11 Settembre 2004

La questione intellettuale oggi : LA SAGGEZZA.

CONTRIBUTO AD UN DIBATTITO SULLA SAGGEZZA
in occasione della presentazione del libro
” I RACCONTI DI ELIA ” di Pier Angelo PIAI

ASSOCIAZIONE ” METABOLE’ “
Arte scienza e clinica della Parola

IL RITORNO DI FREUD NEL XXI SECOLO

1 . La questione intellettuale oggi : LA SAGGEZZA.


CONTRIBUTO AD UN DIBATTITO SULLA SAGGEZZA
in occasione della presentazione del libro
” RACCONTI DI ELIA ” di P. PIAI

Venerdì 10.09.04


In uno dei suoi aforismi Oscar Wilde afferma che dove ci sono grandi criminali, grandi peccatori ci sono anche grandi santi, mentre fra tante brave persone questi ultimi vengono meno. Una sorta di Provvidenza, in un mondo di peccato, non tarda a dispensare una equa parte di santità. Parafrasando Wilde questo si potrebbe dire anche per la saggezza.

Dopo l’ottimismo, fin de siecle, l’inizio di questo nuovo secolo e millennio si presenta con un volto quanto mai tragico dalle prospettive fosche ed inquietanti. La costruzione mattone dopo mattone di un mercato globale, negli ultimi decenni del secolo scorso, ha finito per escludere molti dal suo “banco”. E chi si trova a coltivare fantasmi di esclusione e di reiezione vorrà entrare o da padrone o da distruttore, anche perchè non c’è luogo esterno nel quale potersi ritirare. Esiste solo una grande piazza che raggiunge ogni dove e chichessia.

Molti popoli se ne stanno a guardare al di fuori del recinto del lunapark incapaci di pagare il biglietto. Molti, però, si autoescludono per motivi ideologici e religiosi senza che venga meno l’arcaico senso dell’invidia. L’invidia non conduce mai all’emulazioe ma produce invece una impotenza omnidistruttiva.
Il terrorismo è una logica, quella dell’escluso, sostenuto dal trionfo della sordità della psicosi accompagnata da delirio e da allucinazione.
La religione della morte è quella nube che grava sull’occidente; nube che si è formata nell’occidente stesso ed acquistata dai vicini.
Tenendo conto di ciò che si profila all’orizzonte dei nostri giorni, non credo che ci sia più tempo per indugiare in banalità; in primis quelle di origine televisiva.

“L’intelligenza” che oggi occorre per superare gli ostacoli che le questioni presenti in campo ci pongono, non può starsene ancora lontana dalla “saggezza”, come lo è stata nelle tragedie mondiali del ‘ 900 ma anche negli ultimi decenni .
Quello che viene chiamato dialogo fra civiltà oggi, non ha prodotto i risultati sperati. Ci vuole qualcosa d’altro.

Il dialogo nella sua struttura dialettica può essere utile solo per le schermaglie filosofiche, dove ciascuno punta ad ottenere ragione sull’altro, come in una sorta di agone retorico dal quale dovrebbe scaturire la verità.
Si tratta qui pur sempre della logica del duello, nel quale se non si giunge ad una soluzione per mezzo delle parole, allora si passa per le vie di fatto, come intendeva Von Clausewitz.

Il cosidetto “occidente”, nei primi secoli della cristianità, ha discusso molto di teologia e non invano. Ha inventato una “struttura triale” attraverso l’elaborazione della “questione trinitaria”.
A differenza del “dia-logo”, la “trialità”introduce una terza funzione, quella vuota o intervallo, quella dove può situarsi” l’ascolto”, un ascolto vuoto da pregiudizi, senza alcuna strategia mirante a negare o comunque a dimostrare la fallacia dell’enunciato altrui.

Oggi siamo costretti ad andare oltre, ad “essere colloquio”dove la Verità si presenta come un effetto. Essa può sgorgare inaspettata simile ad un effetto di senso, senza essere data una volta per tutte, senza essere posseduta già al punto di partenza, in quanto sarebbe suscettibile solo di essere diffusa ed imposta. La verità non può che rivelarsi in un punto di schisi, in un intervallo, nel silenzio, dove la strategia non è quella della vittoria sull’altro. Essere “colloquio”non significa ritenerlo uno strumento proteso ad un fine, ma viverlo e farne esperienza, una esperienza di ascolto. Non c’è Saggezza senza arte dell’ascolto.

E’ fondamentalmente arte dell’ascolto il modo di vivere la Saggezza da parte di Elia.
Chi è Elia? E’un santo molto popolare nell’Europa dell’est, ma nell’Antico Testamento è il profeta del monoteismo. Nell’ebraico biblico ‘elijja(hù) significa Jahvè è Dio. Egli è ritenuto per la sua forza capace di accettare le sfide dei suoi nemici e vincerli, oltre che di svolgere una attività taumaturgica. All’occorrenza Pierangelo Piai gli aggiunge anche la virtù della Saggezza.

Nell’incipit di questo libro c’è una presentazione quasi agiografica secondo la tradizione…
Questo modo di narrare non circoscrivibile ad un particolare genere letterario, evince quasi immediatamente un carattere “minimalista”che riflette sul disagio esistenziale di un mondo alla periferia di una città del nord, dove ci sono difficoltà di comunicazione, assenze di identità, insolenze del potere, le banalità del senso comune, i giudizi affrettati secondo le apparenze….

Si tratta qui della dialettica tra due elementi: quello realista e quello di carattere favolistico, più nel senso latino di” fabula”ossia di un racconto di carattere morale, pedagogico e didascalico, ma nel nostro caso senza lupo, indiscusso protagonista della favole in genere. Questo è un esempio di come si può narrare l’essenziale; ciò sfrondando le frasi da tutto quello che non è estremamente necessario all’economia strutturale del racconto.

E’ inoltre un esempio di come si può portare a compimento, ciascuna volta,
il discorso per giungere alla rivelazione di una verità non frutto di una arida dimostrazione razionalistica, ma come acqua che sgorga da una fonte, quella dell’ascolto e della riflessione interiore.
Mi sembra che questo sia un modo di narrarre che viene dall’oriente in modo particolare quello indiano.
L’autore è un gran lettore degli scritti di Krisnamurti, per cui qualcosa di orientale è penetrato nel suo stile: la questione di partenza, lo sviluppo narrativo attraverso conversazioni, un punto di sospensione come un momento di riflessione ed una “happy end” effetto di verità. Penso anche che lo spirito evangelico, i Padri della Chiesa e una certa teologia francese non siano meno presenti.

Tutto prende avvio ripetutamente dallo spaesamento, dal disorientamento, dal disagio della civiltà dei giorni nostri. Ma qui, come non accade molto spesso, c’è qualcuno che sa risolvere i problemi.
Elia è un uomo di grande esperienza e grande interiorità, ama il silenzio e la solitudine.

Elia è sempre presente dove occorre, sia per rendere evidente una cecità interiore, una incapacità di accorgersi di ciò che accade proprio lì accanto, sia per consigliare una maggiore immersione nelle difficoltà dell’esperienza come anche per dare un suo contibuto diretto raccogliendo a terra siringhe usate, pericolose per i bambini, finendo per destare gravi sospetti.

Un saggio è la persona più indicata per riconoscere l’altrui saggezza; Elia non cessa mai di mettere in evidenza, sì, i difetti altrui ma ancor di più le qualità, in modo particolare di chi non ama mettersi al centro della scena nell’autoaffermazione, ma invece preferisce abitare ai margini, unico luogo dove sia possibile svolgere una attività efficace nella piena gratuità.

La parola non ha una qualità legata ad una sua platealità ma in base a quanto è importante per ciascuno; senza dimostrazioni ed esibizioni magistrali essa assume importanza quando si accorge della natura e della bellezza del creato.
Nella riflessione di Elia esiste una “dimensione interiore”non cancellabile né accantonabile; se con essa non ci troviamo in sintonia allora la nostra vita non tarderà a svilirsi e ad inaridirsi, fino adirittura a perdere una buona relazione con la realtà.

A Delfi sul frontone del tempio di Apollo era scolpita questa massima: “Conosci te stesso” così famosa nell’ antichità.
L’energia della vita legata all'”interiore hominis”può venire soltanto da questa conoscenza irrinunciabile agli umani.

Il dolore è parte integrante della condizione unana, ciascuno spesso, si trova ad assolutizzare il proprio, ma si può intenderne qualcosa solo accorgendosi del dolore altrui. Esso può anche produrre agli umani una forza insperata.

La forza sia per in nostro Elia, come per quello dell’A.T.è un effetto della Verità, una verità che si può percepire ed ascoltare nella nostra quotidianità in tutto ciò che ci circonda, non nel colcolo e nella misura.
Questi racconti sono l’attraversata di molte del fragilità umane, una attraversata che si fa ricerca che si fa poesia della vita; il tempo di questa ricerca è il tempo della vita stessa. Elia in sintonia col filosofo, si trova ad affermare che “l’uomo è fatto per cercare, ma troverà solo la possibilità di cercare all’infinito”.

Lungo il viaggio incontriamo della verità, ma non potremmo mai afferrarla né portarcela appresso, non possederla: chi possiede rimane posseduto. Essa ama nascondersi ad occhi troppo indagatori e spesso abita un’altra dimensione, oppure noi abitiamo un altra dimensione nei suoi confronti, come un feto prima della nascita.

Elia è in qualche modo un filosofo antico, una sorta di Socrate del XXI secolo che non si è costruito un sistema di teorie, ma esercita il suo filosofare nella forma più elementare possibile, prendendo avvio, come tutti i pensatori antichi, da quell’atteggiamento originario che è il “taumathein” il meravigliarsi, il provare meraviglia per le cose.

Ho finito di ascoltare il Quartetto n.14 in LA min.op.132 (1810) di L. van Beethoven: l’essenziale della vita è la contemplazione e la sua meraviglia, dopo la guarigione da una lunga malattia.

Giorgio Codarini