24 Marzo 2015

IO SONO LA RISURREZIONE E LA VITA

V
DI QUARESIMA – Anno B – Lazzaro

Dt 6, 4a.20-25 – Ef 5, 15-20 – Gv
11,1-53

 

E’ la domenica di Lazzaro: il racconto della sua risurrezione è la
pagina evangelica dove Gesù appare più turbato. Lo vediamo fremere, piangere, commuoversi,
gridare. Ciascuno di noi è lì, è Lazzaro, o Marta o Maria, ciascuno è frammento
del Vangelo. E in tutti Gesù è risurrezione, è vita. Per questo, prendiamoci un
momento di silenzio per dire grazie. Per mettere Lui al centro. Perché il
Signore viene prima.

E ora chiediamo il suo aiuto per togliere via la pietra che blocca l’imboccatura
del cuore, i macigni che bloccano la vita.

 

 

Omelia

 

Di Lazzaro sappiamo solo che era fratello di Marta e
Maria e amico di Gesù. Sulla sua carta d’identità, due sono i segni particolari:
fratello ed amico. La definizione di ogni essere umano: sarai fratello e amico.

Se
Tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto
. Dolcemente, come si fa
con gli amici, Marta e Maria rimproverano Gesù. Ma con parole di fede stupende:
“ Tu, emani vita”. Se tu sei con noi, la morte, la notte non verrà.

Gesù risponde: “Tuo fratello
risorgerà”. Ma alle sorelle appare come una frase consolatoria, che tanti hanno
ripetuto in quei giorni, e Marta risponde come delusa: “so bene che risorgerà
nell’ultimo giorno. Ma quel giorno è
così lontano da
questo mio dolore”.

Mentre Marta parla al futuro, Gesù
risponde al presente:
“Io sono”, e seguono parole tra le più
importanti del vangelo:
“Io sono la risurrezione e la vita”. Adesso,
nel tuo presente.

Notiamo la disposizione delle parole. Prima viene
la Risurrezione
e non,
come si saremmo aspettati,
la sequenza vita-morte-risurrezione. Riscatto prima,
e poi vita per sempre.

Vivere è il risultato di molte liberazioni, di
molti riscatti: dal peccato, dalla paura, dalla disperazione, dalla violenza, dalla
solitudine.
Risurrezione è una esperienza che interessa il nostro presente e non
solo il nostro futuro. A risorgere sono chiamati i vivi prima che i morti, da
tutte le vite spente e immobili.
Per
vivere, bisogna prima risorgere!

Gesù non è soltanto il Risorto, è molto di più, Lui è la
Risurrezione stessa, è l’energia e l’azione di far risorgere, Risurrezione del
mondo, degli altri, dei dolenti, dei rinchiusi, di me, adesso.

Io sono la
risurrezione,
sono una forza che ti
abita, una forza che non riposerà finché non abbia raggiunto l’ultimo ramo
della creazione, l’ultimo angolo del cuore.

Gesù non è venuto a vincere la paura della morte, come
tanti filosofi prima e dopo di lui, non la paura della morte, ma la morte
stessa.

Riascoltiamo le tre parole finali di Gesù come un
percorso di risurrezione: togliete la
pietra! Rotolate via quei macigni sotto i quali vi siete seppelliti con le
vostre stesse mani; via i sensi di colpa, rovesciate l’incapacità di perdonare
a voi stessi e agli altri; togliete via la memoria dura del male ricevuto, che
ci inchioda ai nostri ergastoli interiori, e crea legami mortificanti.

Togliete la durezza del cuore, la malattia più temuta
da Gesù. E fate entrare la tenerezza di un cuore di carne.

La seconda parola: Gesù
gridò a gran voce: Lazzaro, vieni
fuori!

Fuori nel sole, fuori è primavera. Fuori dalla grotta
nera dei rimpianti, dalla paura di non farcela davanti a un mondo troppo duro,
troppo difficile, troppo cattivo. Non è il tuo angolino, il tuo buco, la tua nicchia
protetta il luogo dove sei al sicuro, lì dentro, al chiuso, da solo, allo
stretto: vieni fuori, incontro alla vita grande. Incontro agli altri. Fuori c’è
forza.

Davanti al grande mare capisco che puoi avere paura
con la tua navicella fragile. Però guarda: le grandi navi sono sì al sicuro
ormeggiate nel porto, ma non è per questo che sono state costruite, non per
stare ancorate ai bassifondi della riva.

Guarda, non è vero ciò che diceva Bertold Brecth: “le madri tutte del mondo partoriscono a
cavallo di una tomba” Come se la vita fosse risucchiata subito dalla morte
o camminasse sempre sul ciglio del sepolcro, sull’orlo dell’assurdo.

Le madri partoriscono a cavallo di una speranza, di
una grande bellezza, di uno spazio aperto, di molti abbracci. Ad ogni nascituro
Cristo e il mondo gridano insieme a gran voce: vieni! Vieni incontro alla vita grande!

Ed ecco la terza parola: Liberatelo e lasciatelo andare! Lazzaro esce avvolto in bende come
un neonato. Morirà una seconda volta, ma ormai gli si apre davanti un mondo
abitato da una altissima speranza: Qualcuno
è più forte della morte.

Liberatelo e
lasciatelo andare.
Lo ripete per
ciascuno di noi: liberati come si liberano le vele, come si sciolgono le
catene, i nodi della paura, i grovigli del cuore. Liberati da tutte le maschere
e le paure, da ciò che ti impedisce di camminare in questo giardino che sa di
primavera.

E poi: lasciatelo
andare e dategli una strada, dategli una direzione, uomini da incontrare e
una stella polare per il suo viaggio e la certezza di un approdo.

Dove sta il perché ultimo della risurrezione di
Lazzaro? Sta nelle lacrime di Gesù: dichiarazione d’amore, sacramento di un
amore che non accetta di vedersi derubato. Perché il vero nemico della morte
non è la vita. Il vero nemico è l’amore. Risorgiamo perché amati e amanti.

Io sono Lazzaro, io amico e malato, e tu, Signore, non
lascerai finire l’amicizia. Io non morirò, perché il Tuo amore non accetta di
finire, il tuo amore non è stanco.

Gesù ripete le tre parole della Risurrezione: togliete le pietre, uscite fuori, liberatevi
e poi andate! Che senso di futuro e di libertà e di spazi aperti emana da
questo Rabbi che sa amare, piangere e gridare, e liberare senza legare a
sé. 

Lui è il Dio coinvolto e coinvolgente, il Dio che ride
e piange e gioca con i suoi figli, nei caldi giochi dell’estate e del sole.

Quante volte sono morto, quante volte mi sono
addormentato, era finito l’olio nella lampada, era finita la voglia di
impegnarmi e di amare, forse era finita anche la voglia di vivere. In qualche
grotta oscura dell’anima una voce, che era mia e non era mia, diceva: non mi interessa niente, non mi interessa
nessuno.

E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so da
dove, non so perché, una pietra si è smossa, è entrato un raggio di sole, un
grido di amico ha spezzato il silenzio, delle lacrime hanno bagnato le mie
bende, e ciò è accaduto per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d’amore: Dio in noi, come amico, come risurrezione e
vita.

Dio in noi come un tarlo luminoso e instancabile, che
rode le bende, spezza le catene, abbatte la grotta che ci rinchiude.

Dio in noi. È Lui che apre il passaggio, Lui che sta nel
riflesso più profondo delle nostre lacrime, e si fa argine alla paura, argine
alla morte; e toglie la dura pietra.

Perché Gesù non è solo il Risorto, lui è la
Risurrezione e non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell’ultima
creatura.

 

 

 

 

 

 

 

 

PREGHIERA ALLA COMUNIONRE

 

Signore, colui che ami è
malato.

Sono io il tuo amico, malato
e amato,

sono Lazzaro, sono Marta e
Maria.

Non restare lontano, vieni
vicino,

Amico mio, così vicino

che possa contare a una a
una le tue lacrime.

Per le tue lacrime io
risorgerò,

per il tuo amore
appassionato, io vivrò per sempre.

 

Sono io  il tuo amico malato, io sono Lazzaro.

Santo solo di amicizia,
santo solo perché amato.

Io sono Marta e Maria
sorelle a infiniti morti,

derubato di amici, o di
padre, o di figlio, o di marito,

ma io credo. I miei sono
morti, ma non per sempre,

perché il tuo amore non
accetta di finire.

Io morirò, ma non per
sempre,

perché tu sei risurrezione
che non riposerà

finché non sia spezzata la
tomba dell’ultima anima

finché le tue forze non
siano pervenute

sull’ultimo ramo della
creazione.

Amen