14 Luglio 2003

Il Genio della lampada magica

Pradamano, 13 dicembre 2002.

Il Genio della lampada magica.

Nella favolistica, vale a dire nell’insieme di favole che sono proprie di un determinato paese o area geografica, c’è né una particolare, assai indicativa, che ho sentito raccontare in quel di Cividale e il cui intento morale, vale a dire l’insegnamento che se ne ricava, dovrebbe servire per l’intero Friuli.

Molti anni fa, un signore che abitava in Friuli e che, con tanto sacrificio e con molto lavoro, era riuscito a costruirsi una grande casa ed a possedere una certa agiatezza, va, un bel giorno, nella sua cantina per assestare la roba che aveva colà riposta.

Riordinando, tutte quelle cianfrusaglie, gli capita tra le mani una lampada antica. Lui la incomincia a ripulire, a strofinare, ma ecco che, dalla lampada, come per incanto, per una magia, gli appare il volto di un Genio baffuto. Il Genio con voce roca, gli dice: “ Voglio farti un dono, esprimi un solo desiderio e potrai avere ori, piacere, salute, tanto quanto tu vorrai.

Io, ti accontenterò. Ricordati, però, che il tuo vicino avrà sempre il doppio di quello che tu mi chiederai”. Il signore friulano, spaventato, non riesce, in quel momento, né a pensare, né a parlare. Allora, il Genio prosegue dicendo: “ Ti concedo tutta la notte per pensare, domani, ma solo domani, potrai esprimere il tuo desiderio”.

Poi, dispare. Il giorno dopo, di buon mattino, quel signore friulano, dopo aver pensato tutta la notte, va nella sua cantina, prende tra le mani la lampada magica e strofinandola fa riapparire il Genio. Il signore friulano dice al Genio:

“ Ho pensato di chiederti di perdere un occhio.” Il Genio, corrucciato, lo guarda e immediatamente lo accontenta, poi, sparisce. Da quell’istante il signore friulano incomincia a vedere con un occhio solo, ma il suo vicino, diventa improvvisamente cieco senza sapere il perché.

Oggi, accadono tanti fatti analoghi, e noi, “signori friulani”, ignorando l’insegnamento della favola, continuiamo a camminare lungo quella velenosa strada che è l’invidia.

Eugenio Di Barbora
Pradamano