2 febbraio 2002

Il� dramma dell’umanesimo ateo

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Umanesimo positivista, umanesimo marxista, umanesimo nietzschiano; molto più che un ateismo propriamente detto, la negazione che sta alla base di ognuno di essi è un antiteismo, e più precisamente un anticristianesimo. Per quanto siano tra loro contrapposte, le loro implicazioni, sotterranee o manifeste, sono numerose, e come hanno un fondamento comune nel rifiuto di Dio, così pure arrivano a esiti analoghi, il più importante dei quali è l’annientamento della persona umana.

Feuerbach e Marx, così come Comte e Nietzsche, erano convinti che la fede in Dio stesse scomparendo per sempre, che questo sole stesse tramontando sul nostro orizzonte per non sorgere mai più. Il loro ateismo si credeva e si voleva definitivo, pensando di avere un vantaggio sugli antichi ateismi, quello di eliminare completamente il problema che aveva fatto nascere Dio nella coscienza. Antiteisti come Proudhon, e in un senso ancor più radicale, essi non sono arrivati a concludere come lui che l’esistenza di Dio, quanto quella dell’uomo, “è provata dal loro antagonismo eterno”.

Essi non hanno avuto come lui quel senso di un ritorno offensivo del mistero, e di un mistero che non è solo quello dell’uomo, dopo ogni sforzo tentato per vincerlo. Dietro la varietà dei suoi stili, il loro “umanesimo” ci appare ugualmente cieco. Nietzsche stesso è rimasto sepolto nella sua notte, e tuttavia il sole non ha smesso di sorgere! Quando Marx non era ancora morto e Nietzsche non aveva ancora scritto i suoi libri più scottanti, un altro uomo, pure lui genio inquietante ma più veritiero profeta, annunciava con strani bagliori la vittoria di Dio nell’anima umana, la sua eterna resurrezione.

Dostoevskij non è che un romanziere. Non propone un sistema, non fornisce alcuna soluzione ai terribili problemi che pone al nostro secolo l’organizzazione della vita sociale. È, se vogliamo, in una condizione di inferiorità. Ma sappiamo almeno riconoscere il significato di un simile fatto. Non è vero che l’uomo, come sembra talvolta si dica, non possa organizzare il mondo terreno senza Dio.

È vero però che, senza Dio, non può alla fin dei conti che organizzarlo contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo disumano. Del resto, la fede in Dio, quella fede che ci inculca il cristianesimo in una trascendenza sempre presente e sempre esigente, non ha come scopo di sistemarci comodamente nella nostra esistenza terrena per farci addormentare in essa – per quanto febbricitante possa essere il nostro sonno.

Ma, piuttosto, essa ci rende inquieti e incessantemente viene a rompere quell’equilibrio troppo bello delle nostre concezioni mentali e delle nostre costruzioni sociali. Irrompendo in un mondo che tende sempre a chiudersi, Dio vi apporta senza dubbio un’armonia superiore, ma che può essere raggiunta solo a prezzo di una serie di rotture e di lotte, serie lunga tanto quanto il tempo stesso. “Non sono venuto a portare la pace, ma la spada”: Cristo è anzitutto il grande turbatore. Questo non vuol dire certamente che non vi sia una dottrina sociale della Chiesa che deriva dal Vangelo.

Tanto meno ciò tende a distogliere i cristiani, uomini e membri della città come i loro fratelli, dallo sforzo di risolvere, in conformità con i princìpi della loro fede, i problemi della città: essi anzi vi si sentono spinti da una necessità in più. Ma nello stesso tempo sanno che, siccome il destino dell’uomo è eterno, non deve fermarsi alla vita di quaggiù.

La terra, che senza Dio potrebbe cessare di essere un caos solo per diventare una prigione, è in realtà il campo magnifico e doloroso dove si prepara la nostra esistenza eterna. Così la fede in Dio, che nulla potrà mai strappare dal cuore dell’uomo, è la sola fiamma nella quale si conserva, umana e divina, la nostra speranza.

Henri De Lubac���

Il dramma dell’umanesimo ateo, Jaka Book

La tentazione del paganesimo non è l’immoralità, ma la moralità. L’etica è stata inventata da un pagano miscredente.

Nicolas Gomez Davila