28 Maggio 2013

LA SANTISSIMA TRINITÀ

SANTISSIMA TRINITA’ 2013

 

La
fonte di vita che è il Padre, il coraggio di Gesù Cristo, la libertà dello
Spirito Santo siano con tutti voi.

Con
il segno della croce abbiamo già confessato la nostra fede nella Trinità,
eterno sogno di comunione. Dio e l’uomo esistono solo nella comunione: la
Trinità, origine di tutte le cose, è la nostra suprema vocazione. Ad essa ci
accostiamo domandando perdono.

 

Padre,
fonte amorosa della vita,
per tutti i nostri peccati contro la vita, Kyrie eleison

Gesù
Cristo, fonte di passione per tutto ciò che vive,
per aver amato poco e male, Kyrie eleison

Spirito
Santo, fonte dell’armonia dei mondi,
per quando abbiamo rovinato libertà e comunione, Kyrie eleison

 

Omelia

 

Festa della santissima Trinità: un solo Dio in tre persone. Il dogma
non è questione di numeri, la Trinità non è una dottrina: è il nucleo
originario da cui traboccano continue concrete indicazioni esistenziali, da cui
deriva la sapienza stessa del vivere.

I dogmi
sono trattati di vita più che trattati di idee.

Nel dogma della Trinità c’è
un sogno per noi,
c’è la nostra suprema vocazione, il metodo per raggiungere la nostra piena
umanità.

Lo
Spirito… mi glorificherà, prenderà del mio e ve lo annuncerà.
Cos’è lagloria per Gesù? Che tutto ciò che è
suo sia anche nostro. Dio gode nel mettere in comune. Noi siamo
glorificati quando non teniamo per noi ma
facciamo circolare le cose belle, buone e vere, le idee, le ricchezze, i
sorrisi, l’amore, la creatività, la pace… Siamo
glorificati: cioè diamo gioia a Dio e ne ricaviamo
a nostra volta godimento.

Cominciamo a intravedere qui il segreto della Trinità: non un circuito
chiuso, ma un flusso aperto che riversa amore, verità, intelligenza oltre sé,
fuori di sé. Una casa aperta. Ma non così va il mondo.

La prima lettura ha fatto
risuonare il racconto della ospitalità di Abramo, alla querce di Mambre,
diventato il soggetto della bellissima icona orientale della Trinità, posta qui
a fianco dell’altare: tre angeli seduti ai tre lati della mensa, e il quarto
lato della tavola è vuoto, è lasciato libero, è il posto per te, se ti vuoi
assidere alla tavola della vita, fare storia con Dio.

Arrivano degli sconosciuti
all’accampamento, e Abramo con dolce insistenza li forza a fermarsi, prepara
acqua per i loro piedi, ombra per il loro capo, cibo per la tavola.

In tutto il racconto è un
alternarsi, senza spiegazioni apparenti, di un personaggio solo e poi di tre. E
noi vorremmo capire se è uno o tre, se è Dio o solo dei viandanti. Vogliamo
distinguere ciò che invece non va distinto. Perché quando accogli un viandante,
tu accogli un angelo; di più accogli Dio:
ero
straniero e mi avete accolto.

Abramo codifica il modello biblico di relazione, si rivolge
agli stranieri chiamandoli:
Mio Signore. Una cosa
enorme
! Non ti conosco
eppure sei mio fratello, anzi sei di più, sei
mio Signore, tu
vieni prima di me, io sono tuo servo.

Da dove viene questa nobiltà dello sconosciuto? Da dove
questa autorità dello straniero? Questa regalità del viandante, del migrante? In lui c’è radice di Dio.

Oggi come ogni ultima domenica del
mese noi celebriamo la domenica della carità per i mille sconosciuti che
passano per il nostro accampamento, il nostro Centro di Ascolto, che hanno fame
e occhi stanchi. San Vincenzo de’ Paoli, si rivolgeva a loro, ai poveri, proprio
come Abramo ai viandanti, diceva:
I
poveri sono i nostri signori.

Alcuni ordini ospedalieri del Medio
Evo, nella loro Regola chiamavano il malato ‘
Signore’. Negli
ospedali dei cavalieri di Rodi ogni malato aveva accanto un servitore giorno e
notte, e i pasti erano offerti su piatti d’argento con posate d’argento, con il
metallo prezioso con cui erano fatti i calici per la messa, con lo stesso
significato di sacralità, di devozione, di onore da rendere a Dio e al povero.
C’è da pensare…

È bello vedere che la
bibbia registra il
correre di
Abramo, che va in fretta dalla tenda all’armento alla dispensa, che ha la
fretta di servirli, forse col timore che si stanchino nell’attesa, forse perchè
l’amore ha sempre fretta di incontri, di doni, di abbracci.

L’ospitalità di Abramo al Dio
Viandante, Uno e Tre, ha un premio: la fecondità di Sara, che sarà madre. Forse
qui c’è lo scintillio di un simbolo, di un rimedio per questa nostra epoca che
sta appassendo come il grembo di Sara perché non sa accogliere: riprendiamo
anche noi il senso dell’accoglienza e ci sarà vita nella tenda, riprendiamo il
senso dell’ospitalità e ci sarà vita nella casa.

Io, come Abramo, non sono altro
che un frammento di cosmo ospitale. Ma che vuole porsi in contrasto, andare
controcorrente rispetto ai modelli del mondo: ci sono nel mondo vene strozzate,
che ostruiscono la circolazione della vita, e tante vene troppo gonfie, dove la
vita ristagna e provoca necrosi ai tessuti che sono intorno.

Ci sono capitali accumulati che
sottraggono vita ad altre vite; intelligenze cui non è permesso di fiorire e
portare il loro contributo all’evoluzione dell’umanità; ci sono linee tracciate
sulle carte geografiche che sono come lacci emostatici e allora sia di qua che
di là, per motivi diversi, si soffre… Tutto circola nell’universo: pianeti e
astri e sangue e fiumi e vento e uccelli migratori… E’ l’economia della vita,
che si ammala se si ferma, che si spegne se non si dona, che muore se si
chiude.

Nel dogma della Trinità c’è un
sogno per noi. Se Dio è Dio solo in questa comunione, allora anche l’uomo sarà
uomo solo nella comunione.

 “Tra un anno terrai tra
le braccia un bambino!”
La
visita di Dio porta sempre un incremento di vita. Dio è qui, è al di qua
dell’esistenza, come accrescimento di umano, non al di là.

Noi forse non lo sperimentiamo così
perché
mai abbiamo invitato alla nostra mensa
uno straniero,
mai condiviso acqua e pane con uno
sconosciuto, né tantomeno lavato i suoi piedi, mai abbiamo detto:
Mio Signore a un povero incontrato per strada.

Avrai fra le braccia un bambino”! L’incontro genera vita, la mia
umanità matura quando incontra la tua umanità, quando accolgo e ricevo nella
mia vita altre vite, allora lievita, si innalza, fiorisce la mia umanità. Vale
anche per me la parola dell’angelo:
Allora stringerai fra le braccia vita nuova.

Io, creato a immagine
di Dio, anzi di più:
a immagine della
Trinità, che è relazione,
scopro
quella sapienza sulla nascita, sulla vita, sulla morte, sull’amore, che mi fa
dire
in principio a tutto, a reggere il
mondo va posto un legame buono.

Puoi anche non aver mai pensato a Dio, oggi, mai pregato, ma
se tu hai intessuto legami buoni, se hai lavorato a creare comunione, se hai
custodito relazioni di fiducia, tu sei stato nel mistero della Trinità.

 Siamo mistero di singolare e di plurale, creati a somiglianza
della comunione, a immagine della Trinità. Allora capisco perché la solitudine
mi pesa così tanto, perchè mi fa così paura: perchè è contro la mia natura, è
contro la natura dell’uomo.

Allora capisco perché quando sono
con chi mi vuole bene, quando accolgo e sono accolto con gioia, capisco perché
sto così bene: perché realizzo la mia natura di uomo.

Oggi mi sento povero davanti al mistero di Dio ma convocato
a creare legami. Mi sento piccolo ma abbracciato, come un bambino; abbracciato
dentro il vento in cui naviga l’intero creato e che ha nome
comunione.

 

 

PREGHIERA ALLA COMUNIONE

 


loro ciò che il vento dice alle rocce,

ciò
che il mare dice alle montagne.

Dì loro che una bontà
immensa

penetra l’universo.

 


loro che Dio non è quello che credono,

che
è un vino di festa,

 un banchetto di condivisione,

in
cui ciascuno dà e riceve.

 


loro che Dio è Colui che suona il flauto

nella
luce piena del giorno,

si
avvicina e poi scompare

chiamandoci
alle sorgenti.

 


loro l’innocenza del suo volto,

i
suoi lineamenti, il suo sorriso,


loro che Lui è il tuo spazio e la tua notte,

la
tua ferita e la tua gioia.

 

Ma
dì anche che Lui non è ciò che tu dici,

e
che non sai nulla di Lui, eppure ti fidi.

E
lo preghi e lo cerchi

nel
nome di ogni creatura.

 

Tutti
incamminati verso un Padre

che
è la fonte gioiosa della vita,

verso
un Figlio che mi innamora,

verso
uno Spirito che accende di comunione

tutte le nostre solitudini.