15 Novembre 2013

GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Dan 7,9-10.13-14; 1 Cor 15.20-26.28; Mt 25, 31-46

 

Termina
oggi l’anno liturgico ambrosiano, e si chiude con questo spalancarsi della
storia verso l’eterno, del mondo verso l’infinito: Cristo Re dell’universo. La
Liturgia ci invita a credere che nelle nostre azioni già fiorisce l’eternità,
che ciò che rimane quando non rimane più niente è l’amore vissuto nei nostri
giorni.

Signore dei poveri, per tutto il bene non fatto, per tutto il pane non
spezzato con chi ha fame,
Kyrie
eleison

Dio dell’amore fattivo, per la nostra poca fede che non matura mai in
frutti concreti di compassione
,  Kyrie eleison.

Signore della comunione, per tutta la nostra indifferenza e superficialità,
per tutte le nostre omissioni,
Kyrie eleison

 

OMELIA

Una scena potente, drammatica, che noi chiamiamo il
giudizio finale. Meglio ancora, una visione che dice la verità ultima
sull’uomo. Che cosa resta della vita quando non resta più niente? Resta l’amore.

Avevo fame, avevo sete, ero straniero, nudo, malato,
in carcere: e tu mi hai aiutato.
Sei
passi di un percorso, dove la sostanza della vita ha nome amore. Sei passi per
incamminarci verso il Regno, la terra come Dio la sogna. Sei
opere per rispondere alla più seria delle domande, a Caino in principio e alla
fine a ciascuno di noi: tu che cosa hai fatto di tuo fratello?

Il settimo passo, l’ultimo, è
la grande visione di Paolo: e Dio sarà tutto in tutti! Che è già iniziato: quello
che avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me!

Ciò che è straordinario è che
Gesù stabilisce un legame così stretto tra sé e gli uomini da arrivare fino a
identificarsi con loro. L’avete fatto a
me. Il povero è come Dio! Corpo di Dio, carne di Dio sono i piccoli.

Gesù sta pronunciando una
grandiosa dichiarazione d’amore per l’uomo: io vi amo così tanto, che se siete
malati è la mia carne che soffre, se avete fame sono io che ne patisco i morsi,
e se vi danno aiuto sento io tutte le mie fibre gioire e rivivere. Straordinaria
dichiarazione, da ricordare sempre.

Cristo
è qui nelle lacrime, nella fame, nel dolore dell’uomo, il cielo di Dio è la
terra, suo tabernacolo i piccoli.

 

Scrive
Turoldo: “Dio naviga in questo fiume di lacrime”.

Da qui deriva una seconda
cosa: Se Gesù è così strettamente legato a noi da vivere la nostra vita dentro
la nostra pelle, significa che in tutti i momenti di difficoltà non saremo mai
soli. Perché i poveri non sono una categoria sociale, poveri siamo tutti noi,
perché tutti possiamo cadere nel bisogno, diventare poveri di salute, di forza,
d’amore.

 

         Mi incantano tre cose in questo vangelo:

1.La cosa veramente
sconvolgente, che rovescia ogni precedente idea di Dio: Dio è quello che tende
la mano perché gli manca qualcosa. C’è da innamorarsi di questo Dio innamorato
e bisognoso, che non cerca venerazione per sé ma per i suoi amati, mendicante
di pane e di bontà.

Questo è un Dio che non sa
cosa farsene dei nostri sacrifici, ma ha un enorme desiderio di vederci tutti
dissetati, saziati, vestiti, guariti, liberati. E finché ci sarà anche uno solo
ancora sofferente, lui sarà sofferente.

Prima ancora di decidere le
mie azioni, davanti a questo Dio io mi incanto, lo accolgo, lo faccio entrare
in me. È la mia energia vitale.

Le azioni verranno di
conseguenza e quando uno straniero mi busserà alla porta, quando incontrerò per
la strada un barbone, vedrò in lui e in me, lo stesso Dio povero che tende la
mano.

 

2-
Gli archivi di Dio non sono pieni dei nostri peccati, come se li avesse messi
da parte per tirarli fuori contro di noi, nell’ultimo giudizio. Una volta
perdonati, i peccati sono annullati, non esistono più, cancellati. Gli archivi
di Dio non custodiscono peccati, ma gesti di bontà. Dio fa esattamente ciò che
Davide aveva chiesto nel Miserere: “Distogli il tuo sguardo dal mio peccato”Ebbene, per sempre distoglierà lo sguardo: Dio non spreca la storia o
l’eternità a fare il custode dei peccati, ma veglia e non dimentica uno solo
dei più piccoli gesti di bontà.

E
penso a tante case dove si ha cura di un anziano con l’alzheimer, dove un
malato è curato con tenerezza e senza clamori, dove si dà speranza a una
persona tradita, abbandonata, separata, a un figlio handicappato, a volte a
prezzo di umile e silenzioso eroismo. Lì il giudizio è già scritto: “Venite
benedetti!”.

 

3- Lasciatemi dire, voi
capirete, che è divinamente truccato il giudizio di Dio, perché, parola di
Vangelo, non peserà le nostre debolezze ma sulla bilancia metterà la parte
migliore di noi; non tutta la tua vita, ma la bontà della tua vita, le spighe
di buon grano che hai maturato.

L’argomento del giudizio
ultimo non è il peccato, è il bene, perché misura dell’uomo, misura di
Dio, misura alta della storia non è il male. Sulle bilance di Dio il bene pesa
di più. Bellezza della fede. Il peccato non è l’asse portante, la chiave di
volta, il perno attorno al quale la storia gira.

È tempo di cambiare il
paradigma della nostra religione: passare da quello di colpa/penitenza/perdono
a quello di povertà/ dono/ pienezza. Che poi trova il suo culmine nelle parole
che chiudono la seconda lettura: e Dio
sarà tutto in tutti. Dio pienezza della vita. La divinità che diventa il
tutto dell’umanità.

Poi però ci sono quelli
mandati via, condannati. Qual è la loro colpa? non l’odio, non l’aggressività
verso i piccoli o gli stranieri, non hanno fatto loro del male, non li hanno
colpiti o umiliati, semplicemente non
hanno fatto nulla per loro. Se mi domando qual è il peccato più grave di
noi cristiani, non ho dubbi: il peccato più grave è l’omissione, il non fare
niente, l’indifferenza.

E allora capisco anche questo: che il
cristianesimo non si riduce a fare il bene, non occorreva Gesù per questo,
bastava un cuore buono, e tanti
uomini ce l’hanno
. La fede deve restare scandalosa: il povero come Dio! Un
Dio innamorato che ripete davanti a ogni uomo il canto esultante di Adamo
davanti a Eva, e dice a me a ciascuno: “Veramente tu sei carne della mia
carne, respiro del mio respiro, corpo del mio corpo”. Guardi il povero
e ti
senti naufragare: ti obbliga a confrontarti con le cose estreme e con il cielo.
C’è una cattedra dei poveri e se li ascolto mi dicono come il Vangelo di
oggi: che l’alternativa decisiva non è fra avere o essere, fra vincere o
perdere ma fra il sapersi abbandonati, gettati via, scarto, consegnati soltanto
alla propria debolezza, oppure sapersi accolti, ospitati, vestiti, nutriti,
affidati alle cure e alle sollecitudini di un altro.

Che questo ci possa aiutare ad essere seriamente
cristiani, ad avere ancora la forza di credere e annunciare che Dio è già in
tutti e sarà un giorno tutto in tutti. Tutto in me, tutto di me.

Crederlo e gioire per questa fede scandalosa:

Dio sarà tutto in tutti, e la sua e nostra vita un
fiume solo.

Sarà tutto in me, invaderà ogni angolo di me, ogni
fibra di ogni persona, e ci sarà dato il suo cuore, e noi che abbiamo fatto
tanta fatica per imparare ad amare, ameremo finalmente con il cuore stesso di
Dio.

 

Preghiera
alla comunione

 

Signore,
quando sono affamato,

donami
qualcuno che ha bisogno di cibo;

quando
ho sete, donami qualcuno che ha bisogno d’acqua;

quando
ho freddo, mandami qualcuno da riscaldare;

quando
sono ferito, donami qualcuno da consolare,

e
quando la mia croce diventa pesante

donami
la croce di un altro da condividere.

Quando
mi sento povero conduci da me qualcuno che è nel bisogno;

quando
non ho tempo donami qualcuno che io possa aiutare almeno un istante;

quando
mi sento umiliato donami qualcuno di cui tessere le lodi;

quando
sono scoraggiato, mandami qualcuno da incoraggiare;

quando
io ho bisogno della comprensione di altri,

donami
qualcuno che ha bisogno della mia.

E
quando non penso che a me stesso

volgi
i miei pensieri verso Qualcuno,

verso
di Te, che vivi e regni nel cielo e nell’uomo. Amen.