10 Luglio 2003

Curiamo le piante e le radici della vita

Pradamano, 13 maggio 2002.

Curiamo le piante e le radici della vita.

Durante i mesi invernali le piante hanno un aspetto sgraziato e deforme con i rami spogli protesi verso l’azzurro del cielo, simili a braccia umane alzate e ora, in primavera, ricoperte di verdi foglie, appaiono leggiadre e belle. Dapprima, sui rami spogli, sono spuntate le gemme che poi, piano, piano, sono diventate foglie. Le foglie del pioppo “crescono” prima di quelle del gelso.

La natura ha i suoi tempi, i suoi cicli e le sue leggi secolari. Sento spirare un tiepido vento primaverile, odo un brusio sommesso, altalenante : è la musica dolce delle foglie dei pioppi, mentre quelle dei gelsi sono immobili e mute. Vedo tra i rami dei pioppi, grappoli di piccole palline che, in un tempo lontano, noi ragazzi, raccoglievamo per poi, farci la “guerra” con le cerbottane e ora, le palline stanno fiorendo in bianchi fiocchi di cotone che il vento trasporta lontano. Guardo tra i rami dei gelsi e vedo che sono spuntate le more.

Penso alle more mature e dolci, more bianche, grigie e nere che, un tempo, venivano raccolte per fare la marmellata e la grappa. Rivedo nella mente, lungo le vie dei “borghi” nel Paese natio, i carri trainati dai buoi, ricolmi di rami tagliati dai gelsi con fresche foglie asciutte che, venivano poste sui filari per nutrire i bachi da seta. Erano altri tempi, ma la vita delle piante continua, ancora, ad essere sempre la stessa. E’ la nostra vita che è cambiata. Ci siamo allontanati vorticosamente dalle leggi naturali e dalle radici della vita.

Avanza, ora, protervo un avere e un potere senza regole, attivato da uno stile aggressivo, frenetico, scellerato che intossica le persone e le rende “povere”, sole, insicure. Allora, i pioppi, i gelsi e tutte le piante della pianura, i boschi della montagna, sono lì, a ricordare valori antichi e perenni, le tante gioie nelle piccole cose, le radici della vita che vanno difese e curate, senza solamente tagliare, bruciare, o peggio incendiare.

Eugenio Di Barbora

Pradamano