29 Marzo 2002

Don Milani tra Turoldo e Pasolini

dal Messaggero Vento del 29/03/2002

Una serie di documenti inediti in una nuova biografia che è stata dedicata al priore di Barbiana

Tre persone così diverse hanno avuto molti punti di contatto nei loro ideali


Negli anni Cinquanta, un millennio fa, da un paese dell’Appennino neppure raggiungibile per una strada carrabile si levò una voce che aveva tutto la luminosità, la chiarezza e l’intransigenza delle profezie. Era quella di don Lorenzo Milani, spedito in romitaggio coatto per la sua incorreggibile tendenza a richiamare la società e la Chiesa al messaggio evangelico. Barbiana, dov’era stato nominato priore, era un buco dimenticato dagli uomini, ma non da Dio, che mandò ai figli dei contadini illetterati che la popolavano, un maestro e, con lui, una scuola destinata a diventare un modello nel mondo.
“Oportet ut scandala”, e uscì Esperienze pastorali, presto ritirato dal commercio dalla Santa Sede (ma David Maria Turoldo, nel 1955, lo avrebbe voluto ripubblicare). Seguì Lettera a una professoressa, che fu nutrimento per molti dei giovani del ’68, anche se, quando scoppiò la contestazione, don Lorenzo se ne era già andato per sempre.

Chissà, però, se le sue parole vennero capite sino in fondo. E chissà quale sarebbe stato il suo giudizio sul fenomeno, stante la diffidenza critica verso i figli della borghesia. Probabilmente don Lorenzo avrebbe detto qualcosa di non lontanissimo dall’eterodosso scritto di Pasolini su Valle Giulia. C’è da ricordare, anzi, che tra l’intellettuale di Casarsa e il rampollo di una facoltosa famiglia ebraica, improvvisamente toccato dal cattolicesimo, una scintilla scoccò, sia pur nella lontananza. «Don Milani, un personaggio fraterno nel nostro universo: una figura disperata e consolatrice», scrisse Pasolini, con intuitiva sintesi.
Sulla storia dell’uomo, dell’intellettuale e del prete, che ebbero tratti autonomi pur dando vita a una figura forte e a tutto tondo, è uscito per i tipi di Borla Don Milani, tra solitudine e Vangelo, di Maurizio Di Giacomo (414 pagine 20,66 euro), una biografia che aggiunge alle opere già conosciute una serie di documenti inediti provenienti dall’archivio di Mario Cartoni, giornalista che fu in stretto rapporto con il priore di Barbiana.
Il passaggio da una raffinatezza distaccata e snob, alla donazione e al coinvolgimento totale con i più deboli, fatto difficile da spiegare se non si accetta il mistero della grazia e del Dio che attrae, viene percorso con meticolosa attenzione. E così appare arduo comprendere il procedere testardo e furibondo di don Milani, tempra passionale e incrollabile, malgrado l’ostilità di gran parte del mondo cattolico, gli ostacoli e le sanzioni frapposte dalla gerarchia, la comprensione parziale di quegli stessi che lottavano al suo fianco («Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene, Pipetta, quel giorno io ti tradirò», scrive a un giovane comunista di San Donato).

Fu uomo e maestro inquieto, stimava del resto il turbamento «un gran dono di Dio». Venne accusato di superbia intellettuale, e forse ne nutrì; ma, diceva «a noi cattolici non può far difetto la luce: peccatori come gli altri, passi, ma ciechi come gli altri no. Se no val meglio l’umile e disperato brancolare dei laici».
E quando nella sua difesa dell’obiezione di coscienza (i due gioielli della Lettera ai cappellani militari e della Lettera ai giudici), scelse la via dell’obiezione di coscienza, rivendicò orgogliosamente di aver avuto come esempio un «cattivo cittadino» quale fu San Paolo.

Si annuncia finalmente la prossima nascita di una fondazione. Si spera in una riscoperta che non si limiti ad appiccicare l’«I care» a un congresso politico. Ne occorrono, oggi di persone così, venute a portare la spada della loro parola, e a dividere se occorre, come diceva il Cristo. Persone capaci, in tempi di edonismo, di utilitarismo gretto e rampante, di predicare una buona novella sganciata da qualsiasi ritorno pratico. Di risultare provocatori, quanto meno nell’esempio fornito, nella teologia della liberazione intesa nel dare all’uomo la capacità di giudicare con la propria testa.

Fu un prete scomodo, don Lorenzo, per sé prima che per gli altri. Per questo fu perseguitato a lungo, e ancor oggi, pur negli attestati di stima per la sincerità e l’indefettibilità dell’impegno civile e pastorale, c’è parecchia diffidenza verso la forza scardinatrice del suo insegnamento. Ma chi si è preso la briga di andare oltre gli stereotipi, leggendo bene le sue opere, avrà scoperto che non insegnò nulla di diverso da quanto è scritto nel Vangelo.

Il fatto è che il cristianesimo, vissuto integralmente, non è qualcosa di comodo. È un “prendere la croce” di quel Salvatore che si fece vittima sacrificale. È un seguire i passi e i gesti del figlio di Pietro Bernardone. Tutto ciò forse andrebbe ricordato ai tanti credenti divenuti adepti di un disinvolto e autoreferenziale “defensor fidei”, capace di proclamarsi unto dal Signore, a onta dei suoi soldi, del suo controllo sui media, del suo arrogante rifiuto di riconoscere qualsiasi giudizio. Quel giudizio degli uomini cui andarono coerentemente incontro tanto Gesù Cristo quanto, sul suo esempio, don Lorenzo Milani.

Luciano Santin
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