14 Luglio 2014

TI SEGUIRÓ, SIGNORE, DOVUNQUE TU VADA

V
DOMENICA DOPO PENTECOSTE – 13.07.2014

 Lc 9, 51-62

 

Ti seguirò,
Signore, dovunque tu vada”, questo promettono oggi due discepoli, due
cercatori di Dio. Ad un terzo sarà Gesù a dire: “Seguimi”.

Facciamo nostre queste parole, lasciamoci provocare e
giudicare da esse, chiedendo perdono e il coraggio di una fede nomade, che non
si senta mai arrivata.

Signore Gesù, voglio seguirti dovunque tu vada… ma poi mi contraddico, poi ho
paura di dove mi porterai. Per tutte le mie paure, Kyrie eleison

Signore Gesù, voglio seguirti… ma amo un mucchio di cose, mi chiamano, mi fermano,
mi piacciono. Per tutte le cose messe prima di te, Kyrie eleison

“Lascia che i morti seppelliscano i loro morti” Signore noi ci proclamiamo a vicenda immortali, con la
morte fra le braccia. Qualche volta, molte volte ho tolto energia agli altri,
ho seppellito talenti. Per questo, Kyrie eleison

 

Omelia

Per dieci capitoli, da qui in
avanti, Luca racconta il grande viaggio di Gesù, la sua salita a Gerusalemme.
La nostra fede è seguire lui, fare strada lungo la strada di Gesù, una fede in
cammino, senza mai sentirsi arrivati, senza mai tirare i remi in barca, ma
sempre con le vele aperte al vento dello Spirito.

Viviamo
la fede troppo spesso come dei sedentari. Dicendo: so già, conosco, riciclo, fotocopio. Nessuna novità pericolosa, per
carità, faccio già fatica a vivere quel poco di fede che ho. Invece la fede
è nomade, come Abramo, Dio è sempre oltre e i cristiani sono quelli della via,
oi tes odou.

Il vangelo riferisce di tre
incontri lungo la strada, di tre brevi dialoghi che però non si concludono,
come delle vocazioni incompiute.

Il primo personaggio è un
generoso: “Ti seguirò dovunque tu vada!”
E Gesù apprezza lo slancio di questo sconosciuto affascinato da lui, ma non
favorisce gli entusiasmi facili, le emozioni illusorie.

Neanche un nido, neanche una tana, solo strada, niente
altro che strada
. Non avrai un posto dove posare il capo, se
non in Dio, quotidianamente dipendente dal cielo.

Ecco la prima condizione: e
non si riferisce alla povertà concreta, al non possedere una casa. Gesù aveva
molte case colme d’amicizia, dove posare il capo. E molte amiche che lo
seguivano e sostenevano il gruppo con i loro beni e gli rinfrancavano il cuore
con l’amicizia.

Né tana, né nido indica l’andare e ancora andare, perché la tua casa è il mondo. Indica
la scelta di chi non si rintana, non si imbuca al chiuso, a fare il meno
possibile; di chi non ritorna al nido delle sue sicurezze a cercare gratificazioni,
a fermarsi senza più spiccare il volo.

Gesù è colui che va: da sé
verso l’altro, pellegrino dell’uomo e dell’assoluto, come volpe che cerca
sempre, come uccello sempre in volo…

Gesù è colui che esce, il
verbo preferito di papa Francesco: uscire, andare verso, non aspettare al
chiuso dei nostri nidi, delle nostre chiese.

Il secondo personaggio
riceve lui una chiamata: “Seguimi!” e
la sua risposta è positiva, soltanto chiede una proroga: “Permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. È la richiesta
più legittima che si possa pensare, dovere sacro, pio compito di figlio ancora
in pianto.

 Ti seguirò, ma prima
La parola centrale è: “prima”. La
cosa che viene prima indica dove
punta la prua della nave del cuore, ciò che poni sopra ogni altra cosa. Per
questo san Benedetto raccomanda ai suoi monaci di nulla anteporre a Cristo, niente prima di Lui.

E qui scopro gli
innumerevoli ‘ma prima’ che anch’io
oppongo al Signore, gli indugi, le nostalgie, i sensi di colpa, tutto ciò che
invento per dilazionare la mia adesione totale a Cristo.

Lascia che i morti seppelliscano i morti!”
parole durissime che sembrano ferire gli affetti, ma che si chiariscono con ciò
che segue: tu va e annuncia il Regno di
Dio. Tu fa cose nuove. C’è un mondo nuovo che preme per nascere. Se ti
fermi all’esistente, al già visto, non vivi appieno.

Gesù non predica
comportamenti disumani. Quando incontra a Naim la donna che va a seppellire il
figlio, si lascia ferire da quelle lacrime, ferma il corteo, prende per mano il
ragazzo morto, lo riconsegna vivo alla madre. Quella madre che piange non è una
morta che seppellisce i suoi morti, è l’emblema appassionato della nostra vita
ferita che Gesù è venuto a guarire.

Lascia che i morti seppelliscano i morti. Parole che ci mettono in guardia e dicono che è
possibile essere dei morti seppellitori di morti, essere morti dentro. Dentro
case che tolgono energia di vita, soffocanti.

Il Vangelo, invece è un inno
alla vita nascente, una offerta di solarità, è acquisizione di bellezza,
incremento di umanità. Ci aiuta a non morire, come scrive Martha Medeiros in
quel testo che certo avrete ascoltato:

Lentamente muore

 chi è
schiavo dell’abitudine

ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi.

Lentamente muore

 chi non
rischia la certezza

per l’incertezza di inseguire un sogno.

Lentamente muore

chi non trova grazia in se stesso

Chi non si lascia aiutare,

chi passa i giorni a lamentarsi della sfortuna o della
pioggia.

Lentamente muore

chi non viaggia, non legge, non ascolta musica…

E infine il terzo dialogo: “Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che mi
congedi da quelli di casa”. Ancora un ma
prima, ancora una richiesta delicata e naturale.

E Gesù afferma: “Non guardare indietro”, non guardare a
ciò che ti mancherà, ma a ciò che ti viene donato. Non guardare a ciò che lasci,
ma all’orizzonte che si apre. Non alla nostalgia di casa, ma alla grande casa
del mondo. Non è il voltarsi indietro o no il vero problema, Gesù non è venuto
a tenere il conto delle nostre mancanze, a cercare gente perfetta, ma a
tracciare una direzione.

Mi colpisce la perentorietà e
la secchezza di queste frasi di Gesù. Fanno bene, perché soffiano via in un
momento tutta la polvere depositata sul suo annuncio. Gesù non è buonista, mai
zuccheroso. Ha forza, fermezza, coraggio e una dignità regale nei comportamenti
e nelle parole che mi innamorano ancora.

Chi pone mano all’aratro… Un uomo all’aratro è ciascuno di noi, chiamati tutti
a dissodare una porzione di mondo, a dissodare il presente per piantarvi il
futuro, piantarvi un sogno, a “lavorare il nostro cuore come si lavora la terra
affinché riceva il seme. Occorre arare se stessi” (S. Weil)

Occorre arare, coltivare e
custodire tre cose: me stesso, gli altri, il creato. Occorre tracciare un solco
e nient’altro: poi passerà il Signore a seminare.

Io, un solco di bontà
cercherò di lasciare.

Almeno questo: un solco
senza mai cattiveria.

Signore, chi non si è mai
voltato indietro?

Chi è davvero adatto al
Regno?

Non Pietro, non Giacomo e
Giovanni, tanto meno io, se guardo a quanto poco sono stato coerente. Ma se ti ascolto
dichiarare per tre volte Pietro, che per tre volte si è girato indietro, adatto
ancora a prendersi cura di pecore e agnelli; se ti vedo aspettare da lontano il
figlio prodigo che torna, e corrergli incontro, allora forse sono adatto
anch’io. E vedo che le pietre scartate ti sono servite meglio delle altre per
la tua casa.

Sarà un solco forse poco
profondo, il mio;

un solco forse poco diritto,

ma il mio solco ci sarà, te
lo prometto

Il mio solco non mancherà sui
campi della vita.

Aperto come terra madre ad
accogliere il tuo seme buono.

 

Preghiera
alla comunione

 

Signore, sono l’ultimo dei coraggiosi,

eppure ti ripeto: ti seguirò.

Signore, sono il primo dei paurosi

ma mi fido di te, e dico ‘sì’:

 

sto all’aratro, traccerò il mio solco,

forse poco profondo, un po’ storto,

un solco accidentato,  ma sarà il mio,

il mio solco ci sarà sui campi della vita,

il mio non mancherà.

Ti seguirò, Signore, dovunque andrai,

dovunque vorrai condurmi,

insegnami solo ad amare il volo libero più dei nidi.

E la strada libera più di ogni tana.

 

Ti seguirò, Signore,

salperà con te la barca del cuore

ad ogni alba verso isole intatte.

 

 

Con
il vangelo non c’è la pace apparente di chi si sente arrivato. La pace di Dio è
la pace del cercatore che si alza in mezzo a chi resta seduto, la pace del
giusto in mezzo all’ingiustizia, del mite in mezzo agli arroganti, di chi sa
preferisce la pace col nemico alla vittoria sul nemico. Di chi sospende il proprio nido al cielo, come le rondini del salmo
84,4

 

 p. Ermes Ronchi