22 Dicembre 2007

Il divenire e l’Assoluto

Il divenire e l’Assoluto
(Alcune considerazioni sul senso del Natale)

Nel considerare il senso dell’esistenza  osserviamo che ogni entità, sia a livello ontologico che gnoseologico, è dinamismo che  compenetra  la molteplicità nell’unità e viceversa. La molteplicità  tende all’unità e l’unità rimane ancora composta di molteplicità.

Lo stesso nostro corpo, ad esempio, è un’unità composta da cellule differenziate. Le cellule, a loro volta, sono unità composte da molecole ed atomi. Gli atomi, poi, sono costituiti da micro-particelle ecc.
Il pianeta su cui viviamo è un’unità di complesse molteplicità. Così pure il sole e gli astri.

Questo doppio aspetto della fenomenologia esistenziale  è per ora inscindibile. Nulla di ciò che percepiamo è assoluta unità o molteplicità, ma una loro commistione spazio-temporale, la quale è la base di quello che noi denominiamo IL DIVENIRE.

Su quest’ultimo concetto molti filosofi si sono cimentati per spiegarne i risvolti più arcani usando le sottigliezze linguistiche e razionali più ricercate, con particolare riferimento a Parmenide, Eraclito, Aristotele, e proseguendo a  Kant, Hegel , e, ai nostri giorni, a Emanuele Severino.

Ma il problema del divenire non è stato affatto risolto ed è ancora oggetto di sottili dibattiti mentre la cultura odierna tende a incorniciare il tutto in una questione meramente logico-linguistica.
Inconsciamente, comunque, percepiamo la molteplicità come antagonista all’unità, anche se in fondo ogni elemento del molteplice ha una sua relativa “pienezza”.

Il divenire è un tentativo spesso drammatico di  ricondurre ogni essente all’unità fino a quella trascendentale. Ma anch’esso dimostra l’Unicità dell’Essere. Potrebbe apparire paradossale, ma basterebbe soffermarci sulla nostra dimensione diveniente.

La nostra coscienza ci avverte che le modalità del nostro essere in rapporto al contingente sono sempre diverse. Attimo dopo attimo noi non siamo esattamente quelli di prima: corpo e mente assumono altri connotati relativi ad un punto di vista che noi immaginiamo immutabile, non contaminato dal divenire.

Non è semplice immaginare un punto di vista trascendente la realtà di questa dimensione spazio-temporale.
Però la nostra mente gli concede delle possibilità, quasi fosse innato questo concetto che inconsciamente riteniamo una forma privilegiata di ragionamento depositato geneticamente, oserei a dire, “a priori” nei meandri della nostra coscienza.

Eppure la stessa auto-coscienza muta, anche se di poco, il proprio punto di vista ad ogni nuova esperienza o semplice ragionamento.
Il divenire è percepito come una serie infinita di istanti specifici, istanti soggettivi ed oggettivi ed interattivi. Un filo logico lega questi istanti esistenziali dando l’impressione di una loro unicità, che però è sempre relativa e parziale rispetto all’Unità trascendentale che la nostra mente assetata di infinito immagina.

Questo fatto potrebbe costituire una prova ragionevole dell’esistenza del Trascendente come lo abbiamo sempre considerato: se la nostra coscienza arriva a desiderare un’unità percepiente , significa che è attirata dall’Unità Assoluta trascendente, la quale è perfetta. Molti potrebbero sostenere che la sete in sè non dimostra l’esistenza della fonte di acqua, ma la sete è tale perché la natura stessa attiva una forma di sopravvivenza: essa testimonia la necessità di dissetare l’organismo con l’acqua, pena la sua estinzione.

Così la nostra sete di Assoluto non è casuale o una bizzarria della nostra mente. E’ reale ed ogni coscienza la esperimenta in tutte le situazioni, anche se non la desidera approfondire per pigrizia mentale o per paura.

In questo contesto possiamo in qualche modo decifrare il senso dell’Incarnazione: Dio che trascende ogni nostra esperienza o contenuto mentale, entra a far parte del nostro divenire, cioè entra storicamente e a pieno titolo, nella nostra dimensione spazio-temporale, nella nostra situazione creaturale.

E’ Lui l’Unificatore della nostra realtà esistenziale (se lo vogliamo) perché ci coglie dalla molteplicità, cioè dal nulla che eravamo, per unirci a Lui, l’Assoluto, al fine di donarci il suo sguardo,il suo volere, la sua stessa divinità.

Unificati in Lui dopo esserci rappacificati con l’Universo, diventiamo coeredi del Figlio prediletto,Tempio dello Spirito Santo, . In questo senso ognuno di noi ha un immenso destino: divenire figli di Dio.