2 Aprile 2013

MARIA CORREDENTRICE

SONO MATURI I TEMPI PER IL QUINTO DOGMA SU MARIA?

Fonte: Il Timone, maggio 2014
Pubblicato su BastaBugie n. 360

Il titolo sarebbe ”corredentrice dell’umanità” dopo i 4 proclamati: Madre di Dio (410), Verginità perpetua (553), Immacolata Concezione (1854), Assunzione in cielo in corpo e anima (1950)

Il vescovo di Haarlem-Amsterdam, monsignor Joseph Punt, nel maggio 2002, approva ufficialmente le apparizioni di Amsterdam. Nei messaggi affidati alla veggente Ida Peerdeman, la Madonna avrebbe chiesto in maniera esplicita un nuovo dogma, che dovrebbe attribuirle il titolo di Maria Corredentrice, Mediatrice e Avvocata. La “Signora di Tutti i Popoli”, come si definisce, promette solennemente che «Ella salverà il mondo sotto questo titolo» (20 marzo 1953). Descrive inoltre cosa accadrà: «Quando il dogma, l’ultimo dogma della storia mariana, sarà proclamato, allora la Signora di Tutti i Popoli donerà la Pace, la vera Pace al mondo» (31 maggio 1954). In realtà questo eventuale quinto dogma, su cui si discute da molti anni, suscita le forti critiche di alcuni settori della Chiesa, i quali ritengono la parola “corredenzione” equivoca e poco adatta per descrivere in modo teologicamente corretto la posizione unica di Maria nel piano salvifico, preoccupati che l’incomparabile, unico ruolo di Gesù come divino Redentore possa esserne sminuito; gli stessi critici temono inoltre che possa compromettere il già difficile dialogo ecumenico con le altre denominazioni cristiane. C’è infine da sottolineare che difficilmente un dogma verrà mai proclamato a causa di una rivelazione privata.

TRA I “SOSTENITORI”, PADRE PIO E MADRE TERESA
Il termine “corredenzione” esprime la particolare cooperazione della Beata Vergine Maria all’opera di redenzione compiuta da Gesù Cristo. Non è una dottrina ancora compiutamente definita e accettata: è infatti oggetto di dibattito tra i teologi. Alla base della corredenzione di Maria ci sono i punti dottrinali seguenti: Maria, in quanto Madre di Cristo, è partecipe della Sua vita e delle Sue opere; nel disegno di Dio Padre, Maria è associata a Cristo per il trionfo sul peccato così come Eva fu associata ad Adamo nel peccato originale; Maria è stata associata alla Passione e morte di Gesù, partecipandovi con il suo dolore di madre.

Riguardo all’uso del termine “corredentrice” da parte del Magistero recente, gli oppositori alla definizione del nuovo dogma fanno notare che tale termine è sì presente in alcuni documenti pontifici, ma essi sono marginali e quindi privi di peso dottrinale. Nei documenti fondamentali di carattere mariano di qualche rilievo dottrinale, il termine “corredentrice” è assente.
Nella lista dei sostenitori del dogma di Corredentrice, Mediatrice e Avvocata ci sono nomi importanti come Vincenzo Pallotti, Anna Caterina Emmerich, Leopoldo Mandic, Massimiliano Kolbe, Edith Stein, Padre Pio e Madre Teresa.

C’è chi fa notare che lo stesso san Giovanni Paolo Il ha usato più volte il titolo “corredentrice”, ad esempio durante l’udienza generale dell’8 settembre 1982 («Maria, pur concepita e nata senza macchia di peccato, ha partecipato in maniera mirabile alle sofferenze del suo divin Figlio, per essere Corredentrice dell’umanità»).

Ma è anche vero che l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Joseph Ratzinger, riferì al giornalista tedesco Peter Seewald, nel libro Dio e il mondo, che la collaborazione di Maria nel piano salvifico «viene meglio espressa tramite altri titoli, mentre la formula “Corredentrice” si allontana troppo dal linguaggio e dagli scritti dei Padri della Chiesa e per questo suscita dei fraintendimenti». Da notare infine che alcuni mariologi non hanno difficoltà a venerare la Madonna col titolo di “Corredentrice”, ma non vedono la necessità che questa verità sia definita come dogma. Altri invece sono aperti al dogma, ma per l’immediato futuro lo ritengono inopportuno.

Insomma, la discussione teologica, contraddistinta dal massimo rispetto del Magistero autentico, rimane aperta. Se si spiega in maniera teologicamente corretta il termine di “Corredentrice”, risulta chiaro che la Vergine non è equiparata a Gesù, come se Lei fosse Dio. Anzi, la parola “co-redentrice” significa che Maria, come Immacolata e nuova Eva, in unione perfetta con il suo Figlio divino, in piena dipendenza da Lui e vivendo totalmente di Lui, ha sofferto in modo unico per la nostra redenzione.

C’è chi ipotizza che il Santo Padre potrebbe chiedere a tutti i vescovi del mondo la loro opinione al riguardo, e poi decidere. Come fece Pio IX per il dogma dell’Immacolata Concezione.

                  
PERCHÈ MARIA CORREDENTRICE?
 
(a cura di Pier Angelo Piai)

Prima di affrontare il tema della “Corredenzione di Maria” è necessario chiarire il significato della Redenzione di suo Figlio Gesù Cristo
 
GESÙ REDENTORE
 
Un’antifona della liturgia delle ore così celebra:
“Dio non ha risparmiato il suo unico Figlio: lo ha dato alla morte per salvare tutti noi.”
 
Dalle invocazioni della liturgia delle ore del Venerdì Santo si evince:
– “Il Divino Maestro si é fatto per noi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
– Gesù morendo sulla croce ha vinto la morte e l’inferno,
– Il “Re glorioso”, inchiodato su un patibolo infame e calpestato come un verme,
ci insegna come rivestirci di quell’umiltà che ha redento il mondo.
– Egli è la salvezza nostra, che ha sacrificato la vita per amore dei fratelli,
– È il nostro Redentore, che ha steso le braccia sulla croce per stringere a te tutto il genere umano in un vincolo indistruttibile di amore,
– Egli raccoglie nel suo Regno tutti i figli di Dio dispersi.
Il Padre guarda con amore questa sua famiglia, per la quale il Signore nostro Gesù Cristo non esitò a consegnarsi nelle mani dei nemici e a subire il supplizio della croce”.
 
Dal Catechismo della Chiesa Cattolica (compendio):
 
571. II mistero pasquale della croce e della risurrezione di Cristo è al centro della Buona Novella che gli Apostoli, e la Chiesa dopo di loro, devono annunziare al mondo. Il disegno salvifico di Dio si è compiuto ” una volta sola ” (Eb 9,26) con la morte redentrice del Figlio suo Gesù Cristo.
       
 
II. LA MORTE REDENTRICE DI CRISTO NEL DISEGNO DIVINO DELLA SALVEZZA
       
“Gesù consegnato secondo il disegno prestabilito di Dio”
       
599. La morte violenta di Gesù non è stata frutto del caso in un concorso sfavorevole di circostanze. Essa appartiene al mistero del disegno di Dio, come spiega san Pietro agli Ebrei di Gerusalemme fin dal suo primo discorso di pentecoste: ” Egli fu consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio “. Questo linguaggio biblico non significa che quelli che hanno consegnato Gesù siano stati solo esecutori passivi di una vicenda scritta in precedenza da Dio.
       
600. Tutti i momenti del tempo sono presenti a Dio nella loro attualità. Egli stabilì dunque il suo disegno eterno di ” predestinazione ” includendovi la risposta libera di ogni uomo alla sua grazia: ” Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Filato con le genti e i popoli d’Israele per compiere ci&og
rave; che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse “. Dio ha permesso gli atti derivati dal loro accecamento al fine di compiere il suo disegno di salvezza.
       
“Morto per i nostri peccati secondo le Scritture”
       
601. Questo disegno divino di salvezza attraverso la messa a morte del ” Servo Giusto ” era stato anticipatamente annunziato nelle Scritture come un mistero di redenzione universale, cioè di riscatto che libera gli uomini dalla schiavitù del peccato. San Paolo professa, in una confessione di fede che egli dice di avere “ricevuto”, che “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture “. La morte redentrice di Gesù compie in particolare la profezia del Servo sofferente. Gesù stesso ha presentato il senso della sua vita e della sua morte alla luce del Servo sofferente. Dopo la risurrezione, egli ha dato questa interpretazione delle Scritture ai discepoli di Emmaus, poi agli stessi Apostoli.
       
“Dio l’ha fatto peccato per noi”
       
602. San Pietro può, di conseguenza, formulare così la fede apostolica nel disegno divino della salvezza: ” Foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri […] con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato, già prima della fondazione del mondo, ma si è manifestato negli ultimi tempi per voi”. I peccati degli uomini, conseguenti al peccato originale, sono sanzionati dalla morte. Inviando il suo proprio Figlio nella condizione di servo, quella di una umanità decaduta e votata alla morte a causa del peccato, ” colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio “.

603. Gesù non ha conosciuto la riprovazione come se egli stesso avesse peccato. Ma nell’amore redentore che sempre lo univa al Padre, egli ci ha assunto nella nostra separazione da Dio a causa del peccato al punto da poter dire a nome nostro sulla croce: ” Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”. Avendolo reso così solidale con noi peccatori, ” Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi ” affinchè noi fossimo ” riconciliati con lui per mezzo della morte del Figlio suo “.
 
III. Senso e portata salvifica della risurrezione
       
651. ” Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione e vana anche la vostra fede”. La risurrezione costituisce anzitutto la conferma di tutto ciò che Cristo stesso ha fatto e insegnato. Tutte le verità, anche le più inaccessibili allo spirito umano, trovano la loro giustificazione se, risorgendo, Cristo ha dato la prova definitiva, che aveva promesso, della sua autorità divina.
       
652. La risurrezione di Cristo è compimento delle promesse dell’Antico Testamento e di Gesù stesso durante la sua vita terrena. L’espressione ” secondo le Scritture ” indica che la risurrezione di Cristo realizzò queste predizioni.
       
653. La verità della divinità di Gesù è confermata dalla sua risurrezione. Egli aveva detto: ” Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono “. La risurrezione del Crocifisso dimostrò che egli era veramente ” Io Sono “, il Figlio di Dio e Dio egli stesso. San Paolo ha potuto dichiarare ai Giudei: ” La promessa fatta ai nostri padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: Mio Figlio sei tu, oggi ti ho generato”. La risurrezione di Cristo è strettamente legata al mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. Ne è il compimento secondo il disegno eterno di Dio.
 
654. Vi è un duplice aspetto nel mistero pasquale: con la sua morte Cristo ci libera dal peccato, con la sua risurrezione ci da accesso ad una nuova vita. Questa è dapprima la giustificazione che ci mette nuovamente nella grazia di Dio ” perché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova “. Essa consiste nella vittoria sulla morte del peccato e nella nuova partecipazione alla grazia. Essa compie l’adozione filiale poiché gli uomini diventano fratelli di Cristo, come Gesù stesso chiama i suoi discepoli dopo la sua risurrezione: ” Andate ad annunziare ai miei fratelli”. Fratelli non per natura, ma per dono della grazia, perché questa filiazione adottiva procura una reale partecipazione alla vita del Figlio unico, la quale si è pienamente rivelata nella sua risurrezione.
       
655. Infine, la risurrezione di Cristo – e lo stesso Cristo risorto – è principio e sorgente della nostra risurrezione futura: ” Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti […]; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” . Nell’attesa di questo compimento, Cristo risuscitato vive nel cuore dei suoi fedeli. In lui i cristiani gustano ” le meraviglie del mondo futuro ” e la loro vita è trasportata da Cristo nel seno della vita divina: ” Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro “.
 
 
MARIA
 
973 Pronunziando il « Fiat » dell’annunciazione e dando il suo consenso al mistero dell’incarnazione, Maria già collabora a tutta l’opera che il Figlio suo deve compiere. Ella è Madre dovunque egli è Salvatore e Capo del corpo mistico.
 
974 La santissima Vergine Maria, dopo aver terminato il corso della sua vita terrena, fu elevata, corpo e anima, alla gloria del cielo, dove già partecipa alla gloria della risurrezione del suo Figlio, anticipando la risurrezione di tutte le membra del suo corpo.
 
975 « Noi crediamo che la santissima Madre di Dio, nuova Eva, Madre della Chiesa, continua in cielo il suo ruolo materno verso le membra di Cristo ».
 

Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 68: AAS 57 (1965) 66:
 

« La Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell’anima, è
l’immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età
futura, così sulla terra brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in cammino »
 
 
Quindi Maria collabora a tutta l’opera che il figlio suo deve compiere.
Ella è Madre dovunque egli è Salvatore e Capo del corpo mistico.
 
 
 
LA SPIRALE TRINITARIA
(di Pier Angelo Piai)
 
Il nucleo dei nuclei: Gesù Cristo
 
“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.
Nella pienezza dei tempi una piccola porzione di terra sperduta nel Medioriente ha accolto, in un preciso momento storico, la “concentrazione dell’Essere sussistente”, Colui mediante il quale il mondo fu fatto. Chi ci rivela quel piccolo infante indifeso, nato in una povera famiglia sconosciuta, fuori della città (non c’era posto per questa nell’albergo) e riconosciuto solo da alcuni pastori del luogo e da tre saggi venuti da lontano? “Venne fra la sua gente ma i suoi non l’hanno accolto”.

È I’incarnazione limpida, cristallina, irradiata dal seno verginale di una fanciulla ebrea che costituisce il nucleo dei nuclei della grande spirale storica che attraversa spazio e tempo ed è destinata all’eternit&agrav
e;. Un’effervescenza celata dai determinismi apparenti delle leggi naturali e sociali (carne, censimento, circoncisione, traversie, lavoro, battesimo) ma rappresenta la condivisione esistenziale dello stato di “umanità”.

“Il Verbo si fece carne… veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”.
Che luce ci può essere in quel fragile bimbo anonimo nato nel fondo delle tenebre? Unico segno dal cielo una stella apparsa in Oriente che si posa “sopra il luogo dove si trovava il bambino”. Questo astro rappresenta l’evoluzione della Spirale il cui nucleo è celato in una grotta, le viscere della terra.

Poi silenzio: trent’anni di sottomissione e nascondimento sottolineati dalla incredibile sobrietà dei Vangeli. Una condivisione perfetta con lo strato sociale più rappresentativo del periodo storico: anonimato, lavoro artigianale, decorosa povertà. Ma il dialogo era ancora incompleto: ogni spirale evolutiva deve forzare tutti i determinismi per seguire lo slancio vitale a cui è destinata. I quaranta giorni del deserto costituiscono il banco di prova di ogni spirito che tende alla vera libertà: ogni tentazione è una scelta da scartare perché non conduce alla verità e lo spirito libero si orienta con tutte le forze verso l’opzione fondamentale, I’asse ontologico che guida alla pienezza dell’essere simile a Dio. La condivisione esistenziale si completa di fronte ai turbamenti che ogni coscienza prova innanzi a tutte le possibilità.

Ma la scelta è irrevocabile: “Non di solo pane vive l’uomo ” “Solo al Signore Dio tu ti prostrerai, lui solo adorerai”. “Non tenterai il Signore Dio tuo “.
L’Uomo è ormai deciso e punta verso Gerusalemme iniziando a divulgare il Regno con la “Buona Novella” accompagnata da numerosi segni.
Lebbrosi, paralitici, sordomuti, ciechi, indemoniati e numerosi infermi vengono risanati da quest’uomo che chiama Padre il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe e rimette con autorità i peccati di colui che guarisce. Parla in parabole ricche di riferimenti naturali: seme, grano, frumento, vite, albero, frutti, lupo, agnello, acqua, vento, fuoco, terra.

L’Incarnazione traspare anche dal suo linguaggio accessibile a chiunque è ben disposto al dialogo per il Regno che annunzia, ma che solo pochi iniziati possono scandagliare: bisogna convivere con quest’uomo per intuire la reale profondità di ciò che annuncia, come hanno fatto gli apostoli che hanno dovuto inciampare sullo scandalo dell’apparente fallimento per ricevere la rivelazione dello Spirito.
 
L’asse della spirale cristica: lo Spirito di Cristo
 
Quest’uomo che annunzia il Regno con segni e prodigi afferma: “se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio”. In effetti il suo testimone, Giovanni Battista, annunciando la presente rivelazione, afferma: “Io vi battezzo con acqua… ma colui che viene dopo di me… vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.
Cristo dichiara di essere venuto a fare la volontà del Padre e promette lo Spirito di verità che da Questi procede a chiunque crederà in Lui. Lo chiama il Consolatore, ii Paraclito  che “vi guiderà alla verità tutta intera, perchè non parlerà per sé.perché prenderà del mio e ve I’annunzierà”.

“Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore… “.
La riflessione posteriore individua nello Spirito Santo una Persona della fucina Trinitaria, che procede dal Padre e dal Figlio… e abbozza in forma nucleare una definizione della relazione con le altre due Persone, custodendola come dogma attraverso i secoli, suffragato dalla indiscutibile autorità di coloro che Cristo ha inviato come testimoni.

Di questo Spirito Gesù Cristo afferma: “prenderà il mio e ve I’annunzierà” per sottolineare che I’azione di Colui che manda attraverso ogni determinismo spazio-temporale non è da Lui disgiunta ma in intima e misteriosa relazione, come quella che lo lega con il Padre che chiama Abbà (Chi vede me vede il Padre)  e che attribuisce come vero mandante “Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome”.

Dunque, nel Gesù storico, pienezza della verità, si annida visibilmente I’azione prorompente dello Spirito che non cesserà mai di portare i suoi frutti. È Cristo il Big Bang fenomenico del dinamismo esistenziale rappresentato dallo slancio vitale dello Spirito che segue I’asse della sua Spirale. Ciò che dello Spirito sappiamo non è altro che il frutto di questa deflagrazione spazio-temporale che continua ad essere feconda anche nelle microazioni più impercettibili: “il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene e dove va”, ma da esse si distingue come la causa dall’effetto: “Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito”,  IO SONO LA LUCE DEL MONDO.

L’azione dello Spirito, però, è feconda là dove trova disponibilità all’ascolto e non può attecchire nella sclerocardia, l’indurimento del cuore (chi bestemmierà lo Spirito Santo non sarà perdonato). Il cuore umano deve prima essere irrigato dalle lacrime del pentimento, dal desiderio, cioè, di rientrare nella reale dimensione ontologica (se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio). Allora il dialogo comincia a portare i suoi frutti e il nucleo risale le spire che lo condurranno alle alte vette dell’amore.
 
La fucina trinitaria: DNA dell’amore
 
Il Dio Trinitario è sempre stato uno scoglio per i rigidi conformisti del monoteismo tradizionale (ebrei e islamici) e tuttora suscita la perplessità di chi vede in esso una astratta logomachia di concetti trascinata durante secoli di boriose elucubrazioni intellettuali da una gerarchia ecclesiastica preoccupata di conservare il potere.

Se sgombriamo I’animo da ogni pregiudizio, però, il dogma trinitario gelosamente conservato nei secoli dalla fede cattolica si spoglia della sua patina apparentemente sofistica per rivelarci alcune piste che conducono all’essenza della realtà divina, all’Amore: Dio è amore.
Non è mia intenzione costruire un noioso trattato teologico ma voglio solo comunicare ciò che lo Spirito mi fa intuire su questo mistero. Il magistero afferma che Dio è Uno in Tre Persone, uguali e distinte: Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Figlio è generato dal Padre (non creato) e lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato.

È necessario partire da un presupposto fondamentale rivelatoci dal discepolo “che Gesù amava”, Giovanni l’evangelista: “Dio è amore “. Che cos’è I’amore? Dalle precedenti riflessioni ho messo in evidenza che dal punto di vista fenomenico qualsiasi forma di vita emerge dall’unità organizzata della polverulenza cosmica fino ad arrivare alla struttura sociale, unita di psichismi alimentata dal dialogo.

Da ciò si deduce che, essendo l’unità il fine di ogni forma di dialogo, è essa stessa il propellente della vita, cioè l’effervescenza dell’amore. Dire, quindi, che Dio è Uno è I’attributo più appropriato che le nostre povere categorie mentali riescono a formulare, in quanto siamo convinti che I’Essere sussistente è il datore della vita, il fondamento di ogni unità che I’ha generata.

Ma, scavando nel concetto di unità applicato alla divinità, come è possibile intravedere l’elemento dialogico riferendoci ad uno strato ontologico che non è il nostro? Di quale unità si parla se i riferimenti sono solo analogici, ricavat
i, cioè, dalle nostre categorie mentali applicate all’evidenza fenomenica? Sotto questo punto di vista lo scriba vetero-testamentario aveva ragione di ribadire l’alterità gelosa di Dio, non avendo a disposizione altre forme di rivelazione. “Non avrai altro Dio all’infuori di me” è  il comandamento della legge mosaica che gli ebrei hanno sempre gelosamente custodito.

Soffermandomi nel dogma apparentemente arido della Trinità, in cui le definizioni ormai obsolete appaiono aritificiose per colui che ricerca la purezza del concetto, scopro profondità mai esplorate che mi donano una chiave segreta che apre lo scrigno della vita, il senso più recondito dell’esistenza.
E con incredibile stupore mi accorgo che proprio in questo scrigno misterioso si annida intatto il segreto del Tutto che nessuno riuscirà mai a svelare o concettualizzare per appropriarsene: il DNA dell’amore dal quale tutto riceve l’esistenza e che respira la gratuità più pura e cristallina (Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrano in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano).
 
La pienezza della divinità
 
“Chi ha visto me ha visto il Padre”
“La madre dice ai servi: fate quello che vi dirà”
“Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di Lui”… “questi è il Figlio di Dio”.

La Trinità, quindi, si è rivelata. Ciò vuol dire che I’Essenza dell’Essere si annida proprio in quel nucleo storico preciso carico di eventi significativi per colui che è disposto a comprendere col cuore e con l’intelletto. Ma quale Dio può rivelarci un uomo che nasce nella povertà, si sottopone alle leggi biologiche e sociali di tutti gli altri uomini e dopo una atroce sofferenza muore sul più vergognoso patibolo del tempo?

Qui entriamo nel regno della libertà, I’humus dello Spirito, ovvero ii cuore dell’Amore.
Nell’incarnazione Colui che non ha forma, perché ontologicamente diverso (di natura divina), prende forma umana “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, apparso in forma umana, umiliò se stesso “.

Di che cosa si spogliò? Certo che per noi poveri mortali, un Dio che condivide la nostra forma rimane incomprensibile. Eppure è convincente: questa irrazionalità ci attrae irresistibilmente perchè è condivisione esistenziale, partecipazione intima del nostro essere.

Questa vibrazione la esperimentiamo quotidianamente anche nel rapporto con i nostri simili, nel campo affettivo, pedagogico: I’amante si sforza di capire i desideri dell’amata partecipando del suo mondo; il maestro svolge meglio la sua azione pedagogica condividendo la vita degli alunni; I’amico diventa più intimo condividendo gli affanni dell’amico; la madre fa di tutto per esaudire il figlio intuendone i desideri…

Non potendo cogliere la sua essenza in quanto privi, per ora, di ricettori ontologici, per noi Dio rimane il completamente altro, il nulla del nulla, Colui che, privo di ogni apparenza, non può essere colto da nessun occhio umano. Di Lui conosciamo solo I’azione fenomenica, il suo riverbero spazio-temporale, ma della sua Essenza nulla: “sono apparso ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come Dio onnipotente, ma con il mio nome di Signore non mi sono manifestato a loro” .

È incredibile: alla nostra coscienza appare l’Universo intero, dalle galassie al virus, mentre di Dio nulla, il nulla più assoluto, nemmeno I’apparenza perché non ne ha, essendo l’Entità più pura e il principio di ogni altra entità.
Come individuare, allora, la sua Essenza in quella forma umana che noi tutti conosciamo con il nome di Gesù Cristo?

Ora mettiamo a fuoco l’obiettivo: cosa realmente significa che Dio appare in forma umana? Dio, I’Essenza più pura, appare con una forma… “umiliò se stesso “, “un abisso chiama I’abisso ” profetizza il salmista … un’alterità assoluta chiama I’altra alterità per farsi “apparenza “, “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani “. Ciò vuol dire che Dio ci ha rivelato la sua Divinità inabissandosi nel determinismo della storicità umana “nato da donna, nato sotto la legge”.
L’Assoluta libertà dimostra la sua assolutezza inebriandosi di alterità (il determinismo spazio-temporale).
L’Assoluta unità si spoglia della sua assolutezza emergendo dalla molteplicità cosmica.
L’Assoluta purezza si arricchisce assumendo I’apparenza…
 
La Spirale divina
 
“Umiliò se stesso fino alla morte, e alla morte di croce”.
La Rivelazione non era ancora completa. Doveva compiersi l’ora in cui il Figlio dell’uomo sarebbe stato glorificato. “Per questo sono giunto a quest’ora!”. “Padre glorifica il tuo nome”.

Nel Kerigma  apostolico che la tradizione ci tramanda in forma così sobria e sintetica (Gesù Cristo è morto e risorto) si completa il nucleo della spirale cristica che coincide con I’apice della rivelazione divina. Ad uno sguardo superficiale e staccato la descrizione evangelica della passione di Gesù Cristo appare un freddo resoconto di una macabra esecuzione avvenuta duemila anni fa. Se la superficialità è unita ad un temperamento emotivo tutt’al più seguirà qualche lacrima passeggera e tutto si esaurirà qui: “Figlie di Gerusalemme, non pian-
gete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli “.

Soffermiamoci un attimo sulla croce: su questo patibolo, il peggiore ed il più infamante dell’epoca, viene inchiodato un uomo accusato di bestemmia perché si è dichiarato il Figlio di Dio. Su questo legno si è consumata la più ingiusta sentenza della storia dell’umanità.
Una croce di legno si erge da un colle, una tra le tante dell’epoca. Eppure, focalizzando lo sguardo interiore, la scarna trama del racconto evangelico si arricchisce di significati sempre più profondi illuminati dalla penetrante luce dello Spirito che rimanda continuamente oltre il semplice simbolo.

Un asse verticale si eleva indicando il cielo: il legno di cui è fatto è la vita che emerge dalla polverulenza terrestre per seguire lo slancio vitale della spirale cosmica.
L’asse orizzontale è la realtà terrestre di cui l’uomo è impastato e che lo incatena nei suoi determinismi.
Sul punto d’incontro degli assi coincide il cuore di un uomo morente, quello stesso cuore propulsore della vita che l’umanità ha sempre caricato di profondi significati. Le mani e i piedi sono immobilizzati su questi assi trasversali con dei chiodi che penetrano la carne sanguinante. Quest’uomo non può camminare con i piedi o risanare con le mani.
È sospeso tra cielo e terra: elevato da terra alla quale è ancora incatenato e librante in cielo, un cielo ancora denso di tenebre. In quella angosciosa solitudine quest’uomo senza vestiti, circondato da pochi fedelissimi e da una calca assetata di spettacolo (Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi) prova I’abbandono degli uomini (Mi scherniscono quelli che mi vedono) e I’abbandono apparente di Dio (Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?).
“Gesù disse: “Tutto è compiuto”. E chinato il capo, spirò”

Quest’uomo, dunque, muore come tutti gli uomini della terra. La sua carne è inerte, Egli non si appartiene più. “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.
“Ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua”. Per i semiti il sangue è la vita, per noi I’acqua è lo Spirito. Da un cuore infranto esce la vita che è il dinamismo dello Spi
rito, una vita donata nella maniera più assurda e cruenta. Questo è I’apice della manifestazione divina, la pienezza della rivelazione. Un Dio che si fa forma e che perde questa forma rivelando se stesso.
 
Il dinamismo trinitario
 
Questo estremo atto di abbandono è I’apice di una vita completamente abbandonata al Padre (sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato).

Gesù Cristo, dono del Padre, dona a sua volta lo Spirito. Tra Padre e Figlio il circolo non poteva rimanere chiuso, altrimenti sarebbe stato imperfetto perché l’Uno rimarrebbe proiezione dell’Altro a scapito della perfetta alterità. Il Padre si compiace del Figlio ed il Figlio nel Padre. Non basta. Il compiacimento deve aprirsi su un Terzo che diventa dono di entrambi, quindi vero dono.

Si profila il dinamismo trinitario: nessuna Persona vive per sè ma si svuota per I’altra.
Il Padre, prendendo la forma del Figlio, si svuota della sua assoluta alterità. Il Figlio, riconsegnando la “forma” al Padre, dona lo Spirito che riconduce tutti al Padre.
Il Padre è funzione del Figlio e dello Spirito e viceversa.
Ogni Persona è infinitamente distante da se stessa (mi si perdoni la spazializzazione del concetto) e nessuna vive per se stessa.

Ma è proprio qui la ricchezza di Dio che una mentalità carnale non può intuire. Esso coincide con il totale svuotamento, la perfetta lontananza della Persona da se stessa che tutto cede alle altre. Tutto ciò non costituisce un depauperamento, ma ora lo dico con un termine azzardato per il punto di vista della teologia, “arricchimento ” di divinità.
Nella Kenosi è rivelato lo spogliamento arricchente di Dio, l’essenza del dinamismo trinitario, dove ogni persona dona se stessa alI’altra scomparendo delicatamente dalla “scena” con una discrezione talmente divina che solo concettualizzandola con le nostre categorie umane sfugge alla nostra comprensione possessiva per rientrare nella sua purezza più reale e genuina.

Ogni Persona attua il vero dono di sé non proiettando nulla di se stessa all’altra, altrimenti rimarrebbe un residuo egocentrico a contaminare I’assoluta gratuità.
In questo dinamismo entriamo nel cuore dell’essenza divina che deve rimanere intatta nel suo profondo mistero e nessun occhio umano può penetrarvi senza bruciarsi (Mosé si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio)

La nostra povera mente non può penetrarvi: sarebbe una stolta presunzione illudersi di possedere le categorie divine. (I segreti di Dio nessuno li ha mai potuto conoscere se non lo Spirito di Dio)
Ecco che sotto questa ottica si profila una timida giustificazione della “distinzione” dogmatica delle tre Persone tra loro, preludio della “assoluta” alterità divina nei confronti dell’uomo.

Se le Persone non fossero distinte non potrebbero essere infinitamente lontane da se stesse; se non fossero uguali non si spiegherebbe l’Unità di Dio.
Una distinzione nell’uguaglianza, dunque, ed un’uguaglianza nella distinzione: il circolo trinitario è perfetto e la vita scaturisce dal suo seno.
 
La Kenosi del Padre
 
Entriamo con timore e tremore nel sacro tempio di Dio, I’ambiente divino come amava definire Teilhard de Chardin tenendo presente il famoso testo paolino “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui”. Lo spogliamento del Padre perfetto in quanto la creazione viene effettuata tramite il Figlio ed a lui finalizzata.

Dio Padre crea I’alterità assoluta, l’infinito pone in essere il finito, il Motore immoto genera il moto, l’nforme plasma la forma… l’Unità si compiace della molteplicità, perché solo in essa trova la perfetta alterità, l’infinita distanza da se stesso. Ecco allora la polverulenza cosmica che deve porsi in essere di sintesi in sintesi verso una determinata direzione.

Un processo lento e graduale che si svolge all’interno dei determinismi spazio-temporali ma che rispecchia l’infinita discrezione del Padre che respira la vera libertà e lascia respirare la liberta. I tentativi e i fallimenti della natura, i reciproci adattamenti e le unità emergenti glorificano il Creatore che vuole le creature simili a Lui nella perfetta libertà, in riferimento al Figlio “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza ” . “Piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza ” non vuole dire che il Padre nulla ritiene per sé?

Nemmeno I’apparenza è posseduta dal Padre: difatti in Lui essere e atto coincidono, come ama affermare S. Tommaso. Un sasso o un filo d’erba, paradossalmente, s’impongono con la loro apparenza ad ogni coscienza ed hanno un loro peso impercettibile nelle interazioni cosmiche. Dio Padre, I’Essere sussistente, il Fondamento ontologico del Tutto, invece, non ha forma e compie un atto divino apparendo in forma umana in quanto umiliò se stesso. Umiliazione, questa, che è il nocciolo del dinamismo trinitario che richiede I’alterità assoluta.
Il prendere forma e l’ “apparire’ sul piano ontologico costituisce I’assurdo per ogni coscienza che filtri l’essere con le sue categorie, per cui le sembra logico operare ogni possibile riduzione fenomenica per risalire alla purezza eidetica. In che cosa consiste questa purezza se un Ente, apparentemente ad un altro livello ontologico, irrompe nelle
categorie spazio-temporali della nostra sfera esistenziale? Come fa a
rivelare se stesso, come spesso pretende? (chi vede me vede il Padre).

È qui lo scoglio di ogni coscienza che continuamente deve rimettersi in discussione. Sembra quasi che il paradosso e la contraddizione rappresentino le categorie mentali che meglio si apprestano ad esprimere il tema teologico, proprio perché la divinità non può essere catturata dalla coscienza in quanto limiterebbe l’idea di Dio. Lo stesso Kierkegaard esprime questo concetto come un leitmotiv della sua filosofia esistenziale e critica aspramente i pensatori che pretendono di schematizzare Dio.
“Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo… divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria”
 
La Kenosi del Figlio
 
“Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce “.
Il Dio “apparso in forma umana” si è fatto pubblico spettacolo per riscattare molti. Siccome la natura divina nulla ritiene per sé, il Verbo fatto carne doveva vivere in funzione del Padre e per questo si fa obbediente. Ciò significa donare la propria volonta, auto-limitare la libertà ontologica per entrare nella libertà divina che non consite nello scardinamento delle leggi del determinismo ma nell’inabissarsi in esse per restituire la loro funzione nucleare.
Il Figlio, rivelando il Padre, manifesta anche l’effervescenza del dinamismo trinitario che, come ho già accennato, si concretizza nell’atto della pura donazione, nell’essere l’Uno totalmente per I’Altro infinitamente distante da se stesso. Per questo dovrà dissolversi ogni apparenza e si manifesterà il cuore dell’essere.

Il Figlio sospeso sul legno tra terra e cielo nulla ritiene per sé: onore, potere, comodità, benessere sembrano svanire di fronte alla calca assetata di sangue e beffeggiante, all’impossibilita di operare ancora prodigi, al disagio di un corpo nudo e sanguinante, alle contorsioni di un fisico pestato e dolorante. Persino gli affetti più viscerali vengono ceduti: “Donna ecco tuo figlio ” – poi disse al discepolo: “ecco tua madre!”. Ed infine la vita: “tutto è compiuto! E, chinato il capo, spirò”. Nemmeno il cadavere rimane incolume, anche se non soggett
o alla corruzione: “ma uno dei soldati gli colpi il fianco con la lancia…”. Poi il silenzio più assoluto: il corpo inerte vie- ne accolto dalle viscere della terra. L’annientamento è totale, il silenzio è assoluto.
In quell’apparente non-essere (discesa agli inferi) si cela I’apice della manifestazione trinitaria: il nulla si ricongiunge col Tutto. “Piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a si tutte le cose, rappacificando con il sangue delta sua croce, cioé per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli”. Il Gesù storico compie così la sua missione rivelatrice: ridiscende il nucleo della spirale cosmica per risalire la china della spirale divina e condurre con sé coloro che gli furono affidati (Erano tuoi e li hai dati a me). Ogni apparenza viene cosi dissolta affinché nessuno viva nella menzogna ma entri nel cuore dell’essere che reclama la non appartenenza a se stessi: “chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà”. Il Figlio, dunque, attua il perfetto spogliamento: donando tutto al Padre nulla ritiene per sé e il suo Spirito compie liberamente la sua missione che é quella di ricondurre tutti gli uomini all’unità. “Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me”. Il silenzio di Dio-Uomo è la sintesi di tutta la rivelazione: in quell’incredibile nulla è celato il Tutto. Mentre nella Passione I’Essere entra in conflitto col nulla dal quale deve emergere spasmodicamente nel totale abbandono al Padre, ciò che per i nostri sguardi è morte reale sottintende la Vita di Dio. Un silenzio che rivela più di tutte le parole, I’apparente inazione genera I’azione e conseguentemente tutte le azioni: “lo, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”.  

La Kenosi dello Spirito  

“È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore,- ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò “. Gesù Cristo morto e risorto dona lo Spirito che ha il compito di completare la sua azione ricreatrice, la nuova genesi (alitò su di loro). Lo Spirito, dunque, è “mandato” e già questo primo concetto evidenzia il suo perfetto spogliamento in quanto la sua azione è in stretta relazione con quella delle altre due Persone dalle quali si fa dipendente pur rimanendo individualmente libero. Lo Spirito non vive per sé ma in funzione del Padre e del Figlio dai quali procede e con essi è “adorato e glorificato”.

La sua azione appare come un riverbero di quella del Padre e del Figlio, eppure rimane sempre l’invisibile protagonista del dinamismo trinitario. Il Padre ama il Figlio perché ripone in Lui lo Spirito (Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui), il Figlio ama il Padre al quale riconsegna lo Spirito (Padre, nelle tue mani consegno il tuo Spirito).

Lo Spirito attua, inoltre, il perfetto spogliamento del Padre e del Figlio i quali, compiacendosi rischierebbero (antropologicamente parlando) di essere l’Uno proiezione dell’Altro, una Kenosi troppo gratificante per essere divina in quanto la natura dell’azione divina è misteriosa perché infinitamente distante dalla fonte.

Con lo Spirito le tre Persone attuano il dono di sé completo, la perfetta distanza da se stesse in cui non esiste I’apparenza che si impone a scapito della trasparenza trinitaria ma ognuna è intimamente unita all’altra proprio perché hanno la stessa natura divina, e quindi respirano la stessa essenza.

Il circolo trinitario, così, si delinea nell’Unità che è Trina: paradosso, questo, che non può essere captato dalla nostra limitata coscienza senza deturparne la cristallina purezza e che fa intuire, tramite le antenne dello Spirito, l’infinita semplicità di Dio. Si profila, inoltre, ciò che noi denominiamo umiltà, parola carica di significato ma che esprime solo una pallidissima idea del concetto che presuntuosamente vorremmo applicare a Dio. 

“La virtù che ha nome umiltà è radicata nel fondo della deità” (M.Eckart)
Lo Spirito è discrezione divina e quindi motore dialogico: tramite esso il Padre ascolta il Figlio e il Figlio vive per il Padre. L’uno e I’altro si comprendono perfettamente perché appartengono alla stessa essenza divina mentre fiducia e amore reciproci sono alimentati eternamente dalla libertà dello Spirito invisibilmente dinamico, perennemente fecondo. Nulla appartiene al Padre che tutto crea “per questo possiede tutto “, nulla appartiene al Figlio che tutto riconduce al Padre; nulla appartiene allo Spirito che tutto dona.

Proprio perché ogni Persona nulla ritiene per sé é divina e pertanto possiede tutto in perfetta libertà: paradosso, questo, che non può essere filtrato della logica umana senza un totale sconvolgimento dei propri schemi mentali. “Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio… l’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito “.  

La Kenosi del Dio Uno e Trino  

“Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo”. Mentre scrivo non posso fare a meno di guardare ogni tanto il volto della Sindone sull’imaginetta di fronte a me. La osservo ogni giorno e ogni volta che la contemplo scorgo i lineamenti di un uomo che ha subito atroci sofferenze: un viso deformato dai lividi e tumefatto. Eppure denota una morte composta, decorosa, ieratica. Quell’uomo ha sofferto davvero, non può essere un impostore. Per me rimane un segno dei tempi destinato alla nostra generazione tecnocratica e iper-positivista. Osservo il setto nasale fratturato, la guancia gonfia, il labbro tumefatto, le tracce di sangue sulla barba, sulla fronte… proprio sulla fronte mi soffermo su una cifra ben chiara e visibile: è un “3”.

Quell’uomo è segnato con un marchio – un numero – che gli uomini del suo tempo ancora non conoscevano e sotto quella forma di scrittura che verra introdotta più tardi nella nostra civiltà da un popolo di cultura rigidamente monoteista: gli arabi. Quell’impronta di sangue causata dal graffio di una spina della corona mi suggerisce molte cose sul Figlio dell’Uomo, Gesù Cristo: Egli ci rivela I’amore trinitario mediante il suo sangue sparso abbondantemente. Quel sigillo trinitario è posto sulla fronte come segno per la nostra generazione assetata di prove e di razionalismo. La Sindone, cosi come la conosciamo, è stata scoperta con I’ausilio della scienza e delle innovazioni tecnologiche. I lineamenti di quell’uomo sono stati meglio identificati con lo sviluppo del “negativo”. Gesù, quindi, viene intravisto al negativo: richiede I’abbandono della mentalità mondana ed efficientistica per un totale capovolgimento degli schemi mentali. Il vero amore è tracciato col sangue dalle spine di una corona la cui regalità non è come la intende il mondo. (I re delle nazioni le governano… ma chi è  il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve) Ma è esattamente l’opposto. Cristo possiede tutto perché ha donato tutto. È re e dominatore perché, obbediente al Padre, si è lasciato dominare e calpestare. Fissando con venerazione quel volto i lineamenti mi diventano più chiari allorché non mi sforzo di possederli ed anatomizzarli.
L’amore puro è distacco, abbandono fiducioso, discrezione, rispetto; una menta
lità efficientistica non può captare l’immagine del Dio rivelato senza deturparla.

Quel “negativo”, quindi, mi rivela I’amore trinitario. Questo Dio talmente trabocchevole di amore che non si è limitato alla perfezione del suo dinamismo interiore, ma concedendo la libertà ad un essere che, pur creato “a sua immagine e somiglianza” è infinitamente distante da se stesso, ha accettato il rischio del peccato, che avrebbe dovuto portare l’essenza umana all’esatto opposto della sua. Ed è  proprio della natura divina cercare il suo opposto per reintegrarlo nella Verità, condurre il nulla all’essenza, riordinare il caos distruttivo per richiamare la creazione alla vera esistenza (il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era stato perduto). È qui il senso dello spogliamento del Dio trinitario: nell’incarnazione, sintesi di tutta la creazione che “geme e soffre le doglie del parto “. Dio ripone il suo interesse e la sua attenzione per una creatura che non I’avrebbe corrisposto, per nulla gratificante, e si sottopone alle sue leggi per ridarle la libertà perduta.    

MARIA: L’UMANITÀ REINTEGRATA  

“Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi (Gal. 3,13) “Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli”   Il piano di Dio era quello di immergersi nel mondo per farsi come uno di noi in modo che ognuno di noi potesse risalire dal proprio nucleo alla spirale della vita eterna (“e venne ad abitare in mezzo a noi” – Gv.1,14) L’Amore Onnipotente doveva trovare l’ambiente adatto: il nucleo divino è troppo prezioso per essere calpestato dalla vacuità degli interessi mondani infinitamente contrari alla sua natura. Il Creatore di tutto ciò che esiste si “spoglia” della sua onnipotenza per mendicare un giusto interlocutore del dialogo che desidera ardentemente intraprendere con l’umanità assetata di verità. Gli sarebbe bastato una coscienza cristallina, trasparente, inconsapevole della sua limpidezza e totalmente disponibile all’ascolto. Chiunque, umanamente parlando, potrebbe innescare un vero dialogo solo con chi parla la sua lingua e possiede un minimo di affinità, di simpatia, di empatia e di fiducia. Questa coscienza, quindi, avrebbe dovuto possedere un minimo di affinità: estrema semplicità, completa disponibilità e scevra da ogni forma di potere mondano che l’avrebbe potuta inquinare. Nessuna vistosa apparenza come i governanti o i sapienti famosi di questo mondo; non sicurezze economiche come i ricchi, nessuna capacità oratoria. Una coscienza silenziosa, discreta, attenta e prudente… Ecco allora che “nella pienezza del tempo” Dio scelse Maria “Benedetta fra le donne”, la “piena di grazia” alla quale chiede disponibilità al dialogo. Questa donna crede all’Angelo ed acconsente con la massima semplicità. Un’umilissima fanciulla sconosciuta, abitante di un villaggio posto alle propaggini di un impero in espansione, sprovvista della cultura dei grandi intellettuali del tempo, viene scelta dal Logos, il fondamento di tutto ciò che esiste. Le chiede solo di attendere fiduciosa perché grandi saranno gli eventi: “Colui che nascerà sarà Santo e chiamato Figlio di Dio”. Dio, quindi, non forza alcun determinismo e non irrompe violentemente nella storia umana. Egli, che è il principio di ogni libertà, chiede un atto di libertà alla sua creatura ed in base alla sua risposta il nucleo umano e divino può insediarsi nel seno verginale di Maria. L’ambiente è così adatto e la spirale divina ha trovato il suo humus. La Trinità si compiace di una alterità simile per reintegrare tutta l’umanità sclerotizzata nel proprio egoismo e la nuova Creazione più portentosa di prima. È la nuova Genesi, la terra promessa dove “scorre latte e miele” la cui apparenza è soffusa di paradossale fragilità: nessun potere la inquina, né punitivo, né remunerativo e tanto meno condizionatorio, ma trionfa la vera libertà della creatura creata ad “immagine e somiglianza” del Creatore, cioé Colei che nulla possiede e per questo é “Signora”, non ha poteri e per questo è Immacolata, ama in modo libero: é anche “Corredentrice”?. In Lei la spirale della salvezza ora può slanciarsi trascinando, nel suo vortice risucchiante, tutti gli uomini di buona volontà per essere assimilati dal suo figlio Gesù Cristo.    

CHE SIGNIFICATO HA IL TERMINE CORREDENTRICE?  

Consideriamo il prefisso CO- (davanti a -redentrice) per identificare meglio il significato del termine “Corredentrice”  

Alcuni esempi dell’uso del prefisso -CO:   “COOPERARE” : dal latino cooperari comp. di CO(N) insieme e OPERA (fatica, industria, cura) Operare insieme con altri e quindi aiutare, contribuire ad ottenere un fine.  

Notiamo che nella lingua italiana Il prefisso CO- è  usato in modo preponderante per esprimere il concetto di “insieme”  (coabitare, coscrivere) Questo prefisso  indica unione, partecipazione, simultaneità in parole di origine latina come in questi lemmi citati da De Mauro:   “concatenare, condegno, condiscepolo, condurre, connaturale, conseguire, consocio, consolidare, consuocero, contenere, conterraneo, e in formazioni italiane, premesso a verbi, sostantivi, aggettivi: concentrare, concittadino, connazionale, corresponsabile; provoca assimilazione davanti alle consonanti iniziali b, l, m, p, r: collaborare, combaciare, commensale, compaesano, corresponsabile; davanti a s seguita da consonante tende a ridursi a co–: costruire”   Osservazione sul termine “COLLABORARE”   “Collaboratore” viene dal verbo “collaborare”: = contribuire, concorrere, cooperare dare un contributo in un’attività collettiva collaborare alla riuscita del progetto Il ruolo di “collaboratore” in un’impresa (o di cooperatore) non si riferisce direttamente alla  gerarchia, ma all’opera stessa.

Questo significa che in un’ azienda, ad esempio, il titolare si avvale di collaboratori, ma rimane sempre il titolare, il massimo livello gerarchico.  

IL RUOLO DI “CORREDENTRICE”  

Il Redentore è Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo che affrontò la passione, la morte e risorse per la nostra salvezza. Maria, la quale è pre-redenta al momento del concepimento (dogma dell’Immacolata Concezione) per i meriti di suo figlio Gesù Cristo ha partecipato all’opera redentrice permettendola con il suo libero Fiat, seguendo suo Figlio durante la vita terrena fino al Calvario e venendo assunta in Cielo con l’anima ed il corpo. Perché non dovremmo ritenerla “Corredentrice”? L’unico Redentore rimane suo Figlio, ma Ella ha partecipato alla Redenzione in prima persona collaborando liberamente al piano salvifico divino. Pur essendo senza peccato originale, anch’Ella ha subito come tutti i figli di Eva le tribolazioni della vita terrena, soffrendo nell’anima  le sofferenze di suo Figlio innocente. (“e anche a te una spada trafiggerà l’anima” – Lc 2,25-35) Maria, in questo modo, essendo la nuova Eva, è il prototipo dell’umanità redenta e contemporaneamente, come madre nostra, ci orienta alla compartecipazione all’opera della redenzione grazie al Battesimo ed a tutte le nostre so
fferenze che noi offriamo liberamente per la salvezza del genere umano: quindi anche noi possiamo essere “corredentori” per partecipazione alla corredenzione della Madre.  

A questo proposito:  

1. San Paolo dice: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).  

2. Ci si può domandare se manchi qualcosa alla passione di Cristo. Da un punto di vista oggettivo non manca senz’altro niente. La passione di Cristo è stata più che sufficiente per la redenzione dell’uomo. Cristo infatti ha compiuto l’opera affidatagli dal Padre (Gv 17,4) e ha attestato dalla croce che ha compiuto tutto (Gv 19,30).  

3. Quando San Paolo fa questa affermazione non vuole dire che la passione di Cristo sia stata imperfetta o incompleta o che ad essa si debba aggiungere qualcosa. Egli considera la Chiesa come un solo corpo (un corpo mistico) con il Signore. Di questo corpo Gesù è il capo e noi le sue membra. Che cosa manca dunque? Manca questo: che la passione, che per ora si è compiuta nel corpo fisico di Gesù, si prolunghi anche nelle sue membra. E questa partecipazione alla passione di Cristo è meritoria non solo per il soggetto che soffre o fa penitenza, ma anche per le altre membra del corpo mistico. San Paolo dice infatti che soffre a favore del suo corpo che è la Chiesa.   4. Occorre ricordare che Dio salva gli uomini non come un “deus ex machina”, ma attraverso la loro cooperazione personale e vicendevole. Come nessuno viene al mondo senza la mediazione dei genitori, così analogamente nessuno entra in Paradiso senza la mediazione della Chiesa.

Il Signore ci chiama ad essere suoi collaboratori di Dio. San Paolo usa quest’espressione: “Siamo infatti collaboratori di Dio” (1Cor 3,9), “abbiamo inviato Timòteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo” (1 Ts 3,2). Dice

Pio XII nella Mystici Corporis:

“Mistero certamente tremendo né mai sufficientemente meditato, come cioè la salvezza di molti dipenda dalle preghiere e dalle volontarie mortificazioni a questo scopo intraprese dalle membra del mistico corpo di Gesù Cristo” (MC 42).   5. È vero che Cristo è l’unico Redentore. Ma Cristo ci rende partecipi della redenzione: e non solo nel senso che la riceviamo, ma anche perché con le nostre penitenze ci facciamo ministri o canali dei meriti infiniti della sua passione. Si tratta di un discorso analogo a quello della regalità di Gesù. Gesù è l’unico Re dell’universo. Ma vuole che tutti noi regniamo insieme con lui: “preparo per voi un regno” (Lc 22,29), “e regneranno nei secoli dei secoli” (Ap 22,5).   P.Angelo Bellon op, docente di teologia morale http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=917    

MARIA CORREDENTRICE?  

– Maria è “Immacolata”, cioé immune dal peccato originale. – Nonostante la sua perfetta innocenza Ella non ha rifiutato il piano di Dio su di Lei e su tutta l’umanità – Maria, anzi, ha Magnificato con gioia l’Onnipotente per le “grandi cose” che ha fatto in lei. – Ha creduto profondamente ciò che lo Spirito le diceva tramite l’Angelo ed ha sempre suguito suo Figlio nelle principali tappe della sua vita. – Ha accettato ed è testimone attiva della terribile passione e morte di suo Figlio. Perché non dovrebbe essere “Corredentrice”?     Dal Catechismo della Chiesa Cattolica:   964 Il ruolo di Maria verso la Chiesa è inseparabile dalla sua unione a Cristo e da essa direttamente deriva. « Questa unione della Madre col Figlio nell’opera della redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui ».   525 Essa viene particolarmente manifestata nell’ora della sua passione:   « La beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta, soffrì profondamente col suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata; e finalmente, dallo stesso Cristo Gesù morente in croce fu data come madre al discepolo con queste parole: “Donna, ecco il tuo figlio” (cf 1 Gv 19,26-27)».  

PERCHÉ MARIA CORREDENTRICE?  

Gesù, Figlio di Dio, uomo innocente e Dio Onnipotente è il Redentore  

LA PASSIONE DI MARIA  

Fin dal momento dell’Annunciazione Maria non ha solo gioito, ma anche anche sofferto. Tradizionalmente, dalla lettura dei Vangeli, i cristiani hanno enucleato sette dolori affrontati da Maria (soprattutto tramite l’Ordine dei Servi di Maria).  

1) Profezia dell’anziano Simeone sul Bambino Gesù Nel Vangelo secondo Luca il vecchio Simeone preannuncia a Maria le difficoltà che dovrà incontrare e superare   « Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima. »   (Luca 2,34-35)                    

2) La fuga in Egitto della Sacra famiglia Maria e Giuseppe devono fuggire in Egitto per mettere in salvo il loro figlio Gesù durante la persecuzione di Erode (Luca 2,13-21).  

3) La perdita del Bambin Gesù nel Tempio Quando Gesù ha 12 anni Maria e Giuseppe lo perdono per tre giorni nel Tempio di Gerusalemme (Luca 2,41-51)  

4) L’incontro di Maria e Gesù lungo la Via Crucis Quando Gesù sale al Calvario portando la croce Maria lo incontra (Luca 23,27-31)  

5) Maria ai piedi della croce dove Gesù è crocifisso Il Vangelo secondo Giovanni riporta che Maria si ferma sotto la croce sulla quale è crocifisso Gesù:   « Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. »   (Giovanni 19,25-27)                    

VI) Maria accoglie nelle sue braccia Gesù morto Dopo che Gesù è morto e deposto dalla croce Maria lo accoglie tra le sue braccia prima che venga sepolto (Luca 23,53).   VII) Maria vede seppellire Gesù Maria è presente quando Gesù viene deposto nel sepolcro da cui risorgerà dopo tre giorni (Luca 23,55-56).      

MARIA “CORREDENTRICE” DALLA LITURGIA ROMANA?
di Achille Maria Triacca (SDB)  

La Kenosis del Verbo di Dio è per la divinizzazione dell’uomo: qui è il fulcro della Redenzione. Ora la Redenzione inizia nell’Incarnazione. È correlata con la cooperazione della Madre. È Lei che dà voce di lode con il “Magnificat”, al Figlio che in grembo non ha ancora bocca. La Kenosis del Figlio e l’ancillarità della Madre sono il postulato di base per capire ciò che gravita attorno alla realtà che, tolto ogni
equivoco, può essere detta Corredenzione. Di fatto il Redentore non poteva attuare, ad opera dello Spirito, la Redenzione, senza il Corpo da donare e il Sangue da versare. Di fatto l’assunzione del Corpo di Maria nell’eschaton è la conseguenza immediata del mistero di Maria Corredentrice e ne costituisce la prova inequivocabile. In Maria la “divinizzazione” è completa. Inoltre si aggiunga che se è vero che «sine sanguinis effusione, non fit remissio» (Eb 9,22), è vero anche che «sine corporis donatione, non fit redemptio». È come affermare che sine Maria non fit redemptio : ciò nell’economia salvifica che di fatto la SS.ma Trinità ha attuato. Ora nessuno può contrastare al fatto che sine corpore et sanguine Christi, nulla redemptio . Se Maria è la conditio sine qua era impossibile la Redenzione perché è

Lei che dà al Redentore il corpo e il sangue, ciò significa che nella Sua Mediazione materna è racchiusa anche la verità che la liturgia celebra nei misteri di Cristo e cioè la presenza e l’azione di Maria: ieri nei misteri di Cristo storici e oggi nei misteri di Cristo celebrati. Tutto questo investe di luce speciale l’approfondimento della verità della Corredenzione presupposta come verità del “depositum fidei”, in quanto è presente nel “sensus fidelium”.

La Redenzione dice solidarietà con l’umanità da parte della Divina Persona che si è fatta uomo. Maria non sta nel mistero della Redenzione solo come la pre-redenta. Ma fu tale in modo che con la sua Immacolata Concezione potesse essere solidale ex toto con la Persona Divina che con la ancillarità di Lei ha de facto realizzato, e può realizzare in continuità, la solidarietà con l’Umanità. Ecco perché ancor oggi il Corpo donato e il Sangue versato sono un compimento della volontà sia del Padre «questo è il mio Figlio prediletto, ascoltatelo» (cfr Mt 8,7 e paralleli), sia della Madre «fate quello che vi dirà» (cfr Gv 2,5), sia del Figlio stesso «fate questo in memoria di me» (cfr Lc 22,19 e paralleli). Tutto e sempre ad opera dello Spirito Santo.   Effettivamente valgono le verità seguenti:   nullus sermo de corredemptione, nisi antecedat sermo de redemptione; però qualis sermo de redemptione, talis sermo de corredemptione.   Si deve infatti approfondire la redenzione divina con parametri e con un focus più liturgico celebrativo, per far progredire quello della Corredenzione. Il “mistero” di Maria “Corredentrice” non si può comprendere se non in relazione alle Tre Persone divine.  l’iniziativa della Redenzione è del Padre, l’attuante è il Figlio, l’attualizzazione con la sua applicazione nei secoli, è lo Spirito Santo. Però la Redenzione che è anche pro Maria, fit-evenit per Mariam ed ancor più cum Maria . Così il Padre prepara la prediletta figlia di Sion perché corrisponda alla sua azione.

L’“iniziativa” salvifica del Padre « iniziò ad attuarsi in Maria quale Redenzione in atto e in assoluto (=Immacolata Concezione). L’attuante è il Figlio che associa la Madre in tutti i suoi eventi salvifici storici e metastorici. Associa cioè al suo costitutivo di Redentore la Madre che non può che essere detta con termini che gravitano attorno a quello di Corredentrice. Lo Spirito Santo quale attuazione della Redenzione prepara la Vergine perché l’ attuante possa agire (= Maternità divina perpetua) e l’ attuazione sia attuante (= Verginità perpetua divina), in continuità nel tempo (= Corredentrice) e nell’ Eschaton (= Assunzione). Ora “Maternità divina perpetua”, “Verginità perpetua divina”, “Assunzione” sono verità di fede già proclamate tali e tutte riguardanti Maria in relazione e in dipendenza del Figlio. Anche l’altra, la Corredenzione, è correlata al Figlio, vi dipende e riguarda la Madre. Come cristiano cattolico (e come salesiano) non posso fare a meno di ricordare che l’aiuto di Maria Auxilium-Auxiliatrix si espleta in relazione alla vita di Gesù, prima che nella vita dei suoi fratelli e sorelle. È una totalità di aiuto quello di Maria. È ausiliatrice a 360 gradi sia “nell’orizzontalità” dell’ hic et nunc e dell’ hodie , sia “nella verticalità” dell’ et in saecula . Nel mistero di Maria “Corredentrice” si racchiudono anche una gamma di ulteriori implicanze. Lo fanno capire anche le preghiere eucaristiche quando la nominano in primis nella Comunione dei Santi. Prima è Madre di Dio e poi nostra : la solidarietà con il Figlio La rende così.

È Madre di Dio, per essere nostra, come il Figlio è di Dio e dell’Uomo per essere nostro Fratello. È totalmente Madre e perpetuamente Madre (= Mediazione Materna ) del Figlio di Dio e Suo, senza bisogno di cooperazione umana ma ad opera dello Spirito Santo (= Verginità divina ). È prima Madre dell’uomo per eccellenza (il nuovo Adamo) per essere Madre dell’umanità intera. Si può così comprendere che: Lumen corredemptionis, in luce redemptionis, perchè il Redemptor è tale procum in Virgine-Matre corredemptrice . Il “mistero” di Maria nel contesto liturgico sta a significare una sua portata salvifica che si attua nell’ hodie liturgico.

Questo è correlato con il fatto della presenza di Maria ai misteri di Cristo. È ministra della persona ed azione del Figlio ieri, e oggi quando i misteri sono celebrati. È socia del Redentore e della Redenzione. È cooperante con la sua attitudine di agape materna all’azione del Figlio.  Maria è il locus totius historiae salvationis ossia è locus redemptionis .

La Redemptio fu per eccellenza a Lei applicata preventivamente, tanto da fare di Lei, associata al Redentore, la Virgo Redemptionis e non solo Virgo et Mater Redemptoris . In quanto per eccellenza Virgo redemptionis è la pre-redenta.

Nella Sua Verginità divina «ante-in-post partum» Ella sta a dire una integralità del dono della propria persona alla Redenzione e quindi al Redentore. In quanto Donna per eccellenza non può che donarsi completamente con tutte le sue capacità generativo-materne al Redentore: di fatto è la Mater Redemptoris .

Come Donna «per antonomasia datasi al Suo Dio», non può che effettuare pienamente il suo costitutivo verginale e donarsi con tutte le sue potenzialità oblativo-verginali alla Redenzione: di fatto è la Virgo Redemptionis .     http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2011/09/simposio-mariologico-sullassunzione-di.html  

SIMPOSIO MARIOLOGICO INTERNAZIONALE ASSUNTA AL CIELO PERCHÈ CORREDENTRICE SULLA TERRA
mons.Brunero Bherardini    
domenica 18 settembre 2011 Simposio Mariologico sull’Assunzione di Maria perché Corredentrice   Si è tenuto a Frigento, dal 13 al 15 settembre, un Convegno organizzato dai Francescani dell’Immacolata sull’Assunzione di Maria al cielo, dal titolo: Assunta in cielo perché corredentrice sulla terra.  

Con l’indirizzo di saluto di Sua Em.za il Card. Leo Raymond Burke (Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica), hanno preso il via i lavori di una tre giorni di studio, volta a studiare il dogma dell’Assunzione di Maria, nel 60° anniversario della definizione dogmatica, fatta dal ven. Pio XII il 1° novembre 1950. Il Card. Burke ha introdotto i la
vori con un intervento teologico-dogmatico, in cui illustrava il fondamento corredenzionista della missione materna di Maria, così bene spiegato dai Sommi Pontefice S. Pio X, nell’Ad diem illum, e Benedetto XV, nell’Inter sadalicia.  

Nel recente magistero pontificio si illumina la profonda unione di Maria con il suo Figlio divino: rinunciò ai suoi diritti materni a favore dell’immolazione del Figlio. Perciò, ben a ragione diceva Benedetto XV, Maria con Cristo ha redento il genere umano. L’uomo ha meritato la vita eterna in virtù della grazia di Cristo. Maria, in modo singolare, ha meritato anche la glorificazione anticipata del suo corpo. «Questa questione – diceva il Card. Burke –, sarà esaminata dagli illustri professori di questo convegno».  

La prima conferenza è stata tenuta da Mons. Brunero Gherardini, dal titolo Assunta in cielo perché corredentrice sulla terra. Riflessione sul fondamento del dogma cattolico.   In primis, Gherardini ha precisato che è opportuno distinguere mediazione da corredenzione. La corredenzione è la singolare unione di Maria con Cristo sulla terra e termina con la missione terrena di Maria: indica consociazione, unione sponsale. La mediazione, invece, è il collegamento tra due estremi, il cielo e la terra, il Figlio e gli uomini. Essa non termina con il pellegrinaggio terreno, ma si prolunga anche in cielo, con la sua intercessione celeste. Il fondamento dell’Assunzione è la Corredenzione di Maria, in quanto corredenzione consociativa, che richiama al consors, la consociata, la socia del Redentore. In questa linea si collocano Pio IX, Leone XIII e Pio XII.  

Gherardini vede nella maternità divina di Maria, in quanto primo principio della mariologia (principio di analogia che unisce in unità e armonia tutte le verità mariane), il fondamento ultimo di ogni prerogativa mariana, sicché Maria Madre di Dio è la Corredentrice assunta in cielo o si potrebbe dire anche che l’Assunta è la Madre di Dio associata pienamente al Figlio. Per Gherardini «Maria è una dilatazione del Figlio, un prolungamento del Figlio». Tutto quanto è in Cristo si riversa in Maria: ecco la ragione ultima della sua Assunzione.    

IL RUOLO SPECIALE DI MARIA  

E’ necessario riscoprire nella teologia, con generale opinione comune, il ruolo tutto speciale, straordinario della Madonna, quello che ha condotto il papa Paolo VI a proclamare la Madonna “Madre della Chiesa”. Ruolo straordinario che fa comprendere perché Dio voglia il trionfo per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, sua Madre. Coerentemente anche al fatto di averla posta Egli, il Creatore, quale nemica di Satana dall’inizio della storia umana, come si legge nella Scrittura a proposito del serpente ingannatore: “Porrò inimicizia tra te e la Donna” (Gn 2,13) e nell’Apocalisse (12, 1) a proposito di una donna in lotta con Satana: “Donna rivestita del sole, con la luna sotto i piedi e sul capo una corona di 12 stelle. Aspetto trionfante di un essere tale in fondo fin dalle sue origini perché nel suo seno purissimo germogliò il sangue divino di Cristo versato per noi, di Colei che è stata e continua ad essere la donatrice di suo figlio Gesù, dato che egli la proclamò madre di tutta l’umanità con parole precise: “Donna, ecco tuo figlio, figlio, ecco tua madre – e da quel momento il discepolo Giovanni la prese con sé”.

Aspetto trionfante di Colei che il colpo di lancia che trafisse il costato di Cristo trafisse insieme al Figlio, nell’anima, come aveva predetto Simeone: “Il tuo cuore sarà trafitto da una spada di dolore”. Perché era il cuore l’anima di Colei che fin dall’inizio aveva accettato senza riserve il volere di Dio nei suoi confronti vivendo costantemente in una solidarietà di atteggiamento con suo Figlio, e quindi con la sua missione di Redentore al punto da risultare di fatto “Corredentrice”.

Aspetto trionfante della sua essenza più profonda di Madre di Dio, tutt’uno, benché creatura e distinta, con Lui. Proprio per la coscienza della funzione cristologica della Madonna nel piano generale di Salvezza voluto da Dio, il papa Giovanni Paolo II si è detto dall’inizio del suo pontificato nei confronti della Vergine “Totus Tuus” ed ha visitato e sostato in molti santuari mariani lasciando che si crei nella mentalità della gente l’immagine di un papa particolarmente devoto della Madonna. Proprio per questo il 1° gennaio 1987 Giovanni Paolo II ha promulgato l’enciclica “Redemptoris Mater” annunciando da quello stesso anno un anno mariano con l’inizio il 7 giugno, cioé alla festa di Pentecoste.

Anno Mariano in cui il Venerdì Santo 1° aprile 1988 a Roma si è veduto il papa, novello Cireneo, trascinare sulle spalle la croce, associando, durante la Via Crucis, al nome di Cristo quello di sua madre, di Maria. Il Pontefice sottolineava la consofferenza della Vergine col Figlio, nell’auspicio che i cuori umani mediante la Genitrice di Dio, rimangano in unione con Cristo nella via della fede, della speranza e della carità. Anno mariano con il suo termine nel 1988 al 15 agosto, ossia in coincidenza con la festività della Madonna Assunta in cielo, della Madonna trionfante e quindi nell’indicazione del possibile destino per ognuno di una immortalità nella gioia.  

dal video di Marcello De Stefano “Il Mistero Medjugorje in punti quattro – Anche il punto…sul mistero? (punto due – fondamenti teologici)  per un ulteriore

approfondimento storico e teologico:http://petizionenuovodogma.blogspot.it/