10 Aprile 2016

MA COS’È DAVVERO LA PIETÀ?

II di pasqua Giovanni 20,19-31

 

          La
risurrezione non annulla la croce, non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha
rimarginato le labbra delle ferite. Croce e Pasqua sono un unico movimento,
un’unica vicenda. Perché la croce non è un semplice incidente da superare, è
qualcosa che deve restare per l’eternità: le piaghe di Cristo sono il vertice
dell’amore, le sue ferite sono le feritoie della più grande bellezza della
storia.

 

Il vangelo abbraccia questa settimana di pasqua con un racconto in
cui si rispecchiano il primo e l’ottavo giorno.

La sera di Pasqua il Signore entra in quella stanza chiusa, porte e
finestre sbarrate, dove manca l’aria e si respira paura. Tra tutti solo Tommaso
ha il coraggio di andare e venire. Lui è uscito, non era con gli altri la sera
di Pasqua, quando il Signore stette in mezzo a loro: Pace a voi. Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi. Voi come me.

Li
manda, così come sono, poca cosa davvero, un gruppetto alla sbando. Ma ora c’è
in loro “un di più”:  sono come
lui, c’è il suo Spirito, il segreto di Gesù, il suo respiro, ciò che lo fa
vivere.

Soffiò e disse loro: ricevete lo Spirito
Santo.
Su quel pugno di creature,
chiuse e impaurite, inaffidabili, scende il vento delle origini, il vento che
soffiava sugli abissi, che scuote le porte chiuse del cenacolo.

A coloro a cui perdonerete i peccati
saranno perdonati.

Gesù
opera un collegamento inatteso tra lo Spirito di Dio e il perdono, il respiro
di Dio è la misericordia.

Allora
capisco che perdonare è un bisogno di Dio più che nostro, perché Dio sia Dio: per
essere Padre lui ha la necessità di abbracciare ogni figlio che torna, deve
andare a parlare con ogni figlio maggiore che non capisce, andare a cercare ogni
pecora che si perde. La misericordia è un bisogno di Dio, a partire da lui non
dai miei peccati; non un attributo fra altri, ma l’identità stessa del Padre.

Dio
è ontologicamente misericordia, non solo eticamente, come azione. Una necessità
ontologica che gli fa dire davanti a ciascuno come davanti a Zaccheo: “oggi devo fermarmi a casa tua”.

  Prima opera che
consegna ai pacificati, ai riempiti del Soffio di Dio: voi perdonerete…, con l’atto creativo del perdono che fa voi
simili a Dio, che agli altri riapre il futuro, che in me tira fuori la farfalla
dal bruco che mi sembra di essere, dal verme che temo di essere.

Perdonerete i peccati… Ma
che cos’è un peccato? La risposta del vecchio catechismo: Offesa fatta a Dio
disubbidendo alla sua legge. Ma non è Dio che offende questo continuo
peccare,  è noi che offende.

Immaginiamo così Dio? Uno che
è offeso da me ma non mi fa pesare l’offesa?

Che idea meschina di Dio
abbiamo coltivato, l’abbiamo ridotto a poca cosa, in miseria.

Dio perdona, come dice la
parola stessa, moltiplicando il dono. Perdono, un iper, un super-dono. E il
dono di Dio è Dio che si dona!

Non riesco più a sentir
parlare di peccato come fosse un’offesa. Il peccato è uno solo: è il disamore.

Il disamore ferisce il mondo,
offende l’uomo, è l’anti-creazione.

L’unico comando che ci lascia,
quello nuovo, quello suo è: amatevi. Amatevi altrimenti vi distruggerete tutti,
e la ragione sarà sempre del più forte, del più violento, del più armato, del
più crudele.

E come perdona Dio il
disamore? Come uno smemorato? Facciamo come se non fosse successo niente? No, a
cosa servirebbe? A pareggiare i conti? A essere sempre fermi, o a ritornare
alla casella di partenza?

Dio perdona come un creatore,
non come uno smemorato.  Perdona dilatando
il cuore, rendendo spazioso il cuore, accendendo il cuore. Perdona risuscitando
amore. Perdona, togliendo pietre che chiudono, creando aperture. Cos’è Gesù
Cristo? È una struttura di apertura, di aperture continue. Perdona aprendo, non
cancellando.

Voglio dirvi
tutto il mio disagio per tanto linguaggio liturgico lamentoso, teso a chiedere
pietà, il perdono delle colpe, mia colpa,
mia grandissima colpa, e poi la richiesta di salvare l’anima dalla
perdizione.

Ma
soprattutto, l’immagine di Dio che questa inflazione di peccato e di richieste
di perdono propone: puntiglioso, pericoloso, ragionieristicamente attento alle
piccole cose. Anziché il Dio innamorato seminatore di bellezza, primavera del
cosmo e del cuore.

Gesù nel
Vangelo ci ha detto di chiamare Dio Padre, “Abba”, papà, come figli, come
amici, tralci della vite, acqua di quella sorgente. Lo chiamo papà, e
continuamente gli chiedo pietà. Che amore, che fiducia è quello che ha
continuamente bisogno di chiedere pietà al proprio padre? Come facciamo a
tenere insieme il “Signore pietà” e il “Padre nostro”?

Possiamo farlo se
sento il perdono di Dio come è davvero: il dilagare di Dio sopra il mio cuore;
del suo sole sopra le mie ombre; sgorgano aperture contro i miei limiti.
Brecce, falle di luce, fessure di cielo, correnti nuove dentro l’immobile
stagno dove sono insabbiato.
Che apre la
strada a più amore, a più libertà, a più coscienza.

Il
perdono è il dono di Dio. Il dono di Dio è Dio che si dona.

Il per-dono
di Dio è Dio che si dona fino all’estremo, e oltre. Dio in me, Saluto il Dio
che è in te, forza ascensionale verso a più amore, più libertà e più coscienza.

Otto giorni dopo è ancora lì: l’abbandonato ritorna da quelli che sanno solo
abbandonare. Li ha inviati per le strade, e li ritrova ancora chiusi in quella
stanza.

Ma Gesù accompagna con
delicatezza infinita la fede piccola dei suoi, con umanità suprema gestisce
l’imperfezione delle vite di tutti. Non ci chiede di essere perfetti, ma di
essere autentici; non di essere immacolati, ma di essere incamminati.

E si rivolge a Tommaso che lui
aveva educato alla libertà interiore, a dissentire, che lui aveva fatto
rigoroso e coraggioso, grande in umanità.

Invece di imporsi, si propone
alle sue mani: Metti qui il tuo dito e
guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco. Gesù
rispetta la sua fatica e i suoi dubbi; rispetta i tempi di ciascuno e la
complessità del vivere. Lui non si scandalizza, si ripropone, anzi si espone
con le sue ferite aperte.

Toccami! La
fede di Tommaso, come la mia, ha tre passi, tre gradini: ho bisogno, mi fido,
mi affido.

Ho bisogno: di vedere, ti toccare, di sentire quel foro che ti ha
ucciso, se non vedo non credo….

Mi fido: tocca, tendi la mano,
metti. Il vangelo non dice che Tommaso l’abbia fatto, che abbia toccato.
Che bisogno c’era? Si fida, che inganno c’è in chi è inchiodato per te? Non le
ha toccate, le ha baciate quelle ferite diventate le feritoie della più grande
bellezza del mondo.

Mi affido: mio Signore e mio Dio. La fede se non ha
questo aggettivo “mio” non è vera fede, sarà religione, catechismo, paura. Mio, dev’essere, come dice l’amata del
cantico, mio non di possesso ma di
appartenenza: il mio amato è mio e io sono per lui.

Mio, come lo è il cuore e
senza non vivrei. Mio come il respiro e senza non sarei.

Alla Comunione

 

Quando sulla mia vita scende
la sera,

torna, o Signore, a farti
vicino

ad augurare pace.

Vieni, Signore dalle mani e
dal cuore feriti.

Ti dico le parole di Tommaso:

Mio Signore e mio Dio.

Mio come lo è il cuore,

e senza non sarei,

mio come lo è il respiro,

e senza non vivrei.

La tua vita entra in me,

con il tuo Spirito,

tu sei energia che sale, dice
e ridice e non tace mai.

Si dilata dentro, mette gemme
di luce,

mi offre due mani piagate

dove poter riposare e
riprendere fiato e coraggio.

Signore mio e Dio mio,

io appartengo a te

nella vita e nella morte,

nato oggi dalla tua
misericordia

Io sono per te,

perché tu sei per me,

grembo di madre e di
misericordia.

Amen.

 

 

p. Ermes Ronchi