1 Settembre 2014

VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?

I domenica dopo il
Martirio del Battista A

Lc 9,7-11

di p.Ermes Ronchi


Benvenuti nella Domenica della Carità. A condividere, con
essa,  Perdono Parola e Pane, le cose
che fanno viva la vita. Nel vangelo si racconta di Erode, curioso di vedere
Gesù, ma senza sincerità del cuore, cercava solo miracoli. Erode poi l’ha
visto, ma la sua vita non è cambiata. Noi non lo vedremo, ma avremo mille segni
della sua presenza che intesse di luce la trama delle nostre vite. Di questa
luce domandiamo il dono.

 

       Dice Paolo: voi siete la luce del mondo. Ma noi non sappiamo dare frutti di
luce, che sono bontà, giustizia, carità , per questo Kyrie eleison.

       Dice Isaia: Dio vi ha creati per la gioia. Ma noi ci sentiamo creati per
eseguire degli ordini ed esserne poi giudicati, per questa fede triste, Kyrie

       Dice Luca: Gesù accoglieva le folle. Non mandava via nessuno. Ma noi spesso
non accogliamo e mandiamo via, dietro cento scuse, per questo…

 

Omelia.

Un vangelo molto abitato, e Gesù al centro come
un vento di comunione, che spinge gli uni verso gli altri, che smuove eventi e
persone.

Forse la prima caratteristica del Gesù storico,
la prima che la gente coglieva, era che Gesù non lasciava indifferente nessuno. Dove passava quel rabbi, passava una
scossa, un fascino, un sommovimento di pensieri non ancora pensati, un
risvegliarsi di umanità. Si schieravano amici ed avversari. Sapeva toccare
tutti.

Per quale dono? Tu tocchi una persona solo se
prima l’hai ascoltata, nelle sue attese profonde, in ciò che la fa soffrire,
sperare, trepidare, gioire. Solo se non reciti monologhi, ma instauri dialoghi.

Raggiungi gli altri solo se tocchi il cuore
della loro vita, con parole che prima sono diventate in te carne e sangue,
parole incarnate. In Gesù parola e gesto erano la stessa cosa; non si limitava
agli annunci, metteva in gioco se stesso. Era uomo totalmente risolto, per
questo toccava tutti.

       Poi, tutti liberi di andarsene o
restare.

Si resta ammirati dalle risorse impiegate da
Gesù per dialogare con il suo popolo, per affascinare gente comune con discorsi
così elevati ed esigenti. Credo che il segreto si nasconda in quello sguardo di
Gesù verso il popolo, al di là delle sue debolezze o cadute: Non temere piccolo gregge, perché al Padre è
piaciuto dare a voi il Regno (Luca 12,32). Il Signore si compiace dei suoi
piccoli, il segreto sta qui: far percepire questo piacere del Signore alla sua
gente (E. G.141).

Gesù toccava perché usava il linguaggio
positivo,
quello che “non dice ciò che si deve o non si deve
fare, ma piuttosto propone quello che possiamo fare meglio”. E offre
speranza e orienta verso il futuro.

Dice se vuoi. Qui è la
differenza tra idolo e Dio. L’idolo è senza SE. Invece Dio dice: se vuoi, se ti apri al rischio della
libertà. E lascia a te l’ultima parola. Ogni idolo invece pretende per sè
l’ultima parola.

Dopo il
discorso del pane di vita molti discepoli lo avevano abbandonato. E Gesù: forse volete andarvene anche voi? C’è
tristezza nelle sue parole.
Ma soprattutto un appello
alla libertà di ciascuno: ‘siete liberi, andate o restate, ma seguite quello
che sentite dentro, scegliete!’ Gesù non dice quello che devi fare, quello che devi
essere, ma ti pone le domande del cuore, le uniche in grado di riaccendere
il futuro: ‘che cosa desideri davvero? Cerchi un di più di vita?’

E Pietro si sente interpellato da questo
decreto di libertà, e risponde subito: da
chi andremo? tu hai parole di vita eterna. Tu hai parole che fanno viva
finalmente la vita. Non me ne andrò,
Signore, perché io ho fame di vita; non me ne andrò perché amo la vita, per
questo sto con te.

Solo chi ama la vita troverà Dio, e solo chi
trova Dio troverà anche la vita in pienezza.

Isaia nella prima lettura la indica così, la
pienezza che cerchiamo: Dio crea
Gerusalemme per la gioia, il suo popolo per il gaudio. La bibbia è una
profezia di gioia. Mostra che la vicenda dell’uomo è e non può che essere una
ricerca perenne di felicità, benedetta da Dio, voluta. Che il problema
dell’esistenza coincide con il problema della felicità.

Dio non ha creato Gerusalemme, e me e te,
perché siamo santi e irreprensibili, al servizio del Signore, ma per la gioia. Dio che si ritrae, che
si ritira dalla sua creazione per lasciare spazio alla gioia dei suoi figli.
Che si dimentica di se stesso, per inaugurare una pedagogia della gioia per i
suoi piccoli. Il cuore semplice e gioioso del vangelo è questo: è possibile per
tutti vivere meglio e Gesù ne possiede la chiave. La chiave è l’amore. Il
vangelo è la bella notizia che Dio regala gioia a chi produce amore.

Notiamo un passaggio: Erode cercava di vedere Gesù. Ma non lo
vedrà se non da prigioniero, e da Gesù riceverà solo silenzio. Perché c’è un
modo sbagliato di cercare il Signore, e che non permette di trovarlo: cercarlo
quasi fosse una sorta di celeste bancomat che eroga grazie o miracoli a richiesta.

Invece, il versetto conclusivo del vangelo mostra
come lo si trovi: Gesù accolse le folle e
prese a parlare loro del Regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di
cure.

Gesù che accoglie, parla, guarisce.

Accoglie come un dono
la folla che preme, perché ha piacere a stare con loro, è capace di far
percepire loro il piacere di Dio nel dialogare con i suoi piccoli. È lo stile
del vangelo: prima cosa, prima di ogni parola sii accogliente, con lo sguardo,
con i gesti, con il cuore.

Prese a parlare del
regno di Dio. Gesù
con le parole
e con la vita è il racconto della tenerezza di Dio. Il Regno di Dio è la
rivoluzione della tenerezza.

E poi prese
a guarire quanti avevano bisogno
di cure. Tenerezza in azione. La guarigione comincia quando ti prendi cura di
qualcuno, come
Gesù venuto a prendersi cura
di noi.

A prendersi cura del cuore: le sue
parole danno vita al cuore, lo
allargano, dilatano, purificano, sciolgono la durezza, lo fanno coraggioso.

Si prende cura della mente, perché la mente vive di libertà, altrimenti si
disidrata; vive di orizzonti e lui la fa sconfinare; vive di senso e Lui è la
direzione, la via.

Si prende cura dello spirito, di questa anima assetata, cui solo Dio è
pane e mistero.

Si prende cura
anche del corpo, grumo di terra
fragile e spesso dolente, ma capace di fare le cose che solo Dio sa fare:
trasfigurare il dolore, perdonare i nemici, immedesimarsi nel prossimo. Queste
sono cose divine.

Che ci rendono presenza
trasfigurante nel mondo: un tempo eravate
tenebra ma ora siete luce. Non solo siete nella luce, immersi nella luce,
ma siete luce, voi potete dare luce, illuminare.

  Voi siete la luce del mondo, luce gioiosa, che
permette gli incontri, che moltiplica la bellezza, che svela i colori. Luce amabile.

Tutti
conosciamo delle persone raggianti, come un ostensorio, diventate raggianti
perché si sono esposte a quella Luce, l’hanno aggrumata in sé, e la rilasciano
goccia a goccia.

Ci benedica il Signore con la sua luce, ci conceda
di essere luminosi

nei pensieri, nei giudizi, nello sguardo.

Signore, metti luce nei miei
pensieri,

luce nelle mie parole,  

luce nel mio cuore.

 

 

 

Preghiera alla comunione

 

Guidami
Luce benigna, nel buio che mi circonda;

nera
è la notte e ancor lontana la Casa.

Sostieni
il mio cuore vacillante,

nell’oscurità
del cammino guidami Tu!

 

Non
ti chiedo di vedere oltre e lontano;

solo
passo per passo, ove posare il piede.

 

Non
sempre fu così, non sempre pregavo

Perché
Tu mi guidassi.

 

Amavo
un tempo scegliere da me il mio cammino,

amavo
il giorno chiaro, disprezzavo la paura;

ma
ora guidami Tu!

 

Svanisca
l’errore del mio passato,

non
ricordare quegli anni;

il
tuo potere che ormai io conosco

mi
guidi fino all’estremo

fra
lande e paludi, fra monti e torrenti

finché,
passata la notte,

mi
sorridano all’alba

i
volti cari, amati un tempo,

perduti
ora,

e
che amerò per sempre.

 

J. Henry Newman