23 Luglio 2013

DIO GUARDA IL CUORE

IX DOMENICA DOPO PENTECOSTE 21 LUGLIO
2013

1Sam 16,1-13; 2Tim 2,8-13; Matteo 22,41-46

 

Benvenuti alla messa della comunità. Il Signore ci ha
raccolto, ci ha messi vicino gli uni agli altri. Non ci conosciamo per nome ma
non importa, ci conosciamo nella fede. In questa fede sentiamoci non individui
isolati, ma incamminati insieme verso una terra migliore, rafforzati nella fede
dalla fede degli altri; rafforzati nella pace dalla fiducia degli altri nella
pace. Una fiducia e un impegno che ci scambieremo poi, con chi conosciamo e con
chi non conosciamo, nel nome del Signore.

 

– Signore, l’uomo vede le apparenze, tu vedi il cuore. Per i
nostri sguardi superficiali, che si lasciano abbagliare da mille cose senza
consistenza…

– Signore, tu ricominci dai più piccoli, dagli ultimi, e noi
cerchiamo i potenti e gli intelligenti, ci appoggiamo su di loro anziché sui
poveri…

– Signore che guardi il cuore, eccolo davanti a te; non
posso, non voglio nascondere nulla, entra e rendilo sincero, entra e donami la sincerità del cuore…

 

Davide è il nome che collega
oggi le tre letture. Il re grande e meschino, capace di azioni criminali e di
preghiere sublimi.

Seguiamo la prima lettura. Saul, il re
legittimo, si è mostrato infedele. E’ necessario un altro capo, il pericolo della
schiavitù per tutto il popolo è alle porte. E Dio interviene. Dio ricomincia,
di nuovo, senza stancarsi, un’altra volta.

Domenica scorsa aveva esortato il popolo a non
domandare un re. Non era stato ascoltato, e anziché risentirsi Dio interviene.
E ordina al profeta Samuele di partire. Nella storia sacra l’ordine di partire
viene pronunciato sempre quando Dio decide di creare qualcosa di nuovo nella
storia.

Ed
ecco la novità. Sette figli ha Iesse e li fa passare tutti davanti al profeta.
Passa
Eliab, il primogenito, grande bello
e forte. Passano tutti e sette e Dio
non li sceglie. Perfino Iesse ha
dimenticato che ha un ottavo figlio, il più piccolo. Mai immagina che Dio abbia
occhi per i più piccoli. Che ricominci con criteri così nuovi rispetto ai nostri.

Il Signore rispose a Samuele: Io li ho scartati perché
non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore
vede il cuore.

Ecco il nuovo criterio: Dio
guarda il cuore.

Davide l’ha interiorizzato
così bene, si è radicata così tanto questa parola in lui che riemergerà nella
sua più accorata e struggente preghiera, il salmo 50, il Miserere, il più bello
e potente, quando dirà a Dio: guarda il
mio cuore, guardami dentro, scrutami, io so quello che tu vuoi: è la sincerità
del cuore. Ed è da qui, dalla sincerità del cuore che inizia la nuova vita,
il nuovo viaggio, il nuovo re.

Dio guarda il cuore. Che cosa vuol dire? Nella Bibbia la parola cuore
ricorre 913 volte.
Il cuore è la porta di Dio. Il cuore è la porta
della vita (Proverbi 4,23). È il luogo dove si nasce e si rinasce.  Il luogo dell’identità. Chi sono io?
Sono forse i miei pensieri? quante idee sbagliate ho abbracciato, quante ne ho
cambiate. Sono forse quelle idee? No.

Io non sono neanche i miei sentimenti. So di avere
dentro un groviglio di emozioni, dalle più belle alle più fangose. Io non sono
le mie emozioni.

Io non sono neppure la mia volontà, so bene quanto
è poco affidabile, come viene sconfitta facilmente. Io non sono la mia debole
forza di volontà.

Dov’è la mia identità profonda? In qualcosa che
tutte le religioni, in tutti i tempi, hanno sempre chiamato: cuore.

Nel cuore si sceglie, si custodisce, si decide; nel
cuore nascono i sogni, i desideri, le partenze; nel cuore è posto il trono per
chi guida la tua vita. Il cuore affaticato dal richiamo di cose lontane:
inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te (S. Agostino).

Diceva
Gandhi: un uomo vale quanto vale il suo cuore.

L’uomo vede le apparenze, Dio vede il cuore! Vede l’uomo!

Tutti sentiamo un bisogno, un’ansia di
ricominciamento nella società, nella chiesa, nella politica, nel nostro intimo.

Non si ricomincia dall’economia, non da una nuova
legge elettorale, dai numeri, dalle ideologie. Si ricomincia bene solo partendo
dal cuore, altrimenti ci perdiamo di nuovo dentro gli stessi problemi; si
ricomincia dalla passione autentica per il buono e il bello, dalla passione per
il bene comune, dalla passione per la terra nostra, per il fratello nostro che
ha fame o paura. Dalla tenerezza di madre e di padre verso i viventi.

Le grandi rivoluzioni si realizzano con due mezzi:
o la costrizione di una grande violenza, o un’alta temperatura morale. Questa
seconda è la nostra, sulla linea del cuore.

È vero, come dicono certi
maestri del pensiero, che il sonno della ragione genera mostri. Ma io vorrei
aggiungere che ancor di più è il sonno del cuore che genera mostri. Pensiamo
alle ideologie del secolo passato, o all’idolo del mercato, a quante
mostruosità hanno generato.

Siamo degli ingenui, vero? E
allora beati gli ingenui! Perché solo loro capiscono la divina follia di
scommettere sul cuore buono delle persone.

         Il Vangelo di oggi si
sviluppa attorno ad una domanda: di chi è
figlio il Cristo? La risposta è densa dell’attesa di tutto Israele: di Davide, rispondono con sicurezza.

Figlio nel linguaggio biblico
non indica il discendente, ma è un termine tecnico è significa colui che
prolunga l’azione del padre, che fa ciò che il padre ha fatto, che si comporta
come lui si è comportato.

Gesù intende prendere le distanze dalle attese
di Israele, il Messia non sarà come Davide, non sarà un re guerriero e
liberatore, che ricostituisca il regno di Israele.

Oppure sì, sarà figlio di Davide, in un altro
senso, rivelando come Dio fa ricominciare la storia, i criteri nuovi di un profeta,
che prende un ragazzino dietro le pecore e lo unge re. Così sarà per il figlio
di Maria, disarmato amore, crocifisso amore, indissolubile amore.

Ma la domanda rimbalza fino a me: che cosa pensi
tu del Cristo?

Un uomo, un Dio dal grande potere o dal grande
cuore?

E a questi interrogativi segue, in
corrispondenza, anche una immagine di Chiesa a cui faccio riferimento. Cerco
una comunità capace di potenza e di forza, di ruoli prestigiosi, oppure una
comunità dal grande cuore, accogliente, misericordiosa, libera e in cammino?

Una comunità di gente che guarda l’apparenza o
che vede il cuore?

I
Padri antichi la chiamavano la “cardiognosi”, conoscenza del cuore. Sapevano
leggere nell’intimo di un uomo come in un libro aperto, e non lo consideravano
un miracolo, ma il dono concesso a chi cerca di guardare come guarda Dio: l’uomo guarda l’apparenza, Dio guarda il
cuore. Dicevano che Dio ci ha creati perché ciascuno capisca ciascuno. Poi
l’indifferenza, o la tenerezza quando smette di migrare tra gli sguardi, hanno
elevato un muro tra di noi.

Chi
si purifica dal non-amore riceve il dono antico e sacro della “cardiognosi”. E
allora la vita ti stringe alla vita, con tenerezza, e ogni creatura riecheggia
nel tuo cuore, come il rumore del mare nella conchiglia. E tu puoi entrare
nell’altro, perché nella verità di una persona entri solo attraverso i suoi
amori e i suoi dolori. Solo se bussi come uno che supera adagio la porta del
cuore. Come un amico che non giudica ma ascolta con mitezza, che  vuole farsi eco e sponda e appoggio, a
te che credi che ci sono ancora sorgenti da raggiungere, e qualcuno cui
appoggiarsi.

         Un
Signore cui appartengono la misericordia e la tenerezza, la pietà abbracciata
alla terra, la luce mischiata al dolore.

         Un
Figlio caduto sulla terra come un bacio, senza chiedermi preghiere, ma solo
fiducia.

         Ma
proprio per questo il mio cuore è a casa solo accanto al suo.

 

 

 

Un
nuovo giorno di vita ci è offerto,

possiamo
seguirti, Signore, dove oggi sarai.

 

Nei
sogni di pace, nel cuore degli
uomini,

nelle
forme di bellezza, nei cuori
assetati di te.

 

Nella
dimora segreta del cuore,

nella
voce intima che indica la via.

 

Negli
alberi, nel vento, nell’acqua perenne,

nella
terra, nella luce, nella roccia inflessibile.

 

Nella
luce del giorno, nella vita ardente,

nel
lavoro intenso, nella calma delle soste.

 

Nell’incontro
dell’amico, nelle domande di amore,

nei
cuori che si spogliano di sé.

 

In
questa casa che è tua,

educa
le nostre mani in opere giuste,

nutri
di verità la nostra parola.

 

In
questa casa che è tua,

apri
i nostri occhi alla bellezza,

le
nostre orecchie alla sapienza.

 

Aiuta
il cuore ad amarti di più,

a
sentire in te, pellegrino senza frontiere,

la nostra vera terra.

(Giovanni Vannucci)