27 Luglio 2008

LO STATO DI PERMANENZA

In ognuno di noi sin dalla nascita si insedia il desiderio di
permanenza”, nel senso che vorremmo protrarre nel tempo certe
situazioni, cerchiamo luoghi e rapporti interpersonali stabili , forme
di sicurezza sociale ed esistenziale. Desideriamo una vita lunga, una
bella casa tranquilla, tanta salute per poterci autorealizzare, soldi
per diventare indipendenti, amici sui quali appoggiarci, il posto
fisso, ideologie attraverso le quali costruirci una nicchia
esistenziale, ecc.
Ciò è un fatto istintivo, una forma di autodifesa che però, a lungo
andare, se portata all’estremo, rischia di irrigidire il nostro animo.

Se questi desideri diventano il fine ultimo della nostra esistenza, l’anima corre il grande pericolo di fossilizzarsi.
In effetti, se riflettiamo bene, nulla ci appare “permanente”, nemmeno
in natura. Le stagioni si susseguono, il giorno si alterna alla notte,
gli alberi e le costruzioni umane mutano il paesaggio, il nostro corpo
invecchia, la nostra psiche si evolve nell’accumulare esperienze.

Nessuno stato è perfettamente uguale a quello precedente ed ogni istante è diverso da quello successivo.
Eppure continuiamo ad aggrapparci a ciò che ci sembra illusoriamente “permanente”.
Si illude chi pensa di rimanere nelle stesse condizioni di prima, così
è immaturo chi non vuole crescere ed assumersi determinate
responsabilità. Il processo di mutamento della realtà è intrinseco allo
stato di creatività a cui è chiamata ogni persona, fatta ad immagine e
somiglianza di Dio.

La creatività in sé stessa è impermanente. Le nostre esperienze
quotidiane ce lo dimostrano : il lavoro ripetitivo ci può portare al
logorio psico-fisico o alla depressione, i discorsi monotoni ci
annoiano, vogliamo mangiare o vestirci diversamente, ecc.”
Lo stato di permanenza non appartiene alla natura più alta dell’uomo, anche se la parte animale che è in noi lo desidera.

E’ piuttosto la dimensione spirituale che anela lo stato di creatività,
il quale certamente è interiore a noi : esso sa intrepretare gli
eventi, sa discernere i processi evolutivi, sa ascoltare ogni fenomeno,
accetta di vivere nella fragile provvisorietà, sa sperare in una
redenzione personale e collettiva, sa discernere ciò che vale da ciò
che invece è una patacca, apprezza la vera arte, l’armonia, la bellezza
e scopre cose sempre nuove andando oltre l’immutabile apparenza.

Quando con saggio distacco sappiamo cogliere ogni novità, gioiosa o
dolorosa, come elemento importante di arricchimento per la nostra
evoluzione umana, allora ci proiettiamo nell’evangelico “Regno dei
Cieli”, il quale è fatto per i semplici che acquisiscono saggezza nella
consapevolezza che tutto ciò che è terreno è effimero e tendente alla
staticità, mentre ciò che è spirituale respira la vera creatività.

Pier Angelo Piai