mulattiera più mobili e snelli, veloci e perfino festosi, in movenze che rallegrano i colli e i boschi. Un pensiero al Messico era affidato all’ala del vento, un altro alla nuvola bianca che sfiorava il colle in direzione di Udine, un pensiero più acuto affidato al volo della prima rondine doveva raggiungere Roma. Era grande il cuore di Lino. Non pareva dalla voce. La voce era come un rotolare di carro, riempiva la cucina e la stalla… Del funerale ricordo il corpo di Lino finalmente riposato, mi sembra un fascio di rami che si raccolgono per far luce e calore a una festa. (p.184)

8 Febbraio 1980

La moglie di Lino: una di quelle persone povere e miti, rarissime, che al solo guardarle corre l’anima e ti fanno pensare alle beatitudini, non sai esattamente quale, ci sono tutte. Lino era simile a quegli arbusti che si cibano più di aria e di sole che di terra, di quelle asciutte e legnose ve-getazioni montane dal verde severo, dai fiori essenziali dalla tinta unica e forte… il ginepro dalle bacche azzurre, o il rododendro dal fiore rosso. Un fiore rosso che pare una lacerazione.  (p.184)

10 Febbraio 1980

La testa di Giovanni Battista: come fosse un ornamento alla festa di Erode. Erode dall’animo turbato dalla parola di Giovanni. Il fiore dello spirito che era sul punto di fiorire, di aprirsi al sole della parola di Giovanni. Una ragazza, i commensali, hanno richiuso e soffocato lo spirito. La porta del cuore di Erode era socchiusa; non v’era rifiuto completo. Ma lo spirito se non è accolto o respinto con decisione, muore. Le mezze misure sono più perniciose dell’opposizione e del contrasto deciso e franco. (p.184)

11 Febbraio 1980

Non c’era nessuno nel bosco. Guardavo le fitte colonne di abeti. Nel tramestìo di rami un alitare di vivi e nel brulichio di ombre un oscillare di visi. Non c’era nessuno nel bosco. Forse domani. (p.184)

12 Febbraio 1980

Fra le pietre del torrente risciacquo pensieri che affondano nella fresca canzone dell’acqua e affiorano in bollicine turchine.  (p.185)

13 Febbraio  1980

Siamo occupati nel cambiare parole, nell’inventarne di nuove. Ce l’abbiamo su sempre con qualcosa o qualcuno. Molto annoiati per le parole e le formule, anche le più luminose e saporite. Questo succede per colpa nostra, della nostra pigrizia mentale e spirituale: ci fermiamo ad ascoltare la parola nella sua musica o rumore esterno, al suo significato, e trascuriamo di cogliere, di succhiare il sapore dell’interiore della parola, del suo cuore. Se così facessimo ci renderemmo conto della novità intima che ci reca ogni giorno, ogni giorno un nuovo messaggio, un messaggio di novità. (p.185)

14 Febbraio 1980

Non siamo soddisfatti dei 150 Salmi del salterio, ne vorremmo 1.500 e dopo breve tempo ne vorremmo 150.000. Siamo esigenti nella quantità dispersiva ma siamo restii nello spiritualizzare e nel ritrovare lo spirito nelle parole, nelle cose, nella storia, convinti che la varietà sensitiva rappresenti ricchezza di interiorità. È come quando facciamo attenzione alle nostre immediate esigenze personali, pretendendo che la felicità sia sempre a portata di mano. Falsiamo così il concetto di felicità e di speranza inseguendo caparbiamente i frammenti, corpuscoli di felicità, corpuscoli che offuscano la vista della vera, totale felicità. (p.185)

15 Febbraio 1980

Se il Figlio di Dio Gesù avesse voluto tener conto delle esigenze di Figlio di Dio, non sarebbe venuto a vivere con noi, con i figli degli uomini. È venuto non a coprirci di frammenti di felicità, cioè ad esaudire le nostre richieste, ma a soddisfare una fondamentale richiesta umana: il bisogno di perdono e di felicità. È un problema adattarci a questo piano che è in contrasto con la razionalità che richiede la felicità come liberazione dal condizionante presente, dalla limitata esperienza di bene mai assoluto, mai in acquisizione definitiva, permanente. Liberaci dal male. Dal male di rimanere scandalizzati nel non ritrovare l’uomo come ce lo figuriamo idealmente. (p.185)

16 Febbraio 1980

Un violento rinverdire, un rinverdire prepotente di quei rami dimenticati e seminascosti dalle ceneri inappagate, resto inglorioso di schemi, di temi, di situazioni mitigate nei soffici tappeti dell’illusione. É un chiodo quadrato infisso nelle carni, una fiamma spietata. Pensavo di avere un fisico fragile, supponevo di finire il mio vivere raccolto, raggomitolato nelle nuvole della letteratura, nel calduccio della teologia, invece ho scoperto che il fuoco bisogna che bruci e che dentro di me era rimasto assopito molto fuoco. (p.186)

17 Febbraio 1980

“Il razionale mi seduce e corrompe”. L’ha ridestato: non il mondo con le sue sciocchezze, ma una presenza qualsiasi, messa lì a quel dato punto, a quel preciso momento; che ti porge una mano e poi con essa… strada e strada. Fu come un ramo che tu pieghi nel fendere il fogliame del bosco, pieghi e scatta nervosamente spezzandoti il volto. E una foresta di giunchi, di piante rozze, ruvide e resinose, di fiori piccoli e vivaci, la nostra avventura, che è vita incalcolata, con la misura ingrandente dell’amore. Vorrei contare con chiarezza le ore scandite da questo battere di cuori, al sole, nella notte, nella nebbia, nella paura, nella tristezza, nella primavera, nell’inverno, nella creazione che si ricrea instancabile e si rifà vita e gloria come in sogno, in un sogno meraviglioso. Mentre la realtà sta lì come osso di cane, come teschio che ti ricorda il nulla e la vanità del tutto. (p.186)

18 Febbraio 1980

Tutto è mutato Non cede il cuore. Sebbene una frana vi cali sopra lentamente. Mia madre ieri sera… e la notte scorsa… Mio padre come quel giorno mi presentava il cuore. (p.186)

19 Febbraio 1980

Molta dolorosa confusione nel mio animo. Amarezza. Pensieri delusi. Ripeto l’aria delle canzoni più tristi.
Sono rami fragili le ore e le giornate frutti immaturi. Rami invecchiati viscidi, vischiosi e foglie ingiallite e poi mondi diversi si accostano senza fiducia. Anche ieri. Ma non cede il cuore anche se affonda nella cenere ancora calda. (p.187)

20 Febbraio 1980

Le cime bianche, candidissime, imbiancano perfino il cielo. E TU DOVE ERI?! Vorrei salire, salire, ma solo. Forse ritroverà quel calore per cui uno diventa bambino e matto. Sono così solo con tutta questa gente. Il pianto mi sazia. Come quella sera. È in lutto? Volare via da questo falso esistere e lasciare in pace. Fortuna che molti sono poveri perché se fossero ricchi sarebbero degli avidi cani.
La notte scorsa ho visto un maestoso lampadario che improvvisamente, sotto un colpo infertogli da una mano ignota, cadeva in frantumi. (p.187)

21 Febbraio 1980

E se si smarrisce l’eternità? Fiore rosso dove sei? Nella realtà. Mentre io mi trovo nella meraviglia dell’irreale. Che importa il tempo? É un nulla. Sono matto: vedo colline, vedo occhi neri che non possono guardare come io guardo, vedo occhi oscillare, vedo mani buone, di carne che improvvisamente si fanno di ferro e viso di pietra, e bocca di legno e sorrisi che mordono e parole indiavolate e pensieri di terra gelata pensieri che stridono come catene. E io sono il dannato. Perché tutti si salveranno perché non sanno quello che fanno, e io sono quello che faccio, pazzo, pazzo, coscientemente. Addio a tutto. (p.188)

22 Febbraio 1980

Indefettibilità.
“Nell’uomo la santità è puro dono di grazia: se gli uomini nulla posseggono è perché rimangono attaccati a se stessi e non fanno posto al Signore”. (Divo). Invece di brontolare e inviperirti contro questo o quello, mettiti nell’amore di Dio che perdona sempre, nella Sua luce poniti dove vedrai quanto sei stato più meschino di quelle persone che tu condanni, e quanto sei tuttora più meschino. (p.188)

23 Febbraio 1980

“Seguimi”. Uno sguardo carico di luce, di forza, di grazia che ha sconvolto… Lascia tutto, devi; tutto, anche il denaro, il potere, la sicurezza… per la libertà. Pare di essere liberi quando si possiede… Il salto di qualità di Levi… ciò che possiede e lo rende schiavo lo dona agli altri: “Un grande banchetto”. C’era di tutto! Gli scribi e i farisei… non vedono la carità del Signore né la trasformazione nella vita e nell’anima di Levi! “Io sono venuto non per i sani…”.  I farisei sono i sani che non hanno bisogno del medico. Ironia tagliente. (p.188)

24 Febbraio 1980

Dopo la morte c’è la risurrezione! L’attendo come liberazione da tutte le schiavitù. Salmo 138 (139). Perché non guardare più spesso o continuamente a quella realtà che è viva eternamente, ed è lì ad attenderti viva, piena, luminosa? Tutto il resto a che cosa si riduce? Il tuo valore è posto lì, nella risurrezione. Se non riconosci questo valore infinito della tua esistenza, come potrai riconoscere il valore dell’altro, di tutti i tuoi fratelli che hanno lo stesso tuo destino? (p.188)

25 Febbraio 1980

“Nulla è più grande della morte del Figlio di Dio, la sua morte trascende e abbraccia ogni cosa. Dobbiamo vedere nella vita dell’universo la sua vita; nella passione di tutti i popoli la sua passione; nel nostro dolore una lontana partecipazione alla sua passione. Questo vuol dire che tutto è sacro, perché tutto ha rapporto con lui”. “L’atto dell’uomo o è il peccato o è la preghiera”. (Divo). (p.189)

26 Febbraio 1980

Le piante oscillano di tenerezza in giardino. Futuro incombente con tanta forza da sentirlo come presente: verranno dall’occidente e dall’oriente…. (p.189)

27 Febbraio 1980

Tutta l’esistenza di Gesù è costellata di segni ma essi in se stessi non sono sufficienti: il miracolo è capito e accettato solo se prima è accettato Gesù. La regina del mezzogiorno… gli abitanti di Ninive. La condanna per noi che non crediamo al segno di Giona è messa in bocca agli abitanti di Ninive e alla regina del mezzogiorno: alla fine dei tempi gli uomini non si distingueranno se non per la loro adesione a Gesù. È misteriosa la fede, questo stare o non stare con Gesù. Perché erano così i farisei? Perché non furono sconvolti dello sguardo di Gesù? Perché Giona che s’era rifiutato ripetutamente viene poi ad essere uno che ascolta e obbedisce a Dio? (p.189)

28 Febbraio 1980

Perché Giona diventa alleato di Dio? Alleanza è anzitutto scelta elezione di Dio, elezione per amore. Rispetta l’adesione dell’uomo, non salva l’uomo senza l’uomo. Essere figli di Dio non è semplice fatto biologico: è un dono che gli uomini sono chiamati ad accettare. Il profeta delle contraddizioni. Giona sa che il suo Dio è il Signore del cielo e della terra e del mare, eppure ha cercato dì fuggire da Lui imbarcandosi per l’estremo confine del mondo. Riconosce che il Signore è un Dio misericordioso e tuttavia spera che il Signore non avrebbe in seguito mostrato alcuna misericordia verso gli abitanti di Ninive. (p.189)

29 Febbraio 1980

Parlare di me: un’occasione buona l’onomastico. Il significato? S. Albino era un vescovo che doveva avere (così dice la leggenda) sempre lo Spirito Santo all’orecchio, altrimenti non sapeva parlare o se si metteva a parlare diceva cose insensate. Io personalmente penso a volte che non ci sia bisogno di Spirito Santo, che mi sia sufficiente la mia preparazione. Trent’anni d’insegnamento… Invece succede che, se mi affido allo Spirito, ciò che dico agli altri lo sento prima scendere in me, nella volontà e nel proposito, poi sento che è Lui che pensa a rendere feconda la parola. Così succede anche nel resto della vita: la carità… Se non c’è la preghiera non riusciamo a mettere insieme nemmeno due angeli. (p.190)

1 Marzo 1980 S. Albino.

Domandare che mi aiutiate a pentirmi delle infedeltà commesse e a non rendere inutile la grazia e i doni di Dio, in ordine di natura e di grazia ministeriale nel tempo che Gli piacerà concedermi nel Suo disegno di amore. Questa preghiera era stata da me preparata per rivolgerla alla comunità durante la Messa concelebrata in occasione del mio onomastico. Invece ho detto tante parole insipide, credo. (p.190)

2 Marzo 1980

TRASFIGURAZIONE

Trasfiguriamo a modo nostro, temporale, il corpo umano. Vedi la donna che ostenta unicamente le sue forme fisiche, e gli uomini che la ricercano unicamente in quella determinata figurazione sensibile e sensuale. La sensività predomina, una sensività opulenta, morbosa. Non così la trasfigurazione del Tabor e dell’uomo incarnato nel Cristo. (p.190)

3 Marzo 1980

Perdonate e sarete perdonati. Misura pigiata. Ci stanno tutte le ingiurie, le offese, le dimenticanze, le sconoscenze, le condanne… Così deve essere il nostro animo. Non si ribella e non esige giustizia e risarcimenti (o risentimenti). Il male c’è, ma non è solo degli altri. È di tutti. Il profeta quando parla a Dio non si stacca dal popolo ma si mette con il peccato del popolo e suo. Il male è anche nostro perché lo condanniamo come fosse frutto degli altri. Il male è anche nostro perché esigiamo giustizia su quello degli altri: “Gli sta bene!”. Perché non preghiamo per il male che c’è nel mondo, come i profeti. Perché il bene che facciamo è sempre allo stesso livello, non è una conversione progressiva. Perché pensiamo che il male che facciamo non abbia influenza sul male comune. (Lampada che si spegne sul cammino che compiamo tutti insieme verso il regno). Perché non sappiamo dimenticare. (p.191)

4 Marzo 1980

Il figlio prodigo. Non è una parabola a unico senso. È quella del padre che perdona con la sua misericordia al figlio giovane e al figlio maggiore. È il Signore che rimette tutto, qualsiasi atteggiamento con il quale ci comportiamo con lui e tra di noi. Può essere vista come parabola del figlio prodigo. Può essere la parabola che porta un messaggio di salvezza sia al fratello minore che al fratello maggiore. (p.191)

5 Marzo 1980

Riconoscere di aver peccato è la sostanza del messaggio: l’uno ha peccato di durezza contro il padre abbandonato e contro il fratello troppo saggio e consapevolmente retto e a posto (ci devono essere state delle contese in quella casa, delle competizioni e dei confronti arroganti); l’altro ha peccato di incomprensione e di condanna. Ma entrambi, il giovane più dell’altro esplicitamente, hanno riconosciuto il proprio peccato ed è qui che bisogna collocare la sostanza della parabola: il padre che perdona, Dio che perdona. (p.191)

6 Marzo 1980

Valori. I valori non provengono dalla nostra personale valorizzazione bensì dall’apprezzamento da parte di Dio. Così succede che le opere meno appariscenti sono in realtà le più feconde. Ed è di questa zona silenziosa e sepolta di noi stessi che il Signore fa il suo giardino. Vi trova le sementi che Egli utilizza spargendole nel campo dell’umanità; è polline impalpabile che il vento dello spirito dissemina ovunque. La preghiera, quella spirituale, è questa semente che si deposita negli spazi più remoti del mondo, nel cuore degli uomini che cercano Dio con cuore sincero. Non dobbiamo mai pensarci inutili nè tentarci a fare. (p.191)

7 Marzo 1980

Ieri, rientrando da Verona, ho avuto la chiara sensazione che parliamo troppo, facciamo troppo chiasso, Taia, invece di metterci e restare in ginocchio davanti al Silenzio di Dio. Le Sue parole che sono parole silenziose, vengono sopraffatte dalle nostre e così confondiamo la visione della nostra vita e non ci lasciamo guidare. Bisogna essere più miti e dolci con tutti, anche con noi stessi. Quante parole inutili e sprecate ho detto ieri! Mi perdoni? Mi perdoni? Perché sono così debole quando si tratta di accontentare me stesso? Dovrei usare le maniere forti anche verso me stesso. Le maniere forti. (p.192)

8 Marzo 1980

La parabola del figlio prodigo, del padre misericordioso, del figlio maggiore, di Dio Padre dal cuore immenso, Papà immenso che, nell’Incarnazione si è fatto un cuore di carne che pulserà per tutta l’eternità. Se vogliamo amare, se vogliamo essere capaci di amare, dobbiamo attingere da quel cuore, perché non siamo noi a insegnargli ad amare ma è Lui che ci ammaestra in questo, è Lui che ha bisogno di amare e di essere amato. (p.192)

9 Marzo 1980

Più mi penso e più mi peso, sento il peso di me stesso. Sento tanto, infinito bisogno di riconciliarmi e di mettermi in ginocchio. Lacerazione. Mi sento, mi sento, mi sento. È sempre, alla fine, un rigirarmi su me stesso come faccio nel letto quando m’è difficile prendere sonno. Se mi mettessi soltanto davanti a Lui e non badassi al resto, quanta bella libertà ne verrebbe a galla! Mi lascio condizionare dal niente. Ieri mattina è partito per Roma il priore. Ieri ho scritto a E., venerdì a Taia. Ho chiesto perdono a Taia del mio comportamento da esaltato che ho tenuto per quasi tutta la giornata con i miei nipoti e con lei in particolare. (p.192)

10 Marzo 1980

Tu mi hai offerto i mezzi per poter diventare quello che esigi. Ma vedo che non è difficile il diventare ma è difficile l’uso dei mezzi che mi offri senza i quali sono convinto che non riuscirò a essere se non quello che sono. Mi chiami a essere al di là di me stesso, al di sopra della mia natura, e se a me è impossibile questo, a Te non è impossibile. L’esigenza Tua, che sei la creatura nuova, è quella che non mi chiuda e mi adagi nel naturale puro. È la metafora del fico che non aveva frutti fuori stagione. È difficile rinnovarsi e rinascere, è un credere alle cose impossibili. maternità vergine, concepito nella vecchiaia, risurrezione. Manca perdono e amore verso i nemici; guardare le cose del cielo non quelle della terra. (p.192)

11 Marzo 1980

Silenzio illuminato. Taciturnità risentita. Confidare. Lamentazioni di Geremia. Claudia, ripensaci a lungo, silenziosamente, pazientemente. L’umiltà è figlia della pazienza e la pazienza figlia della fede. Rifletti con più calma e distensione. È una decisione grave. (p.193)

12 Marzo 1980

Amiamo più una vittoria su noi stessi che un atto di più amore a Lui che ci si dona continuamente. Non è giusto. Per chi teniamo di più, per noi o per Lui? Faccio il plurale per dar più peso a quello che dico a me stesso. (p.193)

13 Marzo 1980

Metà quaresima. Devo essere sincero: non ho fatto niente in questa quaresima, in questa metà. Ne rimane l’altra metà. E poi vado predicando la coerenza e la spiritualità. Fortuna che la predica la faccio per tre quarti a me stesso. (p.193)

14 Marzo 1980

“Finché le potenze non si sono placate, finché le potenze non vivono il puro abbandono all’amore, c’è il tumulto nell’anima”. “Il giogo della legge che l’uomo deve portare è la PAZIENZA, ma la pazienza nutre l’anima, perché fa più pura l’attesa, più certa la speranza”. (Divo) E il demonio ti dice, ti suggerisce, sogghignando, che i tuoi peccati sono innocenti, debolezze che non contristano affatto il Signore. (p.193)

15 Marzo 1980

Parabola del figlio prodigo. Il giovane ha pensato e ruminato a lungo prima di partire. Il maggiore poteva trovarsi in un momento di stanchezza per uscire in quelle parole dure verso il padre e il fratello. Comunque il padre ha perdonato anche al maggiore. La morale della parabola è il perdono da parte di Dio di qualsiasi peccato, sia il peccato del figlio prodigo che quello del fratello maggiore. Il curioso succede quando ci mettiamo dalla parte del figlio minore per accanirci contro il maggiore: diventiamo che cosa? Usciamo dalla parabola. Il padre non si è accanito contro nessuno. (p.193)

16 Marzo 1980

Papini “Gl’interpreti sono liberi d’almanaccare e baloccarsi. Che il prodigo è l’uomo nuovo, purificato dalla prova del dolore, e il savio è il fariseo che osserva la legge ma non conosce l’amore. Oppure che il savio è il popolo giudaico che non comprende l’amore del Padre il quale accoglierà il pagano benché si sia avvoltolato nei sozzi amori della gentilità e abbia vissuto in compagnia dei maiali.” (p.194)

17 Marzo 1980

Non mi si dà tregua. Un nulla mi porta via, lontano. Ma come si fa a difendere tanti sinceri propositi che si stracciano al primo apparire di difficoltà o di tentazione? Ci sono stimoli in me che non muoiono; affiorano continuamente. Perdo il senso del male e quello dei valori della vita e della donazione. Non c’è mai un punto fermo, il progredire non ti por-ta avanti, è sempre un viaggiare in te stesso, alla conoscenza di te. E più ti conosci, più ti senti lontano dal punto cui aneli. (p.194)

18 Marzo 1980

Notizie di uccisioni. Non crediamo più alla vita. Non crediamo più alla Risurrezione. Signore non sanno quello che fanno, come noi qui dove Tu sei ucciso in mille forme incruente. Non Ti ringraziamo dei Tuoi doni; li sfruttiamo come cosa nostra, non come cosa donata. Ti pensiamo poco. Ti incontriamo sì e no una volta due tre al giorno. Se Ti ricordassimo più spesso. Solo che Ti ricordiamo e Ti gettiamo uno sguardo ogni tanto, alla sfuggita! (p.194)

19 Marzo 1980

Giuseppe era credente: per questo accettò l’intreccio dell’umano col divino. Gesù Figlio di Maria ma concepito di Spirito Santo. La fede non è un risultato di ragionamenti umani. Se ragioniamo sulla Risurrezione nostra che cosa concludiamo? Se crediamo il problema è risolto. Abramo ha creduto: era una cosa semplice? Maria ha creduto: era una cosa semplice? Giuseppe ha creduto: era una cosa semplice? A noi sembra cosa semplice perché siamo abituati a sentirla la fede di Abramo, di Maria e di Giuseppe. Non ci facciamo più tanto caso. Ma proviamo a metterci nei loro panni di allora. (p.194)

20 Marzo 1980

Noi siamo chiamati a mettere in atto la nostra fede nei riguardi della Risurrezione nostra: questo corpo sarà trasformato e per portarmelo dietro ora com’è, occorre che lo pensi come risorto e trasfigurato. È fede. Un altro atto di fede continua è l’Eucarestia. Questo è il Corpo di Cristo: Amen. Abramo, Maria, Giuseppe ci aiutino nella fede, a credere alle cose incredibili che Dio ci propone. (p.194)

21 Marzo 1980

Esproprio. Piove. “Un flat di ploio. Nulàt”.  Nel bosco di Gramulins regna il silenzio. Qui voglio crearlo. Un silenzio costruito su quanto ho deciso di promettere stamattina. Dono di tutti i pensieri e immagini (visi, volti, situazioni) che possono allontanarmi da Lui e provocare delle ingiuste sostituzioni. Devo ricordarmi che ho donato tutto e che devo comportarmi con Lui come uno che non può disporre di sé come gli piace; i pensieri sono Suoi, i sentimenti sono Suoi, il corpo è Suo. Sono parole, sono promesse, sono considerazioni umane che hanno bisogno della grazia per diventare efficaci e operative. Signore, pietà di me! Madre mia pietà di me! Spirito Santo rinnovami nello spirito! (p.195)

22 Marzo 1980

Da pagine di un’anima. A Dio non interessano i miei peccati, a Lui interessa solo che mi lasci amare e che creda al Suo amore. Aiutami a dimenticarmi interamente, a unificarmi a tutti i movimenti della Tua anima. L’io si crea alle volte degli amici: stima, comprensione, sensibilità, e allora non c’è deserto. Bisogna che il Signore ritrovi sempre vuoto il cuore. Fare unità in Lui di tutto il mio essere, nell’ascolto. Come un fiore che sboccia nel silenzio e profuma il silenzio. Ho pianto ma un giorno raccoglierò nella gioia. Sentirci sempre illuminati dalla luce di Cristo che crede e ama anche quando sembra che la vita sia fallimento continuo. (p.195)

23 Marzo 1980

Egli che non occupa spazio ma riempie la vita. Strano sono. Tutto diverso dagli altri confessori, specialmente dai direttori spirituali. Ascolto, commento, ma non vi dico niente di pratico. Non so. È fare pigrizia mentale o pigrizia spirituale. Oggi sono a terra. Mi appiglio solo all’essere che è Lui. Tutto mi urta e mi infligge nausea e mi crea stanchezza e vuoto. Sciocco è il parlare che mi sta attorno, sciocchi discorsi che sento attraverso le orecchie incattivite dallo spirito. Vorrei evadere. Però è lo stesso. Evadere dall’evadere, dall’evasione. Beato chi non è come me. Ma ugualmente non vorrei essere altro, un altro. Chiedo perdono al Signore e a tutti. Piove. È piovuto tutta la giornata. Faccio fatica a rimanere in confessionale. Molta. (p.195)

24 Marzo 1980

Perché non mi ricordo di usare i mezzi più immediati di superamento di me in situazioni che si ripetono durante la giornata? È strano, è assurdo che giri intorno a me stesso e soffra stupidamente, supinamente, senza reagire nel modo che conosco e che è il modo migliore. Mi vado interrogando con domande pigre. Se mi mettessi!… Se. A 64 anni discuti ancora come un bambino e prometti cose che domani riprendi con tutta disinvoltura. Oggi ho offerto la giornata (una giornataccia) per sedare la violenza. Ho pregato, ho pazientato, mi sono ribellato, ho fatto soffrire. Il perdono sia per me e per tutti. (p.196)

25 Marzo 1980

Sì sempre ad ogni rinunzia che ti si propone. Sempre sì anche se costa anche se non è accompagnato da una profonda e consapevole decisione di volontà impegnante. È una giornata filtrata da paure, schiacciata da stanchezza. Piove e non piove. Due persone ho assistito nella confessione. Un’altra fuori. Sono persone che hanno il cuore aperto alla grazia, alla parola di Gesù e vogliono, si sono ripromesse di dire sempre sì. Sono persone che mi offrono grande aiuto con il loro esempio e con ciò che Gesù opera in loro. (p.196)

26 Marzo 1980

Le delusioni sono grazie di Dio Deluso delle parole che oggi ho detto al Vangelo. Delusione per l’accoglienza mancata. Occorre che l’insuccesso, l’incomprensione, il fallimento non mi tocchino più. Che cosa è la verità? La verità vi farà liberi È sapere che Dio ha mandato al mondo il Figlio Suo il quale ci dimostra che Dio ci ama e ci indica da dove siamo venuti e dove andiamo. da chi siamo venuti e da chi andiamo. Questa è la verità. Anche oggi piove. Omicidio: hanno ucciso l’arcivescovo di S. Salvador mentre celebrava. (p.196)

27 Marzo 1980

Sembra che Ti dimentichi, invece. Tu sei con me, non soltanto vicino, accanto, presso, ma sei dentro qui nel cuore che oggi ha una spina, o più spine confitte. È la solita ferita purulenta. Non so come curarla. Tu sai benissimo come or venga, come or si riapra. Tamponarla bisogna, con l’umiltà, col dimenticarla. Nel pomeriggio devo andare con Adriano a Brogliano. Che giornata sconvolta. Non piove. Il cielo è piombo. Ti cerco. Credo alla Tua presenza anche se non la sento. Ti farò risorgere dalla mia tenebra e diventerò anch’io un po’ più luce. Per Claudia anche questa sofferenza muta, questa muta preghiera. (p.196)

28 Marzo 1980

Maria presso la croce. La sofferenza è meno seria se vissuta con Maria sofferente. Dopo Gesù è la Madre che accetta la croce, che accetta la morte in quella di Suo Figlio. La morte del Figlio è anche Sua e Sua è la nostra pure. Con Te, Maria, ci si piega volentieri, ci si inginocchia, si prega, si adora anche l’ora più buia; dove Tu sci passata è passata la fede, l’umiltà, la povertà, la preghiera, la donazione di sé; è passato il silenzio, la contemplazione; sono passate le beatitudini; e tu passi continuamente a indicarci la strada; sei accanto a noi con tutta la stia maternità grande, smisurata maternità, divina e umana: stare presso la croce del Figlio e la croce di ognuno di noi. (p.197)

29 Marzo 1980

Non così, non così. Tutto è nascosto da un denso velo di nebbia. Assomiglia il tempo a un autunno inoltrato. La tristezza preme sull’anima e sul fisico. Forse durerà fino a stasera. Domani non ci sarà più. Signore Ti cerco. Non nasconderti più a lungo; tutta la mia vita mi ricopre delle sue tristezze. Sono molte. Sono un turbine. Vengono avanti lentamente, inesorabili. Chi mi può liberare da queste nuvole, da queste notti bianche e mute? La Tua verità non brilla, non è luce, è appena un chiarore che stempera la densità della tristezza. Le cose inutili affiorano alla loro es-senza tossica e piegano il cuore. Il cuore sembra fermo; immobile. Signore, vieni presto in mio aiuto! (p.197)

30 Marzo 1980

Con l’anima colma di Eternità. Le palme. Verde oliva. Le punte delle palme danzano oscillano, fanno segni larghi di pace. Le foglie a cuore appuntito mi pungono l’immaginazione e il pensiero che naturalmente rinasce, ritrova vigore e vita, nei ricordi, in quel suolo lontano…. Ma sembra lontano. È pura impressione. Quelle foglie ricomposte, ristrette l’una nell’altra le sento ancora cosa bella, dal significato misterioso che risuona di musica interiore. Come è possibile dimenticare!? (p.197)

31 Marzo 1980

Dimenticare la vita, la vita, non la mia, tutta quella vita che un ramo d’olivo mi ritorna a inverdire? Non è Lui che si mostra per le prime volte, avvolto nel verde d’un ramo d’olivo? E pungeva il mio cuore ancora tenero, ancora schivo di Lui? C’erano rondini? La rondine che ha cozzato sul petto bambino di quella bambina! Tanta festa. Ce l’ho ancora nel cuore. Mi serve a dar luce nelle tante ombre che sbocciano simili a fiori nel tempo impetuoso che ha preso a incalzare come fiera i passi di questi anni.  C’eri Tu, lo so. Ti conosco meglio ora. C’eri Tu! (p.197)

1 Aprile 1980

Sono stato a Verona. Ho trovato Claudia, scontenta e tesa. Non è giusto che prenda una decisione. Sarebbe un’imprudenza colossale. Ora mi sono imposto di vivere questa Settimana Santa in attesa che Claudia ci ripensi. Santa Bertilla l’aiuterà e le aprirà la mente e il cuore. Quanta sofferenza! È colpa mia? Sono stato imprudente, leggero e superficiale? Il Signore però c’è ancora. (p.198)

2 Aprile 1980

Oggi una pena, una fatica. Ma che serva perlomeno a rialzare quell’altra anima e a farla uscire da se stessa. È tutta raccolta in se stessa e non riesce a liberarsi. Raccoglimento che è chiusura in quanto non vede altro che se stessa. Oggi il Vangelo di Giuda. Le parole si fanno essenza, vita, atto. Atto del sacrificio, morte e risurrezione. Segno di amore, pegno di gloria. Amicizia che si riconosce nel tradimento. Ci sono lacrime? Non ci sono lacrime. Il dramma vero non conosce il sollievo del pianto. Non ci sono parole in questo Vangelo: ci sono atti, presenze, fatti. In Giuda ci riconosciamo tutti perché la vita di ognuno è un tessuto di piccoli o gran-di tradimenti. Di piccole e grosse viltà. (p.198)

3 Aprile 1980

Oggi mi impegno con Gesù donato: che ogni giorno porti nella Messa un dono, qualcosa che mi costa o qualcosa che a Lui è gradito. Ricordo: non ho lottato ancora fino al sangue contro il peccato. È molto facile peccare perché è difficile vedere l’amore, credere all’amore. Il non credere all’amore è già colpa, è già durezza, è già cecità. Che cosa alla fine dei conti mi rimane ancora nella vita di utile? L’unica cosa sempre utile è pregare, è rimanere in ascolto di Lui, è amare anche con la volontà, è credere anche con la volontà. Celso, Olimpia, guardate giù, date un’occhiata al cuore e ai pensieri di Claudia. Gesù Eucarestia, portaci luce. (p.198)

4 Aprile

Giorno di silenzio. Nel silenzio veniamo a riconoscere la necessità delle cose inutili: preghiera, silenzio e sofferenza. 64 anni miei. È una lunga corona. Un rosario con i suoi misteri dolorosi, gaudiosi e gloriosi. E una ghirlanda di vari fiori stretti fra di loro. Il grido di Gesù. È un grido di estremo, culminato dolore? O è un grido per spaventare la morte? Una vita di fede sa seppellire tutti ì perché di una giornata. E Lui va a morire. E Lui ci saluta. Ma Lui è Dio. Non importa questo: ciò che importa è Lui che va a morire come uomo dimenticando, in quel momento più che in altri, di essere Dio, perché la Sua sofferenza fosse più vicino, dentro alla nostra, perché il Suo amore fosse veramente amore di cuore. (p.199)

5 Aprile 1980

Sto aspettando. Il sole emerge. Mi sommerge la luce. Una piccola ansietà sospesa sull’anima, crea un’ombra. Ci vuole poco a suscitare una burrasca Eppure Tu ci sei. Non si hanno da prendere sul serio le ombre. Mettile via. Sono ombre, niente altro che ombre. Sono fragili. Basta un poco del Suo vento, un raggio della Sua presenza, vera, reale, intima. Come fai a distruggere tutta quella luce, quella pace che viene da Lui? Per cose così effimere? Sabato Santo. Non è possibile impedire al pensiero di volare lassù. I prati erano verdi, sembravano cascate di sole verde. Erano profumati. L’acqua dei ruscelli e del torrente scintillava quasi nuova. Le campane cantavano. (p.199)

6 Aprile 1980

C’è una favola che sostiene il mondo: la favola della Risurrezione. Con essa ci rimettiamo continuamente a una realtà che sognamo e che sentiamo come favola che incombe senza realizzarsi, mentre andiamo continuamente scoprendo che l’unica realtà è nascosta, conservata, custodita in quella fiaba. “Una vita di fede sa seppellire tutti i perché della vita di ogni giorno”. “Le piccole penitenze sono care al Signore; sono l’espressione del mio amore. Mantengono e aumentano il fuoco dell’amore e lo spirito sempre giovane, danno la capacità di nuove invenzioni d’amore”. (p.199)

7 Aprile 1980

Maria, Vergine Santa, non solo vedi, ma senti la nostra povertà perché Tu l’hai sofferta come noi e più. Cammina con noi, vieni sulle nostre strade, per le nostre case. Sai qual è la mia casa? Vicino a casa mia c’è una fontana; un ciliegio grande all’angolo della casa, che si alza maestoso tra casa mia e casa di Celo; davanti a una finestra della cucina un pero dalle pere piccoline ma nere e dolci nella maturazione a settembre; sui rami del pero vengono le capinere a sbirciare frammenti di polenta sul davanzale. Ave Maria. Si pregava più con il pensiero che con le parole Con pensieri intrisi di esistenza; Maria, mio padre Ti vuole bene e Ti rispetta: quando diciamo il Rosario, la sera, egli non si muove dalla cassapanca, se ne sta sdraiato, però si leva il cappello e se lo caccia su di un ginocchio;
ave Maria. Non pensiamo a quello che diciamo, pensiamo a qualcosa d’altro. La cena è già sepolta nello stomaco e si pensa ancora alla crosta di formaggio, alla crosta del paiolo. La fantasia corre di qua e di là, su e giù ondulante come i monti nel buio, nell’odore di fieno, di pece d’abete, e le mani sono impiastricciate di pece; sanno di profumo di latte E Tu sei lì, con il Tuo viso simile a soavissimo guscio, con le Tue mani simili a fiori. Tu ci ascolti e ci guardi: ora sei qui, con noi, e sei bella come sorella e come madre, così, scesa dall’altare, dove forse non arrivava il nostro pregare. Ti vediamo camminare sulle spalle degli uomini che Ti portano in processione la festa dell’Immacolata, uomini compresi che davvero fossero loro a portarti per le strade di sassi del paese, molti anni fa, per quelle strade imbottite di neve. Da lontano però sembrava che Tu camminassi come una regina lungo la ruga nera di donne che a Te cantavano con aria triste, non più con aria triste, su quel breve tratto vivace di ragazze e fanciulle che sembravano guardarti per chiederti un po’ della Tua bellezza, fatta di indefinibile fascino, per avere un po’ i Tuoi occhi azzurri, e la Tua bocca piccolina, a piccola ferita. Stelle i Tuoi occhi: il Tuo splendore di regina s’è fatto splendore di madre che splende d’affetto. Camminavi come una madre proteggente sulle nostre teste di fanciulli rapati e scalzi, dentro a pantaloni come campane. E le campane suonavano. Din don dan ma con frenesia come fosse la prima e l’ultima volta E le bambine cantavano ridendo dietro alle manciate di petali di carta a colori che versavano sulla strada. Occhi neri neri, e guance rosse, sottanine come tendine a fiori vivi vivi che facevano chiasso, scampanio allo sguardo e alla fantasia. Ma perché non ridevi anche Tu? Ti guardavo; era vero che non ridevi, ma avevi un sorriso di contenta e se Ti avessero dato il permesso Tu avresti incominciato a muovere gli occhi, allargare le mani in abbraccio; avresti incominciato a fissare tutti noi, tutti i tuoi poverissimi figli; avresti fermato lo sguardo su uno e su un’altra, più su questo che su quella, o viceversa. Saremmo rimasti più che contenti. Tu volevi fare questo. Te lo leggevo negli occhi. Le finestre delle case fluttuavano nei festoni bianchi di lenzuola, bianche sul bianco della neve, decorate di carte inanellate, e di geranei, di crocifissi e di immagini tolte per un attimo dal loro posto sopra la testiera del letto. Vedevo che Tu godevi specialmente di una novità: quasi tutti gli uomini o erano usciti a vederti o Ti seguivano. Non erano loro onorati di questo Tuo passare ma Tu ti sentivi onorata da questa presenza di uomini boscaioli o di quelli arrivati dalla Francia dalla Germania, col cappello o il berretto sotto braccio, con lo sguardo rivolto alle case che parevano vibrare di gioia per il loro ritorno dai lontani paesi. Un ritorno breve. A febbraio sarebbero ripartiti con una tristezza più forte della speranza al momento dell’addio, e poi la speranza avrebbe ripreso, dopo qualche giorno, a prevalere. Però si sentiva che un poco di tutta quella festa alla Madonna era condivisa, cioè era fatta anche per loro, per i ritornati, per gli emigranti. La sera si danzava. Era una danza che si prolungava fino al mattino, una danza che era protetta dal passaggio della Madonna. (p.201)

11 Aprile 1980

Festa onomastica del p. priore. Rinnoviamo gli auguri che si rendono ancora più saporiti e sostanziosi con presenze significative… Un augurio che vorrei ricavato dalla liturgia pasquale che tratta il tema del pane, del pesce, dei discepoli raccolti intorno a una mensa, a un fuoco. Discepoli che riconoscono Gesù nello spezzare il pane. Ecco, l’augurio nostro è questo, che la vita di p. Stanislao sia davvero un pane che si spezza per la sua comunità, per le persone che egli conosce e ama, per le persone tra le quali lavora e soffre. E la speranza sia la sua forza e la sua gioia. (p.201)

14 Aprile 1980

Tu hai pianto sulle mie indegnità. Io ho pianto sulle Tue piaghe. Piaghe sopra le mie indegnità. Hai pianto. Hai pianto, perché non potevi essere realmente miseria come me. E ora la Tua morte, Signore. Eri carne. Eri incarnato. Ma non nel peccato. Gli effetti hai subito del peccato, come causa come carnefice come vittima Te lo sei addossato, come veste, non come cuore e come anima colpa. . (p.201)

15 Aprile 1980

Voglio pensare agli anni vissuti, specialmente quelli più remoti che non ho mai dimenticato. Si affacciano alla mente, affiorano all’animo cari tinte e con luce più nitide, più reali. È forse un fenomeno di ordine spirituale; nel senso che è spirituale il desiderio di  ritornare al tempo in cui le cose si vedevano con occhio più puro, con animo meno riflessivo, con pensiero privo di calcolo, come assorti in contemplazione. Mi fa bene rifare un viaggio immaginario in quei tempi remoti e rivedermi e credere di riscoprirmi davvero quale ero, sia nel vestito come nel cuore. C’era anche Lui, ma in maniera diversa. (p.202)

16 Aprile 1980

Felice di questa esile foglia di pane nel segno del Tuo incredibile amore, in questa candida foglia di pane dove si fonde il Tuo cuore, dove sento i Tuoi cieli infiniti e dove si fondono i cuori di tutti gli uomini, io voglio essere una goccia trasparente al mio Dio un fiore sempre vivo un canto che non muore. Con p. Giuseppe, con don Lorenzo con mamma e papà con Maria con tutti. (p.202)

17 Aprile 1980

Il segno dell’infinito Tuo amore mi rende felice del Tuo inaudito segno Signore, felice del Tuo segno di amore, in quella esile foglia di pane dove il Tuo cuore si fonde con il mio piccolo cuore e con quello profondo degli uomini in quella candida foglia di pane io voglio essere una goccia trasparente al mio Dio un fiore sempre vivo un canto che non muore per il mio Dio. (p.203)

18 Aprile 1980

Accanto a quel dono grande di amore in quella esile foglia di pane, dove vive il Creatore del cieli e delle profondità del mare e di tutti gli abissi, dove il cuore di Dio si incontra con il mio piccolo cuore e col cuore profondo d’ogni umana creatura, in quella esile foglia di pane io voglio essere una goccia trasparente al mio Dio cantando la gioia di vivere per amarlo sempre di più. (p.203)

19 Aprile 1980

Pregate perché mandi operai alla Sua messe. È Sua la messe, quindi stando alle parole, all’esortazione, occorre pregare; non occorrerebbe altro e se occorresse altro questo altro non dovrebbe sostituire la preghiera. Terza giornata di preghiera per le vocazioni: preghiera che persuada il Signore a chiamare; il problema è questo: se noi conosciamo il valore della chiamata, allora è spontanea la richiesta di essere chiamati, e che molti, tutti, siano chiamati. In merito poi al senso che hanno o nascondono le parole vocazioni religiose, si fanno e si stabiliscono tante, troppe congetture terrene, per illuminare e chiarire la distinzione tra una vocazione e l’altra, quasi con una tenace volontà dì competizione, di fissare cioè delle categorie di gerarchie… Spiegare che cosa sia la vita religiosa non vale: sono concetti, rendere concettosa la vita è sempre un male. È come spiegare il silenzio: che cosa vuol dire silenzio? Facciamolo prima, e poi lo capiremo, lo sentiremo nella sua essenza. Vita religiosa è silenzio posto a Dio. Ma quando facciamo silenzio? Se un cane chiamato Pluto mette in crisi una comunità, che comunità è? Preghiamo per le chiamate di Dio, ma a che cosa chiamiamo noi, chi chiamiamo? Nessuno sa spiegare che cosa accade in un cuore. (p.204)

21 Aprile 1980

Nessuno sa spiegare cosa accade in un cuore quando arriva la chiamata. E noi facciamo calcoli. A che livello è la nostra cultura… Ma quale cultura? Propongo una cosa in questo ottavario, la propongo per me: forse questo è un modo di seminare le chiamate di Dio, di muovere, scomodare Dio a chiamare qualcuno alla Sua messe, perché se andiamo avanti così con il discorso ci accorgeremo che operai non ce ne sono perché non c’è neppure la messe. (p.204)

22 Aprile 1980

Ripeto due risposte di suor Maria Teresa dell’Immacolata, intervistata da Enzo Biagi. Alla domanda “Come fa Dio a farci capire quando ci vuole?”: “Dio non si ripete mai; per ognuno ha un nome, (né Enzo né Maria Teresa), quel nome di cui parla Giovanni nell’Apocalisse e che ci sarà dato quando entreremo nel Regno. Ci sono tanti modi, ma noi non Lo ascol-tiamo, non gli lasciamo spazio. Come si fa a sentirlo nelle città, nelle famiglie dove non c’è mai silenzio? Il silenzio ci fa paura perché ci pone davanti al Signore. Non sappiamo stare soli con noi stessi, perché questo significa rinnegare qualcosa di nostro”. E alla domanda “Chi viene a cercarvi e a rifugiarsi qui?”: “Chi ha già una sua via, o chi è molto smarrito, chi cerca un momento di pace, un momento fermo e sicuro. Gli ultimi? Una giovane donna che aveva appena abortito: tornerà un sacerdote, due sposi in viaggio di nozze, un uomo, un altro uomo.” (p.204)

23 Aprile 1980

Che cosa sappiamo noi di quanto succede nel cuore umano quando Dio chiama? Se non lo sappiamo è inutile che stiamo a spiegare la vocazione religiosa che vagamente è conoscere più da vicino l’amore di Dio e che Gesù è realmente nostro fratello, fratello che bisogna amare e imitare nella buona e cattiva sorte. Diceva un’anima. “Se saprò degnamente lacerarmi nel mio solco, quel fiore di grano che nascerà dalla mia morte lo colga una creatura. Non importa, per me, chi essa sia, di dove venga, cosa cerchi… Dio: Ti chiederò che quel fiore lo veda per primo un uomo senza speranza”. Ci rimane pertanto la preghiera, una preghiera semplice a un Dio che si comporta ora da Dio ora da uomo, ora da bambino, ora da adulto e vecchio La preghiera che da un lato viene vista e sentita come la cosa più inutile, ma nella realtà è la più necessaria. (p.204)

25 aprile 1980

Accettare prima la parola di Dio con atto di fede e poi la parola diventa chiara e luminosa. La storia cammina e si muove, avanza verso la pienezza in forza non di avvenimenti esteriori ma di attività nascoste e silenziose, come la preghiera e la vita di sante persone. La parola di Dio svela il suo significato non al momento che essa trova adattabilità al nostro giudizio, ma al momento che viene accettata come parola di Dio. Quindi il contenuto della parola è anticipato da un atto di fede. Stamattina la campana grande annunzia la morte di fra Giacomo Tonellotto. (p.205)

26 Aprile 1980

io mio io fa rumore.

27 Aprile 1980

Un fiore sempre vivo voglio essere e un canto che non muore, una goccia trasparente al mio Dio che in quella esile foglia di pane si fa amore al mio piccolo cuore, che in quella candida foglia di pane al cuore profondo d’ogni uomo pane vivo si rende con il p. Giuseppe, con don Lorenzo con mamma e papà e la sorella Maria Grazia con tutti. (p.205)

28 Aprile 1980

Una goccia voglio essere al mio Dio che in quella esile foglia di pane si fa amore al mio piccolo cuore  e al cuore profondo d’ogni uomo pane vivo si rende. Un fiore sempre vivo voglio essere e canto che non muore. Oggi con lo squillo festoso delle campane accogli, come profumo di incenso il mio commosso grazie mentre nell’animo s’accende una mite e fiduciosa preghiera. (p.206)

29 Aprile 1980

Non preoccuparti, non rattristarti per le meschinità che combinano gli uomini. Che cosa ti possono fare? Te la prendi per nulla. Prego ogni giorno nella Messa che l’amore sul quale insiste il Vangelo sia una realtà nella mia vita, una testimonianza. Credo che diventerò capace nonostante l’età. Sara. Elisabetta e tante altre hanno partorito in tarda età, io partorirò queste verità, le farò mie, a tarda età perché niente è impossibile a Dio. E otterrò e partorirò tante altre cose, non per me ma a favore di tante altre persone; con la preghiera e la mortificazione. Ma ciò che mi pare molto importante, urgente e laborioso è l’amore per i miei fratelli. (p.206)

30 Aprile 1980

Parliamo d’altro. È sempre più reale e forte la parola del silenzio. È tutta sostanza. Anche le parole udite e lette rinascono come fiori sconosciuti e meravigliosi, avvolti di luce, mentre il concetto non è in grado di fornirle. Mi aiuta in questo viaggio interiore il sole infuocato del pomeriggio, i boschi che si stendono davanti all’occhio lucido, plastificato dall’aria lucentissima. Una sega rantola nel cuore del bosco. Una donna curva sotto la gerla a piccoli passi sulla punta dei piedi svelti e vivaci. (p.206)

1 Maggio 1980

Madre! Fa’ che io Ti incontri sulla mia strada. Mettiti sulla strada di Claudia. Il maligno si agguerrisce in modo spaventoso. Non sarà mica più potente di Te?! Virgo potens! Virgo clemens! Sento che sarà un mese imperversato, pieno di lotta, di accanimenti, di temporali È il mese dei fiori ma anche delle fortissime tentazioni che fioriscono magicamente in ogni parte dell’essere, in ogni fessura. Il maligno, il potere del maligno tenta di divincolarsi dal Tuo piede verginale. Ma noi abbiamo fiducia in Te, vogliamo averla anche se non la sentiamo viva questa fiducia in Te. Ci salvi Tu. Salvaci e infondi fede e speranza nei nostri cuori vuoti, e colmi di meschinità. (p.207)

2 Maggio 1980

A Verona, da Claudia, in casa di Danilo. Mamma! Se Tu non intervieni è molta fatica illuminare Claudia e liberarla dalle paure. Ho paura anch’io di tutto. Solo che ogni tanto o un raggio di cielo, o riflessi dal profondo del mio cuore, aprono, fendono l’oscurità. È tutta una lotta questa giornata. Mi sento pentola bollente. Madre! Se Tu non ci porgi aiuto ri-maniamo a terra, impolverati, infangati, come barattoli. Il maligno mi gira intorno furente. Se Tu non mi vieni accanto le onde mi sommergono. La mia speranza è questa Tua presenza. Mi abbandono alle mie paure e alle mie debolezze perché Tu mi soccorra con maggiore sollecitudine. Soccorrici! Sei qui e lassù per questo, per assisterci. Siamo ammalati privi di tutto. (p.207)

3 Maggio 1980

Chi vede me vede il Padre. Noi ci facciamo un’immagine di Dio il quale non può essere figurato, onde se Dio non lo vediamo secondo l’immagine che ci facciamo di Lui, rimaniamo insoddisfatti. Perciò Gesù dice bene che chi vede Lui vede il Padre, perché Egli è Dio in forma umana. Se vogliamo avere la forma di Dio l’abbiamo in Gesù. La forma non si può applicare all’infinito: in forma diventa finito; come ad esempio: si può rappresentare la grandezza nella sua infinità con qualche forma? No. Perché se avesse forma la grandezza infinita sarebbe già determinata, quindi non infinita. Però siccome Gesù è anche la seconda persona della SS.ma Trinità, e quindi uguale al Padre e allo Spirito Santo, Lui sì può rappresentare il Padre e tutto Dio nella forma di uomo, ma lo può rappresentare perché Gesù uomo è anche Gesù Dio.
(p.207)

4 Maggio 1980

Il sì della Vergine. Tutti possiamo rispondere sì a Dio, cioè metterci come risposta alla Sua volontà, in correlazione alla Sua volontà. Lo possiamo se quella capacità di dire sì la riteniamo non nostra bensì di Dio. Occorre svuotare noi stessi perché la capacità di Dio entri e operi in noi, allora diventiamo capaci di Lui, di tutto quello di citi è capace Lui. Al momen-to che il nostro sì si fa nostro, lo riteniamo nostro, in quel momento diventiamo incapaci, soprattutto incapaci del potere creativo di Dio. (p.208)

5 Maggio 1980

La Vergine è stata capace, nella capacità di Dio, di creare la nuova creatura, di riportare la creazione all’inizio. Madre dei viventi unicamente perché in Lei non c’era niente di Maria e tutto era Dio. Noi crediamo di poter fare qualcosa di buono senza di Lui, senza il Signore, mentre nulla possiamo fare se non ci fidiamo, non ci fondiamo sul Signore. Sembra di potere o di avere fatto, ma sul più bello ci rendiamo conto che la nostra opera non produce i frutti che ci aspettiamo. Abbiamo lavorato soltanto per noi, con la vanità del cuore e la compiacenza di noi stessi, ci siamo fatti un involucro intorno a noi stessi perfino interpretando in modo personale e borghese il Vangelo, la parola del Signore che è la verità; verità che è limpida e deve impegnare e distruggere dentro le nostre verità frammentarie, fatte sulla misura di noi stessi. Non è vero questo? Voglio vedere il volto del Padre in quello di Gesù sempre pronto a perdonarmi e le mani del Padre in quelle di Gesù sempre sollecite a lavarmi e a reggermi. Vedo che non c’è altro da fare che lottare contro la non speranza, sperare anche con il nulla in cui galleggio e fluttuo. Mi sento foglia, palloncino in balìa dell’aria. Ma giova sperare! (p.208)

6 Maggio 1980

I fiori non sono ancora vestiti di Maggio. Maggio ha un vestito tutto diverso dagli altri mesi. Non è una cosa solo di adesso, è sempre stato così. (p.208)

7 Maggio 1980

Perché non ti riveli al mondo mentre vuoi rivelarti a noi? È la domanda di Giuda (non l’Iscariota) a Gesù. “La risposta sembra non esistere. Eppure c’è. Il Signore si rivela a chi crede e non a chi vuol vedere. Il mondo vuol vedere, vuol toccare con la ragione e perciò rimane nella tenebra, perché non è disposto a far precedere il vedere con un atto di fede, il quale atto di fede apre la vista e apre all’amore. La Vergine che ha detto il suo immenso sì (anche noi siamo chiamati a dire continuamente sì anche se non ci badiamo), va da S. Elisabetta. Non ci va per verificare le parole dell’Angelo ma per comunicare con una persona, unica al mondo, che in quel momento poteva comprendere e quindi aiutare Maria in quella condizione di estrema responsabilità in cui Dio l’ha collocata. È una necessità psicologica e spirituale consistente in un bisogno profondo dell’animo di Maria di condividere questa responsabilità, bisogno di comprensione umana. Quindi spiegabilissima sul piano dello spirito che riempiva l’animo d’entrambe, la frase: benedetta te che hai creduto.(p.209)

8 Maggio 1980

C’è sempre una parte di me che guasta tutte le altre parti. Devo fare attenzione specialmente lì e là. Che cosa m’è dato di fare? Di fare per il regno di Dio? A questo punto sento che il mio fare è tutto nella pazienza. (p.209)

9 Maggio 1980

San Paolo ribadisce l’affermazione che per entrare nel regno è necessario passare per molte tribolazioni. Molte: se fosse per qualche tribolazione… ma dice che ne sono necessarie molte.  Ti lascia col fiato sospeso. Non soffermarti a considerare gli altri. Gli altri fratelli sono come te. Hanno destino identico, hanno difficoltà identiche, identici difetti. In quanto a difficoltà sono sempre superiori alle tue, e questo è indubbio. Che cosa vorresti? Il sogno che sogni, non è di questo mondo. Convinciti. Verrà. Ed è qui se ci pensi seriamente. (p.209)

10 Maggio 1980

Due argomenti trattati dal Vangelo vengono o sfiorati, o misconosciuti o evitati dall’attenzione mia personale: l’argomento inferno e l’argomento amore del prossimo. Mi dimentico. È un pensiero che dimentico volentieri perché è scomodo, è impegnativo. Oggi il sole è umido, mi inzuppa di umidità tiepida. Ho il sonno degli anni. Un sonno fatto di tempo, di giornate condensate nel mio essere. Cerco di aggrapparmi. Ma pigramente, a quello che mi ha sempre tratto e salvato da queste paludi. Il pensiero che Dio mi ama, non mi abbandona su questa croce, in questa volontà moribonda. Maria, Madre mia dammi la mano. (p.209)

11 Maggio 1980

Rapimenti di intuizione. (p.209)

12 Maggio 1980

Egli non toglie che per dare di più. Tu meriti di essere amato continuamente e con tutte le forze. Anche Tu Maria. La mia verde vallata si apre dal davanzale e sale verde conca, fino alla strada. È breve la mia verde vallata, è fatta solo di foglie, di foglie minute o larghe tonde come medaglioni mobili e leggere come riflessi o come piccoli cuori esili palme di mano. Canale per lo spirito. Il verde dei rami della mia vallata è silenzioso, assorto in ascolto, immobile. (p.210)

13 Maggio 1980

Ciò che manca alla Passione di Gesù. Che cosa manca? Mancano la nostra accettazione e la nostra partecipazione. Il Figlio di Dio è uno con noi nella morte e risurrezione, perciò dobbiamo sentire questa unità e viverla nella nostra vita personale perché la Passione sia integrale. Maria sta meglio. Un’altra volta ha avuto la prova della efficacia della preghiera. E suor Donata come sta? E suoi Claudia Candido? (p.210)

14 Maggio 1980

Dal Vangelo di Giovanni “Rimanete nel mio amore.” Si rimane nel Suo amore accettando la salvezza che Egli ci impone con amore. Accettare la salvezza da Lui è meglio che accettarla da noi stessi. Sembra che accettare la nostra salvezza con i nostri mezzi sia meglio ma non può essere. La testimonianza che dobbiamo dare della Risurrezione è una cosa severa, impegnativa, ma soprattutto nell’accettazione del Suo piano. Rimanere nel Suo amore è quindi avere la Sua gioia che è perfetta, non è sentimentalismo ma è impegno arduo in quanto la Sua gioia perfetta è in noi nella misura che rinunziamo alle nostre gioie. Ci sono persone che non riescono a capire che la gioia perfetta non è chiasso e risata ma silenzio e pensosità. Mi rendo conto personalmente che quando c’è una gioia che parte dal di dentro è una gioia intangibile, che non ha bisogno di dimostrazioni esteriori che la svuoterebbero. Per esempio: la presenza continuata di Dio, cercata e mai raggiunta perfettamente, è una via alla gioia perfetta. La gioia perfetta rifiuta quell’altra che viene dal di fuori. La gioia perfetta si nutre di cose minime, anche d’un pensiero o d’un sentimento che cerca non il piacere nelle cose del tempo, ma quello vero e non egoistico delle cose del cielo. (p.211)

16 Maggio 1980

Incomincia oggi la novella di Pentecoste. Ogni pensiero, attimo di pensiero per Lui e per Lei è vita che calva, sono germi di vita che entrano nello Spirito e nel corpo. “.. chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno.” (p.211)

17 Maggio 1980

Non siamo tutti pellegrinanti? “In hac lacrimarum”. Sembra di no. Calcolando con saggezza il vissuto ci renderemo subito conto che è superiore il brutto vissuto che il bello. Comunque bisogna pregare molto. Penso anche a Danilo, a Lucio, a Ester, a Vittorio, a Remo e Fina. Siamo tutti un po’ delusi della vita. Credevamo… (p.211)

18 Maggio 1980

Comunque bisogna pregare molto. Non lasciarti prendere dalla noia, dalla stanchezza. Occorre confidare, ma non in se stessi. Ieri è stata qui Claudia. Mi ha fatto tanta pena. Spero che il suo problema si risolva. La riv-drò. Domani vado a Verona. Un’amarezza strana mi stagna nell’anima. Dovrei rifarmi alla fede con tutte le forze. Oggi nelle confessioni ho notato situazioni di estrema gravità. È come mettere la tua infermità accanto a quella dell’altro, e farne un confronto. Ognuno porta il suo peso, la sua croce e ognuno pensa di essere solo a portarla. Non sono mai solo… L’unica persona che ti ascolta sempre volentieri, che non si annoia delle tue parole, che viene a te in qualsiasi momento, è Lui.  (p.211)

19 Maggio 1980

La mele sono acerbe, ti lasciano i denti allegati.  (p.211)

21 Maggio 1980

Reazioni dovute a situazioni, non a rifiuto o a spregio. Fai Tu. Non mi raccapezzo. Confido in Te, Maria, in Te, Gesù, e basta. È inutile pensarci e macinare pensieri polemici. Poter uscire da questo groviglio! Ma è possibile umanamente? Guardo il cielo: è quasi sereno. Diventerà sereno prima di notte. La notte poi si farà un cielo nuvoloso e triste. Ma io dormirò. E se non dormirò, fa lo stesso: le finestre sono chiuse e il cielo del soffitto non muta, è impassibilmente uguale a se stesso. Penso a Claudia, a Giuseppe, a Donata.  (p.212)

22 Maggio 1980

Attendo di chiedere perdono, ma Io attendo con atto di amore e non come legalità. È fatica non compiere qualcosa per legalità in questo mondo di religiosi! O è una scusa che affiora dalla timidezza o dal rispetto umano? Comunque tutto serve a maturare. Se avrò pazienza tutto verrà compiuto da Lui. Ho fiducia in questo. Occorre che mi metta nella condizione di incapacità assoluta, però in pieno abbandono di fede. Occorre tanta forza d’animo, occorre una volontà costante e attenta. E chi mi fornisce questa volontà? (p.212)

23 Maggio 1980

Sai che cosa c’è di valido e positivo nelle tue cadute, nelle tue miserie, nelle tue incapacità? Renderti consapevole della tua personale impotenza a compiere i desideri di Dio, a compiere la Sua volontà. Sai che cosa devi fare per fare contento Lui? Essere contento di come sei e come stai. Quante parole inutili che riflettono il tuo disagio interiore! Vorresti essere così, vorresti essere come altri, vorresti essere altrove. Invece Lui ti aspetta qui. Se non hai niente da fare, mettiti a pregare: a dire il Rosario, a fare visite in Cappella. Cosa puoi fare di più alla tua età? Che cosa puoi fare di meglio? E di più? Confessa e prega. (p.212)

24 Maggio 1980

Prega per la tua anima, per la tua pace. Per la purezza di vita; per la tua fedeltà; per la remissione dei peccati della vita passata; per la tua mitezza e umiltà; per il tuo sacerdozio; per le tue confessioni; per le persone che sono rimaste scandalizzate dal tuo operare. Prega per i fedeli defunti, i tuoi parenti defunti, i tuoi amici defunti, per le anime del purgatorio più abbandonate; per gli infermi, per i moribondi. Prega per la Chiesa, per i religiosi e per i missionari. Per i tuoi parenti, sorelle, nipoti, pronipoti. Prega per la tua comunità. Prega per coloro che ti hanno fatto del bene e ti hanno aiutato a essere migliore. Prega per coloro che ti vogliono male, ti invidiano e senza saperlo ti perseguitano. Prega per ottenere dal Signore benevolenza con tutti e per ottenere di essere sereno e riconoscente del vivere, della creazione, del tempo, della stagione; prega per non angustiarti di nulla. Prega e ringrazia di essere finito qui, in questo luogo santo dove puoi trovare riposo per la tua anima e occasioni di aiuti per migliorarti. Prega per le persone che si sono raccomandate alle tue preghiere; prega per ottenere dal Signore di essere capace di non lamentarti  di nulla e di nessuno, di non criticare nessuno, di voler bene a tutti. E  questo è molto difficile, si fa fatica ad amare tutti. Quando non sai cosa fare o al momento non trovi di che occuparti, prendi in mano qualche libro di meditazione, di lettura sostanziosa, e occupati così mente e cuore e vedrai che non ti sentirai inutile. Perché lamentarti? Sono tentazioni molto maligne perché si fondano su principi che appaiono buoni e giusti. Di regola sullo sfondo di queste lamentele si erge sempre la figura concreta di qualcuno che è lì a intralciarti. Ma su che cosa ti intralcia? E una scusa. Se ti guardi bene dentro è il tuo amor proprio o ferito o sitibondo. Non ti rendi conto che la cagione di tanti mali è il tuo io? (p.213)

27 Maggio 1980

Sono quasi 15 giorni che porto nel corpo un bruciore acutissimo. È una infiammazione della pelle che mi tormenta. L’ho avuta ancora una volta a Follina, tre anni fa. Mi lascia dormire poco. Mi stanca e affligge continuamente. Faccio delle applicazioni e attenuano temporaneamente il bruciore. Lo sopporto. Gesù, aiutami a non lamentarmi mai e a non fare
drammi. Aiutami a essere paziente e sorridente. Aiutami a essere agnello. (p.213)

28 Maggio 1980

Silone. Poveri contaminati dall’ingordigia dei ricchi, della proprietà. Guai  a chi si gloria della sua gloria. Guai al povero che si lascia contaminare dall’ingordigia della proprietà e grida contro i ricchi. Ieri ho pensato alla mia ripugnanza verso le riunioni, le assemblee, i dibattiti; non è, credo, un sentimento di disprezzo verso queste formalità in se stesse, quanto invece una avversione motivata dal mio temperamento che è sempre stato schivo a incontri o a discussioni in cui bisogna collaborare. È certo la mia timidezza che mi rende schivo e quindi risentito nei confronti di queste
forme di convivenza. (p.213)

29 Maggio 1980

È una giornata grigia che appesantisce la mente. Dovrei fare anche una telefonata a Edda che si trova ad Abano. S. D. cosa sta combinando? E suor Claudia? E Fina e Remo e Danilo? Ho sul cuore un sacco di preoccupazioni. Gianni e Nidia. Mario con tutto il mondo di lassù, così bello da un lato e così fosco dall’altro. (p.213)

30 Maggio 1980

Mi è stato detto: “Se i sacerdoti non sostano più a lungo davanti al Tabernacolo, il loro apostolato farà solo un po’ di rumore.” Premessa: non dico che quanto si discute sia oggettivamente Inutile, però personalmente, senza preconcetti o rivalità morbose, non riesco a non sentirlo tale; Io sento come un girovagare superfluo; e ciò è dovuto alle condizioni morali concrete (non immaginarie) che provengono da un dato modo di essere vissuto, che condiziona il mio presente, che è come saturo di vita, di parole, di concezioni, l’unico necessario è diventato veramente unico, non nella storia ma in una determinata e personale applicazione; personale per dire quella forma individualissima e irreperitibile che la vita, la maturità di ciascuno porta ad assumere. Dunque mi domando; come possono riportate ora il mio interesse intorno a cose che non sono soltanto marginali (il margine è pur sempre parte della cosa) ma neppure utili marginalmente? Mi sono determinato in una sola attività, la preghiera. Continuo a sentire vicina la mia ora e sento che occorre dispormi con l’azione più realistica e concreta: la preghiera. Questo lo penso tenendo per scontato anche tutte le critiche e le censure che tale posizione suscita. Ma sono convinto che essendo una posizione radicale è pertanto impegnativa e laboriosa spiritualmente, e quindi viva e valida. (p.214)

1 Giugno 1980

Oggi la SS.ma Trinità: Padre Figlio e Spirito Santo. In Te si compia tutto, per Te e con Te le strade del mio cuore si ricongiungano. (p.214)

2 Giugno 1980

Dio mio, dammi l’amore vero che ami superando le difficoltà, dammi luce e coraggio. Tu sai come sono fatto: cedo di fronte alla più piccola difficoltà. Quando sarà finito? Quando verrà di morire? (p.214)

3 Giugno 1980

Sto aspettando; aspetto. Ogni giorno che viene porta con sé l’attesa del giorno di domani. Sento il bisogno di lavarmi. È una grazia. Nessuna creatura, nessuna tribolazione ci separa dall’amore di Cristo.'” Ia mia fede è incerta. Non mi abbandono. Sono oscillante. Vado continuamente in cerca di giustificazioni e di attenuanti. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Domenica scorsa ho sentito il demonio vicinissimo. Ci vuole così poco a separarci dall’amore di Cristo! Il demonio è mio amico quando gli dò ascolto e quando ascolto me stesso, le mie debolezze. (p.214)

4 Giugno 1980

I giorni si rincorrono. È un incalzare frenetico. Non c’è riposo per il tempo, instancabile, puntuale, inesorabile, fedele. Il tempo porta nel suo segreto anche la mia ultima ora. Fra le montagne di involti che depone sulla strada, c’è anche l’involto della mia vita che il tempo deporrà, sigillato, a un determinato punto del viaggio, è un involto simile a quei sacchetti neri di plastica per le immondizie. Saranno tutte immondizie? Qualcosa di sano di integro e perfino di prezioso ci sarà tra questi scarti? Una preghiera, un’invocazione, un gemito di autentico dolore, di genuino volere, una parola d’amore, uno sguardo pieno di povertà e di pena per la Tua solitudine e le Tue estenuanti attese, Signore, ci sarà. In fondo al sacchetto nero brilla qualcosa per Te. (p.215)

5 Giugno 1980

Una cosa chiedo e voglio: che non mi abbatta se incontro ingratitudine, incomprensione, diffidenza, disistima, disprezzo, emarginazione. Quando so e sono sicuro che Lui mi ama e che Lui prende il posto a tutte quelle sofferenze, devo rasserenarmi e non perdere la pace. Egli è tutto. In Lui occorre spegnerci: volontà, suscettibilità, vanità, orgoglio. In Lui le diverse povertà troveranno un significato, tutte. La povertà di coraggio, il male fisico, l’insuccesso, la distrazione, la tentazione. In riferimento alla tentazione: essa è un controllo dell’amore che vivo per Lui. Sia così la mia vita: una risposta, e se non è risposta che sia un dialogo impegnativo. (p.215)

6 Giugno 1980

Riguardo all’obbedienza: Gesù non ha fatto che ripetere ciò che gli diceva il Padre e non aggiungeva nulla. È importante questo atteggiamento e porta luce al problema obbedienza in quanto nell’obbedire non ci aspettiamo chi sa quali cose grandi da noi stessi, dalla nostra parola, dal nostro agire, perché le cose diventano senza problemi se accettiamo umilmente la parola che ci viene da Dio attraverso le vicende, le situazioni, le occasioni. Diamo troppo peso al nostro fare e programmare e poco peso al lasciare il posto a Dio. Non abbiamo fiducia nel Suo lavoro, non abbiamo fiducia nella preghiera, nella luce che la grazia suscita in noi per la soluzione dei problemi che crediamo risolvibili senza la preghiera e in nome nostro. (p.215)

7 Giugno 1980

Non dare ascolto a certi strafalcioni dei moderni predicatori di moralità e di teologia: dicono le cose eretiche non perché ci credano ma solo per darsi arie di innovatori, e per dire cose nuove, ma in fondo al loro animo sono convinti del contrario. Esibizionismo. La sicurezza del sapere scientifico ci induce a ridurre a formule anche i fenomeni e i comportamenti che toccano l’uomo. Religione e religiosità. Vai a Monte a accendere una candela alla Madonna. (p.216)

10 Luglio 1980

Funerali di fra Angelo, alle 10. È proprio così straordinario il morire? Chiedo di vivere di saper vivere. Senza bisogno delle povere soddisfazioni… Chiedo. ma se Tu non me lo concedi, pazienza! Tutto è nelle Tue mani e tutto si svolge secondo un Tuo disegno (d’amore) che io non so mai interpretare. Pazienza. Bisogna piangere per liberarsi dall’oppressione di non saper vivere. (p.216)

23 Luglio 1980

Ho viaggiato. Quanto tempo è che non scrivo! Oggi è il 23 Luglio, come farò a riempire tutte queste pagine e aggiornarmi al calendario? Sono passate tante cose in questi due mesi di silenzio, di abbandono dello scrivere. Tornare a riprendere il passo di prima è fatica. Ma bisogna. È un bisogno faticoso che frutterà, come avviene con un po’ di ordine, di metodo, di buona volontà, che rimane ogni volta rafforzata e anche gratificata perché alla fine di una pagina ritrovi la soddisfazione di vederti con maggior chiarezza e avverti che l’essenziale emerge dal groviglio e dagli intrecci di tanti pensieri e reazioni. Ho lasciato a Chialina la Claudia: è stato sabato scorso, 19 Luglio.
A dire il vero qualcosa ho scritto. Sul greto del torrente Degano. Non potrei ripetere quei momenti e quelle parole. Claudia! Taia! Non andartene lontano. Ho pregato e continuo a pregare per te. Ma perché pregare per quella questione particolare del tuo andare o non andare? Le vie di Dio si ascoltano in silenzio, nel silenzio della preghiera che non chiede ma adora e loda e ringrazia. Non c’è altro da fare. Provo qualcosa di misterioso in me, di nuovo. Ho vuoto nel cuore. Nella testa idee senza vigore. Però più dentro me stesso provo e gusto una sicurezza, una provata sicurezza, non so esattamente di che. È sentire che la vita è preziosa e va verso un grande finale, che è prossimo e attira. (p.216)

31 Luglio 1980

Stamattina, con Taia, sono sceso a celebrare nella chiesetta antica di S. Vigilio. Taia è taciturna, non si sente bene. Come il cielo tutto nuvolaglia che va condensandosi. La radio strilla gli auguri di buon compleanno a Sonia, seguiti da una musica troppo sentimentale e lacerante. Non si riesce a raccogliere pensiero. Per averne occorre pensare al domani. Nell’aria pacata e sorda si sentono suonare i ricordi in tonalità che svaniscono assorbite dalle nubi e dai prati dal verde pigro e grasso. Si ha nostalgia di azzurro e di vastità. Taia è andata a Ovaro. Mesta. Sulla strada rimbalza il suo sorriso.
OVARO
Dal prato ora falciato aroma grondante di sogni recisi.
AL SOLE
Nel sole il tempo si ferma il ramo ha finito di crescere il desiderio s’incanta l’ombra affilata s’insinua come serpe solitaria nella crepa del muro.
SERA
Sono rami fragili le ore, le giornate frutti immaturi. Nei cieli bianche ali di nubi. (p.217)

2 Agosto 1980

Incominciare la nuova vita con umiltà e fede. Alcuni concetti base ai quali ricorrere durante la nostra vita a due: responsabilità dell’uno per l’altro. La vita vale in quanto è donata; è dono all’altro e il dono costa, alle volte ha un prezzo molto alto; la croce non è disgrazia; condivisioni di beni: comprensione, compatimento, perdono. Ognuno ha i suoi debiti La preghiera. Fidarsi di Dio. Mettere in discussione se stessi. Il focolare non sia chiuso ma aperto a tutti specie ai bisognosi. Ogni giorno pensiamo a coloro che stanno peggio. Non gloriarsi della ricchezza e del possesso. La povertà rende saggi il cuore e la lingua. Non cercare sicurezza nei beni e non dimenticare di ringraziare il Signore, sempre.(p.217)

3 Agosto 1980

“La storia umana non è vissuta soltanto quaggiù, è vissuta anche nel cielo, o piuttosto il cielo interviene sulla terra, il cielo agisce nel mondo” (Divo). (Con la preghiera dei santi). (p.217)

8 Agosto 1980

Oggi ho accompagnato Claudia alla stazione di Vicenza. Ha preso il treno delle 10 per Verona. Ho l’impressione che tutto sia più grande di lei. Speriamo, spero nel Signore. Mio fratello me l’ha affidata e devo trovarle la strada che il Signore le ha preparato, ma senza influenzarla e legarla alle mie vedute o alle mie paure. È un lavoro delicato. Ci riusciremo. (p.218)

9 Agosto 1980

Fra Domenico. Auguri che calzino con il suo modo di sentire e pensare e con le sue aspirazioni: che la fedeltà alla vita religiosa non venga meno, che egli possa trovare in noi, suoi fratelli, un aiuto nella riconoscenza per il lavoro che compie e la ricompensa da parte di Dio; .la nostra preghiera e il nostro augurio siano apportatori di serenità, di pazienza, di fortezza in questo estremo versante della sua esistenza e del suo servizio a Dio e al prossimo. E altri tanti loro benefici riversino il Signore e la Vergine sul nostro amato fra Domenico. (p.218)

18 Agosto  1980

Ogni progresso spirituale deve essere inteso come espressione di grado superiore di amore e non semplicemente come progresso del nostro comportamento morale, il quale può avere origine da un motivo gratificante e condizionarsi e terminare in esso. (p.218)

22 Agosto 1980

Venerare e imitare. I titoli che attribuiamo a Maria sono gradi distinti di responsabilità che Le accordiamo, Le addossiamo, Le accolliamo, Le affidiamo. Ha creduto. Le è costato molto credere. Il suo accettare, il suo operare è sempre stato basato sulla potenza di Dio, quindi sempre e continuamente atto di fede; non si è basata mai sulle proprie possibilità. Noi al contrario ci sentiamo sicuri sono quando ci troviamo o ci sembra di trovarci a livello, adeguati a quanto dobbiamo operare.
(p.218)

3 Settembre 1980

I rami ingobbiti dal peso delle mele mi sfiorano ogni mattina al destarsi del canto. Sono cinguettii che si snodano a catena: prima smorzati poi sempre più agili. È vario il creato che mi circonda: il muro antico che ha sentito il mio passo di quarant’anni fa, molto diverso dal presente. Ritrovo pensieri lontanissimi. Uno a ogni gradino E che pensieri erano? Non sono invecchiati. Assomigliano moltissimo a quelli attuali. (p.219)

13 Settembre 1980

Da Monte Berico partenza alle 6,30 in macchina. Arrivo a Pietra Ligure alle 11 circa. Sono trasognato. Il mare mi manda una carezza opaca. Non c’è sole. Fisso il mare che si frange sulla spiaggia e immagino il suo respiro che mi trasporta agli anni lontani. Non ci vorrei pensare. E penso a Claudia, a Taia. Ho la sensazione di essere un emigrato. Pace invoco e cerco. E un viso familiare. (p.219)

14 Settembre 1980

Ho rifatto per la millesima volta il proposito di elevazione, cioè di ripartire continuamente dalla creazione, dalla creatura, per giungere a Lui. Oppure di discensione da Lui alla creatura. Ma ho notato per la millesima volta che non sono io che comincio, che mi butto in questo lavoro interiore molto combattuto, ma è il Suo amore. Dico che è il Suo amore fatto di sentimento e non sentimento, fatto, per meglio dire, della Sua natura, di Se stesso che è amore. Oggi è la festa dell’esaltazione della Santa Croce. S. Paolo dice oggi che il figlio di Dio si fece così piccolo da dimenticarsi di essere Dio per farsi simile agli uomini, e vive con loro trascurando di farsi valere in quanto è di natura divina, perché per liberare l’uomo dalla paura della morte e dalla infinita ripugnanza della fine, ha dovuto vestirsi del nostro corpo e perfino delle nostre miserie.  (p.219)

15 Settembre 1980

La grazia è amore, il pensiero di Lui è amore, elevazione e discensione è amore. Dunque devo arrivare alla persuasione (che non è soltanto persuasione ma qualcosa di più, è movimento di vita, è modo di vita, è vita messa così, vita fatta così da Lui) che non è da me diventare così e così, non è da me purificarmi. È da me in una misura misteriosa che non si può spiegare per vie razionali. È da me e non da me. È tutto da Lui. È come il mare, che viene a infrangersi e sfasciarsi sulla spiaggia per una forza che fin dall’inizio gli è stata infusa, come forza di massa, come legge di gravità. Ecco, una legge simile, per analogia, è stata infusa anche a me, una legge che mi porta a Lui prima confusamente, poi, se sto in ascolto, sempre più chiaramente e consapevolmente. È questa legge che riporta l’onda infranta a ricongiungersi con la massa immensa del mare, che è Lui poi, in modo figurato, ma anche reale, perché il mare è un’aspetto, una briciola del Suo amore. Ma sto parlando di Lui come oggetto distinto da me, invece non è né soggetto né oggetto distinto, diverso da me. Intendiamoci: come persona è un’altra da me, come realtà non mi pare. Come essere no, come esistenza sì. È ragionamento questo, non è amore. Stiamo a vedere se l’amore fila allo stesso modo della ragione. Bisogna vedere se la luce della ragione è la luce dell’amore, se le certezze dell’amore sono le certezze della ragione. (p.220)

17 Settembre 1980

Sento che molte persone stanno pregando per me. Devo ricambiare. (p.220)

18 Settembre 1980

Non vorrei avere esigenze. Anzi, vorrei avere un’unica esigenza; quella di Lui. Vorrei… Sono desideri buoni. Di una bontà che non si matura, non si acquista che con grande fatica! (p.220)

19 Settembre 1980

Il treno è sfrecciato via come il vento in questo momento. È stato un attimo. Ma un attimo bello, pieno di treno: pareva che in quell’attimo esistesse solamente il treno nel mondo: velocità e fremito. Anche il mare, le onde alla riva, hanno avuto un attimo di sospensione. È il treno, con il sibilo acuto e con tanta gente, con tanti pensieri, con tanti programmi e sogni. Il treno corre verso la Francia. Metto nel cuore di Dio tutto questo mio fantasticare e questo suo mondo, queste sue cose, queste sue creature. Bello che Lui le abbia fatte così diverse l’una dall’altra, così strane, così misteriose, alle volte così complicate per la nostra capacità e la nostra piccolezza. (p.220)

20 Settembre 1980

Pietra Ligure Mi trovo a Pietra Ligure. Una cittadina tutta nuova di fronte al mare. Il mare di fronte a Pietra Ligure. Pietra Ligure che contempla il mare e il mare che abbraccia Pietra Ligure. Dio che abbraccia tutto, Dio così umile e piccolo e povero e nascosto e solo da non ingelosirsi del non essere riconosciuto Dio, del venire sostituito nelle nostre aspirazioni con quello che Egli ha fatto e abbraccia con infinito amore. (p.220)

21 Settembre 1980

E io sto parlando di Lui e non di Te. Dio mio. Un altro treno fende e sconvolge l’aria, il sole e la quiete mattutina di Pietra Ligure, saluta Pietra Ligure con il fragore del mare. É un tumulto. Tutti gli altri rumori diventano brusìo. Continuo a meditare. La Sua presenza non è penetrata nell’animo. L’occhio dell’animo, l’occhio interiore è ancora malato, non vede che il visibile e si mescola nelle opacità delle cose tangibili. È occhio torbido. (p.221)

22 Settembre 1980

Pietra Ligure. Mi metto in strada per le colline. Rientrerà verso le 16, se non pioverà. Sono un poco teso. Non so perché. Il Signore è il mio pastore. È vero? È vero che si ripetono le frasi e il loro contenuto è tutto da realizzarsi, e non avrà realizzazione se non alla fine, quando qui sarà tutto consumato? Penso che sarà così. Senza dubbio. So senza dubbio. (p.221)

23 Settembre 1980

Il mare è agitato. Sento che dentro di me rimane qualcosa di forzatamente rinchiuso. Non ho guizzo di gioia. Non ho commozioni. Il mare continua a sfasciarsi alla riva impetuosamente, con la forza e il ritmo che dura. Non ha stanchezza, non ha incertezza, non ha monotonia perché.. È un’armonia senza musicalità o meglio ha musicalità, indefinibile musica che si propaga con mugghio e con tumulto. Stare tra quelle onde… (p.221)

24 Settembre 1980

La frana del treno si riversa sui palazzoni come ondate tumultuose. Ho camminato lungo la spiaggia: il mare è un poco come Dio: ti pare di abbracciarlo tutto con lo sguardo ma a qualche passo dalla riva diventa così profondo da ingoiarti di mistero. Noi perdiamo tempo a voler conoscere Dio: bisogna ascoltarlo, contemplarlo, godercelo invece di capirlo. Ieri sera suor Donata era come una bambina che si trastulla con la natura: acqua, sabbia, schiuma di onde, riscivolìo dell’acqua dalla sabbia al mare, urti e cozzi dell’onda nuova con quella che ritorna svigorita dalla riva. È una competizione. Guizzi di rabbia, guizzi di gioia, guizzi di potenza, guizzi di prepotenza. (p.221)

25 Settembre 1980

A Ranzi, comune di Pietra Ligure. Ho camminato. Ho continuamente pensato. Ho continuamente, o meglio, a tratti, pregato tenendo in mano la mia anima e offrendola com’è. Uno straccetto. Sono fatto così. Cambiarmi non sono capace. Soltanto Lui può cambiarmi. Qui è tutto sole sulle case arrampicate al pendìo roccioso, sui gerani disposti accuratamente in bel disordine sui muri a picco, o sui davanzali delle case che conservano ancora qua e là lo stile saraceno. Sono le 14. I pensieri li sento dentro a strati: lo strato di Vicenza Monte Berico, lo strato Vigardolo, lo strato Regina Mundi, lo strato più interno di me stesso provvisorio, buttato, incosciente, lo strato più intimo della coscienza, cosciente, e quello sgretolato, e quello ritoccato dalla preghiera e dal rimorso. Riparto per Pietra Ligure. (p.222)

27 Settembre 1980

Renderlo partecipe della tua situazione. Non è estraneo. Non bisogna sentirlo estraneo. È l’incarnazione nella tua esistenza. Le finestre sono chiuse e non so che tempo faccia fuori. Ho ansia della valigia che mi tocca preparare per la partenza di domani, ho pure ansia dei visi che devo affrontare domani a Monte Berico, e quella di dovere nuovamente immergermi in quel mondo che vedo arduo… Non sarà così. È l’ansia che rappresenta e crea. (p.222)

28 Settembre 1980

Accetto gli altri nella misura che accetto me stesso. Il problema non consiste nell’avere da superare molti problemi ma consiste nell’accettare te stesso. Dio raccoglie con rispettoso amore anche i frammenti, le briciole. Ti senti frammento? Frammento staccato, scheggiato dal vaso del tuo mondo? Lui ti raccoglie e ti ripone nel Suo cuore. Il povero non ha parole e non pretende di essere ascoltato. (p.222)

1 Ottobre 1980

Il sole. Sono circa le 8. La strada. Angelo al volante, Maria e Pierangelo sul sedile posteriore. Ho fame. Fame di Te. Fammi più fedele nella memoria di Te. Fammi più fedele nel pensiero e nel cuore. Il mondo oggi è azzurro. (p.222)

Ss. Angeli Custodi. La creazione è retta, governata dagli angeli.

3 Ottobre 1980

L’autunno muore in fruscio lungo di foglie morte. (p.222)

10 Ottobre 1980

Stamattina appare la prima neve sui monti che fanno catena attorno alla pianura vicentina. È una cornice invernale. Ad Asiago ci sarà uno spessore buono. Il mio pensiero ha incominciato a circolare intorno ai ricordi che hanno Io sfondo bianco e i riflessi della neve. Pensieri soffici, morbidi, a tratti induriti come la crosta che fa la neve riposata al gelo. Sono stato a Villa Bedin anche oggi. Ho portato con me la figura di Renè ammalato di leucemia. L’ho raccomandato al Signore, alla bontà del Signore e alle preghiere delle suore. Quella loro preghiera ottiene sempre la cosa che chiede. Sono sicure che Rene guarirà. Arricchire il tempo. Rifletto sul fatto che lascio passare il tempo inutilmente. Quante ore della vita ho vissuto come se Dio non ci fosse? E al Signore i fiori appassiti delle tristezze e i motivi che le generano. Eppure si possono offrire. Taia domani viene a trovarmi. Spero continui a trovarsi bene. Una linea lucida di sole alle pendici dei monti mette in risalto i paesetti disseminati sull’ultimo tratto di pianura e assomigliano, questi paesi, a mucchietti di ghiaia distribuiti ai piedi dei monti. Quanto amore di Dio scorre sulla nostra anima e circola nel nostro essere senza che noi ci facciamo caso! (p.223)

11 Ottobre 1980

Incominciare tutto, ogni cosa, anche minima, da Dio, dal calore della presenza di Gesù. Tutto. Succede di cominciare da noi stessi, dal nostro impegno, dalla nostra buona volontà. ma come può essere buona se noi siamo cattivi? Come può essere buona se non ce la infonde Lui che è buono? Noi pensiamo che quelle ispirazioni che ci muovono al bene, siano ispirazioni che provengono dal nostro essere, mentre sono ispirazioni veramente che spirano da Dio, dallo Spirito che soffia dove e quando vuole. Nuvole imbevute di acqua premono sulla pianura. (p.223)

12 Ottobre 1980

Rammarico. Dicevo di offrire al Signore i fiori avvizziti della tristezza e i motivi che la generano. Però quando ci si trova in mezzo a questi fiori avvizziti è fatica liberarsene anche perché i motivi che li generano non si riescono a individuare. Di solito è insofferenza della presenza degli altri; altre volte è il trovarci disimpegnati, privi di un lavoro e di impegno in qualcosa di vivo e vitale. Allora il lavoro bisogna cercarlo e farcelo in quello spazio che rimane sempre aperto alla preghiera: il Rosario, un libro, la Via Crucis, il confessionale, e si è sempre così fragili che anche una cosa molto semplice e fragile riesce a raddrizzarci e a rinnovarci. (p.224)

15 Ottobre 1980

Piove. Le cime degli alberi oscillano nel cielo piovoso con movimenti che obbediscono alle onde del vento, con gesti grandiosi, solenni. È un linguaggio muto composto da inchini, da aperture di braccia, da piegamenti e divincolamenti, ora nervosi, ora scherzosi, ora beffardi. È un turbinoso dialogo di tavole, di rami neri, di foglie ingiallite all’altezza del davanza-le. Grandi drammi grandi commedie si potrebbero ritrarre da questi dialoghi. (p.224)

16 Ottobre 1980

Se Dio mi ha tratto dal nulla è segno che Egli è stato attratto dal nulla per avermi, dunque più sono nulla e più mi nascondo nel nulla più Egli mi cerca e mi infonde se stesso. Un’altra ferita all’anima. Che non ci sia più rimedio? Non bisogna gettarsi a terra; è un segno del tuo nulla, è un segno del tuo orgoglio che è peggiore del nulla. È un segno che non basta la preghiera che preghi né la volontà che usi. (p.224)

17 Ottobre 1980

Piove. È il terzo giorno di pioggia continua, con qualche rara e breve sospensione. Claudia. Ho cominciato a rivolgerle il pensiero al primo svegliarmi. Il Signore mi ascolta quando gli dico con questa insistenza, molto simile a quella a cui Egli accenna nel Vangelo del “Chiedete e vi sarà dato”. Malgrado le mie indegnità il Signore non può, non potrà rifiutare ciò che gli sta a cuore più che a me stesso. (p.224)

19 Ottobre 1980

Una fame viscerale di me stesso. È una flagellazione se Egli si allontana nel nulla, se si nasconde nella foschia dei reali, dei presenti, dei contingenti, sono in balìa della fame. È me stesso che mi grava sullo spirito. Essere nulla è meglio. Ma ci vuole poca potenza per esibirsi, molta invece per nascondersi. (p.224)

20 Ottobre 1980

Le frane si susseguono se Lui nasconde il Suo volto che io cerco in certe ore con ansioso animo. T’ho cercato. Ma non ho collaborato continuamente. Ho fatto belle parole a Claudia, ma quanto sono lontano dal viverle in me stesso! Temo gli altri dai quali mi lascio condizionare e temo la figura scadente che potrei offrire di me in un momento di disattenzione. Come è successo stasera. Mi lascio imbranare dal visibile, dal moto delle cose e degli affari. (p.224)

21 Ottobre 1980

È giusto che sia così. Non devo cercare di sembrare, di apparire di fronte agli altri, ma di essere quello che sono davanti a tutti, e prima di tutto davanti a Dio che mi scruta e chiede collaborazione, specialmente a quel settore disastroso del mio spirito in cui mille cose, mille persone, mille pensieri inutili e pericolosi compiono le loro incursioni improvvise. Cerco il Tuo volto. Cerco di sovrapporlo a tutti i volti, i visi e le impressioni del vivere. (p.225)

22 Ottobre 1980

Vedo che quanto dico nell’omelia della Messa comunitaria è tutto apparenza o di riflessioni astratte o di letteratura. E fredda, l’assemblea, fredda e addormentata. D’ora in avanti farò una brevissima riflessione sulla mia condizione spirituale illuminata dalla parola che il Signore mi rivolge ogni giorno, e in particolare il giorno in cui presiedo all’Eucarestia. Bisogna essere umili. Occorre che mi accetti così come sono. Non lasciarti condizionare. Ma è fatica dura. Il sole illumina la mia sonnolenza. Stanotte ho dormito pochissimo.  (p.225)

23 Ottobre 1980

Non sono niente, non sono capace di niente. Ma sono contento di essere niente a patto che Tu non permetta che questo niente diventi un negativo dimenticando che Tu sei tutto e ribellandosi a Te, come se anche Tu fossi niente. Non lasciarmi andare, non lasciarmi seppellire nella vanità, nell’orgoglio, nella dimenticanza di Te, nella sordità dei sensi interiori; non lasciare che i sensi dell’anima ottundano, si sazino delle presenze del temporale, del tempo. Sono certi momenti o ore in cui non c’è direzione giusta in me, sono come impazzito, sono come un delirante, un pazzo. Non abbandonarmi in queste fosse profonde, negli abissi delle tenebre del mio cuore, tenebre rischiarate da improvvisi e laceranti lampi di tentazione. Sono ore che logorano. La Tua grazia luminosa mi conservi nella visione giusta della realtà che è la Tua, come Tu l’hai creata e rigenerata nella Redenzione, nel Tuo Sangue, nella Tua Croce, nella Tua Passione, nella Tua Risurrezione, nel Tuo Amore Eterno. Il Tuo Sangue risplenda in me della tinta lampeggiante di vermiglio caldo e bollente. Rigate di scarlatto queste mie notti grigie, queste mie giornate ove la luce della Tua grazia e la mia notte si alternano, si altercano in successione continua dalla quale non emerge mai con definita chiarezza e stabile comportamento quale delle parti sia vittoriosa. L’orgoglio è come un tuono lontano che fa da sfondo a tutto il mio operare, al mio pensare. Sono troppo presente a me stesso. Nel senso di ricerca di me stesso, quasi fossi il perno del mondo e dell’esistere. L’orgoglio; quel tuono ora cupo, ora morbido posa le  sue ali taglienti sui pensieri, sui sentimenti che intossica con le sue punture d’insetto. La fame di me. (p.226)

26 Ottobre 1980

Ho accompagnato Taia alla stazione. È partita per Verona, con lei c’erano tutti: Danilo in prima fila, come in un pellegrinaggio, oppure come in un convito. Ho detto alla Maria che Taia m’è stata messa nell’anima da suo padre, da mio fratello, e non posso lasciarla andare, sia pure per un principio di libertà che rispetto dal profondo del cuore. Anche se ha
35 anni, non importa; i torti che può ricevere sono anche torti che io ricevo. Nel caso è meglio che sia soggetta a un parente piuttosto che a una persona estranea. Così la mattina l’ho occupata in questi problemi e ogni tanto mi sono rifatto vivo a Lui e Lui a me. Che cosa c’è di più urgente in tutti i casi? Bisognerebbe essere più radicali nel vivere la parola di Dio. Veniamo bloccati troppo presto dalle situazioni, e dimentichiamo di applicare a ogni situazione la parola che redime la situazione stessa ridimensionandola. Che vale tutto se Lui è tutto? Taia! Occorre però indicare anche agli altri la via giusta indicando che è sbagliata la loro, se è sbagliata, altrimenti il nostro atteggiamento, che sulle prime sembra buono, in effetti è passivo e quindi non illumina, anzi, conferma ciò che non è giusto e incoraggia l’ingiustizia dell’altro ingiustizia che diventa abitudine. Ha un prezzo alto la grazia. Ho in tasca il prezzo, il denaro per l’acquisto! È la grazia stessa che mi offre la possibilità di acquistarla. Perché? Perché tutto è grazia. Oggi mi sento rammaricato per una cosa diabolica…. per non essere all’altezza dei miei propositi, delle mie aspettative. (p.226)

29 Ottobre 1980

Sono stato distratto e superficiale in diverse circostanze, anche nella preghiera. Ho cercato me stesso quasi in continuazione per il fatto che anche nell’operare in conformità al Vangelo e nel vivere la parola di Dio mi sono lasciato deteriorare dalla compiacenza. Non ho accettato con fede la povertà delle mie limitazioni e mi sono lasciato condizionare dalla presenza degli altri nel mio comportamento esteriore, nelle espressioni, nello scambio di opinioni. Quindi si è rotta la coerenza tra il pensare e il dire. Il cuore ha svolazzato su e giù preferendo il visibile all’invisibile. (p.226)

30 Ottobre 1980

Mi salvo nella misura in cui mi sento salvato da Lui. Vale a dire: mi salvo in quanto credo che il Suo amore sarà sempre più avanti della mia povertà, della mia miseria, e sorpassa tutti i miei limiti, precede tutta la mia malvagità. Se non credo a questa dimensione di amore è difficile che mi salvi. Però, attento, il Suo amore mi dà di credere al Suo amore smisurato. (p.227)

31 Ottobre 1980

I segnati dal sangue sono davanti al trono nelle vesti del trionfo: Apocalisse. Sei tu segnato dal sangue? Quando sei segnato dal sangue dell’Agnello? Quando puoi essere sicuro di esserlo? Nel patimento. Il segnato dal sangue può rappresentare il battezzato. Oggi voglio donarti tutti i pensieri assieme ai loro soggetti e oggetti. C’è sempre qualcuno o qualcosa che distorce la mia attenzione da Te. È normale che il ritorno a Te mi costi disturbo, distacco da me e rinunzia a ciò che non è Te.
Tacitamente proseguo a trascrivere il silenzio e la solitudine che sono davvero piaceri grandi e profondi nella misura che la sete di altro ce ne rende discepoli pronti e miti maestri. Si sa che ogni bene concreto e autentico esiste in profondità, pertanto non è reperibile che a prezzo alto, quale il silenzio e la solitudine, costosi valori in quanto atti a riassumere e uni-ficare. Ebbene, in un meriggio come questo, arroventato di sole e di silenzio, di luce quasi vera, ripercorro con la mente parole udite e lette. Il cielo autunnale più forte scintilla su ogni cosa, tergendo l’aria e il mondo dove fa splendere l’invisibile della lucidità del reale. Il cielo autunnale ricrea il creato, liberamente, nel verde, nel giallo, nel frinire delle cicale, nel canto, nello stormire della foresta, s’acquatta nel silenzio del cascinale, corre instancabile per le strade, per sentieri interiori, e si perpetua nella pietra bianca del fiume. (p.227)

… E l’autunno muore con fruscìo lungo di foglie morte. Guardo attraverso i rami quasi nudi. Guardo il cielo nuvoloso pensando ai morti. Vedo tremare un ramo. Seguo la foglia che danza nell’aria. È una cosa triste. Non completamente. Non profondamente. Perché dentro tutta questa scena di rami spogli, di foglia moribonda, si nasconde un ritorno sicuro. Come è certo che morirò. Dentro la morte dei morti, sotto le foglie che rallegrano l’occhio e l’orecchio del viandante, si prepara la nuova stagione. Tutto è simbolo di cose più grandi, tutto è figura dell’eterno in cui non esiste variazione inquietante di vita e di morte. Tutto è un gioco festoso, congegnato su estremi che si distruggono per riabilitarsi in speranza, in certezza. Stasera sopra il mio capo falò infinito di stelle. (p.227)

1 Novembre 1980

Tutti i Santi. “La storia umana non è soltanto un cammino e non è fatta soltanto dagli uomini: una componente della storia è la preghiera dei santi. La storia umana non è vissuta soltanto quaggiù, è vissuta anche nel cielo, o piuttosto il cielo interviene sulla terra, il cielo agisce nel mondo… Sono anche i santi gli attori della nostra storia. Quando l’uomo muore ed entra nel seno di Dio, non per questo lascia la terra, non per questo abbandona l’umanità… I santi sono fra noi e fanno la storia Essi sono presenti in una preghiera efficace onde implorano l’intervento di Dio, il compimento dei disegni divini”. (Divo). (p.228)

2 Novembre 1980

Lui è di bontà onnipotente. Per Lui tutto è possibile, niente è impossibile. Lui può darmi gioie più autentiche e grandi di quelle che io cerco e posso immaginare. “Martirio e preghiera”. “Quanto è più grande il male tanto più vicina è la salvezza”. (Divo). Con questa mia povera carne posso acquistare lo Spirito. (p.228)

3 Novembre 1980

La preghiera dei santi già riempie la vita del cielo, il tempio di Dio. Vivere per Lui. Ciò che ci ha Egli donato ce lo ha donato perché lo possiamo a Lui ridonare. Quanto Egli ci ha donato serve a darci la possibilità di ridonarlo a Lui. È sempre fatica per il finito diventare infinito e per l’infinito diventare finito. Vivere per Lui. (p.228)

4 Novembre 1980

Quando non ti senti al tuo posto rifletti che neppure il Calvario era il mio posto, ma il cielo. Allora quando le forze ti mancano oppure le forze ti trascinano fuori e lontano dai tuoi buoni propositi e dai buoni progetti, ti sarà utile valutare quanto puoi acquistare con la rinunzia e il sacrificio che al momento si presenta come impossibile. Mi sento oscurare. È una notte che scende su di me. (p.228)

5 Novembre 1980

Fragilità. La mia volontà è come una manciata di neve su una lastra rovente. E Tu vedi. Vedi profondamente. La mia storia rivive, si desta improvvisa e si condensa tutta in uno spazio brevissimo di tempo sufficiente a catalizzare anni di cammino indeciso e oscillante. Il sapore di quella mia vita brucia. Il sugo di anno dopo anno è goccia di piombo rovente. E questa è una croce. La mia. Sempre mia e sempre quella. (p.228)

6 Novembre 1980

Per Renè. Per Renè e quell’uomo che soffre tentazione. La nebbia inonda la pianura e rende l’aria concreta, morbidamente concreta. Il suono delle campane giunge come dal di là di una parete di legno. Gli uccelli volano bassi, senza guardare il cielo che non esiste, sfiorano la terra che esiste ma incolore e fredda. La neve lassù ai nostri paesi diffonde quel chiarore molto simile a quello di luna. (p.229)

7 Novembre 1980

Un uomo che soffre tentazione fino alle lacrime. Discussione sul tema “la Croce”. Penso che p. Giuseppe non neghi né esplicitamente né implicitamente la croce come modo e mezzo di redenzione, ma quello che dice occorre prenderlo come reazione all’abitudine di definire tutto croce. Forse lui ha raggiunto un tal grado di pazienza da accettare la vita come viene e da portare la croce senza sapere di portarla. Ciò rappresenta il modo più perfetto di portarla. (p.229)

8 Novembre 1980

Mi sento superiore agli altri in tutto. Anche nell’umiltà… (p.229)

17 Novembre 1980

In cerca di delizie. È facile deliziarsi. Le delizie in questa vita sono facili, a portata di mano. cono qui, sono lì. La delizia. Il fumo delle delizie e delle persone e delle cose che le offrono. I veri poveri sono poveri anche di parole, poveri anche di voce, poveri anche di coraggio. Come me. (p.229)

18 Novembre 1980

Perché cercare comprensioni dalle creature? (p.229)

25 Novembre 1980

Ora intingo il pensiero, la mente in Dio. È intinto. Non bisogna ripiegarsi su se stessi. Ripiegamento. Un’altra volta intingo il pensiero in Lui che è qui e mi ascolta e mi guarda e mi ama. Mi ama. Ci credo. Bisogna che ci creda continuamente, senza interruzioni. Nuovamente intingo la mente in Lui. Temo che mi sfugga. È possibile? Temo io di sfuggire da Lui per attimi, a volte per attimi lunghi, lunghissimi, anche in profondità gli posso sfuggire, nell’accogliere ciò che è dissimile da Lui. (p.229)

26 Novembre 1980

Portare a Lui ciò che mi pesa, scaricare in Lui quanto di misero e povero raccolgo nel tugurio del mio intimo. Vecchie cose, cocci di antiche ceramiche, una volta lucide, scintillanti, e maestose, eleganti e vistose, senz’essere signorili e aristocratiche. Cocci che aduno tristemente e butto in Lui aspettandomi un ricambio che non è mai immediato; per cui insorge nel cuore la delusione, l’amarezza di non poter dare che cocci, e l’esile fiducia, il timore che Egli rifiuti la mia povertà e non se ne lasci intenerire. È squallida la mia situazione.
Fine Novembre Taia! Sono stato a Chialina, a Ovaro, a Clavais, a Ludaria, a Illegio. Ho fatto molti chilometri a piedi, sulle strade della nostra Carnia. Il Degano era gelato, le montagne rabbrividite nel manto rugginoso degli alberi spogli; i larici erano fortemente gialli un mese fa, ora sono spogli, i faggi erano rosso scarlatto un mese fa, ora sono mezzi spogli e lo strato di foglie che hanno steso è marrone opaco. Ho pensato lungo la strada, e ho pregato. Ho seguito il tracciato che percorreva, un tempo, il treno che da Comeglians scendeva a Villa e a Tolmezzo. Un’ondata di nostalgia e rimpianto franava da mezzo gli abeti e i cespugli che in tanti anni hanno invaso la carreggiata del treno: sono cose antiche, antichissime. Mi meraviglio di essere ancora qui a considerarle. (p.230)

5 Dicembre 1980

Dire ciò che provo in questo momento è un problema. Un groviglio di sentimenti accavallati che fanno rumore, che fanno pulviscolo. Non si distinguono chiaramente le idee che di solito prevalgono e fanno da guida. Non si distingue il sentimento-persuasione che abitualmente fa da sfondo e da sostegno nei momenti difficili. Polverone nel mio animo. Il cielo oggi è sereno. È più importante di tutto, questo essere sereno del cielo. Intingiti nel sereno.

6 Dicembre 1980

Sento iI fremito delle piante. Il bosco freme. Vado pensando e tormentandomi. Però il cielo persiste nel suo sereno. (p.230)

10 Dicembre 1980

Niente mai puro per Te. Tutto sempre intriso dì vanità e di egoismo e di tante paure!  (p.230)

15 Dicembre 1980

L’inverno qui è calato dalle rupi. Ha intasato di ghiaccio le spaccature delle rocce. Ha ornato di ghiaccioli l’arco dei ponticelli. Ha consolidato con le trame del gelo il terreno franoso. Ha attirato il volo nero dei corvi sul fiume… Il Natale è in cornice. In attesa della Sua venuta. L’attesa rimane solenne anche nei giorni feriali. La liturgia riversa parole cocenti su coloro che credono o vorrebbero credere, sopra i credenti e non credenti. La preparazione rimane accesa, solenne: l’attesa più della festa, almeno nel linguaggio. La legna di larice solleva una liturgia piena di fremiti nella cucina. Crepitìo di parole-favilla. Le scintille scorrono festevoli su per il camino. La legna brucia e sprizza fiamme… e noi non bruciamo, ci consumiamo senza ardere… Sono le pulsazioni del cuore del Battista. Viene. Ormai viene. Dopo tanti secoli di venuta, viene ancora, in maniera sempre più naturale, tanto che gli uomini non fanno nessun conto della Sua venuta. Viene tra gli uomini per farsi capire e per far capire gli uomini fra loro; viene nel mistero, ma in mistero direi naturale, cioè come fenomeno, così, per aiutare coloro che non credono che al naturale. E siamo molti. E dato che il Natale è un fatto incancellabile dalla storia umana e dalla creazione, posso esclamarmi. ecco la festa più grande della storia, ecco la festa più grande della creazione! Tuona! Dicembre non è certo il mese dei tuoni! Se è capace di tuonare fuori stagione, è capace di venire anche la morte fuori stagione. Ma essa non è mai fuori tempo. Perché usiamo dire: viene la morte? Non è più coerente dire: Egli viene? Sta venendo? È alle mie porte? È vicino con tutto quel regalo che ha promesso di portarmi? Con tutta la sua vita vera? Vita senza retoriche? Senza le parole alienanti e le ricerche vanitose? Senza ipocrisie? Senza deludere? Perché facciamo sempre i predicatori di cose buone, di previsioni rosee e poi non aspettiamo Lui ma qualche altro che non viene mai e se arriva è solo per illuderci un momento, e poi lasciarci soli e desolati? Si è messo a nevicare. Le montagne sono diventate bianche. Sono apparati in vista del Natale che sento approssimarsi interiormente in tinte densamente umane, con luci che giungono solo dall’alto. Queste luci timide rischiarano particolari che sono rimasti intatti nel furioso vivere di tanti anni, esse sono luminosi accenni alla bontà, alla pazienza, alla speranza, all’accettazione: punti-luce, punti-lume, punti-lampi che mi attraversano e mi scuotono: la salvezza per me è derivata da questi accenni che in me si diffondono. Mio padre mi parla in questo silenzio e si pone a ricapitolarmi tutta la vita passata. È un racconto pacato e molto vicino all’anima, che seguo con lo sguardo fisso alla fiamma. Tratto tratto il racconto si rompe per riprendere quasi subito. Nel silenzio, come in turbinio, si muovono le persone che hanno vissuto con me e dentro di me. La loro immagine si spezza in tante minuscole figure sulle pareti della cucina e sul pavimento, e la conversazione riprende davanti a questa esposizione di visi che tornano a vivere nell’immaginazione. (p.232)

24 Dicembre 1980

Nell’aria la tentazione. Sotto l’apparenza di bene, mi avvolgo di opere buone, e perfino di gioia spirituale. La coscienza non ha che sensi. La sensibilità è la sua saturità. Si appaga di impressioni. Adesso comprendo: Ti sei fatto uomo nell’umanità di ciascuno. Di ciascun uomo. (p.232)

26 Dicembre 1980

Mio padre quarant’anni fa lasciava questo mondo. Ero professo al terzo anno di teologia. Ero uno smarrito. Come sono adesso, a 64 anni. Avevo 24 anni. Mio padre 63. Era un povero uomo e si sentiva in sé più povero di quello che era in realtà. A 13 anni lo avevo lasciato per entrare in seminario nel settembre del 1929. Erano tempi tristi: per mio padre e per me, per tutti. È stata uno strazio per me quella morte. Tra gli ultimi pensieri di mio padre c’era il pensiero di me, c’erano molti pensieri che avevano radici profonde nell’animo di mio padre, pensieri che erano cresciuti e s’erano nutriti nel suo cuore e conservati come tesori di cui si sentiva indegno Era un mondo di pensieri umili che attendevano il momento del-l’esaltazione E l’esaltazione era la mia ordinazione sacerdotale. Però la povertà di mio padre doveva soprattutto vestirsi di umiltà. E l’esaltazione per lui non venne. Sarà stata raccolta tutta quanta in cielo. La speranza, le speranze di mio padre sapevano sempre di acerbo mallo di noce. Il profumo dei tuoi vestiti di rappreso sudore e di… (p.232)

28 Dicembre 1980

La poesia impedisce la preghiera e la preghiera frena la poesia. Non sembra vero. Soprattutto non sembra giusto. Penso che ciò derivi dal fatto che la poesia esiga in modo eccessivo la contemplazione di se stessa nella parola. Se fosse possibile comunicare la poesia senza la parola allora… sarebbe poesia pura, cioè preghiera. Che avvenga così, come ho detto? Penso a mio padre, ripenso a lui con devoto animo e medito sulla obbedienza che gli usavo, obbedienza piena di rispetto e di soggezione. (p.232)

29 Dicembre

Taia!  (p.232)

 

18 Gennaio 1981

È la prima riga che scrivo in questo quaderno. Ripeto le parole di Giovanni mettendole nell’anima, a confronto con l’anima che è sempre alla ricerca del vero volto di Dio. È forse una ricerca disordinata, discontinua, turbata, direi anche offuscata, alle volte… Le parole di Giovanni: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi.” Bisogna soprattutto credere al Suo amore, non vagamente, non teoricamente, non sentimentalmente, non saltuariamente. È concreto, l’amore Suo, è fatto di amore, di amore genuino, autentico, che pervade tutto, dà vita a tutto, e tutto ha senso per l’esistenza di questo amore. Anche la morte ha significato liberante perché anche la morte è un ritrovato del Suo amore, se anche Lui ha voluto passarvici e se anche Lui passa per la morte di ciascuno. (p.235)

24 Febbraio 1981

Cara Taia, il Signore si compiace di più con un’anima in cammino che con un’anima che si sente arrivata o di essere sul punto di arrivare. L’abbandono è un continuo grande rischio affrontato da una fede cieca È come camminare a occhi chiusi, e in tale condizione siamo tentati di far uso esclusivo della ragione e di pianificare per avere qualcosa di più concreto su cui appoggiarci È un’illusione. Sarà questa l’ultima pennellata del pittore Gesù? Egli compone e completa dipinti anche con ghiribizzi che a noi paiono strani e illeggibili. Se non c’è speranza nel lontano non c’è neppure nel vicino. Non ti accorgi che non diamo a Lui altro che scarti? Quando è il momento di dargli ciò che più ci costa, ritiriamo la mano e il cuore. (p.235)

1 Marzo 1981
Grazie della corrispondenza di amorosi sensi che manifestate in questa circostanza. Grazie delle preghiere che dovete però rendere frequenti, perché la vita, mano a mano che va avanti, diventa sempre più dura.
S. Albino è lontano nel tempo, ma la sua luce, come la luce di tutti i santi, giunge anche da lontano come la luce delle stelle.
Ho detto che la vita diventa dura, specialmente la vita comunitaria, con i suoi parametri; diventa dura perché quelle difficoltà di carattere, che erroneamente si pensa possano spegnersi con l’età, per contrario si ridestano a spunti e guizzi violenti, vivaci come la fiammella che sta per spegnersi. S. Albino era un monaco, che poi fu eletto vescovo suo malgrado. Monaco molto semplice che si sentiva sempre più inadatto al maneggio del pastorale e della parola. In una immaginetta che mia madre mi aveva donato ancora piccolo, osservavo il vescovo Albino con lo Spirito Santo appiccicato a un orecchio, che gli faceva da suggeritore, perché il vescovo Albino trovava molto scabroso e doloroso il parlare alla gente accalcata in chiesa. Durante gli studi osservavo spesso quell’immaginetta, mentre nel cuore invidiavo quell’Albino sempre accompagnato da quel suggeritore in forma di uccellino.
Diventa sempre più evidente e molesto l’essere croce per gli altri, e la croce degli altri, anche se lieve, scotta e brucia. È un fatto. Il mio temperamento non si doveva mettere insieme con gli altri. Ho sempre avuto una
grande disposizione per il silenzio e la solitudine. Le figure a cui mi sento unito e derivato, in cui mi ritrovo sono: il mugnaio (mio padre era mugnaio); lo spaccapietre solitario sullo stradone assolato, che picchia, seduto accanto al mucchio di ghiaia; l’arrotino all’ombra d’una casa, solitario anche lui.
Di mio padre ricordo e sento, risento i suoi silenzi, le sue ore trascorse nel polverìo del mulino, con lo sguardo fisso sui grani del granoturco che, esitanti, si lasciavano cadere sulla mola, gli spruzzi dell’acqua sulle pale
della ruota, e il polverìo d’acqua.
Finito il noviziato, come era costume, si cambiava il nome. Mio padre mi scrisse: vogliono cambiarti il nome? Vieni a casa ché io voglio vederti con il nome che io ti ho dato.  (p.236)

Aprile 1981

I viali si vestono di verde. Alberelli giovani tendono i rami già ornati di foglioline verdi. È un verde tenero come il cuore dei bambini e dei santi. Anche gli alberi scabri, ossuti, antichi, ingobbiti e contorti dal tempo, emettono foglioline dal verde delicato come il cuore dei bimbi e dei santi.  (p.236)

4 Aprile 1981

Conoscere Dio secondo Giovanni: adempimento della Sua volontà. Vocazione: una delle tante forme di adempimento della Sua volontà. Fede: scintille, frammenti ma che siano roventi. Spirito Santo nel Natale e nel dopo Natale: Maria, Elisabetta, Zaccaria, Anna, Simeone e i loro CANTI. Ma certo che conoscere Dio significa adempiere la Sua volontà, perché se non conosco Dio rimango nell’inattività, nella confusione, nell’assenza di uno scopo. Se conosco Dio non posso fare a meno di amarlo, e se lo amo tutto il me stesso si muove e viene attirato da Lui che è volontà come è amore. Per cui se mi sento da Lui attirato è segno che Lo conosco, conosco che è tutto, per me. Tutto questo però avviene per Grazia. Questa conoscenza non ha nulla da spartire con la ragione. Non è che io adempia e poi conosca, o conosca e conoscendo non mi impegni a vivere osservando i comandamenti del Padre. ” Chi dice: “Lo conosco e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui”. Dunque il conoscere Dio è di natura pratica, morale. Conoscere ciò che Egli vuole è conoscere ciò che Egli è. Non è una conoscenza governata da sentimenti, è un’obbedienza di fede, cioè alla Sua parola che dischiude l’uomo all’amore, all’obbedienza di amore. Normalmente si pensa che l’azione preceda il conoscere, mentre nel caso nostro o meglio, nel caso di Dio, l’opera non è che preceda, ma è segno di amore. Il precedere non conta, è una questione di logica umana.  (p.237)

12 Aprile 1981

Il sole non è ancora quello di primavera. Ma la annunzia. Il cielo bussa sul molle grembo dei prati e il silenzio sta mutando vestito. Lentamente, inosservato, si ritinge di verde più delicato, di azzurro più pulito. A questo punto della stagione, una volta la gente di qui era avvezza ad ammassare speranze, che salivano dal fondo valle fin su alle ultime case, con le ventate di profumo quasi aggressivo di zolle concimate, di siepi ringiovanite, mentre i sentieri, fatti più mobili e snelli, si addentravano festosi nei boschi, per ricalare festanti dalle balze. Stamattina, il suono delle campane si propaga in guizzi di gioia e colma l’anima di eternità: Domenica delle Palme. Il verde oliva è il colore di questa giornata. Colore che si riflette nei canti, nelle parole della liturgia, nei sentimenti che essa suscita.
La chiesetta è diventata una piccola selva di olivi. Le punte dei rami danzano, oscillano, fanno cenni di pace. Le foglie, a cuore appuntito, mi pungono l’immaginazione e il pensiero che, naturalmente, ritrova vigore e vita nel ricordo dei tempi lontani. Sembrano lontani. È pura sensazione. Quelle foglie strette l’una nell’altra traducono simboli dal significato piacevolmente misterioso. Come è possibile dimenticare? Dimenticare la vita, tutta la vita che questo ramo mi torna e rinverdire? Non era Lui che mi accennava nel verde d’un ramo d’olivo? C’eri Tu in quelle foglie appuntite, e restavi con me, mentre Ti muovevi tra la ressa di mani tese ai rami d’olivo. Ora posso andare sereno incontro alle giornate rosse della Tua settimana santa, dalle parole e gemiti inenarrabili, culminanti nel Venerdì, con quella morte preceduta da quel perdono: “oggi sarai con me nel paradiso”.  È il perdono che apre lo squarcio nel cielo, per tanti e tanti secoli chiuso e ostile. Lo squarcio è aperto a tutti, e così tutti dietro a quel povero figliolo di buon ladrone, perché ora, con la sua morte, Gesù ha vinto la nostra, non solo quella fisica che è un gioco a confronto dell’altra, ma anche quest’altra, quella dal di dentro, quella della speranza, della certezza di avere a nostra disposizione un paradiso, una vita vera, felice, di una felicità scevra dall’assillo che non sia felicità. Quanta pace dalle morenti ore del Venerdì santo a quelle squillanti del Sabato! Una pace compressa e trattenuta e poi propagata nei secoli. Pace per tutti. Anche per i ripudiati. Abbiamo visto il Maestro cercare i più lontani, i più poveri, i più infelici. Ecco qui il mistero ove è contenuta la pace pasquale; ecco qui le ali sulle quali posa la nostra pace. Credere che il Figlio di Dio è venuto, è sceso, si è comunicato all’uomo, non a guisa di incontro, di visita, di puro dialogo, sia pure protratto per trentatré anni, ma comunicato in una maniera che non è possibile realizzare tra noi, in modo possibile solamente a Dio, cioè nell’assumerci e nel dare a noi la capacità di assumere Lui. È commovente, è veramente cosa inaudita; però è vera e si può anche capire. Comunicandosi a noi in questa forma, Dio rende chiare e nitide le conseguenze, gli effetti, i frutti vantaggiosi per noi: non esiste la morte che in forma transitoria, perché avremo in Lui una permanente Risurrezione. Cristo ce lo assicura con parole che strappano il grido del consenso: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. Non affannatevi… Non c’è motivo di affannarsi, di vivere in ansia, di avere angoscia… C’è il Padre Nostro che ci insegna ad accettare la vita con lo sguardo fisso al termine della vita; possiamo tranquillamente far credito al padrone della morte. Oggi sarai con me in paradiso. L’omelìa è finita. Ho pensato alla Pasqua e al caro prezzo che Gli è co-stata. All’uscire di chiesa la Pasqua la sento anche nel sole che mi sommerge, nelle cascate verdi dei prati, nell’acqua scintillante dei ruscelli, nel canto delle campane, nel frecciare di voli, nelle bianche ali di nubi.

17 Aprile 1981 Venerdì santo.

VENERDÌ SANTO

Sono piaghe lungamente trattenute sul Tuo corpo. Lungamente… È il nostro lungamente peccare che fa persistere la piaga dei piedi delle mani del costato del benedetto capo trafitto. Non piaghe su piaghe ma tutto una piaga. Nel cuore le sento leggermente per attimi mentre il Tuo è tutto una ferita che tocca gli abissi del Tuo amore. La mia pietà sia un poco come la Tua, Ti prego. Non so amare, non so compiangere, non so donare, non so ricevere. Occorre essere già Tuoi totalmente per ricevere il Tuo dono, ricevere il Tuo dono è averti dato già tutto e non aver nulla di trattenuto. Ho voluto misurare la Tua pazienza il Tuo sottometterti come se un nulla fossi Tu per il Padre, come se inutile fosse il Tuo amore. Non c’era verso per Te di morire più dignitosamente? Ho pensato al Tuo sentirti niente e inutile, e sono rimasto nella mia povertà. Anche adesso inerme e nervoso non ho saputo ripetere le Tue parole neppure ripeterle. Guardo alla Tua pazienza mentre vado perdendo la mia, la mia perché non è la Tua come vorrei. Vorrei piangere sulla mia indegnità mentre Tu piangi di non poter essere realmente miseria con me. Ora la tua morte è un abisso gemente. Signore, anche il dubbio ti ha torturato il dubbio che la Risurrezione inutile fosse? Signore, sarà anche la Tua Risurrezione una primavera che guardo e contemplo senza ringraziare senza neppure cercare il significato del verde, della festa? Le rondini guizzano nel sereno i miei pensieri sfiorano la terra. Signore! Ti grido dal profondo. (p.240)

18 Aprile 1981 Sabato santo.

Gerle stracolme di patimenti, di rincrescimenti, di imprecazioni. Eh, no! E così avanti, avanti, affannati, solcati di sudore. Ma in quel giorno, il giorno della nostra Pasqua, sarebbe sufficiente un sentimento di timore, o di dolore, o di speranza nella bontà del Signore; e tutta questa roba, rovi e ortiche, tutta questa maledizione, diventerebbe un fascio di rose fresche e profumate che lentamente si distende con pace infinita sui prati della nostra eternità. Questa è la Pasqua: credere a questa promessa che sembra scherzo di bambino, fantasia di monelli. Se avessimo una briciola di fede non avremmo più paura di nulla perché saremmo sicuri del buono che ci attende come promessa del Signore, che non è cattivo, non è bugiardo, non può ingannare nessuno, né promettere frottole. Allora, auguri di luce, di pace, di pazienza e di visi vestiti di festa. (p.241)

Maggio 1981

Che cosa vale tutto questo presente così complicato, così rumoroso, così ripetitivo, davanti all’essere che è di tutti i tempi, che è senza tempo, come roccia, granito che rimane nella sua verità di esistenza? Ma il granito, la roccia, sono ancora qualcosa di fragile, di transitorio. Vorrei uscire da questo corpo che mi limita e mi fa persona individuabile. Vorrei entrare nella individuazione che prescinde dal fisico, che astrae dalla materia. E come fare? Sono delirii. Far sì (un poco alla volta) che lo spirituale elimini il fisico. Uscire! Il cielo è infinito. Perché rimanere chiusi tra le pareti del corpo, tra le pareti della casa, tra le pareti del regolamento? Se è regolamento non è vita.
Eliseo profeta. Investitura di profeta ricevuta dal profeta Elia. Mantello gettato da Elia addosso a Eliseo che stava arando con 12 coppie di buoi. Attendo la Vita Eterna. Che è, che esiste, che si diffonde, che penetra, che riempie tutto di vera vita sì che la nostra esistenza si fa vita eterna! Esistenza = vita eterna, è per amor Suo, per Sua volontà d’amore Non può essere che così. Altrimenti che significato ha questa esistenza, queste esistenze? Come possono darsi da sé un significato? Venga l’Eterno a dar senso alle cose, alle parole e al tempo. (p.241)

mancano p. 242 e 243

ma restano bacche di rovo.

25 Dicembre 1981

Che Rosso donarti, quando la mano vuota e il cuore inaridito? Che posso darti ancora, quando tutto ti ho concesso e tu quel che non sapevo donarti hai strappato con forza?

Nel deserto bruciato, la fronte a terra, posso solo lodarti, o Dio.
Ma ecco, quando la gioia di vivere è sfiorita, e caduta l’illusione di aver qualcosa ancora da darti dal fondo del nulla, allora, nel buio, meravigliosa di pace si schiude una culla: il tuo natale.  (p.244)

1 Gennaio 1982

Potessi parlare così, con quei suoni che suonano continuamente nel mio essere, sempre vigile a non disfare, a conservare, a custodire il mondo che mi ha visto nascere e mi ha accolto, e mi ha nutrito di piccole cose, fragili, trasparenti, quasi astratte, rispettose, attente ai riverberi che suscitavano, che stimolavano nel mio animo. E Tu eri in tutte quelle creature alle quali correvo incontro con festa inconsapevole che fossi anche Tu, con la Tua bellezza infinita. Ora è la commozione che regge la mia attardata consapevolezza, attardata. Quanti ritardi nella mia vita! Quante dilazioni e rinvii nella conoscenza di Te! Eccomi qui ora, a stessere la tela della mia vita, mentre Tu, silenzioso, mi insegni a contare gli anni del mio vivere, perché ogni attimo di essi sia rinverdito della Tua presenza, della Tua reviviscenza. Tu sei capace di redimere anche in modo riversibile, con un amore, come il Tuo, retroattivo.
Notte. Sento brillare le stelle nella notte con tremolìo molto simile a un’anima in attese di sorprese leggere di venti improvvisi di canti lontani di visite amichevoli di notizie di pace di pace di pace. (p.247)

6 Gennaio 1982 Epifania.

Ogni giorno ha sapore di epifania, di rivelazione. Ogni giorno scopro un aspetto, un particolare della vita che viene a me in maniera silenziosa e segreta, da cielo aperto. Il cielo è sempre aperto dopo l’Incarnazione. Posso intraprendere ogni momento un viaggio verso il cielo con la sicurezza di entrarvi, di non venire respinto, qualunque sia la mia condizione, anzi, più povera e disperata è la mia situazione e più festosamente sarò accol-to. I cieli aperti. La terra piatta s’incurva e diventa cima e vetta per forare il cielo, per trasformarsi in cielo. Venne a noi. Rimane con noi. Ma per trasformarci, per elevarci. Ma bisogna conoscerlo, bisogna accoglierlo, bisogna fare amicizia con Lui, il silenzioso, bisogna entrare in Lui che è il silenzio, con il lasciarlo entrare nella nostra casa, col fargli dono di noi, di quanto abbiamo, di quel poco che possediamo. Rimaniamo chiusi sotto i cieli aperti. Siamo tanto incarnati in noi stessi e in quello che possediamo da durar fatica a staccarcene. E così rimaniamo chiusi sotto i cieli aperti. (p.248)

17 Febbraio 1982

Chiedo insistentemente aiuto. La mia strada non è paragonabile a nessun’altra. La mia vocazione è disseminata di incidenti e di sospensioni drammatiche. Mi trovo bene nella figura di Giobbe. Sì. Ma senza scenate. Potessi sfogare in parole la mia situazione che è veramente paurosa, perché non vedo, non sento la Grazia. La sento lontana e inutile E Lui è silenzio. Septem beati patres, orate pro me. Siete in sette. Uno alla volta pregate, e poi tutt’e sette insieme. E Tu, Maria, che sai tutto e vedi questo figlio fra triboli e spine… Lo vedi, lo vedi…(p.248)

15 Giugno 1982

Affiora in modo inquietante il desiderio di solitudine. Effetto di una struttura particolare dell’essere; struttura che mi crea paure, senso di panico di fronte alla vita. Però di fronte non alla vita in sé, ma alla vita rifatta, ritoccata, circoscritta, dimensionata dai fatti che sono un risultato dell’insieme di concepimenti di vita da parte di ognuno. Mi tornano a mente i versi: “Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.” (p.248)

Il treno entra nella stazione. E che scoperta! Entra ed esce centinaia di volte al giorno. Questa volta l’ho notato. È un avvenimento. Non il treno che entra ed esce, che arriva e che riparte, ma il mio pensiero che lo pensa e lo segue entrante e uscente, non solo, ma intorno a questa semplice locomozione si ammassano considerazioni e concetti che si diramano velocemente in cento direzioni. Il treno. Il treno che giunge da dove? Che si muove, per dove? Sono pensieri che si muovono e corrono senza rotolio né stridore. (p.249)

18 Giugno  1982

Festa del Sacro Cuore. Dire tutta intera la verità, la realtà di me stesso, è cosa impossibile. Qualche briciola rimane tra le dita, di questa realtà, come pretesto per rassicurare la capacità di dire tutto ciò che non è briciola, cioè la verità intera. La perplessità è il clima che condiziona la sincerità. Ho detto stamattina alle suore di Villa Bedin… Ho detto. Durante la celebrazione mi sono reso conto che niente affatto il mistero della presenza reale di Gesù mi condiziona, che anzi tanti pensieri inutili, vani, presuntuosi accompagnano la santa celebrazione. Pigrizia. Ignavia. Abitudinarietà. Il Cuore di Gesù è un cosa facciamo sanguinare, ma rimane cosa, cosa che sanguina. Lacerazione. Squarcio. Lancia. Costato aperto. Sangue e acqua. Fiumi di acqua viva. Mite e umile… sono risonanze. Che peccato! È peccato, è colpa che siano risonanze. E la nostra vita continua tra muraglie di paro-le. È possibile questa continuazione solo perché il Cuore di Gesù sanguina… se non sanguinasse, questa vita, così com’è, non potrebbe continuare. (p.249)

20 Giugno 1982

Riflessioni continuate su quanto vado comunicando con i penitenti. È compito arduo comunicare, destare la fede e l’amore. Si dicono frasi che so-no sventolio di bandierine. Sento che è più compatta, più consistente, più corporea l’anima del corpo e quindi più arduo trafiggerla e ispirare. Dai finestrini osservo le punte dei rami ora mossi ora agitati dal vento e provo a interpretare quei movimenti come rivolti a me precisamente. (p.249)

21 Giugno 1982

A Rovato per il Capitolo provinciale. Assordato dal vociare dì cento frati: sono una sessantina, ma è un tor-rente. Fosse un torrente… Non riesco ad afferrare un discorso singolo. Vedo p. Aldo stranamente chiuso in se stesso, come se avesse preso una testata su qualcosa di resistente. Volti invecchiati. Nel suo lungo discorso di apertura, mi è sembrato che il p. generale rileggesse cose scritte ormai da lungo tempo. La mia stanza guarda la pianura, dalla quale spunta, in primo piano, il campanile di Coccaglio. Le campane, alle sedici, si sono svegliate dolcemente, sciogliendo una melodia per alcuni minuti. La prima campana, la più piccola, aveva una voce, una vera voce rosea. Non conosco ancora l’orizzonte, non so dove porti lo sguardo perché la pianura finisce lì sotto, dove la nebbiolina si stende a velo sui campi. Penso a Luciano. Penso a Cogo. Penso a Camillo, e a loro avvicino il tempo che ora vivo così strano, così irreale.   (p.250)

22 Giugno 1982

Sono rientrato a Monte Berico. Ho accompagnato a casa sua Luciano che non sta bene. Sta molto male Ero stanco durante il viaggio, stanco morto. Avrei voluto rimanere più a lungo in casa di Luciano. Lui ne sentiva il bisogno. Ma la stanchezza me Io ha impedito. Sono subito salito a Monte Berico. Davanti agli occhi dell’anima permanevano fissi i volti del p. Aldo, del p. Stanislao, di Luciano, e creavano griglie di sentimenti, di emozioni, di non so quale natura. Mite e umile. Sono risonanze. La vita sembra a volte continuare tra muraglie di parole… lacerazione, lancia, squarcio. Sangue e acqua. Fiumi di acqua viva. È possibile che la vita continui solo perché il suo cuore sanguina… se non sanguinasse, questa vita, così com’è, non potrebbe a lungo continuare. … verificare la povertà: propria, di ognuno, non come fattore di rinuncia e di decadimento, ma come misura positiva, come è misura positiva il granellino di fede.

23 Giugno 1982

Devo temere me stesso, la mia vanità che tutto intossica e annulla. L’aria calda s’insinua sotto la pelle. Il silenzio si è ritirato in uno spazio minimo, all’interno del mio essere. Fortilizio ben munito di antenne puntate verso l’Eterno. Sono rientrato a Rovato nel pomeriggio. Durante il viaggio pensavo che la fede è composta in parte anche di fatalismo. Che stamattina mi sia alzato, abbia disposto delle mie cose per bene come se avessi da vivere tutto il giorno… non è un certo quale fatalismo? La programmazione si nutre di fatalismo. Di ragioni irrazionali… perché la ragione non ti assicura niente. E poi mi dicevo che nell’Eternità non si invecchia, ci si rinnova continuamente, perché non è mai quella, e non si può dire: è questa. (p.251)

24 Giugno 1982

Confondere la fede con la conoscenza. Si crede di conoscere se stessi, l’ordito del proprio essere: è un’illusione.  (p.251)

25 giugno 1982

Un’altra giornata di capitolo. Stasera sono stanco. Ho parlato a lungo con Camillo viaggiando nel mondo dei ricordi. Ho vivi davanti i miei compagni di cui parecchi sono morti.Perché così provvisorio tutto? …E noi facciamo parole. Tanto rumore per niente. Il campanile si rizza dritto. É provocante nella sicurezza che sprigiona dalla sua immobilità. Vociare di gente in una sera afosa, e fruscio di macchine e altri rumori soffocati dal caldo. Veramente mi voglio distrarre in queste cose per allontanarmi da me stesso. Se mi guardo dentro  mi trovo scontento. Non so di che. Mi sento nebbiolina diffusa. (p.251)

26 Giugno 1982

Di ritorno da Rovato. Non sono che la parola fragile, astratta. Fuga. Attrito. Rimpianto. Ritorno. Iniziativa presa in base a struttura particolare. Affiora in modo inquietante il desiderio di solitudine. Di salvare, proteggere la solitudine di cui mi nutro da dentro. Agitazione di temi e priorità. C’è la priorità? Esiste realmente? Che importa tutto se il Tutto non lo si accoglie, non lo si guarda, non lo si ritiene, non lo si teme come priorità? Il nome di Turoldo attraversa il clima assembleare. Il clima sta inquinandosi, si corrompe, si scinde… Il nome di Davide Turoldo mi adombra una persona amica che gli anni mi hanno resa inidentificabile. Sono molto piccolo rispetto a lui, sebbene mio compagno, fanciullo con me fanciullo. Ora la sua persona la vedo come centro che polarizza l’attenzione di tutti e di tutti ne fa una miscela che lentamente diventa elemento propulsore del suo dire, il quale, a sua volta, si converte in fluido fondente. E la fusione ha la sua durata. Un’architettura il discorso di Davide. Architettura fatta di linee semplici, parallele, sovrapposte, intrecciate, annodate, convergenti o divergenti, però armonicamente. Così tutto. Così la vita. Così lo spirito. Così l’arte, così la poesia. Ma tutta questa armonica confusione, confusione attenta, è tesa a far emergere il bello particolare e miracoloso. E lo Spirito è miracoloso. Non è possibile afferrarlo, impossessarcene perché è soffio. Occorre lasciarci investire, lasciarci agitare e percuotere, lasciarci consumare nel suo ardore, oppure ardere di questo soffio senza consumarci. Ardere di quel soffio significa affondare nell’Eterno. Ma è il tempo che consuma. Oggi è domenica. Luciano sta meglio. Taia mi dice che ha preso trenta all’esame. Sono contento. Si è liberata da un’angoscia. Contento: sarei felice se sentisse sempre più forte la sete di Assoluto. Bella è la creazione. La creazione è bella. Ma come è confusa la bellezza della creazione! Un po’ di anarchia la sorregge. Guarda il bosco com’è disordinato nel suo armonioso essere bosco, e il torrente con quelle pietre buttate che sembrano collocate, e l’acqua stravagante, capricciosa, ballerina. Le strade, in mezzo a tutta questa illogica bellezza, sono un filo di ragionevolezza, un filo collettore che allaccia le diverse varietà e ne fa una collana di splendori. Egli sente. Mi segue per le vie dei miei pensieri, sulle quali vuole fare il pellegrino, affamato di confidenze, di racconti di vita passata assieme, senza forse conoscerci, senza forse rispettarci, pur volendoci bene… a modo mio e a modo Suo. (p.252)

4 Gennaio 1983

S. Maria degli Angeli Taia, ancora come prima, con il cuore sempre in cammino, sempre sulla via. Quale via? Quella che maggiormente costa fatica. Quella che non costa fatica addormenta e illude. Il Vivente, il Vivente Ti rende grazie. Vivere significa avere continuamente ostacoli davanti, non significa tanto superarli quanto invece sentirli, averli; il superarli tocca a Lui, e Lui sa benissimo che a Lui tocca perché noi siamo quello che siamo cioè… strumenti non avvezzi. In questa povertà l’anima si libera, si sente liberata dalla preoccupazione e dalle tensioni del riuscire. S. Francesco oggi mi dice di non ragionare con la ragione ma con l’amore, con l’amore sia pure non sentito, sperimentato E sai perché? Perché è un amore più vero e reale quello che si desidera avere e possedere, più concreto e vivo di quello sentito e sperimentato. È così. La volontà buona, la volontà voluta buona è amore. L’amore è cammino. Il cammino è andare verso… Lui è il nostro verso, la direzione, sequela… se andiamo verso di Lui viviamo, anche perché non è mai raggiungibile e dunque il nostro andare verso è eterno, ed è la vita eterna che qui abbiamo iniziato. Taia! Oggi andremo su a S. Damiano e alle Carceri. Sapore di pensieri che fioriscono senza averli seminati, però sono pensieri che alla cima portano un granellino di semente che lasciano poi cadere sull’anima e lì trovano terra buona se gliela preparo, e da quella terra nascono altri fiorellini, da niente, sembra, ma poi servono nei momenti di bisogno, bisogno che può essere sete di silenzio, sete di preghiera, fame di conforto, luce di fede lume di speranza e fuoco di amore. Mi chiedi come ti vedo. Come è possibile risponderti? È mai possibile de-finire il crescere di una pianta? Di un fiore? Crescono. E tu cresci. Ieri ti ho detto che sei in maturazione. In quella precisa maturazione che conviene a te e a Lui. Se cresci in Lui, cresci anche per te e la tua umiliazione diviene utile anche per il rimanente dell’umanità. Abbiamo ora appena terminato la nostra passeggiata, siamo rientrati con lo sguardo ancora dipinto dallo scenario di Assisi e dalla cupola di S. Maria, e dal sole che tramontava. È stata una camminata molto diversa da quelle che si facevano in Carnia. Lassù avvenivano in atmosfera esterna e interiore che risuonava di una domesticità che non è quella di ora, la quale pur sempre restando nella domesticità, è alquanto distinta. É come deviare o aver deviato l’acqua da un alveo grezzo e selvaggio verso un canale d’irrigazione ove l’acqua corre, va tranquilla, liscia, con qualche rara increspatura, con cascatelle improvvise… Non so rendere l’immagine di quanto sento. E tu scorri. Per poi ripren-dere i ritmi del torrentello che non è mai capriccioso e non lo sarà mai, bensì vivace e gioioso. Con questo non penso che la gioia ti manchi, anzi la gioia, la gaiezza, è l’elemento che sta maturandoti, ciò che non avveniva da molti, ma molti anni. Taia! Vedremo se scriverai ogni giorno una parola in questa agenda. Non sono necessarie molte parole. É sufficiente dire, segnare, fissare qualcosa che viene, diciamo, dal profondo (ma noi diciamo dal profondo, anche se le parole o i pensieri provengono da un esteriore che fa parte del nostro interiore). Per esempio puoi scrivere una mattina: la notte scorsa avevo un forte desiderio di scrivere qualcosa che ora non ricordo. Oppure: il pensiero di Lui oggi è stato risucchiato da quest’altro pensiero che ora Gli offro in dono. Non ho altro. E se ci fosse dell’altro se lo prenda tutto. Oppure: perché oggi sono diversa da ieri? Se vedo che le cose, gli avvenimenti, mi condizionano in modo eccessivo, voglio rendermi più plasmabile da Lui, cercandolo. Se Lo cerco le cose non possono condizionarmi e io non perdo la mia sensibilità, anzi la ritrovo in Lui che me l’ha donata. Sono venuto a cantare i Vespri con voi. l preghiera carezzevole. Musica dell’anima. Mi sono addolcito nello spirito. Ho vissuto ancora questi momenti al monastero delle Carmelitane di Monte Berico. Sono brezze che riproducono le tenerezze del Signore. Se potessimo capire quanto sono soavi i tratti che il Signore usa con le sue creature! Soavità! E non ci pensiamo e non Lo badiamo. E pensare che l’atto primo di Dio, che è amore, è soavità; e pensare che l’atto, l’espressione prima che non cerchiamo ma che guarisce è la soavità! Sono soave con te, Taia? Dovrei esserlo, e non con te soltanto: con tutti. Invece sono rude e brusco. La Santa Ostia lassù sull’altare è davvero segno di soavità, è un nulla che non pretende nulla a cui si può richiedere tutto. Che cosa hai letto per accendere i tuoi pensieri e riscaldare l’anima oggi? I Salmi. l volti delle persone che ho incontrato. Ho riletto i sentimenti dell’altro luogo e tempo e situazione. Taia! Vivi, viventi bisogna essere. Ritornerò. Rifaremo meglio i nostri discorsi nella speranza. Mi trovo ancora a S. Maria degli Angeli. Con Taia. Mi ha raccontato molte cose di sé. Cose importantissime. Però la cosa più importante, interessante, rassicurante, promettente, è quella che non mi ha raccontato, ma che ho visto. Taia mangia con appetito e con gusto, mai successo finora, come se assaporasse la vita stessa con novità. Ritorno a Udine più sereno e più tranquillo perché ho visto che Taia cammina più sicura. Non mi finirà in un fosso, o fuori strada. Ringrazio il Signore, S. Francesco, la Vergine, S. Chiara e tutte le persone che per lei pregano e si affaticano, le vogliono bene, l’aiutano con il loro affetto e la loro stima. La madre maestra e le agnelle. Le rose, i ciclamini fioriscono, si vede anche d’inverno. Se amato, il Si-gnore fa fiorire anche i rovi nel gelo invernale. (p.257)

5 Gennaio 1983

Abbiamo pregato S. Chiara stamattina. Io non posso indovinare, Taia, che cosa hai detto a S Chiara oltre a raccomandare Danilo e varv’Alvin. Ecché forse le hai parlato della mia Bolivia?! S. Chiara mi invierà lo Spirito, S. Damiano il Padre e S. Francesco il Figlio. Tutti si muovono lassù per così poca cosa! Un pochino di Carnia l’hai sentita vicina nella voce di zio Remo e di zia Fina. Peccato che per telefono non si sente il pensiero dei boschi, né è possibile osservare le varie tinte delle montagne, cose che ci erano familiari pochi mesi fa. Però non bisogna lamentarsi, il Si-gnore è stato generoso venendoci incontro in tante occasioni portando in mano i suoi regali fatti di queste nostre esigenze o meglio, golosità sentimentalistiche. Sentimentalistiche, non malate, non deterioranti. Ben Lui lo sa che cosa sono. Non siamo rimasti irrobustiti fisicamente e spiritualmente in compagnia, anzi nelle braccia dei nostri monti? E poi il Signore si ritrova sempre tra le realtà più scabrose, più impervie, appunto perché in questa realtà si riflettè l’immagine dell’anima che intende superare gli ostacoli e affrontare con coraggio le salite che portano a Lui che è alto e sublime. Taia! Non ti voglio parlare ora di quanto abbiamo vissuto in quei giorni di Carnia, in maniera intenerita e morbida. Sarebbe un addolcire l’amabile asprezza dei doni di Dio. Andiamo avanti sempre ringraziandolo della speranza che ci lascia e con la quale ci nutre e della quale fa brillare i giorni e le ore fino a che Egli verrà. E un giorno vorrà anche regalarci quanto ci ha già regalato, riregalarcelo in modo migliore, nuovo, sorprendente. Ciao, Taia! Durante il viaggio di ritorno a Udine mi sbaleneranno (come dici tu!) davanti chissà quante volte queste attese. (p.257)

Ore 18,30. Mi sento nella condizione morale di uno che ha lasciato le co-se in sospeso. Ora che s’avvicina la partenza. Forse, Taia, mi trovo così perché non ti ho narrato della SS. Trinità. Non ho concetti in proposito. Ma non avere concetti non è sempre segno di non sentire una determinata realtà e di non esserne soggiogati. Comunque ciò non deve turbare quanto detto e meditato e approfondito in questi brevissimi, velocissimi giorni. Saranno stati sbalenamenti di verità che hanno rapidamente illuminato. E la luce penetra e trasforma. Cara Taia. Sempre in sintonia con tutto ciò che è buono.
Difficoltà varie e serie. Ogni martedì dalle 10 di mattina fino alla sera in confessionale. Procura di non ripetere sempre le stesse cose con le medesime parole. Che bello il fresco d’una fede rinfrescata con la preghiera del mattino! (p.258)

16 Gennaio 1983

Mi posso creare un cielo verde e torrenti dalle acque azzurre oppure una margherita rossa e una rosa turchina. Colori dislocati, trasferiti. (p.258)

18 Gennaio

POMERIGGIO DI SOLE
Frastagli di nubi: essenze evaporate nella coppa del cielo di assorte immagini, strapazzate dal vento estroso baldanzoso nel sole tra rami indulgenti e su arrendevoli acque. Nello scivolìo di ombre effimere, sui vetri disponi parole brevi precarie e pur luminose. (p.258)

La Carnia come favola enorme mi slavina alle spalle dal taciturno ondulare di monti, mi risospinge in vallate di acute nostalgie condensate in pregiati residui di visi e in relitti di rilucenti memorie. (p.259)

19 Gennaio 1983

Oggi è S. Mario. Mario: Patrizio. E un frate sofferente come è sempre stata la sua condizione umana, la sua condizione come religioso, come cristiano. Viene da una famiglia che, come eredità, ha avuto dal cielo grandi pesi morali da trascinare. Ora sta celebrando con la sua voce che sa di tonfo. Mario M. invece è tutto diverso. E Mario mio nipote: lo penso. (p.259)

20 Gennaio 1983

Ancora la solitudine e il silenzio sono le aspirazioni che mi attirano e mi portano il pensiero e l’immaginazione in luoghi lontani, staccati dal turbinio degli uomini. Oggi un’aria inquieta e un cielo agitato, scomposto in nubi che si cercano, si inseguono, gareggiano in velocità. Un soffio creativo investe cielo e terra. Non si può dire che giornata sia o sarà. C’è dell’imprevedibile in questo rimescolìo d’aria e di venti senza fissa direzione, in questo alternarsi di sole limpido e di nubi galoppanti. È un mattino da primavera. Colori saltellanti. Guizzo di voli. Biancheria che si dibatte al filo del bucato.

E la morte è realtà lontana, occulta, celata, obliata come tutte le vere realtà. Se la cerchi, se la addomestichi, se la rendi visibile tangibile, presente viva, essa ti libera, ti genera, ti rigenera, ti rinnova, ti rende raccoglitore di vita del bello, del buono che vale la pena di riscoprire sempre in questa aiola “che ci fa tanto feroci”. (p.260)

24 Gennaio 1983

Fede. La fede deve riversarsi in bontà di vita e non in forme religiose soltanto. Perché celebro ogni giorno la Messa? Oggi mi duole una parte preponderante di me stesso perché qualcuno ha qualcosa nei miei confronti che gli procura sofferenza. Ma come siamo fatti? E poi si dice che la sofferenza non esiste. Si vorrebbe che non esistesse, tutt’al più.

Sogno: non mi ci trovo in questa composizione di persone. Non è colpa. Però si fa colpa, diventa colpa… in fondo all’essere. E quando in fondo all’essere c’è acqua ferma, stagnante, non si può operare nella luce, schiettamente. Sento dentro una specie di groppo, di canale ostruito. Non scorre l’anima. Lo spirito è muto; incapace di cantare, incapace di risalire, di emergere, di affiorare dalle cose, dalle situazioni. Volti mi infondono paura. (p.260)

26 Gennaio  1983 S s. Tito e Timoteo.

Ricorriamo al passato per ritrovarci. Ritrovare noi stessi? Il passato può, in certo senso, supplire al vuoto del presente. Succede che l’aridità del momento presente la invadiamo di glorie passate. La santità ha questa prerogativa: supplisce. Allora ci ritroviamo. Trovarsi sulla stessa linea di idee e di convinzioni è una gran consolazione, gratificazione gratuita; il vivere, la qualità del vivere, poco conta… è qualcosa d’altro.

Sogno. I sogni sono una realtà occulta, dimezzata, allusiva di una realtà di altra natura. Ricadere nel fantasma e nelle entità che non fanno parte dell’esistenza in forma compiuta. È deformazione. Come la follia. Sono forme che sfuggono a una logica e a una fede. Fenomeni della coscienza che non rientrano in categorie concettuali. Il mistero è un’altra cosa, un’altra realtà. (p.261)

28 Gennaio

Padre Giustino ogni sera mi fa un fervorino come conclusione della giornata e dopo un ringraziamento breve ma commosso dei piccoli favori che gli faccio: “piccole cose” egli dice “che sono importanti perché rendono migliore il momento che vivo”. “Il Signore ti darà la ricompensa”, egli lo ha assicurato. Stasera mi dice, come ogni sera, dell’Eucarestia, del dono di Dio così grande che neppure gli Apostoli erano in grado di afferrare e di crederci. Come può Egli darci da mangiare il suo corpo? Come farà? E bisogna credere, non a quello che vediamo e gustiamo, ma alla parola che egli pronuncia, che è parola eterna di Dio. E poi una bella riflessione: Gesù si commuoveva vedendo che si credeva alla sua parola e alle verità grandi che diceva superiori alla nostra intelligenza. (p.261)

30 Gennaio 1983

La poesia è come la preghiera, sembra inutile, mentre sostiene il mondo infondendo sostanza, valore alla realtà.
(p.261)

31 Gennaio 1983

Perdona, Signore, che i doni Tuoi vengano buttati alle ortiche. Perdonami.

PAZZIA UMANA
E pazzo non è l’albero nel suo intrìco di rami. Pazzo non è il cielo nel suo groviglio di nubi bizzarre. Pazza non è l’acqua nella sua foga di urli e risate. Pazzo non è il vento nella sua scompigliata galoppata sui tetti di fango degli uomini. Pazzo è l’uomo che sogna invece di pensare a piangere. (p.262)

2 Febbraio 1983

Presentazione di Gesù al Tempio.
LA CANDELORA Lume nella notte del mondo. È sempre notte, se le fiammelle di Maria Giuseppe e Gesù non ci aprono il cerchietto di luce nel cuore e non salgono in cielo le bolle della preghiera in nuvola bianca come la barba di Simeone e con la parola infantile cantata da Anna. È sempre notte se le tortore miti non sedano le onde della burrasca che scuote la pace del cuore appena donata dal crepitio di stelle sulla paglia del presepio. (p.262)

7 Febbraio 1983

Il Signore ci ha fatto dono dell’intelligenza: se la usiamo male o non la usiamo affatto le conseguenze le dobbiamo portare noi. Sono le parole che p. Giustino mi rivolgeva mentre ieri sera lo accompagnavo in camera sua. (p.263)

8 Febbraio 1983

CREDO. E così continua la strada che non è mia, mai mia. É la strada di tutti quelli con cui devo viaggiare. Che mi afferri l’angoscia di non saper amare?
Oggi vai a farti preparare un dolce per domani perché domani ricorre il compleanno di Renato. Auguri, Renato! Vita Vita Vita al 1916! Ricordati. Non dimenticarti. (p.263)

10 Febbraio 1983

Taia, tu mi dici di farci santi prima… occorre perciò pregare lo Spirito perché prema sul Padre affinché generi tra i servi e le serve di S. Maria e tra i figli e le figlie di S. Francesco quella santità che ha generato il Figlio prima di tutti i secoli. (p.263)

13 Febbraio 1983

Me lo ha detto p. Giustino: “Il mistero Eucaristico – trasformazione – è segno, garanzia evidente della nostra finale trasformazione”. (p.263)

14 Febbraio 1983

Caro Giuseppe, ripenso alle vibranti parole della lettera che mi hai inviato dall’India. Non so risponderti quanto possano lodare il Signore i cuori fatti non di carne, ma di pulviscolo spirituale. Non è vero, in questo caso, che essere qui o lì sia la stessa cosa. Anche il p. Aldo la pensa e la sente così.
Io sono patito, Tu esaltato. Infiniti atti di bontà per le nostre infinite infedeltà. Che non diventi tutto abitudine e callo. Ho scritto al p. provinciale ma non ho spedito. (p.263)

16 Febbraio 1983

Ceneri. Ricalcare la tua fragilità che realmente è molto simile alla polvere, a una nube di cenere, che si solleva al più lieve soffio di vento e poi si posa lentamente e pigramente su tutto il tuo essere nel tempo, tranquilla, per poi risollevarsi. Così sei, così sono. (p.264)

17 Febbraio

Festa dei Sette Santi Fondatori.
“Cosa farebbero i nostri primi Padri se vivessero oggi?”. Occorre prendere questa domanda ora frontalmente, ora alle spalle, ora da un fianco, ora dall’altro perché il che cosa farebbero si espone a interpretazioni svariatissime e quindi a risposte che non risolvono la domanda, ma soltanto la teorizzano. Credo che uomini quali siamo, mossi da un determinato spirito (che è quello di Maria, vissuto dai nostri Sette Padri in un determinato momento storico), non dovremmo lasciarci incantare da 750 anni di vita dell’Ordine, ma venire stimolati, tormentati, inquietati dal pro-blema proposto, il quale richiede una risposta di forte, concreto, realizzato impegno. E questa risposta non deve essere data riscivolando sul teorico, bensì recependo e rimettendo in vita almeno uno dei momenti della vita dei nostri Sette, e dico uno, perché sono stati vari i modelli da essi scelti e sostituiti, o sostituibili, nella vita della loro scelta. È un fatto importante, vitale, poterci scegliere. Essi si sono scelti. Per scelta mi pare si debba intendere il movimento di fondo di una tensione e non tanto le forme in cui si esprime. Si capisce che ogni movimento di fondo deve uscire a essere visibile, però quel visibile dovrebbe continuamente riferirsi al concreto momento storico, senza scontrarsi peraltro con la scelta di fondo. Mi vien fatto di pensare che i Sette, se oggi fossero con noi, potrebbero anche vergognarsi, con noi, come noi, perché siamo soltanto quelli che siamo, e si pentirebbero, forse, in continuazione, per il non saper leggere i segni dei tempi, per il non riuscire a vivere al passo con questi. Cionon-dimeno sarebbero pur sempre i Sette Santi Padri. Succede molto spesso di parlare con frati alle prese con l’amarezza della propria e consapevole immaturità spirituale che non è altro se non ridotta permeabilità alla parola evangelica, timore di rispondere radicalmente all’Evangelo, indisponibilità al Vangelo, poca flessibilità. È amarezza che è seme buono finché resta amarezza. La santità dei Sette di oggi è il frate amaro, deluso perché trova i tempi più grandi e ingarbugliati, e non sa di essere santo per causa di questa sua sofferta incompetenza rispetto al rispondere convenientemente alle esigenze dei tempi. I Sette nostri Padri hanno atteso nella solitudine la parola giusta per i loro tempi, la risposta più atta a placare, a pacificare; in certo senso hanno schivato i tempi nel silenzio e in preghiera. Quale spazio si offre oggi al frate che ha bisogno di uscire dallo stridìo di parole e dallo strepito delle programmazioni per assaggiare un pochino uno dei momenti più densi di Dio che essi hanno scelto? Se io avessi un po’ più di coraggio, spinta, non esiterei a risalire al mio eremo di Culzei, indurito dal gelo. Ieri in refettorio prospettavo questa possibilità. Quanta aria buona ha respirato l’anima in quei mesi e come quell’ossigeno mi è servito e mi serve al presente! Penso che siano i tempi a sceglierci, e rimane a noi discernere quale veramente sia la risposta migliore. Potrebbe anche essere la fuga dal tempo costituito e costruito, dal momento che l’abbiamo, che ce lo siamo accomodato così qual è. Nelle spelonche del Senario suonava lo Spirito di Dio che metteva in tumulto lo spirito dei Padri. È un problema rispondere all’interrogativo iniziale con semplicità, e dipende da una realtà psicologico-spirituale che conosco anche per esperienza (ora, in questo attimo il concetto mi è chiaro, ma la formulazione è cruda): l’eccessiva consapevolezza del nostro agire, del nostro scegliere od orientare, nuoce alla bontà, o meglio alla perfezione di incidenza, di incontro con il reale. Non è una formulazione buona. La faremo. Mi mancano il tempo e la spinta atti a fare meglio. Credo che Cristo, come uomo, come Dio non so, apprezzi molto più quegli aspetti di positività che tutti ci portiamo dietro inconsapevolmente, che non le altre positività gonfie di consapevolezza compiacente. Penso che Cristo come uomo, come Dio non so, tenga più conto con piacere di quello che siamo in realtà che non di quello che crediamo di essere. Oggi penso che non dobbiamo preoccuparci di come sarebbero e che cosa farebbero i nostri Sette santi antenati, ma di vivere il nostro quotidiano in maniera degna, come Maria. Maria come si comporterebbe? So di non aver risposto alla domanda posta. Oppure sento di aver risposto in modo sconnesso, forse superficiale. Penso continuamente a fughe. Ma non quelle di don Abbondio, benché ritrovi in me molti lati di quella buffa figura. Magari buffi si può diventare anche nel coraggio e nell’eroismo, nell’eroico vivere.  (p.265)

21 Febbraio 1983

Ho scoperto stamattina zolle. O meglio, le ho sollevate queste zolle del bosco che cresce dentro di me. Sollevata la zolla un brulichio d’insetti si desta subito e mi attira lo sguardo. È una vita nascosta chissà da quando. Una vita molto vivace alla luce, una vita che reclama di venire nuovamente sepolta perché non sopporta la luce. La luce la agita, la sconvolge. Così ho visto per immagine la mia coscienza. È davvero nascosta, sotto le zolle della paura, dell’egoismo, della vanità, della finzione, dell’ipocrisia. Signore, aiutami!
Stasera: tramonti per ogni angolo dell’anima e del convento. Stasera: il letto non è soffice come dovrebbe.  (p.265)

23 Febbraio 1983

La notte scorsa: fino alle tre del mattino un sonno quasi tutto pervaso da sogni che riflettevano la realtà interiore rispecchiata in scene ed episodi. Bambini delle medie; p. Matteo che sbercia; io che mi trovo nelle mie solite perplessità e incertezze e anche timori. Signore, ascoltami! Mi è sufficiente che Tu mi ascolti. Sono contento che Tu solamente mi ascolti, senza esigere che Tu faccia come io desidero. Perché? Perché il mio desiderio muta con il mutare delle ore. Basta che Tu consideri questo mutare che non muta ma si ripete come le onde del mare. Ti rifaccio lo stato d’animo d’una persona oggi in confessionale: il mio male è che il Signore mi ha fatto così ed è impossibile cambiarmi. C’è della verità in questo, ma la fede non ci permette di guardarci in questo modo. Poi, se Lui c’è, non c’è problema.  (p.266)

25 Febbraio 1983

Il paradiso è Lui, non può essere un luogo o una felicità che sia fuori di Lui, e che non sia Lui stesso. Non può essere uno stato di essere come è la vita presente che può essere vita anche fuori, staccata da Lui quando non viene riconosciuta vita Sua anche questa che viviamo. Se questa che viviamo potessimo trasformarla in vera vita che è Lui, allora il paradiso lo potremmo avere e possedere anche ora, nel tempo. Ciò può succedere a tratti, come estasi e rapimento, doni che può farci Lui, se vuole. Rimane sempre però il fatto che solo Lui è la VITA eterna, senza tempo, e perché senza tempo è pienezza di felicità e pienezza di amore tra noi e Lui, o meglio: noi in Lui. Quando avverrà questa transustanziazione per me?
Che non sia ipocrisia la mia, Ti supplico, ma che sia una continuata però inconsapevole croce. Se è inconsapevole è realmente croce che rimane intatta per Te. Succede che si ami la croce come un soldato si accende di istintivo eroismo, fissando, di lontano, una medaglia al valore.  (p.266)

26 Febbraio 1983

Ieri ho assistito a una specie di flagellazione. Una povera donna sopportava in silenzio i rimbotti acuti del marito, ma soprattutto, l’atteggiamento di quello: sprezzante, canzonatorio, prepotente. Il ghigno di quel volto mi sta davanti provocante. Povera donna! Che croce!
Ho visto, ho guardato, ho fissato il Tuo capo: era più reclinato, più abbandonato sul petto. Non c’è risposta nei cuori? Non c’è neppure una  minima attenzione alla Tua sofferenza, al Tuo dolente richiamo?
Se ti chiedono se caso mai hai amato: sì, ma in modo drammatico cioè, ossia, ovvero, vale a dire in modo cristiano.
Simeone: ho anch’io la barba… non ce l’ho. Volevo dire che ho anch’io i capelli bianchi come te. Si sono fatti bianchi a forza di attendere. E l’attesa che incanutisce. Non è vero? Ma penso che l’attesa purifica, rende bianca anche l’anima. Questo è forse più vero.
Sono stato all’ospedale a trovare un ammalato. Sono andato a trovare anche Sabatina. È lì. Non avrà che pochi giorni di vita. Con lei muore qualche parte anche di me. Signore! Ci dai da vivere una storia. Più grande di noi! Si fa un bel presepio nella nostra piccola vita e Tu lo metti a soqquadro come fosse una cosa seria, una sfida. Ma lo sarà. (p.267)

27 Febbraio 1983

Anche oggi prego il Signore perché creda e mi affidi al Suo particolare amore in cui mi ha fatto crescere sebbene non sempre riconosca questo dono e non lo apprezzi e non corrisponda con una fede generosa e sicura. È la sicurezza che mi manca, sicurezza che sia realmente Lui che mi guida, permettendo anche le amarezze morali affinché comprenda che senza croce non mi sarà possibile seguirlo nella gloria. Alle volte vedo e sento che è questa la strada giusta, e ci sono tempi in cui non mi sento convinto di questa verità, per cui vado cercando personali ed egoistiche soddisfazioni che nella mia ristretta immaginazione, e nel mio comodo proposito, si mostrano come via di sacrificio e di rinuncia. Se non c’è rinuncia è perfettamente inutile che mi affatichi in questa e in quella cosa. Questa o quella cosa sarà gradita e avrà frutto nel mio ministero a patto che veramente comporti rinuncia di me stesso. Quante volte ho sentito e sperato queste verità di Vangelo! Eppure mi è duro capirle e viverle. (p.267)

28 Febbraio 1983

Ieri sera sono stato a cena da Franca e Pierluigi. Polenta e frico: un frico enorme. Ho parlato un po’ troppo. Ho fatto un po’ di luce però, ma con un po’ di soddisfazione personale, come se fosse farina che macino senza bisogno del grano della verità che Lui mi comunica a sacchi.

Dove sei, Aldo? Potevi rimanere con noi. C’era bisogno di un tipo come te. Te ne sei andato E sei stato meno coraggioso di me, questa volta. L’Argentina la penso, a volte, ma come in idea lontana, confusa, quasi una regione che la mente infantile si crea e che dimentica e che riprende a creare. Non mi posso dire che cosa veramente abbia lasciato di buono in Argentina. Mi ritorna alla memoria, e spesso, un solo momento, solo nel senso di isolato. Una sera buia, mi sono trovato a piangere con la testa appoggiata alla cancellata di ferro nel cortile della chiesetta. Ondata di pianto.
Attendo sempre qualcosa. In quel qualcosa ci sta tutto. La tensione essenziale all’Eterno e lo scontento l’inefficienza del provvisorio che ci avvolge con la tentazione di illuderci che l’essenza della vita consista in queste briciole. (p.268)

1 Marzo 1983 S. Albino.

Telefonata da Assisi: Claudia e le agnelle e la madre maestra suor Maria Giorgina. M’è spiaciuto il fatto che il posto dell’apparecchio si trova in un luogo inadatto a fare telefonate di questo genere. Però sono contento che qualche parola ho potuto dire a ciascuna. Rasserenata di giornata e di spirito. È come qualcosa di scuro che si dilegua, si rischiara, si alleggerisce, si sfalda. Sono assenze che si ripopolano, sono freddi che si tepidiscono, taciturnità che risuonano di luci, di parole dissepolte, marcite e poi rifiorite, inverdite. (p.268)

4 Marzo 1983

Ma esclama una buona volta che non sei capace di tirare avanti la baracca e basta! Non costringere gli altri a tirarla se non ne sono capaci! Bisogna avere il coraggio di illuderci! E di nutrirci di illusioni e di incertezze!!
E me le cantano tutti: da tutte le parti mi vengono legnate. Anche dal p. Giustino. E ora non mi sento neppure in forza di pregare. Come si può pregare se da ogni parte ti viene il bastone della colpa della tua incapacità? Che non è colpa. È impotenza. Flagello. Lusinghe? Ebbene siano lusinghe. Con i loro denti affilati in agguato.
Mi trovo alle acque di Meriba. Involuto; non mi riconosco. Non mi ritrovo. Depresso non esaltato. (p.268)
Non trovo che scorie. Le scorie servono come zavorra a mantenere il giusto livello con Dio e con gli altri. (p.269)

7 Marzo 1983

E la mia povertà è quella di non essere neppure all’altezza di compiere ciò che dovrebbe essere normale: e tutto per una cretina timidezza che blocca tutta la persona e per sbloccarla interviene l’agitazione, il discorso patologico, da patito, o la parola virulenta, accesa, acre. Mi viene immediatamente di esaltare le grandi virtù, accusando gli altri di essere fuori strada. (p.269)

9 Marzo 1983

Mi trovo alle acque di Meriba.
La zona terrestre di me stesso e quella celeste. Quale delle due mi si presenta come rifugio?
Alle acque di Massa e Meriba. Ufficio di lettura sulla Samaritana,nella terza domenica di Quaresima: Il Signore che ha sete della nostra fede. Fede che è certezza della Sua partecipazione reale alla nostra vita, in tutte le vicende della nostra esistenza.

14 Marzo 1983

Sera – Un’altra giornata. Un’altra giornata di meno. Domani è lunedì. Oggi è lunedì. Il tempo è così, ti scorre sulle spalle, sull’anima. Ti incide le sue ore con punta acuminata, di diamante. Sì. Perché è tempo che a Dio appartiene, è un suo podere che ho da coltivare, da mettere a frutto E i frutti come posso pesarli, calcolarli? Con quale peso? Su quale bilancia? La bilancia è la mia fede che ora si riduce a ettogrammo, a grammo, a pulviscolo, la soffio. Dio mio abbi pietà di me e non dimenticare questa polvere che pure Tu hai soffiato nel Tuo mondo infinito e insondabile, profondo. Il Tuo occhio soltanto, il Tuo cuore raccoglie l’armonia di questo Tuo infinito mondo che al mio piccolo occhio appare sempre mistero sconvolto, opaco, confuso, scompigliato, sconvolgente e angoscioso, mostruoso. Grazie del Tuo raggio di sole che rende visibile il pulviscolo del mio essere così che riconosco di essere. (p.269)

21 Marzo 1983

Ieri sono stato a Mione. Ho trovato i miei parenti: sorelle, cognato, nipoti. È stata una giornata con caratteristiche inattese: novità di sapore amaro. Ho reagito con inerzia, con inerte rassegnazione. Mi attendevo una giornata tutta Sua ma anche una giornata un po’ mia. È a questo punto che mi rendo cosciente della fragile amicizia che a Lui mi tiene incollato. L’amicizia vera esiste quando nulla è mio che non sia Suo e viceversa. Oggi qui nelle camere di p. Giustino annoiato e amareggiato, con tutti. Ingiustamente. Sono ore lunghissime che mi costringono a ripensarmi, a confrontarmi con quanto mi immagino di essere. Mi sembra che sia puramente illusiva immagine che cerco di fare di me stesso. P. Giustino sta tossendo quasi in continuazione. Pensieri avidi di pace mi attraversano e si incrociano con altri di pietà e pazienza. E Tu sei vivo. Vivo non come al solito, o come io lo vorrei. Sei Tu vivo, vivo come vuoi Tu, cioè in qualità di raffronto che morde, che umilia, che sradica, che brucia, che piega fino a terra, che sotterra. E mi duole tutto l’essere. Ammalato di me stesso. Di quel me stesso che si specchia in se stesso e non in Te. La figura rispecchiata invece in Te è ridimensionata dal mille all’uno. E Tu mi Ti riproponi mentre io cerco di evitare il rispecchio di me nel Tuo volto di verità. È tutto qui, in questo proporre e scansare il Tuo volto, la verità di me stesso e il mio essere, e anche la perfezione che Tu vuoi da me. che mi condanni, che esca volta per volta condannato, annullato, annichilito, demolito dal confronto con la Tua luce, il Tuo vitale sguardo che tuttavia non è giudizio ma è fulmineo raggio di amore. Raggio fecondo. Che porta novità e subbuglio in questo mio essere immaturo, chiuso in schemi, in paradigmi, in meschine convinzioni. Aiutami a riconoscere che mi aiuti; aiutami a convincermi ad aprirmi al Tuo aiuto e al fatto che nulla posso senza la Tua presenza scomoda ed esigente. Nella Tua luce sarò nella mia luce.
Padre Giustino è sempre moribondo. Me lo trovo continuamente innanzi agli occhi. La sua immobilità inverosimile. Il leggero cenno del capo che obbedisce chissà a quali impulsi. Soltanto le pupille si muovono sotto le palpebre chiuse. Sembrano larve che si agitano sotto una membrana che tentano di rompere.
Mi sono fatto distante, nella comunità… Mi giro e rigiro intorno come un malato di febbre alta. Dove le cause? In me. Sempre così. Ma c’è il paradiso anche per me.  (p.270)

25 Marzo 1983

Signore, è proprio così impegnativa la Tua volontà? Ed è per tutti così peso, così pietra, così ferita inimmaginabile? Ogni giorno mi alzo con l’anima piena di speranza, una speranza composta di volontà di sperare. E poi eccomi con l’occasione che mi raffredda, congela tutto interiormente, e alla bocca dello stomaco si forma una bolla di disgusto di amarezza. E questa deve essere la mia giornata? Mi fai riflettere. Mi ritrovo piccolo, meschino in mezzo a una moltitudine di perseguitati e oppressi che resistono, che nemmeno sanno di essere umiliati e offesi.
Rami di ulivo di verde argento da mano a mano, il profumo della pace deposta. Del fiore di pace.  (p.271)

28 Marzo 1983

Strumenti siamo. Di che? Di spirito. Che spirito? Forte. Indimensionabile. Sfuggente. Soffio. Bufera. Inarrestabile. Di persona riemergente dal nulla dal tutto.

29 Marzo 1983

Verso le 14 muore p. Giustino. Mi ha lasciato muto e triste.  (p.271)

31 Marzo 1983

Chissà da dove, da che luogo, da che cosa viene. Con quei risvolti posati sul dorso dei piedi. I calzoni sono di panno grigio. Scorgo un tratto delle gambe e nient’altro, di quell’uomo che deve essere di statura molto slanciata, considerata l’altezza del ginocchio. Attende. Poi viene a posarsi al confessionale. Dopo pochi attimi conosco quell’uomo non dai risvolti dei calzoni o dai calzoni di panno grigio, ma attraverso altre vie. È una persona, è un cristiano bisognoso di Dio come me, come tutti. (p.272)

2 Aprile 1983

Tormento o dolcezza è la conoscenza di Te. Nuvolo o sereno. Tempesta o tranquillità. Tenebra o luce.
Taia, gli scrupoli, i ritorni sulla vita passata sono i fiori del male. Sono fioriture della vanità di essere perfetti, di essere intatti, di essere innocenti. E più ritorni su quelle strade di meticolosa ricerca e più nutri l’orgoglio e la vanità. Sentirci innocenti non è né santità, né perfezione, è affronto. È Lui solo che può dare il giudizio certo dell’autenticità della nostra giustizia, cioè dell’essere giusti È fatica non solo inutile, ma dannosa. L’abbandono in Lui anche nell’incertezza e nel dubbio della nostra innocenza, è preferibile alla provvisoria e precaria certezza di essa. Ritorniamo daccapo!? (p.272)

4 Aprile 1983

Mi toccherà scrivere anche ad Anna Maria che attende. Desidera le parli della Risurrezione e del senso reale della morte nella vita del cristiano. Una morte cioè che non dà paure, una morte invece che ha paura. Non è facile. Non è facile convincere attraverso lo scritto. Bisognerebbe parlarne spesso perché è cosa vera la morte come fine, ma è cosa vera come principio di ciò che è tutto, di ciò che è l’oggetto del nostro vivere, oggetto in quanto conquista, finalità, premio, ricompensa, gioia inesperiementata. Anna Maria, attendi ancora alcuni giorni. Spero di venire a parlarti della morte: se prima non mi sorprenderà come un ladro. Ma strano che anche il Signore abbia presentato la morte nella figura d’una sorpresa, d’un laccio improvviso, d’una irruzione violenta, d’una rapina. Stento a crederci. Se l’ha fatto, l’ha fatto perché non ci attacchiamo eccessivamente alla vita presente che è una morte inavvertita e silenziosa, astuta. Questa vita è una morte consueta e domestica, quella è realtà che trasforma radicalmente la vita È una realtà accumulata, densificata da tutte le realtà mortali della nostra esistenza. Anche il mio dente tolto sabato scorso è una realtà mortale. (p.272)

10 Aprile 1983

Signore, aiutami. Non sono che miseria angosciata. Domenica in Albis. La pace di cui Tu parli – e io ne parlo agli altri – non esiste per me. Sono sospeso nel nulla. E Tu veramente sei nulla quando Ti voglio come Ti voglio io e non come vuoi Tu. Un nulla che amareggia e offusca l’anima alla radice. Ma se la cerco, la Tua pace, mi offrirai gli strumenti adatti a raggiungerla e i mezzi per nutrirla e conservarla. Dam-mi la fiducia in questa Tua provvidenza che non è un’idea ma realtà, creazione facile per Te che sei l’amore immenso.
Una cosa mi brucia dentro: non aver potuto dire di sì a p. Silvano. Dirlo mi costava e mi costa. Vi trovo un motivo, il solito: la mia paura, la mia timidezza.
Scuola. Confessioni. Impiego all’Istituto Missioni. Il diabete si alza e si abbassa: iperipo. Non è quello che faccio che conta, ma se mi trovo bene. P. non lo capisco, è la persona imprevedibile.
È un errore la pretesa di svolgere un lavoro d’interiorità quando tutte le priorità sono tese verso l’esterno. (p.273)

16 Aprile 1983

Dopo il ritorno a Udine. A Pavia da Flavio dentista. Mi ha tolto un dente che mi infiammava e gonfiava la gengiva destra superiore. Sono rientrato contento dopo aver fatto visita a Guido e Maria. A Pavia di Udine ho ripescato qualcosa di me seminatovi molti anni fa. Grandi sforzi per sopportare. Mi sembra di comportarmi come uno che parla per l’ultima volta. Partirò. Chissà se ci rivedremo. (p.273)

18 Aprile 1983

Essere annullati. Il vuoto predomina. Nel vuoto si ritrovano ogni genere di impressioni, di sensazioni. Per cui mettersi a pregare è grande fatica. Ma è l’azione, è l’atto indispensabile a dare un significato al vuoto. Penso alle persone che attendono una parola, ma la parola viene su male, è come rifiuto che affiora da un fondo sconosciuto, nascosto, celato sotto strati di inesistenza. Ogni stimolo è spuntato, è saetta dalla punta ritorta. (p.273)

10 Maggio 1983

Udine Partenza per Monte Berico accompagnato dal p. Luciano. Anche all’Istituto avevo un conto aperto con la croce, già da diverso tempo e in modo bruciante. Non esiste luogo ove per me, per come sono fatto, non si erga una croce. D’altronde anche il sentirci incapaci di compiere la volontà di Dio, o di far sì che la volontà di Dio diventi nutrimento, è una povertà pesante. (p.273)

11 Maggio 1983

Cittadella. All’ospedale ad assistere fra Domenico che da un mese si trova ricoverato nel reparto lungodegenti. Sono arrivato ieri mattina da Udine con il p. Luciano che è rientrato in giornata a Udine Stamattina, alle 11, sono stato a celebrare a Villa Bedin. Mi è sembrato di riallacciare un filo spezzato. Nel Signore solo trovo logico e vantag-gioso, positivo, l’essere qui. Sono impressionanti le piaghe di decubito di quasi tutti gli infermi di questo reparto. Sono piaghe che bruciano. Anche le mie paure sono piaghe che bruciano. Solo Lui sa, le conosce, le sente, le sostiene con me come fossero sue. Eccomi qui. Eccomi qui a 67 anni. Con lo sguardo dell’anima rivolto di preferenza al passato. Il bene futuro a cui rivolgo l’occhio è illuminato a tratti da raggi intermittenti come provenissero da faro lontanissimo. Vorrei arrestare quella luce che mi arriva a tratti, a colpi morbidi e rispettosi. Il Signore è rispettoso con ognuno di noi. Gli uomini anche se declamano la fraternità, non rispettano nemmeno le Tue piaghe. Le mie E quelle di Lui. Fra Domenico dà in qualche gemito. È venuta, con una sporta di plastica, la suora: mi ha portato il pranzo. Poche parole. Evocatrici. Di speranza. Non mi ritrovo nel senso di trovarmi di nuovo con novità. Non so. Negli altri, nella suora, tocco più verità, più certezza di essere nel vero.
Fra Domenico, a Dio piacendo la tua questua, che non era solo di pane, è finita. La cerca di Dio per le umili vie della tua interiorità animava la lunga itineranza di servo della Vergine, e intorno largiva conforto e speranza. Grazie della tua soave presenza che nella certezza della Risurrezione perdura.(p.274)

12 Maggio 1983

Eccomi. Mi presento a Te. Sono due giorni interi che sono ritornato da Udine e ho ripreso la vita all’Istituto Missioni. Non è il 9 Aprile oggi, è il 12 Maggio. Due giorni di silenziosa sofferenza. Di rassegnato imp-gno a continuare a vivere. Ma non a vivere secondo un programma costituito, bensì un programma che all’istante sono costretto a farmi. Non ií faccio illusioni. Procuro di tenermi avvinghiato a una fede il più possibile concreta ma spoglia, che si nutra del tempo, dell’istante reale che vivo. Momento dopo momento. Ogni tanto lampi di paura mi trattengono dal-lo sperare. Ma vivo. Mi arrampico. Mi sforzo di collocarmi nella situazione di chiarezza di fronte alla fede senza valutazioni. Ben conoscendo che le mie valutazioni sul mio conto non rispondono a verità. Mi sforzo di guardare al futuro come Cristo desidera. Egli vuole: con gioia. E sia con gioia. Ma solo perché è Lui che lo vuole. Non ho niente di mio che sia atto a creare della gioia né a me né ad alcuno. La Risurrezione non è superamento – rifiuto del corpo, ma è vittoria – superamento sulla corruzione. E la Risurrezione è gioia perché incorruttibilità. Però la Risurrezione non è un effetto delle mie capacità, è solo effetto del mio credere alla Risurrezione, un credere puro, che non abbia per base le mie qualità, anzi una fede tanto pura da escludere in assoluto qualsiasi elemento personale, perché ogni più piccolo elemento di questo genere sa di corruzione e quindi di negazione della Risurrezione. Eccomi qui. Ho sete. Anche spirituale. Mi sento confuso a pronunciare questo termine: spirituale. E che cos’è Io spirituale se il tutto posto alla luce della Risurrezione si fa trasparente e spirituale? (p.275)

20 Giugno 1983

La fede di Abramo basata sull’ubbidienza e sul distacco, o rinuncia. Distacco e rinunzia basati sulla fede, nel credere alla parola di Dio senza avere prove razionali, visibili, materiali: Lascia la tua terra e va….  Il paradiso è la nostra terra promessa da Dio. Lascia…  (p.275)

22 Giugno 1983

È come mi trovassi nel bel mezzo di 25 anni… Lava di sensazioni che attraversano, mettendo in tensione l’anima e il cuore. Non si sono spente le primavere inondanti? I furori di estati infuocate? Insegnami a contare i miei anni e avrò la sapienza del cuore.
La sapienza del cuore, al momento, la sento realizzarsi in una corazza di volontà di rifiuto, di rinunzia, nel confronto tra quanto è temporale vale a dire quanto il tempo ti offre — e quanto è eterno. La lusinga del presente non deve sottrarre l’Eterno. Queste sono posizioni da difendere con gli strumenti dell’esperienza personale. Che non è sufficiente, e non assicura la riuscita. La Grazia è l’arma sicura, che dà sicurezza. Peccato che vi si fa ricorso solo all’ultimo momento.  (p.276)

27 Giugno 1983

Come scorrono le giornate! Se tenti di afferrarne una soltanto, te ne trovi in mano un grosso mannello. Prodigalità del tempo. Come riesce a invecchiarti con passo così veloce e lieve?
Furtive giornate bagnate di umido sole in assidui tramonti. Furtive giornate esposte alle rive di acque pacate in placate distese. Avvolto di salsi sapori mi lascio disancorare dal suolo privo di fiori. Fiorisce teneramente la luce sullo specchio del mare punto da riverberi acuti. (p.276)

28 Giugno 1983

Zattere: la nostra vita è una zattera. (p.276)

29 Giugno 1983

“Non conosco uomo”.  Arrivare a Dio puramente. Non possedere ostacolo al mistero infinito di Dio. Aperti a tutte le manifestazioni divine. Zattera! Cercare negli altri la Sua parte eterna, la parola eterna che è scolpita in Lui, nell’altro. Gestazione della parola, parola eterna in me. (p.276)

8 Luglio 1983

Assisi
Alle Carceri. Vorrei diventare un carcerato di queste carceri. Con Taia. Non è possibile? In ultima analisi, o verifica, anche il corpo è un carcere. Anche la società è un carcere. Dal carcere Io spirito si setaccia attraverso il groviglio dei rami e sale leggero e spedito verso l’alto. La nostra predilezione molto spesso propende preferibilmente verso i concetti che abbiamo di Dio più che a Dio in persona. Facciamo un attimo di interscambio di sentimenti, di esperienze: la virtù dell’umiltà è il mio forte. Tanto è vero che quando mi offendono o mi disprezzano è come se offendessero o disprezzassero Dio stesso… (p.277)

10 Luglio 1983

Domenica. C’è un bel sole. Ma non fa caldo. La testa è piena di immagini e di impressioni della giornata di ieri: giornata di ritiro con tutte le novizie, alle Carceri. Giornata piena e una sera piena di stanchezze. Anche Taia non ha potuto nascondere la propria stanchezza con attimi di viso da astronauta. In quei momenti le affiorano tutti i pensieri affaticanti: i salmi, i lavori da portare a termine, gli aspetti gravosi della sua vita di noviziato. Il soprappensiero. Stamattina ho pregato il Signore e il Suo Francesco che la aiutino ad attraversare questo guado che è il noviziato e che Taia si abbandoni con spirito a versare senza paure il prezzo che il Signore le chiede. Ma che se lo senta vicino questo Signore, soprattutto nei momenti di maggior sofferenza e travaglio. Celso, suo padre e mio fratello, Olimpia, sua madre e mia cognata, si facciano sensibili e presenti alla loro figliola che presto sarà madre Claudia. Non è vero Taia? Hai dormito la notte scorsa? O le zanzare ti hanno succhiata tutta quanta? Taia, sei come la nonna che si svegliava sempre con bernoccoli al collo, sotto il mento e intorno alle tempie. Taia! È breve ancora il cammino. Vedrai che d’ora in avanti sentirai così vicino il Signore da sentirne il fiato sulla nuca. Un fiato che ti assorbirà lentamente i dolori cervicali. S. Francesco, che se ne sta silenzioso in questa sua chiesetta, ti tiene in mano come una tortora, una tortora sempre un po’ spaventata, affaticata, disorientata. Facciamo il cammino assieme. È meno faticoso. Assieme riusciremo perfino a tener desta la fiammella di una gioia segreta che non si spegne perché è stata accesa ai bracieri della fede e delle legna dure e forti della montagna. Una gioia che sa di resina e di fieno e sa di sacrificio, di rinuncia, Taia!  (p.277)

“Francesco ti insegni a scoprire la fioritura della gioia nei solchi della croce. Francesco dice che un po’ di croce occorre incontrare dappertutto se desideriamo fiorisca la gioia. L’acqua si purifica passando con forza attraverso macigni e pietre dure e taglienti. preferibile soffrire guardando alle proprie macerie che godere delle proprie costruzioni.” (p.278)

11 Luglio 1983

Festa di S. Benedetto. Sono partito da S. Maria verso le 9. Sono salito in macchina fino ad Assisi con il padre…? Non mi viene il nome. Ho visitato in fretta il teologico e le arcate meravigliose di tutto il complesso di S. Francesco. Poi mi sono messo in strada. Sole a non finire, sole da morire. Taia mi è a fianco idealmente. L’asfalto bolle. Una macchina si ferma e mi propone di salire. Rifiuto cortesemente dicendo che sono in pellegrinaggio penitenziale. Avverto che il crocifisso della corona che stringo in mano è privo del legnetto trasversale. Mi dico che questo è un segno buono per Taia: la croce di Taia incomincia a farsi più leggera. Poi ripenso al viaggio penitenziale: è per ottenere qualcosa da S. Benedetto. Gli dico: S. Benedetto, così lontano nel tempo ma così vicino nello spazio, tu hai detto parole meravigliose e hai messo insieme regole colme di saggezza e luminose di Spirito, ebbene, tu che hai anche vissute le parole e hai praticato le regole, concedi che anch’io e Taia non proferiamo mai parole, o pensieri, o idee che non abbiamo, o sappiamo prima praticare e vivere, e così sia anche di tutte le novizie e di tutte le suore condensate in S. Maria degli Angeli. Ma quest’Abbazia di S. Benedetto non compare. È comparsa. Ma non sembra quella. Mi aspettavo ruderi franati, sterpi di tra le pietre, e grotte, muri cadenti. Invece è tutto come rimesso a nuovo. Un cancellone nero blocca l’entrata. Tutto è avvolto in un silenzio caldo e misterioso. Una grande croce di ferro si alza guardando la pianura. E uno spettacolo che si apre davanti. A destra Assisi si apre in un sorriso rosa, paesi e paesini si rincorrono sul piano. E via via che spingo lo sguardo mi accorgo che il mio s’incrocia con quello di Taia. Insieme andiamo frugando strade, autostrade, campi mietuti, oliveti, corsi d’acqua, boschi… Lassù lontano ci sembra di vedere le prime case di Rigolato e più su un tantino il bosch Bandiit: il bosco del bandito. Ho fatto ancora un chilometro di strada. Sono venuto a sapere da un Signore che si è fermato a bere alla fontanella nei pressi dell’Abbazia, che questa strada conduce alle Carceri.  (p.279)

12 Luglio 1983

Eccomi qui, Taia. Tu hai il naso fisso su chissà quale pagina di cultura, mentre io sono con la testa sempre piena delle stesse idee, pensieri, fantasie che a un certo punto sciamano per far ritorno subito all’alveare che è la presenza di Dio. Ho fatto un’ora di adorazione Eravamo soli. Anche tu, distraendomi, mormoravi le tue parole, sussurravi i tuoi sentimenti e poi lasciavi stare te stessa per abbandonarti a Lui, come facevi da piccola, nel grembo di tua madre o della nonna. La notte scorsa ho dormito sì, ma ho dovuto alzarmi due o tre volte e mettere la testa sotto il rubinetto. Taia! Non essere triste e soprappensiero. Lui le cose le prende una alla volta e noi dobbiamo imparare questo sistema e non andare incontro a mucchi di problemi in blocco, problemi che in realtà non sono così minacciosi quando si presentano al momento giusto. So bene quanto è stato sferzato il tuo cammino, ma non sta a noi misurare gli avvenimenti a distanza. L’oggi ha sufficienti problemi o doveri da attirare tutta la nostra attenzione la quale, se dispersa e disseminata nel tempo del domani, non resta per ciò che oggi siamo chiamati a vivere. Taia, occorre che tu faccia veramente atti di abbandono e dica a te stessa: va in Bosnia! Le tue energie, penso, siano più logorate dalle previsioni che dal momento presente. Sono scherzi della fantasia. Impara a girarti dall’altra parte quando ti accorgi che il pensiero che ti assilla è affliggente. Cerca l’ombra quando il sole ti brucia. Cerca il sole quando l’ombra ti raggela, altrimenti affiorano le facce d’astronauta. Mettiti e rimettiti con ostinazione alla presenza di Dio e trasforma tutto in atto di amore. Impara. Esercitati. Con perseverante impegno. (p.279)

13 Luglio 1983

La prima parola alzandomi dal letto: Signore, io so che tu pensi alla Taia. Non te la raccomando, perché sono sicuro che provvedi a tutto il necessario alla sua vita spirituale e fisica. Bisogna che conservi in me questa certezza e vi trovi quella serenità che tu infondi alle anime che in te si abbandonano. Tu provvedi a tutto. Tu sei tutto. L’abbandono in te rende soffici anche le cose più aspre. Se fossimo pronti ad afferrare al momento giusto gli affronti della vita, le scabrosità del nostro cammino, le delusioni, le paure, le mancanze, e gettarle nella tua volontà che è amore che tutto brucia e rinnova, fa risorgere e ricrea, allora sul nostro cuore e sul nostro volto non calerebbe il velo della tristezza e saremmo creature che vivono come se fossero uscite dalla vita e avessero già percorso il cam-mino di prova e purificazione. Taia! Non è mai finito il tempo di amare, in qualunque modo, con il caldo e il gelo, con il vuoto e il fervore dí spirito. Che siamo vuoti e indifferenti lo siamo in Lui. Signore, oggi mi sento indifferente e vuoto, ebbene, oggi il mio canto per te è l’indifferenza e il vuoto e quel senso di disagio, di incompletezza in tutto quello che vivo. Ma tu vivi in questa situazione, e di questa situazione di nausea. Tu sei capace di farne elemento di maturazione, elemento di salvezza, elemento di liberazione, perfino fonte di gioia. Credo in questo. Se non credessi in questo tutto sarebbe annullato, annichilito, vano, tutto sarebbe frutto della mia iniziativa e quindi effimero e fragile, velleitario, esile, labile. Ho scritto nella cappella del Cristo crocifisso. Ora, Taia, dove sei? Alle prese con lo studio, il tuo nemico, il nemico che ti sta sempre di fronte e che devi annientare con la tua costanza e fermezza. Sono qui nella saletta. Ho fatto l’ora di adorazione assieme a te, Taia, e a tutto quel mondo di persone che porto dentro. In mezzo a questo mondo di persone si apre un mondo di altre creature: Degano, Clavais, Forni Avoltri, Collina, Sigilletto, Frassennetto, bosch Bandiit, Sappada, Màino di Nevanzo, Culzei, lops, Tualiis, laghi d’Olbe, capriolo, Ali Mozze, Combai, Cison, Miane, cocolos,  mirtilli, lamponi. Cielo che lascia vedere Dio con tutti i santi, l’azzurro che lascia trasparire il viso della Vergine e il suo vestito di sole… Un mondo che non è fermo e statico, ma che ti viene incontro ridestando, risvegliando in te l’infanzia e infondendo al tuo cuore e alla tua preghiera un accento sempre nuovo e squillante. Un mondo che non muore perché è sostenuto dal Creatore nascosto ma riscoperto con emozionata riconoscenza perfino nel sassolino bianco e cinto di iride che ride al solletico dell’acqua. Tra un anno rivisiteremo, riabbracceremo quel mondo. Ora penso che venerdì, posdomani, ti lascerò qui. È un dono che sia qui. E un dono che me ne vada. Eh sì. Perché? Perché è più reale, si fa più concreto quel piccolo nostro mondo se comperato con qualche piccola rinunzia, si fa più nostro versandone il prezzo con il sapore della partenza, che non deve essere amara, nel senso di amarezza, dato che Lui la stabilisce e la attende da noi come regalo. (p. 280)

S. Maria degli Angeli. Pomeriggio.
Taia! Ecché non torni più? Sono le 4 meno un quarto. Ho dormito due minuti senza sognare e mi sono quindi alzato a camminare e a sognare. Sto rovistando nella mente pensieri da esporre stasera nella Messa. Sono guizzi bizzarri come i guizzi dei rondoni attorno alla basilica, la sera. Ad ogni modo non so come fare a pensare diversamente. (Con logica, con serietà, con gravità?). Lo Spirito è vento e non si sa da che parte prenderlo, ti sguscia via come… vento, si presenta sotto una data forma e poi improvvisamente cambia aspetto e voce. È confusione questa? È la creatività di Dio, l’inafferrabilità di Dio.
16,15. Non sei ancora ritornata, Taia. Che cosa stai facendo negli alti padiglioni del noviziato? Fra poco ci abbiamo la Messa. Domani saliremo presto a S. Damiano, è giovedì. Venerdì mi tocca ripartire per Verona e Vicenza. Fra un anno terminerà il noviziato: inizierà una strada più ampia e luminosa. Taia! Il Signore veglia su di noi e protegge con delicato amore le nostre prospettive che sono, penso, le Sue. È croce. La croce è buona e feconda se lasci che sia preparata da Lui. Egli la prepara con amore e con sapienza: in modi imprevisti e imprevedibili, nella conoscenza della nostra persona, di ogni elemento che compone la nostra persona. Quindi una croce sapientemente, amorevolmente costruita e adatta alle nostre spalle. E non è che ce la butti lì e poi… arrangiati. Lui è Maestro e conosce la via e il modo. Conosce fino a che punto possiamo, al momento, farcela. Succede che ciò che oggi non possiamo reggere, domani ci sentiamo capaci. Taia, è una croce quella che mi hai descritto ieri sera. È una croce per te e per… Occorre che tu accetti per un tempo da Lui determinato, accetti ciecamente. Non sarebbe di questi tempi così evoluti e colti consigliare il ciecamente, ma osserviamo come Egli ha accettato di morire, e a quel modo, senza avanzare pretese o proteste, senza avanzare un solo ragionamento, Lui. Il ciecamente nella croce genera il ciecamente nella pace e nella gioia. Bisogna essere fedeli anche quando tutto il resto del mondo segue imperativi diversi: così ti salvi e rifiorisci, tu e tutti. È l’avventura dello Spirito. È l’avventura della vita consacrata, è il bosch Bandiit della vita religiosa, in cui anche gli sterpi e i rovi hanno fiori teneri e commoventi.  (p. 281)

19 Agosto 1983

L’amore di Dio per me non ha intermittenze. Egli non parte, non mi lascia. Ed è bello provare come esempio, come figura, come simbolo, come gesto, come atteggiamento umano il Suo amore È qui come è qui il Suo sole, la Sua aria; il suono del Suo cuore nascosto sotto uno strato lieve e pulsante di carne. Non è nascosto, il Suo amore. Caso mai si nasconde onde lo cerchi e lo ritrovi di nuovo, in novità nuova. Come ho ritrovato. Quali cose belle e grandi in tutto questo turbinare di sentimenti! E pare un gioco. Delicato come trama leggera di fili di seta. Le Tue parole sono scintille più luminose di quelle del focolare, e dolci a sentirsi, scendendo nel sottosuolo dell’anima. Ma bruciano tanto da farti fremere e vibrare di spasimo dolcissimo. (p. 282)

24 Agosto 1983

Spesso, durante il giorno, in cortile, in refettorio, mi sorprendo in riflessioni generate da cose udite o lette o viste o ascoltate o immaginate, come ad esempio: generare costa meno che conservare; costa di più conservare il dono di Dio che donarlo. Noi sacerdoti offriamo quotidianamente il Sacrificio. Non è novità; novità negativa sarebbe da considerarsi l’offerta del Sacrificio senza il nostro sacrificio personale. S. Paolo scrive ai Romani: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.” (Rm 12, 1). Quante Messe celebrate e non partecipate?
In certi momenti le cose piccole hanno la massima importanza. Non illuderci di fare il bene senza di Lui. Non illuderci di fare bene se non si fanno bene le cose fin dal mattino. Dormire sul dono di Dio. Dormire sul dono di Dio? “Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete.” (Lc 13, 23-30). Il dono della presenza di Gesù non deve diventare facile assicurazione di salvezza; questa è una grazia che va accolta attivamente, operosamente, e non deve servire da soffice guanciale. (p. 282)

Apocalisse: “Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.” (Ap 3, 19-20). Immagini e parole meravigliose che sono atto affettuoso per ciascuno che le ascolti.
Il Vangelo: il tempo è venuto, è qui, è già fermento di storia e lievito d’anima. (Mc I , 15. 21-28). (p. 282)
Apocalisse: una nuova città, un nuovo universo, libero da ogni limite e costrizione. (Ap 21, 1-7). Immagini meravigliose. Senso di attesa degli uomini e della Chiesa: attesa su cui vigila pazientemente il Padre che pazienta nella maturazione dell’individuo e della società, attesa verso questo incontro e riconciliazione definitiva. Nuova creazione: ossessione dei Santi, dei Patriarchi, dei Profeti. (p. 283)

“Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita.” (Ap 22, 17). Gratuità e felicità della salvezza. Dove Gesù vuole introdurre quelli che lo seguono? Là dove Egli dimora nel seno del Padre. Intimità con Gesù, comunicazione di fede e di conoscenza sono i primi tratti che descrivono la vita dei discepoli. La Chiesa dev’essere comunità di fedeli in cui si partecipa la certezza e la gioia di aver incontrato Gesù. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua… Che giova all’uomo…”. (Lc 9, 23-27). Questa dottrina, ripresa da S. Paolo (1 Cor 15, 31) e dai maestri di spiritualità cristiana, esprime una proposta di salvezza per tutti. Mea culpa: è cosa buona e giusta riconoscere la propria nullità. Tutto nasce dal nulla. I nostri limiti non sono impedimenti all’opera di Dio, come il nulla non ha impedito la Sua creazione. Però occorre che siano limiti da noi accettati. E riproposti e trascesi in speranza nella fede.(p. 283)

30 Agosto 1983

Piove. Il caldo sembra darci l’addio. Giorno sornione è quello che si apre. Devo continuamente scostare e rimuovere nubi dense dal cuore. Acque dalle onde schiumose si agitano pigramente stendendo larghe bave di nausea. Scenario triste. Scenario composito. Sensi malati, sensi stancati, estenuati. Autunno incolore. Tentazione statica, immobile, indifesa, sciupata, insipida, ricostruita in elementi sorpassati, vetusti, deteriorati. Tempo inutile, inutili ore viscose, gocciolare di sonno sullo schermo appannato della mente. Il tempo è decomposizione, il tempo blocca, disturba, svuota. E Tu? Sei due. Soltanto a spostare la vista e fissarla in Te si rifà tutto in incanto. Il Tuo Eterno è fuori dal tempo e dallo spazio. Di là dal ritorno, dall’iterazione, dal ritornello, Sei. Sei voce assunta e Verbo innato, irriferibile, annullato nel tutto. (p. 283)

1 Settembre 1983

Dove vanno le ore? Nella notte del nulla se io non le appendo a Te come ornamenti che Ti appartengono anche se non Ti vengono donati. Oro mio disseminato su dieci e dieci rotaie del tempo. Dove vanno le ore? Nella notte del nulla se io non le appendo a Te, come ornamenti che non mi appartengono anche se mi vengono donati perché a Te appartengono. Ho messo a soqquadro la casa del cuore perché la dramma è comparsa, e la perla, che solitaria covava nel cuore del tempo. Sei. Sei. Non Ti sono che suono, vero? La materia non conta, è il suono che è quasi spirito che conta, che conta come il cuore che non è tutto di carne, come il corpo che non è tutto solidità, che si fa luce e fuoco che scioglie le sbarre, ed è ricamo. (p. 284)

24 Settembre 1983

Hai fatto troppo tentatore il mondo. Te l’ho detto cento volte. Chi può fargli fronte e chi no. Ma Tu tenti più di tutto il mondo e il suo contenuto. Gli occhi Tuoi mi risucchiano. Non Ti grido aiutami, ma rivelati. Rivela il gioco che i Santi presentano o fingono dramma. Rivela. Non Ti costa nulla. È un gioco! È un gioco per Te. E Ti dico che lo so. È un gioco per Te. Dopo tanto scorrere di sangue nei modi più atroci… il Tuo… il Tuo… il Tuo… il Tuo… che è quello di ognuno di tutti. Malgrado quel sangue che gronda a rigagnoli, a fiumi, a chiazze, a tepide pozze, a grumi che imbrunano la terra che vermigliano fiale feline, rapaci. Dopo tutto quel diluvio vindice che vale il canto, la parola, il fiore, la fiamma accanto all’altare?! Il gesto è solo culto, forma, è gesto. Il contenuto lo esprime chi Ti conosce come uomo. È pur vero che sei uomo uomo uomo uomo uomo uomo. È vero! È vero! È vero! Ma è vero che impossibile è riconoscerti uomo che scendi dalle stelle. Vieni dal ventre di madre fanciulla, ma Ti credo Dio pur nel Tuo umano nascondimento, nel tuo seppellirti nell’uomo che attende di essere rivelato a se stesso.

2 Ottobre 1983

Ingoiati dall’Eterno. (p. 284)

18 Ottobre 1983

Quando non Ti guardo divento cattivo. Se non sono capace di amarti in-segnerò agli altri a farlo. (p. 284)

2 Novembre 1983

Già, lei ha provato tutto, anche il tedio della vita. Già! Come può essere vero se lei mi viene con le frasi consuete, entrate nel sangue, circolanti nel cervello come anestetico? (p. 285)

7 Novembre 1983

È stato Lui a crearmi. L’anima mia è Sua invenzione. Invenzione anche l’amore che vi ripone come seme che Egli fa crescere perché l’amore piano piano non sia più amore utilitario ma come il Suo: amore vita, amore morte, amore Dio. (p. 285)

30 Novembre 1983

Come, come mi perfora quella spada! Non so da che lato girarmi per non sentire quella penetrazione. È rimorso. Pare sia rimorso accompagnato da pietà, pietà dì me e di Lui. Non so valutare la persona degli altri. Non so darmi ragione della sofferenza a cui vado sottoponendo ognuno che incontro. L’arco del mio orgoglio vibra frecce in continuazione, con la parola, con la voce, con lo sguardo, con il silenzio. Devo dire e supplicare: Signore, perdonami, perché non so quello che faccio. Questo è il mio annullamento, non sapere quello che faccio. (p. 285)

5 Dicembre 1983

Una cosa ora conosco: che in gran parte la mia vita, nelle sue decisioni fondamentali, è stata governata, assistita, determinata, soggiogata dalla paura, alla paura soggetta, della paura schiava La paura fa da sfondo al mio agire. Al punto che a volte ho paura di credere persino a finzioni, simulazioni o pretesti. La paura ha costruito e distrutto la mia vita. Ora mi trovo in una fase di preponderante paura che è diventata patologica, come nella mia fanciullezza. Su questa paura, trasformata opportunamente in apparenza di coraggio, vedo che si è lavorato di fantasia da parte del mio prossimo, anche di persone intime e amiche. A 67 anni compiuti una verifica simile è estremamente tardiva, mi toglie le poche forze sane e genuine di cui potrei disporre. A chi le racconterò queste cose? A chi racconterò le mie angosce, le mie bianche notti? Bussa al mio cuore, Signore. Vieni a cenare con me. Cena con me questi bocconi di vita che sanno di condimento troppo salato. Non ho altri che mi diano una mano. Penso a Gino. Penso ad Adriano. È un corridoio lungo interminabile dai dipinti tristi appesi alle pareti. In fondo una finestra che ti mostra un cielo turchino. Non si può fiorire senza soffrire e morire. Continuare in noi l’Incarnazione. Con Lui anche le cose minime diventano strada che porta e unisce a Lui. Non c’è bisogno di troppo precise verifiche della nostra vita inte-riore. La comunione con Lui è verifica, cioè luce che Lui mette in noi.
Può accadere che le nostre verifiche diventino troppo razionali e pertanto obbediscano a schemi troppo personali e presuntuosi. Fare la vita con Lui è l’unica via a Lui. È strada faticosa perché ogni passo occorre che sia fatto con Lui. (p. 286)

12 Dicembre 1983

Amare la stima degli altri e temere la loro disistima è un tormento. Oggi diverse mansioni da compiere: una con una volpe, una con un gatto, una con una agnella. La figura di Elia. Una lingua di fuoco. Ardente bruciare. Spirito in con-flitto. Tormentato e afflitto. (p. 286)

13 Dicembre 1983

Gesù si è incarnato perché noi guardiamo e amiamo gli altri e la vita con il Suo occhio e il Suo cuore. (p. 286)

18 Dicembre 1983

Alla sera. Chiedersi: come ho pregato, quante volte ho riportato il pensiero a Dio, quanto a lungo mi sono di Lui dimenticato: sono stato dimentico di Lui.

25 Dicembre 1983

BUON NATALE

Che sia per tutti un Natale dell’anima. Nascondiamoci nella grande luce che piove dall’alto. La luce che sorge nell’alto trovi i cuori aperti in accoglienza docile come l’umile paglia di mangiatoia, e miti, amichevoli come l’alito dell’asino e del bue.

Sommergiamo nella impietosita povertà di Dio le nostre ripudiate povertà. Levighiamo le asprezze, sciogliamo i lacci del cuore, strappiamo le spine dall’anima, i rovi che dentro nutriamo, fioriscano in rami di rose per Lui e per tutti, nella coerenza dell’essere quali Egli ci vuole: accoglitori e seguaci della sua Parola

La sua Parola è quella luce che scende dal cielo, È Lui quella Parola che tutto crea e porta tutto a salvezza: E il Verbo si è fatto carne. Nel tempo, nella storia dell’uomo, per noi uomini discese, incarnandosi nel seno d’una vergine… Cionondimeno ci sentiamo soli, crediamo di essere soli e smarriti, errabondi, e lo siamo fintanto che non ci lasciamo toccare, intenerire, sconvolgere dal mistero di Dio che si fa noi stessi per amore.

Il mistero è un mare sconfinato, un oceano profondo, come è profondo il fondo del cuore umano sul quale è fatica galleggiare. Per galleggiare occorre alleggerirci di molti pesi. Allora l’oceano profondo del mistero di Dio fatto uomo e il mistero del cuore umano non ci rende soli ed errabondi.

Ecco il Figlio di Dio che si fa carena per la traversata della vita. . e con noi c’è anche Maria… Toccheremo tutti l’altra sponda, all’aurora dell’Eterno ove stilla la gioia perenne.

Che ci doni Gesù, piccolo e nudo, di saperlo accogliere e custodire, difendere in questo mondo tenebroso. Che ci doni di comprendere che la sua debolezza è la nostra forza e sicurezza. Che ci doni di credere che il Natale è nostro, perché è il Natale di Dio e che Dio ce lo dona. (p. 287)

 

1984

1 Gennaio 1984

Santa Madre di Dio. Obbediente a Dio, Suo Figlio, come Suo Figlio è obbediente a Lei. Dio s’è scelta una madre e l’ha scelta anche per noi. Egli non aveva bisogno di madre, se l’ha voluta e cercata, l’ha voluta e creata per noi, e non potrebbe essere madre se non fosse Sua madre. Ora Egli, Dio, ha una madre, ed è la nostra. (p.291)

2 Gennaio 1984

Non posso sapere se ho scritto qualcosa in questo giorno, 2 gennaio. Ne ho pensate tante, e ne ho sofferte, come ogni giorno. (p.291)

3 Gennaio 1984

Le giornate scivolano, rotolano. Vorrei lasciare in un segno una traccia diversa da quella di ieri e da quella di domani. Che ci sia un segno? Non so. È un desiderio, un proposito che rinnovo ogni mattina. (p.291)

4 Gennaio 1984

E oggi? È un’altra goccia d’acqua che si muta in vino.

5 Gennaio 1984

Certo che ho pensato molto oggi. Sto pensando È un lavoro, è mestiere che frutta eternità. Devo aver scritto anche a qualcuno. Un giorno come pagina in più di vita e in meno di vita. (p.291)

6 Gennaio 1984

Fieste dal Bambin. Era la festa dell’Epifania. Quante volte mio padre aspettava questa festa come festa dal Bambin, come ricorrenza particolare. Non sapevo la ragione. Ora la so: era il centro delle festività natalizie: Gesù Bambino le riempiva. Ora la festa si condensava, si raccoglieva nel cuore della famiglia. E non c’erano cose esteriori, ma suonava bene, incantava quel Bambin.  (p.292)

9 Gennaio 1984

Avviluppato in molti pensieri che alla fine della giornata risultano inutili e dannosi, perché mi hanno mangiato inutilmente tempo prezioso.  (p.292)

11 Gennaio 1984

S. Igino papa. Ecco un altro amico: padre Igino. Lo vedo, lo saluto, mi risponde tranquillamente, senza scomodarsi. Per lui ogni cosa è diventata inutile o eccessiva. Corona in mano. La morte alla quale pensa serenamente e attende amichevolmente, ha livellato tutto. Non c’è novità in questo mondo che egli la senta novità: la novità dolcemente assoluta per lui è la morte.  (p.292)

12 Gennaio 1984

Ho sempre da rinnovare al mattino il proposito di pensare a Luì in ogni gesto. È per lasciar sviluppare gli altri sentimenti sul piano dell’amore fraterno, e per non permettere di giudicare l’interiore degli altri. È un lavoro che non deve avere sospensioni.  (p.292)

14 Gennaio 1984

Oggi ho potuto parlare con il padre provinciale. (Fatima, Argentina, Cile, di nuovo Argentina). Saluti, saluti! O luoghi lontani, conosciuti solo con l’occhio del corpo. Come tutto è trasformato nell’anima, nel cuore!   (p.292)

16 Gennaio 1984

Se cerchi la stima degli uomini rischi di perdere quella di Dio. Non vagare con la fantasia nell’irreale, ma colma le cose della Sua presenza proprio come hai spiegato stamattina alle suore di Villa Bedin. È facile per te volare con il pensiero verso oriente. Ma lascia che voli Lui e metta a posto le cose e gli animi in Friuli e in Carnia. (p.293)

17 Gennaio 1984

Aspetti vari del giorno. Confessione di… con impegno che l’abito non si frusti. Anche l’abito ha bisogno di spolverature, di ritocchi, di attenzioni varie, perché si conservi quale abito feriale e festivo. Incontro fugace con… Infedeltà momentanee di pensiero. Paure prospettate nel futuro. (p.293)

18 Gennaio 1984

A Villa Bedin a piedi. Terreno gelato con stelline che la brina semina sul prato a fasci di scintille. Desiderio grande di pace e di preghiera. Volti di moltissime persone si sporgono nella mente. Vorrei che i miei pensieri fossero brulichio di stelline di brina. (p.293)

19 Gennaio 1984

Sono stato a Verona, a trovare i nipoti. Famiglie sane. Persone dalle spalle quadrate, che reggono il peso della famiglia con disinvoltura e speranza. Dispiaceri e difficoltà quotidiane rendono saldi i nervi e lo spirito. Ho pregato e continuo a pregare che il Signore vegli su di loro e gli faccia sentire la sua presenza. (p.293)

20 Gennaio 1984

Ieri, al rientro da Verona, ho trovato una cartolina di Taia da Roma. Facciamo comunione, Claudia, non viviamo che per Lui, tutto il resto è carta. La mia vita è nelle Tue mani. La notte scorsa è nevicato: un lievissimo strato di neve che ora gela. (p.293)

21 Gennaio 1984

La vita continua. Come ieri. Il mattino non è quello di ieri tranne le aspirazioni segrete dello spirito. Ma anch’esse sono quelle di ieri. Variano solo d’intensità e di elementi circostanziali. Penso a Maria, alla sua sofferenza priva di luce. Signore, infondile la Tua luce che è accettazione tranquilla di tutto. Tu sei la pace. Fa’ scendere su di lei un fiato di quella pace che ella non conosce, e non per colpa sua. (p.293)

22 Gennaio 1984

Oggi verrà Elena da Verona. È compito difficile trovare luce per quest ‘anima. Difficile? Occorre pregare: allora la luce verrà e grande. Se si chiede, si ottiene. Qualunque cosa… tanto più se chiediamo lo Spirito Santo. (p.294)

23 Gennaio 1984

Amarezza stamattina. Claudia a Napoli. Danilo ieri sera mi ha fatto moltissima pena… Se il Signore non mi aiuta… Alle nove partenza per Verona con il p. Venanzio e il p. Giovanni. Fuori la nebbia rende troppo materiali le cose e le voci. La fede bisogna coglierla a brani, riannodare il filo della fede che a tratti si spezza. Le luci delle macchine creano fori fosforescenti sulla strada. Penso a Napoli; mi pare lontanissima, più dell’America. (p.294)

24 Gennaio 1984

Stanotte è nevicato. Qualche centimetro di neve che si scioglie sotto una pioggia silenziosa e distratta. L’esistenza assume un tono diverso: ho scritto a Claudia, ho pregato e fatto pregare. Sento pace. Non vorrei dire sento, la pace è profondità, è nella profondità dell’essere, non può rivelarsi e disperdersi nel sentire, nella consapevolezza di sentirsi in pace. Sarebbe dispersione, risucchio, riassorbimento. La pace in effetti è Lui, e se penso a Lui non è che mi sfugga la pace, ma la posseggo in maniera inesperimentale. Grazie tante. Eppure è così. Domanda a sr… se non è così, domanda a Taia se così non è. Non cerco ragioni: ne faccio a meno; è un modo di rendere gloria a Dio. Dio ha bisogno soltanto di gloria. Se la nostra vita non gli rende gloria è inutile. E non esiste modo più autentico di rendergli gloria di quello di non ricercare ostinatamente le ragioni. L’unica, as-soluta ragione è Lui Paradosso, è Lui assurdo. La nostra scelta, pertanto, è rischiosa per tutta la vita se la vita è per la sua gloria. L’altro giorno ho trovato una persona che mi diceva di rammaricarsi perché temeva di rischiare. Per farlo bisogna essere umili, cioè piccoli, che non sanno distinguere il rischioso dal non rischioso, ma giocherellano tranquilli con il rischio. E questa è Taia. (p.294)

26 Gennaio 1984

Se fossero aperti i nostri pensieri come è aperto e trasparente questo mattino! È tutto lode, è tutto canto. Se una nube apparisse nel cielo già si guasterebbero la lode e il canto. Nubi nel mio spirito? Qualche bava di nuvola che subito dilegua al pensiero chiarificante della Sua presenza. Guardo ogni tanto Padova laggiù all’orizzonte, una Padova che mi pone il pensiero in direzione di Napoli, dove Taia si impegna nel fare comunione e si tormenta col pensiero a Danilo. La notte scorsa è giunto dall’India il p. Giuseppe. Non s’è visto ancora. Ma presto si farà vedere e sentire. Rimani con me, Signore. Sono qui con Te. (p.295)

27 Gennaio 1984

Lutero dice che nella preghiera dobbiamo essere indiscreti, importunando e tormentando Dio. Spiritum contritum et humiliatum, Tu, Deus, non despicies.  Gli antichi Padri della Chiesa spiegavano simbolicamente le tre risurrezioni del Vangelo come gradi della perdizione da cui gli uomini sono liberati da Cristo: a) La figlia di Giairo dorme soltanto. (Mc 5, 21-43; Lc 8, 40-56; Mt 9, 18-26). b) L’unico figlio della vedova di Nain già viene portato via . (Lc 7, 11-17). c) Lazzaro, già puzza. (Gv 11, 17 44). Spiritum contritum et humiliatum, Tu, Deus, non despicies. Davide, amato da Dio, deve ancora sperimentare la parola ultima e insuperabile, la più divina di padre e di amico: il perdono. Parola scottante e demolitrice di ogni auto sicurezza, il perdono. Rinnovami, Signore, col Tuo perdono. (Si 50 (51)). Solo quando arriva ad essere davanti a Dio come peccatore, l’uomo è povero, è nella sua realtà, e può aprirsi alla severa beatitudine del Vangelo. molto le è stato perdonato perché molto ha amato. (Lc 7, 47-50). Qual è dunque la vera corruzione? La vera corruzione è sentirsi non bisognosi di perdono, è il sentirsi salvati da se stessi. Spiritum contritum et humiliatum, Tu, Deus, non despicies. (p.295)

30 Gennaio 1984

Telefonano da Ludaria che Urio è stato ricoverato all’ospedale di Tolmezzo. Stasera, alle 19, si è spento. La figura di quest’uomo, boscaiolo, si staglia nitida davanti al mio sguardo. Ripenso alle sue parole e alle sue proteste, alle sue paure, alle sue commozioni, alle sue esaltazioni, alle sue contestazioni. Ecco, beato te, Urio, che sei giunto alla fine della tua lunga giornata che hai sempre desiderato ardentemente di finire. (p.295)

31 Gennaio 1984

Ho deciso di andare per i funerali che si svolgeranno domani pomeriggio. Sono partito da Vicenza con il treno delle 14 e sono giunto a Udine alle 17. Lucio, Remo e Fausta, sono venuti a prendermi in macchina a Udine. È novità per me risalire al mio paese con l’impegno di un funerale. Mano a mano che mi avvicino al paese, Urio si fa amico e confidente, e con lui parlo, penso. Signore, ricevilo nella Tua pace. Ha tanto bisogno di pace. L’ha cercata e attesa tutta la vita, specialmente negli ultimi anni. La Tua pace dev’essere una sorpresa per lui e sarà anche per noi: non abbiamo avuto l’occasione di gustarla e neppure di assaporarla. (p.296)

1 Febbraio 1984

Urio mi ha aiutato a dire le parole, perché per me fa sempre problema parlare in pubblico. Il carro funebre aveva preso a slittare. E gli uomini presenti l’hanno accompagnato, scortandolo fin dove la strada incominciava a pianeggiare. Freddo. Non ci bado. Ma sento che dovrò scontare questo freddo che non mi preoccupa. Abbastanza tranquilli mia cugina Anita, moglie di Urio, e la figlia Fausta e il figlio Niko. (p.296)

2 Febbraio 1984

Sono sceso con Lucio e Remo a Chialina. Sono rimasto soddisfatto che mia sorella Maria si sia sciolta in sorriso e in riso. La neve ricompare, ma nevica per burla. Le strade sono gelate e sono necessarie le catene, specie per salire a Ludaria.

3 Febbraio 1984

Ho celebrato anche oggi. Cera Remo soltanto in chiesa. Sono andato a fare visita a mio cugino Pio, a Noè, a mia cugina Anita. Ancora neve a tratti. Talm  è bianco. I boschi sono ricoperti di bianche macchie di neve. (p.296)

4 Febbraio 1984

Signore, Ti ringrazio di tutto, soprattutto per quanto hai donato a Urio e a me. Oggi, prima domenica del mese, ho confessato per cinque ore. (p.296)

6 Febbraio 1984

E allora? Non ti svegli? Il cuore è freddo. Avevo proposto di incominciare oggi gli esercizi spirituali con i frati della basilica, dove sono sceso alle 11 per la prima meditazione. Non sono rimasto spiritualmente bene. Lascio gli esercizi spirituali, li sospendo, mi sento molto giù di forze. È il freddo della Carnia che devo smaltire. Penso a Claudia. Penso ai miei propositi di comunione con Lui. Prego volgendo il pensiero verso l’alto e verso il profondo. Nel pomeriggio ho letto a padre Lorenzo due capitoli del libro “Passione di verità”:  il primo “Soffoco” e il secondo — “Sottomissione”. (p.297)

7 Febbraio 1984

Stasera leggerò a padre Lorenzo un bel capitolo di “Passione di verità”: “Problemi con Dio”. Signore, aiutami all’umiltà, aiuta la mia incredulità, la mia mente a non fare giudizi. Aiuta il mio cuore a non respingere intimamente, nel segreto, nessuno. Aiutami a trovare cibo per l’anima in quelle occasioni che Tu mi proponi appositamente per cibare la mia anima. Aiutami a gustare a non rifiutare i cibi piccanti o amari che mi prepari ogni momento. Aiutami a ricevere la Tua volontà con festa, con gratitudine. Aiutami a pregarti così, in maniera da essere disposto ad impegnarmi precisamente in quello che Ti domando, affinché la domanda non rimanga senza risposta della mia volontà pratica. (p.297)

8 Febbraio 1984

Ripropongo la comunione come lavoro della giornata. Non ho nessun compito concreto a cui appoggiarmi; l’unico lavoro concreto è di comunicare con Lui. È una comunione che si interrompe superficialmente, ma nel profondo permane la risonanza di Lui che viene effettivamente a chiedere dialogo, e affiora pacificamente per ricordarmi che c’è, che è Lui il tutto, che è Lui l’unità che unisce, che ricollega in sé questo fluire di vita e di attimi, di elementi che in sé non hanno senso. Stamattina ho detto a una persona che mi telefonava da Udine che occorre percepire le cose, anche materiali o visibili, perché tutte hanno, ognuna di esse ha, un significato al di là o al di qua di esse. Occorre salvarci dall’alluvione delle cose leggendole con lo spirito. Però è necessario avere spirito. Se non si ha spirito allora diventiamo oggetto alle cose stesse, oggetto agli avvenimenti, oggetto anche per gli altri che ti usano a proprio vantaggio. (p.297)

9 Febbraio 1984

Lo so: non bisogna mai escluderti, sebbene succeda che l’esclusione di Te avvenga inconsciamente. Quell’inconsciamente, a prima vista, parrebbe un alleggerimento di colpevolezza, mentre, se siamo sinceri, è uno stato molto delicato dello spirito, molto pericoloso, in quanto suppone una abituata disattenzione, una diminuzione graduale di amore, di attenzione amorosa. Non è vero che quando Lo disattendiamo, la nostra mente e il nostro cuore sono attenti a qualche cosa che, seppur momentaneamente, è diventata più interessante di Lui? Ecco qui il mio lavoro di stamattina. Ma non è tutto qui. Signore, salvami dal freddo dell’anima. (p.298)

10 Febbraio 1984

Non devo essere contento di trovarmi qui o altrove. Devo essere contento d’una sola cosa certissima, realissima: che Lui c’è e non può essere che mi manchi, che mi dimentichi. Tutto il resto e superfluo, non è reale nel modo che è Lui, cioè che mi ama e che è Lui la mia felicità futura. Se Lui non è la mia felicità presente è colpa mia, è perché non credo veramente. Se credessi, allora Egli sarebbe anche la mia felicità presente per-ché vedrei in modo chiaro che nulla di quanto esiste può darmi felicità e può togliermi la felicità che mi dà Lui. Sono pensieri e desideri che spesso servono come elementi e componenti di fede. E la Grazia può renderli tali.
(p.298)

11 Febbraio 1984

No, non voglio metterti dietro alle mie spalle! Più leggo la Scrittura e più cresce in me la fiducia, nella comprensione della misericordia dí Dio. Vado paragonando la mia fede e la mia fedeltà con l’infedeltà ripetuta, insistente, periodica, di Davide e di Geroboamo, di Salomone e di tante altre persone che Dio teneva nel cuore. Le loro infedeltà sono le mie. La misericordia di Dio verso di loro è la misericordia di Dio verso di me. (p.298)

12 Febbraio 1984

Spostiamo spesso il nostro interesse al danaro e alle cose materiali. Ci sentiamo più preoccupati di non avere danaro che di non aver fede. Facciamo grandi feste di fede e rumorose e turbinose celebrazioni di devozione, e alla fine restiamo ugualmente attaccati a noi stessi, alle nostre crescenti esigenze di vita esteriore. (p.298)

14 Febbraio 1984

Mi faccio redimere ogni momento da questo pensiero: alla fine della vita incomincia la vera vita. Redenzione significa riempire volta per volta i vuoti pericolosi che si vanno creando nell’anima. Redenzione che proviene dalla Sua presenza che tutto riempie e colma, che tutto riacquista e rinnova. La tentazione arriva quando meno te l’aspetti. Giunge nel momento che ti pare meno adatto. Capita quando il tuo animo è rapito da cose alte e sublimi, di modo che l’altezza si volge in precipizio. Si fa presto a perdere le ali e a rassegnarsi di averle perse.
(p.299)

15 Febbraio 1984

Ricòrdati che la presenza Sua è profonda in te, è alle radici del tuo essere, del tuo pensare, del tuo sentire. Perciò attento a non porre ostacolo a questa presenza: quanto è profonda, altrettanto è sensibile ed estingui-bile all’approssimarsi di qualche altra presenza. Il pensiero che coinvolge anche il cuore in maniera egoistica, piacevole, godibile, è infedeltà, è viltà, è villania, è sconoscenza e anche crudeltà in veste di indifferenza. Signore, concedimi di esserti fedele e di essere capace di perdere i miei idoli. (p.299)

16 Febbraio 1984

Ho rivisto e risentito le cose quasi consuete che ho ricondìto con nuovi sentimenti. Com’è la vita in famiglia! Sono rientrato a Vicenza a mezzanotte sempre con quel rimorso di essere intemperante. Urio, nella luce di Dio, si rallegrerà che vada visitando e confortando la sua gente. I bambini che egli amava avranno un protettore in lui nel cielo. Intanto mi sento alle prese con sentimenti che cozzano, s’urtano vicendevolmente nell’intimo. Sento come pozzo d’acqua torbida la mia anima. Cerco di purificare, però vedo che non riesco con la sola volontà. Ci vuole la Grazia. (p.299)

17 Febbraio 1984

Festa dei nostri Sette Santi Fondatori. Sono venuto a Monte Berico da fanciullo, ignaro di cosa fosse un Ordi-ne, che cosa fosse un frate, una comunità religiosa… In seguito lentamente, in modo offuscato e imperfetto, venni a conoscere questa vita religiosa, e venni ad accettarla. Il mio sentimento di riconoscenza è molto concreto verso il Signore che mi ha concesso di vivere la Sua misericordia, e verso la Vergine che mi ha sempre dimostrato di amarmi, di essermi madre in occasioni molto difficili e drammatiche. Madre si è manifestata soprattutto nel prevenirmi nel male con il Suo ammonimento materno, con la grande compassione del mio peccato, della mia debolezza e della mia fragilità. Avrò sempre una preghiera per la mia madre Maria, non come premio alla Sua protezione, ma come necessario alimento alla mia vita di figlio. Ogni mio quotidiano proposito lo depongo nelle Sue mani esili e tanto gentili. (p.299)

19 Febbraio 1984

Oggi cielo chiuso. Si aprirà. Si soffre volentieri il cielo chiuso perché esiste la speranza che si apra, che si apra in sereno o si apra e si sciolga in pioggia o si distenda in neve. La neve è sempre desiderata perché risolve, matura la stagione. (p.300)

21 Febbraio 1984

Il pensiero ha le ali. Ali inquiete e benefiche. Appena si desta alla luce del giorno, ai primi albori, alle prime luci, al chiarore del mattino, o alle ultime ombre che abbandonano il mondo… appena destato si libera nel vuoto e si dirige verso quei fiori, quelle fronde, quelle spiagge, dove ha sempre trovato di che pascolarsi. Ora non è tempo di lasciarsi andare a pascoli. L’unico pascolo è la presenza di Dio, pascolo che alle prime non sembra nutrire, mentre in un secondo tempo ti offre sapore gradito e, più avanti, ti porge sapori di ogni tipo e qualità e ti dà nutrimento e vita. Così ogni giorno allo spuntare della nuova giornata, le ali del mio pensiero si volgono a questo pascolo che deve essere difeso da incursioni di altre ali. (p.300)

22 Febbraio 1984

Vangelo di Marco: 9, 49-50; mette in luce una delle responsabilità che devono circolare nella comunità cristiana. Oggi è nevicato. Camminare sulla neve ti crea la sensazione di essere angelo che non tocca terra. Anche oggi il mio impegno è di fare comunione e di mettere tutto in rapporto all’Assoluto, all’Eterno, alla morte. Padre Bonfiglio è morto improvvisamente ieri. Come sarà la sorpresa nell’aprire gli occhi nell’Eternità? Ti sarà data la possibilità di volgere lo sguardo indietro? Non sarà tutto troncato il rapporto con i vivi? Però i viventi sono quelli che vivono felici nell’Eterno, i vivi siamo noi qui nel mondo. Ci sarà dato di dire una parola buona a coloro che restano? Ci sarà dato di udire una parola buona da coloro che restano? Io credo che sì. (p.300)

23 Febbraio 1984

Il vento scorre fra i rami, accarezza l’erba dei prati, scivola sullo specchio delle acque purificando lo spazio, rinnovandosi continuamente nella sua corsa infinita. Così i miei pensieri. Se il vento sosta o viene imprigionato, perde la sua novità e purezza e si mescola con le cose e le esalazioni delle cose stesse. Così i tuoi pensieri se si rinchiudono nel sensibile rimangono macchiati e inquinati dalle esalazioni della materialità. (p.300)

24 Febbraio 1984

Marco 10, 13-16: il regno è dei piccoli.  (p.301)

26 Febbraio 1984

Piove. Dio padre che nutre gli uccelli dell’aria e fa crescere i gigli del campo che non mietono ma fanno il nido, che non seminano ma cantano e volano e diffondono profumo — non darà ai suoi figli cose buone? (p.301)

27 Febbraio 1984

Sole. Oggi un po’ di sole. Poco. Ma quel poco dà la sensazione di molto, dato che in questi giorni il cattivo tempo ha fatto da padrone. Mi rendo conto che la mia volontà è debole e fragile e mi è difficile, mi costa, se-guire un’azione con amore e calore. Vacillo. Lo sguardo Suo mi penetra e mi tranquillizza con la convinzione che Lui è tutto, è la mia sicurezza. Oggi ho ripreso con forza il padre Lorenzo che si lamentava di non avere gli occhi e le gambe come gli altri. Chissà come mi comporterei io in quelle condizioni. (p.301)

28 Febbraio 1984

“… li amò sino alla fine.”  Alla fine: fino al “Tutto è compiuto'” , e fino all’ultima loro durezza, superficialità, noncuranza, ingratitudine. Mi amerà sino alla fine. Lo so. Anche nei ritorni di voli neri sul cuore. Lo so. Anche nel rientro affannoso in anse taciturne dei mari senza nome. Lo so. Anche su strade, su orme temute in sogno rabbrividito. (p.301)

29 Febbraio 1984

In viaggio per Udine e Carnia. Porto con me le ore di ieri, di tutti i giorni. Sono traversini sul binario della mia vita, traversini utili, atti a formare anche una croce grande. Ma Tu sei con me. Le impronte di due volti pieni di significato inatteso e sgradito nella stazione di Vicenza. Però è anche per me la Sua parola: li amo sino alla fine. (p.301)

1 Marzo 1984

Carnia Giorno bianco. Serenità rinnovata nella casa. Tante cose che vorrei non fossero soltanto mie. Spero le possa comunicare o che si comunichino da sé. Neve! Neve! Neve! E tanto affetto che si propaga dagli sguardi. Talm è lì. Noè e Urio sono al di là che vedono tutto il diverso.  (p.302)

2 Marzo 1984

Tu mi guardi. Nel Tuo sguardo non vedo e non sento cose, ma il Tuo mondo che è anche il mio e quello di tutti. Non è così? Tuttavia quanto di me stesso è anche assorto e compenetrato da ciò che non sei Tu come essenza buona e pacificante! Non lasciarmi solo con me stesso e con le cose che mi attraversano. (p.302)

3 Marzo 1984

Stamane, all’alzarmi, la nuova sorpresa di nuova neve che nuovamente assorbe la voce, il suono delle parole umane. Sono sceso fino a Tarpezzo, passando per Racchiuso. Dalla madre di Ermes. Poi da Claudio e Monia e Leila. Monia triste e chiusa in se stessa, nei suoi sogni. Si duole che i suoi sogni non siano avvertiti e accolti dagli altri. (p.302)

5 Marzo 1984

Ho scritto a Claudia. Anche oggi alle prese con me stesso. La parola di Dio che sento e che predico, deve tagliare. Sento che mi taglia, ma non sopporto la ferita. È difficile vivere la parola di Dio: sa di sangue. Sì, ogni infedeltà produce sangue, il Suo, che lava, lava, però devi lasciarti lavare, a freddo e a caldo, a filo di coltello. È lavacro che implica flagellazione. Non c’e che da inginocchiarsi e riconoscere che senza di Lui è tutto corruzione, desiderata corruzione, accarezzata corruzione. Grazie! Anche per tutti quei giorni trascorsi in modo inconsapevole. Per Te è uguale? Non so definire. Quello che ora sono è per Tua bontà, ossia ciò che ora provo nei tuoi riguardi è dono Tuo. Una volta non era così. Tuttavia non posso affermare che Tu non ci fossi, che Tu non mi amassi, che Tu non mi guardassi con la commiserazione di oggi. Non guardo se sono contento. Il sole mi illumina e Tu mi ami anche se non so rispondere come converrebbe. Tu sei tutto È tempo perso lasciarsi afferrare da altro che Tu non sia. Tutto il diverso. Tutto l’altro. Ma quando verrà il momento di essere preso da tutto il diverso? Tu prometti che saranno nozze, e per ognuno. C’è posto anche per me? (p.302)

7 Marzo 1984

Quaresima. Devo tener d’occhio il cuore. Silenzio di cuore. Il silenzio del cuore chiama e apre l’Eternità. Esclude le cose temporali. Escludere le cose temporali è un lavoro di pulizia continua. Cosa temporale è ciò che succede nel tempo. Ciò che succede nel tempo alle volte occupa il cuore e io fende momentaneamente assente all’Eterno che è lui solo. Occorre che O cuore si trovi nelle cose, fra le cose, però non bisogna che venga occupato, imprigionato. catturato da esse. (p.303)

8 Marzo 1984

Continua la Quaresima. Che sia la mia ultima? Vorrei che fosse l’ultima, ma che anche la mia fedeltà sia perseverante nell’amore, sia fede vivissima nella misericordia di Dio, abbandono totale al Suo perdono del quale non posso fare a meno, perché le mie infedeltà sono grandi e ripetute. Venga a me il Suo perdono e rimanga aperto tu di me come una fontana fresca rigenerante. Perdono, il Tuo dolce perdono mi rinnovi ogni momento. (p.303)

9 Marzo 1984

Isaia 58,9: “Eccomi!”. Deve essere vero. Se mi sforzo di stargli vicino. di accettarmi, di accettarlo, se procuro che la mia mente e il mio cuore siano sempre liberi per accoglierlo, allora, a ogni mia necessità., a ogni mia richiesta Egli mi risponde: “Eccomi!”. Deve essere così. Se mi sforzo dì credere che e in ogni mio pensiero pur piccolo e insignificante, Lui si farà una dimora nel mio cuore e un rifugio nella mia mente. Sia così, avvenga così nella vita mia. Sebbene manchi poco spazio di vita, non devo sciupane l’ora presente, sia essa lunga o breve. (p.303)

11 Marzo 1984

Un po’ dì nevischio nell’anima e di brivido specialmente nel pomeriggio. (p.303)

12 Marzo 1984

Invece di scrivere a Claudia sono partito per Pietra Ligure. Una giornata di ritiro per le suore della pensione “Regina Mundi”. Ho nella mente e nelle orecchie il mare dilagante. Ma non sono solo a portare certe sorti; è Lui che mi tiene la mano e mi sostiene l’anima. Padre Lorenzo non sa nulla ancora della mia partenza. (p.303)

13 Marzo 1984

Viaggio bellissimo, con cose bellissime che mi distraevano in Lui. É tutto bello quando non si esclude Lui dalle cose. Le cose discutano complicate e tortuose quando vengono guardate soltanto con intelligenza, e i sentimenti resi timidi ed egoistici dal tempo che passa e travolge affogando tutto nella sua implacabile corsa. Il tempo è implacabile anche quando ti pare di afferrarlo. Non si può catturare il tempo perché “è la presenza di Dio nello spazio”. Potrai servirtene come presenza di Dio, allora ti mantiene verde, ti ringiovanisce, ti rinfranca con la pace che parte dall’Eterno. (p.304)

14 Marzo 1984

Penso a Udine e alle parole che il padre provinciale mi ha consegnato in una lettera una settimana fa. Sono cose che premono forte sull’anima e conficcano le loro punte nello spirito È una croce la mia, croce che non è possibile scrollare di dosso, croce che diventa tale specialmente quando non la guardo come croce impostami dalla volontà di Dio. Se la guardassi sempre in questa luce, mi sarebbe più facile accettarla nella pazienza serena, senza convulsioni di paure e turbamenti.  (p.304)

15 Marzo 1984

La mia preghiera sale continuamente. Sale per ottenere non so che cosa Per ottenere di poter continuare a pregare. Perché nella preghiera si crea tutto, perché la preghiera è la realtà più solida avendo il suo oggetto e il suo soggetto in Dio che è la realtà assoluta. Salga a Te la mia preghiera, come incenso. Non ho altro da darti che preghiera.  (p.304)

16 Marzo 1984

Oggi rientro da Pietra Ligure. Lascio le suore con un po’ di nostalgia. E il mare. Spero di aver seminato la parola, una parola che spero sia la Sua, o almeno simile. Mistero sui volti di ogni viaggiatore. Passando con il treno nei pressi del cimitero di Verona, un’onda di memorie si è sollevata e mi ha avvolto Gradisca, Adriano, Ferdinando, Stanislao, che si troveranno in paradiso. Il loro treno ha raggiunto la stazione definitiva e sono scesi, hanno preso il posto preparato per loro fin dall’eternità. Il mio treno continua la corsa

PIETRA LIGURE
E ora una riflessione. Come si fa a non lasciare libero il pensiero, a non gettare il cuore sulle onde bramose di portarlo al largo? Al largo, nel profondo di Lui che continua, con voce quasi angosciata, a richiedertelo? Abbiamo visto poco fa, con gli occhi e con l’essere, con quanta prepotenza Egli cercava di toccarci, di investirci, di rapirci nella sua onda, nel suo respiro. Contemplazione? La sua strada è sconfinata come il mare di cui non scorgiamo il termine. E occorre rischiare per poter avanzare su quella strada. La contemplazione è un primo passo, un primo tentativo che viene sempre preso sul serio da Lui. Che cosa vuoi dire prendere sul serio in questo caso? Vuoi dire che la sua speranza nei nostri confronti si fonda sulle nostre scelte e che Lui dà un peso maggiore al nostro sentimento che al suo. Vuoi dire che il secondo e il terzo passo te li impone Lui, trascinandoti… e così ti smarrisci nella via grande e spaziosa, e sai di smarrirti senza la sensazione di smarrimento. Senti di trovarti smarrito ma fisso nella certezza profonda, nella profondità dell’altezza, nella profondità della luce risucchiata, trasferita, Lui sa dove… tu non lo sai. Sto fissando la schiuma che carezza la rena della spiaggia. Tutta lì la potenza del mare inquieto? La schiuma stende sulla rena un fruscìo che mi richiama lo stormire leggerissimo del bosco e la Sua voce quando sussurra cose inaudite e indicibili. È la sua carezza che sa di fascia soffice e di morbido cotone sulla ferita. Oppure sa dell’alito lievissimo del suo cuore che ti assicura l’eterno suo abbraccio. (Ti sono vicino specie in quest’ora di tenebra. Devi farcela. È la croce che Lui ha intessuto sui panni della tua anima. Cerca a tutti i costi di sentire la Sua mano che stritola e poi risana. Non perdere la speranza che deve reggere quando la fede vacilla o vien meno, oppure si oscura e pare tramontare. Non tutto e finito, c’è molta strada da percorrere con Lui. Non temere. Se Egli non ti volesse bene non ti tratterebbe così. Non vedi con quanta forza si ricorda di te e ricorre a te?). Sono buone le suore, anche quelle che non si sono ancora adattate alla vita di suore: la loro vitalità di ricerca le mantiene vive e molto deste nella fede. È una preghiera la vita loro anche quando non pregano con le preghiere. Sono come le piante che nei loro movimenti, nel loro rimescolarsi, fanno cenni al cielo, all’Eterno. Alcune sono come ombre che si spostano lasciando il posto alla luce. Altre sono macchie luminose che faticano a restare luminose. Altre ancora cantano ed esigono da se stesse che il canto sia veramente come lo desiderano. Ci sono pure quelle che hanno imparato a cantare con voce mutevole, a voci alterne, a più voci.  (p.305)

17 Marzo 1984

Mi sono preso cura di padre Lorenzo che ho trovato invecchiato in appena tre giorni di assenza. Mi porto dietro aria di sospensione per causa di quella lettera del padre provinciale. Devo abbandonarmi meglio alla volontà di Dio, alla pazienza che la volontà di Dio si manifesti in modo poco chiaro. Però Egli è chiaro, sono io che sono nebuloso e offuscato, Arrivederci nella preghiera o voi tutte persone che oggi ho incontrato. (p.306)

19 Marzo 1984

San Giuseppe, ricordati di custodirmi come custodisti Gesù e Maria, i tuoi Maria e Gesù. Ti raccomando, ti affido quelle tre creature di sabato scorso. Ti affido il mio problema. Ti affido Danilo e Claudia, Mafalda, Maria e Pìero. Rendimi più pronto nella carità verso il padre Lorenzo. Ti raccomando anche la famiglia di Fiorita. Anche Giuseppe Xotta. San Giuseppe sorreggimi: sono piccolo e timido come te; che non faccia nulla per farmi vedere; e fà che non gusti me stesso nel successo. (p.306)

20 Marzo 1984

Soffro nello spirito la parola che ogni giorno il Signore mi rivolge nella celebrazione: mi crea conflitti interiori, rimorsi, senso di smarrimento nello spazio che la parola crea intorno e dentro di me, spazio troppo ampio ove non ci sono orme, tracce bene calcate, né impronte evidenti, né segni evidenti, né piste abbastanza fonde per non smarrire la direzione. Dico eresie? L’Eterno mi sta davanti, alle spalle, sopra e sotto di me e dentro di me. Mi sento dilatare dentro. È tutto vuoto intorno a me. Il fruscìo delle macchine mi riduce a elemento fragilissimo che galleggia in questo vuoto. Tutto è provvisorio, anche il pensiero che non si adegua all’Eterno. E come è possibile avere pensieri adeguati all’Eterno?  (p.306)

21 Marzo 1984

In cambio del pensiero d’Eterno rispunta il pensiero di Udine. Un pensiero che è fatto di tasselli, ciascuno dei quali rappresenta o una persona o un impegno o un determinato momento in determinato luogo, in deter-minate circostanze. Un pensiero che rispunta spesso conficcando la sua punta nelle più riposte fibre del mio essere. Davvero il cuore dell’uomo è profondo. Se tenessi presente questa verità sarei meno oppresso dalle contingenze e soprattutto dalle apparenze. Hai ragione, o Cristo, a farmi soffrire così, di sofferenza d’anima. Ma stammi vicino, ché non mi disanimi in questo torchio.  (p.306)

22 Marzo 1984

Le campane suonano per il povero padre Pietro. Alle dieci avrà luogo il funerale. Anche il padre Pietro è diventato ormai un ricordo, un’immagine, un libro chiuso. In quel libro (non m’è possibile indicarne le pagine e il capitolo) si trovano anche le confessioni che, con i miei compagni di studio e di vita, gli recavamo settimanalmente, partendo da S. Elena, a Venezia, vestiti interamente da frati Servi di Maria, come drappello di neri avventurieri, dagli scapolari svolazzanti: tra urti di tonache si giungeva alla chiesa del Sacro Cuore. Eravamo molto giovani allora, e giovane era il padre Pietro. Che sia accolto nel ciclo, il povero padre Sella, e corra, sgambetti, si muova celere, come una volta, intorno al trono dell’Altissimo, senza fare le cerimonie e gli inchini e i gesti rituali e le riverenze accattivanti di cui era maestro nella sua qualità-indole di cerimoniere, no: la tua cerimonia, padre Sella, sia genuina e irreprimibile effusione della gioia che deriva dall’essere entrato nel tempo di Dio, cioè nell’eterno Amore che fiorisce senza mai sfiorire. Pietro, ricordati di me. Oggi il Vangelo parla del ricco epulone e del povero Lazzaro. Anche il ricco epulone sarà salvo per la benevolenza usata nei confronti dei suoi cinque fratelli? Non è vero padre Pietro? (p.307)

23 Marzo 1984

Mi tuffo. Voglio tuffarmi nella Tua infinita misericordia. Non vale a salvarmi, ogni momento, che questa Tua infinita misericordia. Sono sospinto al largo fino a perdere di vista le rive rassicuranti della Tua Grazia. Sono piccolo e debole. Una barchetta leggera che è gioco anche per le più lievi ondate. Non Ti rimprovero di nulla come tante volte sono tentato di fare. Anzi, Ti ringrazio perché sei grande e i Tuoi disegni non possono essere i miei, i Tuoi mezzi non sono quelli di cui mi varrei per il mio viaggio pieno di insidie. Ti ringrazio perché sei grande… cosa farei se non ci fosse un Grande accanto a me? Padre, Ti ho offerto anche oggi Tuo Figlio, assieme alla mia miseria, assieme ai miei gemiti, assieme ai gemiti di tutte le persone che mi stanno nell’anima. Padre, perdona la moltitudine dei miei peccati. E dammi la gioia. (p.307)

24-25 Marzo 1984

Annunciazione. Il Verbo si è fatto carne. Anche la mia persona è parola di Dio incarnata. Una parola diversa per e in ognuno di noi. La Vergine è lì che non sa neppure Lei come vedere il mistero che sta realizzandosi nel suo ventre. Possibile! Dio si fa Uomo! Niente è impossibile per Lui. Ma il prodigio di Elisabetta non è nulla a confronto di ciò che avviene nel ventre di Maria e ciò che avviene nel cielo e nel mondo, nella creazione. Dio è anche uomo, Cristo è Dio ma anche uomo. Soltanto Dio è capace di queste meraviglie che sconvolgono non solo le leggi naturali e umane, ma sconvolgono anche la divinità che si fa creatura. Dio capovolto, l’uomo capovolto. Il Tutto che si fa creatura e la creatura che si fa Tutto. (p.308)

26 Marzo 1984

Vedermi veramente come sono nell’anima, è una cosa da far tremare. Infatti tremo. Possibile che quel “cosa può farmi l’uomo”  non entri come antidoto ai miei timori, alle mie angosce, angosce che provengono dagli uomini? Non credo che provengano da Dio. Le angosce che provengono da Dio sono angosce che portano con sé riposo. Ti prego, Signore, volgi lo sguardo per la miliardesima volta su di me, penetrante fino alle viscere dell’anima, purificante fino alle reni del cuore. Mostrami il Tuo volto, perché il volto degli uomini ridesta paure e soggezione, paura e soggezioni che travolgono tutto, che inducono a dire ciò che non sento e non penso, a deformare la verità, a falsarmi. (p.308)

27 Marzo 1984

Tanta confusione in me. Confusione che si riflette e si rispecchia su quanto vedo e penso. È la mia croce. E sia. Ma questa Udine mi pesa come una montagna. Però la strada si aprirà ed è già aperta dalla mano benedetta del Padre. Sia benedetta sempre quella mano che mi regge e mi guida, raccogliendo nel suo cavo le perle della mia timidezza, che stanno al posto delle cose grandi che potrebbero stare nelle mie possibilità. (p.308)

28 Marzo 1984

Oggi abbiamo avuto riunione in basilica, a livello provinciale. Ho detto anch’io la mia. Ma le mie sono sempre cose generiche, idee delle quali mi nutro lasciando che la vita scorra come scorre. Solo dentro di me ritroverei l’ardire di mettere in atto ciò che contiene l’idea. Ho visto Camillo, ho parlato molto attentamente con lui. È stato come accostarmi e sporgermi per un attimo alle rive d’un vasto passato, che sa tanto di passato sui nostri volti.
(p.308)

29 Marzo 1984

Troppa consapevolezza! Non pretendere di essere profeta. Se lo desideri, sei un falso profeta. Vedi di non fissare quello che fai perché ti trovi in luogo troppo adatto a mostrarti. Dio non si vede, eppure fa tutto Lui. Nessuno s’avvede, per dir così, che è Lui che fa germinare c maturare. Guàrdati dal compiacimento. Guàrdati da quello che fai di bene, è più pericoloso per te godere della tua rettitudine, è più pericoloso questo che aver commesso qualcosa che dimostri la tua nullità. Prova a godere della disistima, dei pregiudizi degli altri. Sei capace? Prova. (p.309)

30 Marzo 1984

Tu sei abituato a questo capriccioso e bambinesco sentire e volere del cuore umano e particolarmente del cuore del tuo servo Albino, figlio della tua Serva Maria. Se avviene qualcosa che ferma tutto, allora vuol dire che la tua volontà era ed è quella anteriore alla mia impacciata decisione. Se tu ti servi anche di queste indecise decisioni vuol dire che sei veramente quello di cui dice la Scrittura e dicono i santi e credo pure io: che Tu ti prendi cura del misero e del povero e perfino del soffio che è la vita dell’uomo. Oggi c’è il sole. Te lo dono tutto tutto. Ed è Tuo. (p.309)

31 Marzo 1984

Aiutami! Sono a terra. Ti canto il salmo più triste del breviario. Sono stanchissimo. Sono tristissimo. È soffocamento d’anima. E il corpo è una vela tesa dolorosamente. Il sole è degli altri.  (p.309)

1-2-3 Aprile 1984

Giorni di attesa della decisione del provinciale di mandarmi a Udine. È inspiegabile una tensione di tale intensità e durata. Sono come sospeso a molti metri d’altezza, come uno che cammina bilanciandosi su un filo metallico.  (p.309)

4 Aprile 1984

Buon compleanno. I giorni passano velocissimi, s’addensano in anni. Gli anni comprimono con vari tipi di pesi. 68 anni. Più vado innanzi e più mi sento crescere dentro il desiderio di morire.  (p.309)

5 Aprile 1984

Piove. Padre Lorenzo è più triste del solito. Depressione che riallaccio con un filo di non depressione in direzione del cielo. Ho scritto a mia nipote Monia. Mi fa pena la sua giovinezza perché ha tanti anni da tessere e da stessere. E quante cose si debbono tessere nella vita! La vita ora mi appare inondata di parole, di ripetizione. Tutto si ripete, in forme nuove, in forme vecchie che si presentano come nuove perché dimenticate: rispolverate, si presentano come nuove.  (p.310)

7 Aprile 1984

Cielo molto chiuso. lo lo trovo minaccioso. Ho pensiero preoccupato per Danilo. Signore, tutto il giorno TI invoco, Ti levo il mio gemito. È gemito di uno che è stanco di vivere, di covare paure, di difendersi. Io continuo a offrirti questo stato d’animo, persisto nel chiederti quanto forse non è lecito chiedere perché non rientra nella Tua volontà. E può essere che la mia preghiera si volga in gemito perché è una preghiera che vuole cocciutamente ciò che chiede smettendo di essere preghiera silenziosa e umile. Parlo con Te perché non ho con chi poter parlare amichevolmente. L’amicizia, come Tu sai, è molto rara a questi tempi. Ricordati di Danilo. (p.310)

9 Aprile 1984

Vieni, rimani, rimani con me, con l’amicizia, con l’amore che usi spesso con chi Ti invoca, cercandoti e amandoti. Ricòrdati di Danilo e ricòrdati della famiglia di Danilo: Carla, Laura, Lorena. (p.310)

10 Aprile 1984

Sono stato a trovare Danilo al Policlinico di Verona. Comincia la passione. (p.310)

26 Aprile 1984

Padre Lorenzo è qui, in mezzo alla mia stanza: è l’uomo angustiato e afflitto. Nel confronto che ricavo è che la sua situazione, i suoi affanni, non sono superiori ai miei e che volentieri ne farei il cambio. Padre Lorenzo, ci attende il cielo che assorbirà tutto come un aspirapolvere, tutti i nostri guai. (p.310)

29 Aprile 1984

Stendi su di noi la Tua misericordia, siamo nelle Tue mani. Donaci di sentirci nelle Tue mani, donaci di sentire che le Tue mani sono mani di padre. Donaci di essere a Te riconoscenti in ogni momento, anche nell’ora della
prova. Donaci di riconoscere nella sofferenza un  atto di amore a verso di Te e di condivisione della Tua sofferenza. Donaci di riconoscere nella sofferenza e nelle angustie la migliore delle preghiere che a Te innalziamo, e che il minimo di angustia ci procurerà una gioia immensa. Donaci che quest’ora così dura si apra a conforto e in bene per tutti noi. (p.310)

8 Maggio 1984

Pioggia di maggio che bagna sentimenti già inzuppati di acque malate. Ho sempre davanti l’Ospedale di Borgo Roma a Verona, ho davanti il viso dolente di Danilo, quelli di Claudia e di Carla. Faticosa speranza la nostra. Ricomparirà il sole su queste attese estenuanti? (p.311)

10 Maggio 1984

Piove. Maggio s’è ritirato in cielo, sotto le nubi, o sopra le nubi. La Scrittura insiste sui temi: pane del cielo; la mia carne è vita per il mondo: chi crede avrà la vita eterna. Via via che entra nell’anima la realtà della vita eterna, la presente si rende vuota. È promessa incredibile quella che ci fa Gesù. Occorre però crederci per averla, la Vita Eterna. Quanta acqua ha inzuppato la terra e la strada che calco ogni mattina. Pare non finire questa realtà d’acqua di terra, di strada che non sono poi altro che segni materializzati dall’acqua dalla terra dalla strada che schiudono il cuore a incontrarsi davanti all’Eterno che tutto contiene. (p.311)

15 Maggio 1984

Claudia è partita per Assisi. Francesco l’accoglierà ad Assisi con un suo nascosto e misterioso sorriso, il sorriso incomprensibile, impenetrabile dei santi.Sono povero di fede. La fede è un germe che il Signore sa trattare in modo da farlo germinare. Il Signore lavora sulla nostra vita con il Suo scalpello: sono solchi crudeli, sono graffi sul volto della nostra anima. E bisogna credere. Però il credere non e un voler credere, ma è una volontà ferrea che ha origine dai chiodi ferrei che Lo inchiodano e ci inchiodano. (p.311)

16 Maggio 1984

La realtà che sale da dietro le cose… Una cosa è la cosa, un’altra cosa è quella che si nasconde o riluce dalla cosa stessa. Si dice che la creazione è lì per parlarci del Creatore, e che è lì per la nostra gioia. Sarà vero. Ma quando le angustie ti tormentano e ti afferrano, la creazione con tutte le sue meraviglie rimane estranea alle tue situazioni. (p.311)

17 Maggio 1984

Oggi sono stato a Verona. Ho portato a casa dall’ospedale Danilo. Bisogna ancora sperare? Sto attraversando qualcosa come fuoco e spine. (p.311)

25 Maggio 1984

E ora incomincia un’altra pagina, è faticoso come cominciare un libro.
E allora? L’aria il sole il profumo si arrestano alla finestra. La mia camera è densa di nulla il vuoto la gonfia. Ci sono scoppi nel cuore e buchi nell’anima oscurità di visioni nella mente. Le cose stanno in presenza beffarda.
(p.311)

26 Maggio 1984

Continuo a pregare. Alla base ci vuole umiltà e abbandono. Dire di aver fede è un rischio tremendo, è un’illusione che può trasformarsi in delusione ad ogni più piccolo intoppo. Non c’è mai fede sufficiente. Quando può essere sufficiente? Se ne avessi un granello, Danilo sarebbe guarito e io sarei più sicuro di averne un granello per ottenere quello che chiedo, cioè averne sempre un granello. La preghiera viva, continua, incessante, fa diventare nostra la volontà di Dio e di Dio la volontà nostra. (p.312)

30 Maggio 1984

Più la presenza fisica di Cristo si riduce, e più la nostra fede diventa trasparente e spirituale. Come la presenza di Cristo nell’Eucarestia che si riduce a velo leggerissimo, per cui la nostra fede deve scoprire la sua presenza senza l’aiuto dei sensi e perciò diventa spirituale e pertanto più sicura e concreta. La fede spirituale non può ingannarsi, mentre quella fondata sui sensi può subire la mutevolezza, l’opacità, l’insicurezza dei sensi. (p.313)

4 Giugno 1984

È piovuto la notte scorsa. Stamane il sole sembra intenzionato a rimuovere dal cielo le nuvolaglie, residuo del temporale notturno. Le cose che ho in cuore vorrei che fossero prosciugate come le erbe che grondano acqua. È tempo di rinnovare il cuore con pensieri che innalzano, con sentimenti che alleviano la realtà e la trascendono. È duro dare l’avvio ad un’altra giornata, a una settimana che, più di altre, nasconde imprevisti e imprevedibilità. È giugno, molte cose terminano in giugno. Anche la mia vita inutile può aver termine in giugno.
(p.313)

5 Giugno 1984

Padre Lorenzo è ritornato a letto. I dolori reumatici, secondo il medico. È venuto padre Sante a trovarmi. Ha l’aspetto di un bel pastore, robusto pastore di greggi. Mi ha ripescato nell’anima tanti bei ricordi di vita a Udine e a Culzei. Non abbiamo parlato di solitudine. Soltanto il nominare questa forma di esistenza scatena dentro di me la brama di andarmene in qualche luogo solitario. Dio mi perdoni. (p.313)

6 Luglio 1984

Egli solo può riportare la bonaccia in questa tempesta che sto attraversando. (p.313)

7 Luglio 1984

Il fiore è un attimo di gioia. La preghiera più gradita al Signore è quella che fiorisce dal lavoro. Essa è come i fiori che spuntano tra le erbe e co-prono di colori vivaci la pianura, le pietraie come quelle che ho visto pochi giorni fa in Carnia. (p.313)

22 Luglio 1984

Ora va meglio E tu, Gianni, dove sei? Come sei? Un dramma la tua vita. Un dramma anche la mia. E non sembra, non si vede. Il dramma è una vicenda interiore, fatta di cose interiori. Di elementi interiori che, a lungo insistere, si riflettono sul volto e nella taciturnità. Fa male il proprio dramma riflesso, rispecchiato sulla vita degli altri. (p.313)

23 Luglio 1984

Oggi sono risalito in Carnia, dalla sorella Vira. Mi trovo a Clavais. Sento che non scriverò nulla e che sarà tutto accumulato nell’interiore. E si farà cemento. (p.314)

24 Luglio 1984

Non ho scritto nulla. Cemento spirituale che si indurisce anzitempo creando crepe donde escono tanti serpentelli nervosi. Inquietudine, frutto anche di preoccupazioni per Danilo e Claudia. (p.314)

25 Luglio 1984

Il mio cuore, tornando dalla Carnia, emette cigolii di porte che sbattono. (p.314)

26 Luglio 1984

Riandando mentalmente ai giorni passati in Carnia, sofferti in Carnia volti cari, cari visi… quanto desiderio di poesia! Poter cantare! Quanto desiderio di preghiera! Poter pregare! Pregare con quella voce, con quei pensieri, con quella sofferenza, con quei gemiti, con quella fede che ho scoperto e percepito tra la mia povera gente. Attimi che arrestano il tempo, creano frammenti preziosi di tempo, di spazio, di fisico, di metafisico, di fluido, come il cielo di certi mattini E Tu percepisci fino in fondo tutti e ognuno, tutto e ogni frammento, conti il numero delle stelle, enumeri le gocce di pioggia sui campi, le bolle d’acqua nel canale. Frammenti del tutto nell’unità del tutto. Eterna la Tua misericordia. (p.314)

27 Luglio 1984

Le campane ogni mattina, verso le otto, si svegliano. È uno stormo di suoni, di ali che spiegano verso le valli in ascesa. Claudio, il tuo sorriso, sormontato dai baffetti, mi ricompare un po’ mesto. Sei pensieroso? E le tue figlioline incantevoli? Monia e Leila?  (p.314)

28 Luglio 1984

Gli eventi scorrono sulla mia schiena. Chi li può arrestare? Ognuno fa, vivendo il momento e l’impegno cui è legato. (p.314)

29 Luglio 1984

Ho scritto stamane una lettera a p Lino. Ho cercato le parole migliori per fargli capire che il dramma in spagnolo sui Sette Fondatori non è affatto drammatico e che perciò non vale la pena tradurlo. Ma di questo non sono del tutto convinto. P. Lino capirà che un elemento disinvogliante è la mia pigrizia, oppure la mia reale incapacità di affrontare un lavoro simile. Ecco qui un esempio di perplessità nel giudicarmi. Comunque sono cose che devo lasciar perdere per non perdermi in vani rimorsi e in sensi dí colpa che mi rendono nervoso. (p.315)

30 Luglio 1984

I giorni passano silenziosamente. Anche la mia preghiera per Danilo silenziosa, è un soffio, è nebbiolina che gravita sullo specchio dell’anima che è un paesaggio muto ai confini del mondo. Se avessi la tua fede, Gra-disca, potrei sorridere come te anche nella tribolazione, nell’ansia, nel rimorso continuo che mi strugge. Rimorso per quello che sono, per quello che penso; del mio non saper accettare, del mio rifiutare, del respingere con il mio sguardo annoiato. li canto se n’è andato, m’è rimasta la parola attaccata al palato, parola che rientra, si ritira nel fondo della caverna del cuore. È notte dello spirito questa? Oppure è dramma in luce crepuscolare che prolunga le ombre sulle sabbie dei sentimenti? (p.315)

2 Agosto 1984

Sono le sei del pomeriggio. P. Lorenzo mi è dietro le spalle… e Tu sei dentro di me che mi ispiri calma e serena visione. Danilo! Come stai? Soffri come due mesi fa? Forse con minor speranza e quindi con maggior tenebra e peso nella mente e sul cuore. Tempi tenebrosi, così tenebrosamente profondi da aver sapore di Eterno, da mettere vertigini al cervello. (p.315)

6 Agosto 1984

Oggi Danilo verrà ricoverato all’ospedale di Borgo Trento per essere operato al lato sinistro della faccia, alla mascella e al collo dové si sono formati due duroni. Signore, non sfigurare troppo il volto di Danilo che è già ridotto in volto di servo sofferente di Jahvé. Ancora si spera e speriamo che sia speranza entro la Tua speranza.
(p.315)

7 Agosto 1984

Signore aiutami alla pazienza: la mia fede è a pecorelle, come le nubi di questo mattino. Mi dà tanta pena l’anima delle persone che vengono qui a confessarsi. E perché non sono capace di rasserenarle. Se ne vanno con il peso con cui sono entrate. Ma forse la Comunione genererà in loro quanto qui doveva essere generato, e maturerà quanto qui è stato seminato. (p.315)

8 Agosto 1984

È venuto a confessarsi un sacerdote, frate. E venuto. Ed è stata una grazia per me. Una grazia grande perché mi ha fatto provare un’altra volta la dolcezza del perdono. È come un aprirsi di luce dall’alto. È come essere inondati di aria nuova e fresca, capace di sollevarsi e cullare, mutandoti nel suo elemento. (p.316)

9 Agosto 1984

Soltanto la tristezza sale dal fondo dell’essere, tristezza sobillata da situazioni di persona soprattutto. Ho scritto a Claudia, ho telefonato a Ludaria, ho pensato e ripensato alla vita eterna, ho fatto giudizi e scatti nervosi, ho fatto paragoni risentiti. Ho vissuto più al naturale che al soprannaturale.  (p.316)

10 Agosto 1984

San Lorenzo. Penso alla chiesetta di Clavais con nostalgia e rimpianto. Penso che anche dal paradiso avrò sguardi di rimpianto per quella chiesetta che condensa una serie lunghissima e vivacissima di momenti legati all’essenziale. Padre Lorenzo in testa. La cucina è una cucina di sberci e strilli. Durerà finché il Signore vorrà.
(p.316)

11 Agosto 1984

Un pensiero a Lui, un pensiero che sia l’inizio di un ritorno continuato alla Sua presenza, che fa diventare d’oro tutto. (p.316)

12 Agosto 1984

Amen. Danilo è come l’Eterno vuole.

19 Settembre 1984

Taia! Siamo qui. In un bosch Bandiit tutto interiore. Rami, tronchi, acque che si infrangono tra i sassi e le rocce. Erbe severe e acerbe come i pensieri e i sentimenti di queste ore così dense di attese, di speranze, di… È un convoglio di pensieri, di cose interiori che non sono definibili. Niente è definibile di quanto passa nell’anima in questi momenti. Il tempo lenisce… Sì, non il tempo profano, filosofico, materiale, tempo che bisogna vivere o ammazzare, ma il tempo quale “presenza di Dio nello spazio”, cioè Dio nelle cose che passano, che si consumano e che Dio stesso consuma con il Suo essere eternità inconsumabile. Il tempo è la mano di Dio che lenisce le ferite, i dolori umani, riallacciandoli nella Sua eternità. È allora che il dolore finisce, è lenito, ha significato lieto e gioioso. (p.316)

21 Settembre 1984

Che cosa devo scrivere, Taia? Prega mentre scrivo. Suona mezzodì a Monte Serico. Sulle ali del suono della campana colloco le mie impressioni del trovarmi assieme a Taia. Impressioni che si sperdono nell’aria, appunto come lo squillo della campana. Una delle impressioni, o considerazioni, è che oggi ricorre il compleanno di Taia.
39 anni. Ma che significato aggiunge alla vita il giorno del compleanno? Sento Taia come una bambina che si apre alla vita con una particolare tinta d’alito e di spirito. È proprio così. Una bambina ricoperta di una nuova spiritualità fatta di desiderio ardente di infinito, di cose infinite. Il Signore le è vicino, è dentro di lei in modo tranquillo. Penso che il Signore si trovi tranquillo a pensare che io mi trovo così tranquillo soltanto a starle vicino. Taia! Pensiamo a Danilo guardandolo, osservandolo attraverso il cristallo della volontà, della Grazia di Dio. Tutto passa, anzi corre, e tutto verrà lenito. Noi pensiamo al lenire della sofferenza di Danilo e nostra, mentre dovremmo pensare alla vita che ci va preparando la sofferenza. Vita piena. Assoluta. Non c’è confronto…Taia! I rami del bosch Bandiit sferzano il volto, per tenerci desti e preparati a fare il salto. Taia bambina, lascia che Lui pensi in te e parli in te. Taia, ci rivedremo. Ringraziamo il Signore che ci ha accompagnati fino a questo punto della strada che sfocia nell’Eterno. È un punto. È un punto santo, santificato dalla Sua presenza che vedo farsi tenerezza di bambina in te, Taia. (p.317)

1 Ottobre 1984

Insomma, Claudia, Taia, parliamo; e Lui è lì che ci ascolta. È bello tutto questo, tutta questa povertà di creatura che si volge verso… È vero. Siamo piccoli, piccoli soprattutto nei riguardi di ciò che ci tocca nel cuore. Che cos’è che ti tocca nel cuore in questo tempo? È la condizione di Danilo. Che è una condizione migliore della nostra. Non ci credi? È veramente migliore. Tu lo sai perché. E io lo so perché. Perché il tempo fa sentire le cose, le vicende nel tempo e non nell’Eterno che è lì a un palmo che ci ingoia, o è sul punto di ingoiarci nel suo mistero meraviglioso e dolcissimo. Abbiamo timore che ci vengano sottratti i limiti e la palizzata entro la quale si muove tutto il nostro essere, pensare e agire, e prevedere. Ma, Signore, perché non mi prendi e così tutto è finito? Invece tutto è ricominciato con una prospettiva diversa, cioè non controllata da limiti o conoscenze teologiche, ma dall’Essere che non è altro che Amore. Ma non vogliamo capire, nemmeno teologicamente, che siamo, nuotiamo, nell’Amore. Un Amore che non è finito, determinato nelle situazioni che, umanamente considerate, potrebbero significare non Amore, ma un Amore che va oltre, va oltre ma non senza di noi, va oltre trascinando anche noi in quell’Oltre. Taia! Occorre sentirci dentro di Lui che è tutto il diverso che noi ci immaginiamo. Taia, ti parlo in momenti poco esaltanti umanamente, però è vero che bisogna vedere con occhi e cuore diversi, perché Lui è diverso. E il diverso che è Lui è la verità, è la realtà, è il suo regno, è la vita eterna. Taia! Teologia e preghiera significano studiare. Significano scoprire i Suoi disegni di amore in ogni creatura. È difficile la teologia perché è difficile scoprire tutti quei disegni di Amore. Sarà sempre più difficile, se vogliamo dare alla Sua azione i nostri paradigmi e la nostra intelligenza. (p.318)

5 Ottobre 1984

Mattina. Un pensiero come semente di altri pensieri che devono seguirlo festeggiandolo, per tutto il giorno. Se non sono nuovi non sono festosi, i pensieri. Però il loro carattere festoso viene da Lui, non da me, ossia, viene anche da me in quanto ritengo la Sua presenza come una luce sempre nuova e quindi festosa. Se non possiedo questo senso spirituale che è fede — che Egli per me sia il sole che sorge in me ogni momento, allora il pensiero non è più festoso, risente di tramonto, perché Lui non si fa sole, aurora e novità. Però è Lui che ti porge continuamente questa sensibilità e questa percezione del Suo essere sole, aurora e novità. Dunque non rimane che pregare ringraziando. Pregare dal profondo del cuore, riconoscendo attraverso l’annullamento — che vuol dire rinunzia a essere qualcosa — che sono piccolo È una piccolezza che bisogna conquistare. A quale prezzo! Ma a quale prezzo, Taia! Si diventa piccoli ogni volta che ci troviamo, o Egli ci pone, in situazioni così dure da farci scricchiolare il cuore e l’anima. È allora che ci rendiamo conto che piccoli siamo, e questa coscienza della nostra piccolezza penetra, si diffonde in tutto l’essere, si fa seconda natura, diventa elemento dell’umiltà. Ci sentiamo soltanto creature che nulla possono o nulla sanno se non che Lui è tutto. Ma è un sapere non di intelligenza, è un sapere che è sapere spirituale, dell’essere nel suo autentico essere. Ma a quale prezzo! (p.318)

6 Ottobre 1984

In un primo tempo il dolore offusca l’anima. L’anima appare appannata come un cristallo a contatto con il freddo esterno. Poi, lentamente, si chiarisce e ridiventa trasparente e lucido. E così, Taia, che il momento che  vivi, che viviamo, un momento di prova, genera nell’anima questo condensarsi di emozioni, tale che pare, a un certo punto, nascondere i senti-menti e le convinzioni dì fede, e le proposte di abbandono. Ma è un momento purificante, per te, per me, per tutti quelli che vengono toccati dall’ora della prova. E per Danilo? Il Signore gli vuole bene più che mai; noi nella sua grande sofferenza dobbiamo scoprire il volto e il cuore sofferente di Gesù, il cuore trafitto di Maria. In Loro ogni attimo di patimento è prezioso e salutare spiritualmente. Dirai che è difficile accettare concludendo tutto con questa consolazione, perché se la consolazione viene dalla fede, a sua volta la fede non è facile possederla: occorre pregare per averla, e umiliare noi stessi. (p.319)

7 Ottobre 1984

E allora oggi è un altro giorno, che è continuazione di ieri, della giornata di ieri. Abbiamo riposato la notte e ci siamo destati alla luce È stata un’interruzione? Lui è vissuto, ha amato mentre noi dormivamo. Si vede che è sufficiente che Egli viva e che la Sua vita, che è esclusivamente amore, non abbia interruzione, così il tutto raggiunge la sua pienezza e non ha bisogno di noi. Senonché, nel Suo piano di amore e nella Sua vita, che è amore, ha voluto includere anche il nostro, il quale non è vero che si interrompe, che abbia una sospensione durante la notte, no, perché il cuore vigila perché Egli vigila e ama per noi e in noi mentre dormiamo. Dipende dalla intensità di amore accolto, non rifiutato durante le ore di luce e di attività. Il cuore che è rimasto in attività tutto il giorno fa sì che questa attività si prolunghi in maniera diversa durante il sonno. E se non c’è è diventato contegno di amore.  (p.319)

8 Ottobre 1984

Eccomi, Signore, con Tata, a dirti grazie di tutto anche di quello che tu vedi e sai che è amaro per la nostra vita; amaro che amareggia il cuore, l’anima, i pensieri e perfino lo sguardo. Sì, anche lo sguardo. Grazie di tutto, Signore, grazie, perché ciò che permetti e ci doni è espressione del tuo Amore, un Amore che nasconde ogni dolcezza e fa sentire soltanto l’amarezza e con questo non significa che tu non ami, ma vuol dire che ci lavori talmente in profondità da condurci avanti e renderci capaci di portare con te la croce, fino al punto più alto della montagna dove la croce, dove l’amarezza muta natura per diventare dolcezza e luce. Non ci sono altre vie per arrivare a questa cima? Sì, ci sono altre vie ma tutte sono segnate da passaggi attraverso la croce. Se non fosse vero tutto questo non l’avresti affrontato e portata anche tu; se tutto questo non fosse vero, sarebbe vero il contrario, e cioè che tu sei un povero infelice, privo di speranza e spoglio di ogni possibilità di redimersi e di donare gioia. Tu invece sei il padrone della gioia del cuore dell’uomo e possiedi tutte le vie per le quali noi possiamo arrivare a possederla; e se Tu avessi a disposizione vie più sicure ed efficaci per raggiungere la gioia, saresti il primo a disporci su queste vie. Ma si vede che questa è la più adatta allo scopo. Taia è andata ad accompagnare Carla da Danilo. Ritornerà fra poco. Ho mandato dietro a loro S. Giuseppe e l’angelo loro custode. S. Giuseppe farà silenziosa compagnia a Danilo, ma gli darà anche conforto perché S. Giuseppe è un uomo che capisce la sofferenza silenziosa di Danilo, e quando si capisce si è già un conforto per coloro che penano. S. Giuseppe riporterà tutto ciò che vede, riporterà tutto, silenziosamente, a Gesù e a Maria e li inviterà, li pregherà di prendere una decisione di quelle che soltanto loro sanno. Taia, alza la testa, non curvarla come uno che non ha speranza, quella speranza che apre l’orizzonte ristretto e triste di questo mondo. Siamo, ci troviamo nell’imbuto, però — e questo è fondamentale — l’imbuto è di Dio, quindi è come passare attraverso le strette di Dio, come trovarci nella stretta forte della Sua mano benedetta. In questa stretta ora si trova Danilo. Cerchiamo di vederla così la situazione. Situazione che si vorrebbe terminasse, ma la mano di Dio è mano di Dio Padre. Tra le dita di quella benedetta Mano bisogna passare come la farina. Dunque non solo piccoli ma niente bisogna essere. Con i nostri sbuffi non facciamo che offuscare e appannare la freschezza del nostro credo.

Ci rivedremo, Taia, domani al telefono verso le 13. Mi raccomando di essere serva della volontà di Dio, figlia del Suo amore, sorella dei Suoi capricciosi disegni.(p.320)

9 Ottobre 1984

Confessionale. Taia, come stai? E Danilo? Perseveriamo nella fede con abbandono nella bontà del Signore che in questo tempo intende purificarci, purificare la nostra fede per stringerci più saldamente al Suo Cuore e al Suo destino di sofferenza e di Resurrezione. Sta contenta, Taia Egli sta rendendoti abile a seguirlo a Gerusalemme e a seguirlo sul Tabor. Lo affermava anche Pietro. Però il Tabor è ancora più luminoso se lo saliamo dopo essere usciti dalla prova, dalla caligine di noi stessi, e da tutti quegli impedimenti e difficoltà che portiamo in noi e troviamo fuori di noi. Sono rami del bosch Bandiit che ti sferzano il volto, Taia. Ma bisogna proseguire, come quel giorno tra le ombre del bosco, ombre trapassate ogni tanto da raggi di sole, anche spezzate e cancellate, qua e là, da chiazze di luce. Taia, ora mi viene in mente di raccomandarti di essere docile nell’accettare le cure di cui hai realmente bisogno specie in questo periodo travagliato. Accettare in umiltà le medicine, come ha fatto varv’Alvin  in seguito alle insistenze di Taia. Una prova di accettazione della nostra piccolezza anche il prendere le me-dicine. È una situazione di imbuto. Non è niente ma esige da parte nostra molto spirito di inferiorità — spirito, non complesso di inferiorità — Taia! Giovedì parti per Assisi. Francesco ti accoglierà tutto contento che tu e io abbiamo iniziata un’esperienza all’insegna della croce. Vai. Ma non portarti dietro lo sciame di impressioni che accrescono e dilatano la tua emozione. Butta tutto in Lui. Sono brandelli di noi stessi che Lui riceve in dono, come dono. Di questi brandelli Egli ne fa una corona che non marcirà, le cui rose, i cui fiori ritroveremo freschi e profumati per l’Eternità. Non devi sentirti abbandonata e maltrattata da Lui. Varv’Alvin ti sta vicino e ti stringe con affetto paterno e fraterno. Il Signore non è geloso di questo affetto, anzi, lo approva perché è un riflesso del Suo che è infinitamente più intenso di quello di varv’Alvin. Tutt’al più dovrei io essere geloso di Lui… Quando ti troverai in treno ricordami, sentimi vicino a guardare assieme la terra, i prati, i ponti, i paesini che scivolano via come il tempo e le belle cose che il Signore ha disseminato nel mondo E non rattristarti. Il Signore aiuta chi confida in Lui ed è vicino a chi ha il cuore affranto. (p.321)

10 Ottobre 1984

Taia, il Padre che è nei cieli e in tutti gli esseri e nel nostro cuore, e nel nostro sangue, e nei nostri pensieri, e nelle nostre sofferenze, che imbeve tutto e tutti di Sé, ci ama, ama Danilo, ama Taia e varv’Alvin. Ma sul serio, AMA! Ne ho avuto prova stamattina, quando, al presiedere la concelebrazione, mi ero proposto di non fare il pensierino alla comunità, ma quando ero lì, pensai a quelle parole del Vangelo: “non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.”  Allora mi sono rinfrancato e, sotto dettatura, ho parlato. Mettiamo Danìlo con tutto lo stato di sofferenza che lo opprime, mettiamolo con fede e fiducia nel cuore del Padre Celeste, cuore grande come il mondo, cuore in cui sono scritte tutte le vite e le vicende di ognuno di noi, e non solo scritte, ma vissute e rese canto che durerà per l’Eternità. Sembra, in certi momenti, che così non sia, che sia una fantasia, un’immaginazione troppo splendida e irreale, ma il Padre Celeste è grande, è immenso, e Gli sono facili le realizzazioni delle Sue promesse. Papà e mamma, nonno e nonna sono immersi in questa beatitudine che in terra pareva promessa irrealizzabile. Anche la sorpresa che avremo in morte sarà beatitudine che durerà per i secoli eterni. Consolàti da questa speranza andiamo avanti. Andiamo verso Assisi, per ora. È un viaggio che ha delle somiglianze con quello verso il cielo. Taia, voglio accompagnarti fino ad Assisi. L’orario dei treni è quello trascritto nel foglio che conservi in questa agenda. Anche Danilo ti accompagna. Cerca di sentirtelo vicino non nelle forme, negli aspetti di sofferente e dolorante, ma ogni tanto cerca di immaginartelo in compagnia di papà e mamma, tutto meravigliato di aver terminato il viaggio così difficile e ingrato e di aver trovato finalmente quello che cercava inconsciamente. Ti accompagno fino ad Assisi e ti sono vicino in tutte le tue paure e meticolosità. Il ritorno, il rivedere le consorelle ti sarà motivo dì emozione e forse anche di lacrime. Francesco le raccolga come una medicina sedativa per Danilo. Mi saluti le suore, e sr. Rosa Rita e sr. Santina. Mi saluti Francesco sorridente perché questa volta sta cogliendo una messe abbondante di grazie che, come il vino, ha torchiato dal cuore della neoprofessa. Egli è felice perché possiede perfetta conoscenza del valore della sofferenza e dei frutti squisiti che essa produce. Anche Taia ora è più matura, è svezzata (“Vi ho dato da bere latte,…”). Anche varv’ Alvin ha imparato e continua a imparare e a far tesoro della lezione, lezione francescana, ma anche mariana. La notte scorsa la mia mente ritornava continuamente a quelle parole di Maria. “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, addolorati, ti cercavamo!” Egli rispose loro tranquillamente: “Ma perché mi cercavate? Non sapevate che io mi devo occupare delle cose del Padre mio?”. Essi pero non compresero ciò che aveva loro detto» Maria e Giuseppe, stupiti, delusi, pensierosi, ritornano con Gesù a Nazareth. Quante cose noi non comprendiamo. Taia, e tuttavia bisogna portare con noi Gesù, il Gesù incomprensibile, che sarà poi il Gesù incompreso pur dando tutto se stesso per noi.
Domani Taia parte per Assisi e varv’Alvin con lei. Lascia qui un pochino di cuore come radice del vivere di qui in avanti. È un insegnamento questo mese che sei stata vicino a Danilo, un insegnamento che ti servirà per la vita che ti rimane ancora da vivere. Alle 6,20 partenza da Verona Porta Nuova. Varv’Alvin ti sta accanto. E tutti quelli che sono in cielo. Sei abbastanza in compagnia? Taia, il tuo sorriso sono le lacrime. Non bisogna far sentire agli altri che si piange. (p.323)

11 Ottobre 1984

Oggi un pensierino. Naturalmente diretto a Lui che sta guardandoci in attesa di un atto che venga dal cuore, cioè dal centro della nostra persona, dall’intimo, poiché Egli fissa il suo sguardo — del cuore — non al nostro esteriore, ma nel profondo, alla radice, da dove devono partire anche le cose cosiddette esteriori. Allora le cose esteriori, invece di uscire da noi, rientrano, per ripartire rivestite di sostanza del cuore — fede, speranza, carità — rese lucide da quella gioia che compenetra tutto, anche il brutto o il meno brutto, che si agita dentro di noi e che spesso trova una via d’uscita rivelandosi all’esterno. La pace che Egli ci dona rimane sempre in noi, in profondità, in tale profondità che pare alle volte non esista, se il nostro centrale interesse è e rimane il Suo volto. In questi giorni non ho avuto tempo e animo disponibile per tracciare un pensierino al giorno: è un compito non facile: può diventare facile se lo Spirito mi tiene desto e se il mio animo o la mia volontà si lasciano da Lui muovere con docilità. Ciò non sempre può avvenire dati i condizionamenti della natura umana. È provvidenziale, però, anche questo modo di comportamento Suo e anche mio o nostro. Cosa succederebbe in noi se Egli ci trovasse sempre disponibili e attenti? Verrebbe a mancare nel Suo amore il nostro amore, cioè quella qualità del nostro amore consistente nello stimolarlo e nella fatica di ascoltarlo e seguirlo. Ecco il pen-sierino di questa mattina. Ho terminato di concelebrare e nella concelebrazione continuo, devo continuare a offrire il mio sacrificio assieme al Suo, immenso e drammatico; il mio, esiguo e meschino. È drammatico anche il ritrovarci, il sentirci così meschini. Il mio piccolo dramma unito al Suo. Ma credo che Lui gongoli anche di questa pochezza perché se noi siamo povertà la sua ricchezza risplende maggiormente. (p.323)

13 Ottobre 1984

Non è mattino. È pomeriggio. Il tono che ha iniziato la giornata pare continui inalterato. Non importa definire. È importante solo andare mattina e sera, sera e notte, senza calcoli, senza misure, senza sapere. Ci rendiamo conto del respiro che ci nutre e ci mantiene in vita? Ebbene l’amore vero è simile al respiro. Se si arresta viene a mancare la vita. Dalla finestra aperta entrano il profumo dell’uva e il giallo che ha già incominciato a tingere i filari delle viti. Tante foglie si staccano danzando nell’aria. Hanno vissuto. Ma non è la fine. Ritorneranno a fiorire ancora, la vite e gli alberi. È tutto Grazia. Che bello! E se Egli si stancasse di creare e ricreare? La primavera è lontana ma in certo senso è dentro l’oscillare delle foglie perché il Suo amore è eterno e se è eterno si nasconde e si rivela e si conserva in ogni momento e in ogni forma che sono determinati nel tempo ma che si sottraggono al tempo per via dell’Eterno che li muove, li conserva, li nutre. È tutto gioco del Suo amore. morire che è rinascere, vive-re che è morire per rinascere. (p.324)

14 Ottobre 1984

È Domenica. È tutto Grazia. È tutto una Grazia nella Sua presenza. La Sua presenza è come l’aria che non si vede ma che è necessaria alla vita. È come la legge di gravità che seguiamo inconsciamente. La risposta a questa Sua presenza è data dall’atto di conoscenza, di attenzione da parte nostra. Che ragionamenti da teologo; esattezza teologica! Anche oggi lacrime o pupille inumidite. Basta così per oggi. Permettiamo che parli Lui. Lasciamolo parlare e noi intanto impariamo a dargli ascolto, giacché non sempre il Suo linguaggio è comprensibile, e non per Sua incomprensibilità ma per nostra disattenzione e impreparazione. (p.324)

15 Ottobre 1984

Come avviene che lo Spirito prega per noi con gemiti indescrivibili?  Avviene nell’ambito dell’Amore Divino, che è nominato da noi molto spesso ma che non e conosciuto, se non viene manifestato dall’Amore Divino. È un gioco di parole? È un gioco del Suo essere Amore. È un gioco del misterioso Amore. Avvolto nel mistero, l’Amore si comporta in maniera così libera e spontanea da sfuggire al nostro sguardo spirituale. È vertiginoso quell’Amore. Ti prende o ti lascia con la stessa facilità, senza rendersi conto di cambiare. Siamo noi che cambiamo. Non cresce, non diminuisce. Siamo noi soggetti a questa legge. La contemplazione porta a immobilizzarci in quell’Amore che non ha bisogno di movimento, di aspirazione, di tensione per dirsi ed essere Amore. Amore che è e che racchiude tutta la vita, vita, la Sua, che è Amore diffuso nei nostri cuori. E perciò ci conosce e ci pone in preghiera, preghiera che è gemito. Perché gemito? (p.324)

16 Ottobre 1984

Il sole ridesta e fa ardere i colori delle foglie che diventano segno di un morire che non è finire, non è conclusione, ma è un dischiudere di annunzi. Gli alberi sono in contemplazione. La contemplazione brucia alle-gramente la nostra anima, che si fa colore, si fa foglia fragile e umile che si stacca e danza nell’universo. È il silenzio della foglia che stamattina mi colpisce. Più si fa silenzio e ci si abbandona nella contemplazione, e più si diventa accesi di Lui. Al di sopra dei pini severi nel loro verde intatto, più lontano si dispiegano le chiome di altri alberi dai colori saltellanti. È un canto nel silenzio dei campi. E un canto silenzioso per chi? È Lui che se lo procura quel canto. Non sono fantasie. Se così non fosse, che significato avrebbe tutta questa sagra di colori che ardono e ci insegnano ad ardere? Non si sono visti né sentiti uccelli stamattina. Non vogliono gustare il canto dei colori. Ti ringrazio, Signore!  (p.325)

17 Ottobre 1984

Oggi ha lavorato soltanto Lui con il Suo peso. Non ho potuto raggiungerlo. Mi è sempre sfuggito. Al Suo posto fantasmi e voli di sentimenti. Senso grave di grave piccolezza. Il nulla di me stesso, nulla relegato a volte nel deserto per congiungermi con cio che non abbia sapore di nulla. Signore, eccomi qui. Ma Tu dove sei? Eppure vorrei amarti. Voglio amarti. Pur sentendomi incapace e indegno. Ma so di fingere parlandoti a questo modo: conosco che anche questi modi di sentirti o non sentirti sono amore per Te. Quante parole inutili Ti vado ripetendo! Parole che potrebbero essere risparmiate trasformandole in pensiero puro e semplice di Te. Le parole sono contorno superfluo. Le nostre. Non la Tua. La Tua e luce che penetra, non fa rumore, fa male perché penetrando rompe e perfora crudelmente il negativo, il contrapposto che riscontra in me. Sarà sempre così? Fino a quando? (p.325)

18 Ottobre 1984

Non mi sono mosso. Soltanto nello spirito. Trovo continuamente novità dentro e fuori di me. Sembro tranquillo. Ogni tanto increspature create dall’ansia che a sua volta è frutto di compassione per Danilo. Devo riflettere e scrutare con animo più desto le vicende che mi accompagnano in questo periodo, come del resto dovrei essere sempre più attento nel cogliere il significato di tutto; omnia si dice in latino per dire il tutto, e ha un suono più accogliente, e abbraccia ogni cosa visibile e invisibile. Tutto ha un significato diverso da quello che noi diamo al momento, e forse superficialmente, in modo affrettato e immaturo. Dio è rilevabile in ogni cosa e accadimento, soltanto che occorre imboccare la strada giusta per incontrarlo. Bisogna avere la testa libera da distrazioni e metterla nel cuore, nello spirito, perché ogni cosa conduce così allo spirituale, all’invisibile. (p.326)

19 Ottobre 1984

Stamattina ho vagato per i campi: prato, bosco, siepi. Ho raccolto funghi, ho assaggiato frutti dal sapore condensato di primavera, di estate e di autunno; sapori che salutano il sapore del tempo e dicono addio. Sa-pore che ti induce a pensare all’Eterno, a quel sapore che sa di casa del Padre, dell’Amore del Padre, colmo di varietà, di dolcezza. Ieri sera mi hai telefonato cosa che in quel momento mi pareva importante, ora non sembra tale. Ha maggiore importanza una foglia, una piccola foglia che cade, che si stacca come un nulla dal ramo ormai spoglio, che tutto il resto del mondo. E non sono foglie anche le nostre parole? (E foglie a volte rumorose). E i nostri pensieri? Fumo Quante foglie al mio passare sono cadute? Eppure: “non si muove foglia che Dio non voglia”. L’ho pensato, però, tra queste foglie che finiscono di essere irrequiete. Mi insegnano a essere quieto soltanto in Lui. Per terra, sorridenti per terra. Sull’albero non sorridevano. Ridevano un po’ scioccamente. Ora sorridono d’amore, al suolo. (p.326)

20 Ottobre 1984

Che sia contento di noi? Di te sì, anche se ogni tanto le vicende della Casa di Cura ti disturbano e ti mettono nell’anima aria dispettosa o amarezza o acidità. È contento perché nota che l’ultimo strato dell’anima Gli appartiene come riposante giardino. In fondo ci si sente amareggiati dalle cose che rumoreggiano e dalle situazioni che ci distraggono dal quieto, o meglio, dall’intensa attenzione a Lui,che occupa e regna nell’ultimo strato dell’anima; strato che, pur essendo ultimo, sostiene tutto il resto dell’anima, affiorando, a Volte, alla sua superficie. Avviene questo quando sentiamo di volare, di essere trasportati sulle ali dell’amore Suo… Come una volta. Allora si assapora in minima parte ciò che Egli è, e come è penetrante, violenta, cieca, arrogante, dolce la Sua azione. Questo che sto dicendo è preghiera? Lui la ritiene tale. Allora ho pregato in questa pagina e tu leggendola hai pregato con me. Che il discorso non termini qui, segua lo scorrere della giornata, e sia Sua tutta la giornata. (p.326)

21 Ottobre 1984

Non ho molto da comunicarti. Nulla di comunicabile. Tutto è dentro che attende la maturazione da parte Sua. È una maturazione che si stabilisce come cosa stabile, mentre continua come il crescere di ogni essere vivente. Possiamo tacere, possiamo perfino fare a meno di pensare, eppure la maturazione avviene, nel segreto. Che cosa non è segreto se guardiamo a ciò che Lui fa? Ciò che Lui fa è sempre segreto, nascosto, riservato; a noi alle volte succede di scoprirlo, sembra di scoprirlo, invece non è che la scoperta del lato più superficiale del Suo manifestarsi; il reale e vero Suo agire, il Suo reale comportamento rimane nel segreto dei suoi penetrali. È a quell’occulto che occorre pensare, è quel nascosto che occorre aspettare, non come evidente ma come al di là di ogni aspettativa, di ogni calcolo È bello che Egli sia fatto così com’è e non come noi lo vorremmo. Il raffreddore mi ha condotto per questi sentieri.  (p.327)

22 Ottobre 1984

Cosa vuol dire “arricchirsi” davanti a Dio? È nell’ultima frase del Vangelo di oggi. (Lc 12, 13 – 21). Se volgo lo sguardo al passato, mi sono arricchito? Sono arricchito di povertà, perché una volta non avevo la percezione di essere lontano, invece ora mi sento lontano da Lui nel senso che c’è un’immensa sproporzione tra me e Lui. Forse la ricchezza consiste nel sentire e soffrire questa sproporzione che cresce a misura che Egli si fa conoscere. Non c’è altro modo di diventare ricchi davanti a Lui. Infatti se Egli non si manifesta o non lo cerchi con curiosità prima e poi con amore, ti sembra di essere abbastanza ricco perché osservi la regola, la legge, ti senti buono, ma è una ricchezza fasulla, è una illusione. Mentre, quando lo hai trovato, tutto è alla rovescia: sei povero, ma ugualmente e proporzionatamente alla tua povertà sei ricco perché l’hai trovato, e trovandolo riconosci la tua piccolezza, e la tua precedente ricchezza viene confusa e arrossisce. (p.327)

23 Ottobre 1984

Il Signore l’accompagni. È una preghiera di raccomandazione che non è superflua perché serve a sottolineare che il Signore realmente segue tutti, ognuno; ci accompagna con amore perché in noi c’è la traccia del Suo amore, di Se stesso. Che bello! Che bello essere amati senza sapere di essere amati. Che bello a un certo momento, un bel giorno, accorgersi di essere stati amati e di continuare ad essere amati! È come un meraviglioso risveglio. E per Lui questo è naturale, è spontaneità del Suo essere amore e basta. Non è altro. Noi Lo pensiamo diverso da quello che è, un diverso che deriva dalle nostre piccole misure. Non consideriamo mai abbastanza questo Suo esistere condizionato dall’amore. È davvero condizionato dall’Amore, talmente da trovarsi incapace di agire, di comportarsi al di fuori di questo amore condizionante. La teologia insegna in questi termini? (p.328)

24 Ottobre 1984

Quante considerazioni razionali mi agitano, mi inquietano, dopo aver visto Danilo in quelle condizioni! Eppure: beato l’uomo che confida nel Signore!  Confidare nel Signore fino alla fine, cioè fin dove la ragione non ti dà una risposta. Oltre quel limite c’è la fede, c’è il confidare. Se non ci fosse un limite alla ragione, se per ogni evento avessimo subito pronta una risposta, non ci sarebbe posto per la fede e per il confidare. Non avrebbe giustificazione l’esistenza di Lui, nella sua incomprensibilità amabile, allettante. “Beato l’uomo che confida nel Signore”. E come tutti i discorsi che si fanno con Lui devono avere per base la rinuncia e l’annullamento, eccoci qui a sbucciare la nostra persona, le nostre convinzioni, il nostro essere e fare; eccoci a sterrare per dissotterrare il nulla che siamo, un nulla che di positivo non ha che la coscienza di essere nulla di fronte al tutto. Ed è una grazia che libera e ci pone in relazione con Lui. Relativi. Tanto è vero che se Lui non fosse Tutto noi non saremmo Nulla. (p.328)

30 Ottobre 1984

Plandeai
Siamo arrivati quassù: Taia e varv’Alvin. Nel cuore rimane, riposa Danilo. Riposa veramente nella pace di questi due cuori, nei quali egli ora può comodamente, tranquillamente, serenamente dipanare tutti i suoi anni, le sue giornate vissute e cantate spensieratamente sotto l’azzurro fondo che si distende sopra di noi come per proteggerci in gioia sconfinata. A sinistra si eleva il monte Talm sul quale sta calando un sole lucentissimo. Sulla destra si erge il monte Coglians, pallidissimo, trasparente, leggero come un nuvola investita dal sole. Lo fisso con commozione (anche Taia lo fissa e lo interroga). Danilo vive ora così per l’eternità, investito, imbevuto del sole immortale di Dio. Penso, pensiamo a Olimpia e a Celso. Tutto questo bello meraviglioso è niente a confronto del bello che essi vivono lassù, un bello meraviglioso che ha avuto un sussulto al sopraggiungere di Danilo che non vede l’ora di distribuirlo a noi e a tutte le persone con le quali condivideva sempre la sua piccola ma genuina e mite gioia. Grazie, Danilo, di questa giornata! Di questo bicchierino di gioia che ci offri! “Ce po!”.
(p.328)

8 Novembre 1984

Taia! Siamo stati alla Madonna del Frassino, abbiamo pregato, celebrato l’Eucarestia, abbiamo pensato… pensato e sofferto forse senza saperlo. Sofferto il meraviglioso che è la vita, sentita cercando di viverla come Egli vorrebbe, cioè con Lui. E qui c’è tutto. C’è anche quello che ti scriverò ad Assisi dopo la tua partenza che avverrà domani mattina. Taia, ti sono vicino ogni momento, perché ogni momento a Lui sono vicino e aggrappato. Non tormentarti per i nulla quando il tutto ti sovrasta e ti interroga, quando il tutto ti ama. Ricòrdati che è questo il senso positivo e costruttivo, più vitale di dar vita alla nostra vita, sentire il Suo amore che previene ogni nostro tentativo di essere noi, così e così, preziosi e graditi a Lui. È Lui che ci rende a Lui graditi. Che bella libertà! Non ho altro compito, impegno, commissione studio, che quello di penetrarmi continuamente della convinzione che Lui mi vuol bene. Trovati, Taia, altro impegno più benefico, giusto. Allora domani te ne vai. Ma non te ne vai. c’è molto da dire, da parlare, da vivere, ma sempre in direzione Sua. Ti accompagno, lo sai, con l’anima. Fai tutto per Lui, anche il viaggio. (p.329)

1985

6 Gennaio 1985

I Re dall’Oriente. Gli stracci che siamo e che Gesù piccolo raccoglie e ricuce e ricompone per farsi un vestitino da indossare in luogo del suo manto regale. E ci insegna a ricucire i nostri stracci per farne qualcosa come il suo. Vestito da poveri. Non importa: è capanna la sua casa. È vestito di paglia. Alito di bove, è il tuo alito alito di questo mondo, alito di bocca corrosa dal vino, dal fumo, alito di nafta di corpi bruciati dal freddo arsi di freddo. Non importa. Vivere con Te, la capanna è reggia, e l’essere soli sospinge alla capanna perché tutto il resto è teatro e commedia, vivere soli. Soli uniti in unità che perdona come vuoi Tu. (p.333)

7 Gennaio 1985

Che cosa dirò. Se Tu non mi parli. Se io non so ascoltarti, se le cose si frappongono fra me e Te e tranciano i fili di comunione. Ricominciare. Forse ora. Ricominciare il tratto di strada che pare impraticabile quando l’amore è un fatto più vero perché nascosto e inesistente al mio sentire, il tratto dì strada che Tu hai tracciato sulla geografia della mia anima che rimane gelata nel consueto scorrere delle ore non nuove, non vive, immobili nell’essere tempo che attende oltre tempo non dissimile. Ti divertono queste chiacchiere? Chiacchiere che trattengono la variazione di nuovi rinnovati rapporti, sentiti nell’anima e accolti come vita Tua. L’annientamento è questo? Il non riconoscerlo è più reale. Non suona il cuore. È la notte del Natale nel cuore di Maria. È il silenzio di pietra della grotta della Natività. Luci, riflessi rispondono dalle pareti inumidite. Anche i Magi se ne vanno per altre strade. La Tua strada è sempre l’altra. Se sono triste rinnovi Tu un pochino questa cenere. È sufficiente un lieve soffio del tuo cuore. (p.334)

8 Gennaio 1985

Neve che riflette e si impregna di vita. Ogni falda un pensiero antico che si rinnova. E vorrei fosse ogni fiocco una piccola parte di cuore per Te. Lo dico ora per ieri. Ieri avevo la preoccupazione della macchina che mi attanagliava e il mio essere in opposizione alla persona che mi stava accanto. Era opposizione radicale perché non avevo potere di parlare francamente, di dire apertamente. Se dicevo qualcosa di vero quel qualcosa cadeva a terra sbriciolato come vetro o come ghiaccio. Accetto questa situazione? Se non sono capace di respingerla vuol dire che l’accetto. Sussurrami Tu come deve comportarmi con i miei sentimenti. Ho solo gran desiderio di finire la giornata perché non aggiunge nulla all’altra. Ma se il tempo è la Tua presenza nello spazio, la mia giornata sia la Tua presenza nello spazio. Ed è tutto. Non c’è nulla da aggiungere a questa Tua presenza nello spazio. (p.334)

9 Gennaio 1985

Lascio dunque al tempo la sua natura di presenza Tua. Se mi metto a fare qualcosa disturbo questa Tua presenza, leggerissima, impalpabile come il tempo, seppure influente, determinante. C’è un due spanne di neve che riposa tutt’intorno. La terra è bendata e sepolta. È come se la neve fosse una mano enorme e soffice che blocca la terra nei suoi rumori e nei suoi rumorosi colori. Quantunque i colori di questa stagione siano poco vivaci. Anche il suono delle campane viene smorzato. È una pausa di silenzio, un esercizio di silenzio e purità di pensieri. Ma sì! Tutto è Lui. I commenti sono farfalle di neve che depositate sulla neve si confondono con la neve senz’altra distinzione. Sia lodato anche sulla neve.  (p.334)

10 Gennaio 1985

Sono contento di Te. Credo che sia così perché oggi deve essere diverso da ieri. Eppure il sole fa sempre lo stesso giro e la neve non cambia colore. Il bianco contiene tutte le tinte. Così dicono. E continuano a dire come se le cose appartenessero a noi e non fossero Tue e di esse fai quello che vuoi. Come oggi fai sì che io sia contento perché Ti vedo meglio nel Tuo essere amore e misericordia e nel ritenere per convinzione che con-tieni tutti nel Tuo Cuore, o meglio tieni proteggi e stringi le Tue ali soprattutto su coloro che, come me, cercano di sfuggirti, però non in maniera di fuga ma di indifferenza, di mancanza di impegno, oppure per ignoranza, che è più facile. La sera si condensa in ombre sempre più isolate, determinate, e Tu lasci che allunghi la mano a diradare ciò che mi Ti nasconde. Il cuore è stanco. L’anima ha il gelo. La preghiera si materializza in parole per sentirsi preghiera. C’è il p. Lorenzo che parla già da più di un’ora. A 83 anni dove trova tanta anima e tanto fiato?  (p.335)

6 Febbraio 1985

M’è faticoso scrivere. Per scrivere occorre del materiale evidente, concreto. Guardandomi dentro non trovo oggetto descrivibile. È notte in ogni lato. Non è notte. È la notte. Rimane impercettibile sul fondo una punta di speranza. È speranza? Nella notte non si distingue con chiarezza. Tutto è vano. Se Lui c’è, la vacuità si dà un senso. Un’altra cosa che incontro nella notte: l’amaro dubbio di non saper voler bene a tutti e la paura che pulsa sul tamburo della coscienza con disordinato frastuono e tumulto. Veggo il sole seminascosto tra le nubi e il suo pallido posarsi sulla neve. Il mondo esiste in questo seppellimento del mio essere. Mi sento risucchiare dalla terra. È un me stesso a rovescio. Se penso a me stesso è per ripetermi di non distrarmi o per rimproverarmi amaramente di esser stato distratto. Amare? Una volta sola? Una volta che non deve finire in una volta. (p.335)

21 Febbraio 1985

Primo giovedì di Quaresima. Non ho nulla da dire. Il dialogo con Lui s’è fatto a pezzi. I cocci brillano di tanto in tanto sulla strada solitaria delle mie giornate, cocci di pensieri che si adoperano per staccarsi da terra ma rimangono cocci sparsi, dispersi. Pensieri di non so che preoccupazioni. È indefinito lo stato cosiddetto d’animo. Se cerco di definirlo lo indico come uno stato d’animo deluso.  Deluso di che? Di Lui? Però se Lui è tanto vivo nella mia vita da determinare questi momenti di sofferta interiorità, è segno che Egli è per me quella presenza che fa da sorgente, da base alla mia vita. Il freddo continua imperterrito, è come fosse l’inizio dell’inverno, un freddo giovane e vispo, dotato ancora della forza di stendere un velo di ghiaccio nelle pozzanghere e di mantenere intatta la croce sulla neve gelata. Fatti vedere, Signore, in questo febbraio lungo e tedioso. Di qui a un mese sarà primavera. La voglio anche ora, una primavera che Tu solo sai stendere sull’anima. Riconosco che piccole sono le cose, i motivi che mi fanno tremare e angosciare. Sarà l’età che riproduce l’animo di quand’ero bambino e fanciullo, quando ancora non mi conoscevo, quando ancora sentivo e supponevo d’essere come tutti, quando non coglievo le differenze di pensieri che mi distinguevano dai miei coetanei, e soprattutto la differenza di indole e temperamento. Ora queste cose si fanno problema. Problema fino a un certo limite. Si fanno piuttosto occasione di fede. Il coraggio che mi sempre mancato, la serenità che scoppiava in precise circostanze, me li devo ritrovare nella fede. Questo cammino è stato iniziato già da anni. È cammino erto di cui non si scorge la fine, se ne intravedono soltanto le curve e le balze. È un cammino che non è soltanto mio, è anche Suo, credo. Se non fosse anche Suo a questo punto o prima di questo punto avrei ceduto allo scoraggiamento e avrei piantato tutto. Un servizio che mi pesi lo compio per amore alla Vergine. In cambio Lei mi scioglierà dalle catene da cui mi sento legato, se così vuole suo Figlio. La sera è rasserenata, ha rasserenato l’animo mio che al momento si trova alleggerito di umanità. (p.336)

22 Febbraio 1985

Continua a pensare. Continua quel quotidiano lavoro mentale, spirituale, per tenerti in comunione con Lui. Se non pensi ti disperdi, se non pensi ti estranii e vai piluccando di cosa in cosa senza cogliere l’essenziale a cui rivolgere il tuo essere. Il mio essere. È mio? Dal momento che Egli afferma “…rinneghi se stesso”, indica che il me stesso è una realtà che possiedo e di cui posso fare quello che voglio. È un discorso questo che fila, fila con la ragione, sul filo della ragione, ma non sul filo che Lui ha agganciato al mio essere in modo da condurlo dove Egli vorrà. “Se uno vuol seguirmi”. È una finzione di volontà, se credo che sia Lui che muove e che conduce. “Prenda la sua croce…”. Eccomi qui: apro le braccia in ginocchio o in piedi e la croce è bell’e fatta. Croce composta del mio essere carne e ossa e spirito. Allora mi prendo la mia croce che sono io e mi porto vicino a Lui per sostenermi e camminare sempre in atteggiamento di croce. È così che bisogna fare? Chiediamolo a chi ne sa di più. Chi ne sa di più sono quelli che possono fissare con serenità e coraggio l’ombra della propria croce che li segue dappertutto. (p.337)

23 Febbraio 1985

Mi tocca seppellire pensieri che disturbano e formano nube di non conoscenza. Uno, due, tre. Sono in un primo momento distinti, poi si fanno massa. È nube che pesa, che offusca, che agita tenebre. Se penso all’età che ho, mi vergogno di essere ancora spiritualmente così fragile e irrequieto, instabile. Ho sul tavolo una poesia di padre Giulio Zini, che egli mi ha inviato dal Sud Africa. E una poesia genuina che nasce da elementi semplici, da quegli elementi che m’imbevevano di vita, la vita di molti anni fa. P. Giulio ha 82 anni. Penso al suo animo, pervaso di nostalgica poesia, agli anni vissuti assieme quando egli era mio insegnante d’Italiano. Si sente una vena di rimpianto. Sono le scintille di un cuore che ha sofferto in profondità. Il sole è quasi alto e solo ora mi sento consapevole che ci sia il sole. E che Lui ci sia l’ho sentito fin dal primo svegliarmi, quando l’ho messo sull’onda della mia giornata. Gli alberi. Gli uccelli. Il cielo nebuloso. La terra inzuppata d’acqua. La gente che entra, che esce. I pensieri che non trovano dove posarsi. Si posano con convinzione sugli steli delle parole che giungono al cuore ritmicamente: “Dio Padre di misericordia che ha riconciliato a sé il mondo…” È riconciliato? Sì, lo vuoi riconciliato con Te, Tu sei riconciliato fin dal principio con il mondo, sennò non lo avresti fatto. Ma le parole sono dirette a me che non arrivo mai a essere un riconciliato, neppure con me stesso. Però, quando Ti prego, ascolta la mia voce. Per Te è facilissimo riconciliarti e riconciliare perché Tu vedi tutto interamente, specie l’uomo: lo vedi, lo possiedi tutto intero, nel suo non essere nato, nel suo nascere, nel suo vivere, nel suo morire e nel suo vivere eterno. L’uomo possiede soltanto una parte di sé, quella passata che non gli interessa, quella presente di cui ha esagerata cura, e quella futura che schiva con la paura dell’ignoto, del mistero. Perché non dovrebbe comportarsi anche con il presente come si comporta con il futuro? Non è anche il presente avvolto di mistero? Un mistero che affascina, dovrebbe affascinare, poiché consiste tutto nel credere che Dio è Amore per tutti. Questo è un mistero che se aggredito con costante volontà di credere si scioglie in luce, si scioglie in beatitudine molto simile a quella promessa da quell’Amore irrequieto e impaziente che vorrebbe far assaporare nel tempo l’Eterno ineffabile. Così è. Così mi pare che avvenga e che sia in continuazione, senza sospensioni. Non si arresta l’Amore un momento. Se si sospendesse, tutto sarebbe nulla. Anche l’Amore non sarebbe che nulla, non sarebbe esistito se avesse da sospendersi, perché ciò che si sospende non può essere tutto l’esistere. Solo l’Amore è tutto l’esistere. Perciò bisogna credergli senza esitazione, anche se non si piega alla logica, alla ragione, perché se non ci pieghiamo nel credere, non possiamo credere di esistere, dato che il nostro esistere è atto del Suo Amore. Ma chi te lo dice che è atto del Suo Amore? Nessuno. Ossia, Lui. Ma se non lo dicesse sarebbe uguale. Perché il perché di tutto, anche del mio credere che sia così, è un atto del suo Amore. Dunque, pertanto, non è che si raggiunga con persuasione ragionata l’Amore: è, e basta. Non c’è altro da fare che mettersi in groppa a questo Amore e… via come il vento nell’Eternità. Che non è un luogo chissà dove: la portiamo dentro dove Lui l’ha nascosta e non la possiamo strappare né da dentro né da dosso. Se fosse a noi possibile strapparcela, annullarla, quanto spesso la nostra ignoranza si sarebbe messa all’opera! Perché l’ignoranza che consiste nel riporre tutto nei limiti della ragione, non può sopportare quello che essa non può, non è capace di abbracciare, e rifiuta tutto ciò che non sta dentro. Ma l’Amore sa questo Conosce questi comportamenti e ne ha pietà. Un altro comportamento che genera pietà stizzosa nell’Amore, è un’altra ignoranza, quella che si veste di sicurezza d’aver raggiunto (o meritato) l’Amore. È come un vaso che si gloria di traboccare dell’Amore quasi fosse sua proprietà personale, disdegnando i vasi che non traboccano.(p.338)

14 Marzo 1985

Mi passano continuamente per l’anima piccole paure, ma taglienti come rasoi. Non averlo amato. Non esserne capace. Non trovarmi nel vero ma nell’illusione. Non far calcolo delle mie mancanze. Non dedicarmi a co-noscere meglio me stesso. Non faccio nulla per essere perfetto. La perfezione è una di quelle paure che si suddividono e si diramano in altre paure come una sorgente che fuoriesce e si disperde in mille rigagnoli. Mi di-stendo sul letto e mi invadono parole e parole e discorsi e considerazioni che non mi toccano da seduto o in piedi. Ma poi tutto quel materiale si condensa in paura, ma non sottile come tutte le altre, bensì in paura op-pressiva, grande. Mi sembra di aver bussato alle porte della vita, della morte, alle porte dell’Eternità. E così mi tolgo dal letto. Però c’è il modo di difendermi da questo fatto sconosciuto, misterioso: come una giaculatoria, l’atto di amore. Che consiste in un aggrapparsi di tutto il tuo essere a Lui, pensando di credere che Lui è tutto e non c’è altro né prima, né dopo di Lui, né assieme a Lui che lo cancelli o lo diminuisca. Non spunta il sole. Eppure i prati si ricoprono di verde. È la stagione. Stagione che si assomiglia a quella interiore; si rinverdisce anche nel tempo e nei tempi che crediamo essere senza sole. Il sole è nascosto ma riscalda, infonde speranza. In fondo la speranza è il sentimento che infonde forza nel camminare anche in salita. Cercarlo, il sole. Bisogna cercarlo. Non Io trovi splendente, ma fa Io stesso. Accende la speranza come ha acceso questa nuova giornata pur non scoprendo il suo splendore. Oggi il sole matura senza dar a vedere che matura. Ti fa esercitare la pazienza, quella pazienza che è sostenuta dalla speranza, da quella speranza che costruisce dentro di noi un amore eterno che è come simbolo e figura dell’Amore Eterno vivo e vero, fatto per noi, esistente già per noi. Mentre scrivo così, il sole si accende un pochino, accende di luce il pavimento e della luce della speranza la mia anima. (p.339)

9 Maggio 1985

Assisi Alle Carceri. Che l’impegno di non essere ansiosa non si trasformi a sua volta in ansia. Un’altra volta alle Carceri. Fa freddo, benché sia maggio inoltrato. Questa volta le Carceri sono più deserte e selvagge, sono più vicine nel loro aspetto alla vera solitudine che deve contenere l’elemento selvaggio, ma non come negazione della delicatezza di modi e di sentimenti, ma come elemento che genera la semplicità e lo spogliamento, il distacco dal superfluo. Il selvaggio incute il timore di noi stessi, e generando questo timore di essere soli con noi stessi ci spinge verso l’Assoluto che è l’Amore spogliato da falsità, egoismi, inganni, sicurezze. Il selvaggio libera anche dalla parola intesa come pasticci o bisticcio di pensieri, il selvaggio ti carica della parola che è Verbo, che è silenzio nel quale risuona il Verbo e ogni forma di espressione del Verbo. Taia! Se avessimo la possibilità di trascorrere il tempo che trascorriamo nello studio o in altre occupazioni che sono diventate necessarie (perché la vita dell’uomo di oggi è fatta, o si è disfatta in tante provvisorietà essenzializzate), se potessimo uscire da quel groviglio di rami che sono le nostre astrazioni, immanenze, e ci lasciassimo condurre dal selvaggio, diverremmo più semplici e riconducibili alla Verità – Amore. È Lui che conduce, ma se non riusciamo a sentirci condotti dalla Sua conduzione, rimaniamo dei poveri illusi, illusi di aver agguantato e superato il problema che ci sfugge a nostra insaputa. Tutto è vita Sua, anche e soprattutto l’averci chiamati, perché se ci ha chiamati è solo perché, se non l’avesse fatto, non potremmo, non avremmo potuto amarlo, o non avremmo saputo ch’è necessario amarlo. Questo discorso è discorso di sita, d’ogni momento di vita ed è un discorso che non ha possibilità di fine se non al termine della vita temporale, ed è un discorso che continuerà sotto altra luce, a luce piena, nella Vita Eterna. Pertanto è un discorso da continuare, ma non può continuare se non è sostenuto, nutrito di silenzio e di solitudine: elementi che le Carceri ti offrono in sovrabbondanza, dementi che le carceri del tuo cuore ti offrono in sovrabbondanza, se apprezzi l’anima tua che è abitazione dello Spirito Santo che, come le colombe, rifugge dal cicaleccio e non invidia i lunghi e allegri dialoghi degli uccelli. Nel gemito delle colombe è riprodotto il gemito del nostro spirito che è spirito quanto più si sente tale. Non è vero? Noi siamo carne nella misura che la assecondiamo, siamo spirito nella misura che lo ascoltiamo e lo godiamo. Le orme che Francesco ha lasciato alle Carceri sono orme di spirito perché egli lo viveva e lo godeva. E sono orme di semplicità. Semplicità significa tutto viene da Dio, ma non perché noi lo am-mettiamo, ma perché è così, è verità. In verità, in verità vi dico…. (p.340)

10 Maggio 1985

Vicolo S. Andrea. Sono qui in procinto di partire per Verona, dopo tre giorni di riposo densificato in pensieri e sentimenti nuovi e rinnovati. Taia è così come me l’immaginavo. Sono state ore dense di rimembranze a vari livelli, ma mai staccati da quello che è il sottosuolo e il sopraelevato del nostro cammino che pare incominciato assieme e continuato in unità di anima. Mi spiace lasciarla, però la lascio in modo dimezzato dalla speranza di ritrovarla o di rivederla presto, e in salute, e in bontà, in maturazione di fede e d’unità con Lui. La lascio tra queste cose che parlano silenziosamente dì storia umana unita a quella divina: cornicioni e pareti istoriati da mano di artista, ispirati da questo cielo alla luce del quale Francesco è nato, è cresciuto, s’e trasformato in amante di Dio. Pensavo ieri che Francesco fosse stato trasformato in quello che era per l’intervento anche di questo paesaggio mite: viti, colli, montagne d’argento. L’oro ve lo ha messo il Creatore nel cuore di Francesco. E così sarà anche per Taia. Danilo è presente: silenzioso come è sempre stato e forse anche meno silenzioso di quanto era. Perché? Perché e ora che sa e conosce tutto, mentre prima conosceva un frammento di mondo: e gli bastava. Il Signore però, Lui solo, sa quanto si addice alla gioia di ognuno. Ed è questo il senso della vita e della morte: sorpresa. Ciao, Taia! Un’altra volta ti saprò scrivere meglio, perché questi non sono i momenti più atti a cogliere i sentimenti che ora si spandono per l’aria come foglie che si cercano per ricongiungersi sul ramo dal quale sono rimaste staccate per ossigenarsi: come Claudia, che è una foglia che tremola sulla punta dell’ulivo che si incontra salendo alle Carceri. Varv’Alvin. (p.340)

20 Agosto 1985

Sono partito con Taia, Remo, Fina e Carla verso destinazione imprecisa. Il carico umano della macchina era al completo. I pensieri, molto diversi da persona a persona, sfiltravano dai finestrini, andando a collocarsi lungo
la svariata vegetazione ai bordi della strada, o rimanevano galleggianti nell’aria, nel vortice dell’aria aperto dalla macchina in corsa, oppure come spruzzi d’argento rimanevano attaccati, quasi ornamento, sui muri di cemento ai lati della strada. Abbiamo preso per Piano D’Arta, per Paluzza, per Timau. Ossario, Crocifisso mastodontico del paesino di Timau. Infine, con una certa esitazione, ci siamo messi sulla strada che porta al passo Monte Croce Carnico, con una leggera speranza nel cuore di valicare il confine. Il nome di Taia risuonava di tanto in tanto lungo il percorso. Il Signore volle che le frontiere si aprissero anche per noi, sebbene Taia non fosse in possesso della carta d’identità. L’Austria naturalmente apparve più bella, più pulita, più ordinata dell’Italia. Taia e tutti noi eravamo estasiati dalle chiesette ridenti e serene che spuntavano dai prati d’un verde tenero e accogliente. Maria Luggau finalmente apparve. Cuore gonfio, animo pieno, straripante di storia e di ricordi. Ho messo tutto ai piedi della Madonna di Luggau che avevo pregato ancora a sette anni, senza la coscienza di pregarla davvero. L’ho pregata anche per quella volta, con coscienza che abbracciava 59 anni di vita. Ho celebrato e nella celebrazione ho rovesciato tutte le intenzioni di noi presenti, e dei presenti invisibili: mio fratello del quale ricorre l’anniversario di morte precisamente oggi, mio padre, mia madre, Olimpia, Danilo. Particolare risonanza hanno avuto le intenzioni di Taia che diceva di non aver saputo pregare. Quando sappiamo veramente pregare? Taia! Sai perché ti è parso di non aver pregato? Perché tutto in te pregava ed eri preghiera, senza sapere di esserlo. Hai capito? Hai capito che le cose migliori che il Signore trova in noi sono quelle inconsapevoli? Occorre fare tanti anni di teologia per venire a scoprire questo essenziale del vivere dei figli di Dio? E non c’era più foto da scattare al ritorno: eppure chiesette, casette ricoperte di fiori e gerani, mucche sparse per la campagna, e scorci meravigliosi di cime e boschi non mancavano. Taia, porta tutto proiettato sulle pareti della tua anima, e ringrazia che ti sia donata un’altra giornata che ti rianima e ti ridona ossigeno per riprendere un anno di lavoro che deve essere intercalato da questi paesaggi: riflettono la bellezza sconfinata del Signore che si rivela docilmente nel verde dei prati, nelle macchie nere dei boschi, nello splendore delle cime, nelle trasparenze cristalline delle crete che ti infondono nei sensi e nell’essere la sensazione di fusione con esse, perché nella loro maestosità viene prodotta quell’attrazione misteriosa che il Si-gnore possiede nei nostri riguardi e che trasmette alla sua creazione, creazione che ci avvolge e coinvolge perché in essa è Lui. Taia! Un puntino di tristezza pungeva durante questa giornata la tua allegrezza, ed era la preoccupazione di non aver piu tempo a disposizione per parlare con var-v’Alvin. (p.341)

21 Agosto 1985

Giornata dono anche oggi. Con Taia su, sulla strada che porta a Piani Vas. Consigli e confessioni lungo il cammino. Giunti ai Piani Vas, silenzio. Taia non parlava più. Era un silenzio-parola-preghiera-ritorno-rumore di presenze invisibili, confusione di emozioni, confusione però armoniosa. Non può essere che armoniosa. Il Signore infonde armonia dappertutto. Ho fame. Le acque parsimoniose ti offrono la loro frescura e perfino il loro profumo. È un profumo tinto di vita vissuta… quanti anni fa? Eh, molti. Eppure c’è sempre lì forte e vivo il motivo di ringraziare il Signore. Anche di ciò che è avvenuto tra le lacrime. Ora quelle lacrime sono lavacro dissetante e ripulente, anzi rinverdente. Taia! I luoghi che pestiamo si sorprendono della nostra presenza e si mettono in atteggiamento di benvenuto. Ma… è così tutto inselvaggito! I volti cari affiorano e spuntano dal groviglio di erbe e piante e ci dicono di un mondo sempreverde fatto d’aria, di sole e di piante che nascono e crescono in continuazione perenne. Sono sicuro. È una preghiera di abbandono a bellezze indefinite ed eterne, sicure, garantite. È una preghiera di fede. Ingramulins, ma prima Siérolos, Pecòlos, nomi che richiamano lontani lembi di vita tanto amati e ricordati. Ma ti voglio dire, Taia, che sono anche questi lembi di vita che al presente ci fanno storia, preziosi e cari perché sono dono e ci ricollegano con gioia e pace a quelli lontani e non solo: ci ricollegano a quelli venturi e a quelli nei quali vivono quei nostri visi familiari che non scambierebbero il loro stato attuale con il nostro attuale. Ecco qui, Taia, un’altra preghiera di fede. Lassù in cielo sarà ricostruito l’Ingramulins della nostra infanzia con tutti i particolari più dolci e affettuosi di cui è punteggiata. Il male più non esisterà, né la paura del male, e neppure queste erbe troppo alte e stanche di solitudine e nemmeno l’odore di salame affumicato. Guardo Taia, e mi viene da ridere al pensare che deve partire presto per Roma. Mi viene da ridere e piangere… è una bambina, di quelle più piccole e meravigliate, che si sorprendono per un ramo che si muove nel vento, per i licheni che vestono i tronchi dei larici, per il suono musicale dell’aria che quassù è compagna e amica. Taia vorrebbe salire più su, lo so, e mi spiace non poterla accontentare. Saliremo un’altra volta più su portandoci con la macchina fino a Piani Vas e di lì su ai piedi del Tuglia. Ce’ Taia! E poi un giorno saliremo più su, oltre ogni limite, al di là di ogni altezza. Taia! Taia!  (p.342)

22 Agosto 1985

Casera Razzo È un’altra giornata, che incominciamo a vivere circondati da montagne e crete che ci fanno corona. Altezza 1800. Non si può che pregare con parole e pensieri di meraviglia e stupore. Qui non si può essere cattivi. La cattiveria se esistesse a queste altezze e in queste distese di bellezza sarebbe un’enormità, una profanazione sacrilega. Ci siamo sparsi sui prati che portano l’impronta delle mucche che hanno pascolato fino a pochi giorni fa. Le voci di Fina, di Remo, di Carla risuonano limpide nell’aria limpida e salgono nel cielo sereno. Taia è andata a mirtilli, però il suo essere è tutto nello sguardo rivolto e fisso alle crete che vorrebbe raggiungere e toccare. C’è solo da benedire il Signore con questo sole, con le guglie di cristallo, con le erbe umili e forti, con gli abeti che a questa altezza restano piccoli o si fanno piccoli per permettere al cielo di inondare tutto questo silenzio che penetra nell’anima e la apre alla preghiera. Ho fame. (p.343)

15 Settembre 1985

Beata Maria Vergine Addolorata. Festa dei dolori di Maria. Com’è possibile una festa dei dolori? Questa domanda me la son posta per lungo tempo, suggerita dal tipo di particolari preghiere che mia madre congegnava a scadenze fisse, aprendo un libro di devozioni, sgualcito, logoro, rattoppato e tenuto assieme con abili ricuciture e sode incollature. Da quel libretto, composto più di santini che di pagine vere e proprie, sporgevano ora l’immaginetta di S. Antonio, ora quella del Crocifisso, qualche volta il viso del Sacro Cuore o le dodici stelle della Madonna, e altri moltissimi segni che indicavano i punti di riferimento o l’itinerario che seguiva la mente orante di mia madre. Avevo notato in quel libro di preghiere un’immaginetta della Madonna di Luggau, molto simile a un’immagine più grande, in cornice, appesa alla parete della camera. Era la figura della Vergine avvolta in un manto tutto fregi e fiori stupendi, che la ricopriva tutta, fino al mento, mentre al centro del manto, all’altezza delle ginocchia dell’Addolorata, spiccava il corpo benedetto di Gesù morto. Era l’Addolorata di Luggau, in Austria. Così mi spiegava mia madre. Io non avevo mai immaginato, o non ci avevo fatto caso, che la Madonna avesse sofferto sul serio. Un santuario dedicato alla Vergine Addolorata nel quale oggi si festeg-giano questi dolori, si trova appunto nel paesino di Luggau, in Carinzia, a circa 25 chilometri da Rigolato, chilometri di montagna molto tormentata.
Il paesino di Luggau, dal giorno della scoperta dei dolori di Maria, mi si mise nell’animo come un sogno da raggiungere, perché poi venni a sapere che molti, ogni anno, facevano pellegrinaggio al santuario. Erano gruppi di donne, uomini, giovani e qualche fanciullo. Anche per me fanciullo giunse quel giorno. Una camminata di circa 10 ore. Ricordi ora lucidi, ora confusi emergono dalla memoria di quel mio primo pellegrinaggio a Luggau. Si partiva verso la mezzanotte. C’era la luna, grande, silenziosa come mai l’avevo trovata, che invadeva tutto di silenzio. Il passo del gruppetto di pellegrini pareva scivolare sul sussurro dell’Ave Maria. Non si poteva dir altro, per ora. Eravamo pellegrini. Ogni altro discorso sarebbe stato profano. Avrebbe profanato un rito che iniziava sotto il segno del dolore di Maria. Eravamo non so in quanti. Il nostro gruppetto di tanto in tanto ingrossava unendosi ad altri gruppi di altri paesi. E via così, senza tante cerimonie, però tutti attenti a non scalfire, con banalità, il momento sacro dell’avvio. Avvio sotto la luna, sotto lo sguardo pensoso dei monti, lambendo l’ombra profonda dei boschi, mentre le ultime case del paese, con tristezza, ci lasciavano partire. Era il religioso che affiorava in ognuno con rispettoso riserbo, con dignità. Non ho mai sentito crearmisi dentro il sacro come quella notte. Le Ave Marie si frammischiavano all’alitare fragoroso delle acque del Degano. E c’era la luna. Lo stradone da Rigolato a Forni Avoltri pareva un lenzuolo bianco che scompariva, si scomponeva alle curve della strada per ricomparire più in là macchiato dalle ombre irrequiete dei rami che creavano sul piano della strada figure bizzarre; mostruose, come di fauci di cani, di draghi, profili beffardi di cornuti diavoli. Terminati due o tre Rosari incominciavano i racconti: ricordi, memorie di tempi passati, di antenati, di morti che si potevano incontrare sulle pareti rocciose prima di arrivare a Luggau. Forni Avoltri, Pierabek, Cava di Monte Avanza, Malga Balutos, Clevo di Meeser: qui luogo di pausa. Riprendevano i racconti da brivido: dannati, apparizioni di anime purganti; rumori stranissimi che provenivano dalle forre dei monti, stridore di catene di dannati che risalivano da torrentacci. La fantasia si empiva di orrori e io mi stringevo alle sottane fatte a ombrellone di mia madre. Poi riprendeva il Rosario. E allora scompariva il terrestre e il sotterraneo orrido e l’Ave Maria rialzava la mente a cose celesti oppure a cose terrestri ma protette e accarezzate dall’Ave Maria. Fleons Bassa, Fleons Alta: un’altra pausa ben meritata. Qui finalmente ci si dava alla polenta e al formaggio, al latte, finivano gli stridori di catena, e l’aria intrisa di ombre stravaganti si ripuliva alle prime luci dell’alba. Si prendeva il sentiero che portava al confine. Le Ave Marie ora guizzavano e trillavano, per il cielo argentato. Cinque del mattino. Il sentiero scendeva fino a raggiungere la località di Veranos (avvolta da una fiaba fosca). Da Veranos si scendeva per una mulattiera, attraverso boschi di conifere e di faggi, e sereni pascoli. Poi il ponticello sul fiumicello Gail. Si risaliva piano piano fino a raggiungere i primi campi di Luggau, a orzo e segala. Si camminava ancora fra stalle, capitelli, passando accanto a grossi crocifissi dal grazioso vasetto di fiori ai piedi, fino al punto da cui si poteva finalmente pescare la punta del campanile del santuario di Luggau. Ed era gioia indescrivibile. Erano le quattro del pomeriggio. Un canto che non finiva ai piedi dell’altare della Madonna di Luggau. Un piatto di minestra d’orzo alla sera. Mi rimane ancora chiaro il ricordo dell’ospitalità di quella gente: offrivano col cuore ciò che poteva alleviare la nostra stanchezza. La mattina, Messa grande, durante la quale fissavo lungamente la statuina, in alto sull’altar maggiore: la statuetta della Madonna dei dolori, inondata di luce, dai luccicori dell’artistica pala dell’altare. E luci e canti e volto sereno, dolce, come di bambina, della Madonna Addolorata. Quanto sono belli e festosi dolori della Madonna! Mi son detto. Fossero così i dolori di mia madre, e di tutte quelle donne vestite di nera sottana fino alle caviglie, cinte di grembiuli, come se avessero da raccattare lungo la vita e sorreggere tutte le pietre di dolore dei figli. E gli uomini che pregavano più col pensiero che con le labbra, portavano a casa un po’ di conforto: le loro fatiche, i loro patimenti potevano brillare nella loro vita e nella vita dei figli come il manto della Madonna dei dolori, come l’altare tutto luccicore, e il santuario di Luggau. Ne erano sicuri sulla strada del ritorno. Gente umile, di un’umiltà che non è asservimento, né assenza di profondità e tensione. E se da questo è possibile raccogliere un atto più lucido di fede, un atto più schietto di confidenza con il Signore, un moto più vero di compassione per l’Addolorata, che cosa può essere se non il senso della partecipazione di pene e d’affanni tra noi e Cristo, tra noi e Maria, tra noi e noi? Allora la festa dei dolori della Madonna, nel vero senso della parola, è davvero una festa. (p.348)

4 Luglio 1985

Prima uscita nei prati e nei boschi con Taia. Un giro d’ispezione nei pressi del paese per misurare, tastare le nostre energie. Taia come una farfalla (come sempre) salta, svolazza qua e là, incantata e attirata dai fiori che lanciano sorrisi da ogni parte. Taia, con la grossa chiave di casa annodata al cingolo bianco della veste, saltella leggera, come portata dalle onde della gioia che la invade. Un tratto di strada in salita, poi un altro tratto di strada all’ombra, poi giù nel frato tutto erba alta e fiori che sembrano farsi faticosamente strada e aprirsi un varco nella vegetazione densa. Quindi di nuovo sulla strada nell’ombra… e qui una sorpresa poco lieta. Varv’Alvin sono senza chiave! Un guizzo di stizza seguito da un atto di rassegnazione misto a fede e fiducia di ritrovare la chiave. Dietro front! Varv’Alvin davanti (e dietro Taia) a rifare il percorso tortuoso in mezzo all’erba (e ai fiori). Taia che grida ogni tanto: varv’Alvin, la chiave non si trova! Aspetta! Vedrai se non si trova. Alzo il pensiero a Danilo e gli dico: Danilo! Questa è una delle tue! Devi aiutarmi! Il percorso stava per concludersi quando con lo sguardo e con grande e meravigliosa gioia di cuore, intravedo la chiave nel fitto della vegetazione. Ecco qui, Taia, la chiave! Taia aveva abbandonato il mazzo di fiori che, se fosse di fiori più durevoli, potrebbe abbellire la tomba di Danilo, a Combai. (p.349)

7 Luglio 1985

Sopra il passo Sella Chianzutan, a circa 2000 metri. Moscerini da tutte le parti t’investono a nuvolo. Pazienza. Desideravo fare un sonnellino. Invece niente. Bisogna scendere perché un nuvolone si affaccia sulla cima del monte, della creta ai piedi della quale siamo arrivati dopo due ore di salita, per la maggior parte fendendo l’ombra dei boschi di faggio. Taia! Taia! (p.349)

8 Luglio 1985

Ieri ho dovuto sospendere, costretto dai nuvoloni minacciosi e dalle prime gocce di pioggia. Ora riprendo a scrivere: sono le 8,30. Taia è impegnata nelle pulizie delle camere. Fuori c’è un sole che fa risplendere le alte crete, fa scintillare tutto, anche i boschi, di abeti. Tutto scintilla nei riflessi che sono rispecchi di paradiso. Penso ai miei che vedo e sento contenti perché in Dio vedono, scoprono, godono tutto il presente, il passato e penso anche il futuro, perché nella luce di Dio tutto è semplice e chiaro, tutto prosciolto dai legami, dai condizionamenti del tempo e dello spazio Ritornando a ieri: mentre scendevamo dal monte, ci sorprese una pioggia che ha scompigliato notevolmente i nostri piani, compromesso le nostre forze fisiche e morali, a tal punto che il p. Albino (varv’Alvin) si è messo a discutere con Taia sul problema: libertà di Spirito. La discussione è sorta nervosamente da un’espressione di Taia, la quale s’era tolto il velo gocciolante e la cuffia da francescana, ma con la ferma intenzione di rimettere tutto come prima, perché S. Francesco e la gente si sarebbero meravigliati nel vedere una suora francescana con il vestito incompleto. Di qui la discussione alquanto tesa e dura. Di qui un ruzzolone di var-v’Alvin che rimane menomato nelle forze della gamba destra. Con molta fatica siamo giunti a valle. Ci siamo rifugiati nella trattoria del Passo Sella Chianzutan, verso le 15,30. Dopo una breve sosta siamo ripartiti per Clavais. (p.350)

13 Luglio 1985

È mattino. Un mattino che si nasconde tra le nuvolaglie che opprimono i fianchi delle montagne taciturne, non silenziose. Con Taia abbiamo (ho) preso il caffè verso le 7, e poi cantato le Lodi, poi fatto colazione e, frammezzo tutto questo, abbiamo recitato il Rosario. L’ultima Ave si spegneva con l’ultimo piattino da asciugare. C’è una nuvola che incombe sull’anima di Taia e sulla mia: la nuvola di Roma. Città Babilonia, segno per Taia di un’esperienza del tutto nuova. Da parte mia prego il Signore che le allevii, possibilmente, ogni croce; prego Danilo che, se può, faccia magari spostare sua sorella di qualche parallelo verso l’emisfero nord. È così facile deviare una formica appesantita da un carico sproporziona-o! … Ne abbiamo avuto la prova ieri, mentre stavamo seduti sulla panca all’ingresso della casa. Domani bisogna partire per Verona ma quel che duole è che Taia dovrà ridiscendere giovedì a Roma. lo me la vedo Taia che parte, con un nastrino di speranza che spunta e si nasconde a intervalli in vari punti del velo nero. E prego Danilo, e prego la Vergine. Ora Taia sta riordinando la mia stanza. Attendiamo il sole. Attendiamo l’ora di scendere a Liariis per la Messa delle 9,30. Padre Santo, Tu sei grande grande, noi siamo piccoli piccoli, aiutaci a riconoscere la Tua grandezza immensa e la nostra sconfinata piccolezza. Capisci che cosa voglio dirti: aiutaci a non prendere sotto gamba la Tua grandezza e Tu fa di non prendere sotto gamba la nostra piccolezza. (p.351)

15 Luglio 1985

Cara Taia! Tu sei uscita con Carla e compagni. Mi hai lasciato qui solo con Danilo. Ma noi due ci facciamo buona compagnia, anche se nuvole varie nascondono il sole della perfetta pace interiore, nuvole dovute a con-densazioni di sentimenti opposti e ostili, nuvole. Parliamo di te sotto il sole della presenza di Dio. Lui sa tutto e pesa tutto sulla stadera della misericordia, quella misericordia che fa sorridere tutto, anche le cose avvolte nell’oscurità e anche i volti più imbronciati e i momenti più mesti, quali la cattiveria umana, la sofferenza inspiegabile e la partenza per Roma di Taia. Signore buono, non so come ringraziarti della luce che mi comunichi quando mi metto a pensare. Guardando a quello che ci doni continuamente, vedo che l’inizio del dono è bellissimo, d’una bellezza che brilla dapprima con una vivacità che via via si smorza, fino a raggiungere una situazione di stasi, quando il sapore del dono si confonde perdendo il significato di dono. Allora Tu ci fai capire che tutto ha un principio e una fine. Ce lo fai capire con una forza tale da toglierci il volere di cominciare, di dare inizio a qualcosa di gradevole o di accogliere un dono come le vacanze con Taia e varv’Alvin. Perché? Perché tutto ha fine! Dopo questo momento centrale della vita del dono, succede una specie di discesa, di decadimento, perché la nuvola, l’ombra della fine si approssima per decomporre la gioia del dono. È qui che Ti fai vivo e presente, con il mistero che Ti avvolge, un mistero che dispieghi dinanzi ai nostri sguardi, un mistero che diventa reale e comunica realtà e significato, non soltanto al dono che poco fa ci hai regalato, ma a tutta la realtà interiore ed esteriore della nostra esistenza. Così il dono che sembra spegnersi e corrompersi nel nulla, diviene indicazione sorprendente della realtà suprema e totale dell’Eterno. E così deve essere la conclusione di ogni giornata e di quanto è avvenuto in una giornata: direzione Eternità. Se così non fosse, tutto sarebbe insi-gnificato, insensato, annullato. Perché se le cose, gli eventi, non portano a Te, dove ci possono collocare? Nel cratere, nell’abisso, nel bàratro del nulla, del non senso. Orbene, anche il dono delle vacanze verdi, azzurre, di vento e di pioggia, di sorprese e di attese, di sommessa preghiera, questo dono che ora sembra consumato in queste ultime ore veronesi, anche questo dono che si cinge di tristezza e di rimpianto, questo dono deve additarci non la fine ma l’inizio di un nuovo dono, nuovo, perché Tu non invecchi, e non può invecchiare il Tuo dono: il tramonto non si alza sui Tuoi doni, è un tramonto che apre l’origine, apre l’inizio di un dono che avrà il suo meriggio, mai la sua fine nella notte. (p.352)

1987

25 aprile 1987

…La Tua grazia vale più della vita”. Eppure con quanta facilità di quanto poco prezzo la stimo! Barattare la grazia con… Pesa il tuo amore, mettilo sulla bilancia in forma, figura di fede e di speranza. Egli con la sua bontà vilipesa ha lavato le nostre colpe. Se non fosse bontà vilipesa non saremmo colpevolezza giustificata. Mi sto occupando… C’è una rete dentro di me, una rete che vorrei sciogliere dalle sue trame così sconnesse e connesse allo stesso tempo. Ne afferri un tratto persuaso d’aver agguantato il bandolo della matassa, invece ti ritrovi con un elemento isolato che in fretta riponi nel confuso intreccio di te stesso. Ed è quasi disperazione.
Vai alla ricerca della beatitudine? Hai sbagliato strada! Non è quella la strada! È un’altra la strada! È strada che si fa sentiero e, in alcuni tratti, viottolo, vicolo. (p.355)

1 Maggio 1987

Cielo dentro di me condensato in due pupille che bruciano strati di vita. (p.355)

31 Maggio 1987

Ascensione del Signore. Mi fanno pena i vecchi. Anch’io, vecchio, mi faccio pena. Cerco il Signore che non sento presente come si desidera con desiderio che pare concreto ed esclusivamente reale ed efficace, mentre il concreto non è dentro di noi, dove si raccolgono sentimenti e brame di svariatissima natura. Allora è dal cielo che occorre attendere il concreto. Guardo il cielo come gli apostoli al momento dell’Ascensione, lasciando perdere il rimprovero dei due angeli. Guardo il cielo. (p.356)

2 Giugno 1987

E guardo il cielo dal quale mi viene la luce e quella serenità di cui abbisogno in questo momento. Vedo che il mio peccato è simile alla nube che si ferma nel cielo e toglie parte di quel sereno che costituisce l’essenza del cielo. È nube che si gonfia, si dilata e procura inquietudine. Invaderà tutto l’azzurro. Se il Signore scorge in me il timore, l’inquietudine per i miei mali e il rimorso per essi, è segno che la comunione con Lui resta. (p.356)

3 Giugno 1987

All’insegna dell’attesa tutto il giorno, ora dopo ora. Alla sera con p. Piergiorgio in casa di Guido ove pare si oda ancora l’esile voce di Maria. I santini-ricordo erano sul tavolo. C’era anche Walter, il comunista di vecchio stampo. Ma c’era tanto altro mondo nel mio animo. Un mondo che vorrei fosse sempre appartenente non solo a me…

4 Giugno 1987

Vorrei dire tutto con semplicità e quindi con sincerità. V. forse verrà stamattina. “Attendo. Attendo con ansia”, diceva e mi scriveva mia madre. Povera mamma mia; ora dovrai amare in me anche V., come figliola acquisita lungo le mie strade, le tue strade che hai tracciato prima che io fossi grande. E poi, perché guardare le cose con sguardo terreno? La terra è buona se compresa. Il lato più valido e utile per me, della terra, è che essa contempla in modo incessante, in modo permanente, il cielo, sia esso rannuvolato, tempestoso, o limpido e sereno. La terra si apre, si denuda sotto il cielo e apre i suoi tesori di ogni tinta e i suoi crateri, i suoi oceani dove il cielo si rispecchia. Non è detto che soltanto il cielo sia qualcosa di magnifico. La magnificenza della terra ce la potremmo godere se fossimo appesi alla volta del cielo ove potessimo restare appiccicati come ora siamo sulla terra. È cosa bellissima essere certi che nulla verrà distrutto di quanto ci circonda da sopra, da sotto, da un lato e dall’ altro . (p.356)

8 Giugno 1987

Non c’è monte, non c’è bosco. non c’e prato, non c’è albero nè foglia, nè fiore dove non sia possibile posare l’anima. Anche le nubi, le strade, fanno ala al pensiero. (p.357)

23 Giugno 1987

Sono nel Tuo cuore, ma in un modo che non sono capace di definire, perché tutto quanto faccio e penso è come derivato da una volontà indefinibile. (p.357)

29 Giugno 1987

S. Pietro e S. Paolo. Signore, l’anima mia s’è frantumata. I cocci riflettono intorno luci rotonde e come stille di lacrime illuminate da sole che tramonta. Non so come dirti quello che sento È uno strano rimorso che sento che non è mio soltanto. Se saranno semi di rose fioriranno in rose. Prego. Tristemente. I rapporti con gli altri esprimono una vivacità caricata. Hai provato anche Tu questo stato di coscienza. Non posso dire che sia turbata; è una coscienza che duole come parte del fisico ed è un patire che proviene anche da fuori di me, come se qualcuno mi comunicasse per vie misteriose una parte del suo male che mi duole. Il pensiero cammina lento e va, si sofferma, riprende a camminare. Sulla via ci sei Tu. Non Ti lascio mai di volontà. Ma non rifiutare quella persona verso la quale tendo i miei passi che sono fatti non per allontanarmi da Te (che non posso) e se così fosse, non mi muoverei, starei con Te accovacciato, come un cane fedele. Così è la mia spiritualità. E non posso adattarmi a spiritualità che perdano calore e tinta personale. Ho guardato i campi, giorni fa, su, a Clavais, erano campi, prati di erba molto alta, però l’erba scompariva nelle tinte dei fiori. I fiori erano più fitti dei fili d’erba. Era un giardino. Ma forse Tu vorresti che io fossi più concreto e sofferente. Allora perché hai fatto bellezze concrete come i fiori del campo e gli uccelli dell’aria? Queste cose che hai fatto e di cui parli nel Vangelo, con commozione, forse non erano consolazioni al Tuo cuore incompreso? E non lenivano la Tua permanente tristezza? Penso a V. Penso a Taia, penso a Carla che ho cercato di rintracciare a Combai, poco fa. Si trova a falciare. Sento il profumo dell’erba, vedo i fiori che, recisi, si piegano a mazzi. Come siamo crudeli! La rugiada si versa su di essi come pianto. E Danilo, lassù, al cimitero, che attende che finiamo di vivere come lui, come i fiori. La campana del duomo suona. Suonerà per S. Pietro e S. Paolo. Il rinnegatore e il convertito. Una volta si faceva gran festa per i due apostoli così diversi tra loro E io a quale dei due posso assomigliare? A nessuno dei due. Ma anche loro non credo che fossero soddisfatti di essere quello che erano. Ad entrambi mancava la perfezione, il tocco finale della santità. Saranno anche loro diventati santi in morte e si sono visti santi dopo la morte. Come sarà di noi. Ci aiutino ad essere così. Ora sono qui che penso a quello che sarà di me. Ogni oggetto che mi viene all’occhio, oggetto che si distingue per antichità, mi genera confronti temporali, ossia considerazioni sul lampo che è la mia vita in confronto al tempo che è decorso su quel mobile che non si rende conto del tempo che lo invecchia e lo antichisce ed è senza ricordi e memorie. Così mi si accumula sull’anima una specie di annuvolamento, si addensano paure che si fanno angoscia e le pareti diventano di vetro, attraverso il quale si vede, non solo, ma si viaggia privi di desideri concreti, di desiderio di giungere, perché il giungere suppone un termine, suppone una fede che faccia da termine, da significato. Ho fede? Si muove dentro di me quella luce che illumina e oscura, a seconda non del mio sentire, ma dipendente-mente dalla volontà assoluta di Dio; Dio mio come Ti tratto! Perdonami, Tu non sei volontà, Tu sei amore. Non intendo uscire dall’amore che Tu sei. Assorbi dal mio animo queste nubi; un raggio del Tuo sole penetri in questa tenebra che mi gonfia. (p.358)

30 Giugno 1987

È la Tua presenza che mi tiene vivo. Se non sei Tu diventa corruzione la vita, il mondo, le persone care, le persone amate e non amate, quelle persone che stanno nel pensiero come la luna sta nella notte, come il sole nel cielo assetato di luce. Ho pensato molto stamattina. Ho parlato anche di paradiso. Non sembra vero che ci sia. Perché è alto, non lontano ma alto, grande che non si può immaginare, e non potendosi immaginare perde credibilità. Non ci vogliamo credere anche per un’altra ragione: il paradiso sembra un ostacolo al godimento di quanto c’è di bello nella vita, sembra che ci porti a trascurare, a sminuire la realtà presente e viva. È come un sogno, bello quanto si vuole, ma che pare non sia composto di elementi reali, tangibili, immediati. È tutto questo intreccio di motivazioni che ci rende meno credibile il paradiso. Però se fossimo dotati a tal punto di fantasia da rendere, attraverso di essa, presenti e reali le cose create, allora il paradiso, cosa creata, diverrebbe realtà come tutte le altre. Non mi spiego. Volevo dire che occorre rendere forte la fantasia, l’immaginazione, anche per accostarsi rispettosamente alle cose tangibili, visibili, nella loro solida concretezza perché le cose si rendano adeguate, concordi e unanimi non solo tra loro ma pure con noi. Le cose, per essere tali, per essere conosciute e vissute come sono in se stesse, nel loro vero essere, hanno bisogno di essere penetrate dalla nostra immaginazione creativa, altrimenti restano essere senza senso, senza scopo. Devono venire investite dalla luce che ognuno in sé raccoglie, in sé condensa. Luce che è il vivere dell’essere. È vivere per uno scopo che è semplicemente non lasciare di vivere. Il paradiso pertanto consiste nel non lasciare di vivere. Che discorsi! “In paradisum deducant te angeli…”. È il gregoriano trionfale a conclusione della Messa dei defunti. Ti chiedo una cosa: che io possa vivere la fraternità nei confronti di… come Tu la vivi nei confronti di tutti. È una fraternità che raduna in sé tante vite, ossia una vita che non ha fine, perché ha avuto un principio misterioso come lo spunta-re del fiore nel campo, da tutti inavvertito. Ti piace così? A Te piace tutto perché Tu l’hai fatto il tutto… e il particolare. (p.359)

1 Luglio 1987

Non c’è… Com’è mutevole l’animo quando non si fonda su quello che è eterno! È eterno il tempo? Se fosse eterno non sarebbe tempo. Dicendo tempo, si pensa a una realtà che passa in continuazione, come il vento. E non si sa da dove venga e dove vada. Occorre che ci sia un termine fisso che non vada ma resti. È questo che cerchiamo affannosamente. Il bello è che Tu, Signore, sei un signore che non si nutre del tempo. Sei il termine fisso, e quando soltanto penso a Te e metto le mie cose in Te, anch’io mi fisso, non vacillo e non muto, non mi lascio opprimere dal tempo. Però è chiaro che anche ciò è mistero, dimodoché debbo concludere che se tutto fosse comprensibile spunterebbero indubbiamente la noia o l’angoscia. Dopotutto è il mistero che ci nutre e ci dà vita. Ora voglio farmi contento passando i miei pensieri a… e insieme sfiorarti. Sei contento? Se non lo sei, fammelo sapere attraverso i mezzi che Tu usi, attraverso il mistero.  (p.359)

2 Luglio 1987

Il sereno bisogna imparare a farcelo, per così dire, da soli. Quel da soli è una pura arroganza, mi sento presuntuoso e arrogante. (p.359)

3 Luglio 1987

Occorre fare ogni tanto degli scatti di fede, dei guizzi di fede per riportarci in quelle realtà (fuori dal solito reale) che Tu rappresenti nei confronti delle tue creature, che sono, presso di te, sempre al singolare. Tu rispetti il singolo nella pluralità. E non ti avviene di perdere il cuore dietro a qualcuno che ti interessa in modo particolare? Mi dici che ciò non può avvenire, e lo sai perché. E lo so anch’io. Perché lo sforzo di concen-trazione impiegato nel tirare fuori dal nulla me, lo stesso sforzo di concentrazione l’hai impiegato anche per l’altro e per quest’altro, e per quest’altra, e così via, all’infinito. Se così non fosse, a che cosa sì ridurrebbe il tuo essere? (p.359)
Ti sono riconoscente per quello che sei. Però dammi amore cristallino, sofferto come il tuo. E perdona se ho fatto male. Com’è la mia risposta alla bontà che mi permette di chiamarti padre, fratello, amico, confidente? Perdona se in tutto il bene che ho fatto ho messo anche il male. È mistero: essere luce da luce, non tenebra da luce. Tu solo fai il bene sciolto da ogni ombra di male. Luce da luce. Luce da mistero luminoso. La luminosità del mistero abbaglia noi, non te, che ti identifichi col mistero. Tu solo fai bene, un bene eletto, illibato. Il tuo bene è perdonare, porre tutti in trasparenza e consumare l’ombra. Il tuo perdono è scendere sul mare del tuo amore e affondare in esso, non una volta, ma in continuazione, perché noi siamo facili a imbrattare le gioie e le situazioni più belle che ci prepari in continuazione. (p.360)

7 Luglio 1987

È molto che non dispongo di tempo per scrivere. Eppure nella mente e nell’anima c’è sempre stato un rincorrersi di pensieri e considerazioni che continuano a riallacciarsi con quelli di un anno fa, e perfino con quelli di molti anni fa. È una catena che non si rompe. È composta di anelli molto robusti, di materia non scelta o preziosa, ma robusta. Taia sta scrivendo, tutta raccolta nell’ascolto dell’acqua del Degano che conserva esat-tamente la voce di sempre; è una voce che si allarga, si dilata con innumerevoli piccole cascatelle e piccoli gorghi che variano il canto del fiume. L’anno scorso sedevamo in un altro tratto del fiume. L’acqua allora ci narrava la storia dei paesini che lambiva o allietava. Ci narrava la storia di persone care, ed era una musica che conciliava la meditazione e disponeva i ricordi in disordinata e fantasiosa armonia come le pietre nel letto dell’acqua, e come tutti gli elementi invisibili e intangibili che salgono e ascendono dal fondo del cuore. Taia! Non ci sono vipere quest’anno! Almeno finora. L’acqua del Degano scende, cala, come un’ala che sfiora. Lasciamoci trascinare via in bollicine che sembrano inconsce. Ma non lo sono. (p.360)

10 Luglio 1987

Non importa dove siamo. Stamattina si leggeva (o si pregava) nel breviario, che Lui ha fatto tutto: che il mare, i monti, le cime e le vallate i torrenti e i fiumi Lui li ha formati, nella sua mente che è l’universo. Ora siamo (con Taia) in una particella di tutto il Suo creato, particella formata da alberi giganteschi che si lanciano con impeto verso il cielo né sereno né nuvoloso. Nell’aria vibrano, danzano, saettano le creaturine fatte d’aria, tanto sono leggere e veloci. Insetti. Che differenza passa tra questi insetti che sono formati dalle Tue mani e il nostro corpo appesantito di materia? La differenza è, se si vuole, facile a definirsi, ma, pensandoci, la differenza non deriva da peso o proporzioni spaziali, bensì dal contenuto simbolico che richiama il vero: essi (insetti) sono creature uscite dalla mano tremante del Creatore, noi siamo usciti dalla Sua essenza in maniera faticosa. L’analisi di certi aspetti della realtà non è cosa da mulini a vento, bensì da cascata in cui occorre captare l’armonia, la nota pacifica. Insomma, Taia, con ROMA appiccicata alla fronte, con la tua storia che veleggia sulle onde del tuo velo di suora, o si nasconde a costruire nidi tra velo e cuffia, mi introduci nell’animo una pena rabbiosa che, a lasciarla scatenare, ti prenderebbe, ti avvolgerebbe in un turbine che ti trasporterebbe a vivere gli ultimi istanti del tuo vivere sui ghiacciai che vediamo e contempliamo a ogni alzar dello sguardo. Saresti contenta? A guadagnarci sarebbe sempre Lui, il buon Creatore di tutto, del grande del piccolo, dell’insetto e della persona umana nella quale Lui si rappresenta, e la quale deve porre attenzione e considerarsi qualcosa più dell’insetto. Perché? Perché l’insetto non sarà mai capace di contraddire il Creatore e di conseguenza di operare il male, mentre la persona in cui il Creatore rappresenta se stesso può diventare un oppositore, demolendo quella crea-zione sublime in cui l’ha formata il Creatore.
Taia è in giro per il bosco come le mosche. Raccoglie fiori di specie che in città non esistono. Fiori semplici, che crescono con fatica. Ed è quella fatica che si tramuta in colori forti, vivi, densi, sorridenti, saltellanti. E sono sempre una novità. Scroscio di acque alle mie spalle. Ci troviamo alle sorgenti del Degano, alle sorgenti dell’acqua “Goccia di Carnia”. Ma non importa dove siamo. Solo che vorrei condensare il mondo in questo angolo del mondo, in cui, se si vuole, si può sentire il risuono dell’universo. Non è bello sentire così. È doloroso È dolore non raggiungere il punto elevato, il sommo del desiderio dell’anima che vorrebbe abbracciare tutto ma non le è concesso date le sue dimensioni non infinite: di accogliere in sé, in unità, tutte le cose. Le è concesso soltanto di contemplarle. Ma tra la contemplazione delle cose create e l’anima, permane nell’anima la tentazione — lo stimolo, tendenza, tensione — a valicare l’abisso tra la visione e la fruitio: il possesso. Siamo fatti così, e posti in un luogo determinato, per contemplare l’indeterminato che è l’infinito, che è Dio. E così è, se vogliamo, per qualunque situazione specifica o personale in cui ci veniamo a porre o collocare. Siamo poveri poveri se non arriviamo a sentire come lo Spirito ci fa sentire. Ieri sera dicevo a Taia che la nostra fede sarà fede monca fino a quando non ci infonderà la certezza che qualunque cosa Egli disponga sarà sempre migliore di qualunque cosa (anche la più elaborata e perfetta) noi disponiamo sulla nostra strada. Ma è vero! Se notiamo, Egli dispone le cose sempre? In maniera diversa contraria ai nostri piani, però alla fine dobbiamo riconoscere che Egli ha disposto bene. Bona fecit omnia.  Taia sei per il bosco? Ci vivi, ti ci trovi? Eppure il bosco è un groviglio, ma nel bosco non ci si perde mai. se avvenisse di perderci, sarebbe una bella avventura. Così la volontà di Dio. È un bosco in cui è bella avventura perdersi. Un mazzo di fiori selvatici è il più bel regalo per varv’Alvin e per i nostri cari morti. (p. 362)

12 Luglio 1987

Eravamo entrambi assonnati allo svegliarci e pure dopo aver fatto colazione. Assonnati: non abbiamo aperto gli occhi con decisione e non abbiamo avuto la forza di aprire la giornata con vigore di spirito, né con spirito di novità. Ci siamo rassegnati a continuare ad essere quello che eravamo al primo aprirsi del giorno. Nemmeno gli uccelli si son fatti notare perché non ci curavamo di loro. Il loro cinguettìo era ormai roba vecchia e insignificante. Pure le preghiere, i Salmi del mattutino, non sono stati sufficienti a scuoterci. Eravamo larve. Abbiamo pure fatto colazione con svogliatezza. Pure le vivande erano insipide. Il sole è sorto e noi non ce ne siamo accorti. La mattinata è scivolata senza né grandi né minime novità né esteriori né interiori. Gli uccelli continuarono a cinguettare, ma non li abbiamo sentiti. Pure il sole s’è fatto più alto nel cielo… ma noi indifferenti. Abbiamo mangiato con appetito voluto, preparato: pastasciutta, bistecca con patate e piselli, formaggio, le tegoline della zia Vira, che attendevano da ieri sera. Erano ottime. Nel pomeriggio una camminata a passo breve, senza slanci e senza ricerche, neanche meraviglie. Sono frequenti, durante le camminate, le esclamazioni meravigliate di Taia. Oggi rare e flebili. Il S. Rosario, camminando all’ombra dei boschi, si profumava più dell’odore di pece che del nostro spirituale fervore. Una giornata sottotono, sommessa. Ci saranno state nubi all’interno delle due anime in cammino. Il Signore ha visto tutto. Forse ha visto pure le nostre due anime filtrare in andata e ritorno le colonne degli abeti, i cui rami le filtravano rendendole più pure e staccate dal tempo. È certo però che lo spirito che accarezzava i rami degli abeti era spirito fresco, calmo, carico di novità e di forza, quello spirito che bisogna tenere caro come la vita. Uno Spirito del quale bisogna fare tesoro e nutrirci continuamente, sennò diventiamo… Hai capito, Taia?! (p. 362)

13 Luglio 1987

La sorella Vira con Taia se ne sono andate a camminare perché soddisfatte e sature della visione di queste montagne, cretos  che fanno cornice a Sappada (ci troviamo sopra i 2000 metri). Io non mi sento ancora saturo. Taia ha l’argento nelle gambe, mentre le mie sono d’oro. Le rotelle della seggiovia che ci ha portato da Sappada in mezzo a queste meraviglie, continuano a girare accompagnando con il loro persistente fruscio le parole di commento e meraviglia delle persone giunte quassù chissà mai da dove. Le montagne mi guardano silenziose, eppure dal loro faccione, solcato da rughe e solchi profondi, traspare una (direi) brama di scatenarvi un colossale discorso sul mondo sottostante, sulle nostre esili vite che passano, passano, passano. Le crete mi gridano: noi non passiamo, non avvizziamo come le erbe dei prati che odorano i nostri piedi, non ci consumiamo come voi, poveri uomini, ma resistiamo al tempo, alle intemperie, al gelo, all’uragano che ravvolge le nostre cime, alle nubi nere e tempestose che insistono e persistono nel volerci tenere nascoste per lunghi giorni, alle volte per lunghe settimane. Rispondo: non datevi tante arie; siete creature anche voi; anche voi, come noi, dovete cantare al Creatore il quale solo può vantarsi di non passare. Il tempo, del resto, scava il suo cammino, lascia le sue impronte pure su di voi. Cosa sono quelle frane di sassi e pietrame che si formano ai vostri fianchi, se non la vostra esistenza che si sgretola lentamente? Comunque avete ragione fino a un certo punto. Se dovessi continuare il confronto sicuramente vi lascerei senza parola. Infatti non avete parole: ve le suggerisco io. E Taia e Vira non le vedo, perché nascoste negli avvallamenti che si susseguono ininterrotti su queste cime che si rompono in valloncelli e denti di pietra e boscaglie. I rododendri addolciscono la frescura delle pietre donando sorriso non delineato, ma forte e pieno di speranza. Ora Taia e Vira rientrano. I mosconi mi pungono le gambe. Hanno i pungiglioni robusti che penetrano il tessuto delle calze. Disturbano. Ci sono bambini. Da Udine, da Roma, con i loro genitori.
È venuto, od è prossimo, il giorno della partenza da questi luoghi di soggiorno. Il tempo ha intenzione di salutare rumorosamente la fine delle nostre vacanze. E ce lo meritiamo. Lampi, tuoni, pioggia, vento si sono addensati in un cielo buio e minaccioso. Ma noi non abbiamo paura di queste minacce. Attendiamo con forte rassegnazione le ultime gocce delle nostre ferie. Sono state ferie? I tuoni che sembra vogliano sgretolare le montagne ci dicono che sono state ferie speciali, all’insegna dello spirito. Di spirito nuovo. Perché? Perché in ogni aspetto della natura, in ogni angolino di paesaggio, in ogni fiore che ci sorrideva dalla sponda della strada, dall’alto del muro che accompagnava il nostro cammino si scopriva la mano paterna, delicata, di Dio. Ieri siamo stati pure a Fusine Laghi. Con noi c’erano zia Maria e zia Vira. Una camminata attraverso i boschi, nei dintorni dei laghi: ci hanno infuso nell’animo profonda gratitudine per il Signore che profonde con tanta abbondanza le sue meraviglie. Taia era come sbalordita. Però un senso di tristezza avvolgeva tutta la sua persona e le sue parole. Ho pensato che gli ultimi giorni aggiungono, ai sentimenti sereni, quelli meno sereni, e quelli adombrati da quelle sensazioni che non possiamo eludere: sensazioni di malessere morale che ci colgono quando s’avvicina il momento dì partire. Jài poro! Taia esclama a ogni detonazione di tuono È una festa sgradevole questa. Tuoni che fanno rimbombare la casa e rintronare l’anima di Taia; la quale si è presa anche la tosse. Che i tuoni portassero con sé anche la tosse, è cosa nuova. Comunque, pure io ho un tantino di paura. Adesso si è levato anche il vento E il Signore è nascosto? È vivo e sorridente, al di sopra di tutta questa rumorosa tempesta. Così è sempre e così continuerà ad essere. La preghiera, in questo contesto di fulmini, pioggia, lampi e tuoni, acquista un significato nuovo: come di barca che galleggia tranquilla sulle acque in tempesta, o come ala veloce e tagliente che fende le nubi nere e minacciose. Cara Taia, devo scrivere quasi al buio; perché anche la luce se n’è andata. Anche tu scrivi quasi al buio. Sono le 16. La strada è ridotta a torrente. Benedetto pure per il temporale se, dopo tutto questo rimbombo, riuscirà a rinfrescare l’aria non solo di quassù ma pure della pianura. Grazie, Signore, che il temporale sembra quietarsi. (p.364)

15 Luglio 1987

Un lampo lucidissimo e un tuono violento hanno dato sussulto a memorie. A un mondo di esse. Nell’anima. (p.364)

17 Luglio 1987

Combai. Eccoci qui in altro posticino del mondo. Nel posticino dove tre anni fa veniva sepolto Danilo. Egli riposa tranquillo nel cimitero che veglia sul paese di Combai. Tutto va in alto qui perché le colline che si susseguono in certo ordine per poi disseminarsi in disordine ai piedi delle Prealpi, ti fanno cenno di salire, di elevarti, di non adagiarti a fondo valle, nei consueti sentimenti che, a lungo andare, diventano pigri e noiosi. Quarant’anni fa mi trovavo nel paese a valle, a Follina, come insegnante alle medie. Erano i primi anni di lavoro dopo anni e anni di studio. Ora questo paesaggio, di semi-monte e di semi-pianura, mi genera nell’animo una sorgente di memorie meravigliose: visi di fanciulli e fatiche che non pesavano, sebbene fossero continue e piene di responsabilità. Taia oggi è trasognata. Cammina e si muove con la testa assorta: suo fratello, penso, comunichi con Claudia in maniera più intensa, data la vicinanza, e dato che la sorella si trova in un periodo particolare. A Danilo, che mi sente e mi ascolta con attenzione, dico: Danilo! Richiama tutta la tua stizza, o meglio, la tua pena stizzosa che cercavi sempre di nascondere a motivo delle distanze che tua sorella s’era messa a scavare tra te e lei, tra lei e me, e ti prego, fà di tutto perché queste distanze siano ridotte. Fallo per me, per lei e per te. Per i parenti, e gli amici tuoi, suoi e miei. So che tu, se vuoi, se ti metti, riuscirai nell’intento, perché con te si trovano pure il papà, la mamma e i nonni, pertanto puoi mettere vicino un grosso coro di voci umili ma commosse per ottenere una cosina molto semplice. Noi e tu non richiediamo miracoli, non siamo gente importante, però quando i favori vengono richiesti al Signore sono ascoltati. Se i favori si chiedono agli uomini questi voltano le spalle… Tante altre cose vorrei chiederti, Danilo, ma adesso devo mangiare assieme a Claudia, a Carla, a Laura e Lorena. Grazie della macchina verde che ci ha fatto un po’ tribolare in Carnia, ma che alla fine, con il tuo aiuto, ha messo giudizio. Ci troviamo nella parte più stretta dell’imbuto. Ci resta poco tempo ormai di vacanze. Roma avanza da un lato, Udine si avvicina dall’altro. Se non ci fosse, dentro il nostro essere, la fede, Taia, dove saremmo andati a cozzare o ad adagiarci? Anche qui a Combai, Danilo, troviamo pioggia di ricordi e di memorie di colori diversi, i vari colori che tingono i lembi di vita rimasti appesi ai rami tesi sul cammino della nostra esistenza. (365)

20 Luglio 1987

Siamo appena tornati dalla montagna che incombe su Combai, Miane, Follina, dal Cesen, dalla località Posa Ponèr, dove ieri il vescovo di Vittorio Veneto ha benedetto una graziosa Cappella che raccoglie i desideri del gruppo alpino A.N.A. Il vescovo ha celebrato la Messa alle undici di ieri mattina circondato da una sessantina di penne nere e da un migliaio di persone salite fin lassù. Peccato che il tempo era pessimo. Oggi invece il tempo nelle prime ore era splendido, poi si è offuscato. Carla, Taia ed io ci stiamo preparando per partire per Verona. Di lì Claudia mercoledì mattina prenderà il treno per Roma. È la musica di ogni anno. Vacanze che fuggono. Partenze che premono come nuvoloni sulle alture. Sto scrivendo per forza di gravità. È come vivere tra cose e panorami provvisori e fragili. Cose che per due giorni ti hanno divertito sì, ma in modo superficiale come se dicessero: è per qualche ora. Il Signore che conosce i cuori, è al corrente dei sentimenti che riempiono l’animo nostro in questi momenti, e ne terrà conto. Anche lui è dovuto partire, rientrare e ripartire. Che ci accompagni, e la sua presenza riempia i vuoti che si creano in questi suoi poveri figlioli a contatto spesso con avvenimenti e vicende che appaiono grandi anche se in realtà non lo sono. Taia, arrivederci. Dove? A Padova? Ad Assisi? A Roma… Non vorrei preporre la mia volontà a quella del Signore. È soltanto una preghiera: arrogante, ma preghiera. (366)

22 Luglio 1987

Taia è andata alla stazione dove troverà Elena che l’attende. In cucina ferve il lavoro per il pranzo. Io ho schiacciato un sonnellino. Il caldo è temperato da un’arietta dolce. Carla e Fausta sono in cucina. Adesso Taia parte. Un bacino. Tornerà fra poco, dopo aver salutato Elena che sarà già lì ad attenderla. Prenderà il treno delle 14,30: Verona – Roma. La mia speranza, dopo la partenza di Taia, si basa sulla preghiera dei piccoli che non sanno difendersi, dei piccoli che hanno tutte le ragioni per essere ascoltati nelle loro richieste ma che, al momento di presentare le proprie ragioni e farsene forti, non sono più capaci di manifestarle. Allora la preghiera verrà certamente in aiuto di questi piccoli. Preghiamo e offriamo al Signore anche questa partenza per Roma di Claudia. Lei si porta nel cuore i giorni che abbiamo vissuto in Carnia: i volti dei parenti, delle zie che le vogliono tanto bene, dello zio che ogni volta che parte vorrebbe trattenerla. Porta con sé i paesaggi forti, robusti, ta-glienti di luci e di ombre della Carnia. Si porta dentro il cimitero tra cielo e terra di Combai. Si porta dietro varv’Alvin dal viso assonnato e dal sorriso canzonatorio. Ecco, Taia, ti accompagnano in stazione, ma con il cuore non ti lasciamo partire. Stasera sarò a Combai dove mi sembrerà di vederti, di sentirti e griderò ancora: Taia! Grazie della tua presenza, del tuo affetto, dei tuoi servigi, delle tue sollecitudini, delle tue ansie per la mia salute. Sono seduto (o in piedi) vicino a te fino a Roma, fino ad Assisi, fino a Bevagna. Arrivederci. Salutami le consorelle che mi conoscono. (367)

9 Agosto 1987

Mi trovo nel giorno 9 Agosto, mi ci trovo dentro come le altre volte, come sempre, nel tempo che ha i suoi nomi e cognomi: anno, mese, giorno, settimana. Fatto di momenti. Invece non è vero che è fatto di momenti, è un blocco di essere che si sbriciola senza cambiare né di forma né di peso. Su questa massa è scritto il nostro vivere nelle forme più strane e opposte. La nostra vita è assorbita da quest’enorme montagna di cui scorgiamo il profilo di lontano. (367)

15 Agosto 1987

Le feste, le solennità passano, arrivano e passano lasciando un eco di campane all’orecchio e un messaggio nell’anima. È di questo messaggio che intendo parlare, è su questi messaggi che desidero fermarmi a riflettere. Se essi sono attesi prima del loro arrivo, è segno che il loro passaggio non rimane senza segno. Qualche incisione nell’anima la operano; un’incisione che ricalca i doni di Dio, la Sua misericordia, l’attributo che si ripete distrattamente, l’attributo della misericordia di Dio che è infinita. Se è infinita deve porci dinanzi a un dilemma: o farmi libero di qualunque azione o pensiero, o rendermi legato a Lui che è la misericordia infinita, appunto perché è infinitamente misericordioso. Il dilemma è risolto nell’ultima scelta. Devo essere buono come Lui, perché l’essere buono come Lui è l’unica strada giusta per arrivare alla perfezione del mio essere che è Suo. Se dovessi scegliere l’altra strada che mi apre la Sua misericordia infinita, non farei altro che mettere alla prova brutalmente questa infinita misericordia. Cosa che, vista con l’occhio della coscienza, appare colpa notevole e densa, mentre vista dalla parte di Dio, diventa occasione di esercitare nei nostri riguardi la Sua infinita misericordia. Altrimenti quando e come Dio misericordioso troverebbe occasione di esercitarsi e di manifestarsi nel Suo amore? A conferma di questo sono le parole stesse di Paolo: “Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!”, e non ci sentiamo salvati da noi stessi, per i nostri meriti. (367)

19 Agosto 1987

Stamane nella Messa ho chiesto, parlando con Lui, una cosa molto semplice e al tempo stesso molto significativa. L’altra cosa che mi sta come una pietra sull’anima, grida e geme in continuazione. Questi gemiti e queste grida sono in realtà la preghiera ininterrotta che sa di affanno. Mi ripeto le parole sue: “Non affannatevi…”. Spero che domani non sia così, che domani cambi, che domani scenda un po’ di pace sul cuore, che domani, domani… ma domani verrà anche la morte. Peccato che in queste condizioni il mio comportamento non comunichi serenità. Stamattina, in confessione, ho mancato di pazienza con due persone. E quel gemito è sempre vivo e penetrante. La pietra sull’anima. (367)

20 Agosto 1987

Trent’anni fa Celso, mio fratello, moriva verso le 10 del mattino. Io lo assistevo. L’ho assistito fino all’ultimo. Come mi pare lontano quel giorno! E quante vicende sono trascorse da quel giorno! Vicende che hanno reso evidente la mia volontà di conversione. Ora il ricordo ha molta strada da rifare. Però ogni mattina il viso di mio fratello, accanto a quello di mio padre, di mia madre, di Olimpia e di Danilo, affiora nella mente e nel cuore. Essi, queste persone ancora così radicate nella mia vita, mi accompagnano nella Messa, insieme con moltissime altre. Signore, non staccarmi da loro nella Vita Eterna, Ti prego, Ti scongiuro.(368)

28 Agosto 1987

Il mattino se n’è andato via. Nuovi panorami, nuovi volti. Nuvole di pensieri non solo miei percorrono le mie vie interiori. Sei anche Tu. Non ho mai pensato seriamente di escluderti, anche se ne ho avuto molte volte l’impressione disgustosa o la certezza lacerante. Mi sono detto: “Tu mi conosci fin dal seno materno e non potrai dirmi di averti tradito davvero”. Oggi il mio essere viaggia ad occidente. A occidente tramonta il sole. Tutto tramonta nella vita, però per tramontare è necessario nascere. Ed è nato. Con due occhi che ti fissano prima imploranti e poi come lucidissime luci che ti cercano il cuore e l’anima. Nell’anima si ricompone una storia bellissima che pare nuova, e in nuova cornice. È meraviglioso! È sabato. L’ultimo giorno della settimana. Domani è domenica. Mi dicono non tante cose queste giornate, mi ricordano poche cose, ma quasi infinitamente belle. (368)

30 Agosto 1987

Anche ora che le campane suonano per la Messa delle 11, sento un gran desiderio di vedere quanto è presente dentro di me. Tu, Signore, sei pre-sente come luce più forte di qualsiasi altra luce. Sono certo. Tanto certo
che provo confusione nel pensarti rifiutato da me. Ti rifiuto? Mi lascio andare, cadere nel dubbio. “… un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso.”  Parlare con Te è affrontare l’abisso del proprio cuore, è scendere in quell’abisso dove Tu ci sei, dove Tu regni, dove Tu stendi continuamente la pace del Tuo amore. Questa pace, che rende respirabile il clima di questo abisso, è il tesoro che ricerco ansiosamente. Ogni tanto, sospeso alle ali di questa pace, mi libero dall’abisso per poi ricadere, sconsolato, nel rimorso che mi ripropone la condizione del mio sentimento. Ma so bene che parlo tortuosamente e così rendo più tenebroso il mio cuore-abisso. Ed è qui il tuo reale malessere. L’abisso genera angoscia profonda, occulta, che non si riesce a dire, a comunicare, e sulla quale versiamo torrenti di altre cose insignificanti, tranquillanti, con la paura che questo strato di copertura abbia a spaccarsi, abbia a fendersi e mostrare i primi cenni dell’abisso con le sue protuberanze infuocate da piombo fondente. Non devi negarti che lo stato in cui ti trovi sia una delle peggiori situazioni della tua vita. È amarezza. È lacerazione. Voglio amarti. Dammi la forza. Ti prego. È lontana, ma è dentro, vicino a Te, la conchiglia salvata dall’alluvione. A Pietra Ligure attendono che vada a trascorrere alcuni giorni. Pensare a Pietra Ligure è come andare incontro a un varco azzurro verso occidente, è come lasciarmi abbandonato ai flussi e riflussi del mare, al fragore delle ondate che s’infrangono sui massi della diga, è come tuffarmi in un mondo diverso, un mondo più… Mi seguiranno anche là le immagini che qui mi incantano. È il Friuli, più su è la mia Carnia. Mi sento stratificato. E ogni strato s’è formato da periodi più o meno lunghi di storia. Che storia? Storia esteriore riflessa e ridimensionata e riciclata in quella interiore. Ma Tu mi senti? Oppure sei stanco di me? Di una stanchezza ch’è diventata avvilimento, amarezza, ripudio? Non è possibile! Voglio credere, continuare a credere al Tuo Amore che è eterno, immutabile. Nella sera il cielo s’è calato in ascolto delle ultime parole. Penso al rosso fiore scoccato dall’ultimo gradino al davanzale del cuore. Ci sei pure Tu su questo davanzale che guarda il mare, i monti, guarda il cielo. È quasi sera anche ora. È la stessa ora. Conto gli anni: saggezza. “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore.” (369)

I Settembre 1987

Ieri ho ricevuto una telefonata lontana. S’è aperta la stagione del cuore. È cuore? O è puro sentimento che ha radici in un altrove di me stesso?
Sono rimasto privo troppo a lungo dell’amore espresso dei miei genitori. E poi il collegio privo di umanità, dove il divino non si trovava a suo agio o meglio, veniva deformato da immaginazione enfatica, manierosa, sollecitata da paure. Signore sei qui? Mi sono tanti intorno, ma fra tutti devo vedere e ascoltare Te che in questo momento certamente soffri con me queste ore di non solitudine. É tutto infettato di esteriore anche l’interno di me. Ho paura di sfuggirti di mano. E se Ti sfuggissi? Non mi lascieresti perdere, vero? È anche bello sentirsi inseguiti, cercati, e sentirsi ritrovati. Il ritrovamento però non è mai definitivo se non nel Tuo paradiso. Il ritrovamento esige una situazione di continua lotta perché non succeda di smarrirci un’altra volta, un’infinità di volte. (370)

2 Settembre 1987

Anche se ho colma l’anima di sensazioni che vengono da remote rive della vita, e vanno a premere, ad aggredire, oppure solo a sfiorare le lontananze del futuro, non mi sento capace di scrivere. Solo il pensare mi riempie e mi sazia. (370)

5 Settembre 1987

Ho molta paura nel fissare l’attenzione a quanto succede nella vita della mia anima. Mi balza continuamente davanti la condizione in cui mi troverò, se la morte mi cogliesse. È una paura angosciosa. Sono momenti in cui mi rivolgo al Signore implorando da Lui perdono, pietà. Dovrei cercare il momento o la giornata per la Confessione. Anche questo momento mi dà paura, smarrimento. Provo a riprodurre dentro di me la con-solazione, la pace profonda che una buona Confessione verrebbe a produrre nell’animo mio, come varie e innumerevoli volte ho sperimentato. Devo rigustare questa situazione di benessere e di dolcezza spirituale che è poi sempre fonte e principio di una vita più ordinata e più laboriosa, di un comportamento più cristiano verso gli altri. Il Signore non può negarmi questo favore e la Vergine non può precludermi questa via di pace. G. dove sarà ora? Starà pensando. Sicuro che starà pensando. Con me starà pensando. Con me. Per me. Muchas grazias! II Il caldo frigge sentimenti e pensieri. Mi sento padella sul fuoco. Mi sento che valgo nulla, valgo solo per quegli stracci di esistenza che proviene dall’esistere puro, dal puro esistere. Non trovo in me un dato personale che valga la pena considerare. Sono a valle. Una valle oscura, o meglio, una valle in luce crepuscolare. Luci affiorano come lontani richiami. Voglio che si ingrandiscano e diano chiaro a questa valle. Una preghiera resta sulle pendici di questa valle, una preghiera di umiltà, come un gemere. Miserere mei Deus. Mei. Mi conforta questa preghiera che è tutta personale nelle espressioni, conserva in ogni sua parola la condizione estremamente personale, del male personale: miserere mei (di me, proprio di me). Ci stiamo tutti in questa preghiera, ci ritroviamo tutti, però quando mi sale dal cuore, la sento solamente mia, mia. Mi sento in essa me solo peccatore, il solo, solitario peccatore. Miserere mei, Deus. Una lieve carezza d’aria sulle spalle che non avrei notato, non avrei avvertito se non ci fosse un silenzio bellissimo nella cappella delle confessioni. È un silenzio che precede l’anima e l’accompagna sui viali di colloqui interiori, sulle leggere increspature di parole arcane che sono dettate dallo Spirito. È quel silenzio che vado cercando quasi sempre, ma è così fragile e delicato che si infrange per un nonnulla, per un’inavvertenza da niente, è un silenzio geloso, direi permaloso.
(371)

8 Settembre 1987

Natività di Maria. Un pensiero ritorna a questa nascita. Maria è piccola, Maria è bambina, ma anch’essa diventerà grande. Però è grande anche come bambina, per-ché è una creatura straordinaria nata senza peccato: fatto unico. Da Lei nascerà il Salvatore, fatto unico e irripetibile. È una nuova creazione. Con Maria che nasce senza peccato, la creazione rifà la strada a ritroso riportando l’umanità alla purezza di origine. Maria vorrebbe farci capire a fondo questo mistero. Ascoltiamola. (371)

10 Settembre 1987

Voglio trattenere più a lungo possibile il pensiero sul problema paradiso. Se me lo hai promesso devo tenerne conto perché non è una promessa per aria, bensì una promessa che Ti è costata la vita e la morte con tutte le situazioni drammatiche e lacerazioni d’ogni tipo. Non è una promessa, è una sorta di impegno colossale che non ha fondamento su qualcosa di superfluo o di aggiunto a quella che è la natura umana, o diciamo il cuore, l’aspirazione umana, ma ha il suo fondamento diretto e immediato sull’essere umano, il quale per naturale diritto ha come finalità l’eterno e questo eterno composto di felicità, cioè di paradiso. Sono tanti i pensieri, quelli vivi, leggeri, tutti colori e movenze. Ma non sempre si possono ospitare, perché ci sono altri che entrano con arroganza. Questi ora sono alla porta che premono. Mi metto a pregare perché se ne ritornino ai loro luoghi selvaggi. (371)
Il cielo é tenero, è mansueto, è chiaro, è temperato. La voce umana sembra spenta, al suo luogo ci sono i frastuoni delle varie attività e sono frastuoni che sembrano identici a quelli di ieri. Rumori antichi. Mi sono messo a pregare con il cuore, senza parole. Offerta della giornata e di momenti che scorrono simili ad acque che tranquillamente si muovono. É preghiera vera perché si muove verso l’alto sollevata da Te che mi senti mi conosci. Con la mia preghiera, nel cuore di essa, si colloca anche la preghiera di… É una pasta buona, penso, capace di lasciarsi incidere e solcare dalle vibrazioni più remote dell’essere. (372)

15 Settembre 1987

S’è riempito il cuore. S’è calmata la terra. Sto scrivendo ciò che mi detta l’anima. È festa. (372)

17 Settembre 1987

Ti chiedo perdono, Signore, per la precedenza che ho messo nel cuore alzandomi stamattina. Un pensiero ha preceduto, ha prevenuto il pensiero per Te. Tu capisci, perché mi conosci. Il pensiero per Te: hai bisogno anche del mio pensiero al primo destarsi del giorno. Il giorno si desta, e si sveglia per Te, ma io so che Tu attendi il mio pensiero più intensamente e ansiosamente del destarsi del giorno, più trepidamente del sorgere della luna e del sole. Per questo Ti dico perdonami. E poi l’altro pensiero m’è concesso da Te di aprirlo (come pensiero e come cuore). Ma come siamo fatti! L’accompagnerò oggi, verso occidente, mi metto in viaggio con il sole, che è sempre meraviglioso, forte, vitale, gradito anche quando i suoi raggi creano brividi ardenti in tutto il corpo. G. è partito? Stamattina ho pregato molto e continuo a pregare, pensando. Mi soffermo volentieri in quel punto dove, in maniera arcana, avviene la separazione fra tempo e eterno. Provo a pormi in quella cosiddetta dimensione (o stato) nella quale Tu mi fisserai per tutta l’estensione del non tempo, fuori dal banale sensibile. Buon viaggio G.
(372)

19 Settembre 1987

Una cosa ti chiedo, Signore, che non mi adagi, che non mi distenda come un asino sulla paglia del benestare, del tranquillismo, che abbia sempre a che fare con Te a motivo del mio egoismo, a motivo della mia infedeltà congenita, a motivo della dimenticanza del Tuo amore, a motivo delle mie colpevoli preferenze o indifferenze. Che non mi diventi indifferente o inavvertita la Tua presenza. (372)

20 Settembre 1987

Tu vuoi la sincerità del cuore. Ebbene se Tu potessi porti qui accanto come un prete, come un frate confessore, Ti direi tutto con sincerità. Se trovassi un prete o un frate simile a Te, che mi lasciasse parlare (come ti comporteresti Tu) senza interferenze giuridiche o moralistiche, direi tutto con sincerità, aprirei l’anima senza alcuna riserva. Ma dove trovare un prete, un frate come Te? Questa condizione che Ti espongo è quella che tutti soffrono quale condizione inesistente, impossibile. Perché impossibile? È quasi impossibile nonostante l’invito insistente del Vangelo di essere, di diventare come Te. Sono qui sempre con i miei pesi. Eccone uno che sta premendo verso il basso come una pietra che affonda per arrestarsi adagiandosi nel fondo dell’anima. E così messa, chi la smuoverà! C’è sempre la speranza, vero? Però la speranza deve suscitare la volontà di cambiare, altrimenti la speranza non ha alimento perché non ha finalità da proporsi. La mia speranza Tu sai dove tende, fin dove. G. dove sarà ora? Intorno a G. si muovono pensieri e sentimenti che fanno parte di quella speranza di cui parlo. Sono pensieri e sentimenti allietati dalla presenza, ma anche dalla fruizione di bene presente, come di luce che ha origine dal cuore. (373)

22 Settembre 1987

Mettiti come un riparo sopra il mio capo, oggi. Mi ritrovo nuovamente in preda del mio orgoglio attizzato da circostanze che la mia bonarietà ha preparato e steso come rete ai miei piedi. A questa mia età non ho ancora preso convinzione che tutto può diventare mezzo minaccioso per la mia pace, per il fiore della mia pace, fiore che spunta faticosamente dalle fenditure più aspre della parte rocciosa della mia coscienza. (373)

25 Settembre 1987

Vado cercando la parola. Chissà da dove verrà. Dipende da me. Dipende da che parte la cerco e l’attendo. V. mi sta davanti E come una bambina messa in cammino venturosamente con la certezza che il cammino, pur sconosciuto e fitto di sorprese, è cammino tracciato da un’amorevole mano. Per questo s’è avventurata e si avventura in continuazione. Non temere V.: ci sono alberi lungo il tuo cammino, alberi dall’ombra estesa e pro-teggente, ci sono rami verdi che ti sfiorano suscitando nella tua mente immagini e voli di cuore verso l’azzurro. Gli uccelli meravigliosi che incontri sono per tutti, ma al momento che li incontri tu, essi sono soltanto per te. Non è così? So che tu non vorresti essere centro di attenzione, né per gli uccelli, né per i rami verdi, né per le ombre. Devi però accettare che la vita che vivi sia preparata esclusivamente per te e non possa essere vissuta che da te. In parole povere dire che il Signore ti vuole un bene unico e che la sua Parola sta sempre alla porta del tuo cuore. (373)

3 Ottobre Con tutta l’anima Ti cerco. Rispondimi. Quante cose in una giornata’ Quante cose in un mattino limpido e fresco di ottobre. Il p. Pio Della Pietra soleva programmare le vacanze in questo mese. Salivamo in Carnia a contemplare, a bere i colori dei faggi. Ecco che queste cose mi risollevano dal fondo opaco dei miei sentimenti che stamattina mi hanno imprigionato come in una fitta, sottile rete.  (374)

1 Novembre 1987

Santi sono coloro che non voltano mai le spalle al Signore e non gli dicono mai: “Non Ti capisco quindi non posso volerti bene”. Tu non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascierai che io veda la corruzione. (374)

2 Novembre 1987

Ascoltiamo l’autunno che muore in fruscìo lungo di foglie morte e riprendiamo a conversare con i nostri morti. Sul viale che porta al cimitero il cielo autunnale più forte scintilla sulle flessuose ombre dei cipressi, sulle arcate dei portici che vagamente rievocano i chiostri silenziosi dei conventi, terge l’aria e la spianata disseminata di tombe, dove fa risplendere l’invisibile della lucidità del visibile. Nel silenzio che emana come arcano elemento dalla fissità dei sepolcri, affiorano le persone che hanno vissuto con me e vivono ancora dentro di me. Le loro immagini si spezzano in minuscole figure sulla lastra di marmo, e la conversazione riprende davanti a questa esposizione di visi che ritornano a vivere nell’immaginazione. Rileggo i nomi sulle lapidi di fronte.

BRUNO FRA GIOVANNI ANGELO (1931-1949). Ti ho conosciuto ragazzo nel collegio di Follina. Di te serbo un ricordo tenero. Eri pallido e delicato. Si notava che la vita per te era troppo grande, e specialmente quella di frate, grande e ossuta, e sei finito presto tra le Sue forti braccia. (374)

CANONICO PIETRO DELL’OSTE (1859-1949). Un ciclope, un vulcano. La vita era la tua gloria. Per questo l’ombra della morte è scesa esitante su di te. Il tuo aspetto di mole s’aggraziava stemperandosi negli ornamenti decorativi del tuo linguaggio, ora bollente, ora aulico, nutrito di sorprendenti provenienze culturali. (374)

DUSO FRA GIOV. ANGELO M. (1888-1963). Eri così. Questuante fino all’ultimo. Cercatore di polenta e di Dio. La corona dei “sette dolori” ti fregiava il fianco d’una eloquente testimonianza servitana. Il cavallo era l’amico. I fratelli, lo scopo delle tue faticacce. Osservavi la gioia nei loro volti quando traevi al convento ogni ben di Dio sul carro dalle ruote cigolanti. E ne gioivi. Ora la tua gioia sarà piena.

RIGO FRA VIRGINIO M. (1908-1977). Un grosso frate. Un cuore dilatato verso i fratelli, che filtrava dagli occhi tra lucidi spessori di lacrime. Eri “la madre” con la croce e il potere della cucina. Hai tribolato prima di lasciarci, hai finito come un vecchio tronco di pino sospinto a valle. Ma giù c’era la Madonna ad attenderti.

DARIO FRA MARTINO M. (1910-1975). La semplicità era il tuo fascino. La tua pazienza inteneriva. Eri incapace di ironie. La Messa in latino per te era un dolce mistero che ti incantava e ti faceva trasognare. Penso che il tuo paradiso si trovi tra i posti riservati ai miti.

GUGOLE P. GIUSTINO M. (1897-1983). Eri piccolo di statura. D’animo spaziale. T’ho conosciuto molti anni fa, quando eri maestro dei probandi, a Follina. Hai fatto sempre il maestro, e l’organista. Ti rivedo con il volto, lo sguardo, il dito, rivolti a Dio, alle cose di Dio, perché per te, come del resto è in realtà, tutte le cose sono inseparabili da Dio. Puntavi lo sguardo spesso anche verso le cosmiche meraviglie: cielo, tramonti, alba, sole, luna, costellazioni, e mente e cuore roteavano attirati nelle infinite orbite. Avevi sempre un piede oltre, nell’Eterno. Anche nelle ultime fasi della tua infermità uscivi trasognando in espressioni avvolte di sacro, di mistica sedimentata nel tuo inconscio, avvolte di armonie musicali e corali. Mentre andavi ciabattando nei corridoi, in semincoscienza, con la cuffia di traverso sul capo che parevi un bandito, ripetevi con accenti drammatici: “Sono annullato, sono annientato, sono annichilito!”. P. Giustino, sei rimasto ancora tra noi, dopo il tuo silenzioso approdo alle rive dell’Eterno. La morte è calata sul tuo minuscolo corpo come uno scroscio d’organo nella Messa grande di una grande festa.

PLOZZER P. LORENZO M. (1902-1985). La tua terra, misto di carnico e di friulano, ti ha reso combattente nella chiesa. Hai provato il sapore di sale di tante scale, hai infranto cento ostacoli, hai toccato molte predelle, hai parlato e scritto con impeto e noccherute prese di posizione. Hai fatto il prete e il frate. Il ricordo di te mi si accompagna sempre alle parole che la comunità dei Servi, ogni venerdì, rivolge al Signore nella memoria dei fratelli defunti: “… viandanti con noi sulle strade del mondo… che il vento della morte ha investito… ed ha strappato dal loro posto tra noi. sazia Signore con il Tuo amore la loro sete di Te”. P. Lorenzo, ci hai lasciati con molta tristezza tua e nostra, dopo un mare di sofferenze.

SABBADIN P. VIRGINIO M. (1915-1968). Pensando a te mi ritornano quelle parole del salmo 102: “Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo, così egli fiorisce. Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce.”  Applicate a te queste parole mi creano brivido e pianto. Non sembrano adattarsi a te Eri troppo vivo. D’una sensibilità schiva e ritrosa. Da te la vita era vista come dramma e la morte come fine di un dramma che si accetta e a cui ci si avvezza Eri gentile. D’una gentilezza continuamente, inesorabilmente, implacabilmente smentita dalle tue maniere. Con te ho condiviso grande parte di vita e pensiero. Ti ricordi? La filosofia del Gredt in latino, Dante, Petrarca, quei bei fiori di cultura religiosa dei quali ti saziavi? Io ricordo bene le discussioni esplose (quando tu eri direttore del cinema “Roma”) dopo la proiezione del film “Piombo rovente” e dell’altro, “Treno nella notte”. Ma perché non sei più qui a destare fiammate d’ispirazione? Anche mia madre si divertiva con te perché vedeva che eri molto più diverso e genuino degli altri frati. Anche a Culzei sei venuto, e ricordo d’aver trascorso un pomeriggio assieme, un pomeriggio acceso di sole, all’ora in cui i boschi di abeti erano plastificati nell’aria lucentissima. Si ascoltava. Improvvisamente una sorta di brusio, di fitto stropiccìo scende dalla strada: un gregge appare come in nube giallastra, sospinta dal pastore che si leva al centro, e avanza simile a una vela oscura. Il gregge si tuffava nell’ombra dei nocciòli, mentre l’aria, scossa dal belato spaurito d’un agnello, ci investiva del pungente odore di lana: al pensiero di entrambi sono apparse le “Bucoliche” di Virgilio. Virginio! Era bello. Ma io credo che ora per te tutto sia più bello, anche quello che hai lasciato sulla terra che amavi di amore rispettoso. Ma tu e voi, fratelli miei, ritornate tra noi, e restate a rendere vera e presente la verità che i morti non sono degli assenti; sono invisibili, ma i loro occhi pieni di luce sono fissi nei nostri pieni di speranza.
Rintocchi di campane si spandono su borgate lontane riaprono vie solitarie nel cuore dove affiorano immaginarie orme di vita. Echi di lampi sopravvissuti su fiori di gracili steli. (p.377)

1988

1 Gennaio 1988

Anche Gesù, indicando sua Madre, non ce la mostra nei raggi accecanti delle grandezze operate in lei, ma nelle qualità umane, oltreché divine, nelle qualità imitabili di donna, di madre che cammina con noi e ci insegna a non fare grandezze, e strafare, ma a far meglio. (p.381)

15 Gennaio 1988

Come è possibile rimanere indifferenti di fronte a una situazione che aggredisce, che demolisce tutto, anche i relitti di pace, di sicurezza, anche le larve di una specie di sicurezza che proviene dalla coscienza di aver lot-tato, di lottare con la realtà del male che si cela in me? Mi trovo a dover mettere alla prova la mia volontà con situazioni interiori che sento immature. Il male, quando si presenta, si presenta tutto intero, quasi che durante tutti questi anni non abbia perso una sola fibra della sua aggressività e pericolosità. La preghiera viene travolta, annientata, ridicolizzata, polverizzata sul nascere. Si chiude nell’anima come si chiude un rubinetto, e diventa lucido metallo.
Ti invoco ogni momento, Ti chiamo a gran voce. Attendo la liberazione. Non puoi negarmela. Devi venire in aiuto alla mia povertà che è povertà che morde, che logora, che fa morire, non mi permette di assaporare con gioia la poca gioia che la vita mi propone. Sono qui con le mani aperte verso di Te. (p.381)

16 Gennaio 1988

Giornata ancora inceppata. Le solite aggressioni mentali. Le solite ferite morali, quasi per gioco, ma che si fanno, a lungo andare, piaga purulenta, cancrena ossea, nell’osso dello spirito. Sento davvero l’osso dello spi- rito formato dal carattere e da tutto quello che la natura dona di positivo. (382)

20 Gennaio 1988

Sento che vado incurvandomi. La lunga strada degli anni si è tutta raggomitolata sulla schiena e vi preme. Sono passati i giorni. Sono passati scivolando come l’acqua sul fondo liscio d’un canale. Non hanno lasciato traccia visibile. Eppure, alla somma dei giorni, la traccia esiste, ma non esiste la possibilità di seguirla e afferrarla con Io sguardo nel suo esistere, nel suo stato di essere traccia che incide e intacca. È una traccia che segretamente si dilata restringendoti l’essere, deformando la tua persona, riducendo le tue forze, assorbendoti le idee, indebolendo la creatività. Ma… non è traccia. È vita che monta, che ti riporta al principio, che fa da sostegno alla tua fine. È corrente vitale, è la tua persona che mossa, appena mossa, viene segnata dall’ombra con i contorni della fine, avvolta da nubi che non cessano di scoprirti il sole e di nascondertelo. (382)

20 luglio 1988

Sono sdraiato protetto dal sole da fronte indulgenti d’ogni tipo di piante, a ridosso di un monte alle pendici di un altro monte boscoso che si leva di fronte, a pochi passi da Cismon che, assopito a valle, rivolge verso l’alto il suo sguardo annoiato. Qui Taia e varv’Alvin riposano in pensieri e reminiscenze di altre giornate vissute e cantate in questa vallata, ove i cippi, dispersi tra i pini del bosco, risuonano del nome del giovane caduto in Russia, in Albania, sul Piave, sul Grappa È un ricordo assiduo e doloroso che si impenna a ogni nome scolpito sulla lastra di ferro contorto, contorto e ritorto come la morte di tanti anni fa, che si deforma in immagine inspiegabile, assurda. Quassù, nell’angolino verde, Taia pensa e continua a soffrire di cose piccole e grandi: a seconda. La pena non le dà requie, non le concede pace. È troppo inspiegabile la sua esistenza, è simile a un groviglio di piante piccole e grandi, che protegge i grovigli più intricati e aggrovigliati del sottobosco rassegnato nel suo mondo di sottobosco. Anche nella società, negli strati della società, vige questa confusione di bosco e di sottobosco, entrambi contenti del loro stato, differente, ma accettato come natura stabile e perenne. Taia, quest’anno abbiamo un anno di più sulla groppa e nelle gambe, eppure più s’approssima il limite-termine, più sento che il canto ha ragione di esistere, e capisco meglio l’uccello che vive per cantare, anche senza bisogno di lavorare; capisco meglio che se avessi fatto di meno nel senso mondano, ora sarei più felice di non avere più nulla da fare, perché l’aver fatto ti induce a valutare la vita per ciò che hai fatto e non per ciò che sei e per ciò che ti spetta di avere nell’Eterno.Il  fare, in certo senso, via via esclude l’Eterno, ti fa perdere il gusto dell’Eterno, di modo che quando viene il momento di affogare nell’Eterno, ti prende l’angoscia e lo vorresti rifiutare. Taia, dì un’ Ave Maria. E ti passa. (p.383)

7 Novembre 1988

Lunedì. Un lunedì nuovo. La novità sta qui, che ho notato con precisione che è Lunedì. Ciò non avviene necessariamente. È una rarità trovare chi ti ascolta. La Confessione s’è resa tanto sistematica e consueta che per trovare la Confessione vera devi attendete che la persona che eventualmente ti accolga, sia disposta e preparata ad accoglierti come unico penitente. (p.383)

30 Novembre 1988

Scendo con la mente al limitare del cuore. Faccio un giro attorno al cuore per scoprire per quali brecce, per quali porte o finestrelle entrano gli stimoli che lo inducono a pulsare. Gli impulsi si addensano all’entrata in forma di nebbiolina che, qua e là, sì fa densa come per un effetto d’irrigidimento dovuto alle ripulse del cuore. Mentre la restante parte di nebbiolina rimane a velo trasparente che fluttua in segni d’insofferenza. Ogni volta che la curva è liscia, la corteccia del cuore si lacera, quel leggero fluido che lo avvolge viene risucchiato all’interno dì esso, generando serie distinte di resistenze e di fusioni conforme la qualità di stimoli  infiltrati e il processo di comportamento instaurato nel tempo del cuore che è un organo insonne e soggetto a insistenti allenamenti, pressioni, sorprese. (È un grafico dì sogno).
Dal fondo della pentola.
Ho telefonato a Castions di Strada. Mi chiedono se sto bene, Che cosa vuol dire star bene. Oggi ho pianto. Perché? Mi chiedono. Sono cose che non si dicono. Sono cose che provengono dal fondo della pentola. Sono cose rimaste lì. Strati di cose bollite da fuochi di sterpi accesi. Com’è la Vita! Tutti si dicono com’è la vita, ma non sanno veramente definirla. È come dire: sono stanco all’infinito, perché la vita sciupi e quella: ti sfugge, credi di prevederla, ma ti sfugge e ti si presenta in atteggiamenti insospettati. Com’è la vita! (Discorso che sostituisce la preghiera) (p.383)

1988 -1989

Pensieri in macchioline bianche su nero e in graffi neri su bianco, lungo la fine e il principio dell’anno 1988 e 1989. Non è reale (così dice Dio) ciò che scopriamo con i sensi, ciò che percepiamo sensibilmente; il reale è tutt’altro. Ciò che passa e muta non è reale. Reale è ciò che permane e non si corrompe. (Ripeto a me queste realtà per non dimenticarle, sebbene si trovino in quasi tutti i libri). Pertanto, dunque, quindi, il reale è ciò che comunemente si suppone irreale, inconcreto: Io Spirito, l’Eterno. Vedo una macchina che punta orgogliosa il suo muso imperioso sul muro del convento: quella non è reale, sarà una realtà, non è reale perché, tra non molto sarà un rottame o metallo incandescente, atto a fondersi in altre forme sempre irreali; il tempo che opera tra una mutazione e l’altra è realtà visibile. Eppure il tempo non è percepibile, è… e ripenso sempre all’intuizione di quella mente e cuore pensosi: “La presenza dì Dio nello spazio”.
Mi riporto con la mente a tanti anni fa, quando qui a Udine fioriva lo studentato liceale anni ’65-’66-’67. Confronti. Tristezze leggere. Nostalgie lievi. Oggi le persone sembrano quelle di quel tempo. Mi frana addosso il verde di quelle colline lassù, a Pielungo, e quelle silenziose strade serpeggianti. E tanti ricordi. Molta parte di quei ricordi rimane intrisa della situazione interiore di quel ricordo. Come mi portavo dietro l’anima? Ero pervaso di fantasmi, di desideri inappagabili; come facevo ad afferrare che quello era Amore? Tu eri lontano? Oppure abitavi in me come ora? Non oso che ringraziarti: mi hai salvato e hai vissuto nella mia tenebra che poi hai lentamente, giorno dopo giorno, rischiarata e illuminata.

PIETRA LIGURE
Il mare, più profondo di ieri, riflette strati sconosciuti di me stesso. Mano a mano che invecchio più seducenti si fanno lo splendore e la maestà del mondo. Vorrei essere una pietra eternamente levigata dalla schiuma bianca dell’onda; o tuffarmi nell’onda per mai più riemergere. (p.387)

1989

1 Gennaio 1989

S. Madre di Dio.
Nel nome di Dio e della Madre sua e nostra, affrontiamo un nuovo anno. Diceva Manola che l’anno pari non porta fortuna. E che cos’è la fortuna? È una cosa buona che può capitare. Può capitare di essere contenti delle cose che avvengono intorno a noi e che, in qualche modo, influiscono positivamente; nel senso che ti fanno vedere la vita piacevole e così tu diventi compiaciuto come se il positivo fosse frutto esclusivo del tuo ingegno. Però, se dall’esterno non viene nulla di positivo, all’interno del nostro essere si può sempre crearlo, il positivo. E sono moltissime le vie per arrivare a questa, diciamo così, autarchia. (p.391)

3 Gennaio 1989

In vista un’altra festività: l’Epifania. Manifestazione-rivelazione-illuminazione. Epifania dell’anima è quanto l’anima vede e sente e poi rivela, rivelando sé a se stessa in maniera estatica ed emotiva. (p.391)

7 Gennaio 1989

Il cielo è muto. L’aria è sospesa, incantata, in agguato. Tempo che si è fermato nel cielo grigio che crea sospensione nello spirito. Pare che l’inverno tema di manifestarsi. (p.391)

8 Gennaio 1989

Oggi, accanto a un pensiero familiare e quasi soave, se ne apre un altro: tutto è gratuito; allora conviene prendersela con comodo. Niente affatto! Perché se me la prendessi con comodo in quanto tutto è gratuito, sa-rebbe un’imperdonabile ingratitudine e ingiustizia. Il gratuito, Qualcuno lo ha pagato e acquistato per noi a caro prezzo. (p.392)

9 Gennaio 1989

Sono salito in Carnia. Ecco un’Epifania: una visita a mia sorella Vira e una alla sorella Maria. I volti, gli sguardi, sono sempre quelli di sorelle. Soltanto un tocco del tempo lascia orma e traccia, incide su quei visi la notizia che tutto è provvisorio e che è inutile fermare le ore che scorrono. Ti supplico, Dio, di una cosa… Stamattina il tempo meteorologico ha combinato una sorpresa: mentre ieri sera faceva nebbia, stamattina invece un cielo da sembrare irreale. Ecco qui la sorpresa che bisogna attendere a fine vita: un cielo che ti copre e ti investe, ti veste della sua limpidezza, cancellando, assorbendo ogni traccia di ombra, di disagio. Mi sento attratto da considerazioni che sembrano astratte, invece provengono da motivi molto concreti: l’invisibile, l’Eterno, le affermazioni riguardanti le ultime cose, la misericordia, l’Amore di Dio che si svelerà in tutta la sua realtà e profondità alla fine dei tempi. Non sono motivi concreti questi? Ora la misericordia e l’amore di Dio si vivono in modo contenuto, economico, fiscale. (p.392)

28 Marzo 1989

V’è un singolare, e vorrei dire arcano, procedimento di illuminazione e di apertura vicendevole e alterna tra l’umano e il divino di cui siamo fatti: ora la parola santa che dovrebbe rivelarci Dio ci appare oscurata dal mistero, ora al contrario il mistero la stenebra e la rende luminosa. Siamo fatti così e soltanto Colui che così ci ha fatti non ci trova né strani né complicati. Il mistero è dalla nostra parte, non dalla Sua, un mistero che ci avvolge e ci fa balzare di certezza gioiosa come anche ci opprime con la sua assurdità. Siamo immersi nel mistero che potrebbe sommergerci e, con la stessa scioltezza, cullarci come leggeri velieri sul mare. (p.392)

29 Marzo 1989

Che parlassero di queste cose i discepoli in cammino verso Emmaus? Potrebbe anche essere, tenuto conto dello stato di confusione in cui versava il loro spirito nel cammino da Gerusalemme a Emmaus. Nella loro vicenda si agitano le nostre paure, le nostre cecità e resistenze, il nostro bisogno di protezione, di verità, di un uomo risorto. I due discepoli andavano a una borgata a pochi chilometri da Gerusalemme. Era sera. Il sole calava sulle colline che cingevano la città santa, muta e spaurita nei riflessi rossi del tramonto. I due parlavano ricordando parole e azioni di Gesù. Ma erano tristi. “Noi speravamo”, dicevano; e non riuscivano a trovare connessione alcuna tra le parole di lui e quanto era successo a Gerusalemme il giorno prima. Volgendo indietro lo sguardo, fissando il piccolo monte del Calvario, lo sentivano come un piccolo mucchio di detriti, residuo di vecchie cose. “Noi speravamo…”. Ma tutto era finito: le parabole, le beatitudini, le folle intorno al lago, quella parola divina, la fede dei malati, i miracoli, le promesse, il regno dei cieli… E mentre pensavano e dicevano queste cose odono dietro a loro i passi di un pellegrino. Il pellegrino li raggiunse, si unì a loro. Era Gesù. Non lo riconobbero, però si sentirono riscaldare il cuore quando egli cominciò a parlare. Intesero che quanto era avvenuto sul Calvario era già stato predetto, e si ricordarono che veramente un giorno era stata loro predetta la fine ignominiosa del Maestro ed erano stati assicurati della sua risurrezione. Il pellegrino venne invitato dai due discepoli a fermarsi con loro a cena: “Resta con noi perché si fa sera”. E quando Gesù si rivelò nel benedire e nello spezzare il pane, come aveva fatto nell’ultima cena, rimasero stupiti mentre un’onda di gioia li invadeva. Gesù scomparve ed essi presero il cammino verso Gerusalemme. Che cosa li attendeva? Tutto avrebbe potuto succedere, ma nulla di talmente forte da offuscare gli avvenimenti di cui essi erano stati testimoni. Ecco qui la certezza che sulle orme di ogni uomo pellegrino, che intorno sente che le cose si fanno sera, risuonano i passi e le parole del Signore Risorto. (p.393)

14 Maggio
Pentecoste.
Tala! Il Consolatore verrà, verrà a invadere tutto intero il nostro essere, verrà, però nella misura che già lo conosciamo e lo desideriamo, conosciamo già il tipo di consolazione che ci versa dentro e la bramiamo. Non è consolazione neppure sperimentale (cioè pura esperienza cosciente) ma è consolazione di fede, di forza misteriosa mediante la quale ci sentiremo a nostro agio in qualsiasi situazione di ostacolo o di patimento di cui è lastricata la vita. Il Consolatore è potenza di sentirci non inferiori alle prove che ci purificano nella fede, ci purificano dell’orgoglio che spesso usiamo, a cui spesso ricorriamo nell’affrontare le difficoltà, le situazioni critiche e complicate. Importante è non interrompere la Comunione con Lui che è tutto e che infonde, Lui solo, senso e significato alla nostra povertà. Viva la povertà! Tutta la povertà! Anche quella della fede che inciampa e si impiglia nei reticolati e nei frascami delle parole. Lui c’è sempre, e in tutti: ci sarà sempre, Lui, che in ognuno ha lasciato una traccia del suo Amore, del suo Sangue.

Settembre
Non vorrei ingannare il silenzio, sciuparlo con parole che non lo riproducono. Seppellirsi nel silenzio vuol dire anche non concettualizzare, credo che significhi lasciarsi portare dal pensiero che vola o che cammina indisturbato e va sotterra o sopra le nubi, come l’acqua e il fuoco, come il caldo e il gelo, spoglio delle consuete tenenze, delle usitate convenienze… Mi allungo… e temo di perdermi: in parole, in frastuono di concetti. Eppure a volte avverti — festosamente — che le parole risuonano degli spazi più profondi del tuo essere, ti riflettono, riproducendoti quell’immagine non che hai di te stesso, ma che cogli e ascolti, che senti, non già in figura, bensì in misura strabocchevole. Penso alle nubi, al loro bizzarro groviglio entro il quale ricavi, sempreché contempli, immagini smisurate e lentissime che si fanno e disfanno nell’evoluzione paziente del cielo. Risento il crosciare del torrente che a un certo momento dell’ascolto diviene silenzioso, spirituale, simile al silenzio geloso del bosco. Silenzio e solitudine non fanno monotonia: può sembrare, ma soltanto se non s’intesse con loro una reciproca familiarità, un’amichevole dimestichezza, spogliandosi del superfluo, facendosi ala del provvisorio. Sento più vero, invece, che possono non esistere, non esserci, condizioni più creative del silenzio, dove le immagini si sollevano come scintille, e cose, persone, idee, avvenimenti e vicissitudini del vivere si vestono di significati forse mai altrove avvertiti, o ritrovano un loro vero e genuino squillo: così specialmente le parole, che continuamente lo spirito ti detta, ma che non sono scese a scalfirti, e ti sono morte dentro assopendosi senza marcire, come la semente, senza rifiorire. Ancora del silenzio. Però senza intaccarlo. Proviamo a dipingere il mondo che il silenzio e la solitudine creano dentro. Sono dipinti che incantano. In essi ti senti rispecchiare in una esposizione concorde ad ogni elemento della tua esistenza, in continuità impercettibile ma fondente, molto simile alla vita che erompe dalla radice e si fa stelo e tronco, si apre in ramo, si getta in gemma e si libera in frutto. Nondimeno avverti di essere filtrato come acqua frammezzo la ghiaia: si sciolgono gli indurimenti del cuore e le abitudini mentali che di solito spengono la novità dei segni, la profezia del presente. Così è fatto il silenzio. impoverisce e al tempo stesso adorna di luce che trasfigura in maniera tale che le cose presenti non sono più quelle presenti ma quelle che esse raffigurano. Così è fatto il deserto: quando credi di aver toccato le pienezze, esso ti propone di ricuperare l’infanzia, lasciando scorrere l’acqua torbida di te stesso; lasciala scorrere: levigherà la pietra, luciderà il sasso, il selciato che sei dentro, e brillerai, rimuoverai la trave del tuo occhio e, dalla tua strada, i paracarri cocciuti del razionale. …L’acqua scende a balzi dalla roccia qui accanto; mi parla all’orecchio e al cuore. È gioia infantile. Quanto si darebbe per un momento solo di gioia infantile! È l’infanzia subentrata in te che rende parola e musica l’acqua che scorre dalla roccia, è il riaffiorare interiore dell’infanzia che svela la cosa come elemento che fa compendio con la creazione, perché tutto trascenda infinitamente, in alta e piena espressione, nell’evidenza dell’invisibile. Pare siano parole senza fondamento. Anche il silenzio è infondato, anche la contemplazione si dilata senza legge né misura. È contemplazione questa che tocco? Non sarà contemplazione. Sarà un timido venire a conoscenza, un assaporare. È meraviglioso! Se rimango in ascolto sopraggiunge puntualmente la fidata parola dai roveti che ardono nelle mattinate scaturite nuovamente dall’Eterno, ardono nelle notti quando riprendono le danze dei sogni, e ardono nei meriggi quando il tempo è immobilità e la terra brucia senza consumarsi e tu gemi nell’arcano punto di incontro tra spirito e materia, mentre nel sole il ramo ha finito di crescere e le ombre affilate si insinuano solitarie nelle crepe del muro. …La ruota del mulino di mio padre levava spruzzi nell’aria fino ai rami degli abeti e dei faggi sovrastanti, e da questi filtravano i raggi inverditi del sole. In quel polverìo d’acqua un piccolo arcobaleno faceva da ponte sul torrente, mentre l’acqua continuava a lisciare i lati della roggia, a scivolare nella gora e a sgusciare impetuosa sulle pale della ruota che si trasformava in minuscolo sole in esplosione. È un ricordo di un attimo di gioia infantile. Intorno, d’ogni parte premeva il silenzio dell’acqua, le cose parevano irreali, erano irreali: la pupilla le dilatava e le trasfigurava. Alle mie spalle sentivo lo sguardo di mio padre dalla soglia del mulino. Mio padre, nel suo essere, era simile a quegli arbusti che si cibano più di aria e di sole che di terra, a quelle asciutte e legnose vegetazioni montane, dai fiori essenziali, dalla tinta unica e forte… Il ginepro dalle bacche azzurre, il rododendro dal fiore rosso, rosso che pare una lacerazione. Egli osservava tutto con molto silenzio. La presenza era tutto il suo dire; ma scendeva nel cuore e proteggeva di ombra sicura, densa di umili cose. Il suo passo, le sue mani, erano segni del suo pensare, del suo muto amare, del suo macinare grani di speranze che gli sapevano sempre di acerbo mallo di noce. È, ripeto, un ricordo. I ricordi nel silenzio diventano presenze, nel silenzio il passato e il presente sono entità identiche, la linea della fusione appena si avverte, come l’ora che scivola nell’altra, come gocce rifuse nell’onda. E la novità permane, assidua, nutriente, novità in cui l’anima affonda quando si chiude e si apre nella preghiera. (p.396)

4 Ottobre 1989 S. Francesco.
… e la morte venne a vestirlo della povertà di cui aveva sempre bruciato. (p.396)

19 Novembre 1989

Non metterci a parlare alle cose ma permettere che le cose parlino in noi, cantino nel cuore, nel nostro essere.
(p.396)

22 Novembre 1989

Da tempo mi occupa la mente una curiosa domanda: qual è la differenza di significato dei due termini bruciare e ardere. Mi son subito detto che bruciando ci si consuma mentre ardendo ci si conserva e ci si rinnova. L’idea mi è venuta riportando la mia riflessione sul Roveto Ardente, di cui si parla nel terzo libro dell’Esodo. Mosè giunse “al monte dell’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava.”‘ Dalla volta che sono venuto a conoscenza del prodigio del roveto che brucia e non si consuma, ma arde perché rappresenta la presenza dell’amore del Signore, mi è venuta, nel tempo, mi è sempre venuta a conficcarsi nel cuore l’idea che ciò che brucia consuma, ma ciò che arde si rinnova, crea, e che il ROVETO ARDENTE cela l’amore creativo di Dio configurato in ogni roveto ardente di cui è disseminata la terra, l’universo. E l’uomo è figurato nel Mosè che scopre, guarda, fissa, tremebondamente estasiato, questa inesplicabile, intricata come i rami spinosi del rovo, e pur travolgente presenza dell’IO-SONO. E ogni uomo, in questa cornice di remotissimi eventi rivelatori è un Roveto Ardente. Il Roveto Ardente arde senza bruciare ossia senza consumarsi. La lampada del Santissimo si consuma perché brucia. Il sole arde e non brucia, non consuma, ma infonde vita e vita perenne. I nostri sensi bruciano e si consumano. Ma in che modo si consumano? Le mille foglie del Roveto ardevano, dando esca alla fiamma. Però ardevano come ardono i nostri sensi che ardendo lasciano una traccia del loro ardere: quindi, forse non è veramente consumarsi. Ma v’è nel nostro essere parte che arde senza bruciare: lo spirito, l’anima che informa il nostro corpo, che pur consumandosi non lascia di ardere pur senza finire di bruciare. Anche la preghiera arde e non lascia cenere e se lascia cenere è per nascondere la vita. Il Roveto non si consumava perché celava la vita di Dio, la voce di Dio, la Presenza di Dio. Possiamo sentire l’universo un roveto smisuratamente dilatato che nasconde la parola, la presenza di Dio? E si brucia … La fiamma dell’abete è alta e facile e si consuma in fiammate odorose. Quella del larice è fiamma tutta guizzi e crepitii. Quella del faggio è fiamma densa e durevole e si consuma riducendosi a brage tenace. Fuochi belli e amichevoli che dal caminetto riscaldano casa e cuori. Ogni cuore che ama deve chiedersi se ama bruciando o ama ardendo. È bello consumarsi nell’Amore che arde e vivere ardendo nell’Amore che brucia. Ardono i rovi lungo le strade. Ardono i monti le nevi nelle notti di stelle roventi nelle aurore nei silenti tramonti ardono le acque dei torrenti e dei fiumi inesausti. Gli oceani ardono in balenii di mille e mille anni ardono le selve le pampas percorse da venti infuocati. Ardono i cieli notturni i meriggi i mattini. Arde il mondo arde la creazione. E tutto l’universo, così ardente, esultante ha la parola, ha la presenza custodita dal ROVETO ARDENTE.  (p.398)

Dicembre 1989

Dicembre è un mese austero, di quell’austerità che pare molto s’addica a Maria, cresciuta nella solitudine, nutrita di povertà e di quel po’ di cielo che avvolge ogni cosa; le asperità montane, le località scabrose,
le sommità solitarie e gelide, le nevi intoccate, impronte della sua intatta bellezza, appaiono a lei congeniali: la sua presenza di creatura prediletta dall’Altissimo, intenerisce e addolcisce. (p.398)

9 Dicembre 1989

Ecco qui la preghiera che ogni mattina, all’alzarmi, elevo al Signore. È un elenco instancabile di persone viventi e non viventi, che condividono la mia vita, mi accompagnano tutto il giorno come presenze che amano e sorreggono.

MISERERE MEI, DEUS…

Màri, pàri, Celso, Olimpia, Danno, Claudia, Claudio, Rosanna, Monia, Leila, Moreno, Vira, Livo, Gek, Gustavo, Carli, Guglielmo, Varisto, Gevoldo, Mariuto, Bepo, Mario, Maria, Renzut, Giuliana, Renzo, Rina, Sonia, Remo, Fina, tido, Nita, Noè, Giuàn dal Crot, Agnul, Lucrezio, Bepi, Maria, Checo, Meni, Barbo Checo, Italo, Pio, Leo, Oliverio, Forestino, Lido, Bruno, Alfaré, Guido, Elda, Lea, Silvia, Esta, Angelo, Jolanda, màri della Jolanda e la nonna, Filomena, Tina, don Giovanni, don Silvano, don Amedeo, Gema, Sisto, Vigiut, Cino, Barbo Sef, Barbo Pulìo, Barbo Min, Bene, Giovanni, Chei di Casadór, Vavo, Chei di Vienna, Dima, Edda, Esterino e figli, Manuela, Adriano, Luciana e famiglia, Maria e famiglia, Plinio e famiglia, Guido e famiglia, Maria Zuliani, Annamaria Tassi in Marchesi, suor Donata, Giacinta, Annamaria Soprana, suor Olivana, Rosalba, Bianca Rosa, suor Ottorina, Valentina, Edvige, suor Claretta, Francesca, Francesca, Virginia, Mariolina, Cartolari, Pierangelo e famiglia, Marisa e Francesca e papà, Pavan, Maria e Piero, Carmen, Sofia, Bepi, Lino, fra Romedio, i miei fratelli frati di Udine, padre Nunzio, fra Amadio, padre Paolo, padre Innocenzo padre Stanislao, padre Luigi, padre Ferdinando, padre Alberto Toniolo, padre Alberto Dalla Valle, fra Mariano Todero, padre Lino e Angelo Pedot, fra Sostegno, padre Agostino Gobbo, padre Spitaler, padre Mario Dal Vecchio, padre Chies, padre Egidio Bernardí, padre Giuseppe Fogliatto, padre Marcello Ferasson, padre Furegon, padre Giuseppe e Samuele Giuriate, fra Augusto, fra Alberto, padre Gioacchino, padre Meneghinì, padre Giorgio, fra Giorgio, padre Felice, padre Gelso Brancher, padre Celso Milanesio, padre Giulio, padre Adriano Zini, padre Adriano Agosteo, padre Vincenzo, padre Giorgio, padre Bernardo, padre Alessandro, padre Tarcisio, padre Celio, padre Maggion, padre Caron, Mariolina, padre Venanzio, fra Domenico, fra Angelo, fra Giovanni, fra Stefano, padre Pio, padre Manetto, padre Saggin, padre Mariano, padre Emanuele Alba, padre Luigi Alba, padre Elia, padre Augusto, padre Dalprà, padre Fulvio, padre Colaone, fra Giacomo, fra Gerardo, fra Antonino, fra Piero, padre Gabriele, padre Basilio, padre Ignazio, padre Alfonso, fra Alfonso, padre Augusto, Sofia, Lino, Bepi, Carmen, Severina, padre Ernesto, suor Celestina, padre Sansigolo, Silvana, famiglia di Fiorita, famiglia Missana-Lori, Ursula, famiglia Ado, famiglia Lugatti, Piero Spadari, Renato, Silvio, Sabatina, Noemi, Zaira, Nidia, Francesca, Angela, padre Giustino, padre Lorenzo Cazzola, padre Lorenzo Plozzer, padre Lorenzo Boratto, fra Giuseppe, padre Facci, Maria Buoncompagno e i suoi genitori, Romana e i suoi genitori, Gianni Facchini, Silvio e Renato, Iride e Claudio, Maria e Stefania, Silvano, le signore del giovedì, padre Igino, padre Virginio, fra Virginio, fra Martino, fra Leandro, fra Angelo, fra Giacomo, padre Angelico, padre Cola, padre Cocco, padre Vielmo, fra Pio, fra Marianino, fra Piero, fra Gaetano, fra Giuseppe, Sisto, Nesta, fra Giuseppe Gallo, fra Alfonso Gallina, Corra-do, Buffon, Camillo, padre Turoldo, padre Mondin, i confratelli del mio Ordine specie quelli che soffrono e pregano molto, padre Cossettini, padre Silvano, padre Corradi, Bruna, Siro, Anselmo, la famiglia Cappellari, le Piccole Anime di via Cesiolo di Verona, la suor Gradisca, padre Clemente, sorella Ida, Gige, Celsut, Gianni, Sergio, Carlo e Rina, Celestino, Leone, i miei compagni di scuola elementare, Giut, don Giuseppe Símonitti, i miei insegnanti di tutti i tempi, padre Alfredo Segafredo, padre Sgualdino, padre Clemente Francescon, padre Antonio e Giuseppe Ferin, Ester, Emanuela, Simone, Vittorio e Nadia, Lucio, Fausta con i figli, Carla, Laura, Lorena, Ugo, Mattia, Oscar, la madre di Oscar, il padre di Oscar, Marcello, la famiglia di Carla, padre Diquigiovanni, Sevelina, Margherita, Pierino, Giacomo e Memi, Marangoni, Novella, Maria Teresa, Cinzia, Paola, Maria Grazia, Marisa, Emma, i parenti di padre Nunzio, padre De Candido, tutti coloro che mi ricordano e mi raccomandano al Signore, don Tranquillo, famiglia Solari Mario, Carla, Mara, Maria di Pesariis, don Fausto, don Ernesto Bianchi, padre Clemente Nadalet, padre Zaupa, padre Clemente Comacchio, padre Stanislao, padre Vittorino, Paccanaro, padre Bruno, padre Antolli, i miei allievi di un tempo, padre Aldo, padre Berti e il carabiniere di Comeglians, Gino e Maria la superiora generale di Claudia, le altre suore di Santa Maria degli Angeli, di Sant’Andrea e di Roma, Rodaro, tutti i piccoli poveri morti che non lasciano traccia nel cuore dei vivi, tutti i morti ignorati della Carnia e del mondo che sono morti rinunziando involontariamente a dire ciò che ancora volevano e dovevano dire. Tu, padre Mario Dal Vecchio quanto di bello hai portato con te! Ma verrà il giorno in cui potremo sentire le cose più belle che non abbiamo potuto udire durante la vita. Padre Todeschini, Brentegani, padre Leita, padre Pietro Belìa, e Sella, padre Anselmo Zordan, padre Leonardo e Pietro Zuliani, Fausto e famiglia, Bepi e Vigiute, Guido… E quello che ho incontrato alle porte di via Manin, davanti al quale mi si è fermata l’anima. È una folla che mi accompagna ogni mattina alla Celebrazione Eucaristica, è una folla di vivi in questo mondo e di viventi nell’altro. Sono questi ultimi che mi avvertono continuamente ma serenamente, amichevolmente che “Ogni uomo non è che un soffio.” (p.400)

Un cielo-Un mare-Un’aria.
Una terra-Un’anima-Un Dio.
Una Vergine che sia Madre.
Un amico-Un’amica.
Un padre-Una madre Un fratello-Una sorella.
Un oceano-Un mare-Un lago.
Uno stagno ove fissare lo sguardo.
Una parente-Un cognato-Una cognata.
Un nipote-Uno zio-Una zia.
Un nonno-Una nonna dalla crosta di formaggio.
Una casa vissuta e venduta rimpianta.
Un tetto sognato.
Un’ala di nube – Una goccia di voce.
Una canzone triste – Una risata che strazia.
Un alito di vento che tempera.
Un vento improvviso che passa impazzito.
Un bosco in ascolto-Una vigna che fugge rapida.
Un fiume che dorme-Un torrente furente.
Un ritorno all’anima sola-Un interno del cuore. Una cosa dimenticata-Una cosa ridicola.
Un segno dello spirito-Un dito sulla piaga.
Una sicurezza-Un atroce dubbio.
Una vita-Una non vita.
Un’altezza-Una profondità.
Un passo nella notte-Un passo incerto.
Una neve di aprile-Un maggio nella memoria.
Un crocifisso alla parete-Un letto di foglie.
Una strada-Un sentiero-Un vicolo dolce e faticoso.
Un volto-Un viso.
Un collegio-Un sacchetto di caramelle.
Un fischio del treno-Una memoria congelata.
Una rondine-Una margherita celata e morta.
Una cinciallegra – Un uccellino sotto zolla che non muore.
Una ricchezza sciupata-Un talento rispolverato.
Una vita messa in scena-Un riciclaggio di vita sprecata.
Una bici-Una moto-Un fiore di riconoscenza.
Uno sguardo che ti riassume.
Una mano-Due mani.
Uno che dorme-Una che veglia.
Un passerino – Una passerina.
Un’ultima foglia sulla punta del ramo. (p.401)

BIRLIOGRAFIA ESSENZIALE
Barsotti, Divo, Meditazione sul II libro dei Maccabei, Brescia, Queriniana )1979, pp. 221.
Bonhoeffer, Dietrich, Etica, Milano, Bompiani, 1969, pp. 316.
Heschel, Abraham Joshua, Il Sabato, Milano, Rusconi, 1972, pp. 189.
Heschel, Abraham Joshua, Passione di verità, Milano, Rusconi, 1977, pp. 316.
Rahner, Karl, Sulla teologia della morte, Brescia, Morcelliana, 1966, pp. 111
Schutz, Roger, Dinamica del provvisorio, Brescia, Morcelliana, 1965, pp. 116.      (p.406)

 

 

PLAYLIST CONTENENTE I VIDEO SU PADRE ALBINO CANDIDO ED IL SUO DIARIO:

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