16 Settembre 2008

L’EVOLUZIONISMO E LA RICERCA INTEGRALE

Sul Messaggero Veneto del 5 settembre 2008 ho avuto l’opportunità di leggere l’articolo dal titolo: “L’Umanità, Darwin e il Neocreazionismo” a firma di Telmo Pievani.
Comprendendo la sua preoccupazione di una ricerca che resti di natura prettamente scientifica, il che io condivido laddove si parli di attività di ricerca, mi corre l’obbligo, però, di fare le seguenti puntualizzazioni:

Ciò che oggi chiamiamo “evoluzionismo” in generale, fa leva sulla fenomenologia correlata alla biosfera, alias mondo del vivente, e ciò  a quanto già prima di Darwin veniva analizzato – vedesi Lamarck – per poter dare un significato interpretativo dell’apparizione della vita sulla terra.

Dopo Darwin si è quindi continuato alla luce delle sue precisazioni, per cui la fenomenologia umana è scientificamente studiata nell’ambito dell’antroposfera avendo però di mira la ricerca – e quindi la comprova della sua verità – di ulteriori anelli oggi mancanti e che servirebbero per attestare come indiscutibile una avvenuta evoluzione.

Conseguentemente anche la fenomenologia umana viene attentamente studiata nell’ambito dell’antroposfera e si sta continuamente cercando ulteriori anelli mancanti dell’evoluzione.

Questo fatto è in sè positivo, ed è giusto che  lo scienziato  prosegua nella sua ricerca in modo “laico”, come  sostiene l’articolista. Questo circoscritto campo conoscitivo, questo “a prescindere”, sopra ora precisati, però, ai fini di una conoscenza totalizzante, devono essere sì ammessi durante l’attività pratica di conoscenza scientifica ma non deve essere impedito poi un loro rientro quando si vogliono trarre delle conclusioni sul senso della vita.

Questo per giungere poi agli schemi significativi sul senso dell’esistenza che logicamente sorgono sul terreno della ricerca ma superandolo in uno sfocio “altro” per qualità e funzione.
Ecco, quindi, che io mi sento evoluzionista, ma nella linea indicata da Teilhard de Chardin, il quale  non intendeva essere, nell’approccio, né filosofo né teologo, ma un osservatore del “fenomeno”, un “fisico” nel senso dei greci.

Però, con i suoi scritti, ha indicato importanti orientamenti conseguenti alle conclusioni fenomeniche da lui raggiunte, che finiscono con il dare un significato costruttivo e valutativo del fenomeno evoluzione, la quale, pertanto,
non è, come si conclude dalle sue considerazioni, dovuta a una mano che ha acceso un pensiero, bensì da un pensiero che ha mosso una mano.

A questo proposito è illuminante la sua teoria della complessità coscienza a cui giunge in base al suo metodo di analisi. Essa inizia, infatti, con gli elementi che costituiscono un corpo fisico inorganico, e poi, allorché giunge al vivente, effettuando un cambiamento di variabile, – non potendo più contare gli elementi fenomenici, fisici, dell’oggetto analizzato, imbocca come guida per fedeltà sempre a un’analisi fenomenica, la considerazione della formazione dei sistemi nervosi via via sempre più complessi, e la cui più alta complessità si realizza nel fenomeno umano.

Pertanto la sua teoria della complessità-coscienza,  ci porta a constatare, sempre sulla falsariga della sua visione del mondo, il fatto che l’evoluzione dal BigBang sino ai nostri giorni è strettamente correlata al fenomeno della complessità di ogni forma di vita:
dalla cosmosfera disorganizzata emerge la biosfera che pullula di centri dinamici organizzati tendenti all’autonomia.

Gli animali più evoluti possiedono un cervello sempre più complesso e – riprendendo in considerazione il cervello dell’uomo cui sopra ho accennato, la neurofisiologia  rileva tre strati che l’evoluzionismo dimostra in stretta correlazione ed interazione tra di essi.

La corteccia cerebrale, la quale è emergente e più complessa, avvolge le altre due masse cerebrali  ed è quella più significativa per lo sviluppo della coscienza (nel senso di una consapevolezza crescente della specie umana a differenza delle altre specie viventi, non umane che sono fissate ormai in forme inamovibili e quindi in una dimensione statica).

Anche la società rispecchia questa tridimensionalità: partendo dalle società più primitive fino al giorno d’oggi, infatti, notiamo che è rispettata la famosa legge della complessità-coscienza, per cui l’umanità si sta sempre più coscientizzando (non nel senso morale ma di aumento di autoconsapevolezza – anche attraverso gli errori), e lo sviluppo tecnologico, nota molto moderna,  costituisce un’evidente esternazione di un’avvenuta e, tuttora in divenire, prosecuzione dello sviluppo del sistema nervoso: quasi una prosecuzione del corpo umano. L’ominizzazione evoluzionistica “teilhardiana” compie un salto di qualità verso l’umanizzazione.
E con coerenza.

Tanto più che l’uomo odierno si sta chiedendo con insistenza, per poter rivivere una condizione di salute psico-fisica, quale sia lo scopo della sua esistenza: diventa credibile il processo cosciente che conduce gradualmente verso una maggiore auto-coscienza, come precisato dalla legge di complessità-coscienza di Teilhard e della sua evoluzione.

E pertanto è egualmente credibile lo sfocio in una indicazione teilhardiana di natura ontologica in un domani la pressione dell’evoluzione della storia dell’uomo, che, unendo scienza e fede, ridà un’armonica conclusione al faticoso farsi della cosmogenesi.

Non si vede, quindi, non debbano essere letti con attenzione i suoi scritti che intravedono una possibile conciliazione tra fede e scienza da parte di uno studioso dell’evoluzione che nulla toglie alla sua serietà di lavoro argomentativamente circoscritto, di, giustamente, “asettico ricercatore”.
Un’esemplificazione in tal senso la si ha con Theodosius Dobzhansky …

Pier Angelo Piai