5 Gennaio 2008

Lo spazio

LO SPAZIO (riflessione filosofica di Pier Angelo Piai)

Passeggiando nel piccolo giardino osservavo il suolo: mi sentivo un gigante.
Passeggiando la sera sulla stradina davanti alla mia casa osservavo le stelle: mi sentivo meno di un atomo.
L’uomo, quindi, dal punto di vista spaziale media tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande.

Ma tutto è molto relativo. Io posso affermare timidamente che le mie dita sono spazialmente infinite se rapportate con gli infinitesimali. Ma esiste un qualcosa che possa definirsi spazialmente infinitesimale?
Nessuno potrà rispondere con certezza a questa domanda che avvia un notevole flusso di disquisizioni filosofiche.

Prima di tutto dobbiamo ammettere che il concetto di dimensione è una pura idea (non discuto se innata o acquisita dall’esperienza). Oppure una categoria mentale che applichiamo ad ogni entità materiale per poter distinguere e rapportarci nell’ambiente esistenziale.
Consideriamo una retta fatta in materiale plastico: la sua dimensione è determinata dal numero di atomi che la compongono. Se potessimo osservare uno solo di quegli atomi troveremmo altri elementi che lo compongono, i quali probabilmente ne conterebbero altri ancora, ed altri ancora. Fino dove può arrivare il conteggio?

Giunto a questo punto, non avendo ancora la possibilità di constatare in modo sperimentale la presenza di altri componenti nei componenti, ricorro alle proiezioni mentali acquisite dalla filosofia e dalla matematica.
E’ possibile prendere in considerazione un infinitesimale, pur nella consapevolezza che per ora non ha utilità pratica diretta?
Parlo di un infinitesimale! Quindi mi riferisco ad una unità: ciò che è unità assoluta esclude la molteplicità. Se un’unità ha altre parti non può considerarsi “infinito” od “infinitesimale”.

Applicando le nostre categorie mentali bisogna allora escludere la consistenza di un unfinitesimale così come lo concepiamo, cioè un’unità indivisibile, l’ultimo mattone di ogni dimensione spaziale.
Ma se l’infinitesimale è una mera immaginazione della nostra mente, come mai le cose differiscono anche nella loro dimensione? Ogni essenza materiale, lo notiamo nella pratica, è una molteplicità tendente all’unità.
In matematica l’infinitesimale viene simboleggiato come una tendenza allo zero. Zero non può essere, è logico. Qualcosa è qualcosa, mai nulla.
Ma se tende allo zero sorgono altri problemi non solo di natura filosofica.
lo zero è il nulla, e quindi non può essere preso in considerazione per far emergere l’idea di unità (la quale rimane per ora una mera categoria mentale, ma mai applicata al nulla)
Ma l’unità cessa di essere tale se non ha componenti? Per definizione abbiamo detto che l’unità assoluta non può avere elementi di molteplicità, quindi niente componenti. La considerazione dell’infinitesimale porta già a priori ad escludere ogni molteplicità intrinseca. Allora si presuppone che unità ed infinitesimale coincidano. Ma non possiamo parlare di unità nello zero: il nulla è nulla ed è escluso dall’essere e dall’essenza.

Praticamente non possiamo affermare con certezza che ogni spazio occupato da un’essenza materiale è formato da infiniti infinitesimi, se l’infinitesimo è immaginato come qualcosa vicino al nulla.
Tra l’essere ed il nulla c’è una differenza qualitativa ed ontologica infinita.
Ma perché la nostra mente non riesce ad arrestarsi di fronte ad ogni micro-gerarchia dimensionale?

L’unica soluzione permane quella dell’astrattezza del concetto di spazio: lo spazio in sè  non ha oggettività perchè è una funzione della mente che ha bisogno di immaginare un ambiente in cui collocare ogni fenomeno. E’ una forma a priori della nostra sensibilità – sosteneva Kant – anche se reale sul piano empirico.
I fisici, i quali rimangono nell’ambito strettamente empirico, assumono come soluzione all’infinita divisibilità della materia il concetto di energia. Procedendo nella divisione non dovremmo più trovare corpuscoli materiali, ma effervescenza energetica che anima l’intera materia.

La materia è tale perché la percepiamo in un determinato contesto spazio-temporale grazie all’energia che la anima e i nostri cinque sensi non sono altro che interazioni tra quello che denominiamo soggettività ed oggettività.
Si tratta, ora, di intuire la natura di questa energia e il suo rapporto con lo spazio che stiamo analizzando concettualmente.
Da tempo fisici e psicologi affermano che il mondo che percepiamo è una rielaborazione della nostra mente di impulsi nervosi attivati dai sensi corporei. Anche qui, alla fine, si tratta di effervescenza energetica che si serve di canali conduttori come i nervi.

Questo vale anche per altre forme di energia che applichiamo nei diversi settori tecnologici (luce, elettricità, magnetismo, gravità ecc.)
Se affermiamo che tutto l’universo è dinamismo energetico, dobbiamo ammettere che l’energia, anche se invisibile, è qualcosa di esistente che ha a che fare anche con lo spazio. Ma si può parlare di atomi energetici?
Per quanto riguarda la luce, ad esempio, i fisici hanno dovuto ammettere che la sua natura è mista, una fluttuazione corpuscolare ed energetica insieme, per cui tendono a distinguere bene materia ed energia.

L’energia, quindi, appare solo come dinamismo, e non è divisibile come la materia. Ma che natura ha questo dinamismo? L’energia allo stato puro non ha alcuna rilevanza, se invece è associata alla materia allora interagisce.
Ma perché ha questa capacità di interazione?

In sostanza: immaginiamo la più piccola particella materiale esistente conosciuta (tipo il neutrino). Il dinamismo energetico (sempre distinto dalla comune materia – o massa, come la definiscono i fisici) la fa vibrare, cioè la costringe ad effettuare micro-spostamenti strutturali. Quindi l’energia è “qualcosa”: se ha la capacità di modificare e spostare elementi materici o masse, anche infinitesimali, significa che la sua natura ha ancora a che fare con la materia. La conosciamo solo dai suoi effetti. Però non possiamo affermare che essa è “nulla”, altrimenti entreremmo in contraddizione.

Nel fotone la massa è nulla semplicemente perché la luce che percorre il vuoto è qualcosa che trascende la spazio-temporalità (E=mc2).
C’è anche chi sostiene che la materia è “energia” ipostatizzata che si sposta ad una velocità inferiore a quella della luce.
Lo spazio ha, quindi, un ruolo fondamentale nella teoria della relatività, mentre il tempo è la sua quarta dimensione.

L’energia, in rapporto allo spazio, agisce come collante dell’Universo.
Altrimenti come spiegare la forza gravitazionale?  Perchè la materia viene attratta da altra materia aggregata quantitativamente e qualitativamente?
Questo collante è ancora oggetto di studi perchè permea l’Universo intero con tutto il suo spazio che noi immaginiamo infinito.

Qui il salto razionale procede nel trans-materico ed è oggetto di riflessione di tutte le discipline che si interessano della struttura ontologica dell’esistenza, compresa la teologia.