2 Marzo 2015

LA DOMENICA DELLA SAMARITANA

DOMENICA  DELLA  SAMARITANA – Anno B

Es 20, 2-24 ; Ef
1, 15-23 ; Gv 4, 42. 15

 

E’ la domenica della samaritana, dell’acqua, della
sete di Dio e della sete dell’uomo che nessuna fra le cose create potrà mai
appagare. Iniziamo questa liturgia ricca di simboli, con il segno del perdono.
Saremo aspersi con l’acqua che è memoria del Battesimo, che è immagine di Dio,
sorgente di vita. Chiediamo che scenda su di noi la vita di Dio, come nascita,
come eternità, come quotidiana freschezza sorgiva, come cuore pulito.

 

OMELIA

Una donna samaritana senza
nome: per tutti è quella dei cinque mariti. In una terra meticcia, di popoli
intrecciati.

Avviene al pozzo di Giacobbe
qualcosa che non avrebbe dovuto accadere. Un impensabile: il figlio di Dio
chiede aiuto ad una donna; il messia taumaturgo ha sete, il rabbi di Nazaret
accoglie come discepola un’eretica dalla storia complicata. Deve esserci un
messaggio grande qui dentro.


Gesù seduto al muretto del
pozzo alza lo sguardo. Che cosa vede da quel luogo? Vede il monte Garizim, con
sulla cima il tempio dei samaritani; vede a corona altri cinque colli su cui
gli stranieri giunti in Samaria hanno edificato cinque templi ai loro dei. La
Samaria è terra di coloni trasferiti da lontano. Sono venuti portando i loro
dei, vi hanno edificato i loro templi.


La storia di Samaria si
intreccia con la storia della donna. L’immagine dei cinque templi elevati sui
colli, si sovrappone all’immagine dei cinque mariti della samaritana. Vicende
storiche, simboliche, personali?


Tutto questo insieme. Gesù ha
la capacità di portare i suoi interlocutori sempre su di un piano più vasto e
più profondo.

E diventa maestro di nascite,
lui vede le persone a partire da ciò che in loro può nascere. Gesù è
generativo: fa nascere un incontro là
dove sembrava impossibile: tra un Rabbi e una donna, un israelita e un’eretica,
tra due stranieri che si detestano.


E lo fa partire da se stesso, esponendosi, dicendo
‘io’, e non puntando il dito; non invadendo, ma disarmandosi. Solo così, a
partire da me, inizia ogni dialogo, dalla mia povertà: “Ho sete”. Imparare da Gesù ad andare dall’altro non con
la superiorità di un ricco, ma con l’umiltà di chi ha sete e sa che può molto
ricevere.

 

 Ma di che cosa ha sete il Signore? È stanco e ha sete
d’acqua, ma ancor più ha sete di lei, una sete di cuore, ha sete della nostra
sete. Come dicesse: io ho bisogno di te.

Dice Gregorio di Nazianzo con una espressione
luminosa: Deus sitit sitiri, Dio ha sete della nostra sete, desidera
essere desiderato. Ha bisogno di noi, ha fame d’amore. E anche la donna non ha
altro che la sua sete da mettere sul tavolo, il suo bisogno: dammi della tua acqua, che non debba più
venire qui a faticare, nell’ora della calura. Il primo passo della fede: ho
bisogno. Il secondo passo: mi fido. E il terzo: mi affido. Mi metto in gioco
sulla tua parola. E abbandonerà la brocca, simbolo del suo bisogno, una volta
trovato il tutto del cuore.


Gesù fissa lo sguardo, sguardo ad altezza d’occhi con
la donna; non dall’alto di una cattedra o di un pulpito le parla, ma seduto sul
muretto, con il suo sguardo ad altezza del cuore.

Quando parla con le donne Gesù va dritto al cuore,
conosce il loro linguaggio, il linguaggio dei sentimenti, del desiderio, della
ricerca di ragioni forti per vivere, infatti le dice: “Vai a chiamare colui che
ami”, va diritto al centro della sua vita.
Perché su questo, sul dare e
ricevere amore, si pesa la beatitudine della vita.


Dice: “Hai
avuto cinque mariti e quello di ora….” Gesù non giudica la Samaritana,
non
fruga nel suo passato, non la umilia, anzi sottolinea: hai detto bene, per ben due volte. Sempre nel Vangelo si mostra
sovranamente indifferente verso il passato sbagliato di una persona. Per lui
nessuno è mai perduto per sempre: si fida ancora della donna, dopo cinque
mariti, dopo un’altra storia ancora, si fida per la settima volta.


La fede è avere una storia d’amore con Dio. Cui non
interessa ciò che tu sei stato prima, ma ciò che puoi diventare adesso.

E io gli do fiducia perché lui dà fiducia a me, credo
in lui perché lui crede in me, lo amo perché lui mi ama.

E prende quella storia così com’è, quasi un’anfora
rotta, ma talmente consapevole di esserlo! E parte da quella porzione di
verità. Ciò che conta, l’unica che conta davvero, è la sincerità del cuore.


E la fa sua discepola senza prima chiederle di
interrompere quella ultima convivenza, senza neppure chiederle di mettersi in
regola, senza pretendere di decidere per lei ciò che deve fare, ma le affida la
sua acqua viva. Che subito da lei tracima e diventa sorgente che scorre e
coinvolge e disseta uomini e donne di Samaria.

E’ il Messia di suprema
delicatezza, di suprema umanità, il volto bellissimo di Dio. Ci insegna che c’è
un mezzo, uno soltanto, per raggiungere il cuore profondo di ciascuno. E non è
il rimprovero, non è la critica, non l’accusa, ma far gustare un di più di bellezza, un di più di bontà, di vita, di primavera,
come fa Lui dicendo: Ti darò un’acqua che diventa sorgente!

Gesù: lo ascolti e nascono
fontane.

La fontana non è per te, è
per il villaggio.

Non per la tua sete soltanto,
è per la fecondità di molti.

Non plachi la sua sete
bevendo a sazietà, ma dissetando altri.


Diventare
sorgente, bellissimo progetto di vita
. E io, io con la mia anfora vuota, io
con il mio passato accidentato, io vado bene per il Signore, posso diventare
sorgente, o bicchiere d’acqua fresca, o anche solo goccia sulla punta del dito.
Goccia di aiuto, goccia di latte, o di onestà, o di accoglienza, o sguardo ad
altezza degli occhi, ad altezza del cuore.


Non più acqua stagnante, ma sorgente che zampilla…
la donna ne è contagiata, anche lei sgorga via dal pozzo, zampilla verso la
città, abbandona l’anfora sul muretto come fosse la sua vecchia vita e corre,
ferma tutti per strada: “Venite, c’è uno al pozzo che ti di dice tutto
quello che c’è nel cuore, che fa nascere sorgenti
” E testimonia,
profetizza, contagia di azzurro e intorno a lei nasce la prima di tutte le
comunità di discepoli stranieri.

Uno che dice
tutto di te!
Che bella definizione di Gesù! Lui conosce il tutto del cuore,
il tutto dell’uomo: e vede in ognuno il bene più forte del male, il bene di
domani più importante del male di ieri. Vede fontane.


Allora capite: Dove
andremo
, dice la donna, per adorare Dio? Non in Samaria, non in
Gerusalemme, non su questo monte, non in quel tempio, ma dentro me stesso. Sono io il Monte di Dio, io il suo Tempio.
Dove adorare in spirito e verità:
nella sincerità del cuore.

Allora anche noi, come la donna di Samaria, arrivata
al pozzo come mendicante d’acqua e ritornata carica di cielo, anche noi se
accogliamo quel Signore Gesù che è maestro di nascite, quello Spirito che
abbatte barriere, quel Padre in cui sono tutte le nostre fonti, allora
sentiremo nascere fra le mani il canto di una sorgente.


E  si
metteranno in cammino i sogni. E vedremo come Gesù, in anticipo di mesi, le messi che già biondeggiano, sapremo
intuire in ogni fratello e sorella interi campi di grano che già maturano,
dolcemente e tenacemente, anche nel sole di marzo.

p. ERMES RONCHI
Preghiera della donna di Samaria

 

Quel giorno

al pozzo

non m’aspettavo nessuno.

 

Sotto il sole più caldo

lo vedo

assetato

e così povero

come chi

per bere

ha solo la coppa

delle sue mani.

 

Ha grumi di deserto

nei capelli

e un silenzioso desiderio

che affiora negli occhi.

 

Uomo assetato

d’acqua e d’incontri.

Uomo

che aspetta me.

 

Mi dice:

ho sete.

 

Come me

anche tu hai sete

uomo solo.

 

Io ti dò acqua di pozzo

e tu mi dici:

guarda nel pozzo del tuo cuore.

 

All’orlo del pozzo del mio cuore

mi avvicino

dò solo un’occhiata

ho paura di cadere.

 

E rispondo:

solo nero e buio

nient’altro contiene il mio cuore.

 

Ma tu mi dici:

scendi i gradini

va’ nel profondo,

senza paura del buio.

 

E sotto ho trovato un lago di luce.

Ho bevuto l’acqua e mi sono immersa

e sono risalita imbevuta d’azzurro.

 

Ho toccato con la mano il mio uomo

e anche lui ho contagiato d’azzurro.

Ho toccato con la mano mio figlio

e anche lui ho contagiato di luce.

 

Sorpresa dalla gioia

non ho avuto dubbi:

era Lui!

Il suo nome era Dio!

 

Ed era intimo a me

come può esserlo un bambino dentro la madre

o un pane dentro la bocca.

 

E io che lo avevo cercato nel tempio,

io che lo avevo cercato sul monte

e Lui era lì.

 

Io il tempio

io il monte

dove vive Dio.

 

Il Dio delle donne,

delle donne vuote, delle donne assetate,

il Dio delle donne innamorate,

il Dio del desiderio,

delle zolle riarse.

Il Dio che si trova nel cuore,

nel pozzo,

proprio dentro il mio vuoto…

 

(Marina Marcolini)