20 Luglio 2015

LA NOSTRA VOLONTÀ E LA SUA

LE CATECHESI DI DON VINCENZO CARONE

Bisogna osservare i dieci Comandamenti, il compimento dei dieci
Comandamenti è l’amore al prossimo. La perfezione della Legge è l’amore
fraterno: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”; questo è il
comando di Gesù, il quale perfeziona la Legge. Perché la rende perfetta?
Perché compie il fatto dell’osservanza della Legge: “per-factus”. La
Legge porta ad amare Iddio, però il comando del Signore, se vogliamo
obbedire al comando di Dio, è questo: di amarci gli uni gli altri.

Quindi il compimento della Legge è la carità fraterna, nella misura in
cui Cristo ci ha amato, dando la vita per i fratelli. Questo viene a noi
dal Vangelo. Però, qual è il momento particolare in cui lo spirito
nostro si trova secondo la direzione spirituale della Parola del
Signore? Il momento è questo: che differenza passa tra l’essere solido e
l’essere saldo? L’essere solido vuol dire “essere tutto di un pezzo”;
la solidità indica la realtà monolitica che c’è: solido, tutto d’un
pezzo, monolitico. Ma la solidità è una qualità interna ad un essere;
“saldo” invece, è una solidità con un altro essere.

La saldatura: io
sono saldo, con chi?, con la Parola di Dio, con Dio, con Cristo, con la
Legge del Signore, con la perfezione della legge che è la carità
fraterna, con i consigli evangelici; questo vuol dire “essere saldo”.
Quindi la solidità è una realtà interna ad un essere; si è saldi invece
in quanto la propria volontà è un tutt’uno con la volontà di colui con
il quale vogliamo essere uniti. La Parola del Signore ci invita ogni
giorno a saldare la nostra volontà con la volontà di Dio, con la Parola
di Dio; e ci invita sempre a rinsaldare quell’aspetto, quel punto della
fragilità predominante che facilmente si dissalda.

Questo è il pensiero
della Parola del Signore: rendere un tutt’uno la nostra volontà con la
volontà di Dio, specialmente in quel punto dove la fragilità
predominante tante volte ci ha fatto ritrovare staccati, scollati,
dissaldati. Qual è la conclusione? E’ questa: che dobbiamo anzitutto
rivedere l’osservanza dei dieci Comandamenti; inoltre dobbiamo
perfezionare l’osservanza della Legge mediante la carità fraterna, e
dobbiamo anche mettere in pratica i consigli evangelici ai quali abbiamo
dato liberamente il nostro dono della volontà. Una volta revisionata
tutta questa gamma di impegni, dobbiamo rivedere qual è il punto dove si
è un po’ “dissaldati”, un po’ “scollati”, un po’ “scardinati”, secondo
Parola del Signore; questo punto è anzitutto la fede: credere in Cristo.
Cosa devi credere, che Cristo è Dio? Sì, ma questo è scontato. Che è il
tuo Redentore? Sì, ma è scontato.

Che Gesù è Colui che ti dà la grazia,
la vita divina, i sacramenti? Sì, ma credi tu che Cristo è la vera
gioia, e non quella del mondo ateo e materialista? Gesù è entrato nel
cuore di ogni “dispiacere”, perché la sua carne era debole e la
debolezza della carne non poteva piacere a Lui. Entrò nel cuore del
dispiacere della sua volontà, tant’è che disse al Padre: “Passi da me
questo calice, ma non la mia ma la tua volontà sia fatta”. Per piacere
al Padre Lui ha accolto ogni dispiacere. Così noi davvero crediamo a
Gesù che è la nostra gioia, sennò sono soltanto parole. Si dissalda la
nostra volontà sempre per via del piacere che noi proviamo quando
facciamo il peccato: ciò che piace alla mia mente, alla mia volontà, ai
miei affetti, ai miei sensi. E’ sempre il piacere quello che dissalda la
mia volontà dalla volontà di Gesù, dalla volontà di Dio.

E’ questo il
punto. Però non scoraggiamoci, perché la carne e lo spirito, per il
peccato originale, e il fomite della concupiscenza, sono portati ad
altri piaceri diversi; per questo non dobbiamo rinunziare e portare la
croce. Non scoraggiamoci, chiediamo al Padre Celeste di aiutarci. Ha
mandato Gesù il quale provvede perché il nostro spirito e la nostra
carne siano confortati: la nostra carne un giorno risorgerà, e il nostro
spirito godrà la visione beatifica. Non scoraggiamoci se tante volte ci
sono divisioni tra quello che piace a Dio e quello che piace a noi. La
pace di Gesù è appunto questa gioia nel vedere saldata la nostra volontà
con la sua volontà e con la sua Parola, specialmente con l’amore
fraterno. (Don Pierino)

Noi dobbiamo amare il prossimo, il quale ricambia insultandoci perché
siamo di Cristo. Talvolta coloro che ci ingiuriano lo fanno in nostra
assenza, come alle nostre spalle, mentre altre volte ci insultano in
faccia. Così fecero con il Signore appeso alla croce: Gesù supplicava il
Padre di perdonarli ed essi lo insultavano prendendolo in giro: “Se sei
il Figlio di Dio, scendi dalla croce”. Se uno ti ingiuria mentre sei
assente, non hai bisogno di fortezza, perché non odi le sue parole, né
ti feriscono le sue offese. Se invece ti ingiuria in faccia, hai bisogno
di essere forte. Che vuol dire: Hai bisogno di essere forte? Devi
sopportare l’offesa!
Non credere infatti di essere forte se, udito
l’oltraggio, ti lasci vincere dall’ira e assesti un pugno all’offensore.

Non è fortezza quella per cui colpisci chi ti insulta; anzi tu stesso
sei un vinto dell’ira, ed è il colmo della stoltezza chiamare forte un
uomo sconfitto. Lo dice anche la Scrittura: “Colui che vince l’ira è più
forte di colui che conquista una Città”. Vale di più – dice – il
domatore dell’ira che non il conquistatore di una città. Hai dunque in
te stesso un grande antagonista.

Se ascoltando un’offesa, ti senti
ribollire di rabbia, e stai lì lì per restituire male per male, ricorda
le parole dell’Apostolo: “Non restituite male per male né ingiuria per
ingiuria” . Ricordando queste parole, spezzerai la tua ira e ti
conserverai nella fortezza. E siccome sei stato offeso in faccia, non
alle spalle, ecco che ti sarai cinto (il testo dice: praecinctus) di
fortezza. La verità del cristiano si mostrerà alla fine della sua vita.
Sparisce l’erba, sparisce la prosperità dei peccatori; ma qual è la
sorte dei giusti? “Il giusto fiorirà come la palma”. I peccatori
germogliano come l’erba cattiva, il giusto fiorirà come la palma.

Nella
palma ha voluto simboleggiare l’altezza. E, forse, nella palma ha valore
simbolico anche il fatto che essa è bella nella sua cima. Nasce dalla
terra e termina in alto, con una cima, e in questa cima è tutta la sua
bellezza. La sua radice rasoterra appare brutta, ma bella è la sua
chioma sullo sfondo del cielo. Anche la tua bellezza si manifesterà alla
fine, se sarai fedele a Cristo. A te interessa la tua coscienza che ti
assicura che quello che dicono di te, è falso.

Affonda la radice della
tua vita nella parola di Dio; ricorda sempre che man mano che avanzi
nella vita tra tentazioni difficoltà di ogni genere, la speranza che la
parola di Dio ha messo nel tuo cuore, ogni giorno che passa, diventa
sempre più certezza. Il desiderio di essere nel Regno dei Cieli diventa
sempre più ardente: “cupio dissolvi et esse cum Cristo”, diceva San
Paolo ai suoi cristiani – desidero ardentemente che questa mia vita si
dissolva perché io possa essere con Cristo -.

La nostra radice è
piantata in alto, poiché nostra radice è Cristo, che è asceso al Cielo.
Chi si sarà umiliato, sarà esaltato. “Come il cedro del Libano si
moltiplicherà”. Osserva quali alberi ha menzionato. Il “giusto fiorirà
come la palma; come il cedro del Libano si moltiplicherà”. La palma e il
cedro non inaridiscono quando nascerà il sole del giorno in cui il
Signore verrà. L’erba invece inaridisce quando il sole della giustizia
di Dio brucerà la loro esistenza inutile “nel fuoco eterno” disse Gesù.
Verrà il giudizio, e allora inaridiranno i peccatori e fioriranno i
fedeli.

Termino questa catechesi con una preghiera che nel lontano
medioevo faceva un sant’uomo: Amorosissimo Gesù, dammi la tua grazia,
perché “sia operante in me” (Sap 9,10) e in me rimanga sino alla fine.
Dammi di desiderare e di volere ciò che più ti è gradito, e più ti
piace. La tua volontà sia la mia volontà; che io la segua e che ad essa
mi confermi pienamente; che io abbia un solo volere e di volere con te;
che io possa desiderare o non desiderare soltanto quello che tu desideri
e non desideri.

Dammi di morire a tutte le cose del mondo; fammi amare
di esser disprezzato per causa tua, e di essere dimenticato in questo
mondo. Fammi bramare sopra ogni altra cosa di avere riposo in te, e di
trovare in te la pace del cuore. Tu sei la vera pace interiore, tu sei
il solo riposo; fuori di te ogni cosa è aspra e tormentosa. “In questa
pace, nella pace vera, cioè in te, unico sommo eterno bene, avrà riposo e
quiete” (Sal 4,9). Amen.

Don Vincenzo