9 Dicembre 2013

L’ONNIPOTENTE CHE HA BISOGNO DI NOI

IV   DI  AVVENTO
– Anno A

Is 40, 1-11 ; Ebrei 10, 5-9a ; Mt 21, 1-9

 

Benvenuti alla Messa della
Comunità in questa domenica in cui il Signore Viene. Viene con mitezza, dice
Matteo, come chi non ha paura, come chi non vuole fare paura. In cammino con
lui si sono messi i giorni e le creature e i sogni. Anche noi, allora, mettiamoci
in cammino verso vita più vera.

Vieni a consolarci. Noi siamo sempre più tristi e dunque vieni sempre,
Signore, Kyrie eleison.

Vieni, Figlio della
pace.
Noi ignoriamo cosa sia la pace
e dunque vieni sempre, Signore. Kyrie eleison.

Vieni a liberarci. Noi siamo sempre più schiavi e dunque vieni sempre,
Signore. Kyrie eleison

 

OMELIA

          Ci sorprende
un vangelo di pasqua in questo tempo d’avvento. Ma il verbo dell’avvento è: Dio
viene.
Poter dire: Dio entra, nella
mia casa, nella mia città, a
Milano Dio entra.
Nella città amata e temuta, in questa città da cui si
fugge e a cui si ritorna, anonima e piena di volti, Dio viene.

        Viene in Milano, una
Gerusalemme con molti idoli ma anche con molti Profeti. Perché per Lui non
esistono città inabitabili, nessun uomo al quale non possa dire: oggi devo
fermarmi a casa tua!

          Il racconto
del Vangelo non è solo un evento storico, è una parabola in azione. Di più: una
trappola d’amore perché la città lo accolga, perché io lo accolga. Dio
corteggia la sua città, in molti modi.

        Il primo: il Signore viene come un re bisognoso, così
povero da non possedere neanche la più povera bestia da soma. L’umiltà di Dio
che non si impone. Chiede. 

        Il secondo: ho
bisogno dell’asino,
ma subito aggiunge: lo rimanderò indietro. Lui
non si appropria di niente, non prende ciò che è tuo, non tiene per sé nulla,
non ti impoverisce di ciò che è umano, ma ti fa più uomo.

Il terzo elemento: Viene
un re mite,
senza spada, che non
schiaccia nessuno, che non fa paura, anzi un Re vulnerabile che si consegna, e
faranno di Lui ciò che vogliono.

          Quarto punto:viene un Signore delicato, al
punto da non separare la madre dal suo puledro. Chiede anche il piccolo animale,
che sembra non servire a niente, ma che ha ancora bisogno della madre. È il
pastore di Isaia che porta gli agnellini
sul petto e conduce dolcemente le pecore madri.

Lo stile di Gesù,
inconfondibile, che capovolge lo stile dei grandi della terra, dei potenti.
Quelli che arrivano con cortei di macchine blindate e uomini di scorta con gli
occhiali scuri e le mani sulle fondine delle armi.

Ve lo immaginare un potente
di questo mondo che chiede per sé, come Gesù, segni umili, non di grandezza ma
di mitezza?

Con Gesù scompare tutto ciò
che odora di potere e di dominio. E qualcuno l’ha capito e lo ripropone: penso
all’asina e al puledro accanto, e mi viene in mente Papa Francesco che si muove
con l’utilitaria, che cammina nelle sue vecchie scarpe nere, che chiede scusa
alla gente della parrocchia romana perché alcuni non hanno potuto raggiungerlo
e toccarlo. Via tutto l’apparato e splenda la sincerità di un uomo.

E io  mi sento, ci sentiamo fortunati se
all’orizzonte della chiesa, e del mondo, vediamo profilarsi uno che viene mite
e umile, senza eserciti o armamenti, senza orpelli e apparenze. In lui è Dio
che viene.

Ed è quello che abbiamo
visto anche in Mandela, capace di creare l’impossibile, con mitezza e saggezza,
che ha insegnato a un popolo intero il miracolo del perdono.

Basta che un uomo solo sogni perché un’intera razza
profumi di farfalle! Basta che uno solo dica di aver visto l’arcobaleno di
notte perché anche il fango abbia occhi rilucenti
(M. Scorza Torres).

Lui sì che ha davvero
consolato il suo popolo, ha realizzato la profezia: consolate, consolate il mio popolo e gridate che la sua tribolazione è
compiuta! Fiorisca la steppa. In Sudafrica è fiorita la steppa dell’odio
sterile. Dobbiamo tutti dire grazie. Perché Madiba in tutto il mondo ha portato nell’aria un’aria di giardino,
ha inventato l’altra faccia del destino (G. Centore).

Ci ha mostrato che l’uomo
giusto ha gli stessi sogni di Dio.

Se qualcuno vi dirà
qualcosa rispondete: il Signore ne ha bisogno”.
E’ l’unica volta nei
Vangeli in cui si ode questa parola: il Signore ha bisogno, ripetuta
esattamente così da tutti e tre gli Evangeli sinottici. Qualcosa deve avere
colpito i discepoli. L’Onnipotente che ha bisogno.

Dio che ha bisogno delle sue
creature, ha bisogno degli uomini, di me, di ciascuno di noi. Di un’asina e di
un profeta. Di me e di Mandela. Di te e di papa Francesco. Ha bisogno di me,
del poco che ho, del poco che sono, del mio mantello, delle mie ore passate a
fare bene ciò che devo fare, ma anche della mia capacità di sognare in grande.

E se la mia vita ancora non
ha prodotto niente di buono, o troppo poco, come chi ha perso tempo, ebbene mi
commuove un dettaglio: Gesù, accanto all’asina capace di portare il peso,
vuole anche un puledro, che non ha portato nessuno
, che non ha lavorato e
non ha prodotto niente, ma è il simbolo del bene possibile domani, di speranza
per tutti, per dopo.

         E se anche la mia
vita fosse stata fin qui inutile, serve benissimo al Signore, Lui qualcosa farà
di me, farà del mio nulla qualcosa che serva a qualcuno. Gesù apre spazi al
volo.

E mi pare che la risposta
più bella al venire del Signore sia suggerita nel Vangelo da alcuni personaggi
che non hanno nome, personaggi in penombra che appaiono un istante e subito
dopo scompaiono per sempre. Sono quelli che mettono a disposizione le
cavalcature per Gesù, va bene, prendeteli,
che rappresentano tutti gli umili servitori del Regno che vivono esperienze ordinarie,
semplici: casa, lavoro, ma che hanno la capacità di donare, e lo fanno con
generosità. Sono quelli che stanno
dalla parte della fiducia, che sono un atto di fede nell’uomo, di fiducia e non
di paura.     

        Quanta di questa gente
abita ancora la nostra città, il mio condominio, la mai famiglia… E la Chiesa
cammina, e il mondo avanza sugli asinelli di queste persone, non nelle grandi
adunate ma sulle spalle di tanta bontà invisibile, perfino inconsapevole, di
tanti che si sorprendono se qualcuno li considera ‘buoni’. Ed è di questi che
il Signore ha bisogno.

           Infine
l’ultimo versetto: “Benedetto Colui che viene nel nome del Signore.” Colui
che viene
uno dei nomi più belli di Dio eternamente incamminato,
viaggiatore dei millenni e dei cuori. Dio viene e non sta lontano.

Viene il Signore nella mia
povera vita. Cavalcando la mia povertà, viene fra le cose di ogni giorno, noi
lo aspettiamo tra segni di potere e invece viene nella mitezza.

Ma ha bisogno. Ha bisogno di
cose vere come l’acqua, l’aria, il mantello, il cuore. Queste cose Lui
me le restituirà e mi farà scoprire profondità che non vedevo. Aprirà in me ad
ogni incontro spazi al volo e al sogno.

Mi dice con Isaia che il
futuro del mondo è un agnellino che io posso portare sul petto, che devo
custodire con me. Il futuro del mondo è una pecora madre che io posso
dolcemente condurre. Anch’io come un profeta-pastore, che porta agnellini di
futuro sul petto e conduce dolcemente le pecore madri.

 

         PREGHIERA ALLA COMUNIONE

 

E tu vieni, Signore,

vieni sul puledro
dell’asina non sui cherubini,

tu vieni nelle fasce del
neonato,

non nelle vesti di
porpora,

 vieni nell’umiltà, non nella grandezza,

nella mangiatoia,

non sulle nubi del cielo,

vieni tra le braccia di
tua Madre,

non sul trono
dell’immensa maestà,

vieni sull’asina e non su
schiere di angeli,

perché tu vieni verso di
noi,

 non contro di noi,

tu vieni per salvare  non per giudicare,

per visitarci nella pace,
non per condannarci.

Se vieni così, Signore,

invece di fuggirti noi
correremo verso di te.
  (Pietro di Celle)


p.Ermes Ronchi