26 Novembre 2013

NICOLA BORGO

Monsignor Nicola — Nicolino per tutti — Borgo è nato esattamente 80 anni fa a Rivis al Tagliamento, a due passi da Sedegliano, ha al suo attivo un lungo servizio pastorale nella parrocchia di Santa Maria Assunta di Udine, dove è stato parroco dal 1964 al 1989, e nelle scuole superiori cittadine e, sempre in città, a San Cristoforo, come rettore della cappella universitaria sino al 2008.

Coordinatore per lungo periodo della rappresentanza italiana al “Colloquio Europeo delle Parrocchie”, attualmente è di stanza a Turrida di Sedegliano. Fine letterario — insignito nel 2002 del premio “Nadal Furlans” — critico d’arte e personaggio di grande cultura, non soltanto teologica, al centro della sua missione pastorale ha sempre considerato centrali tre temi fondamentali che hanno rappresentato il cardine del “Vaticano II”: la pace, il dialogo — interreligioso, ma anche con gli atei — e il ritorno della Chiesa a quell’ecumenismo tipico del cristianesimo delle origini.

E in questo senso s’inserisce la costruzione della chiesa dell’Assunzione della Beata Vergine in viale Cadore. Arrivato come parroco nel 1964 in una zona dove, all’epoca, esistevano ben poche case e tanti campi, monsignor Borgo, da vero prete di strada qual è, lancia l’idea della realizzazione, rivelatasi unica in tutta la regione, di un luogo di culto sul modello delle “églises-mason”, cioè delle chiese-casa, francesi e belghe e in cui, come da indicazioni del “papa buono”, si respirasse davvero l’autentico spirito comunitario.

In meno di sei mesi, con l’aiuto dei parrocchiani, è pronta la struttura provvisoria di quella che, di fatto, con la mensa in pietra e l’altare in roccia rimanda a quella predicazione di Gesù con un “cristianesimo che ritrova le proprie origini, rigenerandosi e tornando a essere minoranza”.

Critico, a volte anche aspro, delle alte sfere ecclesiastiche e dei problemi di comunicazione che esistono tra una chiesa gerarchica e i fedeli, non sempre è stato visto di buon occhio dai suoi superiori per alcune pratiche non proprio tradizionali, come la possibilità da parte di ognuno di portare la propria riflessione durante la messa e prima dell’omelia vera e propria, ma nel solco della tradizione conciliare.

Instancabile propagatore del pensiero di padre Maria Turoldo è stato per anni presidente dell’associazione che, a Sedegliano, porta il suo nome e che ha come scopo la promozione di un centro di documentazione dell’opera letteraria e religiosa del prete friulano.

E nel maggio dello scorso anno, monsignor Borgo, ha vinto la sua ultima “battaglia” con l’inaugurazione del parco in memoria dello stesso Turoldo nel suo paese natale, Coderno per quella che, al momento, rappresenta l’ultima tappa della vita straordinaria di un parroco che, vista la vitalità e la fede incrollabile nel messaggio cristiano che lo sostengono, non pare davvero avere intenzioni di fermarsi qui.

(Messaggero Veneto del 9-12-13)

Brani
da

David M. Turoldo. Una voce
del Friuli
.
Ideazione, riflessioni e scelta dei testi a cura di Nicolino Borgo, Basaldella
2006 [pubblicazione per il centenario della banca di credito cooperativo del
Friuli centrale, 1906-2006]

 

 

Un nido tra nostalgia e
sofferenza

Il rapporto con il Friuli in Turoldo ha diverse
articolazioni che seguono in qualche modo le stesse vicende storiche in cui la
realtà friulana è stata coinvolta.

C’è un Friuli ideale in cui pesano
reminiscenze primarie dell’infanzia e della sua fase prerazionale.

Le concrete situazioni socio-economiche misurano le
emergenze drammatiche dell’emigrazione e dell’endemica povertà in cui
vive la popolazione. Uno sguardo riflesso sul mondo dei valori e della
culturizzazione cristiana induce ad una lettura di sapida indulgenza sulle
connotazioni etiche e sulla tenuta civile della “gente” capace di contenuta
dignità solidale.

La fase dello sviluppo economico e della
conseguente rivoluzione culturale determina una reazione che ha il suo
suggello nel film “Gli ultimi”, appassionato appello ad una cultura-civiltà
minacciata da progressivo esaurimento.

Il dramma del terremoto impone una reviviscenza
più o meno legata alle motivazioni insorgenti nel contesto friulano che aspira
ad un’identità storico-culturale ed economica di riscatto.

Complessivamente il rapporto con il Friuli si
consolida in un orizzonte poetico che trasfigura costantemente la storia
ricondotta alla dimensione del “paese” e incorniciata, per i momenti più
significativi in una dimensione biblica.

 

[1]

Mentre il treno

 

e lassù restano le piante

miti e la fontana

amica, e le pietre vive

e non immemori.

Lassù resta il ricordo

della mia fuga e del mio

solitario pianto.

Mentre il treno mi trascina

verso la città;

ma io serberò a lungo le parole

delle insensate cose.

 

Appena un racconto (a Riedo Puppo)

 

Ultima voce del profeta era

un uomo dei campi

alto e ossuto

del mio Friuli.

 

Ad ogni settimana santa

intonava con voce

immensa e chiara

l’«incipit lamentatio»

nella chiesa muta

esterrefatta e pronta

all’amore o al pianto.

 

E finiva con gli occhi alti

sul crocifisso dell’altare:

così il profeta parlava

ancora.

 

E poi silenzio!

Da quando lo trovarono

nella stalla addormentato

per sempre.

 

Da allora nessuno più canta

«Ierusalem Ierusalem»

 

 

[2]

O mia terra

Ancora rondini saettano

di sotto i tetti e lungo il fiume.

Un mare di verde è il bosco;

cantano fanciulle

e vanno per i campi

a festa d’amore.

Tutta d’oro è la vigna sul colle,

il vento scuote dolcemente il grano

e profumo spande

da ferire ogni senso.

 

[3]

Salmodia della povera gente (a mio fratello
Lino)

 

()

E la pioggia batteva sul tetto

batteva con migliaia di mani

batteva con dita di vetro

spiava dalle crepe del vecchio solaio.

 

Nelle lunghe notti d’inverno

il vento lacerava i vetri di cartone

alle finestre come un bandito.

E il freddo ti gonfiava le mani

uguali a rose rosse di sangue.

Ma quelle di babbo e mamma

ormai erano pianure

solcate da fiumi neri di fango,

da carriaggi impraticabili

alle nostre dita di fanciulli:

ancora le vedo aperte e vuote

sulle ginocchia, la sera

e noi ci perdevamo in esse

fiori in cortili deserti.

 

 

 

Una crescita in ascolto

La preparazione culturale avviene per il ginansio e
il liceo negli istituti dell’Ordine dei Servi di S. Maria tra Vicenza e
Venezia.

Lo studio della teologia si colora di uno scavo
biblico con un’attenzione singolare per i profeti e un interesse di
appassionata partecipazione per i salmi.

Nella preparazione filosofico-teologica sono
prevalenti la dimensione riflessiva della ragione che cerca e la necessaria
provocazione della rivelazione che illumina le oscurità della storia umana.

La fatica della ricerca e il travaglio della storia
hanno un riscatto nella poesia.

Il mondo della creazione, il vissuto personale e
collettivo, le istanze progettuali della convivenza, gli interrogativi di senso
più urgenti, le condizioni laceranti dei popoli possono e devono diventare
canto.

Nel canto poetico si realizza una trasmutazione
che colloca nell’orizzonte del bello e del vero segni di un trascendimento che
allude alla trascendenza.

 

[1]

Incontro alla luce

 

Con angoscia ti fuggo,

o Luce, ma sulla stessa

via sempre t’incontro.

 

[2]

Eppure mi tenta ancora

 

Eppure mi tenta ancora

questa avventura

del Figlio Prodigo. Prima

era un dovere.

Potere un giorno

dire coi sensi che le cose

gridano a un essere più alto,

a una più alta gioia;

che esse sole

non sono sufficienti.

Dovere di sacrificare

quelle stesse cose

che sono divine,

di consumarle in noi stessi

al fine di una creazione

che è nostra.

Oh io l’avrei fatto

se Egli non avesse parlato.

E se resto, non mi lamento

come il fratello maggiore

che non comprende la ricchezza

di quel figlio

che ha tutto perduto.

Era bene che uno Gli portasse

l’omaggio delle donne

anche da quelle strade;

sacra è la bellezza

di tutte le creature

e uno doveva raccoglierla.

Difficile era credere

senza provare,

sono i sensi il tempio

di una incrollabile fede.

E dentro la Sua casa

non sempre l’uomo intende.

E anch’egli ha lasciato

il seno del Padre,

e si è commosso di noi

e ci ha amati

perdutamente.

 

 

[3]

Inno alla vita immortale

 

Ora tutto il mio essere è in fiore;

il sangue a fiotti germoglia

al bacio di questo

primo sole di maggio:

ora anche le pietre

sono in amore, o Primavera.

 

Iddio come un uccello

tiene suo nido fra queste

selve: noi siamo piantagioni

di carne, maturate nel solco delle case

ed Egli canta tra i nostri rami.

 

E noi pure cantiamo:

la vita è pianto che ora

trasuda dai nostri rami

gonfi d’allegri sogni

soavi di profondo amore.

Smateriate le cose sono

in gioiose doglie

 

 

 

Il viluppo di un’apertura

I mondi in cui opera sono Milano e Firenze. La
Milano degli anni 1940-55 e la Firenze degli anni 1955-60.

La Milano della guerra, della resistenza e della
prima fase della ricostruzione civile-morale; in Firenze un autentico “laboratorio”
progettuale di democrazia e di rinnovamento ecclesiale.

Le direttrici di fondo che s’imponevano a livello
contenutistico dopo la dittatura e la guerra e la struttura portante le
dinamiche d’una convivenza civile da progettare impegnavano il cittadino e il
credente.

L’impegno per Nomadelfia incarnava concretamente un
modello di società dove la “fraternità” era legge, definendo così gli autentici
contorni di un “umano” che fa della libertà conquistata una premessa operativa
ed efficace della solidarietà: la libertà a servizio della giustizia. Senza
questa dimensione etica la libertà si corrompe distruggendo l’autentica dignità
dell’uomo e della convivenza.

La realtà ecclesiale non può non essere una
“fraternità” dove la stessa giustizia è ottimizzata nel radicale riscatto della
“carità”, dell’amore; dove la stessa autorità è solo e sempre autorevolezza che
nasce e si corrobora nel servizio: il primo è tale se “schiavo” dell’ultimo.
Ovviamente la Chiesa è a servizio dell’uomo, di ogni uomo senza connotati
limitanti.

In questa fase “liberazione e redenzione” sembrano
integrarsi in una continuità di difficili distinzioni.

 

[1]

 

I

Parole, inerti macerie,

brandelli d’esistenze

disamorate, panorama

del mio paese

ove neppure il gesto

sacrificale più rompe

la immota somiglianza dei giorni,

né le vesti sante coprono

la nudità degli istinti.

 

E i poeti non hanno più canti

non un messaggio di gioia,

nessuno una speranza.

 

II

E non più alberi sulle nostre

strade disperate. Nessuno

ha pietà almeno

delle pietre, dei giardini,

degli antichi triangoli d’ombra.

Le vie non hanno più linee,

gli archi sono cemento,

le colonne senza capitelli.

 

E dentro le case,

ognuno è solo

con la sua diffidenza.

 

 

[2]

Litania del deportato

 

Non più un verso ampio e disteso

come il primo volo di falco

sopra la pianura dell’infanzia;

non più un canto fermo

nell’estasi delle sere.

Tutto è franato nell’orgia necessaria.

La coscienza m’ha dato un nome,

spogliato come un albero

dopo la tempesta, dall’incanto

di sentirmi libero.

Gli uomini mi hanno appeso il piastrino

che brilla, nella marcia,

sulla giacca grigia.

Siamo creature incatenate

entro un paese di pietre

e di strade senza cielo!

 

Siamo sassi della creazione.

Dio, più non chiedermi d’essere

verticale. Ora diverso è l’urto

dei Tuoi venti; non regge

il mio peso insopportabile d’uomo

alla Tua aggressività inesausta.

Così, abbattuto, eviterò lo schianto

che Tu vai preparandomi:

non vale cercare più il rischio

che non abbiamo scelto.

Abbia, dunque, il Tuo volere

compimento pieno – la Tua

creazione violenta! – e passa

sul nostro sudore di sangue;

e l’attrito non abbia più cifra.

 

Nessuno più rompa la rotondità

della sfera. Più non sarò

la punta che Ti fa sanguinare.

Non chiedermi della Tua legge.

Una pena sola ora per la pianta

divelta, per la pietra lavata

dal fiume e per me stesso.

Attendo che l’uragano abbia fine,

come la quercia

che l’ultima radice si franga.

Mandami, Signore, la morte,

o Amore, non chiedere più nulla.

 

 

[3]

D’allora la terra è senza colore,

le fontane non danno più acqua.

E chi ha bevuto sente più sete;

e ogni ombra ha segnato l’avvento

di nuove arsure, e ogni giorno

è finito in un nuovo distacco.

E ogni sera io mangiavo alla mensa

della grande rinuncia. Ed ora

passo come un’immagine,

stendardo sopra le macerie;

una città immensa e deserta,

affamata, uno ad uno

si è divorata tutti i miei giorni.

 

 

[4]

Gloria patri

 

Amore, che mi formasti

a immagine dell’Iddio che non ha volto,

Amore che sì teneramente

mi ricomponesti dopo la rovina,

Amore, ecco, mi arrendo:

sarò il tuo splendore eterno.

 

Amore, che mi hai eletto fin dal giorno

che le tue mani plasmavano il corpo mio,

Amore, celato nell’umana carne,

ora simile a me interamente sei,

Amore, ecco, mi arrendo:

sarò il tuo possesso eterno.

 

Amore, che al tuo giogo

anima e sensi, tutto m’hai piegato,

Amore, tu m’involi nel gorgo tuo,

il cuore mio non resiste più,

ecco, mi arrendo, Amore:

mia vita ormai eterna.

 

 

Una passione che si fa
grido

La sobrietà e i popoli poveri sono stati una
costante tematica piena di accenti affettivo-emotivi in tutti i suoi
interventi.

La povertà come condizione positiva perché
generatrice di libertà morale necessaria alla convivenza civile è
indispensabile per la testimonianza della vita ecclesiale.

La povertà, o più concretamente la miseria dei
popoli come frutto di ingiustizia e di oppressione è un’offesa insopportabile e
va combattuta.

Un uso sobrio e partecipato dei beni è la prima
“povertà” che s’impone in forza della libertà conquistata e condivisa.  Un uso qualificato delle risorse nasce
da una scelta ancora partecipata e condivisa per i valori che si scelgono come
prioritari per una convivenza degna di questo nome.

Su queste direttrici si configurano i giudizi su
politiche, progresso scientifico, scelte economiche, istituzioni italiane,
europee, mondiali.

 

[1]

Senti
che è di troppo

il
sapore di una pesca

in
questa povertà

di
case diroccate;

senti
che non ti è lecito

provare
questo dolciore

d’anima
emigrata

dalla
strada

della
tua umanità.

Sposata
hai

una
pena

di
non sentire mai

dolcezza
alcuna

che
non sia di tutti;

ed
ora ti tenta

questo
profumo

di
pesche e di aranci,

ed
ora ti seduce

questo
languore di tigli,

ed
ora vorresti

andartene
in pace

in
quest’orlo di città

in
queste ghirlande

di
bimbi a dimenticare.

E
invece è tuo soltanto

il
grido della città

disfatta
sotto il sole,

e
tu solo

puoi
rianimare i corpi

abbattuti
ai piedi

delle
piante

nell’afosità
dell’estate.

Ah
tu non puoi

concederti
a queste

momentanee
paci.

 

 

[2]

Povera
che dorme entro giornali

 

C’è
una povera in via Ciovasso

che
non può più camminare,

e
dorme entro giornali

nessuno
di quelli che stanno

di
sopra

ha
tempo di scendere a salutare.

 

Per
lei è di troppo

un
po’ di scatole per guanciale

e
stare

nel
cuore di Milano.

 

 

[3]

Spirito,
fa’

 

Spirito,
fa’ che ogni giorno componga

una
lode al mio Dio: voce che raccolga

il
gemito delle cose.

 

Voce
per il silenzio

 

Voce
per chi non ha voce:

per
il povero e il disperato,

per
chi è solo,

per
chi è nato ora

in
ogni punto del globo

 

Dio
della vita,

sei
tu che nasci,

che
continui a nascere

in
ogni vita.

 

Voce
per chi muore ora:

 

perché
non muore,

non
muore nessuno:

niente
e nessuno muore

perché
tu sei.

 

Tu
sei

e
tutto vive,

è
il Tutto in te che vive:

 

anche
la morte!

 

 

[4]

Perché
nessuno saluta

 

Perché
nessuno saluta?

Sulla
stessa via

tutti
stranieri.

 

Una
minuta pioggia ti isola,

appena
qualche uccello dalle piante

sospira
al tuo rumore.

 

Una
pecora sola,

sul
clivio di Rancio

bela
al tuo passaggio:

 

gemito
più che umano,

a
segnare

la
solitudine di tutti.

 

Siamo
soli,

soli,
amico, né vale che tu grida

«fratelli»
dall’altare,

o
che tutti s’affollino

allo
stesso ciborio.

 

Nessuno,
nessuno saluta

in
questi termitai che sono

le
nostre città.

 

Tutti
murati in selve di condomini

più
soli di quanto

lo
siamo nei deserti

 

dove
pare non abiti più

neppure
Iddio.

 

 

L’approdo di un’ansia

La dimensione religiosa genuinamente popolare trova
consistenza e motivazioni fondanti nel contatto con la Scrittura. Essa,
interpellata e pregata, offre spazi all’intelligenza che pretende luce, dà
cornici di senso allo svolgersi della storia, stigmatizza il fascino della
corruzione, apre pertugi di irrinunciabile interiorità come via risolutiva di
identità, accredita esperienze di trascendimento, personalizza la comunione con
un Assoluto che si rivela in un rapporto di comunione e d’amore in una
“presenza” tanto più vera quanto più irriducibile alla logica del frammento del
tempo e della storia.

Gli eventi vengono “letti” con l’ottica della
profezia biblica, vagliati nella loro genesi più profonda, misurati nella loro
conseguenze sui rapporti che l’uomo ha con se stesso, con Dio, con i suoi
simili. Si tratta di un “disegno” che si contestualizza nella libertà di scelte
etiche che costituiscono l’effettiva dignità dell’uomo nel suo essere
originario e del suo cammino verso una definitività, un compimento conquista
sì, ma più propriamente dono.

C’è una storia personale e collettiva che diventa
canto: è il libro biblico dei Salmi.

Essi sono entrati nella mente e nel cuore come
irrinunciabile misura di un quotidiano dove il “personale” vive il respiro di
un’universalità che lenisce ed accomuna, dove si respira una Presenza
che accompagna come definitivo approdo d’ogni limite e d’ogni corruzione, dove
si fonda in unità il fremito della creazione, il travaglio della storia,
l’anelito di una pienezza.

Se c’è un’attualità che conta, riproponibile come
lettura ed ermeneutica del presente, va ricondotta alla misura biblica come
prima ed esaustiva ragione di senso.

 

[1]

Dire di più

 

O Innominabile,

pur dopo

le furiose e dolci e ostinate

fatiche dei poeti

a inseguire

 

ora il frinire

d’un’ala

invisibile, ora

 

gli scrosci d’uragano

del salmo

finiti pur essi

nell’infinito silenzio:

 

appena, alla fine, il Tu

inevitabile, – ho scritto!

 

Dire di più

è colpa.

 

 

[2]

Necessità ti lacera

 

Desolazione vince il pudore

di tacere: illuso

di non starnazzare più

a un metro appena

dalla palude.

 

Necessità ti lacera dentro

spada affilatissima.

 

Ti esalta dapprima la lucida

visione, accecandoti

nel candore dei segni e la bellezza

del suono: versi che neppure

in sogno ti parvero mai

così reali

 

Poi nulla! Tenebra

e smarrimento!

 

E piena incoscienza

d’esistere.

 

Sono queste da tempo

le mie estasi,

rapimenti finiti nel Nulla!

 

Ma sarà così per sempre?

 

 

[3]

Nulla è da capire

 

E anche destino era

che si dovesse perdere

la ragione, e perfino

il pudore!

 

Allora Egli

iniziava il gioco:

a finte e piccole mosse

dapprima, fino

 

a che non ti vedesse

disperare e piangere, fino

 

a lacerarti i sensi e fare

un falò del tuo decoro:

 

allora

l’intimidita anima

entrava finalmente

nella spirale

 

e tu,

fare silenzio, tacere!

E celare agli occhi di tutti

i deliranti rapporti.

 

E non
cercare,

poiché nulla è da capire:

è solo Amore,

e non ragiona!

 

 

[4]

Il mio fiume

 

Fiume del mio Friuli, povero

fiume, vasto, di ghiaia

ove appena qualche incavo di acque

accoglieva, nell’estate, i nostri

bianchi corpi di fanciulli

simile a un selvaggio battistero!

 

Ma più amato ancora è l’altro

fiume che dentro mi attraversa,

fiume di sicure acque lustrali,

dalle cui rive attendo, o Padre,

che la tua voce mi chiami

e dica: «O figlio!».

 

È questo il mio Giordano

fiume del mio esilio

e della mia sete più vera:

fiume percorso da segrete

acque, come il fiume

della mia infanzia.

 

E se da un fiume d’infiniti

desideri e pianti del cuore,

una vita può sentirsi fiorire,

allora anche di me si canti

«come d’un albero alto

piantato sul fiume».

 

 

Il peso dei popoli in
travaglio

L’apertura connaturale agli interessi e al
temperamento trova un ulteriore stimolo nei contatti più o meno necessitati con
diverse nazioni e con specifici ambienti socio-culturali e socio-politici.

Libertà e giustizia sono premesse e condizioni
possibili di pace.

 E la
“pace” è uno dei temi decisivi che anima la generalità degli interventi
soprattutto del periodo post-conciliare.

La pace è un orizzonte messianico: in questa
prospettiva si colora di accenti che superano le contrattualità storiche e la
loro endemica fragilità. È necessario che cambi il cuore dell’uomo, che si
sradichi ogni traccia di potenziale violenza, là dove essa nasce, dove ha la
sua prima origine.

Volere la pace è una delle imprese più difficili
perché essa non è mai definitivamente conquistata, ma deve essere rigenerata in
noi in ogni momento e da parte di ciascuno di noi senza eccezioni.

La pace è “utopia”, ma questo non significa
impossibile realizzazione; significa invece “mèta” stimolante un modo di essere
che fa crescere la storia e maturare una convivenza di pari opportunità per
tutti.

 

[1]

Io voglio sapere

 

Io voglio sapere

se l’uomo è una fiera

Ancora alle soglie della foresta:

se la ragione è una rovina

se i fatti hanno una ragione

se la ragione è ancora utile.

Io voglio sapere

se ci sono ancora gli assoluti

O se io sono sacerdote

di colpevoli illusioni,

se è vero che saremo

finalmente liberi

se saremo ancora liberi

se saremo mai liberi.

Io voglio sapere

se cantare è ancora possibile

se da ricchi canteremo ancora

se dipingere è ancora possibile

se la bellezza esisterà sempre,

se possibile sarà ancora contemplare.

Io voglio sapere

quale sarà l’intelligenza

di un abitante della futura megapoli

quale il potere spirituale di resistere

se sopravviverà ancora l’amore,

se pure è mai esistito.

Io voglio sapere

se la vita è solo meretricio

se il vostro vivere è appena una difesa

contro la vita degli altri:

se qualcuno, almeno qualcuno

crede che tutti gli uomini

sono una sola umanità.

Io voglio sapere

se l’uomo cresce

se c’è un altro avvenire

se la scienza non sia la morte

e la sua macchina non sia la nostra

bara d’acciaio.

Io voglio sapere

se esiste una forza liberatrice:

se almeno la chiesa non sia

la tomba di dio

l’ultima sconfitta dell’uomo.

Io voglio sapere

se la pace è possibile

se la giustizia è possibile

se l’Idea è più forte della forza

 

 

[2]

Un campo sterminato (a Rigoberta Menchù)

 

Un campo sterminato di rovine

è la memoria:

 

nulla che non fosse male

mi rimase estraneo.

 

Ma fierezza mi conforta

fino a credere che mi perdonerà.

 

La fedeltà mantenuta,

l’istinto, Dio, di te non tradito

l’aver mai tagliato

con le radici, mai rotto

con l’umile gente

o sceso a patti con l’Epulone, mai!

 

Prima ragione dei miei

amari conflitti

pur con la chiesa:

 

ragione

che mi rende difficile

accettare perfino

una sorte felice:

 

che mia madre

e la madre e il padre di Rigoberta

e l’ultimo campesino e il negro di Soweto

 

siano

in un paradiso dove

giustizia non sia fatta:

 

se anche questo

a colpa si ascrive

subito si allunghi

l’interminabile

 

rosario

 

 

Il presagio della fine

Quando il problema del finire diventa personale e
prossimo per la presenza di una malattia dagli esiti letali siamo chiamati ad
una verità con noi stessi senza paratie ed infingimenti.

Gli interrogativi circa il senso dell’esistenza e
il suo esito definitivo si fanno cruciali.

Ancora una volta il vissuto si fa canto: Canti
ultimi
e Mie notti con Qohelet (postumo) diventano meditazione
intima, inquietudine adulta, interrogativo sofferto, percezione lacerante,
grido soffocato, abbandono rassegnato, tensione risolutiva, ancoraggio sperato.

I connotati culturali in cui si sono incarnati il
mistero dell’uomo e il mistero di Dio si rivelano insufficienti. Lui e noi
siamo “altro”.

Una “solitudine” senza confini ci rende finalmente
“liberi” per il “nulla” o per il “tutto”.

 

[1]

Solo «occhio»

 

E mai uno che sappia quale

nome più gli convenga:

 

baluginosa Presenza che acceca

come i raggi schiantati del sole

a mezzodì

sulle rocce salate

del mare morto.

 

O come un punto nero quando

impotente assisti alla pagina

che si fonde in danza di segni

e solo, appunto, quel punto

nero emerge, punta

di lancia a ferirti

le pupille.

 

Ora indistinto per troppa

chiarezza, ora quale

in nebbia di luce ombra

immobile, e tu pure

immobile, di stupore:

non una immagine mai.

 

Solo «occhio», ricorda,

che ti guardava

dalla volta della chiesa

fin dall’infanzia, e poi

dall’architrave della cella,

dal punto più alto

del cielo

nella notte buia.

 

Né ragioni di fuga persuadono,

«perché anche laggiù Tu sei».

 

[2]

In purissima follia

 

O cercarti solo

senza nominarti,

chiamarti appena a gesti

e suoni, quando

amore ispiri

in purissima follia

 

[3]

Questo il buio

 

È l’Informe

l’Indeterminato

neppure mostruoso

semplicemente indefinibile

quanto di più reale:

 

il «Non-razionale» ci cinge

ci assedia, questo

il buio che copre l’abisso

l’oceano delle

nere acque

 

[4]

Il dramma è anche tuo

 

E ancora: questa

particola del nostro esistere

che mai può giungere ad essere

 

E tu sempre dentro la tua

divina solitudine, Tu

condannato

a solamente essere:

 

Tu

e il caos

e la morte

e il Nulla

 

Non è contro di te

la delusione:

il dramma è anche tuo,

o misterioso Amore.

 

 

La pace di una resa

Il presentimento della morte aleggia costantemente
nella produzione poetica anche dei momenti più retorici.

La morte come fine-correttivo della realtà;

la morte come riscatto rivelativo di una dignità
negata;

la morte come necessario pedaggio alla vita vera.

La morte segna la fine della ragione e delle
ragioni.

Solo la rivelazione di una dimensione “altra” che
definiamo in qualche modo “divina ed eterna” può generare in noi la “pace”; una
pace che non è conquista, ma una “resa” la cui prima ed ultima radice è la
libertà di accettare di essere solo “dono” e per di più voluto ed amato per una
Pienezza il cui “segno” storico è una Persona

 – Gesù
di Nazaret –

il Risorto

Signore della vita.

Per molti questo è un fascinoso quanto inutile
inganno.

Non è migliore certamente lo stupido quanto
proditorio inganno del ridicolo quanto inutile “essere semplicemente stati”.

 

[1]

E fine ponga

 

Anch’io, anch’io

che oda, o Amato, la voce!

Una voce

 

a dirmi è finito

il tempo della potatura!

 

Mio crudele Amore, io so

quale vignaiolo severo tu sei

e con quale cura tu poti

le tue piccole viti

 

Una voce

che dica: O colomba!

 

Sì, una colomba

che si annida

in anfratti e dirupi

 

Una voce che segni

una sosta a queste

divoranti attese,

e fine ponga

alle aspre

incertezze:

 

e abbia
inizio

almeno il dolce

colloquio.

 

 

[2]

Il cielo non risparmia nessuno

 

Fiumane di canti hanno

narrato i tuoi amori, Signore.

 

Ma da me avrai appena

rudi versi: stanze

di versi degni della mia

miseria d’origine.

 

Ad altri le più scatenate

fantasie a celebrare

il favoloso corteo:

 

e le lettighe, e i baldacchini,

e i prodi cavalieri

dalle spade lucenti,

 

e le fanciulle tutte

uscite a vedere il trionfale

incedere dello Sposo

 

Ma la madre mia, contadina

del mio Friuli, la più

povera del paese, usava

dirmi: Figlio

 

sono cose troppo grandi

per noi!

 

 

[3]

Che non sia più notte

 

La notte è avanzata:

Dio, fa’ che la notte finisca,

che non sia più Notte!

 

 

3. Provocati al dialogo su temi storici e di
ricorrente attualità

 

Nel rapporto con il Friuli

«La mia anima è la terra in tutti i sensi, la
grande Terra, e quella piccola, il minuscolo acro bastante appena a tener viva
la mia fame. La mia anima è la creazione, questo corpo di Dio, o meglio suo
giardino, sua vigna, e Lui l’amato e severo agricoltore: la Terra, la passione
di Dio e dell’uomo, dal cui fango siamo formati per ritornare dispersa cenere,
in una commistione di vita e di morte senza fine; on tutta la Terra».

Così si esprime Turoldo negli ultimi intensi e
sofferenti momenti della sua vita, quando vuole scavare nel rapporto con la
realtà originaria da cui si sente generato.

Il suo sentire è universale ed è esperienza di ogni
uomo e di ogni donna qualunque sia l’appartenenza concreta in cui si trovino
inseriti. Ma ogni frammento di Terra si fa in qualche modo storia. Quando
Turoldo rimembra il Friuli in cui ha vissuto in cui ha vissuto la sua infanzia
si abbandona ad accenti appassionati: «sì, la mia anima è la natura di un
friulano, di questa terra di frontiera, orgogliosi figli di una piccola patria,
ricca soprattutto, allora, di villotte struggenti e delicate: quasi canti da
dolce stil novo, canti di trovadori, dove sono narrate le infinite vicende
dolorose e tristi di un popolo nobile, tanto povero quanto dignitoso».

È naturalmente la visione di un poeta che
trasfigura il vissuto di un popolo che ama e che vuole in qualche modo
soggetto/oggetto d’una storia “perdonata”.

Alcuni friulani, oggi, stentano a riconoscersi in
questo Friuli consegnato alla poesia, oggetto di contemplazione e d’incanto,
lontano dal loro impegno e dalla loro passione per un suo riscatto culturale,
civile, economico, politico. Il Friuli di Turoldo, essi affermano, è, sì, bello
per la memoria di un poeta, ma resta inevitabilmente il “suo” Friuli, non
quello delle difficili battaglie per una vera autentica rinascita.

Il Friuli della nostalgia, si dice, anche cantato
nel migliore dei modi, acquieta, conforta, lenisce, ma non contribuisce a
trasformare il Friuli della contemporaneità. Per il Friuli contemporaneo
Turoldo ha parole dure, severe, forse senza speranza. Probabilmente lo stesso
film Gli ultimi apparso nel 1962 rivela in controluce la denuncia di un
eventuale abbandono delle radici: e queste per Turoldo si concentravano in un
vissuto dove “povertà” significava essenzialità; capacità quindi di un rapporto
libero con i beni, non costrittivo, dipendente, falsamente saziante; un
rapporto che permettesse l’esercizio della comunione solidale, che impedisse un
uso rapinatore della terra voluto e perseguito per arricchire, che desse spazio
e sviluppo a un sentire cristiano aperto alla percezione di sé e della vita
come un mistero da custodire e non come potenziale pulsionale da consumare.

Si può convenire che Turoldo legge con difficoltà
la storia del Friuli e che il giudizio sulla contemporaneità è decisamente
parziale: questo ha reso sempre difficile il suo rapporto con gli uomini e le
istituzioni che contavano. Si può affermare però che la sua visione poetica non
esclude i portati della storia e che l’ansia di una sostanza etica non
dimentica e non impoverisce le istanze di oggi.

Il momento del terremoto del 1976 è stato
chiarificatore del suo atteggiamento. Pronto come sempre con la sua presenza e
soprattutto con la sua parola, si è calato con lucidità sui problemi del
presente divenendo ancora interlocutore efficace:

«Senza cultura, senza una propria autonoma cultura,
non si costruisce niente. E guai a perdere questa battaglia, guai a non
portarla fino in fondo! Allora sì che vorrebbe dire un Friuli sempre schivo, un
Friuli ‘colonia di chi sa chi!’ cioè di qualunque padrone! () Si continui a
studiare e si riprenda a conoscere il proprio passato. Solo conoscendo il
proprio passato, in tutta la gamma delle tradizioni civili e religiose, si può
sperare in un futuro. () Alla nostra lingua bisogna che teniamo, se vogliamo
salva la nostra identità. La lingua è sempre testimonianza di libertà; libertà
contro l’invasione e contro il padrone. () Tu puoi privare un uomo della sua
casa, egli sarà ancora libero; puoi togliergli il cibo, il lavoro, la moglie,
egli sarà ancora libero; ma se gli strappi la lingua non sarà più libero,
perché allora la pianta è schiantata alle radici».

Qualcuno ha definito tarde e imparaticce queste
affermazioni, suggerite da un momento carico di emotività, peraltro in sintonia
con il temperamento di Turoldo.

È indubbiamente vero che egli si sente come
imprigionato dal documento d’archivio, essendogli più consentaneo l’orizzonte
della denuncia critica.

Un futuro più documentato ci potrà chiarire con
oggettività il rapporto con il Friuli. È certo che Turoldo si è sentito figlio
autentico di questa nostra terra, che ha amato la sua gente invitandola con
crudezza a una libertà custode di un’identità cosciente della sua storia e del
suo mistero.

 

Nel suo impegno per la resistenza

C’è uno spartiacque che segna un prima e un dopo
nell’esistenza di Turoldo. «Circostanze particolari permisero che mi inserissi
subito nella vita della città» (si tratta ovviamente della Milano degli
anni quaranta). Definisce Turoldo il suo primo sacerdozio a Milano “sacerdozio
di guerra”.

«Mi sono trovato nel centro di Milano già nel 1941
quando la guerra finalmente cominciava a farsi sentire: nonostante la nostra
abituale incoscienza di italiani. Ero appena uscito dall’isolamento più che decennale
del seminario: dire solo isolamento per quei tempi è troppo poco! Mi sembrava
di navigare in un mare di nebbia, con urti improvvisi contro scogli non
immaginati Avevo appena venticinque anni fin d’allora non c’era altro modo di
salvarci se non di agire, di buttarci, di osare e nel nostro campo bisognava
inventare tutto, pensare molte volte esattamente il contrario di quanto ci
avevano insegnato; e liberarci con le nostre stesse forze, da soli.

Naturalmente –continua- non potevo non buttarmi nella
Resistenza. La causa principale che mi ha spinto a decidermi per la Resistenza
è stata la scelta dell’umano contro il disumano: da una parte l’avvilimento e
la distruzione dell’uomo (e pensare che non si sapeva nulla dei campi di
concentramento, dei forni crematori!) da una parte, dicevo, il degrado e
l’annientamento dell’uomo, dall’altra il bisogno di riaffermare l’uomo
come unica possibilità di sopravvivenza e di continuità della storia. Da qui
nasce la decisione di scendere in campo, di organizzarci a resistere. Con tutto
il gruppo d’allora pensammo di definirci addirittura movimento spirituale
per l’unità d’Italia,
e decidemmo di fondare il nostro giornale
clandestino, intitolandolo appunto L’uomo: era l’ideale che ci
riassumeva e ci caricava. Voglio dire quanto l’uomo, sia prima che dopo, era e
sarà sempre al centro della mia fede, al centro di ogni impegno, sia religioso,
sia civile

Non mi sono mai ravveduto e meno ancora ricreduto
circa il concetto di resistenza, che da allora per me è diventato un valore
essenzialmente teologale, una categoria dello spirito: una nota necessaria per
definirci cristiani. Da allora sono convinto che il cristiano o è un resistente
o non è cristiano. Anzi ho capito che essere cristiani non vuol dire essere più
uomo o meno uomo di un altro, ma essere semplicemente segno di come l’uomo è
presentato nella Scrittura. Cioè in sé e per sé, non sarebbe che la rivelazione
di ciò che è un uomo secondo l’antropologia biblica, secondo quanto e come è
pensato da Dio. Perciò Cristo è l’uomo perfetto, pienezza d’umanità, è
rivelazione di Dio, immagine sostanziale dell’invisibile Iddio. Perché Dio non
lo vede nessuno: se vuoi vedere Dio, devi guardare in faccia un uomo».

 

Sulle radici della sua antropologia

«Due cose soprattutto mi sono e mi furono
essenziali per la mia scelta e per le mie lotte: una, che Cristo è segno di
contraddizione e di rovina per molti in Israele, che vuol dire: Cristo quale
contraddizione e oppositore al sistema, Cristo come scandalo e irriducibilità
al sistema E la seconda ragione: che il crocifisso non mi rappresenta soltanto
il mistero di una salvezza eterna; non è solo l’immagine di un Dio rifiutato;
ma prima di tutto mi rappresenta l’idea di un uomo che il mondo non riesce ad
accettare e che perciò emargina e crocefigge. Il crocefisso è, prima di tutto,
la bandiera dell’uomo maledetto e scartato, bandiera innalzata sul mondo,
lassù; è l’uomo nella sua pienezza che viene torturato e ucciso. Perciò là dove
appena appena ricompare questa immagine di umanità, ecco che lì si ripete la
sua agonia e crocifissione. Come del resto la Risurrezione del Cristo non
sarebbe altro se non la causa dell’uomo che continua (E. Bloch).

A questo punto devo dire che la tematica più
insistente di tutta la mia predicazione è precisamente quella antropologia
biblica di cui prima accennavo secondo la linea della Genesi: l’uomo sintesi
cosciente della creazione, si avvera nella sua espansione verso l’altro, è
comunione, è lì la sua pienezza, la sua perfezione, la sua conseguente responsabilità
comunitaria. &EgrEgrave; somiglianza, immagine di Dio quando, e se, sarà coscienza della
terra e realizzazione dell’amore: qui la sua dimensione divina. Quindi una
realtà in divenire, infinita inquietudine, infinita (la sua) storia, infinita
possibilità verso una pienezza».

L’orizzonte della pace per Turoldo è l’uomo biblico
in comunione con Dio, radice della comunione con i suoi simili in una radicale
armonia con il creato.

Ricorda i bassorilievi di Chartes: il primo vede
Dio assiso, mentre l’uomo ha il capo reclinato sul seno di Dio e Dio che gli
accarezza dolcemente i capelli, e sorride appena; il secondo contempla Dio e
l’uomo, tutti e due a piedi, tutti e due uguali, stessi volti, stessa statura e
capelli e portamenti. Solo Dio che è un po’ avanti e l’uomo leggermente
indietro.

Una poesia è rivelatrice:

 

Salmodia di Zagorsk

Meglio che la terra ritorni

La pace è l’uomo

e quest’uomo è mio fratello

il più povero di tutti i fratelli.

 

La libertà è l’uomo

e quest’uomo è mio fratello

il più schiavo di tutti i fratelli.

 

La giustizia è l’uomo

e quest’uomo è mio fratello:

per un’idea non posso uccidere!

 

Per un sistema non posso uccidere

per nessuno nessuno

fra tutti i sistemi!

 

L’uomo è più grande del mondo

«e il più piccolo fra voi

sarà ancora più grande nel Regno».

 

Io devo solo lottare,

sempre, insieme, o da solo, lottare

e farmi anche uccidere.

 

La pace è lotta per l’uomo,

uno bisogna che redima

anche la morte!

 

Neppur per la fede posso uccidere,

l’uomo è l’icone di Dio,

Dio che geme nell’uomo.

 

E se la chiesa non è per l’uomo

non è degna di fede

non può essere chiesa.

 

E se le politiche non sono per l’uomo

vadano alla malora

tutte queste politiche.

 

Maledetto l’uomo

che non è per l’uomo,

maledetta ogni idea ogni fede:

 

ogni madre non generi più,

il maschio sia morso dal serpe

quando vuol concepire.

 

Siano distrutte queste città

quando ogni ventre di donna

è un cimitero:

civiltà «cristiana»

che porta la morte

nel proprio ventre!

 

L’uomo non conta più nulla:

o stirpe di rapaci,

il dio della morte ci domina.

 

L’uomo è fucilato a Santiago

abbrutito nelle gabbie di Saigon

torturato a Belo Horizonte

schiacciato come un verme a Mozambico

il feddayn è sepolto

nella tomba di sabbia

il negro è chiuso bestiame

nella «locations» a Johannesburg,

oppure urla a milioni di sete

nello squallido Volta.

 

Ma il rame vale più dell’uomo

il petrolio vale più dell’uomo

il prestigio la potenza il sistema

valgono più dell’uomo.

 

Meglio che la terra ritorni

deserta, meglio

che i fiumi scorrano

liberi nel verde

intatto del mondo,

e Dio si abbia la lode

dai volatili della foresta!

 

Ma che sia l’aria

come al mattino del mondo

e caste siano ancora le acque

e al cielo non salga più

una voce d’uomo

 

né la terra più oda

questo frastuono di parole

quando la ragione è della forza

e a reggere il mondo

sono solo le armi.

 

L’uomo ha fallito

l’uomo è sempre ucciso

crocefisso da sempre.

 

Cristo, o ragione

di questo esistere,

folle bellezza

 

 

Nella lettura degli eventi vissuti nel contesto
della liturgia comunitaria della domenica

Lo sguardo di Turoldo sull’uomo si fa concreto: non
è separabile dalla riflessione sull’uomo un’attenta e appassionante, a volte
angosciante, percezione della storia, perché l’uomo vive in una storia
concreta, è nella storia che gli uomini diventano stranieri, nemici. Nella
storia molti, i più, sono sfruttati e privati della loro dignità originaria;
nella storia ancora una minoranza detiene la quasi totalità delle risorse e
continenti interi sono confinati in una situazione di minorità, in un bisogno
endemico dove libertà e democrazia restano aneliti soffocati, privi di
riscatto.

L’uomo quindi a cui si rivolge Turoldo in
quest’accezione concreta è il popolo dei diseredati, degli oppressi, è storia
in cui si consuma il dramma di dignità soffocate, di libertà senza riscatto, di
violenze inenarrabili.

A Fontanella l’incontro della domenica si sostanzia
(parlo delle prediche che faceva durante la messa della domenica) fino a
diventare coscienza critica della storia dove si sanno leggere e giudicare i
fatti, gli eventi, coscienza di popolo con una percezione del cumulo,
dell’abisso di sofferenza che i popoli portano con sé. Coscienza necessaria
come premessa e fondamento di ogni liberazione e di ogni salvezza.

Voglio ancora accennare al giudizio sulla nostra
civiltà . Il giudizio si precisa in una diagnosi elementare ma spietata. Il 6
agosto 1989 diceva: «La nostra civiltà consiste nell’essere ricchi, più ricchi
degli altri, rapaci perché poi sono tutte ricchezze che provengono da un terzo,
da un quarto, da un quinto mondo che diventa sempre più povero. Quando
esploderà la sua collera sarà inaudita (lo diceva anche Paolo VI). Essere
poveri è una dignità, essere poveri è una fortuna. Io non lascerò mai, io non
lavorerò mai perché l’uomo diventi ricco, mai, che Dio mi tolga la vita. La
ricchezza è spessisimo, se non sempre, sinonimo di oppressione, di
sfruttamento, non auguro a nessuno di diventare ricco. Ma essere oppressi è
diverso. Io lavorerò perché l’uomo non sia oppresso e sfruttato, è per questo
che ho fatto certe scelte e non me ne pento e finché ho fiato continueremo a
batterci, soprattutto quando un determinato mercato ci convince che l’uomo non
vale più nulla, quello che vale è il catrame, quello che vale è il petrolio».

Per Turoldo quindi il primo compito della libertà è
servire la giustizia, opporsi con tutte le forze alle oppressioni per acquisire
uno stato di libertà è un dovere, un impegno civile di ogni uomo di buona
volontà. Libertà a servizio della giustizia, giustizia come premessa
fondamentale alla convivenza fra i popoli.

Valorizzazione di tutti i fermenti positivi che
persone ed eventi riescono a proporre. Basterà ricordare l’amicizia con Ernesto
Cardenal di cui tradurrà anche le poesie e la scoperta e la proposta a tutto il
mondo della drammatica testimonianza di Rigoberta Menchù. L’accusa precisa
dell’insufficienza delle istituzioni che dovrebbe essere avanguardia credibile
di un servizio nuovo.

 

Nel rapporto con le istituzioni servite dalla
profezia in un cammino di pace

“Fedeli e liberi” è il motto che egli consegna.

Quindi fedeltà è libertà, rispetto delle
istituzioni e nella Chiesa “esserci sempre in dialettica, starci in permanenza
con spirito critico, amorosamente critico, critico per passione, critico per
fede. “Io credo, perciò sono libero”. Lo stesso dogma, di volta in volta punto
di arrivo ma, nel contempo, punto di partenza per via della fede, che è perenne
novità dello spirito.

Anche nella Chiesa l’istituzione è un mezzo non un
fine, un mezzo per quanto necessario, ma mai un assoluto: lo stesso magistero
soggiace alla verità. La stessa libertà è a servizio della verità: “perché
verità sia libera”. Quindi la Chiesa per l’uomo, non viceversa; così il papato.
Qui è la radice della obbedienza: tutti in perenne ascolto della Parola e a
servizio di essa. La responsabilità conseguente del credente, di ogni credente
è irrinunciabile. “Non si può fare a meno della Chiesa. Nessun dubbio che la
Chiesa è inevitabile. Chiunque fa Chiesa o bene o male; o per il bene o per il
male”.  E Turoldo spesso adempie a
questo rischioso servizio della verità che riconduce alla Magna Charta
evangelica l’istituzione ecclesiale e chi la presiede in nome di Cristo nella
carità, a servizio cioè dell’uomo, di ogni uomo.

 

Fa’ di me un fiume

 

Fa’ di me, Signore, un fiume

un fiume ampio, disteso,

che dal Monte si snodi flessuoso:

 

e poi si allarghi sulla pianura

e sfoci e ritorni a perdersi

dolcemente nel tuo mare.

 

Un fiume che raccolga tutte le acque

della tua divina Ispirazione,

le impetuose acque cui si dissetarono

i profeti, le calme

amate acque della Vergine e dei santi:

l’acqua della fonte zampillante

 

E sia un unico fiume: il fiume

irrorato dal fiotto

ininterrotto di sangue e acqua

che scorre dalla ferita

sempre rossa del tuo costato.

 

E raccolga l’infinito sangue

che scende dagl’innumeri patiboli,

il pianto muto delle madri

dietro gli stendardi dei figli uccisi

– nuove icone sul mondo -,

in processione da capitale a capitale.

 

Sia così, Signore!

 

 

 

 

In memoria del vescovo Romero

«In nome di Dio vi prego, vi scongiuro,

vi ordino: non uccidete!

Soldati, gettate le armi»

 

Chi ti ricorda ancora,

fratello Romero?

Ucciso infinite volte

dal loro piombo e dal nostro silenzio.

 

Ucciso per tutti gli uccisi;

neppure uomo,

sacerdozio che tutte le vittime

riassumi e consacri.

 

Ucciso perché fatto popolo:

ucciso perché facevi

«cascare le braccia

ai poveri armati»,

più poveri degli stessi uccisi:

per questo ancora e sempre ucciso.

 

Romero, tu sarai sempre ucciso,

e mai ci sarà un Etiope

che supplichi qualcuno

ad avere pietà.

 

Non ci sarà un potente, mai,

che abbia pietà

di queste turbe, Signore?

nessuno che non venga ucciso?

 

Sarà sempre così, Signore?

 

 

Il richiamo alla profezia è connaturale all’essere
della Chiesa e nel contempo la Chiesa e irriducibile all’assimilazione storica
anche la più progressista.

Profezia non è l’annuncio del futuro, ma la
denuncia del presente lontano o contraddittorio alla Parola: «E’ la parola il
futuro del mondo e della storia». E’ una dimensione della Pace irriducibile
alle Paci degli uomini e delle loro ideologie. È vero che «la Chiesa non potrà
mai ridursi a democrazia e nemmeno potrà configurarsi in una monarchia, e meno
ancora, ovviamente, in una dittatura. La Chiesa deve essere molto di più delle
istituzioni che conosciamo, dovrebbe essere il vero paese della libertà, il più
garantito paese dell’uomo perché istituzione fondata a guidata dallo Spirito
sempre libero e imprevedibile».

Altrettanto si deve dire del rapporto con le
istituzioni civili-laiche. Non si tratta di essere contro l’autorità, ma quando
l’autorità si identifica con il potere-forza, Turoldo precisa: «Il fondamento
dell’autorità non è la forza, non è il diritto, meno che meno la ricchezza. Non
tanto più sono ricco tanto più faccio le leggi. No, non è la forza, non è
neanche il diritto il fondamento dell’autorità. Il fondamento dell’autorità è
l’amore. Il fondamento del potere è la forza, nessuno nega l’autorità e non mi
troverete mai che abbia rinnegato l’autorità. Io ho sempre rinnegato il potere,
sempre, in tutta la mia vita. Anche l’amore è potere, ma è potere di vita, non
di morte. Io non sono per il disordine, ma per la ricerca di un ordine più
profondo: perché può darsi che l’ordine che mi viene imposto sia disordine» (9
aprile, Fontanella).

 

Manda, Signore, ancora profeti,

uomini certi di Dio,

uomini dal cuore in fiamme.

 

E tu a parlare dai loro roveti

sulle macerie delle nostre parole,

dentro il deserto dei templi:

 

a dire ai poveri

di sperare ancora.

 

Che siano appena tua voce,

voce di Dio dentro la folgore,

voce di Dio che schianta la pietra.

 

E finalmente Papa Giovanni, sintesi e vissuto d’una
riconciliazione con tutto se stesso, con gli uomini d’ogni cultura e storia, e
tutti insieme con Dio. A questo proposito Turoldo dichiara che la vera e
positiva rivoluzione, riforma di una Chiesa-comunità nasce partendo da un
altare (lo fa presente anche ai laici). Un popolo di Dio o nasce dalla liturgia
o non nasce in nessun modo e in nessun luogo. La ragione della assoluta novità
spirituale ed umana anche del motore primo della Pacem in Terris e del
Concilio che è stato Giovanni XXIII è un’interiorità che viene dalla comunione
con Dio in Gesù Cristo nella creatività dello Spirito. Qui maturano la forza
interiore, il senso della storia, la carità trasformante. È bene ricordarlo ad
ogni uomo e ad ogni donna che amano l’umanità e la sua storia.

 

 

Salmodia alla pace

 

La pace è l’Eden che deve inverarsi,

il sogno reale e necessario

che attraversa l’intera creazione.

 

Creature tutte all’opera:

che deve venire la Pace

che deve farsi la Pace,

 

Francesco, riprendi a cantare

per frate sole e sora luna

«et per aere et nubilio sereno»

perfino la morte diciamo: sorella!

Ma siano tutte le creature a cantare.

 

Uomini, tornate fanciulli,

rompete le spade e nessuno

continui a trafiggere il cuore alle cose

come han trafitto il costato di Cristo.

 

Questo è l’irreparabile Male

il Male che non ha nome:

l’incubo non della morte,

dell’«Oltre –morte»,

il Grande Nulla che incombe.

 

Abbiamo violato il Sacrario

Profanato il Santo dei santi:

messe le mani sul’atomo,

rotta la diga sull’abisso,

ci siamo creduti Despoti.

 

Abbiamo perduta l’Amicizia delle cose,

la Grande comunione:

tornare indietro

sarà ancora possibile?

 

Questo è l’Eden che deve inverarsi

il Giardino dell’Alleanza,

il Sogno dell’Universo.

 

 

Canta il sogno del mondo

 

Ama

saluta la gente

dona

perdona

ama ancora e saluta

(nessuno saluta

del condominio,

ma neppure per via).

 

Dai la mano

aiuta

comprendi

dimentica

e ricorda solo il bene.

 

E del bene degli altri

godi e fai

godere.

 

Godi del nulla che hai

del poco che basta

giorno dopo giorno:

e pure quel poco

– se necessario –

dividi.

 

E vai,

vai leggero

dietro il vento

e il sole

e canta.

 

Vai di paese in paese

e saluta

saluta tutti

il nero, l’olivastro

e perfino il bianco.

 

Canta il sogno del mondo:

che tutti i paesi

si contendano

d’averti generato.

 

 

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a cura di http://www.mondocrea.it