1 Giugno 2015

SE VEDI L’AMORE VEDI LA TRINITÀ

TRINITA’ 2015-05-28

Gv 15, 24-27

 

La vita del Padre, il coraggio del Figlio, la libertà dello Spirito
siano con tutti voi.
Abbiamo aperto l’eucaristia con il primo, il più diretto, il più
immediato gesto di fede nella Trinità: il segno di croce.
Davanti alla Trinità, io mi
sento piccolo e tuttavia abbracciato dal mistero. Piccolo ma abbracciato, come
un bambino: abbracciato dentro un vento, un respiro, un soffio in cui naviga
l’intero creato e che ha nome comunione,
che mi tira fuori dalle mie chiusure, mi spinge a sconfinare oltre i miei
limiti.

Padre, fonte
amorosa della vita:
per quelle volte che non mi sono preso cura della vita in tutte le sue
forme, Kyrie eleison

Gesù Cristo,
amore crocifisso
: per tutti quei limiti che mi mettono paura di donarmi, Kyrie
eleison.

Spirito Santo,
fuoco e vento che non riposa:
per tutte le volte che ho peccato contro la libertà
e la comunione, Kyrie eleison

 

Omelia

Oggi, nella festa della
Trinità, il racconto di Dio diventa racconto dell’uomo. Il dogma, difficile
eppure liberante, è un condensato di indicazioni esistenziali, di sapienza del
vivere.

Esistere è coesistere, per
Dio prima e poi per l’uomo.

Esistere è coesistere, nei
cieli prima e poi sulla terra.

Il primo male di cui la Bibbia
fa menzione non è il peccato del frutto proibito; c’è un male più antico
ancora, più originale del peccato originale. È Dio stesso a dichiararlo: non è bene che l’uomo sia solo. È male che
Adamo sia solo: primo male del cosmo e del cuore è la solitudine. Non è bene
che l’uomo sia solo, neanche Dio può stare solo, è Trinità.

Allora capisco che il grande
progetto: facciamo l’uomo a nostra
immagine e somiglianza, significa facciamolo
a somiglianza di un legame d’amore, a immagine della comunione.

I nomi che Gesù sceglie per
raccontare il mistero, sono nomi di famiglia e di affetto: Padre e Figlio, nomi che abbracciano, che si abbracciano. Spirito, nome che dice respiro, dice
che ogni vita prende a respirare, che stende le ali quando si sa accolta, presa
in carico, abbracciata. Che Dio è in me come aria nei polmoni.

Affascinante il racconto di
Dio nella prima lettura. Mostrami la tua
gloria chiede Mosè. E Dio come risponde? “Farò passare davanti a te TUTTA la mia bontà”. Non semplicemente la
mia bontà, ma tutta la bontà. La gloria di Dio è la bontà, e non il potere, il
dominio, l’eternità, l’infinito. Dio si gloria della sua bontà totale: Dio non
è buono, è totalmente buono.

E non la tiene per sé, la fa
passare davanti agli occhi di Mosè, davanti ai miei, che si incida negli occhi
dei ogni uomo: un lunghissimo pellegrinaggio di bontà è il percorso di Dio
nella nostra storia.

E il Signore passò davanti a Mosè proclamando il suo
nome: il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira,
ricco di amore, ricco di fedeltà, che conserva l’amore per mille generazioni.

Sono, insieme con la bontà,
sette nomi di Dio, uno più bello dell’altro; sette motivi di vanto, dolci e
forti. Onnipotente sì, ma non nella forza, solo nell’amore. Sette titoli che
sono la gloria, la verità, la bellezza di un Dio che mi innamora.

Stiamo entrando nel cuore
della rivelazione del primo testamento: misericordioso
e pietoso è Dio, hanun e rahun,
due parole che si inseguono continuamente nella Bibbia, che ci inseguono per
non farci cadere nella tristezza o nella resa. Dio dalle viscere di madre,
datore di vita per mille generazioni. Misericordioso, cioè mosso dal dolore.

Tu vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può
vedere.
Vedere Dio di spalle
significa andare dietro a lui, camminare sulle sue orme, seguirlo. Questo è
l’unico modo per vedere Dio sulla terra: la sequela, mettere i nostri piedi sulle
tracce della gloria di Dio, la bontà. Che è la sua e la tua gloria, il suo e il
mio vanto.

Gloria dell’uomo è un cuore
buono. E misericordioso
, come quello di Dio,
vulnerabile al dolore: “lasciarci ferire dalle richieste, dal bisogno, dalla
sete di giustizia di altri che ci vivono accanto o lontano. Partecipare alle
loro lotte, non restare indifferenti. Misericordia è farsi prossimi, sporcarsi
le mani per fasciare e guarire. Buttarsi nel folto della vita, ascoltare il
grido dei poveri e il gemito di tutto il creato, consolare e lottare, pregare e
agire” (M. Marcolini).

Essere misericordiosi, perché “essere mossi dal dolore
e identificarsi con compassione con chi si trova in difficoltà significa essere
teomorfi, conformi all’immagine di Dio” (Elizabeth Johnson).

Al termine di una giornata
puoi anche non aver mai pensato a Dio, mai pronunciato il suo nome. Ma se hai
donato bontà, se hai sorriso a qualcuno procurandogli un po’ di gioia, se hai
dato un aiuto disinteressato, anche senza saperlo tu hai fatto la più bella
professione di fede nella Trinità. Il vero ateo è chi non sa tessere e
custodire legami. Chi non lavora a creare comunione, riconciliazione,
accoglienza, conforto, gratitudine. Chi non entra nella danza delle relazioni
non è ancora entrato in Dio. Se vedi
l’amore vedi la Trinità (Sant’Agostino).
La Trinità è al di qua, non aldilà della vita.

Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto e mi
fa paura: perché è contro la mia natura. Allora capisco perché quando sono con
chi mi vuole bene, quando accolgo e sono accolto sto così bene: perché realizzo
la mia vocazione divina. Allora fede e reale coincidono, verità ed esistenza
coincidono. E questo fa esultare. La Trinità è un soggetto che è al di qua, e
dentro, non al di là di me.

La festa della
Trinità è la memoria della mia radice, festa del mio destino, segreto della
vita buona
.

Allora se cerco il Padre, non vado a rispolverare
vecchi libri o vecchie formule, evocando Colui che un tempo creò il mondo, che si
rivelò a Mosè sul monte, ma Colui che oggi crea e regge l’universo.

In noi vivono milioni di anni del passato, il nostro
DNA è un codice in cui è scritta una storia sterminata, retta da Dio.
La mia comunità è planetaria e cosmica: intessuti nelle nostre vite sono il puro fuoco delle stelle e i geni
delle creature marine, e tutti, assolutamente tutti, sono parenti nello
splendido arazzo dell’essere (Elizabeth Johnson).

Se cerco lo Spirito, non è
la ripetizione a memoria delle formule del Credo che me lo restituisce, ma è
vedere, conoscere, partecipare a quanto di nuovo si sprigiona oggi nel mondo.

Se cerco Gesù, non gli
costruisco un trono di pensieri e parole, ma so che posso ‘vederlo di spalle’, se
mi metto alla sua sequela; lo cerco vivo nella carne di ogni uomo che è suo
fratello, ogni uomo sofferente e gioioso, piccolo e grande, tutti destinati
come lui al Regno.

Ma se mi metto contro gli
uomini, dimentico che se anche fossero cattivi, lui ha cercato i perduti, ha
accolto i prodighi, ha inseguito gli smarriti.
Ed è il suo lavoro ancora.

Termino
con le parole finali della II lettura: dal
momento che lo Spirito di Dio abita in voi (Rom 8,9b). Dio mi abita. Come
un vento. Come una mano che mi copre nel
cavo della rupe. Mi copre, mi protegge, e poi mi chiama fuori, a seguirlo
(Es 33,23). Mi abita come un Consolatore (Gv 15,27) che conforta e
incalza; passa davanti a me nella sua
gloria, cammina davanti al cuore, con
tutta la sua bontà.

 

 

 

Preghiera dopo la comunione

 

Dì loro ciò che il vento
dice alle rocce,

ciò che il mare dice alle
montagne.

Dì loro che una bontà
immensa penetra l’universo,

dì loro che Dio non è quello
che credono,

che è un vino di festa, un
banchetto di condivisione

in cui ciascuno dà e riceve.

Dì loro che Dio è Colui che
suona il flauto nella luce piena del giorno,

si avvicina e scompare
chiamandoci alle sorgenti.

Dì loro l’innocenza del suo
volto, i suoi lineamenti, il suo sorriso.

Dì loro che Egli è il tuo
spazio e la tua notte,

la tua ferita e la tua
gioia.

Ma dì loro, anche, che Egli
non è ciò che tu dici

e che tu non sai nulla di
Lui. Eppure ti fidi e lo preghi,

lo cerchi nel nome di ogni
creatura e

soprattutto nel nome di
Colui che è Figlio,

il Nazzareno che ha saputo
amare come nessuno,

nel nome di Colui che è
Spirito, vento sugli abissi,

fuoco che riaccende la vita,

e lo farà per i secoli dei
secoli. Amen

p. Ermes Ronchi