27 Gennaio 2002

La religione fattore di pace

dal Messaggero Veneto del 27/01/2002

di BRUNO TELLIA


L’incontro interreligioso di preghiera ad Assisi per la pace nel mondo ha messo in luce, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la fede e la forza spirituale di Giovanni Paolo II, che continua a lanciare messaggi spesso difficili da comprendere e accettare perché fuori dalle logiche razionali o ragionevoli.

C’è stato, infatti, qualcosa di ambivalente in questo incontro, fortemente voluto da Giovanni Paolo II, con adesioni più o meno convinte da parte di altre confessioni e di altri esponenti religiosi e con assenze significative come quella della Chiesa ortodossa greca, per affermare che la violenza e la guerra non possono trovare giustificazione nel nome di Dio e che le religioni debbono essere strumenti di pace e di unione fra i popoli e non di divisione e di contrapposizione e conflitto.

L’ambivalenza è innanzi tutto da una parte nella netta posizione assunta dal Papa sul ruolo della religione nella storia come promotore di pace attraverso la giustizia e il perdono e, dall’altra, nella condizione sociologica di religioni che continuano a rappresentare il riferimento e a fornire la giustificazione di violenze e guerre.

Uno dei principi ispiratori del pontificato di Giovanni Paolo II, infatti, è stato il continuo riferimento alla religione come fattore di libertà per i popoli e di solidarietà e convivenza fra i popoli. Continuamente il Papa, venuto dall’allora lontano Est europeo e che ha sperimentato sulla sua pelle cosa possono essere i sistemi politici che negano Dio, ha affermato che la violenza e la guerra nel nome di Dio sono una bestemmia; che uomini e donne appartenenti a diverse fedi religiose non solo possono collaborare, ma devono anzi sempre più impegnarsi per difendere e promuovere i diritti umani, condizione per una pace autentica e duratura; che le religioni sono un fattore di solidarietà e come tali non possono ammettere che qualcuno strumentalizzi il nome di Dio per giustificare azioni che in realtà lo offendono.

La stessa parola “religione”, in effetti, vuol dire “relazione”, legame vivente fra genere umano e divinità creatrice e animatrice della storia. Come tale, le religioni dovrebbero costituire la base per una convivenza fra le genti ed essere superiori componenti di relazioni pacifiche fra gli individui e le comunità.

Ma le religioni sono anche altro. Essendo costituite in comunità e dando luogo allo svilupparsi di comunità, non sfuggono ad alcune leggi sociologiche. Il loro impatto sulla pace, pertanto, è nello stesso tempo positivo e negativo. Positivo perché la religione può essere effettivamente in grado di fornire risposte convincenti ai grandi interrogativi sulla condizione umana, a tenere vivo il senso del bene e del male, a promuovere i diritti e i doveri dell’uomo e della donna, a offrire condizioni agli uomini per porre tregue ai conflitti e a riconciliarsi.

Negativo perché nel momento in cui è elemento fondante e giustificativo dell’esistenza di gruppi distinti, la religione può portare, come anche i fatti recenti confermano, a dominazioni liberticide in nome di Dio, a intolleranza, a fanatismo, a guerre condotte in nome di Dio. Per rendere la religione unicamente fattore positivo occorre essere capaci di superarne il limite sociologico.

La religione è sicuramente un fattore potente per la formazione e la coesione dei gruppi sociali e per rafforzarne l’identità culturale, e proprio per questo può diventare elemento di divisione, contrapposizione, scontro, quando i gruppi si chiudono, per paura o per debolezza, verso tutto ciò che è diverso, che è altro.

La grandezza di questo Papa sta nell’avere superato, con i suoi comportamenti, questo limite sociologico, insistendo sui valori che costituiscono l’identità della comunità cattolica, ma nello stesso tempo, proprio perché guidato da una forte fede, sui fondamenti comuni delle religioni. Non è facile comprendere a fondo questa posizione, per tanti cattolici, per tanti agnostici, per tanti appartenenti ad altre religioni, anche perché non sempre viene comunicata.

Ho cercato su Internet quanto del messaggio di Assisi è stato diffuso dai mass media. In verità molti giornali nel mondo hanno riportato quanto avvenuto nella città umbra. Ma vi sono state anche tanti silenzi. Il Jerusalem Post, per esempio, sia nell’edizione Internet che in quella internazionale, ha ignorato l’evento. In compenso, nella rubrica “Questo giorno nella storia ebrea”, ha riportato che il 25 gennaio 1904 Pio X, incontrando Herzl, lo scrittore e uomo politico ungherese che aveva concepito l’idea di uno Stato ebraico, aveva rigettato l’idea di Gerusalemme in mani ebraiche.

Arrivare al punto in cui la dimensione trascendente della religione superi quella sociologica appare oltremodo difficile. Questo Papa, così provato nel corpo, lo crede possibile.

Bruno Tellia
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