15 Aprile 2013

L’INCREDULITÀ DI TOMMASO

II DI PASQUA 2013

 

E 60° ANNIVERSARIO DI SACERDOZIO  DI P. LINO GODALLI

 

Vangelo e vita. L’omelia di oggi sarà suddivisa in
queste due parti. La prima per il vangelo, la seconda per la vita di un
testimone del vangelo.

 

Povero, caro san Tommaso,
diventato perfino proverbiale per la sua incredulità. Ma gli abbiamo fatto un
torto. San Gregorio Magno dice che “a noi
giovò più l’incredulità di Tommaso che non la fede degli apostoli”.

Tommaso ci è più utile degli altri. Vediamo come.

Il vangelo racconta che: “erano chiuse le porte del luogo dove si
trovavano i discepoli per paura dei Giudei”. Gli altri sono chiusi in casa,
Tommaso no, non ha paura, lui va e viene, entra ed esce. In una comunità dalle
porte sbarrate, rinchiusa su se stessa, sente che gli manca l’aria.

Tommaso è un coraggioso
(ricordate: andiamo anche noi a morire
con il Maestro!) coraggioso anche nei confronti dei suoi amici: abbiamo visto il Signore, qui, quando tu non
c’eri, gli dicono. E lui: se non vedo
con i miei occhi non vi credo. Ha la libertà di dissentire, per salvare la
sua intelligenza e la sua coscienza: Se è
risorto, come fate a restare qui chiusi? Una comunità che ha paura,
ripiegata su se stessa, arroccata sulla difensiva non può essere testimone di
uno che ha rotolato via il macigno, che ha vinto la morte.

Tommaso, prezioso
compagno di viaggio! E come lui sono preziosi tutti quelli della mentalità
moderna, realistica, dentro e fuori della chiesa, che vogliono vedere, vogliono
toccare, con la serietà che merita la fede.

Grazie allora a tutti
i Tommasi, a tutti quelli che non si accontentano del sentito dire, ma vogliono
una fede che si incida nel cuore e nella storia!
Sono tanti attorno a noi i nostri amici
che hanno questa mentalità esigente, rigorosa; ma se una volta potessero toccare
Gesù da vicino – vedere il volto, toccare il volto – se una volta potranno
toccare Gesù, se lo vedranno in noi, diranno: Mio Signore e mio Dio!

Tommaso mostra quale grande
educatore fosse Gesù. Lo aveva formato alla libertà interiore, al soffio dello Spirito.
L’aveva fatto grande in umanità. Per farlo crescere ancora gli farà un piccolo
rimprovero, ma dolcemente, come si fa con gli amici.

Che bello se anche nella
Chiesa fossimo educati più alla consapevolezza che alla ubbidienza. Educati più
all’approfondimento della fede, alla libertà di pensiero e di ricerca, che non
ad adeguarci. Perché Dio supera infinitamente ogni nostro pensiero su di lui,
Dio non è ciò che diciamo di lui. È oltre, e ci libera, ci innalza, ci allarga,
ci illumina.

P. Vannucci ci esortava: non pensate pensieri già pensati da altri. Se
devo ripetere ciò che altri hanno già detto, la mia fede, la mia testa e il mio
cuore sono inutili, uno spreco. Mancherà il mio mattone alla costruzione della
grande cattedrale che Dio sta edificando insieme con noi: ci sarà un vuoto, una
disarmonia.

 

Poi il momento centrale:
l’incontro con il Risorto. Gesù invece di imporsi, si propone, si espone alle
mani di Tommaso: Metti qui il tuo dito e
guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco. Gesù
rispetta la sua fatica e i suoi dubbi; rispetta i tempi di ciascuno e la
complessità del vivere. Non si scandalizza, si ripropone

Si espone con le sue ferite
aperte. La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato
le labbra delle ferite. Perché la morte di croce non è un semplice incidente da
superare, da annullare,

è invece qualcosa che deve
restare per l’eternità, gloria e vanto di Cristo, il punto più alto, la
rivelazione massima dell’amore di Dio. Nel cuore del cielo sta, per sempre,
carne d’uomo ferita. Nostro alfabeto d’amore, il solo che ci fa credere.

Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che
non hanno visto e hanno creduto!
Ecco
una beatitudine che sento finalmente mia, le altre le ho sempre sentite difficili,
cose per pochi coraggiosi, per pochi affamati di immenso.

Questa è finalmente una
beatitudine per tutti, per chi fa fatica, per chi cerca a tentoni, per chi non
vede, per chi ricomincia.
Beati voi…
Grazie a tutti quelli che credono senza necessità di segni, grazie a tutti
quelli che si sono messi in piedi per una vita verticale anche se è
notte. Anche se hanno mille dubbi, come Tommaso. E si lasciano ferire e
affascinare dalla Parola.

A
quanti credono Dio regala gioia, una beatitudine, che non significa una vita
più facile ma più piena e appassionata, ferita e luminosa, piagata e
guaritrice. La fede, credetemi, (credete a Tommaso, a quanti l’hanno provato) è
il nostro rischio di essere più vivi e più felici. Il nostro rischio di vivere
meglio.

 

 

 

 

 

Lino
60°

Gesù pronuncia oggi una
parola: ecco, io vi mando.

Per questa parola che vediamo
realizzata in un fratello, oggi noi ringraziamo Dio. P. Lino, inviato, mandato,
apostolo per 60 anni, una vita intera, consumata, lampada fedele, per il
vangelo e per l’uomo.

Per 50 di questi, inviato,
mandato  in Argentina, dove ha
ricoperto tutti gli incarichi, dai più semplici al servizio di superiore
maggiore di quella delegazione dei Servi di Maria. Ha edificato scuole, formato
giovani, annunciato il Vangelo. Ha conosciuto anche il carcere, e come un
coraggioso ha affrontato la paura per la propria vita, al tempo di pesanti
rivolgimenti sociali.

Ha iniziato il suo servizio a
Follina seguendo una cucciolata di piccolissimi, nel nostro seminario, per loro
era al tempo stesso papà e mamma, scelto per questo, perché capace di tenerezza
e dolcezza verso i piccoli. Mi piace pensare che il Signore gli dirà, sulla
porta del cielo: vieni servo buono e fedele, tutto quello che hai fatto a uno
di questi miei fratellini più piccoli, l’hai fatto a me. Ti ho affidato gli
agnellini prima e poi le pecore: li hai protetti e nutriti, entra
nell’abbraccio del tuo Signore.

 

A nome della comunità ti
voglio ringraziare p. Lino per la sua presenza fra noi, mite, silenziosa,
fedele, generosa, paziente.

Proprio stamattina, una
persona lo salutava così: P. Lino lei ha il sorriso di papa Francesco. Qualcosa
chissà che è nell’aria di Buenos Aires, o nell’umanità di quella gente, ha
formato questa tua familiarità buona, in cui ci si può sentire accolti e al
sicuro…Bontà nel volto, nel sorriso, nel tratto e di questo io ti benedico e
ti ringrazio.

Oggi è la festa della bontà
di Dio, della divina misericordia e io voglio augurarti che questa sia anche la
tua caratteristica. Giovanni e Pietro dicono: se sia più giusto obbedire agli uomini, o obbedire a Dio, giudicate
voi. Noi siamo gli ubbidienti alla misericordia. Noi facciamo voto di nuovo
di ubbidire, ma alla misericordia di Dio, per principio, in principio, e non ad
altre norme comunque e sempre umane.

Noi preghiamo per te, p.
Lino, perché tu sia testimone buono,

Noi preghiamo con te, per
crescere nella fraternità,

Tu prega per noi perché
impariamo misericordia e bontà.

A nome della comunità ti
ringrazio e ti benedico. E ti dedico una poesia di un prete polacco:

 

Chiarimento di Jan Twardowski

Non
sono venuto a convertirla, Signore,

del
resto tutte le prediche sagge mi sono uscite di mente.

Da
tempo ormai sono spoglio di splendore

come
un eroe  al rallentatore.

Non
le farò venire il latte alle ginocchia

chiedendo
cosa ne pensa di Merton

e
discutendo non la rimbeccherò come un tacchino

con
la goccia rossa al naso.

Non
mi farò bello come un germano reale ad ottobre,

non
le verserò all’orecchio la teologia col cucchiaino.

Mi
siederò soltanto accanto a lei

e
le confiderò il mio segreto:

che
io, un sacerdote

credo
a Dio come un bambino!

 

E possa il Signore continuare
a benedire noi e questa comunità, per tanto tempo, con la tua presenza!


p.Ermes Ronchi