28 Febbraio 2013

LA SAMARITANA

DOMENICA  DELLA  SAMARITANA – Anno C

Es 20, 2-24 ; Ef
1, 15-23 ; Gv 4, 42. 15

 

E’ la domenica della
samaritana, dell’acqua, della sete di Dio e della sete dell’uomo che nessuna
fra le cose create potrà mai appagare. Iniziamo questa liturgia ricca di simboli,
con il segno del perdono. Saremo aspersi con l’acqua che è memoria del nostro
Battesimo, che è immagine di Dio, sorgente di vita. Chiediamo che scenda su di
noi la vita di Dio, come nascita, come eternità, come quotidiana freschezza
sorgiva, come pulizia del cuore.

 

Una
donna samaritana. Una persona identificata subito dal codice biologico (donna)
e dal codice culturale (figlia di Samaria con i suoi riti, i suoi simboli).

E
tutto il racconto servirà a scardinare i codici in cui ci riconosciamo e ci
rinchiudiamo.

Non
il codice genetico (un Dna ereditato) non il codice biologico (maschio o
femmina) neppure quello culturale (nato in questo paese, in questa epoca), io
sono il mio codice teologico, sono la mia sorgente d’acqua viva che sgorga da
profondità misteriose, sono il suo estuario finale dove, finalmente liberati da
rimorsi e rimpianti, ci bagneremo di luce.

Una
donna samaritana. Siamo tutti samaritani. Anche la nostra città è ha accolto
insediamenti di altri popoli, come Samaria; anche la nostra è una terra
meticcia come Samaria.

Al
pozzo di Giacobbe, il figlio di Dio chiede aiuto ad una donna starniera; non
solo, ma ad una dal passato complicato; chiede acqua a una che ai pozzi umani
ha solo bevuto arsura. Deve esserci per forza qualcosa di importante in questo
racconto.

Gesù
seduto al muretto del pozzo alza lo sguardo. Che cosa si vede da quel luogo,
luogo vitale per uomini e animali e piante?

Vede
a corona del pozzo il monte Garizim, con il tempio dei samaritani; vede attorno
altri cinque colli su cui gli stranieri giunti in Samaria hanno edificato
cinque templi ai loro dei. La Samaria è terra di coloni trasferiti da lontano,
per rimpiazzare gli ebrei condotti in schiavitù a Babilonia. Sono venuti
portando i loro dei.

Storia
di Samaria, storia di una donna. L’immagine dei cinque templi elevati agli
idoli, si sovrappone all’immagine dei cinque mariti della samaritana. Storia,
persona, simbolo, tutto si intreccia, perchè Gesù ci porta al largo, in
profondità, all’universale. E diventa maestro di nascite.

Gesù fa nascere
un incontro là dove sembrava impossibile: tra un Rabbi e una donna, un dialogo
fra stranieri. E lo fa partire da se stesso, esponendosi, dicendo ‘io’, e non
puntando il dito sulla donna; non invadendo, ma disarmandosi.

Gesù fa nascere un dialogo a partire dalla sua povertà, dal suo bisogno: “Ho
sete”.
Il Signore ha sete d’acqua ma ancor più ha sete di lei, di quella
donna che con i suoi molti amori era rimasta nel deserto dell’amore.

Dio ha sete della nostra
sete. Dice Gregorio di Nazianzo con una espressione luminosa: Deus sitit
sitiri,
Dio ha sete della nostra sete, ha desiderio del nostro desiderio.
Ha bisogno di noi, ha sete e fame di figli.

Gesù fissa lo sguardo,
sguardo ad altezza d’occhi con la donna; non dall’alto di una cattedra o di un
pulpito le parla, ma seduto sul muretto, con il suo sguardo ad altezza di
cuore.

Solo fra le donne Gesù non
ha avuto nemici. Quando parla con le donne va dritto al cuore, conosce il loro
linguaggio, il linguaggio dei sentimenti, del desiderio, della ricerca di
ragioni forti per vivere, le dice: “Vai a chiamare colui che ami”, va
diritto al centro. Al pozzo del cuore.

Leggevo in una intervista a
Ermanno Olmi: “non temo che mi considerino un sentimentale. Io sono uomo di
sentimenti, che è diverso. Del resto se nella vita non sono sistemati quelli,
non si riesce a fare nulla”.

Vai a chiamare tuo marito. Non ho marito.
E Gesù: Hai detto bene, hai avuto cinque mariti e quello di ora….” Gesù non giudica, non istruisce un processo,
non assolve: non cerca indizi di colpa, cerca indizi di bene
; li trova e
per due volte ripete: hai detto bene.

Non chiede di interrompere
la convivenza o di mettersi in regola prima di affidarle l’acqua viva, non
pretende di decidere per lei il suo futuro.

E’ il Messia di suprema
delicatezza, il Messia di suprema umanità, è il volto bellissimo di Dio.

E ci insegna che c’è un
mezzo, uno soltanto, per raggiungere il cuore profondo di ciascuno. E non è il
rimprovero, non è la critica, non è l’accusa, ma far gustare un di più di bellezza, un di più di bontà, di vita, di primavera,
come fa Lui con queste parole: Ti darò un’acqua che diventa sorgente!

 Gesù:
lo ascolti e nascono fontane.

In te, per gli altri.

L’acqua di Cristo diventa
sorgente.

Dio fa nascere fontane.

Diventare
sorgente, che bel progetto di vita
.

E io, io con la
mia anfora vuota, io con il mio passato accidentato, con il mio contorto cuore,
io vado bene per il Signore, io posso diventare sorgente per qualcuno,
bicchiere d’acqua fresca, o almeno goccia sulla punta del dito: manda Lazzaro con una goccia sola,
chiede ad Abramo il ricco epulone.

Goccia di aiuto, goccia di
latte, o di onestà, o di accoglienza, o sguardo ad altezza degli occhi, ad
altezza del cuore.

Non più acqua stagnante, ma
sorgente che zampilla e va… la donna ne è contagiata, anche lei sgorga via
dal pozzo, zampilla verso la città, abbandona l’anfora come fosse la sua
vecchia vita e scorre, come torrente, ferma tutti per strada: “Venite, c’è
uno al pozzo che ti di dice tutto quello che c’è nel cuore, che fa nascere
sorgenti

E testimonia, profetizza,
contagia di azzurro i suoi (M. Marcolini), e intorno a lei nasce la prima di
tutte le comunità di discepoli stranieri.

Uno che dice
tutto di te!
Che bella definizione di Gesù! Lui conosce il tutto dell’uomo:
e c’è in ognuno una sorgente di bene, un lago di luce, più forte del male.

Ci sono fontane di futuro. Senza rimorsi e rimpianti.
Dove bagnarsi di luce.

Che bella questa
sovrana indifferenza di Gesù per il passato sbagliato di quella donna. Lui è
maestro di nascite, spinge a ripartire!

Dove andremo,
dice la donna, per adorare Dio? La risposta è diritta come un raggio di
luce: non su un monte, non nel tempio, ma dentro.

Sono io il Monte, io il
Tempio, dove vive Dio.

Allora anche noi, come la donna di Samaria che va al
pozzo come mendicante d’acqua e ne ritorna ricca di cielo, anche noi se
accogliamo quel Signore Gesù che è maestro di nascite, quello Spirito che
abbatte barriere, quel Padre in cui sono tutte le nostre fonti, e sentiremo nascere
fra le mani il canto di una sorgente.

E si metteranno in cammino i
sogni. E vedremo, come vede Gesù, in anticipo di mesi, in ogni fratello, in
ogni evento, in quelli della chiesa e della società, anche se è inverno ed è
tutto grigio, vedremo campi di grano che già biondeggiano per la mietitura.

Come Gesù. Beati i futuri di
cuore.

 

Preghiera della donna di
Samaria

Quel giorno

al pozzo

non m’aspettavo nessuno.

 

Sotto il sole più caldo

lo vedo

assetato

e così povero

come chi

per bere

ha solo la coppa

delle sue mani.

 

Ha grumi di deserto

nei capelli

e un silenzioso desiderio

che affiora negli occhi.

 

Uomo assetato

d’acqua e d’incontri.

Uomo

che aspetta me.

 

Mi dice:

ho sete.

 

Come me

anche tu hai sete

uomo solo.

 

Io ti dò acqua di pozzo

e tu mi dici:

guarda nel pozzo del tuo cuore.

 

All’orlo del pozzo del mio cuore

mi avvicino

dò solo un’occhiata

ho paura di cadere.

 

E rispondo:

solo nero e buio

nient’altro contiene il mio cuore.

 

Ma tu mi dici:

scendi i gradini

va’ nel profondo,

senza paura del buio.

 

E sotto ho trovato un lago di luce.

Ho bevuto l’acqua e mi sono immersa

e sono risalita imbevuta d’azzurro.

 

Ho toccato con la mano il mio uomo

e anche lui ho contagiato d’azzurro.

Ho toccato con la mano mio figlio

e anche lui ho contagiato di luce.

 

Sorpresa dalla gioia

non ho avuto dubbi:

era Lui!

Il suo nome era Dio!

 

Ed era intimo a me

come può esserlo un bambino dentro la madre

o un pane dentro la bocca.

 

E io che lo avevo cercato nel tempio,

io che lo avevo cercato sul monte

e Lui era lì.

 

Io il tempio

io il monte

dove vive Dio.

 

Il Dio delle donne,

delle donne vuote, delle donne assetate,

il Dio delle donne innamorate,

il Dio del desiderio,

delle zolle riarse.

Il Dio che si trova nel cuore,

nel pozzo,

proprio dentro il mio vuoto.

 

(Marina Marcolini)