7 Maggio 2013

MOLTE COSE HO ANCORA DA DIRVI

VI DI PASQUA

Atti
22,1-22; Giovanni
16, 12-22

 

Sera del tradimento, della
tristezza sui volti e nel cuore. Gesù guarda i suoi, guarda i loro volti e
parla loro, li rassicura: ancora un poco
e non mi vedrete, un poco ancora e mi vedrete di nuovo.

Li invita a non temere
l’alternanza di lacrime e di gioia che pare essere lo statuto di ogni vita. A
non temere il dolore che ogni parto comporta. Il mondo è tutto un immenso
pianto. Ma è anche un immenso parto.

Mi aiutano a capirlo le prime
parole del brano di oggi: molte cose ho
ancora da dirvi. L’umiltà di Gesù: molte
cose restano non dette!

E poi la sua fiducia in noi.
E la sua pazienza per la nostra povera misura, per noi che capiamo a poco a
poco le cose.

Fiducia: per lui noi siamo quelli della via, quelli che sono in
viaggio, che camminano verso le ‘molte
cose’ da scoprire, sotto la guida dello Spirito, con lo sguardo rivolto in
avanti e non all’indietro. La nostra vita un albeggiare continuo.

Ci ha chiamati a creatività,
con lo Spirito. Perché la Chiesa non rischi di essere sorda all’oggi, non
rischi risposte vecchie, preconfezionate, a domande nuove, a problemi inediti
che al tempo di Gesù non si ponevano neppure.

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per ora non avete le
spalle, non avete la forza, non potete portarne il peso.
Perché si tratta di cose pesanti, pesanti di bellezza
e di dolore. Sono cose gravi, ma come è cosa grave, di peso, la vita.

La donna gravida, quando partorisce, è nel dolore, perché
è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda
più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo.
Gravida, gravata da un peso
alto e dolce è, al modo di una donna incinta, anche la vita del credente.

Quando
sei gravido di vangelo, tu fai crescere per il mondo un uomo migliore, dai alla
luce un incremento di
umanità,
metti al mondo l’umano contro il disumano, la speranza contro la paura; con
fatica spesso, ma anche con gioia assoluta.

Mi piace tanto questo Gesù
che apre spazi, che non rinchiude: verrà
lo Spirito e vi guiderà, piccola immensa carovana, verso la verità tutta
intera. Nostro compito insieme allo Spirito Santo è mettere al mondo più
verità.

Lo
Spirito che non ha parlato solo ai grandi profeti di un tempo, non solo alle
gerarchie ecclesiastiche, ma convoca tutti i credenti, noi tutti, cercatori di
tesori, che ci sentiamo toccati al cuore da Cristo e non finiamo di inseguirne
le tracce.

Stanchi
e scossi, talvolta, perché abbiamo spalle fragili, e Gesù lo sa e gli prende
tenerezza per le nostre spalle; stanchi e scossi talvolta ma pieni di
desiderio. Perché la vita è una cosa grande e grave, ed essere nella vita
datori di vita, come è stato Gesù, è una cosa di grande peso.

Gregorio
Magno diceva: l’ultimo dei credenti può
interpretare la scrittura come me. Come
me. Come il papa. E ancora: la Sacra
Scrittura cresce con chi la legge. Scriptura crescit cum legente. Una
affermazione rivoluzionaria, luminosa come il sole di damasco per Paolo: il
vangelo non ha la parola ‘fine’, cresce con chi lo legge. Io faccio crescere la
Bibbia.

Il
vangelo è un lavoro incompiuto, in progress, in cammino. Non è ancora maturo, è
un germe, un seme che germina e cresce con te, come un bimbo nel grembo di una
donna. Noi siamo responsabili del crescere della Scrittura, noi passiamo nel mondo
gravidi di Vangelo, pesanti di vita.

La
dottrrina di Gesù non è un credo da mandare a memoria, è una via. Paolo confessa di aver perseguitato la via. Io, dice, perseguitai a morte questa Via. È questo
il più antico nome dei cristiani: oi tes
odou, quelli della via, della
strada, dell’andare e ancora andare. La dottrina è immobile, immobile in un
libro, non ha futuro, ma la fede no, è una via, pulsa nelle vene della vita,
pulsa per le strade del futuro.

Che
bella questa Chiesa e questa umanità profetiche, catturate dal Soffio di Dio!
Che soffia nelle vite, nelle attese, nei dolori e nella bellezza delle persone.
Che continua a compiere ciò che ha sempre fatto, a completare la sua opera
infinita: incarnare la Parola, come
ha fatto allora in Maria di Nazareth, così oggi in noi.

La bibbia è un libro pieno di
vento, di strade e di sole, come nel racconto odierno della conversione di
Paolo, il più bello dei tre racconti nei quali riferisce l’evento di Damasco.

Paolo ha circa 25-30 anni, è
un fariseo integralista, guida una spedizione per la ricerca e la cattura di
cristiani, usa la violenza come sistema. Mentre è in viaggio, anche lui ‘in
via’, una gran luce lo acceca, una forza lo preme a terra, sopra di lui una
voce dolce e senza volto.

A differenza degli altri
apostoli Paolo non ha veduto Gesù. Ha veduto Cristo come luce, l’ha sentito
come voce che gli parla teneramente nella lingua di sua madre:
Saulo Saulo perché mi perseguiti?

In un istante Paolo intuisce
tre cose:

     che Gesù è vivo,
e allora tutto cambia. Non è un maestro di cui restano parole, è una persona
che ferisce e affascina.

     che Gesù e i suoi
discepoli sono una cosa sola, che l’umanità è il corpo di Dio. Che Dio prova
dolore per il dolore dell’uomo, che ogni violenza è sempre violenza fatta a
Dio,

     scopre un Dio che
non uccide, che si lascia perseguitare e risponde con sentimenti di madre: Saulo, Saulo…; non spezza nessuno,
spezza se stesso; non versa il sangue di nessuno, verso il suo sangue. È la
follia della croce: io non voglio sapere
niente altro che Cristo e questi crocifisso.

 

Per gli 11 apostoli la
rivelazione è che l’uomo di Nazaret, quel Gesù che hanno toccato con le loro
mani, è il Cristo di Dio.

Paolo fa il percorso inverso.
Per lui la rivelazione è che il Messia, la luce di Dio che lui ha sperimentato
a Damasco, è l’uomo di Nazaret, quel Gesù che è stato appeso al legno.

Gli altri hanno visto un
crocifisso, che viene risuscitato da morte.

Lui incontra il risuscitato
da Dio,  crocifisso nei suoi
fratelli.

Paolo era mosso da una grande
passione per Dio. Ma c’è passione e passione. La passione di Paolo per Dio
inteso come Colui che dà la Legge è
una passione pericolosa, che può addirittura diventare mortifera, lo sappiamo
dalla Legge antica: “eliminerai di mezzo
a te il peccato uccidendo il peccatore; se un uomo pecca con una donna li
ucciderai entrambi; toglierai di mezzo a te l’idolatria uccidendo l’idolatra”.

 Una passione per Dio, per un Dio sbagliato, può
diventare una passione omicida, micidiale: passione per un Dio che dà la morte.
Ed è ciò che Paolo sta vivendo andando a caccia di cristiani.

Sulla via di Damasco Paolo si
converte: converte la sua passione sbagliata, la converte da un Dio sentito
come Legge a un Dio capito come grazia.

Si converte a un Dio che lo
ama, quando è ancora un peccatore, un violento, un uomo sbagliato. Senza merito
alcuno.

Si converte a un Dio che lo
ama prima che lui si converta; a un Dio che muore per gli ingiusti non per i
santi; a un Dio che dice ‘sì’ a me, prima che io dica ‘sì ‘a Lui. Non le mie
opere, ma le sue salvano.

Paolo si converte da Dio come
Legge a Dio come grazia.

Che possa essere anche la
nostra perenne, gioiosa, liberante conversione. Forza che ci faccia tornare ad
essere “Quelli della Via”.

 

PREGHIERA ALLA COMUNIONE

 

Ti apro,

         vieni a cenare con
me.

         Quando tu bussi

         quando tu entri

         un mondo preme sul
cuore

         un mondo entra con
te.

Vieni a cenare con me:

         ceneremo insieme
congiunti

         nel cuore del mondo

         sorretto dalle tue
mani forate

         mani che hanno
dipinto le ali del fiore.

Vieni,

         ceneremo nella
capanna

         di travi connesse di
cuori

         agli incroci di vie

         che solo tu puoi
violare,

         vie che non sanno
che tu

         non sai che amare.

Vieni a cenare con me

         a stendere la
tovaglia rossa

         dai fiori intessuti

         dai candidi trapunti

         dei tuoi miti
pensieri.

 

(padre Albino Candido)