6 maggio 2013

APPUNTI PER STIMOLI DI APPROFONDIMENTO

AFFINCHÈ L’UOMO SIA PERSONA

(a cura di Pier Angelo Piai)

Una sempre più prepotente necessità:

“FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI
MA PER SEGUIR VIRTUTE E CONOSCENZA”

(Dante Alighieri, inferno XXVI canto, Ulisse, Divina Commedia)

EVENTO n 1: il ministro Cecile Kyenge

Recentemente è apparso sul Messaggero Veneto del 4 maggio 2013 l’articolo di Fiammetta Cupellaro “Kyenge: <<Sono nera e fiera di esserlo>>”  che riporta la risposta della ministra “italiana” per l’integrazione Kyenge “agli attacchi violenti” – di natura xenofoba – “di esponenti della Lega Nord, e anche di aver subito l’onta di scritte, sempre xenofobe, apparse su muri”

In risposta a queste provocazioni oscene si suggerisce di riflettere sul fatto che gli Stati Uniti, ai precedenti Ku Klux Klan, di storica memoria, ha sostituito la coesistenza pratica con le varie etnie esistenti in USA, portando addirittura ai vertici della Prima Nazione del mondo Barack Obama, il cui aspetto è chiaramente significativo di un’avvenuta umana accettazione dell’altro, chiunque egli sia.

Anche per la persona italiana è da augurarsi una conclusione di atteggiamento umano e sociale simile a quanto realizzatosi negli Stati Uniti.

Come contributo di natura culturale ad un gesto di solidarietà con la ministra Kyenge, riteniamo utile riportare quanto si scriveva negli anni ‘50 in testi recitati in varie occasionii, e da allora tuttora inediti quanto a stampa:

ABBANDONASTI L’AFRICA  (1950)

Abbandonasti l’Africa
con grosse catene ai piedi neri
che t’inchiodarono
com’oca da ingrassare
sopra velieri bianchi.

Ti sbarcarono
su una terra appiccicosa di caucciù caldo
ti misero sacchi sulla schiena di sferza
ti piantarono come seme di cotone nella terra
fin’al giorno di Lincoln.

Ma la morte
piantò il pugnale nel cuore di Abraham
e la tua storia sudò ancora sangue
come un tronco il suo latte.

Ma nacquero
dal ventre d’ombra della tua donna
poeti e musicisti
scrittori e pittori
che impugnarono storia, civiltà, folklore
vibrando con i colori
gridando con le cornette
scrivendo con unghie umide d’inchiostro.

Si avvicina la tua riscossa
sacra come Dio.
Sali con me
sul grattacielo più alto di New-York
e lancia un grido
che spenga
la stella più lontana.
Batti
con le tue dita
nervose come il Jazz
la terrazza
com’un tamburo
e mettiti
sorridendo
un flore in bocca.
Si avvicina la tua riscossa
sacra
come Dio.
Non più pregherai Dio
per aver la pelle bianca
uccideremo assieme
questo medioevo basato sulla razza
strangoleremo assieme
ch’insulterà con la parola “negro”.
Si avvicina la tua riscossa
sacra come Dio.

Marcello De Stefano

NON VERGOGNARTI, TOM  (1950)

Non vergognarti
Tom
delle tue unghie,
non mettere le mani
sotto la sabbia.
Alza i pollici
gl’indici
i medi
gli anulari e i mignoli
e portali
sopra una montagna
dove l’erba
ti bacerà le mani.
Cogli
un flore dalla terra
e porgilo all’orecchio;
ti griderà: “Non vergognarti , Tom
delle tue unghie
non mettere le mani
sotto la sabbia”.

Marcello De Stefano


NELL’AFRICA (1950)

Nell’Africa
striata di paralleli
verdi-geografici
attorno a un negro
con un dattero tra i denti
e che ride nel sole
la scimmia beve il latte
nella noce
tra teste d’ippopotami
nel lago
tanti tucul di paglia
fanno ombra
come le palme quiete
tra i cammelli.

Nell’Africa
striata di paralleli
verdi-geografici
tanti volti lucidi
di nero
con denti bianchi
come zanna d’elefante
cantano partecipatamente:
“Noi
stiamo in piedi
sopra una tartaruga
in mezzo al mare
d’onde giganti
Africa di tam-tam.
La sabbia
sarà baciata da labbra
che morderanno
le catene incastrate nelle piaghe
con scritto col sangue: L’AFRICA CONOSCE L’AMORE.
Allora ci tufferemo
e nuoteremo con la forza degli squali.
Africa di tam-tam
Africa di tam-tam”.

Marcello De Stefano

ELLIS WILSON
  (pittore afro-americano) (1951)

Cominciasti col pollice
sul vetro di sapone
Ellis,
e oggi dipingi
cuori negri pieni di chiodi,
cuori negri pieni di credo.

E li fai belli
come i loro muscoli,
e li fai forti
come elefanti azzurri.

Ellis,
e li dipingi
con un colore fatto di tante lacrime
con un colore fatto di storia e di catene.

Ellis,
e oggi dipingi cuori di negri pieni di credo.

Marcello De Stefano

dalla raccolta inedita “UN’URGENZA È IN ME”  (1950 – 1952) di Marcello De Stefano

Per comprendere il perché dell’espressione linguistica in cui sono stese le suddette composizioni, negli anni dell’immediato Secondo Dopoguerra si era realizzato l’abbandono della parola ermetica, propria di una cultura incentrata sulla massima interiorità e individualismo che aveva primeggiato nell’epoca fascista, e si era proceduti ad una espressione fatta di parola diretta, molto vicina alla parola parlata.
Un esempio visivo è ben costituito dal cinema neorealista di quegli anni (1945-1955 di cui emblematici sono “Roma città aperta” di Rossellini – 1945 e “Ladri di biciclette” di V. De Sica – 1948, nonché “La terra trema” di Luchino Visconti – 1948)

IN CONTINUAZIONE DELLE PRECEDENTI CONSIDERAZIONI

L’episodio recente in Milano del ganese “assassino” per mezzo di un piccone su persone casualmente incontrate nel suo cammino proteso ai delitti, non sposta il discorso della responsabilità storica della violenza, egualmente assassina, effettuata nei secoli scorsi dall’uomo bianco sull’uomo di colore.

Il delitto è un atto criminale che rimane sempre tale qualunque sia il colore della pelle ed è un fatto privato, come, ad esempio in Norvegia le non lontane stragi di Anders Breivik – uomo di pelle bianca di Utoya – Oslo su ragazzi inermi e da lui cinicamente uccisi, giustificandosi anche come il vendicatore del tradimento che, in nome del socialismo, veniva operato dall’uomo bianco sull’uomo bianco.

Come detto sono crimini di persone “delinquenti” che meritano la mano pesante di una risposta di giustizia, e i quali però non intaccano gli ideali di verità e giustizia sociale e antropologica, con i quali non hanno alcun rapporto e per i quali rimane solo la condanna senza minima titubanza, di gesti personali e privati.

In conclusione la strumentalizzazione di questi eventi criminosi, qualora venga effettuata, è a sua volta un’azione che partecipa di una dimensione criminale.

E concludiamo augurandoci quanto prima di vedere la giustizia calarsi con tutta la sua forza sul ganese assassino, senza falsi impietosimenti e scuse nascoste con il pretesto di un atto di un folle: la violenza non deve mai essere usata e mai, nella sua assurdità, comunque giustificata.

CONTINUANDO IL DISCORSO A PROPOSITO DI “RAZZE”.

Ultimamente vi è stato un comportamento ingiurioso da parte di un uomo politico – Calderoli – a proposito del colore della pelle, colore “nero”.

L’intero mondo culturale e politico è insorto contro una grandissima offesa ingiusta e per la quale il protagonista Calderoli
ha poi chiesto pubblicamente scusa.

Ma si è trattato, con il contenuto insultante delle parole del politico, solo di insulto o in realtà si partecipa, con una mentalità che sta dietro e nel fondo della parola insultante “razzista”, a un fatto criminoso storicamente di genocidio di uomini di niente colpevoli se non di essere di colore diverso dal nostro?

Invitiamo a rileggere le quattro composizioni poetiche da noi recentemente rese pubbliche su questo sito e lasciare le conclusioni alla meditazione dei contenuti delle composizioni e quindi concludere col convincersi che quel modo ritenuto offensivo in realtà è partecipazione a crimini che, modernamente, si chiamerebbero  “crimini contro l’umanità”.

Si tratta quindi di effettuare in noi una rivoluzione culturale di natura storica.

Come già evidenziato nella nostra rubrica dal titolo “Fuori il rospo!”, il regista friulano Marcello De Stefano precedentemente alla sua attività cinematografica, aveva svolto attività letteraria relativa al mondo della poesia, da noi già in concreto presentato con sue composizioni a favore della realtà africana: precisiamo che siamo negli anni ‘50 e quindi agli inizi della battaglia culturale a favore del riscatto dell’uomo africano dalla sua condizione di subordinato. È interessante precisare ora quanto scriveva lo scrittore poeta e storico Tito Maniacco nel libro di Mario Quargnolo dal titolo: “Il cinema friulano di Marcello De Stefano”.
Infatti, a pagina 201,  Maniacco precisava riferendosi all’attività poetica di De Stefano pre-cinematografica: “…Marcello aveva un forte senso della religiosità. Una sua lunga poesia su San Francesco aveva fatto a lungo discutere i poeti friulani…”
Di questa composizione, in seguito, il poeta scrittore e saggista Roberto Iacovissi, aveva scritto sostenendo che in essa era anticipata la contestazione ecclesiale del sessantotto.
Ora però, data l’elevazione al soglio pontificio di papa Francesco, si può sostenere pure che questa composizione indirettamanete anticipava la figura di papa Francesco?
Il lettore giudichi lui se sarebbe una forzatura sostenere ciò oppure in realtà la composizione di De Stefano aveva anche un  autentico valore profetico.
Ciò perché la poesia può arrivare anche ad avere una funzione precisamente profetica.

Si presenta ora la poesia dal titolo “Ritorna San Francesco”.
Però con una precisazione: Com’è nata la composizione?
Eravamo negli anni ’50, comunismo e capitalismo erano uno contro l’altro senza volontà di alcuna mediazione. Il Partito Comunista aveva organizzato nella sua sede una serata di lettura del “Canto Generale” di Pablo Neruda, il quale nel suo lungo poemetto invocava il ritorno di Lincoln per liberare l’America e il mondo dal capitalismo, cioè, per Neruda, per liberare l’uomo nuovamente schiavo della triste realtà economica mondiale. De Stefano era presente alla serata e vi partecipò con tutto il cuore ma con profondo dissenso intimo circa il colore comunista che stava sotto l’intera composizione.
Condividendo quindi il richiamo di un uomo liberatore, per Neruda era nel simbolo Lincoln, De Stefano sentì l’urgenza di comporre il testo poetico a sua volta con lo stesso scopo, ma da cristiano.
Pertanto a sua volta invocava invece al posto di Lincoln, metafora laicista, la figura di San Francesco, simbolo della religiosità cristiana e universale, di ciò di cui De Stefano sosteneva il mondo aveva bisogno.

RITORNA, S. FRANCESCO

Eppure
tutti ci parlano
con semplice voce di bimbo
d’un paradiso terrestre.
Ma dov’è, dov’è?

E tu
Chiesa di S. Pietro
tra colonne che respirano sole
bianche
che si ergono nel cielo d’alabastro
te ne stai
con la tua grande cupola
d’oro forato
ad annusare le spine di rivolta.
Tu non tremi
perché tu sei la casa di Dio
però piangi
strozzate lacrime
nel tuo silenzio di sole
suonanti a terra
sangue e rovine
al cristiano che entra
per pregare il suo Dio.

Ma perché
tu non ti muovi ?
Perché
non accendi un grande fuoco coi tuoi ceri ?
Perché
non scuoti le viscere come un vulcano ?

Perché
non partorisci
un Santo?

“Si desti il taglialegna”
vero Pablo ?
“Si desti S. Francesco”
grida I’Occidente.

Perché non torni
o grande solitario dell’amore
e riporti
con il bacio del tuo sorriso
la vita
azzurra nella morte ?
Perché non ritorni tra noi e candido ti muovi ?

Ritorna S. Francesco
scuoti con la tua mano
di vetro e di acciaio
I’afa nera
dall’aria della Chiesa
e di nuovo
forgela pura
con le tue dita di fabbro,
scrolla
con un colpo secco
di quercia
le spalle addormentate
del marmo di Dio
crea
dallo squasso
un enorme esercito di Santi
guidalo nel mondo attonito
dalla bocca aperta
guidalo
nei mari verdi di gemiti e di fame
soffia
nell’orecchie
gialle
di bitume
dei gerarchi nuovi
avvolti con bandiere,
e fa che sentano e comprendano
e siano nudi e luce di fontana nel mondo di palude  ………………………………………………………………………………..
………………………………………………………………………………..

Nell’incomprensione
raschia tu
con le tue dita di raspa
le croci di poltrona
mostra tu
la Croce nuova
al popolo che ha fame
ergi tu
un amore di marmo crociato e di rose
ma muoviti, muoviti.
Muoviti
prima che il popolo
perda le orecchie e gli occhi
sott’il pugno di fame
e ubriaco cammini
nel labirinto aritmetico
dell’ateismo feroce.
Muoviti.
Muoviti e uccidi la schiena
i ventri avidi
col tuo pugno di chiodo
e affonda
il tuo artiglio di tigre
fino alla radice.
E grida.
Grida col tuo cilicio sanguinante
“Dio lo vuole”
e tieni alto
nel fumo tra il fuoco
la tua Croce
e fatti frate proletario
come allora
ed urla
con la gola di lacrime
che la Croce non è schiena d’ipocrita
ma è torace guerriero che guarda in faccia
è braccio di sangue
che accarezza la piaga
aperta
come una rosa rossa.
Grida che Dio è proletario
e non scomunica
ma ama, ama, ama.
infinitamente ama.

Allora sì che al mondo sorriderebbe
il miracolo del giardino
sbocciato
nella Chiesa.

Allora sì
che vedremmo gli alberi
muovere le loro mani
tra il vento di preghiera
i meli
lanciare lontano
il seme
per riportare la vita
nel bosco bruciato dall’odio,
la farfalla
di cartavelina gialla
volare
indugiando
sull’aria tra i fiori.

Allora sì
che al mondo sorriderebbe
il miracolo dell’eguaglianza
sbocciato nella Chiesa.
Allora sì
che vedremmo i fabbri
ritornare pregando
sulle panche lucide
d’antiche preghiere,
il contadino mietere
con la preghiera nella mano
accompagnando
il canto d’aria
dei suoi compagni
le,viti crescere
rigogliose e rosse
nella terra di tutti.

Allora sì che gli uomini si direbbero liberi.

Allora sì che l’uomo rinascerebbe poeta
e godrebbe dei giochi delle stelle
amandole.

Marcello De Stefano

A PROPOSITO DELLE RECENTI MANOVRE SULLE PENSIONI

Si lavora una vita, si matura il diritto alla pensione conseguito con la tenacia del proprio lavoro e poi un politico, messo su da un insieme di governanti per motivi di loro apparente efficienza, si toglie il detto diritto (bestemmia sull’uomo!) in nome della garanzia della pensione a quelli che verranno al diritto dopo la persona sacrificata.

Eppoi ancora ci si accorge, col tempo, che era un’operazione tutta sbagliata.
Non dovrebbe essere risarcita la persona sacrificata?