30 Giugno 2014

DIO HA TANTO AMATO IL MONDO

Omelia III
dopo Pentecoste


                           Gv 3,16-21 (di p. Ermes Ronchi)

 

Benvenuti, miei cari, alla
nostra eucaristia comunitaria, che oggi iniziamo con un grazie. Eucaristia vuol dire letteralmente ringraziamento. Dovremmo
sempre iniziare tutto con una parola di grazie, che vuol dire rimettere Dio al
centro, affermare il primato di Dio, di ciò che lui fa. Grazie per la vita, per
le persone che mi hai messo accanto, grazie per la bellezza e la giustizia che
ho visto, grazie per quell’incontro bello, grazie per il vangelo di Gesù. Non
saremo mai felici se non impariamo a ringraziare. Adesso in un momento di
silenzio diciamo grazie per il buono e il bello delle nostre vite. Sarà il
nostro “Gloria a Dio”.

 

     Pose l’uomo in un giardino perché lo coltivasse e lo
custodisse.
Per non aver saputo
salvaguardare la bellezza e la salute del pianeta…

     Chi riceve la grazia regnerà nella vita (Rom.5,17) Noi siamo chiamati a “regnare”, a camminare con passo
regale e libero fra le cose, responsabili, per grazia, della loro crescita…

     Dio ha tanto amato il mondo… e noi invece preferiamo i nostri egoismi, i nostri piccoli
vantaggi sulla pelle degli altri…

 

Dio ha tanto amato il mondo…Versetto decisivo, centro del vangelo di Giovanni, parole
da riassaporare ogni giorno e alle quali aggrapparci forte nell’ultimo
passaggio: Dio ha tanto amato il mondo da
dare suo Figlio.

A queste parole la notte di
Nicodemo si illumina. E le nostre notti. Qui possiamo rinascere. Ogni giorno.
Rinascere alla fiducia, alla speranza, alla serena pace, alla voglia di amare,
di vivere, di custodire e coltivare
persone e cose, e ogni più piccolo giardino di Dio, ognuno è Adamo.

La rivelazione di Gesù è
questa: Dio ha considerato il mondo, ogni uomo, più importante di se stesso. Per
acquistare me ha perduto se stesso. Follia d’amore.

Non
solo l’uomo, ma è il mondo che è amato, la terra è amata, e gli animali e le
piante e la creazione intera. E se egli ha amato il mondo, anch’io devo amare
questa terra, i suoi spazi, i suoi figli, il suo verde, i suoi fiori, la sua bellezza. Terra amata. Come Adamo, il mio
compito è custodire e coltivare persone e tante altre creature, piccole o
grandi, perché tutte vivano e fioriscano: il mondo come il grande giardino di
Dio e noi i suoi piccoli “giardinieri planetari”.

Dio ha tanto amato, e noi come lui: abbiamo bisogno di amare tanto, di tanto amore per
vivere bene. Noi e lui ci assomigliamo. Allora tutti i gesti di cura, di
dedizione, di coltivazione, di tenerezza, di amicizia di cui siamo capaci verso
ogni cosa che vive, ci avvicinano all’assoluto di Dio, rivelano il volto di Dio.

Dio ha amato al punto da dare… Nel vangelo il verbo amare si traduce sempre
con un altro verbo concreto, pratico, forte: il verbo dare. Il verbo delle mani che offrono. Amare equivale a dare. Per
star bene l’uomo deve dare. Per essere a immagine di Dio deve dare.

Tu che cosa dai alla vita,
che cosa fai per questo giardino minacciato che è la terra?

 Dio non ha mandato il
Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di
lui.

L’infinito si è fatto
piccolo, il grande vasaio si è fatto piccolo vaso di argilla. Perché? Ciò che
muove Dio non è la giustizia da applicare, non è la logica di un tribunale. Ciò
che spiega la vicenda di Gesù non è il peccato dell’uomo, ma l’amore di Dio per
l’uomo.

Se lo capisci, non avrai mai
più paura di Dio, perché l’amore con la paura non ha niente a che fare. L’amore
invece ha tanto a che fare con la felicità.

È urgente cambiare il paradigma
della fede: passare dal paradigma del peccato a quello della pienezza.

La salvezza è molto di più
del perdono dei peccati, è il fiorire della vita in tutte le sue forme. Dio non
è venuto a portare il perdono, in fondo anche un uomo è capace di perdonare.
Dio è venuto a portare se stesso.

Lui, dice Paolo, è la pienezza di tutte le cose (Ef
1,23). È venuto perché il mondo sia
salvato… vuol dire perché arrivino a pienezza, a maturazione tutti i
germi divini, i talenti, i germogli di Dio in noi.

Salvare vuol dire
conservare, e nulla andrà perduto, non un sospiro, non una lacrima, non un filo
d’erba.

“Il cristiano è uno ben
consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né
dove, né quando. Ha la sicurezza che non va perduta nessuna delle sue opere
svolte con amore, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta
nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola attraverso il
mondo come una forza di vita. (E.G. 278-279).

Il mondo ci è dato non per
salvarlo, questo l’ha fatto il Signore Gesù. Non siamo chiamati a salvare il
mondo, ma ad amarlo e coltivarlo, non a salvare le persone, ma ad amarle e
custodirle! Compito supremo è custodire
delle vite con la nostra vita (E. Canetti).

Che
bello riascoltare la prima lettura, sembra di essere alla grande veglia, alla
grande notte di Pasqua, dove tutto è nuovo: il fuoco, la luce, l’acqua.

Dove è raccolto ciò che siamo e tutto ciò che va
capito.
Non è la
cronaca di un avvenimento avvenuto millenni fa, all’inizio del mondo, ma ciò
che avviene in ogni Adamo, nell’umanità intera, ogni giorno.

 Dio plasmò
l’uomo con polvere dal suolo, soffiò il suo alito di vita e l’uomo divenne un
essere vivente.

In
me respira Dio. Io vivo di ciò di cui vive Dio.

Ciò
che fa sì che l’uomo sia uomo e non un animale evoluto è il divino in me. Lo
specifico dell’umano è il divino. Lo specifico dell’umanità è la divinità. Non dimenticate mai che portate Dio in voi
(S. Basilio).
Come
respiro, Uno che dà respiro alla vita. Al respiro non ha senso sottrarsi. Il
respiro non lo puoi trattenere, solo riceverlo e restituirlo. In ogni momento,
ad ogni battito, adesso, Dio ritorna in me, dolce e testardo come il battito
del cuore, come il dilatarsi dei polmoni.

L’uomo
porta in sé la pesantezza della terra di cui è fatto e la tenerezza di Dio con
cui è plasmato. L’uomo è il ponte tra le creature e il creatore, la cerniera tra
la terra e lo Spirito santo.

Dio piantò un
giardino in Eden e vi collocò l’uomo che aveva plasmato.
Un giardino: la nostra
avventura umana è chiusa tra due parentesi di giardini, all’inizio l’Eden, alla
fine il Paradiso, che in persiano antico significa giardino. Mettere uno in un
giardino è come dargli la migliore delle possibilità: metterlo nel luogo dei
frutti e dei fiori, nel luogo della bellezza e della gratuità, dei grandi
alberi portatori di ombra e di pace. Non è una steppa arida, non è neppure un
campo di sudore.

Il Signore prese l’uomo e lo collocò
nel giardino, perché lo coltivasse e lo custodisse. 

Coltivare è sviluppare tutta la
ricchezza che già vi si trova.

Custodire significa proteggere un
giardino che è minacciato. Perché tutto intorno stringe le sue spire il
deserto. È la salvaguardia del creato
dall’inquinamento, dalla dissoluzione e dalla
desertificazione.

Ognuno di noi è un pugno di
terra, ma ognuno è anche un piantatore di alberi e di giardini, un seminatore
che cammina nel mondo gettando semi, spesso senza accorgersene. Ogni parola, ogni
gesto che si stacca da me, se ne va per il mondo e  produrrà qualcosa. Termino con una domanda:

Che cosa vorrei produrre? Tristezza
o germogli di sorrisi? Paura, scoraggiamento o forza di vivere? La risposta è
molto seria: ne va della nostra salvezza e della salvezza dell’umano, ne va della
pienezza di ogni vita.

 

 

NON SOLO NOI

 

Leggiamo
– Dio ha tanto amato il mondo…

E
allora non soltanto gli uomini

Ma
anche la batticoda

E
l’ape affumicata

Il
riccio damerino mai uno spillo fuori posto

addirittura
il mulo né questo né quello

perché
non è un cavallo ma nemmeno un asino

(rammaricato
perché creato dall’uomo…)

il
pero che infiora un po’ prima del melo

le
foglie di mughetto quasi senza gambo

il
vitellino che si trascina dietro alla madre

 

e
noi che a Dio siam sempre a chieder coccole

come
se avesse solo noi da amare al mondo.

 

(Jan Twardowski)

 

 

 

Padre Ermes Ronchi