11 Agosto 2007

Tempo, eternità e Redenzione

Perché si sostiene che Gesù Cristo ha redento il mondo attraverso la passione, la morte e la Resurrezione che sono avvenuti in un preciso momento storico?

Due sono gli interrogativi che sorgono spontanei: come mai questa Redenzione ha valore anche per noi uomini del 3° millennio e perché anche per me individuo?
Non è una questione da poco: è fondamentale per la nostra fede e per il senso della nostra esistenza individuale.

La Redenzione porta i suoi frutti proiettando il tempo nell’eternità.
Se si vuole affermare qualcosa sulla Redenzione è necessario riflettere in profondità sul senso del termine “tempo” e su quello di “eternità” per chiarire alcuni concetti preliminari.
Su questo punto c’è molta confusione e molti “credenti” smettono di cercare la Verità semplicemente perché non focalizzano questo senso o si smarriscono nella superficialità.

Kierkegaard sosteneva che l&rrsquo;uomo è una sintesi di temporale e di eterno. Cosa intendeva?
Il tempo è stato oggetto di riflessione di moltissimi pensatori, ma ancora non ci è chiara la sua natura intrinseca o la sua portata concettuale. Anzi, rimane un vero enigma ancora insolubile.

Il tempo  viene immaginato dalle nostre menti come una serie di istanti che si succedono: il nostro “esprit de geometrie” spazializza anch’esso, tanto che viene denominato la quarta dimensione dello spazio…
E’ solo un artificio della mente, questo lo sappiamo tutti.

All’interno del comune concetto di tempo si presentano spontanee le sue determinazioni principali: passato, presente e futuro, le quali non hanno alcuna consistenza ontologica perché il passato non può essere rivissuto, il futuro è solo una proiezione mentale ed il presente è infinitamente meno stabile di quello che immaginiamo perché non è afferrabile concettualmente, anche se dovessimo dividere all’infinito ogni frazione temporale: l’indivisibile dovrebbe coincidere con l’istante, il quale non ha né passato e né futuro.

Dobbiamo presumere, allora, che il tempo cela l’istante e l’istante il tempo?
Non possiamo nemmeno affermare che il tempo è la somma di infiniti istanti: ciò provocherebbe una serie di paradossi ancora più insolubili. Come potrei concettualmente aggiungere un istante accanto all’altro e contemporaneamente affermare che esso non ha né passato né futuro?

Ogni istante non è somma dell’altro, quindi l’istante è unico.
E’ inoltre trascendente. La nostra razionalità tende a estrapolarlo dal mondo fenomenico, ma rimane ancorata  all’interno di percezioni psichiche e materiali. Se così fosse esso si disperderebbe nel nulla, e quindi rimarrebbe un non-sense, in quanto la nostra vita comune si svolge all’interno della dimensione spazio-temporale…

Per intuire il concetto di “istante” bisognerebbe realizzare una vera “epoché” logica, mettendo tra parentesi il fenomenico, per dirla alla Husserl. Operazione, questa difficilissima, che si potrebbe tentare solo usando le facoltà più elevate della nostra dimensione spirituale. (Ma qui c’è il salto qualitativo nella fede)
Il linguaggio, a questo punto, si rivela insufficiente, perchè vengono espressi concetti trans-razionali con parole che appartengono al patrimonio umano, ambiguamente legato  al fenomenico.

Si naviga, quindi, nel mare dell’intuizione, quella che lo stesso Bergson ha scandagliato per dimostrarci l’esistenza della dimensione spirituale.
L’istante, come già affermato, è unico e trascendente.
Emerge spontaneo, allora il concetto di “eterno” il quale è anch’esso “unico e trascendente”. Il sillogismo appare evidente: istante ed eternità sono due facce della stessa medaglia.

Anche l’eternità non ha né passato, né futuro. Non ha né un inizio né una fine.
E’ indivisibile, unica, irripetibile. Come l’istante.
Non diciamo forse che con la morte entriamo nell’eternità? Quindi la pienezza dell’essere si raggiunge solo con la morte che ci scaglia nell’eternità. Si tratta dell’istante-eternità. In questa dimensione non è possibile la comunicazione in quella spazio-temporale, se Dio non lo permette.

Gesù ha sofferto e patito nel tempo storico che ha preparato l’istante della morte. La Resurrezione, avvenuta nell’istante, ha valore eterno, trans-cronico perché in essa la morte è stata ingoiata. La morte è l’annullamento dei limiti spazio-temporali.

Gesù morendo, cioè staccandosi dalla dimensione spazio-temporale ha esteso i suoi benefici all’umanità intera, perché il suo sacrificio, consumato nell’istante, ha valore eterno per ogni individuo che aderisce nella fede rendendolo suo contemporaneo, innestandosi nella sua dinamica redentiva.

Per chi crede, dunque, Gesù agisce nella contemporaneità grazie alla dimensione trascendente del suo sacrificio, il quale porta ogni credente in lui ad un’unione più stretta fino alla progressiva divinizzazione, dove l’eternità è senza limiti spazio-temporali e la coscienza dell’individuo è perfettamente innestata in Lui.

Pier Angelo Piai