20 Marzo 2013

AMORE COME IDENTITÀ

QUINTA  DOMENICA DI QUARESIMA –  Lazzaro Gv 11,1-53

 

E’ la
domenica di Lazzaro. Oggi incontriamo il Signore Gesù faccia a faccia con una
tomba chiusa, cuore a cuore con l’amicizia. Per questo la risurrezione di
Lazzaro è la pagina evangelica dove Gesù appare più turbato. Lo vediamo
fremere, piangere, commuoversi, gridare. Lasciamoci coinvolgere anche noi.
Ciascuno di noi è Lazzaro, ciascuno è Marta o Maria, ciascuno è frammento del
Vangelo. Ci accostiamo ora alla luce e alla forza del Signore chiedendo il dono
di un cuore nuovo.

 

Ho visto il volto di Dio cosparso di sangue lungo le strade della vita sempre
uguale, nei sentieri indifesi della storia dell’uomo. Signore, perdona la
nostra indifferenza! Kyrie eleison

Il suo aspetto era miserabile a vedersi, la pelle flagellata da infami torture, da uomo era ridotto
a un morto sopravvissuto. Signore perdona le nostre oppressioni! Kyrie
eleison

Nella carne dell’uomo Figlio di Dio ho visto l’effetto del mio peccato, del mio egoismo l’estrema
espressione, l’oltraggio al volto di Dio. Signore, perdona il nostro egoismo! Kyrie
eleison

 

Omelia (p.Ermes Ronchi)


Gesù è faccia a faccia con l’amicizia e con la morte,
coinvolto fino a fremere, piangere, commuoversi, gridare come in nessun altro
racconto.

Lasciamoci coinvolgere anche noi. Ciascuno è Lazzaro o
Marta o Maria, posto di fronte alle realtà fondamentali di ogni esistenza. E la
prima realtà per cui viviamo sono le nostre relazioni.
Di Lazzaro non sappiamo niente se non che era fratello di Marta e Maria,
che era amico di Gesù. La sua carta di identità: amico e fratello, il suo nome vero: colui che Tu ami.

Colui che tu ami è malato, fanno sapere le sorelle e
Giovanni rafforza: “Gesù voleva molto
bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro”. E i Giudei stessi sono ammirati:
Guarda come lo amava!” Tutti
nasciamo sconosciuti a noi stessi e veniamo rivelati dalla rete degli altri,
dalla relazione d’amore. Amore come
identità, come rivelazione.

Dopo l’amore appare nel racconto la seconda realtà che
compone la nostra vita: le lacrime. A
piangere nel dipanarsi della storia sono in molti: piange Maria, piangono i
Giudei, Gesù stesso scoppia in pianto. Le lacrime sono l’annuncio che la vita è
fragile, che l’amore è sempre minacciato, che la felicità se ne può andare in
un istante, che il mio corpo, i miei sentimenti, il cuore degli altri sfuggono al
mio controllo, che la natura e gli eventi mi sovrastano. Lacrime simbolo di
finitezza, di incompiuto, di tutto il dolore quotidiano e dell’ultima sorella:
la morte. Ebbene: Gesù ama senza temere le lacrime! Lo stesso fanno Marta e
Maria, lo fa perfino Tommaso: “Andiamo
anche noi a morire con Lui!” Il vangelo ci ripete: Ama senza temere le lacrime!

Dopo l’amore e le lacrime, la terza la terza
componente essenziale della vita è la loro figlia primogenita, cioè la speranza. “Se Tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto!” Dolcemente,
come si fa con gli amici, Marta rimprovera Gesù, e indica la sua attesa: “Ma ora so che qualunque cosa domanderai al
Padre, te la concederà”.

Vedo che sei qui, l’amicizia ti ha convocato, so che
domanderai. L’amicizia ti costringerà a chiedere, e qualcosa accadrà. Dice Marta:  ‘Ho sperato prima delle lacrime che tu venissi, ma spero adesso dentro le lacrime.’ Spero perché so di
che cosa è capace un cuore d’amico. In te, Gesù, conosco un Dio amico.

E finalmente amico
è un nome di Dio.

Io so di Dio ciò che so di Gesù Cristo e Gesù è amico
ad ogni Lazzaro, ad ogni Marta, ad ogni Maria, a te, a me, amico ad ognuno. Inizio della speranza! Speranza figlia
dell’amore di Dio e delle lacrime dell’uomo, figlia di terra e di cielo.

E il racconto cammina verso la quarta verità
dell’uomo: noi non siamo solo lacrime, amore, speranza, noi siamo Risurrezione e pronunciando questa
parola non corriamo subito a pensare, come fanno Marta e Maria, all’ultimo
giorno: la Risurrezione è già per oggi.

Viviamo tutti quotidiane e continue risurrezioni. Essa
è detta nel Vangelo con i due verbi del mattino: svegliarsi e alzarsi. I due verbi di ogni uomo ad ogni alba, svegliarsi e alzarsi. Perché la vita è
un implacabile susseguirsi di lacrime e di risurrezioni. E qualche volta di
amore. E di malattie e di guarigioni, di lacerazioni e poi di legami che si
annodano, di peccati e di perdono. Guardate: il seme cade in terra, muore e
rinasce; mette il fiore e il fiore muore e diventa frutto; poi il frutto
matura, cade e diventa seme! E vivere, è così per ciascuno. Vivere è già
acclimatarsi alla Risurrezione ultima. Ma non si risorge mai da soli: la pagina
oggi è affollata di persone, di amicizie, di consolazioni. Lo mostra Lazzaro,
la risurrezione è un fatto d’amore, noi tutti risorgiamo perché  Qualcuno ci ama.

Io invidio Lazzaro, e non perché risorge ma perché è
circondato da una folla di persone che gli vogliono bene. La sua fortuna, la
sua santità è l’amicizia. Risuscitato perché amato- La morte è assediata
dall’amore.

Paolo scrive ai Romani la sua Lettera più completa e
matura. Si rivolge a loro con due aggettivi bellissimi: “A quanti sono in Roma, amati da Dio e santi!” Tu sei santo non
perché hai osservato i precetti ma perché sei amato. C’è una santità pre-etica,
pre-morale, anteriore al comportamento, noi siamo santi perché c’è la grazia di
Dio in noi, cioè la sua vita, che è più importante di peccato o non peccato. Tu
sei santo perché accogli la vita di Dio in te, come un’anfora che si riempie, e
la vita di Dio, che è amore, ti rende simile a Lui, cioè santo.

Noi cristiani siamo santi e amati. Amati, e perciò
santi. Così dobbiamo definirci, come Lazzaro.

Definirci così cambia molto di ciò che siamo abituati
a pensare. C’è come una forma di passività, una forma di accoglienza, quasi un
aspetto femminile all’inizio della nostra fede: accogliere un amore che viene da altrove. E ci sembra poca cosa,
forse, perché noi vogliamo essere attivi, essere quelli che fanno, che
organizzano, che producono e decidono, invece riscopriamo la nostra identità: amati e perciò santi.

La salvezza è che Dio ama me non che io amo Lui. Amati
e perciò risorti. Santi e amati! La
risurrezione è possibile perché la nostra vita è abitata da qualcun altro, abitata
da amici, affetti, fratelli, ma soprattutto abitata da Dio. Noi siamo il cielo
di Dio.

Se Tu sei con
noi non moriremo.
Ridiciamolo con la
fede vigorosa di Marta, con la fede delicata di Maria, se Tu sei con noi! Spesso, però, ci sembra che Lui non sia qui. C’è
come un ritardo di Dio, un ritardo sulle lacrime, un ritardo su problemi che ci
schiacciano. Ma Dio non è qui per risolverci i problemi, come una madre troppo
premurosa verso figli che restano sempre bambini. Accettiamo di vivere e di
soffrire, accettiamo di sperare e di ricominciare, accettiamo lacrime e
risurrezione.

Eppure, a me cosa importa di Lazzaro? Lazzaro non è un
mio amico, non è un mio familiare, mio marito, mio figlio, non è uno dei morti!
A me non importa Lazzaro, a me importa Gesù e il suo amore per l’amico.

Il perché della risurrezione di Lazzaro sono le
lacrime di Gesù, sono il suo amore che non accetta di vedersi sottrarre dalla
morte il suo amato. Allora io sono l’amico malato, io sono Lazzaro, io amico e
malato e tu, Signore, non mi lascerai scomparire. Tu non lascerai finire
l’amicizia. Io non morirò per il Suo amore che non accetta di finire, non può
finire.

Lazzaro,
vieni fuori!
Grida Gesù e Lazzaro
esce avvolto in bende come un neonato, come uno che viene di nuovo alla luce.
Morirà una seconda volta, è vero, ma ormai gli si apre davanti un mondo abitato
da una altissima speranza: Qualcuno è più
forte della morte.

Gesù aggiunge: Liberatelo
e lasciatelo andare! Parole che ripete anche a ciascuno di noi: vieni fuori
dal tuo piccolo angolo, vieni incontro; liberati come si liberano le vele, le
catene, i nodi della paura, i grovigli di chi è ripiegato su se stesso.
Liberati da ciò che ti impedisce di camminare incontro alle creature e al
giardino che sa di primavera.

E poi: lasciatelo
andare e dategli una strada, dategli orizzonti, uomini da incontrare e una
stella polare per un viaggio che conduca più in là.

Gesù ripete le tre parole della Risurrezione: esci, liberati e vai! Quante volte sono
morto, quante volte mi sono addormentato, era finito l’olio nella lampada, era
finita la voglia di impegnarmi e di amare, forse era finita anche la voglia di
vivere. In qualche grotta oscura dell’anima una voce diceva: non mi interessa più di niente, non mi interessano
gli altri, né Dio, né amori, niente, vale la pena di vivere.

E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so da
dove, non so perché, una pietra si è smossa, è entrato un raggio di sole, un
grido di amico ha spezzato il silenzio, delle lacrime hanno bagnato le mie
bende, e ciò è accaduto per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d’amore: Dio in noi. Come un tarlo luminoso e
instancabile, che rode le bende, le catene, la grotta che ci rinchiude. Dio in noi.

È Lui che apre il passaggio: esci e vai come ha detto ai primi chiamati: vieni verso di me, vai
verso i fratelli.

E’ Lui che apre il passaggio a noi, santi perché
amati, a noi risorgenti perché amati, Lui apre il passaggio verso la luce della
Pasqua, la luce che hanno perfino le nostre lacrime, quando un uomo non piange
in solitudine ma è confortato, verso la luce grande che hanno le lacrime quando
racchiudono amore e speranza.

 

PREGHIERA
ALLA COMUNIONRE

 

Signore, colui che ami è malato.

Sono io il tuo amico malato e amato, sono io Lazzaro.

Se Tu sei con noi non moriremo,

siamo certi, come si è certi dell’amico.

E allora non restare lontano, fa’ che vediamo il tuo
volto

così vicino da potervi distinguere le tue lacrime.

Per le tue lacrime io vivrò in eterno,

per il tuo patire di Dio appassionato, io vivrò per
sempre.

Io sono il tuo amico malato, io sono Lazzaro.

Santo solo di amicizia,

santo solo perché amato.

Io sono Marta e Maria sorelle a infiniti morti,

derubato di amici, o di padre, o di figlio, o di
marito,

ma io credo.

I miei sono morti ma non per sempre,

perché il tuo amore non accetta di finire.

Io morirò ma non morirò per sempre,

 perché
conosco le tue lacrime per me,

il tuo amore che non accetta di finire.

E se amico è un tuo nome,

io so che il mio nome è

“amato per sempre”.

Amen

 

p.Ermes Ronchi