30 Novembre 2001

La libertà di Turoldo

dal Messaggero veneto del 30/11/2001

Articolo dello scrittore Paolo Maurensig

Io non ho avuto modo di conoscere personalmente Davide Maria Turoldo.
Ma, questo sì, ho vissuto, di riflesso, l’imponenza della sua personalità che, a volte e a onor del vero, mi è persino sembrata spettacolare e talvolta anche eccessivamente onnivora e culturalmente eclettica.

In verità avevo sbagliato l’approccio.
Turoldo, infatti, non può essere “trattato” con gli strumenti culturali consueti perché egli li scardina tutti. Turoldo esprime un grande anelito di libertà, in primis per se stesso. Questa sua dimensione appare ovunque e in ogni suo pensiero. Così che egli si permette ogni possibile libertà e si sente, di conseguenza, libero di penetrare ovunque la sua speculazione e la sua creatività possano spaziare.

Un suo pensiero attualissimo lo voglio ricavare dalle sue “confessioni” a Maria Nicolai Paynter, divenute, poi, libro. «Gli spazi della libertà si fanno sempre più angusti e anche sempre più minacciati. Viviamo nel pieno caos dell’elettronica, del computer, dell’informatica; nel diluvio della pubblicità… Il rischio, oggi, è la morte della coscienza individuale, e perciò la morte della responsabilità».

Turoldo ci interpella ossessivamente intorno al problema della libertà come esperienza continua del vivere soggettivamente le proprie responsabilità, capace di vincere quelle che lui definisce le «impalcature innalzate intorno alla comune torre che è quella di Babele». Impalcature che egli non teme di ascrivere tanto al sistema del mercato quanto alla stessa religione quando questa si manifesta con le sue sovrastrutture, i suoi sistemi propagandistici.

Non teme per nulla, infatti, di chiarire che «ho fatto voto a Dio della mia vita per mezzo della Chiesa e del Papa; non ho fatto voto della mia vita al Papa per mezzo di Dio». La sua idea, dunque, è di una libertà che esige e che costa. Ci sarebbe veramente tanto da dire intorno a questa sua visione della vita e della storia che richiede radici morali forti e un cammino quotidiano molto impegnativo, sia nei confronti di se stessi che degli altri, della società, della politica, perché l’impegno è personale e indeclinabile. Libertà e responsabilità individuale sono per Turoldo gli argini fra i quali scorre tutto il fiume della vita.

Alla disperazione che potrebbe ingenerare l’onnipotenza di un sistema che sempre più sembra rendere l’individuo inutile e incapace, Turoldo oppone senza indugio la poesia. «Fin che l’uomo canta e tornerà a cantare, c’è ancora speranza, non solo per l’individuo, ma per la stessa società. La poesia, quando è poesia, è sempre un evento universale, un evento per il mondo, per la storia. Sarà la poesia a salvarci, nel senso che ha scritto Dostoevskij che “la bellezza ci salverà”.

Solamente che per ora è necessario che salviamo proprio la poesia». Credo che in questa sua prospettiva si giochi il suo ruolo di poeta travolto, squarciato e arato dal vomere della storia, il farsi poesia delle sue ansie, della sua innamorata ricerca di quel suo Dio che parla con Giobbe e attraverso Isaia, del suo pensiero libero e guerriero.


Mi sono sempre chiesto se Turoldo sarebbe stato lo stesso Turoldo semmai nato in un’altra terra, fuori del Friuli. Un dubbio che presto cede di fronte alla sua risoluta confessione: «Sì la mia anima è la mia natura di friulano». Così che il progetto del Forum di Aquileia dedicato a padre Davide a ragion veduta è stato titolato Una voce dal Friuli. Perché Turoldo è capace ancora di parlare al mondo intero, alle varie culture della contemporaneità la lingua straordinaria di questa nostra civiltà, che, fondamentalmente, è una civiltà dalle radici contadine («il mistero contadino», come direbbe Pasolini), con un’anima non ancora totalmente corrosa o, meglio ancora, in piccola parte ancora riecheggiante di valori e di sentimenti cari al popolo di Turoldo, che ricordava come «gente di frontiera, orgogliosi figli di una piccola patria, ricca …di villotte struggenti e delicate, quasi canti da “dolce stilnovo”, canti di trovadori, dove sono narrate le infinite vicende dolorose e tristi di un popolo nobile, tanto povero quanto dignitoso».

Con tanta apprensione abbiamo messo mano a questo progetto, ben conoscendo la misura del personaggio e ben rendendosi, quindi, consapevoli della responsabilità del compito di valorizzarne la testimonianza, ma, soprattutto, di raccoglierne la consegna.

Con monsignor Nicolino Borgo, appassionato erede spirituale di Turoldo, e Renato Stroili, indispensabile e competente curatore di tutto il progetto, abbiamo a lungo ragionato sul rischio di cedere alla celebrazione, piuttosto che coltivare il messaggio attualissimo del monaco-poeta, che amava fare dell’esercizio della poesia una dimensione di verità, un’urgenza personale e insieme sociale, da coltivare agli antipodi rispetto a qualsiasi, vago, esercizio di stile. Turoldo, lo sappiamo, preferiva guardare ai contenuti, spesso decidendo di lasciarsi andare allo slancio e all’entusiasmo per “l’istinto del verso”, soprattutto davanti alla quotidianità degli eventi.

Anche se è certo che, nella vita di Turoldo, un evento tragico e definitivo avrebbe cambiato profondamente, e senza possibilità di ritorno, quell’approccio passionale e generoso alla vita e all’arte. Parlo della malattia, naturalmente: quel tragico e prolungato appuntamento con il destino che accompagnava padre Davide oltre lo specchio della vita, davanti a un nulla che non poteva che schiudere la presenza assoluta di Dio, il mistero dell’essere, il confronto con le comuni risposte della fede, dove tutto sembra approdare a un deserto in cui “il già detto” davanti a un «Dio sempre nuovo» non serve più, in nessun senso.

E, dunque, anche al cospetto della morte l’atteggiamento di Davide Turoldo conferma «il privilegio di credere in qualcosa». «Allora… ti affretti ad amare le cose come non hai mai amato… e vorresti fare cose incredibili… e cantare come non ho mai cantato, perché si sente la preziosità del tempo… la gioia di servire, di collaborare alla causa dell’universo…».

Ecco, dunque, l’eredità di Turoldo che noi ci accingiamo a raccogliere come, appunto, testimonianza e consegna: tutto sta nella speranza che contempla anche il pensare «con tenerezza alla disperata fatica della ragione».

«Su questa linea del positivo – così si conclude la confessione di Turoldo alla Paynter – della speranza, del mondo che si rinnova, dell’unità del mondo, che è una necessità assoluta, ma non da imporre, ma da fare nell’amore, nella libertà… ecco questo vorrei che fosse veramente uno stimolo, un conforto per quelli che verranno, ecco. È questo, ecco».

Paolo Maurensig
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