27 Gennaio 2002

Giù le mani dall’anima

iussa13 picturedall’Avvenire del 26/01/2002

Sfida alla nuova scienza: giù le mani dall’anima

Il filosofo Vaccaro: ribellarsi all’egemonia della materia

Roberto Righetto


È una delle rare volte che un libro viene esplicitamente citato – e in maniera lusinghiera – in una prolusione del presidente dei vescovi italiani. È accaduto ieri ad Andrea Vaccaro, il cui pamphlet Perché rinunziare all’anima? – da poche settimane in libreria per i tipi delle Edizioni Dehoniane di Bologna – ha dato spunto al cardinal Ruini per una riflessione sul «caso anima» nell’odierna cultura occidentale.

«Non pensavo – ci dice al telefono il giovane studioso di Pistoia – che il mio lavoro potesse ottenere un risalto così forte. Ho voluto solo denunciare un pericolo sempre più evidente nelle neuroscienze: il declassamento dell’anima e la riduzione della mente umana a pura attività materiale».

Possono sembrare discorsi meramente filosofici ma toccano in realtà la nostra vita quotidiana, dato che le conquiste delle neuroscienze sono tangibili da tutti nel loro riscontro farmaceutico.

Spiega Vaccaro: «Quella che era considerata la sfera più intima e personale dell’uomo sembra subire lo scacco dell’alterazione a comando. Sei un tipo caratterialmente introverso e solitario? È sufficiente assumere il farmaco che aumenta la disponibilità della serotonina per mutare il tuo atteggiamento. E così via: la timidezza è vinta con la paroxetina, l’apatia con la molecola della reboxetina, l’angoscia esistenziale con il potenziamento dell’acido gamma-amminobutirrico. E dietro richiesta è alterabile anche lo stato di eccitazione o di aggressività. Naturalmente, non è che tutto ciò sia da rigettare in blocco, ma è la filosofia che c’è dietro a rifiutare l’anima».

Lei chiama appunto le neuroscienze «killer dell’anima»…

«Gli studi attuali sul cervello sono in larga misura finalizzati a dimostrare la non esistenza della sostanz a spirituale. Vi sono certo, anche in questo ambito, posizioni moderate e prudenti, ma la maggior parte di questi studiosi avanza proposte audaci degne di clamore. Quando con pieno senso di ovvietà si sente affermare che autocoscienza, etica, fede e amore non sono altro che particolari configurazioni di sezioni del cervello corrispondenti ai lobi frontali; o quando si sostiene pacificamente che senza una rete neurale formata (come nei feti) e ben conservata (come nei malati di Alzheimer) si può parlare di molte e variegate cose, ma non di un io costituito, cioè di un essere umano, credo sia in gioco una scommessa molto sostanziosa».

Insomma, i neuroscienziati vogliono farci credere che il cervello – e le attività mentali che svolge – non è altro che materia, un «aggregato di molecole»?

«Pensi al Nobel per la medicina Francis Crick. Per lui tutto il nostro cosmo interiore, fatto di ricordi, di dolore e di gioia, eccetera, è un semplice assembramento di cellule nervose. O all’ex presidente della “British association” Tyndal per il quale come la bile è la secrezione del fegato, così l’anima è una secrezione del cervello».

Lei però mette sotto processo anche l’intelligenza artificiale…

«Non è questione di fare processi. Però va detto che proprio il fatto che si consideri il cervello come materia porta ad affermare che le macchine possono svolgere attività mentali. Se la “materia del cervello” si esprime attraverso modelli di calcolo replicabili, ecco che un computer le può benissimo ripetere, anzi svolgere anche meglio. I filosofi della mente sono stati i primi a dileggiare il concetto di Anima come un residuo antiquato di epoche lontane. Il loro paradigma è che tutto è spiegabile in termini fisici. E i teorici dell’intelligenza artific iale, a partire da Marvin Minsky, assicurano che niente appare più semplice del dotare una macchina, un cyborg, di una coscienza. Un’operazione che ritengono non utile, ma neppure ardua da attuare».

Tutto ciò pone inevitabilmente nuove domande alla teologia. Ma è – o sarà- in grado di farvi fronte?

«Dalla Chiesa, e soprattutto dalla teologia, c’è da attendersi un lavoro particolarmente gravoso. In primo luogo, occorre acquisire un’adeguata conoscenza del profilo che questo nuovo fenomeno sta assumendo; poi, tentare di decifrarne le reali intenzioni e riesaminare a fondo le problematiche che esso solleva, che corrispondono alla visione antropologica; infine, cercare di comprendere sempre meglio cosa, in questa visione, è essenziale per il cristianesimo. Non si tratta di chiudere le porte, ma di aprirsi a un confronto senza accettare riduzionismi di sorta sulla visione dell’uomo e sapendo che la persona è un essere insieme corporeo e spirituale».

Roberto Righetto